15 ottobre| 1572 Luca Michiel
Relazione|
1572 15 ottobre, relazione di Luca Michiel provveditore alla Cania
AS Venezia, Collegio, Relazioni, busta 78
Scrittura di Luca Michiel come Proveditore alla Cania
Serenissimo principe et illustrissimi signori
Così come fu ordinato con prudentissimo Conseglio, che ciascaduno che fusse mandato al governo delle più importanti città sottoposte a quella Serenissima Republica, dovesse nel suo ritorno dar conto alla Serenità vostra delle ationi sue, così non l’havend’io possuto fare con la viva voce, per essersi lei dignata di servirsi della persona mia de Capitanio di Candia, mi son risolto di sodisfare in parte quest’obligo con la presente scrittura, narrandole brevemente quelle cose ch’ho giudicato degne della sua intelligentia. Io fui eletto Proveditor della Cania da Vostra serenità a 21 de febraro del ’60 et me partì da suoi piedi a 26 del medesimo mese, gionsi alla Cania a tre d’aprile, condotto d’ordine suo dal clarissimo messer Marco Quirini all’hora Capitano in colfo, dove ritrovai che delle 7 galee che si dovevano armare in quel luoco, per la compartita che fu fatta, non era ancor finita d’armare l’ordinaria, essendo ancor in terra alcune d’esse. Intorno l’espetion delle quali fu usata da me tal diligentia, che tutte furono consignate armate de buona gente al sudetto clarissimo Quirini, molti giorni prima che l’altre di questo Regno, il qual clarissimo Quirini partito da quest’isola passò a Corfù a ritrovar l’eccelentissimo General da mar et non molto dopo Sua eccelentia, con tutta l’armata, gionse in porto della Suda, la qual havendo bisogno de molta gente m’l’offersi di far ogni mio potere per soccorer l’armata in quanto che havessi potuto et così cavalcai alla Sfacchia, di dove con destro modo hebbi una buona quantità de quelli huomini et n’haverei ancor havuto molti de più, quando che il spavento della mortalità che era sopra detta armata non gl’havesse tratenuti e ritornato ch’io fui alla Cania, si operò di modo che Sua eccelentia hebbe 500 huomini da spada, 700 da remo et molti marinari, li quali tutti andorono a quel servitio senza pagamento alcuno. Gionto poi il signor Giovanni Andrea Doria, tutti uniti, andorono verso Cipro per combatter l’armata nemica. Ma havendo per il viaggio inteso la perdita di Nicossia, se ne ritornarono, si come sa la Serenità Vostra, et Dio havesse voluto che gl’huomini da remo, quali furono consignati all’hora sopra detta armata, fussero sta licentiati, come che molti de loro furono posti alla cadena, ch’a tempo novo non s’haveria havuta a gran gionta la difficultà che s’hebbe in ridur gli huomini d’esse galie che disarmorono quell’anno et fu tale quell’esempio, che chi non ha provato che cosa sia armar galie in questo paese, non si può imaginare quanto travaglio d’animo che esso habbia dato a quelli che hanno havuto così fatto carrico, percioché essendo gionto il tempo del novo armare, oltra che mi bisognò ritrovare 500 huomini da remo, in loco di morti et de falliti, esse galie mi bisognò anco armarne altre 4, di modo che in tutto furono 11, il che co’l favore di Sua maestà divina m’andò fatto, havendo superate tutte le difficultà, le consignai alli clarissimi suoi proveditori dell’armata Quirini et Canal, li quali passorono a Messina, con tutte l’altre armate in questo Regno, a ritrovare l’eccelentissimo Veniero suo General da mare; et dovendosi quest’anno armare sopra quest’isola altre 6 galie, havendo l’eccellentissimo Proveditor general Soranzo inteso, che il territorio della Canea haveva fatto la parte sua, essendo sta, oltre le 11 sopradette, armati diversi vasselli de particolari, per andar con l’armata di Vostra serenità, si contentò che di detto loco gli fusse dato 100 huomini da remo, per accomodare alcune delle sue galee, si come fu fatto; et ordinò de Candia ne fussero armate due et da Rettimo 4, et commesse a me che mi dovesse trasferire per armar esse galie di Retimo, dandomi intorno a questo tutta la sua auttorità. Ind’io, se ben mi persuadeva di ritrovar grandissima difficultà, tuttavia per il desiderio ch’ho sempre havuto di non mi sparagnare nel servitio di Vostra serenità, v’andai et credendo di ritrovar la mittà de gli huomini, che furono pagati l’anno passato delle 3 galie, le quali si dovevano armare et le quali furono disturbare quando che l’armata nemica fu sopra quest’isola, ritrovai che fra tutte tre non vi erano salvo che 30 soli huomini da remo, essendone alcuni fuggiti et altri havendo rese le paghe in quella Camera, d’ordine de chi comandava, ritrovai poi una città affatto ruinata con pochissimi nobili, li quali per mancamento d’alloggiamenti erano astretti di stare ai loro casali, per causa di che mi bisognò spedir fuora alguni mandati, commettendoli che mi dovessero inviare gl’huomini loro, a quali haveva tocata la sorte d’andare a questo servitio, et quando che credevo d’haver buona gente, per il più mi furono appresentati vecchi, puti e i strupiati, di modo che fui astretto di rinovar detti mandati et metter molto tempo di mezo; et non vi essendo loco alcuno dove si potessero accommodar gli huomini che venivano condutti di giorno in giorno, non mi essendo di Candia mandati 3 arsili, né dalla Cania l’uno, si come stava l’obligo loro, ordinai che fusse serrato un certo arsenale, nel quale faceva mettere li galioti et gli faceva custodire da un corpo de guarda de soldati, persin tanto che mi fu mandato un arsile dalla Cania, il quale immediate armato fu inviato al sudetto eccelentissimo Soranzo et in spacio d’alquanti giorni furono anche arma l’altre 3; et per non tediar Vostra serenità lassarò di dirle che per la nova che s’hebbe all’hora, che Carazali fosse sopra quest’isola con 60 galee, mi s’aggionse nova difficultà et maggior longhezza di poter haver ditti huomini, li quali se ne fuggivano alla montagna, insieme con li loro padroni, ma non tacerò già il travaglio ch’ho havuto fuori dell’opinione, come in ritrovare per il servitio delle sudette galee officiali, scapoli, bombardieri et altri mercé la dopocagine di quelli sopracomiti et che per l’aviso sudetto mi bisognò mandar le gente con barche in Candia alle loro galie, con malissima sua sodisfattione, le quale tutte col favore di Nostro signore si armorono, contra l’opinione de molti; et spedito che io hebbi questo negotio me partì di ditto loco di Rettimo et me ne ritornai alla Canea, spettando con desiderio la lettera di Vostra serenità per andar a pigliar il possesso del Capitaniato de Candia; et essendo gionta a 6 d’agosto passato la nave Mauriza, mi fu detta lettera presentata dal magnifico messer Marco Bragadin Camerlengo di Candia, la qual havuta mi risolsi d’imbarcarmi sopra la fusta Avogarda, ma essendomi presentate lettere dell’eccelentissimo Proveditor generale Cavalli, la continentia delle quali era che mi dovesse fermar in la Cania per sin tanto che s’havesse aviso dell’armata nemica. Io obedì Sua eccellentia et ne diedi riverente aviso a Vostra serenità in questo mezzo, havendosi havuto lettere del clarissimo messer Dianel Venier, che si ritrovava a Cerigo con ordine che se in la Cania fosse stato qualche vasel armato, che si dovesse spedirlo de li per levar Sua signoria clarissima, si come fu fatto dalla galia de messer Francesco Molino, armata del suo in la Cania, et da una fusta armata in Sitihia, sopra le quale vi mandai il Capitanio Camillo Toscano con 100 suoi soldati, per segurtà maggiore della persona del sudetto clarissimo Venier et delli danari che egli haveva de ragione di Vostra serenità; il quale gionto alla Cania ivi si fermò un solo giorno et poi passò in Candia con li medesimi vascelli, de dove si partì l’eccelentissimo Cavalli con la fusta Avogadra e gionta Sua eccelentia alla Cania, m’imbarcai imediate sopra la medesima fusta et me ne venni in questa città, dove fui per rispetto di Vostra serenità accettato con ogni termine d’honore et da questo clarisismo signor Duca mi fu consignato il regimento a 4 d’ottobre, si come ne fu dato conto alla Serenità vostra. Et perché giudico necessario che la sia avisata d’alcuni particolari che sono successi in tempo mio alla Cania, riverentemente et brevemente le dirò, che prima che l’armata nemica entrasse nel porto della Suda l’anno passato, mi fu scritto dall’eccelentissimo Proveditor general Cavalli, che dovesse far mettere all’ordine 4 o 5.000 huomini del paese per li 10 de mazo, sotto quelli capi che fusse parso a me, alli quali s’haveria datta meza paga et con li quali, insieme con soldati Italiani di quel pressidio et altri che Sua eccelentia m’haveria mandato da Rettimo et de Candia, si dovesse andare in detto loco della Suda, per proibir il sbarcar a gl’inimici, quando che essi fossero venuti in quel loco; in essecution del qual ordine io feci elettione de alquanti nobeli d’auttorità, li quali mandati per il territorio fui da loro in spacio de pochi giorni avisato, ch’havevano ritrovato fra tutti intorno 4.000 huomini armati d’arco et archibuso, tutti pronti d’andare tanto più volentieri in detto servitio, quanto che intendevano che sariano pagati, de che diedi aviso a Sua eccelentia ricercandoli li danari per far li pagamenti; et in questo mezzo mi parse d’ordinar due cose: l’una fu di dar il carico a dui principali cittadini, che havessero cura di far far il pane a un casale ditto Cicallaria, vicino alla Suda, per uso di quela gente et l’altra d’espedire, si come feci, il Capitanio Leon Remussati, huomo d’esperiantia et di valore, a riconoscer il sito dove che il nemico havesse possuto sbarcare, il quale ritornato mi diede conto di tuto quello che s’haveria possuto fare et che quando ben li nostri havessero havuto la carica, la retirata sino alla fortezza era sicura; et essendomi gionta la risposta dal sudetto eccelentissimo Cavalli, mi fu scritto che non dovesse far ridure quelle genti per sino ad altro suo ordine, percioché egli m’haveria avisato li andamenti de Turchi et non sapend’io quale fusse la causa, essendomi commesso da Vostra serenità che dovesse obedire il quanto che dal Proveditor generale di questo Regno mi sarà comandato, io l’obedì; et a 14 di giugno intorno le 22 hore uno delli guardiani che si tiene sopra una montagna venne a darmi aviso, che esso haveva scoperta l’armata nemica partita da Milo vellegiar verso la Suda et non si possendo per all’hora far altro, mi risolsi di spedir ditto aviso a Rettimo et in Candia et medesimamente per le marine di quel territorio della Cania, con ordine che fusse fatto intender che queli c’erano vicini alla città, se retirassero alla fortezza, et gl’altri se n’andazzero alla montagna, la qual provisione causò che nel sbarcar de Turchi non furono da essi presi, salvo che dui vecchi mendicanti, li quali furono poi licentiati. Il capitano Alvise Naldi, insieme con Paulo Spatha Albanese, tutti due huomini d’gran valore, stetero fuori in campagna a cavallo quella note per vederse intrando li nemici in la Suda, quello che fusse operato da loro, li quali havendomi spedito la matina per tempo un messo, fui avisato che l'armata haveva cominciato entrare in detto porto et de li a poche hore, essendo essi ritornati, ci avisorono che Turchi sbarcavano, li quali essendo comparsi intorno il mezodi in vista della fortezza, tutto che il colonel Lignano non sentisse che si dovesse mandar fuora soldati, non di manco parendomi che fusse poca reputatione il stare con le mani alla cinta et espettare che gli nemici fussero venuti fin sopra la fossa, mi risolsi di lassa uscir fuori una bona banda de soldati italiani et molti Greci della città ancora, li quali nelle scaramutie che fecero diedero la carica a Turchi, facendo sempre retirare; et essendo gionte l’istesso giorno miracolosamente in porto della Cania due navi, le quali condussero il colonel Francesco Giustiniano genovese con 800 soldati corsi, esso colonello si sbarcò immediate et uscì fuora con 300 archibusieri di sui, li quali fecero la parte sua con sodisfattione universale, et dette scaramucie durorono per alcuni giorni et la fortezza fu sempre, specialmente de notte, di dentro et di fuori ben guardata; et ogni di dalli schiavi che fuggivano et da Turchi che venivano presi ci veniva dato conto delli danni che havevano havuto gli nemici, li quali abbrugiando quella parte del territorio che non se gli poteva prohibire, furono dalli huomini del paese in alcuni lochi assai mal trattati, con poca perdita de nostri; et havendo inteso che detta armata si doveva levare dalla Suda et passare al scoglio ditto Turlurù, furono accommodati in boca del porto la nave Bonalda et le due che condussero li corsi, le quali nel passare che fece ditta armata fecero con la loro artigliaria molto bene la parte sua, et specialmente la Bonalda; si come fu anco fatto dalla fortezza, havendosi inteso da un schiavo christiano fuggito, che Luzzarli s’haveva offerto al bassà di presentarsi con 100 buone galie alla parte del mare et sparar 100 canonate a un tratto per provar sua ventura, ma non missero questo lor dissegno in essecutione, voglio creder perché non si lasciorono accostare; la qual tutt’armata essendo andata a Sorzer, fra il detto scoglio del Turlurù et un loco ditto Platanea, dove v’è molta commodità d’acqua et discosto dalla fortezza miglia 5, stetero sino a 24 del medesimo mese et poi si levorono; nel qual tempo non mancorono di sbarcar gente, né mancò dalli nostri di tenirli da tutte l’hore travagliati et quando vi fussero stati 100 buoni cavalli, che per il vero non ven’erano 10 che si potessero chiamar mediocri, sariano state fatte fattioni molto maggiori. Il clarissimo Marc Antonio da Canal Proveditor dell’armata si ritrovò in quella occasione con 26 galie nel porto delle Cania et non havendo in tutto si può dir 100 lire di pane, haveriano fatto molto male le sue zurme, se non fussero sta aiutate da una grossa provisone de farine che erano sta fatte et tenute per monitioni nel refetorio delli reverendi padri de San Francesco, la quale diede la vita a loro conservatori et gl’altri ancora, il qual clarissimo Canal usò per la parte sua ogni possibil diligentia, si come fecero anco fra gl’altri li magnifici messer Antonio di Cavalli et messer Alvise Pasqualigo. Dopo partita l’armata il sudetto eccelentissimo Proveditor general Cavalli, havendo molti rechiami de sfacchioti et essendosi risolto di andar a danni loro, mi mandò il Conte Piero Avogadro con una lettera di credenza, et havendomi fatto dare in scrittura da Sua signoria il quanto che gl’era stato commesso, che fu che io dovesse cavalcare alla volta della Sfaccia, menando meco 300 archibusieri et 700 huomini dal paese da una banda, percioché Sua eccelentia saria andata da un’altra con grosso numero de soldati et de Greci, et gionto il giorno determinato essequi l’ordine che havevo havuto; et arrivato a un casale discosto 3 miglia dalla Sfacchia, ivi mi fermai spetando Sua eccelentia, havendo così havuto ordine di fare, la quale gionta il girono driedo partimo tutti unitamente et intramo in detto loco della Sfacchia il primo di novembre dell’anno passato, senza contrasto alcuno, de dove mi partì il seguente giorno, essendo io sta licentiato, con una commisisne in scrittura che dovesse andare sopra il scoglio della Suda con l’illustre signor Latino Orsino et Colonel Moreto Calavrese, si come la Serenità vostra fu avisata da me, havendole anco mandata la copia della detta commissione, si come di 4 novembre Vostra serenità fu avvisata, doveva de ordine del sudetto eccelentisismo Cavalli andar a far la descrittione de gl’huomini da remo per il territorio della Cania, ma introvandosi li soldati corsi creditori de molte paghe, dubitandomi ch’andando io fuori della forteza non seguisse qualche notabilissimo desordine, mi risolsi di soprasedere per sin tanto che essi fussero pagati; et gionto che fu l’eccelentissimo Soranzo, quando ch’io credeva di spedir l’uno et atender all’altro Sua eccelentia, mi mandò a Rettimo per armare le 4 gelee, si com’ho dito di sopra, et sia certa Vostra serenità che quella fattura non importava molto, perciò che detto rodolo fu fatto dall’eccelentissimo Da Mula con grandissima diligentia et bilanciando l’una cosa con l’altra, voglio creder che Vostra serenità non haveva a male ch’io mi sia fermato in la Cania per fuggir l’occasione de tanto scandolo. Prima ch’io mi sia partito dalla Cania, si come scrissi a Vostra serenità, communicai con l’clarissimo messer Piero Calbo Rettor li ordini che per sicurtà di questa fortezza m’erano sta lasciati dall’illustrissimo signor Sforza Pallavicino, affine che con l’usare quella diligentia che ricercava la qualità de tempo presenti, ella si potesse ridure se non in perffetione almanco in maggior sicurtà di quella che la lasciai; et perché intorno a detta fortezza il sudetto clarissimo Rettor et io havemo dato particular conto alla Serenità vostra, non la fastidirò hora riportandomi a quello [spazio nel testo] dal sudetto illustrissimo Pallavicino et d’altri intendenti de così fatta professione con la viva voce loro le sarà sta rappresentato et Vostra serenità prudentissima si degnerà di proveder al suo estremo bisogno in tempo opportuno, affine che la mala fortuna non permetti che ne segui qualche notabilissimo disordine. Il forte che si fabrica nel scoglio della Suda saria già buoni di finito, percioché tutta la monitione de pietre et de calcine per il suo bisogno si ritrova all’ordine et il Conte Giovanni Maria Martinengo, che ha havuto quel carrico, non vi manca punto de diligentia. Ma due cose han causato che esso forte non sia del tutto finito: l’una è stata che da Rettimo non si ha havuto una minima parte delli 300 huomini, che dovevano esser li mandati ogni settimana per angaria, et l’altra fu percioché havendo il turco fuori così grossa armata, vedendo noi altri che l’armate christiane tardavano tanto a unirsi, si dubitava ch’esso forte più presto fabricato per commodità de nostri nemici che per sicurtà di quest’isola. Alla prima s’ha rimediato con dar ordine a quel clarissimo regimento, che gl’huomini che non vorrano andare a quell’angaria, si come sta l’obligo loro, diano 12 perperi per ciascaduno, li quali siano mandati alla Cania et con li quali si ritroveranno huomini molto più pratichi dall’Acrotiri, loro vicino ad esso scoglio, che lavoreranno volentieri et da essi si riceverà fruttuoso servitio; et alla seconda il remedio sarà facile, percioché si com’ho detto di sopra ogni cosa al ordine, come si sarà fuora de suspetto, in pochi giorni il tutto che de terreno et di pietre vi bisognerà sarà finito. Ma essendo necessario far buona provisione d’altigliaria della qualità et quantità che le sarà stato referto, Vostra serenità darà quelli ordeni che al suo prudentissimo giuditio pererà, si come la di degnerà anco di fare de monitioni d’ogni sorte et specialmente de legnami, non essendo in la Cania monitione che basta per uso suo, si come le fu riverentemente scrito et non vi trovando pur una tavola. Il qual forte starà bene tutto che il tiro del scoglio alla parte della Bicorona sia longo de passa 850 in circa, per causa di che par che difficil cosa sia che l’nemico non vi possa entrare; non di manco con 4 nave che siano poste a quella bocca, io reputo che per quest’anno si potrà impedir l’entrata, questo dico perciò che il maschio ch’ha d’esser fatto nella culata della Suda, non potrà esser si presto al ordine per le molte difficultà ch’esso haverà, volendovi molto tempo et molta spesa; la qual spesa è necessario che sia fatta per compita sicurtà di quel porto, il qual finito che sia si potrà ben dire che esso sarà della Serenità vostra et non d’altri, et li suoi nemici dissegnando de venire a danni di questi isola vi penseranno molto bene.
Li nobeli Veneti et Cretesi della Cania per la maggior parte viveno con poco pensiero delli pericoli che li soprastano, come che s’essi fussero in una pace Ottaviana, perciché dove che doveriano solicitare la fortificatione, appena solicitandoli loro si può ricever parte di quello che si desidera, li quali insieme con altri feudati sono feudati sono malissimo a cavallo et se la Serenità vostra non si risolverà di fare altra provisione, l’obligo loro andarà di fattamente mancando, che la non si potrà servire nella occasione appena d’un solo cavallo, li quali s’escusano che non ne possono havere et che quelli ch’havevano sono quasi tutti morti; il remedio so che da molti et da me in particolare è sta ricordato a Vostra serenità, che è di ridur il tutto a pagamento et con il danaro mantenir sopra quel teritorio buoni stradioti, però la Serenità vostra di degni de pensarvi bene, perciché questa è cosa de molta consequentia; delli qual nobili veneti non vi sono altri che siano de consideratione salvo che messer Zuan Francesco et messer Nicolò Vozzamani, messer Zaccaria Zancarol et messer Marc Anotnio Viaro; et de cretensi posso dir che non vi siano altri che s’accostino a dui fratelli messer Thodoro et messer Assani Gudemonogiani, havendo questo mandato a sue spese messer Antonio suo figliolo con 40 huomini sopra l’armata di Vostra serenità in tempo del’eccelentissimo general Zane, il qual messer Antonio si ritrova al presente sopracomito d’una galea et meser Michiel suo fratello patron d’una galeota, tutte due armate del suo et tute due al servitio dell’eccelentissimo general, et quello ha servito de buona summa de cechini all’eccelentissimo proveditor Lorenzo Mulla et a me ancora per pagar soldati con molta prontezza d’animo et occorrendo mandar pressidio a Thine, tutti dui insieme hanno offerto et dato orzi, vini et ogli alli pretii correnti, contentandosi di pigliar il danaro ogni volta che fusse parso a Vostra serenità.
Li cittadini et il populo delle città viveno con molto affetione verso Vostra serenità, li quali in tempo che Turchi furono in la Suda et specialmente messer Zuan Condoleo, colonello d’una parte delli soldati delle ordinanze della città, dimostrò con li sui grandissimo valore, essendo andato fuori a scaramucciare con li nemici, si come hanno fatto anche molti altri della città, non si sparagnando de notte, mentre che Turchi si fermorono in quel loco, di stare alla muraglia et di fare ogni fatitone che da me gli veniva commesso.
Ho havuto in tempo che son stato a quel carrico dui Providitori generali: li eccellentissimi messer Lorenzo da Mulla, hora meritissimo procurator, et messer Marin di Cavalli kavalier, alli quali ho prestato ogni obedienza, si come ho conossuto esser mente di Vostra serenità, et voglio creder che lor signorie eccelentissime siano rimaste sodisfatte del servitio mio. Ho ancora havuto per Governator di quella militia il quondam Colonel Vincenzo Lignano, gentil huomo di gran bontà, il qual essendo andato fuori in tempo che Turchi scaramuciavano con li nostri, li fu ferito il cavallo d’una archibusata et Sua signoria s’ammalò l’istesso giorno, in tempo del nostro maggior bisogno, per la qual infirmità in spacio de 4 giorni passò ad altra vita; et partita l’armata inemica in loco suo ci fu mandato dall’eccelentissimo Proveditor general cavalli il Colonel Moreto Calavrese, il qual vedendo la parte della Sabronera esser molto debole, dubitandose che detta armata non ritornasse a travagliar quella fortezza, si come si ragionava, si risolse di fabricar un revelino alla porta di detta Sabronera, si come fu fatto in pochissimi giorni per la molta diligentiache vi fu usata, si come del tutto ne diedi particolar aviso a Vostra Serenità; il qual Colonel Moreto è devotissimo et affettionatissimo servitore di quella Serenissima Republica, havendolo conossuto operare in servitio suo con ogni affetto di cuore. Ho medesimamente havuto il Colonel Francesco Giustiniano Genovese, huomo de grandissimo valore, il quale havendo tratenuto li suoi soldati sei mesi continui senza paga et in tempo che si mangiava il pane de formenti guasti, che furono condutti de Sicilia l’ani passati, questo ato solamente, oltra molti altri degni di laude, lo deve far riputar da Vostra serenità per huomo che habbi pochi pari, il quale vedendomi alcuna volta travagliato, si come ben spesso mi si trovava della persona del sudetto Conte Zuan Maria non le dirò altro, salvo che essendo esso stato eletto per colonello dal eccelentisismo Proveditor general Cavalli, crederia che fusse servitio publico che esso fusse confirmato da quel eccelentissimo Senato, pelcioché la collocheria la gratia sua in gentil huomo meritevole et che si contenterà d’ogni piciola recognitione.
Vostra serenità mi diede per secretario messer Zuan Paulo Dardani, il quale ha tanto in questo tempo avanzato nella conservatione de soldati de honore, che le prometto che la potrà servirsi in ogni occasione del’opera sua et la ne riceverà segnalato servitio, il quale fra l’altre buona parti che ho conossuto in lui, ha havuto questa che non si ritrova così facilmente in ognuno, che non ha mai voluto pagamenti da alcun soldato per qualsivoglia scrittura che habbi fatto et nel maneggio delli rolli è stato tanto legale quanto altero ch’habbi fatto questo esercitio, non si sparagnando d’andare in persona insieme con il contadore a pagare li soldati ammalati negli allogiamenti loro, affine che la Serenità vostra non fusse defraudata; il quale havendomi servito bene et honoratamente lo raccomando quanto più che posso alla Serneità vostra, affermandole che tutto il favore che sarà conferito nella persona sua lo riceverò per singolarissima gratia.
Né si troverà in Camera fiscale della Cania né altrove, che per viaggio c’habbi fatto, due volte alla Sfacchia et molti lochi per servitii publici et specialmente essendo sta molti giorni a Rettimo per armar quelle galie, ch’io habbia havuto pur un quatrino, essendo il solito che per così fatti effetti si diano [spazio nel testo] e tre cecchini al giorno, anzi occorendo di spedire qualche fregata, con l’esempio mio, molti particolari si contentavano de dar fuori ognuno la parte sua, affine che la sua Camera non havesse tanto interesse. Testimonio delle qual cose mi sarà in particolar il clarissimo messer Bernardin Lippomano, già rettor della Cania, il quale havendo rinunciato il suo Regimento hora se ne viene a suoi piedi et essendo io stato sempre con sua magnificentia [?] unito et amorevole, riverentemente le dico che se esso non fusse stato travagliato da gotte et d’altre indispositioni, che l’hanno tenuto per il più nel letto, s’haveria riceputo segnalato servitio et la dove che per così fatti impedimenti egli non si poteva adoperare, supplivano li magnifici suoi consiglieri; et così come io non ho sparagnato né alla mia vita per servirla né alla mia borsa per honorarla, così la ringratio senza fine dell’essersi degnata de valersi della persona mia in questo regimento di Candia tanto importante, nel qual ho già dato principio d’adoperarmi insieme col clarissimo Proveditor general Venier, promettendole che con Sua signoria clarissima et con questo clarissimo Reggimento, non solamente sarò, si come è mente di Vostra serenità, unito et amorevole, ma ancora obedientissimo in tutte l’occasioni che mi si rappresenterano; alla buona gratia della qual humilmente et riverentemente mi raccomando.
Di Candia li 25 di ottobre 1572
Devotissimo et humilissimo servitor di Vostra serenità Luca Michiel capitano
1575 Luca Michiel Provveditore generale di Candia
AS Venezia, Collegio, Relazioni, busta 78
Relatione del clarissimo signor Luca Michiel ritornato di Proveditor general di Candia l’anno 1575
Serenissimo principe. Rendo infinite gratie alla maestà de Dio signor nostro, alla cui bontà è piacciuto ritornarmi vivo e salvo alla patria, et infinite ne rendo alla Serenità vostra, che si sia degnata di richiamarmi a i piedi suoi dalle fatiche et travagli di 64 mesi continui, che ho con diversi carrichi passati nel suo Regno di Candia, fermo propugnaculo della christiana Republica et principal sostegno di questo serenissimo Stato. Et perché sogliono tutti i ministri et rappresentanti della Serenità vostra,, per debito et per invecchiata consuetudine, darle diligente et particolar conto de i maneggi et attioni loro, acciò che con tanto maggiore et più accuto stimulo siano eccitati et infiammati alle opere della virtù, quelli che hanno a reger et governar i luoghi e sudditi suoi. Io hora che in questo religiosissimo sacrario, nel conspetto della Serenità vostra, debbo parlar dell’operation mie et di tutto quello che mi è passato per mano, mentre ho havuto la custodia di quella importantissima isola come Proveditor general, quanto più brevemente et ordinatamente potrò, andrò raccontando et discorrendo tutto ciò che sarà da me giudicato degno delle sue occupatissime orecchie et necessario circa il mio governo et al stato di quelle fortezze, con certezza che essendo ella del buon et pronto animo mio molto prima che hora informata di quanto haverò mancato per beneficio et commodo suo, sarò per trovar appresso lei quella ragionevol difesa et scusa che haverà meritato la povertà delle forze mie et la difficultà de i negotii; et se alcuna cosa sarà che corrisponda all’espettation sua, di tutto si deve la gloria a Dio, come padre et singolar protettore di questa Santa Repubblica et auttor di tutte le buone opere. Et quantonque io habbia di tempo in tempo con mie lettere dato minutamente conto a Vostra serenità de i progressi del mio carrico, secondo che essi caminavano inanzi, di maniera che poco doverebbe restarmi a dire, tuttavia ripigliando quanto le ho scritto con diverse occasioni et diligentemente raccogliendolo in questa carta, da novo le rappresenterò i successi delle cose passate et la somma de i negotii con ogni sincerità et con tutti quei particolari, che conoscerò non esser superflui né poco relevanti alla presente relatione. Con allegro animo donque Prencipe serenissimo, padri illustrissimi et sapientissimi accettai sopra le mie debole spalle il grave et faticoso peso di Proveditor general dell’isola di Candia, essendomi stato ciò commesso dalla Serenità vostra et adi 22 marzo 1573 mi fu renontiato il luogo dal quandam clarissimo messer Daniel Vaniero mio precessore; et io consegnai il mio di Capitano a Sua signoria clarissima che intrò il giorno seguente Duca; et con tutto che la guerra più che mai ardesse et quel Regno fusse in gran necessità de tutte le cose necessarie alla conservatione et difesa sua, come poco più a basso le dirò, desiderando non dimeno io di dar quel raggio alla Serenità vostra di me, che deve ogni buon cittadino verso la Patria sua, mi disposi con tutti li spiriti alle provisioni et a i remedii che si poteano haver nel mezzo della strettezza et povertà nostra, accioché in ogni occasione, quando inimici havessero voluto darci molestia, dalla parte nostra non si fusse mancata ogni possibil diligentia, per honor et conservatione di quell’importantissimo Regno. Trovai ch’l detto clarissimo Veniero havea bene et ordinatamente maneggiato la sua provedaria et che nelle cose publiche s’era portato con molta sincerità et carità et havea dato di sé all’isola et a i soldati mirabil sodisfattione del suo prudente governo. Havevo in quei di che entrai Proveditor finito di metter insieme quei galeotti, che si poterono haver dal territorio di Candia et di Scithia, in poco spatio di tempo come capitano dell’isola, del quale quello è proprio et particolar carrico, né starò hora a dire con quanta fatica et difficultà ciò mi succedesse, né meno dirò con quanti artificii et con quanta destrezza mi sia bisognato provider con quei nobili et paroni de casali, per haver i loro huomini al servitio della galea, ma mi contenterò di quello ch’haverà inteso la Serneità vostra da altra parte et spetialmente dalle lettere del clarissimo Proveditor Quirini, il quale coll’occhi proprii vide molte di quelle angustie che provavo per condur a fine quel negotio, che dall’eccellentissimo General Foscarini era stato a quei signori di Candia et a me con tanta caldezza raccomandato; dirò bene che alcuni cavallieri, con tutte le amorevoli persuasioni che li furno fatte, non sol mi davano estremo travaglio non si curando di farmi venir i lor contadini, come è l’ordinario. ma nascondevano et davano campo da fuggir a i falliti, de i quali gran copia se ne trovava all’hora in quelle montagne, et usavano tutti quei stratagemi che erano possibili per salvar i loro cassaliotti. Consignati con tutto ciò 670 buoni huomini da remo al detto clarissimo Quirini, il quale nelli ultimi dì di detto mese di marzo, subito che ritornò de arcipelago, dove era andato per pressidiar l’isola di Tine et per haver qualche huomo da remo, si parti dal porto di Candia per armata et furno cavati da i doi territorii sopra nominati, con quella diligentia che ricercava l’importantia d’una tanta materia et le commissioni dell’eccellentissimo generale. Si trovavan come ho predetto quelle fortezze poco guarnite, in faccia a un subitaneo nemico, et in molto bisogno d’ogni cosa et si stava ogni dì aspettando che dalla Serenità vostra et da Sua eccellenza ci venissero sufficienti pressidii per la salute loro et nostra. Et quelli che venivano erano così pochi et così scarsi a tanti nostri mancamenti, che non prima si vedevano scarricati che erano insieme insieme [ripetuto nel testo] consumati et dispensati. Non si trovava nel publico fontico della città di Candia, che per il più sempre [?] sostentò la Canea, la Suda et gl’altri luoghi del Regno, formenti più che per pocchi giorni et certa poca quantità di biscotti. Di gente da combattere non havea fortezza alcuna la metà del suo bisogno, eccetto quella della Suda, per servitio della quale si semo sempre spogliati volontariamente et quelle publiche Camere sentivano tanta strettezza et calamità de danari, et spetialmente de cecchini et di buona moneta, che se bene la ceccha batteva continamente cavalline et perperi, non si poteva però supplir a i pagamenti delle fanterie et alle spese delle fabriche, se non con i denari che di giorno in giorno s’andavano togliendo a cambio da persone particolari. Haveano quelle fortezze in molte parti bisogni di esser accresciute et assicurate et spetialmente la Canea et nel porto della Suda si levorava con molta diligenza, trovandovisi continuamente presente l’illustrissimo signor Latino Orsino, il quale postposta ogni sua commodità, havendo il servitio di Vostra serenità inanzi gl’occhi, si era ridotto ad habitar sopra quel sasso nel tempo dell’inverno, con tutta la sua corte, et ivi con assidua cura et vigilanza attendeva all’accrescimento di quella fortezza, accioché per tutto’l mese di marzo, overo ne i principii d’aprile, dubitandosi che l’armata Turchesca non venisse a danni di quell’isola et fusse per alloggiar in quel porto, più che in altro luogo, essa podesse trovarsi in defesa et in termine de offender i vasselli nemici che havessero voluto entrarvi, il che per gratia d’Iddio, co’l valore di quel signor successe assai felicemente, di maniera che con l’artiglieria che vi era stata condotta sin nel tempo del detto clarissimo mio precessore, non si dubitava che l’una et l’altra bocca non fusse difesa, per quanto s’apparteneva all’officio di detta fortezza. Nella città di Candia et a Paleocastro parimente, per li sospetti galgiardissimi di quell’anno, non si cessava di far lavorar con molte opere, e perché gl’uomini del paese, che per angaria sono venuti a servir alle fabriche in ogni parte dell’isola, per una certa limitata et debil mercede, non venivano se non con molta difficultà et in poco numero. Et quei signori di Candia et io andavamo, co’l consiglio del sudetto signor Latino, considerando che una fortificatione di tanta importanza haveva bisogno di non mediocre prestezza, si concluse fra noi che con così poche forze non si haveria havuto modo, se non con molto tempo di riparar in alcuni luoghi deboli et pericolosi, come è la parte di San Francesco, alla qual soprastava … [puntini nel testo] passa lontano il monte di San Dimitri, che è hora ridotto in un bellissimo forte di terreno et che però si doveva co’l danaro suplir alla calamità nostra, onde furno fatti andar i soldati alle fabriche, i quali con honesto pagamento ridusserno in poco tempo il detto forte in difesa et assicurorno quella importantissima parte della città, che da una valle sottoposta al monte, capace per alloggiar un grosso esercito, et dal monte sudetto, che l’era superiore, poteva recever travaglio d’importanza, quando egli non fusse stato tolto al nemico et fortificato nel modo che si vede al presente, Di queste difficultà et di quanto occorreva alla giornata ho dato io per mie lettere particolar conto alla Serenità vostra et all’illustrissimi signori Capi di dieci, come feci per le mie di 29 di marzo; et rappresentai in quei medesimi giorni all’eccellentissimo general Foscarini le nostre miserie, chiedendo a Sua eccellenza soccorso di gente, di biave et di quello che si poteva aspettar dalla sua mano, il qual per certo, oltra all’haver scritto efficacemente al Regazzoni di Messina per formenti et fattane venir buona quantità, non manco mai a quell’isola di quello che puote far in servitio et conservation sua, havendo spetialmente mandate il generale inanzi sotto’l governo del clarissimo proveditor Quirini molte insegne di fantarie vecchie, la maggior parte delle quali era consumata nelle fattion dell’armata. Molte delle nostre afflitioni si risolvenno per necessità con la forza del danaro et di questo, come ho predetto, ne havevimo tanto poca copia, che mi trovavo io, al quale davano doppia nogia et per il carrico che havevo et tanti impedimenti ben spesso a cativo partito, perciò che si trovava talmente esausta l’isola de argenti, che non se ne potevano trovar se non ad altissimo prezzo, per servitio della ceccha, la qual si può dir che sia stata la salute di quelle fortezze, né si sarriano trovati così facilmente danari a cambio, quando la moneta che si spendeva, che erano cavalline et perperi, havesse havuto corso altrove, essendo che quei che sborsavano danari in quelle Camere, si dolevano altamente che le loro lettere di cambio venivano loro in questa città tratenute et poste in difficultà, ma perciò che bisognava che per forza riuscissero di quelle monete, che non si spendevano altrove che in Candia, spetialmente i mercadanti le lassavano in Camera per ricuperar poi de qui tanti buoni danari; et quando Vostra serenità non havesse sentito dalle dette cavaline altro beneficio (che ne ha sentito molti) questo solo, che non mancavano danari per le fanterie et per le fabriche co’l mezzo de cambii, non giudico che sia di poca importanza. In questo stato si ritrovano le cose di Candia, quando essendosi inteso da lettere del clarissimo Bailo di Constantinopoli et da riporti di schiavi fuggiti et d’altri, che Turchi preparavano grossissime espeditioni d’armate et di gente, con dissegno d’andar sopra quel Regno; et considerando io che se si doveva prohibir lo sbarcar nelle parti aperte dell’isola a Turchi, come si doveva per ogni ragione, era necessario per tempo metter in campagna qualche quantità de zente insieme et opporsi alle forze Turchesche et perché i rispetti maggiori erano verso la Canea frontiera del Regno et fortezza per imperfettion del sito poco sicura, le principal provisioni doveano esser apprestate in quella parte per il pericolo imminente ad un luogo di tanta importanza, mi risolsi co’l parer de quei signori et dell’illustrissimo signor Latino, che era alla Suda, di cavalcar a quella volta et ammassar quel maggior numero de contadini et genti da combatter che mi fusse stato possibile, con animo di ridurmi con essa et con i soldati delle ordinanze in campagna, benché si sentisse gran stetezza di pane, et aspettar con buon cuore il nemico, per interzarle poi in occasion di bisogno con le genti Italiane, et far tutto quello che ricercava il mio carrico, in honor et servitio della mia Patria et difesa d’una tanta isola; havendo havuto da i principali della Canea prontissima promessa, che in ogni caso mi harebbeno seguitato et favorito; et havendomi qualche giorno prima dato i Sfachiotti ferma parola di far allegramente l’istesso, et che 300 eletti huomini ben armati (che tanti poco più, poco meno si cavano di quel paese) quando havesse voluto far loro un salvo condutto dal bando, che il quandam clarissimo Cavalli havea loro dato, si che la causa fusse stata definita dall’eccellentissimo General da mar, sarebbeno sempre stati pronti con la vita a tutte le fattion in favor di Vostra serenità, il qual partito non mi parse che in quei tempi si dovesse punto refutare et così feci quanto voleano, creando appresso i capi di loro medesimi per schivar la confusione, parendomi ch’essi non meritassero il nome de ribelli che era stato lor dato, et che essendo bellicori et molto obedienti a miei comandamenti, si come essendo Proveditor alla Canea n’havevo fatto prova, si dovea con tutti li spiriti procurar il loro braccio in ogni occasione d’importanza; et così adì 8 maggio doppo fatta una general mostra della cavalleria di Candia et fatto scelta de i megliori cavalli, lassata la custodia della città al clarissimo Capitano Basadonna, che era in quei di venuto al suo regimento con li ordini opportuni alle difese di quelle muraglie, se’l nemico si fusse mostrato inclinar a quella parte, mi messi a cavallo per la Canea, et nel viaggio passando per Rethimo, luogo et arso et rovinato da Turchi l’anno precedente. Lassai a quel clarissimo Rettor di quella città et gentil huomo diligentissimo alcuni avertimenti, di che havesse potuto valersi se Turchi venivano all’impresa di quell’isola et alcuni ordeni molto necessarii circa la cavallaria e i soldati dell’ordinanze et altro, che concerneva la salute et consolatione di quella città desolata et misera. Arrivai adi 12 di maggio alla Canea et subito con quelli signori clarissimi et co’l detto signor Latino, che venne a incontrarmi, trattassimo di remediar quanto si poteva a i defetti di quella fortezza et di spedir quei gentil huomini fuori per ammassar genti, con le quali si havesse potuto prohibir il smontar all’armata Turchesca; et si fece mostra general de i soldati dell’ordinanze di dentro et di fuori, li quali si ritrovorno in bonissimo stato et molto ben armati et disciplinati et feci attender a quei preparamenti da offerta et da difesa, che ricercava la brevità del tempo et l’importanza d’un tanto negotio. Trovai fra gli altri il clarissimo Proveditor Cigogna pieno di una buona et pronta volontà et tutto ardente nel servitio di Vostra serenità, si come il Conte Giovan Maria Martinengo governator di quella città si mostrava caldo in esequir le nostre commissioni. Poco inanzi ch’io mi partissi di Candia, havendo a cuore la difesa delle marine et la immunità di quei fideli sudditi di Vostra serenità, spedii il Capitano Curtio Sciro governator all’hora de tutte le cernede del Regno et soldato di molto valore, et in questa profession consumato et esperto, alla volta di Schithia et gli diedi ordine secrettissimo che rivedesse quelle ordinanze et ne facesse la mostra, con lassar commissione che fussero continuamente tenute esercitate da chi n’havea il carrico; et io poi havendomi esso riferito al suo ritorno che non erano armate et che per mancamento di polvere et di corda non erano amaestrate secondo’l bisogno, feci provisione di quanto egli mi reicercò et inviai a quel magnifico Rettor spade, archibusi et tutto ciò ch’era necessario; et scrissi a Sua maestà [?] facesse osservare a quelli soldati di Gerapetra i loro privileggi et immunità, che godono dalla benignità di questa Serneissima Republica, et tenergli all’ordine, perché ad ogni mia richiesta si fossero potuti trovar dove volevo io; andorno anche in quell’istesso tempo di ordine mio fuori della città alquanti nobili et principali cittadini, eletti da me per far una diligente discretione de i megliori et più atti all’arme, et l’istesso diedi commune.te [?] che si facese a Rhettimo et alla Canea, come ho predetto; fermato ch’io mi fui doi giorni alla Canea, passai co’l signor Latino alla Suda, et havendo trovato che vi si lavorava con molta freta et che quel signor l’haveva talmente assicurata, che non se ne poteva aspettar travaglio d’importanza, doppo haver reveduta quella militia governata dall’collonello Piero [?] Conte Habuccio (devotissimo servitore di Vostra serenità, di gran merito per la servitù prestatale nell’infelice Famagosta (nella quale quello restò schiavo) et in ammenda) fatta esperienza di due pezzi d’arteglieria, li quali furno sparati dalla parte lontana dalla fortezza 300 passa et dati alcuni ordeni al magnifico castellan Ferzo [forse Terzo] che si affaticava con molta diligentia alle fabriche et in ogni cosa dove si trattava del servitio publico in parti de la con l’animo riposato et contento, non sol perché il luogo era per sé assai sicuro, ma perché era in manco d’un governator d’honore et di esperienza che haveva prima che all’hora provato la bravura de Turchi, se preparavano le necessarie provisioni per la difesa universale, come ho predetto, et essendo in un medesimo tempo arrivate in quei porti diverse navi con soldati, munitioni et biave, et la nave Nana con danari et artegliaria grossa per la Suda, tutte quelle genti paesane et forestiere inanimite da tali pressidii, erano dispostissime di spender la vita allegramente per conservarsi sotto l’ombra et protettione di Vostra serenità, né vi volevano troppo stimuli per accender i cuori loro a prender l’armi, perciò che con molta prontezza si mostravano desiderosi di dar conto del loro ardire, quando adi 17 di maggio, cinque di doppo il mio gionger alla Canea a 4 hore di giorno, gionse una fregata spedita dall’eccellentissimo Generale con la nuova della pace conclusa fra Vostra serenità et il Signor turco et con sue lettere delli 2 d’aprile, che mi commettevano la regolatione delle fanterie italiane, cioè che ritenuti 250 fanti raffinati et buoni, li altri si licentiassero, per la qual cosa non si attrovando a quell’hora a quell’isola nave né vassello di sorte alcuna et consequentemente mancando il modo di poder dar passaggio a soldati licentiati, spedì subito la sudetta fregata a Sua eccellenza et la feci avisata di questo, pregandola ad inviar a quella volta qualche nave di buona portada che li capitasse dinanzi, accioché Vostra serenità tanto più tosto si fosse potuta sgravar della molta spesa che si faceva ordinariamente in pagar tanti fanti, il che gli repplicai ancho ne gli ultimi di maggio, havendo scritto l’istesso alli clarissimi Bailo di Corphu, Proveditor Quirini et Proveditor del Zante; et subito speditomi dalle facende che mi restavano a far alla Canea et segnate le compagnie et i capitani che si dovevano regolar ivi et alla Suda et cassati i più tristi, mi messi in viaggio per ritornar coll’illustrissimo signor Latino in Candia per far l’istesso. Prima ch’io mi partissi di la feci diramar tutti li vasselli da corso, che erano in quel porto all’ordine, per andar qual in armada et qual a depredar i luoghi de Turchi, secondo ch’havea per sue lettere commandato la Serneità vostra et fu sotto gravissime pene prohibito l’armar galea, né galeotta, né altro vassello da corso et fatto intender a tutti che se astenessero dall’inferir danno alcuno a sudditi et luoghi Turcheschi, né restò altro legno armado, salvo che una fusta del quandam messer Cesare Avogaro, la qual oltra che era mal in arnese, perché havendo praticato nell’acque di Cypro et di Soria luoghi suspetti di peste portava seco qualche dubbio, era stata sequestrata fuori del porto della Canea, fin che finisse la sua contumatia et si potesse dar libera pratica alle zurme. Gionsi nella città di Candia nell’ultimo del mese di maggio et subito trovandosi in quel porto 4 navilii che ivi erano poco prima arrivati, diedi principio alla regolatione, con la presenza et assenso del signor Latino sudetto, et così furno di la a pochi giorni sopra i detti 4 vasselli le genti imbarcate dell’illustrissimo signor Prospero Colonna insieme con alquanti altri soldati de diverse compagnie, alli quali fu donà una paga per uno oltra la provisione di bescotto, bevanda, manestra et altre cose necessarie al viver loro per il viaggio et il tutto feci co’l consiglio et parer di quei signori clarissimi, parendo a cadaun di noi che non vi si potesse far di manco di non dar questa poca sodisfattione a quei poveri soldati, li quali erano stati in molte occasioni d’una tanta guerra prontissimi colla vita et co’l sangue in servitio della Serenità vostra, et con questo avantaggio partirono sodisfatti et contenti, vedendo spetialmente che il medemo stile haveano tenuto in tempo di pace et quando le paghe della militia non erano più che 8 all’anno, li clarissimi Capitani dell’isola, che haveano il commando et governo d’i soldati inanzi che vi andassero Proveditori generali, et a 20 di giugno partirno di quei porti per venir a drittura in questa città, se ben poi (come più a basso discorrerò) i venti gagliardissimi da Maestro, Tramontana rinfacciorno le navi con molta violenza, non sol le trattenero in quei mari i mesi inieri, ma travagliarno tanto un galeone che gli fu forza dar in terza nella spiazza di Gerapetra, con pericolo d’una nave ch’andò Sottovento del’isola, essendogli mancato il viver per la longa et nogiosa navigatione, di manera che essendo poi arrivata al Furlani fusseno astretti a darli aiuto di pane, di danari et d’altro; scrissi al clarissimo Proveditor di Cerigo che fatta scelta de 100 buoni fanti licentiasse con la prima occasione il resto et che a Tine ne fussero tenuti solamente 50 et che gl’altri s’inviassero in Candia, dove haverei dato loro passaggio et il tutto co’l parer del signor Latino. In questo tempo di mezzo doi inaspettati accidenti travagliarno assai tutta quell’isola: la peste che si scopre a Scithia et la presa di alquante anime che fecero X fuste turchesche del territorio della Canea dalla banda de mar, le quali non contente di questo passorno ancho nel luogo detto la Messarea per depredare et rubbare, secondo il solito de corsari, ma furno dalle genti del paese con molto valor ributate con riputation loro, havendo ricuperato alquante donne et putti et feriti et morti al quanti Turchi. Al mal contagioso che tuttavia cresceva, furno procurati tutti i possibil remedii et il clarissimo Capitano Basadonna cavalcò in persona a questo fine sino a Gerapetra et perché il magnifico Rettor di Scithia stava in termine di morire da doi carboni, che se gli erano scoperti, scrissi a quei Capitani che insieme co’l Vicerettore havessero cura del luogo et tenessero buone guardie, acciò che non si desse pratica a i sani, né si lassassero uscir gl’infetti, havendoli ancho inviato medici, medicine, aceti et vini et altri apprestamenti, di che havevano molto bisogno; et con la gratia della Divina maestà tali furno le provisioni che si fecero, che il detto magnifico Rettor guarì et con morte ancho de pochi il luogo fu in pochi giorni del tutto liberato; et quantonque questo fusse non piccolo affanno, l’insolentia de quei corsari mi teneva grandemente solecito, trattandosi della consolatione universale di quei popoli et essendo occorsa in tempo che noi tutti havevimo l’animo afflitto dalla repentina contagione, che da i vasselli da corso de nostri era stata attaccata miseramente in quella più debol parte dell’isola, per la qual cosa spacciai subito a Gerapetra il Governator Curtio Sciro dell’ordinanze con 50 fanti Italiani et con tutti quei Stradiotti et a Preotissa [?] castello di Candia, posto alla marina in una bella e fertil campagna, mandai con 300 archibusieri il Collonello Leon Rumasrato [?] da Pesaro che al presente serve Vostra serenità come governatore della Suda, con molta sua lode et beneficio di quella fortezza; et diedi tali ordini all’uno et l’altro, che quelle genti restarono contente et sodisfatte et insieme insieme [ripetuto nel testo] scrissi al clarissimo Bailo di Constantinopoli che operasse a quella Porta, che essendo buona amicitia fra questo Serenissimo Stado et quella maestà non volesse permettere che un’isola amica fusse messa a sacco da suoi pirati et huomini di mal affare, portando i nostri all’incontro ogni rispetto a i luoghi e sudditi suoi, onde già s’erano desarmati tutti i vasselli da corso, in gratia sua per commissione di Vostra serenità spedite che furno le genti del signor Prospero Colonna, che ho di sopra narrato, sopragionsero alla Suda due grosse navi Bona et Trincavella, mandate dalli clarissimi Bailo di Corfù et Proveditor Quirini et alla Fraschia arrivò la Barbaza spedita dal clarissimo Proveditor del Zante, per il che in pochi giorni furno fatte partire con quel numero de soldati che poteano capire, per i quali fu fatta l’istessa provisione di paga et di viver che havevano havuti gl’altri. Li 4 primi naviglii fra tanto, continuando tutta via i Maistrali et Tramontana […], potevano andar inanzi, anzi essendosi partiti et 4 volte dalla Fraschia, altre tante doppo esser state cacciate in arcipelago et a Spinalonga furno forzati a ritornarsene, di maniera che havendo consumati i biscotti et l’altre provisioni da viver, mi convenne sovenir i soldati di pane et di danari per altri 15 giorni et la nave Poza Pericchia, essendo andata Sottovento dell’isola consumò molto tempo in circondarla et finalmente essendo capitata alla Sfachia et poi al Furloni [?] in molta strettezza di vettovaglie, fu dal clarissimo Proveditor Cigogna aiutata di vettovaglie et io di Candia, con consiglio di quei signori, gli mandai legumi et formagio 300 ducati, perché fussero dispensati a quei poveri soldati, de i quali ne erano per il patimento del viaggio alquanti amalati et tutti scelti et ridotti in miseria, havendo consumato le paghe che hebbero in Candia molto tempo prima, essendo stati più di 70 giorni al viaggio, sbarorno in quei di nel territorio di Scithia 4 fuste et una galea Turchesca et presero alquanti huomini in quei casali, per il che havendo doi mesi prima fatto l’istesso nelle parti della Canea quell’altri vasselli armati, che ho detto di sopra, ricordai riverentemente a Vostra serenità per le mie di 31 luglio, che giudicavo servitio publico per conservatione et sicurtà di quei suoi fideli sudditi, che fusse tenuta in quell’isola una guardia di 10 galee, percioché visitando esse l’isola et fugando i corsari haveriano potuto sollevarla dalla molestia et incursioni loro; et oltra che le marine sariano sempre state sicure, alcune campagne ancho, che per timor de simil gente non erano coltivate, non volendo persona alcuna de gli isolani habitar in quei luoghi pericolosi, si sariano con questo mezzo seminate et cavato di esse quel frutto che altramente era perso, essendo il mancamento di biave uno d’i più importanti che senta l’isola di Candia, poi che tutto ciò ch’ella produce, non può mai supplir al bisogno de gli habitanti, che sono in grosso numero, come le dirò poco più a basso. Mentre che io attendevo alla regolatione et a spedir con i soldati licentiati i vasselli che mi capitavano inanzi, me vennero lettere da Gerapetra che un galeone detto d’i Nufri carico de fanti, havendo preso il viaggio di Levante per andar Sottovento, si come havevimo concluso col parer de periti che dovessero far tutti quegli altri navilii, doppo haver molto travagliato et essersi aperto da basso poggiò alla spiaggia di Gerapetra con pericolo de tutti i passaggieri, che conduceva doppo haver consumato il biscotto et l’acqua, per il che mi mandarno a dimandar aiuto di pane et di danari, affermando che’l galeon non si poteva navegare et che era troppo pericoloso a far si longo viaggio, rispetto a una falla dalla qual usciva tant’acqua che non si poteva finir di seccar, onde subito spacciai i protti de marengoni de l’arsenale a quella volta, con commissione di veder di ricuperar il detto galeon, accioche potesse andarsene al viaggio suo; et essi vedutolo et ricercatolo minutamente poi che furno ritornati, deposero con giuramento, che esso stava in tal termine che non era da fidarsene senza esser diligentemente acconciato et io sotto mie lettere di 2 di settembre mandai a Vostra serenità copia della loro depositione et perché vi voleva molto tempo et quei poveri soldati erano in estrema necessità, spetialmente in quel luogo deserto, et tutti afflitti et consumati dal travaglio del mare, mi risolsi con consiglio di quei signori di farli passar tutti in Candia, finche’l galeone si finisse d’acconciare, il qual fu condutto meglio che si puote in quel porto et cominciato a lavorargli intorno con molta diligentia ne fu possibile che potesse esser espedito prima che il mese di novembre per la molta fattura che bisognò farli intorno per assicurarlo et a i 2 di decembre si partì con la sua portion de soldati. Tutte queste difficultà et impedimenti, Principe serenissimo, si come a me et a quei signori tutti hanno dato infinito molto disturbo et travaglio d’aiuto, così mi duole che habbiano portato alla Serenità vostra estraordinaria spera et gravezza, non sol perché si convenne radoppiar a quelle navi la provisione de danari et de vettovaglie, ma ancho quanto più tardavano a comparer in questa città, tanto maggior veniva ad esser l’interesse publico rispetto a i nolli loro et alla spesa che facevano i soldati nel viaggio, oltre che essendo quel Regno, come ha inteso Vostra serenità dalle lettere nostre, molto povero de danari et spetialmente de cecchini, de i quali quella poca quantità che si trovavimo havere si conservava per comprar formenti, se ne fussero venuto di Turchia, il dover con nove spese debilitar quelle Camere ci portava incredibil nogia et dispiacere; si aggiongeva a questo la molta penuria di biave, che ne i principii del mese d’ottobre si [?] cominciò a far sentir et quantonque il bisogno della città di Candia, che è metropoli et capo principal dell’altre, tenesse tutti noi in gran pensiero, non havendo all’hora modo di riparar alla futura fame, che si vedea dover venir per la sterilità dell’anno, ne aspettando aiuto da altra parte salvo che dalla Serenità vostra poi che Turchi non si lasciavano con loro vasselli veder anchora in quei mari [?], il bisogno tutta via de l’altri luoghi dell’isola, che senza il braccio nostro stavano a cativo partito, ci affligeva grandemente, ma spetialmente la Canea et la Suda, fortezze principali et di somma importanza, delle quali essendo stata a me in particolare come Proveditor generale da questo sapientissimo Senato commessa la cura, può pensar Vostra serenità con qual animo et con qual affanno io vivessi di continuo, poiché levar il formento da un luogo per metterlo nell’altro era materia odiosa et di poca sodisfattione alli interessati et il lasciar consumarsi di disaggio quelli che ne havevano maggior strettezza, era cosa empia et inhumana, per il che io, se ben combattuto fra tanti dubbi, giudicai finalmente convenirsi all’obligo mio, che per conservatione delle fortezze non si mancasse loro d’ogni possibil presidio et così ho di tempo in tempo sumministrato, dove ho veduto ricercar il bisogno, quella poca parte che da Dio era mandata in Candia, né mai ho consentito che la Suda in particolar patisse, né sentisse strettezza di pane, ma ho voluto ch’essa n’havesse oltra il suo consumo sempre qualche quantità d’avantaggio; et se non che la infinita benignità di Nostro signor Dio protettor de buoni et religiosi principi, mando nel porto di Candia una grossa somma de fasuoli che da sudditi del Signor turco erano cavati d’arcipelago et condortti con barche a quell’isola, con i quali le povere persone potevano accommodarse et passar la vita, se ben si vendevano ad altissimo prezzo, non so come saria stato possibile supplir alla necessità di una tanta isola, poi che la Serenità vostra non poteva così facilmente soccorer, così per la distantia di tante miglia, come perché le conveniva procurarci i formenti ne i paesi d’altri. De i detti fasuoli si fornirono non sol le persone private, ma ancho il publico, perciò che ne fu comprata una buona quantità che poi insieme con alcuni formenti mandati dall’eccellentissimo Generale nel tempo de i gran bisogni, che furno del mese di gennaro et di febraro sussequenti, ci fu d’infinito sollevamento, spetialmente in servitio della Canea. Mentre io vivevo in questo travaglii piacque a Dio et alla Serenità vostra di consolarmi con la tanto da me desiderata licenza di repatriare, la qual hebbi adi 14 d’agosto con mia infinita contentezza, essendo stata spetialmente accompagnata dalla bengnità di questo eccellentissimo Senato (che non pretermette niun honorato officio in riconoscer i suoi devoti et fedeli cittadini) con parole piene d’amore et d’honore et degne della sua incomparabil grandezza a favor et ornamento della persona mia, di che a Vostra serenità (et a voi padri illustrissimi) resi mie lettere, rendo hora et son per render sempre infinite et immortali gratie et perciò ch’io non potevo partirmi (secondo la sua commissione) di quel Regno, se prima non s’intendeva che l’armata del Signor turco havesse passato Capo Malio, non potei far quanto era desiderio mio, che saria stato d’imbarcarmi subito et venir a i piedi suoi, onde havendo poi tardato l’armata sino a gli ultimi d’ottobre a ritornarsene et essendo sopravenuta la stagione dell’inverno, piena di difficultà et pericolosa per la navigatione, non mi parve di commettermi alla discretione de i venti et de i vasselli piccioli, che i megliori erano tutti partiti con moscati et stavo aspettando qualche buona occasione di passaggio, sinché essendo poi sopravenuti i sospetti dell’anno passato, come dirò più a basso, mi fu da Vostra serenità commandato che insieme co’l signor Latino mi fermassi in quell’isola, si come fece l’un e l’altro di noi. Con 4 over 6 vassalli, che carrichi de moscati partitono per questa città, furono quasi tutti imbarcati i fanti, che avanzavano dalla limitatione commandata dalla Serenità vostra et quelli che restorno doppo la partita del galeon di Nusri, che fu l’ultimo a levarsi, potevano esser 200 over 300 venuti da Tine et da Cerigo in più volte, i quali sariano stati parimente da me licentiati, quando io havessi havuto commodità de vasselli, desideroso di esequir gli ordeni suoi intieramente et con ogni diligenza, ma per questo rispetto convenni tratenerli fino alla prima occasione di passaggio, liberato ch’io hebbi quelle Camere dal peso de tanti soldati; et dato si può dire fine alla regulatione, mi volsi tutto co’l pensiero a sollevar di superflue spese la Serenità vostra, come richiedeva l’obligo mio et il servitio publico, per il che essendo restate ne i presidii di quell’isola alquante compagnie, che non eccedano il numero di 70 o 80 huomini per una, delliberai co’l consiglio dell’illustrissimo signor Latino fidelissimo et diligentissimo in tutte le cose che concernono il commodo et beneficio di questo Serenissimo Stato, che tutte le compagnie che dovevano restar in quelle fortezze fussero de i fanti delle più deboli accresciute et ingrossate sino al numero de 150 huomini per una et che i capitani che da questa regolatione avanzavano, fussero cassi et licentiati, perciò che oltre le loro provisioni et de ragazzi si guadagnavano anche i stipendii delli alfieri et sergenti, che era un sparagno de 54 et più ducati al mese per ogni compagnia; et havrei subito messo mano in questo negotio, quando come ho predetto havessi potuto dar passaggio a i capitani che fussero stati licentiati et parimente alli loro officiali, ma essendo sopragionto l’inverno et mancando la comodità di poterli imbarcare, non mi parve che fusse bene far nelle dette compagnie altra innovatione, fin che non si fusse presentata qualche occasine de vasselli, la qual non poteva tardar molto a venire et così lassai che tutti i capitani attendessero alle loro compagnie senza far alcun moto, poi ché non era ragionevole ch’essi stessero senza stipendio, non essendo imbarcati et havendo con la Serenità vostra molti meriti, parte per haver servito nell’armata sua nella passata guerra et parte in quei presidii honorata et fedelmente; et perciò che non si puote tenir tanto secreto questo mi dissegno, che non uscisse nelle piazze qualche voci, ch’io volevo ingrossar compagnie et regolar capitani, molti d’essi et spetialmente i vecchi ch’haveano picciole compagnie, si dolevano che in premio della loro longa servitù a questa serenissima republica prestata nelle sue più urgenti et più importanti occasioni si trattasse di lassarli in tempo che non trovandosi vasselli in quei porti erano forzati a spese delle lor borse trattenersi senza paghe, in un’isola così lontana dalle cose loro, dalle quali anche non potevano per la distantia de tanti miglia ricever né sperar aiuto alcuno né de danari, né di altro, regnando spetialmente una horrenda et general carestia de tutte le cose. Tanto maggiormente donque mi risolse di aspettar, che la stagione si radolcisse et che comparissero navilii per dar passaggio a i capitani che dovevo licentiare et ad alquanti soldati restati indietro dalla prima regolatione. In questo tempo di mezzo, ch’io attendevo ad imbarcar et licentiar le fantarie, i nobili et popoli di Scithia nel fine di settembre mi fecero con una loro scrittura grandissima instantia ch’io passasse in quelle parti insieme coll’illustrissimo signor Latino, percioché essendo i loro casali et habitationi esposte alle incursioni et robbamenti de corsari, desideravano per poter goder il suo quietamente, d’assicurarsi con qualche fortezza, proponendo alcuni siti molto commodi ad esser fortificati et offerendosi di contribuir buona somma de danari et d’opere per questo effetto, oltre che non essendo mai stati visitati da i clarissimi miei precessori, forse per le facende et impedimenti della guerra, haveano molto caro, ch’io inanzi’l partir mio mi fussi lassato veder in quei luoghi per loro contentezza et solevamento; perilché io subitamente risolutomi di sodisfar alla loro honesta instantia, desideroso anche di veder il posto di Spinalonga, la cui bocca sarà necessario che un giorno sia assicurata, si come è stato altre volte concluso da i suoi illustrissimi capi da guerra et in particolar dall’eccellentissimo signor Sforza Pallavicino in una sua scrittura, mandai al signor Latino la scrittura de detti nobili et scrissi al signor Cigogna che passasse in Candia, acciò che prima che i tempi si rompessero, havessimo potuto far quel viaggio, il che egli fece prestamente et così gionto che fu in Candia ero in procinto di montar a cavallo a questo fine, ma ne i primo di ottobre, quando apunto dovevo cavalcare, fui all’improviso assalito da una certa indispositione estraordinaria che per 40 e più giorni continui mi diede molto che fare et si può dir in un medesimo tempo il sudetto signor Latino (che sin all’hora non havea sentito in quell’isola una minima doglia di testa) cade amalato di una noiosa febre, che diventò poi terzana [?] et lo lasciò molto afflitto et consumato, di maniera che non essendosi potuto né rihaver, né uscir di casa, salvo che nelli ultimi di novembre et essendo sopravenuto l’inverno, che impedisce non poco il cavalcare, spetialmente per esser quel camino sassoso et pieno di precipitii, mi fu forza differir la mia andata fino a meglior tempi, con animo di sodisfare in ogni modo inanzi ch’io mi partissi di quell’isola, al desiderio di quelle genti, si come comprendevo al fermo che saria stato caro a Vostra serenità. Dopo questo havendomi dimandato più volte licenza di andar a rassettar le cose sue il Colonnello Piero Conte governator della Suda et continuando tutta via co’l mezzo et opera del signor Latino (il qual a bocca et per lettere ben spesso me ne facea gagliarda instantia) a pregarmi ch’io non lo volesse più tratenere, ma crearci uno in luogo suo accio ch’egli sbrigatosi da quel carrico havesse potuto prepararsi alla partenza, che dovea esser con quel signore al quale dalla Serenità vostra era già stata concessa grata et honorata licenza, vedendo io le cose di quel Regno all’hora quietissime et piene di tranquillità et pace, et essendosi havuto nova del ritorno dell’armata Turchesca a disarmare, mi contentai ch’egli si potesse partir al piacer suo, havendo inteso ch’era stato qualch’anno da Sua serenità privato della patria et della facultà per colpa di homicidio et che all’hora i suoi parenti trattavano la pace, co’l mezzo della quale erano per ottener la gratia di Sua beatitudine. Onde la presentia del Colonnello vi era molto necessaria, onde che havendo egli tanto utilmente et con tanta sua laude et interesse della robba et della vita a Vostra serenità servito nell’isola di Cypro et in armada et poi ancho alla Suda, nella fortification della quale havea fatto la parte sua et affaticatori con una buona et ottima vo [?] volontà, mi areva degno di tal gratia. Per la qual cosa trovandosi all’hora in Candia il Collonello Lion Rumassato da Pes.o [?] soldato di buon credito et per età sua di buona esperienza et che mentre son stato proveditor alla Canea, ha sempre mantenuto una elettissima compagnia de fanti in quel presidio, con la qual poi si guadagò un honorato nome in tempi che l’armata Turchesca venne a dar il guasto a quel territorio, essendo uscito fuori a scaramuzzar con Turchi in vista delle lor galee et mostratori coragioso et pieno di valore et atto in ogni carrico, deliberai con consiglio del signor Latino de darli il governo di quella fortezza, nella quale hoggi di si trova con sodisfattione universale et sua infinita riputatione, si come dalla bocca di Sua signoria illustrissima haverà forsi intiero la Serenità vostra. Adì 23 decembre gionsero nel porto di Candia, sotto’l governo del clarissimo Donado Governator de condennadi, le galee dell’isola a disarmare et con esse l’illustre signor Brunoro Tampechi da lei mandato Governator general di quella militia, la cui venuta non posso con parole esprimer quanto fusse cara al signor Latino, il qual cruciato et battuto non sol dall’infirmità passata, ma ancho da una fiera passione che sentiva per il mal dell’emoroide et stimulato da un prurito assai noioso, che gl’impediva il sonno et la quiete, non senza doglia di fianco, che poi con molta rabbia lo ha condotto a stretti passi (si come ho per mie lettere significato alla Serenità vostra) et tuttavia lo travagliava desiderava sopramodo di poter venirsene in queste parti per ricuerar la sanità et per conservar una parte della sua facultà, che a Roma era in difficultà et per la sua abondantia poteva patir qualche sinistro. Pertanto fu il signor Brunoro sudetto con doppia allegrezza, et dal suo precessore et da noi, raccolto et incontrato, perciò che non potendo quel povero signore per la sua indispositione operar quanto ricercavano i bisogni di quei tempi et quanto era desiderio suo, l’arrivo del suo successore ci fu molto grato; et così doppo haver con noi communicato gli ordeni di Vostra serenità, hebbe dal signor Latino la consegnatione del suo governo. Ricevessimo con quella occasione in lettere della Serenità vostra et delli illustrissimi sigori Capi di dieci alcune commissioni, parte delle quali, come la recuperatione delle cavalline et perperi di rame et il redur la militia da 12 a 8 paghe l’anno, portavano a quei signori et a me incredibil travaglio et missero in qualche confusione tutta quell’isola, perciò che i patroni di quelle monete haveriano voluto in cambio delle cavalline, che davano in Camera, fussero stati all’incontro rimborsati di tanta buona valuta, si come inanzi che si stampassero haveano havuto in promissione dal quondam clarissimo Cavalli mio precessore, che per servitio publico introdisse con prudentissimo fine questa nova commodità, senza la quale né egli né quelli che hanno successo a lui haveriano potuto sodisfare a i pagamenti di tanti soldati et a i bisogno di tante fortezze, et si dolevano che fussero astretti a tener i loro danari morti per dover poi cavarne una utilità, che non si sapeva anchora quale né quanta fosse, et spetialmente li mercanti che haveano la magigor parte del loro havere in cavalline, dicevano apertamente che girando il danaro nel modo che fanno, sentivano grosso pregiuditio mettendolo in quelle Camere et se volevano cambiarle in cecchini non si potea far senza molta perdita; i soldati da un’altra parte che essendo usciti fuori delle case loro per difesa et servitio di Vostra serenità et essendosi verso di lei portati bene et fidelmente, non meritavano quella ricompensa che fussero loro indeboliti i stipendii et se per il passato con le 12 paghe all’anno non si haveano potuto mantenere, poiché erano tutti scalci et mal in arnese, eccetto alcuni pochi che haveano alle fabriche guadagnato qualche cosetta et erano debitori in grosso a i loro capitani, molto meno speravano di poter resistere per l’avenire con le 8 paghe et che perciò overo fussero rimandati subito alle case loro (cosa che all’hora per la strettezza d’i vasselli far non si poteva, con tutto che da Vostra serenità fusse stata commandata) overo lassati continuar con i soliti pagamenti sin che fussero imbarcati, et quando né l’una né l’altra cosa far non si volesse, che fusse loro dato solamente il modo di vivere, che di paga non si curavano, dicendo che per ogni ragione non occorrendo a Vostra serenità valersi più di loro, dovevano con quell’istesso tratenimento esser ritornati alle patrie loro, co’l quale n’erano stati levati, et che se a lei pareva de restringer le spese de suoi presidii, a quei ch’havevano ad esser licentiati non doveano esser diminuiti i stipendii senza causa et contra le conventioni et patti conclusi quando furno assoldati per andar a defender et custodir i luoghi suoi. Queste nogiose voci, che ogn’hora spargevano quei popoli et quelli soldati (Prencipe serenissimo) tenevano gl’animi nostri in grand’affanno, perciò che da una parte erano appoggiate sopra salde et vive ragioni, et la povertà ci moveva a compassione, et dall’altra concorrendo le lettere et commissioni di Vostra serenità, noi suoi ministri altro far non potevimo che consolar questo et quello, che ci veniva dinanzi, et far con destrezza quanto ricercava l’officio nostro. Fussimo in longo ragionamento quei signori et io sopra la materia delle cavalline et ciò che si aggiongeva a questi un altro travaglio, che havendo molti scelerati stampato cavalline false et così simili alle vere che da esse non si potevano compitamente discernere, se non da i posi delli orefici che stamporono ne la ceccha di Candia, et fecero i cugni et impronti delle cavalline et perperi che vi si battevano, et dubitando noi che non se ne trovasse una grossa quantità, la quale facendosi buona a i particolari haveria portato pregiuditio alla Serneità vostra, si concluse fra noi, benché doppo molti contrasti, che le cavalline giudicate false da detti proti si dovessero tagliar senza che i paroni d’esse fussero reintegrati, da che nacque nella piazza un altro rumore, percioché molti poverelli che si trovavano haver nelle mani delle false, vedendosele tagliare senza lor colpa et convenendo perder per questa via le loro fatiche, si dolevano molto di questa deliberatione, nella qual però io per la parte mia venni [?] molto mal volentieri, perciò che vedendosi che la somma era pochissima, per la buona cura che si ha havuto in perseguitar i monetarii, et che pochi danari acquietavano quei tumulti, mi pareva offesa della maesta di una tanta Republica (che nelle occasioni di manco importanza non guarda a gettar via il suo) che le sostanze de gli huomini et in particolar de miserabili si dovessero dissipar in questa maniera, non essendovi causa urgente et havendo la Serenità vostra speso tanto tempo, quelle monete senza alcun minimo interesse et tanto maggiormente quanto nella recuperatione di quelle monete si spendevano i cecchini a perperi 24 e mezzo l’uno, che sono a ragion di Camera di Candia più di lire [?] 13 di queste, dove qui non voglino più de lire [?] 8 soldi [?] 10 et sino a quel tempo erano stati dispensati a soldati a perperi 20 l’uno, che è un accrescimento de doi mocenighi per ogni cecchino. Tutta via mostrandosi quei signori molto fermi in questa opinione, feci anch’io quanto volsero. In questo medesimo tempo si doveva risolvere la materia de i pagamenti della militia et perciò che dalle gravi querele de i soldati conprendevo un grandissimo sdegno ne gli animi loro concetto per questa alteratione de stipendii, perché si lassavano ancho intendere, che quando fussero stati astretti a pigliar le paghe nel modo sopradetto, che non havessero potuto sustentarsi, haveriano usato la forza et trovato da viver senza danri. Io dubitando che tra Greci et essi non nascesse qualche scandolo d’importanza, doppo haver fatto tutti quei offici che mi parvero necessarii, trovando che quella gente era molto irritata et commossa, co’l parer de quei signori et dell’illustrissimi Orsino et Zamperco, che ogn’hora mi raccomandavano la militia, mi risolsi che si continuasse a pagarla nel modo come prima si faceva, con ferma speranza che Vostra serenità si fosse poi dovuta contentare, che più tosto patisse il suo erario, che nascessero moti nelle sue fortezze fra due nationi diverse de riti et di costumi, et che per l’ordinario si amavano poco, insieme potendo molto ben per sua prudentia considerare, che non essendo il Levante più in quei termini ne i quali esser solea inanzi la guerra, per la moltitudine di gente forastiera, che in Candia spetialmente ha incarito ogni cosa, et ancho per le cavalline, le quali si come hanno introdutto molte corruttelle nelle mercantie d’ogni sorte di maniera, che non si possono più estirpare, così notriscono in quell’isola, benché non vi si spendevano, una insopportabil estremità. Le 8 paghe all’anno non potevano né possono bastare a i bisogni de i soldati, accertando la Serenità vostra che se non fussero state le limitationi, che si sono sempre fatte in gratia et servitio de i soldati de i grani, vini, ogli et formaggi, essi con le 12 paghe non si sariano già mai mantenuti, né voglio creder che mentre starà convenienti presidii nelle fortezze di quell’isola, come è necessario si come li dirò poi, sia per vendersi le robbe a meglior mercato, poi che essendo esse in mano di quei nobili et altri principali et dovendo il soldato a viva forza passar per le lor mani, non havendone da altra parte, convien che sempre le robbe vaglino assai, se forse non paresse a Vostra serenità di negar loro le tratte d’ogni cosa, overo conciederle con honeste conditioni et tali che i poveri soldati che stanno per la lor difesa in quell’isola, con tanto interesse del publico, possino vivere con la paga che ad essi sarà da lei assignata. Con la venuta delle sudette galee hebbi ordine dalla Serenità vostra, che desiderando essa l’indennità di quei suoi vassalli et che quelle marine fussero assicurate da corsari, che le infestavano continuamente, voleva ancor che si fusse rissoluta di mandarvi una guardia di 4 galee, che io insieme co’l signor Latino, overo co’l signor Brunoso, mi fosse conferito a quei luoghi che erano più facili al metter in terra de corsari, et poi datole conto della spesa che haveria potuto andare in far quelle torrette, over ridotti, che era desiderio suo per assicurar di dette marine, et di quei altri particolari che havessi giudicati necessarii, per il che mi aparecchiai subito per quel viaggio insieme co’l signor Latino et volevo farlo con le galee, per non dar alcun interesse a quei poveri casaliotti, i quali dalle cavalcate che si fanno sentono non pocho disturbo et gravezza, di che essendomi venuto all’orechi alcune querele, feci con l’auttorità del carrico datomi dalla Serenità vostra quella provisione, che da una scrittura che sarà nel fine della presente relatione registrare Vostra serenità potrà vedere, la quale se le piacerà che sia confirmata et si osservi, affermo che sarà di sollevamento et consolatione a tutta quell’isola; et in questo proposito non voglio lasciar de dirle, che essendo quei miserabili contadini molto esausti et poveri, si come i loro paroni commodi et danarosi per la guerra passata, et sentendo tutti, eccetto alcuni pochi privilegiati, tanti oblighi et tante angarie di fabriche, di galee et molti di guardie et d’altro, mi par che meritino d’esser sgravati da questa indebita molestia, essendo pagate le loro robbe, che si tolgono per forza a così basso et così vil prezzo, che hanno legitima causa di querelarsene, tanto più che le cavalcate che fanno i consiglieri et camarlenghi per l’isola, sono con interesse di quella Camera et con poco beneficio del publico, poiché i patroni delli formenti, de gli ogli et vini, fanno ogni cosa, perché non si vedano i fatti loro et per fuggir la giusta contributione delle loro entrate et quel che non danno per amore, raro o non mai vien cavato loro di mano per forza. Attendeva a mettermi all’ordine per far quanto ho detto di sopra, con fine di circondar et riconoscer con le galee l’isola et prender ogni minuta informatione et con quella occasione veder il porto di Spinalonga, visitar Scithia, si come desideravano quei popoli [?] et procurar che gl’interessati a i quali le dette torri doveano portar qualche beneficio, havessero contribuito quella portion de danari et huomini, che ricercava l’honestà et il commodo che sentivano li lor terreni da così fatta prudentissima provisione. Ma alcune lettere che a i 18 di gennaro recevì dalli clarissimi Ambasciatore et bailii di Constantinopoli di 5 decembre, che mi avertivano delle difficultà della nova pace, mi fecero lasciar da parte questo pensiero, et portarono a quei signori et a me molto disturbo, per la gran fame che sentiva all’hora quell’isola et perché essendosi disarmate tante fiorite galee di Vostra serenità et levati i presidii di gente veterana et finissima et per altre cause stavamo con grand’affanno de i successi delle cose, scrivevano quei signori che non possendo venir a fine di quel negotio, consigliavano che si tratenesse il signor Latino et tutte le fantarie che si doveano licentiare et che i corpi delle galee et altri vasselli da remo si facessero acconciare et tener all’ordine ad ogni buon fine. Onde io tratenni subito i soldati licentiati, diedi ordine che si attendesse ad accrescer quelle muraglie ne i luoghi più deboli, con quei huomeni di angaria che si potevano havere et con soldati, et che nell’arsenale si lavorasse intorno a i fusti delle galee dirarmate et perché il clarissimo Proveditor Cigogna era alla vella per repatriare, come quello ch’era stato molto tempo prima da Vostra serenità licentiato et s’era tratenuto alla Canea per strettezza de passaggi, come havevo fatto anch’io, mi disposi di transferirmi in persona in quella città, così per communicar quei avisi con Sua signoria clarissima et procurar che non si partisse, come anco per consolar quei poveri popoli et soldati, che dalla molta penuria di pane et della nova deliberatione di Vostra serenità circa li loro pagamenti, erano molto afflitti et commossi, ma prima che io partissi, fui a stretto ragionemento col signor Latino intorno al suo fermarsi in quell’isola sin che cessassero quei sospetti, ma egli sperando che a Vostra serenità non dovesse occorrer alcun travaglio di nova guerra et trovandosi a strettissimo partito per il suo mal di fianco et essendo arrivato il suo successore, desideroso di riveder le cose di casa sua, le quali per l’absentia sua stavano in disordine, mi rispose che voleva in ogni modo imbarcarsi et venirsene in queste parti, per la qual cosa lasciai in Candia quelli ordini che giudicavo necessarii per conservatione di quella città et carricate 3 galee di formento et orzo per la Canea, m’imbarcai sopra quella del clarissimo Proveditor Donado et doppo 5 giorni di venti contrarii arrivai alla Suda et alla Canea. Trovai quella città molto mesta et discontenta, poiché non haveva da mangiar se non per pochi giorni et s’io non li portavo quel poco soccorso de biave, erano quei signori astretti metter mano a i biscotti, si come fecero segno di estrema necessità. Si dispensava ogni matina a i poveri della città in un luogo serrato, quella poca portion di pane che comportava la strettezza di quei tempi, ma oltre che esso era tristo et di cativa mistura e picciolo, era anco in si poca quantità, che si partivano ogni matina 200 et 300 poveri miserabili senza poter haver un pane, perché dispensato che si era quello che era stato limitato, quei che restava bisognava havessero patienza et si partissero, con speranza di haver meglior ventura la matina seguente, il qual spettacolo (Principe serenissimo, padri sapientissimi) quanto dispiacesse a noi altri ministri vostri lasso che dalla prudenza Vostra sia consisederato [?] et tanto più quanto non si sperava aiuto da parte alcuna, salvo che doppo molto tempo, pensando noi che i soccorsi che haveria potuto mandar la Serenità vostra sariano venuti tardi et con qualche pericolo, se Turchi si fussero messi con una banda di galee in quelle parti per occupar i passi, feci con quelle genti quelli officii che mi parevano necessarii in tal occasione et con molte buone parole diedi qualche consolatione a gli animi loro. Parlai col clarissimo Proveditor Cigogna intorno a quelli avisi et feci officio con sua signoria clarissima che si tratenesse anhora qualche poco in quella città per consolatione et difesa sua, poiché ogni giorno venivano lettere et riporti de particolari che Turchi volevano pur tentar quell’impresa et che la guerra era rotta un’altra volta, ma non lo potei ottenere, perciò che havendo egli havuto la sua licentia di molto tempo prima et giudicando che quelle voci di guerra che andavano intorno non fussero vere, si risolveva di partirsi in ogni modo et l’haveria fatto quando non fusse sopragionta un’altra mano di lettere di 30 di decembre, di 10 di genaro de i clarissimi Baili, per le quali confermavano quanto havevano scritto per le precedenti et ricordavano che si tenesse l’occhi aperti, per la qual cosa poi egli et il signor Latino vedendo che le cose di quel Regno meritavano di esser havute in gran consideratione et che la prontezza vi era necessaria, conclusero volentieri et prontamente, l’uno in Candia, l’altro alla Canea, di dover restar in ogni modo. Ordinai che si lavorasse alle fabriche et che fussero alla Suda sumministrate quelle provisioni che potevano bisognarle et procurai che le galee disarmate da Rethimo et di quella città si acconciassero; et feci far la mostra de i soldati bombardieri et de i soldati dell’ordinanze, l’una et l’altra delle quali mi parve che reuscisse [?] molto bene. Ma appresso le angustie della estrema calamità di vettovaglie, si aggiongeva anche qualche altro importante travaglio, perciò che le fortezze di quel Regno che per loro guardia non vogliono meno di 18 in 20.000 fanti Italiani, se si devono compir le piazze de i baloardi di ogn’una di esse, non se ne trovavano haver più che 3.000 in circa, li quali anchor che veterani et raffinati nel lor mestiero, non potevano però bastar a gran gionta al lor bisogno, poiché non si potea sperar cosa alcuna sopra i contadini [?] dell’isola, per non haver che dar loro da mangiare et i soldati delle cernede non erano tanti, che supplissero al mancamento de gl’altri, havevano oltre di ciò, come hanno anchora, le fortezze di Candia et la Canea molto bisogno di esser meglio assicurate, essendo atteso che nell’una et nell’altra si trovavano di molte imperfetitoni; et quella della Canea in particolar, che è frontiera di quel Regno, trovandosi in sito molto pericoloso, così per le emineneze di fuori dentro alle quali sono molte valli, dove può alloggiar ogni esercito senza dubio alcuno che possa esser offeso dalla città, come anco perché un monte che le soprasta fuori della porta della Retimiotta, quando sia in poter de nemici, porterà sempre molto travaglio a quei di dentro, ci dava molto che pensare, havendo anco una spiaggia che è all’incontro del scoglio di Furlulu longa 12 miglia, nella qual poteva sbarcar ogni armata con poca fatica et allogiar commodamente fra il scoglio et la spiaggia, dove haveria havuto un ridotto commodissimo, coperto quasi da tutti i venti et sopra tutto da quelli che soglino regnare l’estate in quei mari et che potriano travagliarla; et perciò che a tante difficultà si aggiongeva anco la strettezza de danari ch’era molta, poiché all’hora non si potevimo più valer delle cavalline, si risolvessimo di spedir una fregata al Zante con nostre lettere a Vostra serenità, le quali da quel clarissimo Proveditor le doveano esserle inviate con la prima occasion di passaggio. Doppo questo havendo io lasciato quei ordeni che mi parvero necessarii, mi ero imbarcato per passar in Candia, né fui a pena gionto alla Suda, che quei signori dalla Canea havendo havuto per messo a posta di Candia riporti et lettere di Constantinopoli, venute con la nave Maurizza, le quali, come ho predetto, ci avertivano delle difficultà che sentivano nella conclusione della pace, mi scrissero che saria stato bene ch’io fossi ritornato, si come feci, lasciando il clarissimo Donado alla Suda, acciò che fornisse quella fortezza di legne, d’acqua et desse aiuto a quelle fabriche, si come fece per quanto gli fu permesso da i tempi fortunevoli, che regnorno all’hora in quel porto; et tornato che fui vedendo che’l tempo era molto inanzi et che alla nostra calamità non si poteva prender remedio alcuno, se non se faceva saper a Vostra serenità con ogni celerità il stato nostro, così per nostra escusatione, come perché essa havesse potuto mandarci qualche presidio per tempo, deliberassimo di spedir una galea in diligenza a Corfù, con ordine strettissimo che le lettere nostre fussero inviate alla Serenità vostra prestissimo per acqua o per terra, secondo che a quel clarissimo Bailo et proveditor Quirini pareva più commodo et di maggior servitio alle cose nostre. Fra tanto si creorno alla Canea i sopracomiti ordinarii et estraordinarii, et quei nobili considerando al loro pericolo et al bisogno di Vostra serenità, essendo stati da me persuasi a darle aiuto in occasione di tanta importanza, si offersero tutti, qual di ammassar gente alli suoi casali per andar alla defesa delle marina, quali di dar huomini per armar galee, et qual di far una cosa et qual un’altra, et quei ch’haveano poco prima disarmano mi fecero prontissima offerta dell’opera et persone loro, quando le ciurme ch’havevano prima fussero state loro concesse et promisero di far buona galea in 8 giorni, con le conditioni sopradette, poi che l’armar galee di nova gente, oltra che saria stato poco servitio di Vostra serenità, haveria anco voluto molto tempo et molta spesa; et fra questi il magnifico messer March’Antonio Viazo gentilhuomo di honoratissime qualità di valore et di consiglio et in quella città di molta auttorità, havendosi fatto conoscer in molte occasioni per huomo d’ingegno et coraggioso, si offerse d’armar una galea quando havesse havuto qualche aiuto di ciurme esercitate, promettendo di spender oltra la vita et il sangue tutto ciò che haveva al mondo per la difesa et honor di Vostra serenità et della patria sua. Il capitano Antonio Eridemoniani giovane di spirito et di cuore, et che nella passata guerra ha fatto honoratissima riuscita così il di della felicissima vittoria come in altre occasioni, fece anch’esso offerta di riarmar li doi suoi vasselli da corso et di esser in punto con le galee dell’isola per servitio dell’armata, così fece il magnifico messer Francesco Zancarciol Perazzo [?], il qual con l’istessa prontezza professe se stesso, gl’huomini de i suoi casali et tutto ciò che poteva; di maniera che questa buona dispositione di quei gentil huomini et cittadini, mi faceva star di bonissima voglia, sapendo quanto ciò sarebbe stato caro a Vostra serenità, alla quale per mie lettere di 22 di febraro diedi aviso di questo et li mandai le copie delle loro offerte. Pertanto si attendeva nell’arsenale a lavorar intorno alle galee et feci venir quei ministri [?] che potei haver da Rhetimo et dalla Sfachia, acciò che tanto più presto fussero spedite et finite d’acconciare et si fecero i ruodoli de i galeotti et si apprestarono quelle provisioni da guerra, che ricercava l’importanza della materia et l’obligo nostro; et perciò che la fama di guerra cresceva ogni giorno più et quanti capitavano a quell’isola riferivano gran particolari sopra i preparamenti de i Turchi, l’illustrissimo signor Latino, che era in quei dì venuto di Candia, propose con una sua scrittura un modo assai facile et riuscibile circa l’adunar zente in campagna per opporsi a Turchi, quando si fossero accostati a quelle marine, che tutti i nobili et pheudatari, che haveano entrate et terreni in quei territorii, havessero fatto scelta di quei huomini de i lor casali di che si fossero potuti fidare et come capi et guide loro si fossero mostrati dove ricercava il bisogno sotto il governo et commando di Sua signoria, il che quantonque paresse difficile rispetto alla penuria di pane, senza il quale morendo i contadini all’hora di fame, il voler adoperarli armati era più tosto pericolo che beneficio, tuttavia per la poca quantità di gente che si trovavimo haver così pagata come non pagata, questo era uno de i megliori et più opportuni rimedii che si potessero aspettar a quel tempo calamitoso in servitio nostro. Il signor Latino in questo mezzo dissegnando di trovarsi in persona alla difesa della Canea, andava riconoscendo tutti quei siti da offesa et da difesa, et si offeriva di uscir per tempo in campagna con quel numero di fantaria et cavallaria ch’havesse potuto metter insieme, per impedir a nemici il smontare, se ben noi per la strettezza di pane non potevimo promettersi di contadini ferma et buona riuscita. Appresso tutte queste cose mi risolsi co’l parer del clarissimo proveditor Cigogna et del signor Latino et del Conte Giovanni Maria Martinengo di fortificar il sudetto scoglio del Furlulu per levar a nemici ogni commodità di porto, acciò che non potendo essi valersi della Suda et trovando occupato et difeso quest’altro fussero astretti di alloggiar lontano, overo perder la speranza di tentar la spiaggia contraposta, non potendo l’armata andar a salvarsi, salvo che sotto vento dell’isola, overo a Spinalonga lontana intorno a 20 miglia, overo in arcipelago de i quali luoghi niuno vi era che tornasse loro a proposito per la grande in commodità et distantia del camino; in quei dì scrissero anco quei signori di Candia, che erano di quello parere et con essi concorreva in opinione il signor Brunoro Zamperco, per la qual cosa essendo il tempo molto inanzi, feci dar principio, secondo il dissegno del signor Latino, alla fortificatione di detto scoglio con molto sforzo di gente, acciò che in doi mesi vi si potesse maneggiar l’artegliaria et quel ridotto fosse sicuro da vesselli nemici, di che diedi aviso alla Serenità vostra per le mie di 25 di febraro. Mentre mi trovavao alla Canea feci officio con quei signori di Candia, che facessero per quella città l’istesse provisioni che facevo io et in particolar alle fabriche et nell’acconciar le gale, et perché quei soldati haveano bisogno grande de vini et grandissimo di oglio, inviai una buona quantità di botte dell’una et l’altra cosa in Candia, che furno di servitio a i particolari, che le condussero volentieri et anco a quella militia. Partì dal porto della Canea ne gli ultimi di febraro il magnifico messere Marco Molino con la sua galea per Corfù con lettere nostre et con quella occasione scrissi al magnifico Proveditor di Cerigo come passavano le cose publiche et gli ordenai, che tratenesse i soldati licentiati, il che havea fatto anco prima, et in ogni occasione si defendesse honoratissimamente da qualonque havesse voluto farli violenza, et gli mandai 300 ducati per restauratione d’una muraglia caduta da una parte importantissima di quella fortezza; et parendomi che’l mio star più nella Canea non fusse di alcun frutto, trovandovisi il clarissimo et diligentissimo Proveditor Cigogna, gentil huomo pieno di valor et di carità verso la patria, mi parti a i 2 di marzo di quella città grandemente aggravato da un mal d’occhi così intenso et così fiero, che un mese prima et altri due doppo mi ha tenuto in grandissimo travaglio et tale che mi convenne differir il mio ritorno in Candia alcuni giorni più di quello che haverei voluto, ma non vedendo finalmente alcun meglioramento, mi risolsi di partire, si come feci; et transferitomi alla Suda diedi alcune commissioni a quel magnifico Proveditor et me ne ritornai al signor Latino in Candia, non havendo potuto toccar Rhetimo come era desiderio mio, per communicar alcune cose con quel clarissimo Rettor et per riveder quella nova fortezza, che sin nel mese di settembre 1573 havea havuto il suo principio et dalla diligenza di quel gentil huomo acquistava sempre molta perfettione et sicurezza. Trovai gionto in Candia, che quel clarissimo Capitano et il signor Brunoro s’eran grandemente affaticati introno alle galee et alla fortezza, et il signor Brunoro niente s’havea sparagnato nel suo maneggio, ma con molta vigilanza et destrezza s’era travagliato in servitio di Vostra serenità, il giorno et la notte, per quiete della città et consolation di quei popoli et perché erano stati in mia absenza mandati alcuni pezzi d’artegliaria a Paleocastro et per la freta non s’erano potuti metter a cavallo, procurai col clarissimo Governator Donado, che con la sua galea le andasse ad accommodar nelle sue piazze, si come fece prontamente et inviai nella fortezza le sue munition di polvere et di balle. In questo mezzo la galea Molina, che andava a Corphù per portar nostre lettere, quando noi pensavimo che dovesse haver prospera navigatione, ne i primi di marzo doppo haver molto travaglio in mare, si ruppe nel posto di Cerigo, senza perdita però delle genti, le quali tutte si salvorono, eccetto doi Turchi ch’erano alla catena et non si poterono referzare a tempo, per la qual cosa dalla galea Moceniga prima, che fu espedita a quella volta da quei signori della Canea, et poi dal clarissimo governator Bonado furno recuperate tutte l’artegliarie et le ciurme con quei armissi che si poterono havere et condutte alla Canea. Da questa inaspettata nova qual affanno sentisse tutta quell’isola et io in particolare, lasso che sia da Vostra serenità giudicato, parendo a tutti che la strada di esser soccorsi ci fosse del tutto serrata, che i bisogni nostri non se li potevano far palesi, ma la sua molta prudenza ch’havea preveduto a i bisogni nostri havea già spedito da questa città doi galee, con lettere et danari a quell’isola, le quali sotto’l governo del clarissimo Proveditor Quirini gionsero a 16 di marzo alla Canea et consolarno non poco quella città oppressa da tante angustie et specialmente di vettovaglie, portando appresso i danari una quantità di formento et fava, che era stata dalli diligentissimi Bailo et proveditor Quirini procurata a Corfù et due compagnie vecchie di buoni fanti, ch’egli levò della nave Contarina sopra la quale gli havevo fatto imbarcar doi mesi inanzi nel porto di Spinalonga, nel qual luogo era capitata venendo di Soria; et perciò che in quell’istessi dì comparvero alquante nave, navilii et caramusali di biave di buona portata, talmente che la Canea, che havea sentito quella grand’estremità di fame che ho predetto, haveva in pochi giorni havuto tanto aiuto dalla mano et bontà di Nostro signor Dio, che non solamente era uscita di pericolo per qualche mese, ma poteva sovenir la Suda et anco Candia, che l’haveva ne suoi bisogni sostentata. Tutti i popoli di quel Regno si mostravano desiderosissimi et prontissimi a mostrar la faccia a Turchi, et rendendo gratie a Dio et alla Serneità vostra pregavano occasione di esser adoperati. Con la venuta di quelle galee hebbi letter di Vostra serenità di 5 Gennaro, che mi commettevano che mi fermasse in quel Regno sin ad altro suo ordine et che l’istesso io facesse intender al signor Latino, acciò che se mi fusse occorso uscir in campagna, egli come consiglier della guerra mi fusse sempre cavalcato appresso, et li parve anco di donarmi 300 ducati, più per gratia et bengnità di questo eccellentissimo Consiglio che per alcun mio merito. Poi ch’io vidi così ben disposte quelle città verso gl’interessi della Serenità vostra, convocai i nobili et principali cittadini et gli esortai tutti a prepararsi alla difesa della lor libertà et mostrar a nemici, se doveano venire, che quell’isola bellicosa et tanto importante al stabilmento della christiana Republica non era habitata da conigli, né da femine, ma da huomini coraggiosi et di valore, et che percui facessero ogn’un per la parte sua ogni sforzo per haver molti huomini insieme de i loro casali, meglio armati che si potea, perciò che dal canto della Serenità vostra haveriano trovato gratitudine et ricompensa, et non sol sariano stati spesati et pagati, ma quelli che si fussero portati bene sariano cavati dalle angarie di galee et di fabriche et s’haveriano guadagnato in perpetuo la gratia del loro Principe, oltra il beneficio ch’aspettavano dalla conservation delle case et nidi loro et da una certa vittoria, che poteano sperar contra nemici, alle quali parole mi fu gratiosamente risposto che non si saria mancato d’ogni debito officio verso la Serenità vostra, per il che io all’hora volsi, che tutti quelli che havevano casali o feudi si sottoscrivessero in un libro di quella quantità d’huomini che potevano prometter per la portata et feci intender a ciascuno che tenesse le gente promessa in punto, per doverle far piegar occorendo il bisogno in quella parte dove havesse bisognato, che non sariano mancate arme a i disarmati et ogni altra sodisfattione alli altri, secondo il luogo et le forze nostre; il medesimo diede ordine che si facesse alla Canea et a Rethimo, et nel fine di marzo mandai il signor Brunoro a riveder l’uno et l’altro di questi doi luoghi, et la Suda et il Furlulu, essendo restato il signor Latino in Candia, debile et afflitto molto del suo mal di fiancho, et perciò che nelle lettere di 5 Gennaro mi commetteva Vostra serenità ch’io armassi le galee ordinarie et estraordinarie dell’isola con ogni celerità, messi subito mano in quel faticoso negotio, al qual havea dato principio quel clarissimo capitano Basadonna, et perché l’isola et fortezza di Tine è di quella consideration che si sa, mi parve darle qualche soccorso de fanti, essendo quei sospetti in piedi poi che per la regolatione non ve n’erano restati più di 50 sotto di [?] un solo capo, secondo l’ordine mio et il consiglio del signor Latino, trovandosi adonque il capitano Agustino Romano [?] in Candia da Vostra serenità spedito alla custodia di quel luogo con 10 fanti, gli ne aggionsi sotto il suo governo altri 30, et con un bregantino l’inviai a quella volta; et mandai danari a quel magnifico Rettor per pagar i soldati et 200 ducati per refar un pezzo di muraglia ch’era caduta, insieme co’l capitano Paolo Hagnisuolo [?] soldato di honore et nella fortification molto versato et intelligente, al qual diedi ordine che attendesse a riparar la ruina con ogni prestezza et caldezza; et scrissi al detto signor Rettor che tenesse le cose de la in quella maggior sicurtà che poteva. Appresso le sopradette provisioni si lavorava a tutte le fortezze di quell’isola con un buon numero d’huomini, et quella di Rhetimo in particolare era cresciuta a tal segno, che in termine d’un mese haveria potuto adoperar l'artegliaria per opera et valore del clarissimo Rettor Lando, il quale si come in tutte le cose concernenti il carrico suo et il servitio publico, si è sempre adoperato volentieri et efficacemente, così con molta solecitudine et caldezza attendeva a quella fabrica, non senza avantaggio del publico, et essa per la commodità delle pietre vicine, che si cavavano dalle ruine di quella misera città, ricevava ogni giorno mirabil accrescimento. Al Turlulu parimente si attendeva con molta freta et già il forte di sopra, che è superiore all’altri doi che si dovevano fabricare, era quasi in difesa. Et havendo la Serenità vostra per sue lettere fatto larga promessa di mandar in quel Regno vettovaglie et genti, non era persona che temesse punto di espor la vita et l’havere ad ogni pericolo, si come diedi particolar conto a Vostra serenità per mie lettere di 19, 23, 24 di marzo, con le due galee che ritornarono in quei giorni co’l clarissimo Quirini. Partita che fu Sua signoria clarissima dalla Canea tre dì doppo si hebbe, con una fregata spedita a posta da Tine, ferma nova della conclusion della pace, in lettere delli clarissimi oratore et Baili di Constantinopoli di 20 febraro con l’aviso della licenza ottenuta da quella Porta dalli clarissimi Badoero et Barbaro, la qual ci portò quel piacer et quella consolatione che ricercava il beneficio che ne doveva et doverà sentir Vostra serenità et i suoi vassalli spetialmente di quel Regno, ch’havea sentito la sua parte de i travagli per la passata guerra; la onde con animo più quieto et più riposato m’impiegai tutto nel servitio delle galee, lasciando quasi ogn’altra cosa, et con ogni possibil efficacia ricercai i ruodoli de i galeotti, li quali (siami lecito Principe serenissimo dir in questo luogo la verità senza alcun rispetto) trovai molto confusi, mal regolati et pieni di segnatate imperfettioni, poi che non si poteva dissegnar sopra la quarta parte de gli huomini descritti in essi, che erano intorno 30.000, si come ho inteso, essendo stati segnati putti, vecchi, infermi et impotenti indifferentemente, non già dal clarissimo Cavalli, ma da alcuni suoi ministri, i quali Sua signoria clarissima per le molte sue facende forsi mandava a formar i ruodolo per li casali, et potranno senza saputa né ordine suo haver commesso qualche mancamento, over fraude, da che è nata poi la molta dfficultà che io ho provato nel ammassar quei galeotti, di che non voglio altro testimonio che il clarissimo Donado già Governator delle sforzate, il qual si come è gentil huomo di esperienza et di fede et che con gl’occhi proprii ha veduto il tutto, così potrà far chiaro a Vostra serenità quanto io travagliassi per darli le 6 galee di Candia armate a tempo opportuno et con quanti arteficii mi bisognasse cavar gl’huomeni di mano di quei patroni de casali, si come le ho considerato per le mie lettere di 2 et di 17 di maggio; et in questo proposito voglio dire, che se ben gl’impedimenti dell’armar galee nell’isola di Candia son molti et parte d’essi ragionevoli et necessarii, tutta via se quei cavallieri che hanno i contadini in lor potesta [?] et ne fanno quello che vogliono, non fossero così renitenti, come sono, a lassar andar in galea quelli a chi toccano d’anno in anno le sorti, Vostra serenità potria promettersi ne suoi bisogni ogni buona reuscita di quelle genti, le quali prestamente et assai più volentieri verrebbono a servirla, quando non havessero la spalla de i loro patroni, da i quali ne i casali loro et nelle proprie case sono nascosti et assicurati in vilipendio de i magistrati et di questo gravissimo Senato, né giovano pene, né minaccie, perché essi sotto pretesto che gli huomini se siano retirati et salvati nelle montagne, overo sotto qualche altro colore, si scusano et fuggono il meritato castigo. A questo così grave disordine non ho trovato, con tutta la pratica che ho di quell’isola, altro più potente remedio che la destrezza et le cortesi et piacevoli maniere, con le quali mi pare d’haver in molte occasioni et come Proveditor della Canea et come Proveditor general veduto signalate dimostrationi di prontezza verso le cose della Serenità vostra; et la ragione di questo credo che sia che quei nobili vedendosi esser figlioli et membri di questa serenissima republica, vogliono esser eccitati nel servitio di Vostra serenità più tosto con la dolcezza et humanità che con la severità et rigore, sono ben molti che vivendo sempre nelle ville, né conoscendo i termini loro, si fanno lecito molte cose, né per piacevolezza si movono, et questi vogliono esser con l’asprezza trattati, si come ho fatto io molte volte, che havendo adoperato le parole amorevoli con alcuni d’essi senza far frutto, son poi ricorso a minaccie che ho ottenuto l’intento mio, con loro poca sodisfattione, anzi voglio dir di più, che se ben non è cosa che renda in quell’isola i magistrati più odiosi in universale, di quel che è il far venir per forza et ben spesso legati i contadini al servitio della galea, tuttavia tale è stato il favor d’Iddio et la destrezza, che io ho sempre adoperto in questo maneggio, che con buona gratia d’i patroni et con poco risentimento de i lor casaliotti gli ho fatti venire dove ha ricercato il bisogno et in buona quantità senza strepito né scandolo alcuno, anzi senza niun loro interesse, come era solito di fare usando verso loro tutti quei termini d’humanità che m’era possibile; con l’istessa amorevolezza ho resi pronti nel servitio di Vostra serenità tutti i Sfachiotti, con tutto che siano di natura et di costumi così barbari et così feroci, parte de quali ho fatto andar sopra l’armata di Vostra serenità. Armando adonque le galee anchor che come ho predetto, da i ruodoli vecchi si potesse cavar poco frutto, non volsi però aggravar i privileggiati, né manco i galeotti vecchi che havevano tre mesi prima disarmato. Questi perché doppo una così longa guerra et un così duro esilio, ch’haveano in difesa di Vostra serenità patido nell’armata sua, erano degni di questa picciola ricompensa et grande esentione, et quelli perché godendo i loro privileggii da Vostra serenità già tanto tempo, et armandosi poche galee, giudicai che fusse bene conservarli nelle loro immunità et riservarli a maggiori bisogni, offerendosi spetialmente, come fecero questi et quelli, di esser con l’arme in mano ad ogni mio commando in compagnia et adoperarsi in ogni occasione prontamente. Formanto ch’io hebbi il ruodolo delli huomini da remo, vedendo ch’essi non erano mandati con quella diligenza et prestezza che ricercava l’importanza di quel negotio et dubitand’io che le galee, se tardavano molto, haveriano potuto esser sequestrate in quei porti, intendendosi che era già uscita l’armata Turchesca fuori del stretto et s’avicinava a quei mari, oltre mente [?] provisioni che feci per espedir il clarissimo Governator sudetto, sotto il governo del quale esse doveano passar in armata, volsi mandar per i casali di quell’territorio molti huomeni atti a questo carrico, a far venir senza alcun rispetto i galeotti in Candia, et feci un mandato penale a i sopracomiti, che per la parte che a loro toccava, si fossero dovuti trovar in punto per tutti li 8 di maggio prossimo, in pena de 300 cecchini, per il che ogn’uno attese alla sua galea, qual a spalmar et qual ad altro; di maniera che nel termine da me statuito furno all’ordine et si sariano partite tutte le galee alli 8 over 9 de qual mese, si come si partirno alli 18, se non fussero state tratenute da quella di Rethimo, i sopracomiti delle quali (che erano doi nobili cretesi di poca stima, non havendo voluto alcun dei veneti accettar il carrico) o per ignoranza o per poca esperianza o per qualsivoglia altra causa diedero a quel clarissimo Rettor delle persone loro poca sodisfattione. Quelle della Canea erano state dal clarissimo Proveditor Cigogna armate per tempo et furno all’ordine all’arrivo delle 6 di Candia, con le quali partirno da quel porto alli 22 di maggio, in questo mezzo vedendo io che comparevano tuttavia vasselli di gente, munitioni et vettovaglie et che con tutto che la nova della pace fusse venuta all’orecchie di Vostra serenità, essa non restava però di accrescer con tante provisioni sicurtà a quell’isola; pensai che ricercasse l’obligo mio tener l’occhi aperti et con ogni destrezza et secrettezza invigilar alla custodia di essa, essendo spetialmente gionto co’l clarissimo Capitano di quella guardia il signor Paolo Orsino, la cui venuta mi facea credere che il negotio della pace non fusse anchora del tutto stabilito, poi che tuttavia si sentivano alcuni che venivano d’arcipelago et spargevano voci dover venir l’armata Tuchesca alla Suda, sotto pretesto d’amicitia et voler entrar in quel porto. Feci adonque la mostra general della cavallaria di Candia et feci intimar a i patroni de i cavalli megliori, che sotto gravi pene non gli conducessero fuori della città, ma gli tenessero in punto ad ogni mia richiesta, forniti di selle et briglie et altri necessarii guarnimenti et diedi ordine alle guardie delle porte della città che né cavalli da lancia, né ronzini non fussero lassati passare. Volsi parimenti veder la mostra de i soldati dell’ordinanze et vi trovai intorno 1.500 huomini buoni et ben armati, se ben le città ne fa 1.800 dalla solecitudine et diligentia del capitano Curtio Sciro loro governatore ridotti a vera disciplina, si come sono anche al presente, certo con non poca sua laude non havendo esso nell’amaestrargli sparagnato a fatica, né travaglio alcuno, di maniera che tutti quei signori si sono sempre chiamati sodisfattissimi dell’opera sua et io sopra tutti, il qual quando entrai capitano di quell’isola, trovai quelle genti in cativo stato et tale, che quando fusse occorso valersi di loro, haveriano più tosto generato confusione, che fatto alcun servitio alla Serenità vostra; et dal sudetto capitano Curtio acquistorno tanto di perfettione et in poco tempo, che si può veramente affermare non haver Vostra serenità in tutto’l suo Stato soldati di cernede meglio instrutti né esercitati de quelli di quell’isola et di Candia in particolare; et son certissimo che havendo esso proceduto con quelle genti sempre con amore et con destrezza, quando fusse venuto occasione l’haveriano seguitato molto volentieri, come si offerivano di fare. Attesi in quell’istesso tampo a descriver gl’huomini che mi promettevano i nobili et feudatari et havendo per inanzi creato 4.000 principali gentil huomini, li quali con titolo di maestro di campo dovevano haver in campagna il commando delle genti de territorii, mandai quelli di Scithia et di Candia fuori a redur gl’huomini alla loro obedienza et scrissi alla Canea et a Rhetimo, che fusse fatto l’istesso. L’espeditione d’i soldati fatta da Vostra serenità, si come portò a lei disturbo et interesse, così diede a me infinito travaglio rispetto alli alloggiamenti, poi che non trovandosene in fortezza alcuna di quell’isola a sufficienza di ragione del publico, bisognava accomodarle fantarie nelle case de particolari et cacciarli delle loro habitationi con infinita querela et resentimento delle povere et miserabil persone, et di molti pupilli et vedove, alle quali era necessario andar al discoperto et uscir de i loro proprii nidi, cosa che veramente era degno di gran compassione et che concitava molto odio ne gli animi delli interessati contra qualunque publico rappresentante et tanto più quanto le case picciole sono quelle solamente che vengono adoperate in questo servitio et quelle de i nobili et cittadini restano esente di tal gravezza, oltre che essendo fermata et conclusa la pace, pareva che tanto maggiore fusse il dispiacere, che sentivano quei popoli, la onde portando questa difficultà non poco impedimento all’alloggiar tanti soldati con sodisfatitone della città et ricercando l’honesto, che quei che venivano in difesa d’una tanata isola havessero commodità d’habitatione, pensi Vostra serenità con quanto affanno io vivessi et con quanto disturbo. Per acquietar adonque le lachrime de molti, che mi venivano in casa et per le strade tormentando, deliberai, co’l consiglio de quei signori clarissimi, poiché era necessario divenir a quest’atto violento di cacciar le persone di casa, che i ricchi et commodi che non havevano habitationi picciole, dovessero co’l danaro sodisfar gli affitti di quelle case delle quali uscivano i poveri per servicio de soldati, et così fu esequito et le fanterie si alloggiorno con poco interesse de quelli et maggior consolation et solevamento de questi; et in questo proposito mi occorse riverentemente riccordar a Vostra serenità, quello che le scrissi a 17 di maggio passato, ciò è che è molto necessario che siano fabricati in Candia et alla Canea tanti alloggiamenti per soldati, che all’improviso si possano [?] accommodarne un conveniente numero, senza dar tanta molestia et interesse a quei della città, poiché in ogni luogo, ma in quelle parti principalmente, la casa è una delle principali sodisfattioni che possa haver l’huomo nella sua patria et il vedersene cacciato con ogni occasione, né esser certo di poter goder il suo quietamente, sono cose che irrittano e commuoveno grandemente gl’animi de sudditi, fra i quali (se è natione alcuna che si debba mantener sodisfatta et in officio) i Greci tutti, ma i Candiotti in particolare, a mio giudicio sentono di ciò estrema contentezza. Poco prima che partissero li clarissimi Governator Donado et Capitano di quella guardia Contarini per armata, fussemo avisati per via di Thine, che 10 galee Tuchesche solo erano a Scio et che’l resto dell’armata dovea andar a spalmar in quel porto, per il che subito ristrettomi a consiglio con quei signori, mi risolsi co’l loro parere d’inviar alla Canea 300 de i megliori huomini, ch’havessimo sotto’l governo del signor Latino, et alquanti pezzi d’artegliaria per la nova fortezza di Rhetimo, i quali insieme con le genti furno carricati sopra le galee, che erano anchora alla Fraschia; et diedi al clarissimo Proveditor Cignogna questo aviso, affine ch’egli non mancasse, si come non mancò mai, di star avertito et tenesse una fregata all’ordine per poterla mandar a riconoscer qualche nave che si scoprisse, accioché essendo con soldati si fosse potuta far venir in quel porto, overo nella Suda, et le genti fatte restar in quel presidio; procurai co’l detto clarissimo Donado, che incontrandone alcuna per viaggio l’inviasse alla Canea. Deliberai anco che nella bocca della Suda, che è posta dalla parte larga 150 passa fra le rive del revellino del scoglio, si mettessero doi grosse nave, accioché occorrendo ch’l porto patisse violenze alcuna, havessero potuto con l’artegliaria maggiore assicurarlo. Et perciò che si andava pur regionando che la detta armata doveva in ogni modo venir a quell’isola, repplicai gl’ordeni et proclami miei a quei nobili et feudatarii et feci loro intendere che tenessero i cavalli all’ordine et mandai per tutti i castelli di quei territorii de i principali gentilhuomini a descriver i contadini, promessi dalla nobiltà et da altri feudatarii, et farne mostra, accioché quando fussero stati da me dimandati, havessero potuti ritrovarsi dove ricercava i bisogno sotto la disciplina de i loro capi; et trovandosi alla Fraschia la nave Barbara et alla Canea la Dolfina, tutte doi grosse, che erano venute con soldati et munitione, le mandai alla Suda con ordine espresso, che vendendo l’armata o galee Turchesche approssimarsi a quel porto, non le havessero alcun rispetto, ma le facessero star lontane quanto poteano con l’artigliaria, della quale le dette navi erano benissimo fornite; et diedi commissione a i patroni, che mentre stavano nella Suda facessero per quella fortezza con le loro barche quante più legne et acqua potevano, poiché havendo essa all’hora, si come ha sempre havuto, gagliarda provisione de munitioni et di biscotti et fanterie vecchie, che ascendevano al numero di 700 et più soldati, non havea gran fatto bisogno d’altro che di acqua et di legne, poiché le galee hora per una causa, hora per un’altra, le haveano sempre tenute impedite et non haveano potuto supplir al bisogno suo. Doppo questo continuando tutta via i ragionamentei nel volgo, che l’armata Turcha dovea venir a quell’isola, sotto pretesto di condur il clarissimo Bailo Barabaro, con dissegno d’entrar in ogni modo nella Suda et scrivendo il clarissimo Thiepolo, che si stesse su l’aviso, con tutto che la fama fusse che Turchi volevano passar in Barbaria, perciò che non possendo in quelle parti far alcuna impresa, saria stato facil cosa che essi si fussero volti in qualche luogo più vicino. Io [?], a cui questi ragionamenti davano molta nogia, mi risolsi (poi che havevo fatto tante provisioni per salvezza et consolatione universale) di uscir fuori in capmagna et passai [?] in persona nel territorio di Rhetimo et ivi con le genti dell’isola et con qualche nervo di cavallaria et di fantaria italiana di tratenermi sin che passassero quei sospetti et occorendo piegar in soccorso de i luoghi deboli, secono che fusse stato bisogno, et condur meco il signor Brunoro Tampesco, della cui esperienza et valore confideva io et può sempre confidar questo serenissimo Stato, come di cavalliero che ha per li suoi anni veduto la sua parte di guerre et che ha verso Vostra serenità inclinatione di devotione, essendo i signor Latino Orsino alla Canea, con quel clarissimo Proveditor restando l’illustrisismo signor Paolo in Candia con quei signori desiderosi tutti dell’honor di Vostra serenità et venendo il signor Brunoro meco in campagna, le cose publiche dovessero passar ordinatamente et con regola et da tutti ero consigliato a così fare, per il che ne i principii di giugno mi era totalmente disposto et apparecchiato di partire a questo effetto. Ma in quelli istessi gironi, essendosi inteso per lettere del clarissimo Bailo Thiepolo sopradetto et da i reporti de molti, ma in particolar da passaggieri et marinari della nave Girarda, che venne di Constantinopili, che gl’apparecchi che facevano Turchi d’armate et d’altri erano per l’impresa della goletta, la qual si lasciavano intender di voler tentar quell’anno, et parendo a quei signori di Candia, ch’l mio uscir fuori con gente armata saria stato senza alcun profitto, né servitio del publico et non senza qualche strepito di quei popoli, consigliorno ch’io non facesse alcun moto di partenza, ma che si scrivesse al clarissimo Proveditor Cigogna et al signor Latino, che era alla Canea, che comparendo in quelle parti armate Turchesca, si lassasse veder con 4.000 huomini alle marine fra soldati et isolani, et che l’altre genti si tenessero tuttavia proviste [?] per ogni caso che potesse occorrer; et ciò tanto [?] maggiormente, quanto non si saria potuto mettere insieme alcuna quantità d’huomini senza spesarli et dar loro qualche tratenimento, oltre che haveria messa quell’isola tutta in travaglio, poi che doppo la confermatione della pace erano ingrossati i presisii in quella fortezza et si viveva con quell’istesso rispetti et suspitioni, come se fusse stato tempo di aperta guerra; la onde considerate da me queste ragioni mi accommodai al parer di quei signori et ritardai la partenza per all’hora. Un sol dubbio di non poca consideratine mi teneva in sospeso et in molta confusione et era questo, qual partito io havessi potuto prender in occasione che l’armata Turchesca, come amica si fusse appresentata alla Suda et havessero i suoi capi fatto instantia di poter alloggiar in quel porto, perciò che da una parte [?] la gloria che si deve haver delle cose di Stato, non permetteva ch’io le concedesse questa commodità, et dall’altra l’amicitia fermata in quei giorni fra questa Serenissima republica et quel Prencipe pareva che dovesse assicurarmi del tutto a non negarli cosa che [?] in nostro poter fusse, havendosi a trattar con gente barbara et altiera et tanto superiore di forze a tutti i prencipi christiani, tuttavia essendomi messo a consulta conclusi, insieme con quei signori, che per niuna conditione non si dovesse ad un certo modo aventurar quella parte tanto importante di quel Regno, ma che fusse del tutto negato a Turchi il potervisi ridure et scrissi al clarissimo Proveditor Bembo, che quando si fussero scoperte galee tener quel viaggio, havesse inviato per tempo una fregata, che a questo spetial fine stava de mio ordine preparata in quel porto et sopra essa doi gentil huomii principali, i quali doppo haver consignato il presente et fatto cortese offerta di ciò che si poteva dar a Turchi, per loro commodità et rinfrescamento, gli havessero dovuto dire, né esso clarissimo Proveditore né altro rappresentante di quell’isola haveva auttorità dalla Serneità vostra di lassar entrar in quel porto alcun vassello et che li pregavano a restar contenti della lor buona volontà et accettar l’animo pronto et quello che era in loro potestà [?]; et quando quella galee, over armata, havessero voluto far violenza, in quel caro da Sua signoria si fossero dovute trattar da nemiche et con l’artegliaria tener lontane più che fusse stato possibile, senza alcun minimo rispetto; la qual risolutione voglio reder che a Vostra serenità non sia punto dispiacciuta et percioché si trovava all’hora in quelle fortezze conveniente numero de fanti, mi risolsi di mandar due compagnie alla custodia della nuova fortezza di Rhetimo et un governator per regola de soldati, il qual fu il colonnello Ascanio Andreasio Mantoano, gentil huomo di honoratissime qualità, molto versato nella sua professione et desideroso di viver sotto l’ombra di Vostra serenità, si come intesi da molti personaggi di fede et si come ho poi veduto con gl’occhi proprii, havendo dato di sé nel suo cargo quell’honorata sodisfatine, che da qualsivoglia altro par suo aspettar si possa, con beneficio della sopranominata fortezza et con mirabil contentezza di quel clarissimo reggimento et di tutta la città. Le medesime provisioni feci anchora per la fortezza della Suda, luogo di quella importanza che molto ben sa Vostra serenità, ingrossando quel presidio fin al numero di 700 et più fanti, la maggior parte veterani et consumati [?] nelle guerre, sotto la carrica del colonnello Leone [?] Rumassato governator in detto luogo, et molto devoto et partial servitore di questa Serenissima republica. Non mancai in questo mezzo di dar fine al rassegnare delle [?] compagnie de fanti, espedite ultimamente da Vostra serenità per quell’isola, intorno al qual negotio usai quella diligentia, che vi si può maggiore, facendo tenir nota particolar de quei soldati, i quali o per monte o per fuga o per altro accidente vi sia, ci sono mancati; la qual nota con le mie di 3 di giugno inviai a Vostra serenità, dandoli particolar aviso riverentemente di quanto mi occorreva sopra tal materia. In quel tempo l’armata Turchesca si trovava anchor ne i mari d’arcipelago, per il che con tutto che le cose della pace caminassero per buona via et che s’haveva certa nova, che detta armata havea da navigar in Africa, non per questo mi trovavo io senza grandissimo travaglio delle cose di quel Regno, avisandomi tanto più il clarissimo suo Bailo da Constantinopoli, per le sue di 19 maggio, che dovessimo star vigilantissimi sul aviso. Mentre io mi trovavo circondato da tanti pensieri, i quali per la riputatione di questo illustrissimo Stato mi travagliavano più che mediocramente l’animo, piacque a Sua divina maestà di rallegrarmi un poco con una nova venuta da Cerigo, che l’armata Turchesca era passata il Capo Manlio et teniva la volta di brazzo di Maina, la qual nova ne confermo poco doppo la molta diligenza del clarissimo Proveditore del Zante, avisandoci particolarmente, come fece sempre in tutte l’occasioni d’importanza, che detta armata adì 25 giugno era partita da porto Figher tenendo il suo camino verso Barbaria, la qual nova di quanto contento et allegrezza fusse a tutti quei fidelissimi suoi sudditi et a me in particolare, qual havevo la maggior somma di quel governo, lasserò nel prudentissimo petto di Vostra serenità, che sa molto ben gli accidenti che ponno apportar simili occasioni et massime in luoghi di estrema strettezza di pane et di dannari, come si attrovava a quel tempo tutto quel Regno. Doppo queste cose fui astretto, consigliato prima da quei clarissimi signori di dar libera licentia all’illustrissimo signor Latino Orsino, perché ritorni a i piedi suoi, si come Vostra serenità gli haveva medesimamente concesso, prima che venissero gli ultimi sospetti che si dubitava di nova guerra in quel Regno, il qual signor con tutto ch’il suo cambio era venuto et ch’egli si trovava molto afflitto dal suo mal di fianco, tuttavia non ha mai mancato di adoperarsi al servitio della Serenità vostra, si come fece mentre erano in piedi detti sospetti, imbarcandosi con una buona banda de fanti, la maggior parte veterani, per conservation et custodia della fortezza della Canea. Nell’istesso tempo cessato ogni sospetto per il passar dell’armata Turchesca in Barbaria si partise medesimamente per questa città il clarissimo messer Pasqual Cigogna, doppo si longhe et honorate fatiche fatte da Sua signoria clarissima in tutto quel Regno, per la reputatione di questo illustrissimo Dominio et per la salute et quiete di quei popoli, per il che acquisto in quell’isola immortal fama del suo honoratissimo nome. Non essendo infestata l’ho[?] la da vasselli armati, m’impiegai tutto alla regolatione di quei presidii, si come per le sue di ultimo lugli mi avisava Vostra serenità esser intention sua, co’l parer sempre di quei illustrissimi capi da guerra, per la qual così havendo io dato ordine che alla Canea si facesse l’istesso, feci fare una mostra generale, con tutta quella diligenza che è stata possibile, della quale detti signori et io semo restati sodisfattissimi, facendo rimbarcar con la paga solita quel maggior numero che vi si poteva sopra doi vasselli, che in quei giorni apunto arrivorno in quel porto per carricar moscati, essendo tutti li altri navilii, nel tempo che hebbi il suo ordine, carrichi per questa città; sopra quali tutta via vi feci imbarcar alcuni pochi, per allegerir quanto potevo il publico da una continua et superflua spesa che si faceva, dil che a pieno [?] avisai Vostra serenità per le mie di 29 settembre. Qui ricercaria ch’io discorressi alquanto sopra le fortezze, che ella ha importantissime sopra quel Regno, con tutti quei particolari che a tal proposito faria bisogno, descrivendo i siti de i luoghi, le offese et difese di essi, ma giudico, come è veramente, che ciò sarà fuor di proposito, sapendo io quanto Vostra serenità è rinformatissima del tutto, secondo i progressi che si facevano da quei medesimi, i quali hanno havuto il carrico di tal fortificationi, et so che gl’hanno presentata una particlarissima instruttione, da i quali anchor io imparai quel poco che so sopra tal materia. Per la qual cosa reportandomi io a quel tanto che loro hanno appresentato a Vostra serenità, le arricordo riverentemente che l’isola tutta di Candia, parlando delle città è habitata principalmente da 4 sorte d’huomini, cioè da nobili veneti, mandati già da questo Serenissimo dominio per colonnie in quel Regno, da nobili cretesi, da cittadini et plebe, le quali maniere di persone sono anco differenti tra sé de riti a questo modo, percioché i nobili cretesi et veneti vivono secondo il rito Romano, i cittadini et la plebe secondo il Greco rito, che tanto vuol dire appresso persone di giuditio et literate, quanto una cosa et un rito instesso, essendo tutti christiani et tutti vivendo unitamente, sotto la fede et vessillo di Christo nostro signore. Di qui vien Prencipe serenissimo che tutti in quel Regno così Latini come Greci, per quanto mi posso prometter, con una volontà et prontezza medesima spenderiano le facoltà et le vite istesse al servicio et esaltatione di questa felicissima Republica, anchor che vi si trovino d’ogni pochi che dal troppo otio o pur da troppo ignoranza parono difficili, non per questo gli deve esser attribuito il nome d’infidele et ribello, che questo io non consentirò mai. É ben il vero Serenissimo prencipe et voi illustrissimi et sapientissimi padri, che quei popoli tutti, quando sono governati da ministri troppo severi et superbi, mostrano certo come potriano far anco con effetti che i no’l posso creder, gli animi di poca fede, ma questo io tengo che sia appresso tutte le nationi del mondo, quando da i lor prencipi et signori non sono retti et governati con piacevol modo, il che è peculiarissimo de Candiotti, perciò che le affermo per esperienza che già tante et tante volte feci sopra quel Regno, che quel che non fanno con dolci et amorevoli parole non faranno neanche con le più severe minaccie et più fieri castighi che si possa imaginare; et io lo provai con li Sfachiotti sudetti i quali essendo, come le scrissi, gente feroce et si può dir indomita, con dolce et destro modo gli ritornai alla devotione della Serenità vostra dal bando che li havea fatto l’eccellentissimo Cavalli, di buona memoria mio precessore, con le conditioni però di sopra narrate da me, de i quali Sfachiotti, si come ne saria stato danno il non haverli dalla nostra a tempi de sospetti, così medesimamente vivendo sotto la devotione et benignità di questo Serenissimo Stato, Vostra serenità ne può prometter dell’opere loro ogni beneficio alle cose sue.
Questo istesso io feci con tutti di quel Regno per tutto’l tempo ch’io vi dimorai in quell’isola et secondo l’occasioni apportateci da gl’accidenti del tempo; et con questa dolcezza trovai ogn’uno prontissimo sempre a quanto era mente et desiderio di Vostra serenità, si come di bel novo questo Serenissimo dominio potrà promettersi in ogni occorrenza d’importanza della fedeltà et devotione di quei popoli al beneficio et utile delle cose sue. Si trovano bene alcuni nobili veneti et spetialmente certi pochi, che continuamente habitano in villa, i quali non facendo buona compagnia, anzi trattando con pessimo et barbaro modo i loro villani, sono causa che alcuna volta si sentono delle cose con non picciol dispiacere de suoi rappresentanti in detto Regno; onde avien poi che’l publico molte volte patisce, così per il lavorar delle fabriche et haver huomini da glaea, come anco per ogni altro servitio necessario, si che questa tal inobedienza et cativo animo mostrato da alcuni secondo l’occorenze, il tutto è causato da i cavallieri et patroni delli poveri villani, nondimeno io superai ogni dura difficultà con la sola dolcezza et procieder mio con loro, onde concludo che chi vuol governar quelle genti et massime a tempi di aperta et ardente guerra, come toccò a me per il spatio di tanto tempo, biaogna che depona ogni durezza da parte et severità d’animo, vestendosi tutto de facili et humane maniere, le quali sono atte di superar ogni tigre et leon superbo, non che huomini chiristiani ben nati et allevati, anchor che alquanto lontani dal viver civilissimo Italiano, tutta via si sforzano, quanto gli è concesso dalla natura et dal continuo conversar con Italiani, di viver assai civilmente con non picciol devotione di sacrosanti officii et misterii della chiesa. Queste sono Serenissimo prencipe et eccellentissimi padri le opere et attion mie, le quali mentre come Proveditor general del Regno di Candia ho fatto in nome della Serenità vostra, senza mai perdonar a fatica o travaglio, per grave ch’egli sia stato, come mi persuado che doveria far ogni sincero et devoto suo cittadino, per beneficio et reputatione della sua patria; intorno al sito et descrittione del qual Regno io non spenderò più parole, essendo certo che Vostra serenità inanche [?] adesso da molti suoi clarissimi rappresentanti è molto ben informata, come è posto giusto tra l’Asia et Europa con una distantia eguale, così dell’una come de l’altra parte di terra ferma, la longhezza della quale è più di 200 miglia et di larghezza 15, 20 et 30 et finalmente di circuito circa 700 miglia abondantissima di vino, ogli, formaggi, grani et tanto formento quanto le basteria per sei mesi per uso proprio, per il che alle più volte si patisce gran carestia di pane, con non picciol interesse de Vostra serenità nel far condur grani da terre et paesi alieni, come fa tutta via dall’isola di Sicilia; in questo Regno doppo l’esilio mio a i 10 ottobre passato, consegnai nelle mani dell’eccellentissimo Foscarini il carrico di Proveditor general di quel Regno, mandato a questo dalla Serenità vostra et così doppo haver io dato tutte quelle informationi a Sua eccellenza, che a tal carico mi parevano necessarie, havendo prima visitato di compagnia quella fortezza et fatto far mostra generla de tutti i fanti che si trovavano in quel presidio, mi messi in ordine per ritornar a i suoi piedi, si come riverentemente le scrissi per le mie di 11 di detto mese, ma l’inaspettata morte del clarissimo messer Piero Calbo fu Rettor della Canea, ha causato ch’io mi fermassi al governo di quella città importantissima, così persuaso et commandato dal sudetto eccellentissimo Generale [?] fino a i 17 aprile che gionse de là il clarissimo messer Anzolo Barozzi, eletto a quel Regimento della Serenità vostra; nel qual governo per 5 et più mesi non mancai di amministrat quella giustitia, che dalla Maestà di Nostro Signore vien infusa a tutti i buoni et sinceri rappresentanti la Serenità vostra, prestando quell’opera, che maggiore et più diligente si potea per il governo di quel presidio. Il fine.
1575 a primo luglio
Relatione presentata per il clarissimo messer Luca Michiel ritornato Porveditor general di Candia
Serenissimo Principe illustrissimi et eccellentissimi Signori
Essendo io dalli 26 febraro 1569 sino alli 24 giugno 1575, che sono mesi 64, stato nel Regno di Candia in servitio di Vostra serenità con carico di Proveditor della Canea, di Capitano di Candia et ultimamente di Proveditor general del Regno, la lunghezza del tempo, ch’io ho servito, la varietà et importantia de negotii che ho passati et l’interesse della Serenità vostra, appena consentono ch’io in questo ultimo atto della mia relatione sia così breve come desidererei, pure lasciando tutte le cose superflure et stringendo solo il sugo delle necessarie, forciromi di non attediare Vostre signorie eccellentissime rendomi all’incontro sicuro, che come esse sono gratissime in udire li clarissimi Ambasciatori che doppo il ritorno dalle lor legationi le rendono conto del stato de Regni altui, così sarano benigne in udir me mentre le darò informatione del suo di Candia, Regno di tanta importantia et di tanta riputatione a questa Serenissima republica et le raccorderò quelle cose che reputo necessarie per la sicurtà, difesa et conservation sua. Et prima brevissimamente referirò quel tanto ch’io ho operato essendo Proveditor alla Canea, poi che ho inteso che la relatione, la qual mandai uscito di quel carico, non fu letta in questo eccellentissimo Consiglio, voglio creder per le sue infinite occupationi. Parve Principe serenissimo eccellentissimi et gravissimi padri, alla bontà di nostra Serenissima deputarmi ne primi moti della passata guerra Turchesca al governo della Canea; et se bene io vedeva a quante fatiche et pericoli m’esponesse il suo giudicio, pure sapendo all’incontro che non è buon cittadino chi teme pericoli per la patria, accettai allegramente il carico; et vedendo il bisogno urgente et il beneficio della prestezza, partì da suoi piedi alli 26 febraro 1569, cinque giorni doppo la mia elettione, et usando nel viaggio ogni possibil diligentia, gionsi in quella città a 3 d’aprile, dove trovai esser sta dato principio dal clarissimo messer Lorenzo da Mulla, all’hora Proveditor general di quel Regno, all’armar delle sette galee che havea ordinato la Serenità vostra da quella città, introno il qual servitio essendosi partita Sua signoria clarissima per Candia, impiegai talmente ogni mia opera et solecitudine, che esse galee furono all’ordine et consignate al clarissimo messer Marco Quirini Capitano all’hora del colfo, molti giorni prima che le altre galee di quel Regno. Venuto doppo nel porto della Suda l’eccellentisismo Capitano general da Mar Zane con l’armata, inteso il bisogno d’huomini, per esserne infiniti mancati d’infirmità, usai ogni diligentia et distrezza per darvi quel rimedio, ch’io potessi. Cavalcai in persona alla Sfachia, d’onde hebbi una buona banda di quelli huomeni et oltra li Sfachioti diedi a Sua eccellentia di quel territorio 500 homini da spada et 700 da remo et molti marinari, i quali tutti andarono senza danaro di Vostra serenità. L’anno 1571 essendo state l’invernata disarmate le sette galee sudette et havendo havuto ordine di rearmarle a primo tempo con altre quattro appresso, se ben gl’huomini spaventati per li continui et infelici successi dell’anno ’70 eran malissimo animati et riputavano che l’andar in armata fusse andar alla morte, superate però tante et così gravi dificulta le armai benissimo et presto; essendomi convenuto ritrovar intorno 400 galeoti in luoco delli morti et delli falliti, et tutte 11 consignai alli clarissimi Proveditori dell’armata Quirini et Canale, da quali furono condotte a Messina con l’altre di quel Regno all’eccellentissimo General Veniero. L’anno ’72 l’eccellentisismo Proveditor general Soranzo m’impose ch’io con tutta la sua auttorità et potestà andassi a Retimo per armar di quella città et territorio quattro galee, ove andai più tosto con pensiero di mostrarmi ubidiente a Sua eccellenza, che con speranza di poter in fatti servirle, pur nostro Signor Dio fu tanto favorevole alla diligentia mia, che contra l’espettatione universale et mia particolare le armai, non mi essendo mancato d’ogni possibil favore in tal negotio il clarissimo messer Hierolimo Sagredo all’hora Rettor di quel luoco, gentilhuomo di molta bontà et pieno d’affettione verso le cose publiche. Questo è quanto ho operato in servitio della Serenità vostra in proveder le armate, né ho nelli altri carichi mancato di affaticarmi quanto ho saputo et potuto per servirla.
L’anno ’71 prima che l’armata Turchesca entrasse nel porto della Suda, il clarissimo Cavalli Proveditor general del Regno mi scrisse ch’io mettessi insieme quattro in 5.000 huomini di quel territorio, sotto quei capi ch’io giudicassi più atti, per li 10 di maggio, che mi haverà mandato danari per darli meza paga, acciò unitigli con una parte della fantaria Italiana, ch’io havea in quel presidio, et con altre genti che egli mi haveria mandate di Candia et Retimo andassi alla Suda, per prohibire il sbarcar a nemici, se fussero venuti in quel porto. In essecution del qual ordine mandai immediate per il territorio alcuni nobeli, i quali io conoscevo desiderosi di servir Vostra serenità et sapevo ch’erano nel contado d’auttorità, quali mi avisorono haver ritrovati 4.000 huomini buoni armati d’arco et arcobuso, quali sariano venuti tanto più facilmente quanto che oltra il servitio publico, l’odio contra Turchi et desiderio di conservar il suo, erano anco inanimati dalla speranza del sudetto pagamento. Ne diedi conto a Sua signoria clarissima ricercandole insieme li danari promessi, espedì dui cittadini principali ad un luogo vicino alla Suda, acciò che facenssero far il pane per quella gente. Diedi ordine al capitano Leon Remusati che riconoscesse il luogo, nel quale li nemici potessero sbarcare et da lui intesi, che quando ben li nostri havessero havute la carica, era però sicura la retirata alla città. Mentre io stava tutto intento a fare le provisioni necessarie, per andar contra nemici aspettando li sudditi danari, mi fu per sue littere comandato che soprasedessi sino ad altro suo ordine, perché m’haverebbe avisato delli andamenti de Turchi, onde havendo io in commisione da Vostra serenità di obedire al Proveditor suo general dell’isola, essequì così in questo, come ho sempre fatto in ogn’altra cosa l’ordine suo. Pochi giorni dapoi la guarda della montagna mi aviso d’haver scoperta l’armata Turchesca, la quale partita da Milo veleggiava verso la Suda, né concedendo la strettezza del tempo spatio di metter inseme le genti et di andar alla Suda contra nemici, come et la riputation publica et la sicurtà di quel Regno ricercavano, et io sarei andato, se in tempo havessi havuto li denari et non fusse stato rivocato l’ordine, ma se non feci all’hora quello che più desiderano et volevo, feci almen quello che puoti, espedì avisi in Candia et a Retimo et diedi commissione alle marine della Canea, che i vicini si ritirassero nella città et i lontani alla montagna, il qual ordine fu in tanto essequito che i Turchi sbarcati non presero più che dui vecchi inutili, li quali poi furono lasciati andare. Alli 15 di zugno li Turchi sbarcati senza contrasto, vennero a vista della fortezza. È impossibile signori illustrissimi rappresentar a Vostre signorie illustrissime il pericolo manifestissimo, nel quale quella gente, la città et per consequenza tutto il Regno s’attrovava et il travaglio nel qual io era, non già per la mia vita, per ciò che né più gloriosa, né più honorevol morte può fare un buon cittadino che morir per la sua patria et per i populi commessi alla sua cura. Ma quello che molto mi affliggeva era il veder la dificultà grande in conservar essi populi et la città, essendo quella giudicata da tutti quei capitani inhabile a difendersi lungamente, per le sue imperfettioi, per il poco numero de soldati et quel che più importava, per il mancamento di vettovaglie d’ogni sorte, dovendosi massimamente resister ad una così grossa et potente armata, come era quella che poteva fermarsi quanto voleva, havendo di tutti i lati i suoi paesi, da quali tutte le cose necessarie le sariano state sumministrate et essendo nel principio dell’estate haveria havuto quattro mesi giugno, luglio, agosto et settembre da poter usar le sue forze a nostri danni et ritrovandosi all’hora in quel porto il clarissimo Proveditor Canale con 26 galee, le genti delle quali non per altra causa mi davano travaglio, che per non haver io il modo di dargli da mangiare, per non vi esser biscotto in alcuna di esse; dalle quali però nel resto si hebba all’hora molto aiuto, ben si sapeva, che l’armata di Vostra serenità priva di quella banda non poteva spingersi inanci, era anco alquanto indisposto il clarissimo Rettor Lippomano, il quale col portar insieme le fatiche mi saria stato di grandissimo sollevamento et male si haverebbe fatto quando non si havesse havuto una grossa provisione di farine, che fu fatta fare con la diligenza del magnifico messer Luca Miani conseglier, al quale fu dato questo carico. Onde in tanti disturbi et pericoli ristrettomi a conseglio con li sudetti clarissimi et col colonel Vicenzo Lignami governator di quella militia, per risolver quello che si havesse a fare proposi di mandar fuori parte de nostri a scaramuciare contra nemici, parve al Governator il contrario, et considerata la potenza del nemico et il poco numero de nostri soldati, consigliò ch’io non dovessi lasciar uscire alcuno de nostri, ma serbarli per difendersi dalli assalti quando il nemico si fusse accampato. Ma vedendo io che né per la fortezza della città, né per il mancamento de vettovaglia, né per l’altre dificultà considerate di sopra potevo tener tutta l’estate contra tante forze quella piazza et che era parimente vana ogni speranza di presto soccorso, venni in opinione che così come col star rinchiusi nella città et mostrarsi in tal modo timidi et deboli, si daria animo a nemici di fermarsi all’impresa come riuscibile et facile, così all’incontro col uscire et mostrarsi arditi et potenti, si haveria scemato a lor l’ardire, immaginandosi forse non poter far alcun frutto si sariano levati dell’isola,. Dove dunque mancavano le forze, supplendo con l’animo et ingegnandomi di coprir con l’ardire i mancamenti nostri, spesi fuori una banda de soldati Italiani et grosso numero de Graci, andandovi anco molti huomini delle galee, quali scaramuciando tennero continuamente travagliati li nemici con riputatine della fortezza. Nel medesimo giorno Iddio ci mandò due navi col colonello Francesco Giustiniano Genovese et 800 fanti Corsi stimati[?] che fusse ben fatto introdurne fra li soldati novi et vecchi, et fra Greci un poco di concorrenza et emulatione d’honore, acciò ogn’uno meglio facesse la parte sua et giudicando molto al proposito al primo mio dissegno far uscir quel maggior numero de soldati, ch’io potessi, subito sbarcato il detto colonello Giustiniano, l’essortai a voler uscir, onde lui immediate usci con 300 suoi archibuscieri et fece la parte sua valorosamente. Nei giorni seguenti vennero li bassà a vista della città, per riconoscerla et furono continuate le scaramucie, alle quali essendo uscito il governator Lignami et ritornato nella città, gettatosi al letto, in quattro giorni passò di vita, nel tempo a ponto che dell’opera sua si haveva maggior bisogno; onde aggionta la morte di esso governatore a gl’altri incommodi, si attrovavimo in tanto maggior travaglio, non potendo il clarissimo Rettore in tutto supplire al desiderio suo, se ben faceva molto più di quello, che la sua indispositione comportava. Li nemici, doppo esser stati alcuni giorni in continue scaramuzze con nostri, si rivoltorono a danni di Retimo et in alcuna parte del contado della Canea. Di Retimo non parlo per non refrescar nella memoria di Vostra serenità quella non meno vergognosa, che grave piaga, causata dalla vista di quelle genti. Nel contado della Canea in quella parte, alla quale per la lontananza non si potea porger soccorso, fecero de danni et furono da contadini in molti luochi mal trattati con poco danno de sudditi di Vostra serenità, intesi poi che Aluzzali era risoluto di passar di sotto la città 100 galee, havendo proposto al bassà che avicinati in un punto instesso sparassero 100 canonate contra la città, verso il porto, per far qualche tentativo da quella parte, laonde diedi immediate ordina alla nave Bonalda et alle altre due, che haveano condotti li Corsi, che si fermassero alla bocca del porto, con far star in ponto l’artegliaria de la città et nel passare che facesse essa armata gli fussero sbarate molte cononate dalla città et dalla navi, ilche fu essequito molto a tempo, onde essa armata scostandosi, andò a forzar fra Tudura et un loco chiamato Perlatanea, luoco copioso d’acqua et discosto cinque miglia dalla città, dove sbarcati furono da nostri continuamente travagliati. Et s’io havessi havuti 100 cavalli buoni, che in fatti non ne havea 10 mediocri, i nemici nella partita che fecero a 24 di detto mese, si sariano partiti con assai maggior danno. In tutti quei giorni il clarissimo Proveditor Canale et col consiglio et in tutte l’altre cose non mancò di farre quanto fu in poter suo in servitio publico; et il clarissimo Rettor Lippomano, qual di buona volontà non ciede ad alcuno, fece più di quello che dall’indisposition sua li era permesso, supplendo col consiglio a quello che non poteva in altro; né mancorono di adoperarsi con ogni prontezza li magnifici messer Giacomo Longo et messer Luca Miani, conseglieri, con molta mia et universal satisfattione in tutti li carichi che hebbero in quella occasione. Partita la sudetta armata alcuni mesi dapoi il clarissimo Proveditor general Cavalli, volendo castigar l’inobedienza della Sfachia, mi comando che con 300 archibusieri Italiani et 700 Greci cavalcassi verso quel loco, ove Sua signoria clarissima saria parimente venuta con grosso numero di soldati et gente del paese, dove andato iuxta l’ordine et unitomi con Sua signoria clarissima, entrammo il primo di novembre 1571 nella Sfachia, senza contrasto, et il giorno seguente licentiato da lei mi partì con commissione d’andar al scoglio della Suda, con l’illustre signor Latino Orsino et colonel Moreto Calavrese per riconoscer quel luogo et consultare la fabrica del forte, che ivi si dovea fare. In questo tempo gran travaglio hebbi in tener i soldati et specialmente i fanti Corsi sei mesi continui senza paga, in tempo che non havevano danari et mangiavano pane di formento guasto mandatomi di Sicilia, né però per bontà di Dio successe disturbo alcuno et pur sa Vostra serenità quanto facilmente si sollevino i soldati non pagati; li tratenni con destrezza et con humanità et li addolcì talmente con buone parole hora consolandoli con speranza, hora transferendo la colpa al mare et venti, di maniera che stesero sempre quieti, et mi furono così obedienti come se li havesse ogni mese pagati. Mi sopragionsero poi lettere di Vostra serenità dell’elettion mia in Capitano di Candia, et tratenuto di ordine del clarissimo Cavalli sino che si havesse nova dell’armata Turchesca, a primo d’ottobre 1572 io partì per la città di Candia, communicati inanci la mia partita col clarissimo Rettor Calbo gl’ordini lascatimi per sicurtà di quella fortezza dall’illustrisismo signor Sforza Palavicino, et alli 4 d’ottobre il clarissimo messer Pasqual Cigogna mi renonciò il capitaneato; nel qual carico pochi giorni doppo entrato, havendo havuto sopra di ciò caldissime et efficacissime commissioni dall’eccellentissimo Capitano general da mar Foscarini, superando molte dificultà, consignai 670 huomini buoni da remo al clarissimo Proveditor Quirini, cavati dal territorio di Candia et Scittia, per il qual effetto havendo io ricercata l’università de gl’hebrei di quella città, che volessero ancor loro in quella occasione dar qualche numero d’huomini per servitio dell’aramta o qualche aiuto de danari, essi vennero a questo che si contentorono di dare, si come prontamente esborsorono 300 [?] cechini, quali restorono in quella Camera per le spese opportune di essa. Né voglio restar di dire alla Serenità vostra, esser stato introdotto da me nell’occasioni c’ho havuto di armar galea in Candia et alla Canea, che anco li hebrei contribuissero o danari o quella portione d’huomini che mi parve conveniente. Et ne gl’altri carichi di quel mio capitaneato intorno a quella fabriche et dove bisognava, mi essercitai con quella diligentia che puoti maggiore, sino alli 22 marzo 1573 nel qual giorno prontamente et con allegro animo presi sopra le mie debol spale il grave et faticoso peso di Proveditor generale del Regno, conferitomi da Vostra serenità et renonciatomi dal clarissimo messer Daniel Veniero di felice memoria. Questa mutatione, si come mi fu segno evidente et manifesto che Vostre signorie eccellentissime erano sodisfatte delle mie passate attioni, così all’incontro m’era di gran travaglio, perché et vedeva esser molto dificile corrisponder all’espettatione che le mostravano haver concepita di me, et molto più perché considerava esser sopra le mie picciol forze posto il carico del governo di quel Regno. Ardeva nel principio di esso mio governo la guerra, era a fronte d’un nemico potentissimo, il quale et per il suo interesse voleva et per le forze poteva gravissimamente molestarci; le fortezze erano tutte imperfette, onde dubitava grandemente che non solo non giovassero alla conservatione, ma che acellerasseo la venuta del nemico, che vedeva allhora molta facilità et all’incontro potea considerare, che diferendo et dando spacio di ridure a fine le fortezze haveria poi havute molte difficultà in quell’impresa. De soldati il Regno era molto mal proveduto, né havea la mità della gente che da ciascuno intendente era giudicata necessaria alla difesa; era quasi spogliato de denari et specialmente di cechini et buona valuta, et se bene nella Cecca si battevano continuamente cavalline et perperi, non bastavano però a pagamenti delle fantaria et alle spese delle fabriche delle fortezze, perilche si conveniva ben spesso pigliar danari a cambio da particolari, che si rendevano molto dificili a sovenirci. Non si attrovava pane né vittuaglia, se non per pochi giorni, et il fontico publico della città de Candia, il quale ha sempre mantenuta non sol quella città, ma anco la Canea et la Suda, era redutto a tale che non havea formento se non per giorni et poca quantità di biscotti; la onde volgendo il pensiero et la mente a Vostra serenità et all’eccellentissimo Capitano generale, stava in continua espettatione di sufficiente presidio et soccorso a nostri bisogni, ma era così grande la necessità di quel Regno et tanti gl’inconmmodi et dificultà che havea Vostra serenità in soccorrerlo, che appena erano gionti et sbarcati li soccorsi che erano consumati, onde mi attrovavo nelle medesime dificultà di prima. Con tutto ciò resistendo al peso di tanti travagli si usorono quei rimedii che si puote, fu espedito in diligenza a Vostra serenità et all’ecccellentissimo General da mare Foscarini, avisandole particolarmente della strettezza et bisogni di quel Regno et supplicandole d’aiuto di gente, di biave et danari; et come Vostra serenità fu pronta rispetto alle molte difficultà in sovvenirci, così Sua eccellentia continuando in haver quella cura et pensiero del Regno, che l’havea mosso a mandar il gennaro sotto il governo del clarissimo Proveditor Querini molte insegne di fanterie veterane, scrisse caldamente a Messina al Ragazzoni, acciò vi provedesse di formenti, ce ne mandò Lei medesima buona quantità, né tralasciò alcun officio possibile per la salute et conservatione di quel Regno. Si usò ogni diligenza et destrezza in superare molte dificultà, che ci s’appresentavano per haver argenti, de quali il Regno era eshausto per servitio della Cecca, la quale si può dire che sia stata la salute di quelle fortezze, poiché non si sariano ritrovati danari a cambio quando la moneta, che si spendeva nel Regno, che era di cavalline et perperi, havesse havuto corso altrove, specialmente dolendosi ad altra voce quei che sborsavano danari in quelle Camere, che i ministri di Vostra serenità in questa città ponevano gran difficultà in pagar le loro littere di cambio. Ma perché i mercanti particolarmente erano astretti ad uscir di quelle monete, che non si spendevano in altra parte, però costretti da questo rispetto ce le davano a cambio, dal che si vede il segnalato servitio, che ha ricevuto Vostra serenità in questa parte dalla prudentia del clarissimo Proveditor general Cavalli, poi che ritrovò modo con batter le cavalline, che né a lui né a successori mancorono danari per i pagamenti delle fanterie et spese delle fabriche. Solecitar assiduamente la fortification di Candia et di Paleocastro facendovi lavorare molte opere et considerando che al pericolo che ci soprastava, non poteva esser a tempo rimediato da gl’huomini delle angarie, che per piccola mercede sono sforzati venir a lavorare alle fabriche, però col parer di quelli clarissimi signori feci con honesto pagamento andar al lavoro i soldati, i quali in pochi giorni ridussero in difesa il forte fabricato sopra il monte di San Dimitri et assicurorono da quella parte la città, la quale potendo esser battuta da quel monte et potendo parimente nella valle sottoposta ad esso Monte allogiare un grosso essercito, stava in gran pericolo, se col forte sudetto non fusse stata levata al nemico la commodità di quel luogo. Né potendo io esser ad un tempo in tutti i luochi, il signor Latino, anteponendo il servitio di Vostra serenità ad ogni suo interesse et commodo, vedendo che’l nemico quando si risolvesse di venir all’impresa di quel Regno, non poteva in alcun porto né con maggior suo commodo né con più grave danno di Nostra serenità redursi, che in quello della Suda, andò ad habitare l’invernata con la sua famiglia sopra quel sasso, per veder ogn’hora il lavoro et procurare che per tutto marzo quel forte fusse in difesa, per tenir in quanto poteva con l’artegliaria lontano il nemico et con la sua assidua diligenza lo ridusse a buonissimo termine. In questo stato erano le cose di Candia quando dalle lettere del clarissimo Bailo di Costantinopoli et da molti schiavi fuggiti et da molti altri conformi fui avisato delle gagliarde preparationi, che per terra et per mare, erano fatte da Turchi per assaltar quel Regno, per conservatione del quale et per riputatione di Vostra serenità conoscendo esser necessario opporsi al sbarcar de nemici et perché i sospetti maggiori erano verso la Canea, poi che era frontiera del Regno et fortezza per l’imperfettioni sue poco sicura, giudicando convenire porre principalmente rimedio a quella parte, feci col parere delli sudetti signori risolutione di cavalcare a quella volta, con animo di ridur insieme quel numero de contadini et gente da fatti, ch’io potessi maggiore, et con essi et con i soldati delle ordinanze delle città et con parte della fanteria Italiana, formato un essercito ridurmi in campagna e per oppormi a disegni de nemici, la gravezza di miei travagli fu sollevata assai dalla prontezza ch’io vidi delli isolani al servitio di Vostra serenità, imperoché et molti principali della Canea mi si offersero con sue lettere prontissimamente di seguitarmi con tutti i suoi in ogni accidente et i Sfachioti mi offersero 300 huomini del loro territorio, valorosi et ben armati, con conditione ch’io sino alla sententia dell’eccellentissimo Capitano general da Mare, li facese un salvacondutto del bando datoli dal clarissimo Proveditor general Cavalli di buona memoria, accettai la loro offerta, poi che per la prontezza che et all’hora et per il passato, mentre ero Proveditor alla Canea, havevo conosciuta in loro et per il suo valore, giudicai esser servitio di Vostra serenità tenerli alla sua devotione, per haverli pronti in quella tanto importante occasione. Et havendo inteso dal capitano Curtio Sciro governator di tutte le cernede del Regno, mandato da me a riveder le genti di Scittia, che quei soldati non si essercitavano per mancamento di polvere et corda, mandai a quel magnifico Rettore tutte le cose necessarie, scrivendoli, che a fine che i soldati fussero più pronti nel servitio publico, facesse per tutta la sua giurisdittione osservarli l’immunità et privilegii a loro concessi dalla benignità di Vostra serenità et li tenesse in ponto per ogni mia richiesta. Spedì per li casali alcuni gentilhuomini et cittadini principali, acciò facessero una descrittione de tutti gl’huomini atti all’arme; commettendo che si facesse il medesimo nelli altri territorii et fatta la mostra di quella cavallaria, con alquanti de i cavalli migliori, m’inviai vero la Canea, dove gionto alli 12 maggio 1573 col parere del clarissimo Proveditor Cigogna, del signor Latino et del Conte Giovanni Maria Martinengo governator di quella militia, fu dato ordine et difesa che si puotero far maggiori et esso clarissimo Proveditor mi fece veder la mostra delle ordinanze di quella terra et di fuori, quali erano molto ben disciplinate et armate. Fermato dui giorni alla Canea andai col signor Latino alla Suda, ove si lavorava con gran fretta et vidi che quella fortezza era stata talemente dalla vigilantia di quel signore molto ben assicurata, fatta esperienza di dui pezzi sparati dalla parte lontana dalla fortezza 850 passa et dati alcuni ordini al magnifico Castellan Ferro, il quale s’affaticava con gran diligenza et nelle fabriche et nelle altre provisioni che aspettavano al suo carico et al servitio di Vostra serenità, mi partì con l’animo molto consolato, la qual consolatione s’accrebbe per la venuta in quell’isola della nave Nana et d’altre navi, con le quali si hebbe danari, artegliaria grossa per la Suda, soldati, monitioni et biave, le qual provissioni et soccorsi m’augumentorono assai l’animo, ch’io havea di poter mantenir in ogni caso quel Regno sotto la devotione di questa Serenissima republica et mi diedero materia di far conoscer a quelle genti l’obligo c’havevano alla Serneità vostra, che non sparagnava ad alcuna spesa per la loro conservatione et di accenderli a fare anco dal suo canto ogni sforzo per la salute propria; et certo ch’erano così pronti, che maggior prontezza non harrei saputo desiderare.
Quando noi eravamo tutti intenti alle provisioni di guerra, all’hora fuori d’ogni nostra espettatione alli 17 maggio 1573 gionse alla Canea una fregata con lettere dell’eccellentissimo Generale, le quali m’avisarono la conclusione della pace, stabilita tra Vostra serenità et il Signor Turco, et con lettere publiche per le quali mi era commesso, che ritenuti in quelli presidii 2.250 soldati de migliori, io licentiassi gl’altri, onde rivolsi i pensieri dalla guerra al sgravar Vostra serenità di tante spese. Et perché nell’isola non v’erano all’hora navi, né altri vasselli per imbarcar i soldati, per la medesima fregata scrissi al sudetto eccellentissimo General et alli clarissimi Bailo di Corfù, Proveditor del Zante et Proveditor dell’armata Querini, pregandoli ad inviarmi quel magigor numero de navi et vasselli che potessero, feci anco, secondo l’ordine di Vostra serenità, disarmar le galee et galeote da corso et sotto gravissime pene prohibì il riarmarle, facendo intender ad ogn’uno che s’astenesse di offender le persone et robbe de sudditi del Signor turco, acciò l’insolentie de particolari non sturbassero i dissegni di Vostra serenità et prohibissero il stabilimento della nova pace; et lasciato ordine al clarissimo Proveditor Cigogna di licentiar alcuni capitani et soldati, ritronai [?] in Candia, ove gionto col parere del signor Latino, imbarcai sopra quattro vasselli che in quelli dì erano gionti, le genti del signor Prospero Colonna insieme con altri soldati de diverse compagnie, a quali oltra il passaggio et provisioni necessarie per il viver nel viaggio, donai col consenso et parere di quei signori clarissimi una paga par uno, poi che li clarissimi capitani di Candia inanzi la guerra, nel licentiar i soldati c’haveano servito in tempo di pace, haveano tenuto il medesimo stile, scrissi al magnifico Proveditor di Cerigo, che tenuti cento buoni fanti, licentiasse gl’altri et al magnifico Rettor di Tine, che ne ritenesse soli 50 et seguitai secondo la commodità de vasselli ad imbarcar tutti gl’altri; et essendo sta necessitati alcuni di quei navilii per li tempi contrarii tratenersi molto tempo in quei porti convenisseno sovvenirli et aiutarli, di che all’hora fu dato aviso a Vostra serenità. Pareva che per la pace il Regno fusse ricreato alquanto, ma nel principio della nostra quiete, doi accidenti inespettati ci travagliorono assai, l’uno fu la peste che si scoperse in Scittia portata da una nostra fusta, che di ritorno di corso era ivi capitata, alla qual peste però fu rimediato con molta prestezza, essendo cavalcato a quella banda il clarissimo capitano Basadonna; l’altro i danni che quattro fuste de corsari Turchi fecero nelle marine della Canea et nel luogo della Messarea. Si dolevano quei populi che le sue persone et sostanze erano sotto la fede della pace depredate, onde per rimediare alli insulti de detti corsari, i quali con morte di alcuni di loro erano stati ributati valorosamente da paesani, mandai a Gerapetra il Governator Curcio con 50 fanti Italiani et i cavalli Strattioti et spedì a Piriotissa, castello di Candia posto alla Marina in una bella et fertile campagna, il colonello Leone Ramussato con 300 archibusieri, acciò prohibissero che quelle genti non fussero danneggiate. Scrissi al clarissimo Bailo in Costantinopili, che operasse a quella Porta, che essendo buona amicitia tra Vostra serenità et quel Signore non fusse comportato che i suoi corsari dannegiassero li sudditi di Vostra serenità, la quale faceva portar da suoi ogni rispetto a sudditi di Sua maestà; et vedendo con tutto ciò che nel mese di luglio una galea et quattro fuste Turchesche in quel di Scittia haveano presi alquanti huomini, raccordai con mie lettere a Vostra serenità riverentemente, che saria servitio suo il tener in quel Regno una guardia di quattro galee, le quali scorrendo per l’isole et fuggendo i corsari, haveriano liberati quei populi da tante molestie et sospetti et li haveriano assicurati a coltivare molte campagne poste alla marina, che per timore di detti corsari erano lassate inculte, con grave pregiudicio di quel Regno molto bisognoso di vettovaglie, poiché quanto produce [?] mai basta alimentar li habitanti. Aggravorono li travagli dell’anno ’73 la sterilità del raccolto, la qual fu tanta che il mese d’ottobre si cominciò a sentir la fame nel paese et perché i mercanti Turchi, benche fusse seguita la pace, non venivano a condurre formenti, tutte le nostre speranze erano appoggiate sopra i soccorsi di Vostra serenità, li quali non potevano esser presti per la lontananza et perché anco potevano esser tratenuti da venti contrarii, pativa la città di Candia, ma molto più la Canea et altri luoghi; io come padre de tutti, per il carico che tenevo ero da diversi pensieri travagliato, perciò da l’un canto vedeva non poter senza mala sodisfattione de popoli levar il formento da luogo a luogo, dall’altro conosceva esser impietà non sovenire quelli ch’erano in maggior bisogno, oltra che anco sapeva esser ufficio mio proveder alle fortezze. Onde vedendo che’l principal carico de chi governa un Regno è l’haver cura delle più importanti piazze, volsi che nella Suda sempre vi fusse vittuaria d’avantaggio, sovenni la Canea, dando a gl’altri luochi quell’aiuto che puoti, ma certo l’haveriano fatta molto male, se alcuni sudditi del Signor turco non havessero dall’arcipelago condotta quantità grande di fasuoli, i quali comprati in molta summa dal publico, insieme con li formenti mandati dall’eccellentissimo Generale, aiutorono la povertà sollevando l’estrema penuria che fu in quel Regno li mesi di gennaro et febraro. Io desiderava sopramodo poter goder il beneficio della licentia concessami dall’infinità bontà di Vostra serenità a 14 agosto 1573, con parole honoratissime oltra ogni mio merito, ma perché tenevo ordine da lei di non partire se prima l’armata Turchesca non havesse passato Cao malio di ritorno in Costantinopoli et havendo quella tardato a passar tutto il mese d’ottobre, non puoti all’hora mettermi in viaggio, si per il mancamento de vasselli sicuri, si ancora per il sopragionger dell’inverno, perilche il signor Latino et io fossimo forzati a tratenersi di là tutta l’invernata.
A 23 di decembre gionsero nel porto di Candia sotto’l governo del clarissimo Donado Governator de condannati le galee di quel Regno, sopra le quali vi era il signor Brunoro Zampesco successor del signor Latino, havendomi presentate le littere della Serneità vostra, nelle quali si contenevano diverse commissioni et fra l’altre la ricuperatione della cavalline et perperi di rame et l’ordine di ridurre i pagamenti della militia da 12 a 8 paghe all’anno. Queste commissioni divulgate empirono tutto il Regno di mala sodisfattione udendosi di ogni canto querele de soldati et paesani, onde noi da l’una parte eravamo stimulati dal desiderio di esseguir quanto ci era stato imposto da Vostra serenità, dall’altra poi ci dispiaceva assai dar mala satisfattione a popoli et a soldati, et vedevamo che il darle essecutione era più tosto cosa impossibile che dificile, ricercavano quelli che havevano esse cavalline nelle mani in cambio di quella che davano in Camera d’esser reimborsati di tanta buona valuta, secondo la promessa et fede publica a loro data del clarissimo Cavalli, che con prudentissimo consiglio introdusse questa nova commodità, parendo loro strano dover esser astretti a deporle nelle Camere tenendo i loro danari morti, con speranza poi di trarne un’utile, la quantità del quale non era espressa; et i mercanti che havevano la maggior parte del loro haver in cavalline gridavano che l’essecutione di tal ordine apportava alle loro sustanze et facultà gravissimo pregiudicio. Dall’altro canto poi si udivano voci gravissime de soldati, che lamentandosi dicevano esser partiti dalle loro case per servitio di Vostra serenità et haverla bene et fedelmente servita, et che per ciò non meritavano tal ricompensa, allegando che non havendo a pena potuto con le 12 paghe mantenersi, come si vedeva che erano per la maggior parte scalci, tanto meno haverebbono potuto mantenersi con otto, onde proponevano o che fusse data lor licentia et passaggio per Italia, come veniva data a gl’altri, o fussero lor mantenuti quei patti et conventioni con le quali erano stati levati di casa sua et condotti al stipendio di Vostra serenità o al meno fussero a loro sumministrate le cose per il viver necessario, che s’haveriano contentato di servir senz’altro soldo; fui con quei signori a lungo ragionamento sopra il negotio delle cavalline, al quale s’aggiongeva un’altra dificultà, che havendo alcuni scelerati stampare delle cavalline false, et in tanto simili alle vere che non potevano esser conosciute se non dalli proti delli orefici che stampavano nella cecca di Candia, con tutta la diligentia et severità usata contra monetarii, de quali io ne feci impicar tre, essendo andato in persona a far pigliar dui di essi di notte, per dubbio che da soldati non fussero impediti i ministri, onde fu posto in dificultà se le cavalline false dovessero andar a danno di Vostra serenità o pur de patroni particolari et dubitandosi che ne fusse gran quantità, per non aggravar Vostra serenità, fu determinato che fussero tagliate senza reintegrar i patroni. Ma non fu già possibile essequir le commision sue introno i pagamenti, perché non bastando alcune sorte d’ufficii a placar i soldati, anci mostrando loro sempre sdegno maggiore et dubitandosi che fra soldati et Greci nascesse qualche tumulto et disordine d’importanza, col parere di quelli clarissimi signori et per l’insistanza delli signori Orsino et Zampesco, fu risolto che sino ad altro novo ordine di Vostra serenità si continuassero li pagamenti a 12 paghe, si come poco dapoi dubitantosi lei di quello che poteva succedere, ci ordinò che fussero essi soldati pagati a 10 paghe all’anno et ci dava anco libertà di pagarli a 12 quando si havesse vedute in loro mala satisfattione.
Essendo dunque Principe serenissimo i soldati et paesani di varie nationi, di riti et costumi diversi et per l’ordinario poco amici, et di più i paesani alterati per la cavalline et i soldati per le paghe, con gran ragion veramente si dovea dubitare di qualche tumulto. Et ogni sollevatione saria stata molta pericolosa, per esser quel Regno molto discosto da Vostra serenità et all’incontro vicino al Signor turco, a quali tumulti et sollevationi, crederò che a lei non sia stato discorso [?] ch’io habbia ovviato, se ben con qualche danno dell’erario publico, percioché il non stimar danari in certe occasioni è gran guadagno, et non essendo hora il viver in Levate a quei precii, che già soleva esser, ma molto incarito per la guerra et per il concorso di tanta gente forestiera, 12 mesi per la mala valuta delle monete che correvano veramente, era cosa impossibile che i soldati si mantenessero con otto paghe, nè per la pace si sono aviliti o aviliranno molto i precii, non volendo i nobeli et ricchi, in mano de quali sono le robbe, abbassar essi precii; et s’io non havessi limitati li grani, vini, ogli et formagi in gratia de soldati, con tutte le 12 paghe non haveriano potuto mantenersi. Intesi dalla medesime littere di Vostra serenità la risolution sua di mandar quattr galee per guardia di quel Regno et la volontà di far fabricare, per assicurar quei sudditi da cosari, introno all’isola certe torrete ne i luoghi commosi al sbarcare et hebbi l’ordine d’andare a riconoscer col signor Latino o col signor Brunoro i siti et informarmi della spesa per darne conto particolare a Vostra serenità, il qual ordine era conforme alla richieste fattami il mese di settembre precedente da quei nobili et populo di Scittia, quali non puoti all’hora satisfare per rispetto d’una noiosa febre, che sopragionse al signor Latino, che dovea venir meco, et a me una estraordinaria indisposition d’occhi che mi tenne aggravato 40 giorni continui, onde per essequir la commissIone di Vostra serenità m’apparecchiai immediate con detto signor Latino per quel viagigo, risoluto d’andare sopra le galee, per non aggravar quei contadini molto poveri et afflitti, ma essendo sopragionte le littere delli clarissimi Ambasciator et baili in Costantinopoli de 5 decembre, ricevute da me a 18 gennaro, che m’avisavano delle dificultà c’havevano a quella Porta, per la risolutione della nova pace, avvertendomi a star provisto et tratener il signor Latino et tutte le fantarie che si doveriano licentiare, facendo acconciar et poner in ponto le galee et altri vasselli da remo, fu impedita tale essecution. Le qual littere per dir il vero apportorono et a quei signori et a me grandissimo travaglio, vedendo che la Serenità vostra, sotto la fede della pace, havea disarmate tante galee fiorite et licenziati li presidii di gente veterana, et che per ciò non poteva senza molte dificultà et lunghezza di tempo et grande disvantaggio prepararsi di nuovo alla guerra, pur per non mancar a quanto io era tenuto, tratenni i soldati licentiati, solecitai le fabriche delle fortezze con aggionger alle angarie molte soldati et oltra di ciò furono fatte tutte le provisioni giudicate necessarie; et conoscendo che la prudenza et valore del clarissimo Proveditor Cigogna et del signor Latin Orsino, l’uno et l’altro de quali stava per partire, poteva esser in ogni bisogno di grandissimo servitio a quel Regno, feci gagliardissimo ufficio con esso signor Latino, acciò si fermasse sino a tanto che si vedesse il fine delle cose, ma egli per causa della sua indispositione et perché anco sperava che Vostra serenità non fusse per haver novi travagli di guerra, continuò nella sua risolutione di partire. Laonde io lasciati in Candia li ordini necessarii et caricate tre galee di formento et orzo, me n’andai con la galea del clarissimo Governator Donado alla Canea, ove gionto trovai che’l clarissimo Cigogna, havendo havuta la sua licentia, stava per imbarcarsi sopra una nave per venir a repatriare, al qual communicati li avisi di Costantinopoli, lo pregai a non voler in quei moti privar quel Regno di tanto presidio, quanto era la sua persona. Onde Sua signoria clarissima, sopragionte altre littere di Costantinopoli delli clarissimi Ambasciator et Baili di 30 decembre, conforme alle prime, vedendo che i pericoli seguitavano, risolse prontamente di fermarsi, come fece, et l’istessa risolutione di restare fece anco il signor Latino, che lasciai in Candia, mosso dalle medesime littere. Consolò assai la venuta mia quel misero populo della Canea tanto afflitto dalla fame, quanto a pena posso dire, per la quantità di biave che portai, per ciò che non havevano quei signori formento se non per pochissimi giorni et per segno evidente di estremo bisogni, havevano già posto mano nel biscotto, ogni matina si dispensava a poveri in un loco serrato una picciola quantità di pane di quella qualità che comportavano i tempi et sempre ne restavano molti senza, et bisognava che havessero patientia sino all’altro giorno, cosa molto dura et strana ad udire, non che a vedere et provare. Tutti ricorrevano a me né potendo io trarli di quelli affanni stava sommamente travagliato, perché non vedevo altro rimedio a nostri mali, che il soccorso di Vostra serenità, il quale con ragione temevo che potesse tardare, et per la lontananza et per li venti contrarii et forse anco che potesse esser levato da Turchi, quando havessero spinta una banda di galee a i passi. Ma sopra tutto mi premeva il dolore, quando considerava il stato del Regno et la dificultà, che per li sudetti mancamenti vedevo di poterlo conservare a Vostra serenità in occasione di qualche travaglio, non vi essendo non solo vittuaglia, mancamento importantissimo et solo atto a far perder ogni fortezza, ma anco gente da guerra abastanza, poi che le fortezze del Regno di Candia, per opinione d’intendenti di questa professione ricercano 15.000 et più fanti per il manco, se si devono riempire tutte le piazze de i beloardi, et io ne havea poco più di 3.000, i quali con tutto che fussero veterani et eletti, non però m’assicuravano tanto per il valore et esperientia, quanto mi spaventava il picciol numero né si poteva sperare sopra i soldati delle ordinanze, perciò che non erano tanti che potessero supplire al mancamento delli Italiani, sopra contadini poi poco o niun fondamento si poteva fare non havendo che darle a mangiare; le fortezze di Candia et Canea havevano, come hanno ancora, molto bisogno d’esser meglio assicurate, essendo in l’una et l’altra molte imperfettioni et specialmente in quella della Canea, che è frontiera del Regno et si trova in sito molto pericoloso. Considerai anco che se ben si credeva che la fortezza della Suda potesse levar quel porto a nemici, haveria potuto non dimeno la loro armata commoda et sicuramente ridursi, sbarcare et fermarsi nella spiaggia che è fra il scoglio detto il Tuderù [?] qual è longa 12 miglia et coperta da venti che regnano l’estate in quei mari. Se aggingeva a tante dificultà, la sicurezza grande de danari, perciò che non potevamo più valersi delle cavaline; onde espedì una fregata al Zante con mie lettere a Vostra serenità, pregando quel clarissimo Proveditore a mandarle quanto prima, accioché intesi da lei i nostri gravissimi et urgentissimi bisogni potesse in tempo porvi rimedio. Et essendo di novo sopragionte altre littere da Costantinopoli, per le quali venicano confirmati li medesimi avisi, fu espedita la galea del magnifico messer Marco Molino a Corfù con littere a Vostra serenità raccommandate alli clarissimi Bailo et proveditor Quirini, a fine che con la maggior prestezza che fusse possibile o per terra o per mare havessero a darle recapito. Furono alla Canea creati i sopracomiti ordinarii et estraordinarii et posto per me inanci a nobeli, con molta efficaccia, il pericolo et essortatili a sovvenire per quanto portavano le loro forze, per l’obligo che havevano et hanno a Vostra serenità, loro principe naturale, et maxime trattandosi della conservatione o perdita della Patria, della facultà, vita et libertà sua et de suoi. Onde incitati loro dalle mie parole mi fecero larghe offerte di molte cose necessarie et specialemtne di armare et gran parte di loro andar alle marine contra Turchi, et i sopracomiti vecchi di rearmar in otto giorni le galee disarmate, concedendoli io le ciurme vecchie. Il magnifico messer Marc’Antonio Viaro, gentilhuomo di molta auttorità in quella città, offeri la vita et facultà sue in servitio di Vostra serenità. Il capitano Antonio Eudemonoiani s’offerì di armare la galea et galeota sue, con le quali nella passata guerra a sue spese havea servito me in armata. Il magnifico messer Francesco Zancaruol Perazzo offerì se stesso, gl’huomini de suoi casali et quanto havea; et seguitorono molti altri in quanto potevano la prontezza de principali. In questo tempo venuto di Candia il signor Latino a ritorvarmi alla Canea, propose che tutti li nobeli et feudatarii che possedono entrate et terreni in quei territorii, facessero scielta delli miglior et più fidati huomini de suoi casali, quali da loro come capi et patroni fussero condotti, ove il bisogno havesse ricercato, sotto il governo et comando di Sua signoria, il che se ben era difficile per la carestia di pane, per la quale i contadini quasi morivano di fame, fu però il più opportuno et miglior rimedio che si potesse dare alle nostre miserie, attesa la poca quantità di gente Italiana et delle ordinanze che si ritrovava nel Regno. Il medesimo signor Latino fece risolutione di ritrovarsi in la Canea, come luogo più pericoloso et più a nemici esposto, andava con gran solicitudine riconoscendo tutti quei siti da offesa et difesa, offerendosi di uscir in campagna con quel numero di fantaria et cavallaria che havesse potuto metter insieme, per impedir il sbarcar a nemici. Venne poi in opinione al clarissimo Proveditor Cigogna, al Conte Giovanni Maria Martinengo et a me di fortificar il scoglio del Turdurù per levar a nemici la commodità di quella spiaggia, a fine che essendo et dal porto et dalla spiaggia esclusi fussero astretti o a lasciar il pensiero d’offender la Canea, overo ad alloggiar lontano, cosa che non haverebbono potuto fare senza molto incommodo et pericolo, perché non potevano andar a salvarsi se non o sotto vento dell’isola o nel porto di Spinalonga, discosto 120 miglia, overo nell’arcipellago. Nella qual opinione anco vi concorse, si come ci scrissero quei signori di Candia et il signor Brunoro, onde fu cominciato a lavorar quel forte secondo il dissegno del signor Latino con gran numero di gente, a fine che in dui mesi fusse in termine di adoperar l’artegliaria et tener lontani i nemici. Essortai con mie lettere, mandate per la galea del magnifico messer Marco Molino sopracomito, il magnifico Proveditor di Cerigo a star avvertito alla conservation di quel luoco, mandandogli cechini 300 per restauratione d’una muraglia caduta in parte importantissima di quella fortezza. Et conoscendo io che poco necessaria era la mia persona nella Canea, essendovisi fermanto il clarissimo Proveditor Cigogna, che havea molto ben supplito a quanto ricercava il bisogno di quella fortezza, alli 2 marzo del ’74 ritornai in Candia col signor Latino et nel ritorno visitai da novo la fortezza della Suda, rinovando alcuni ordini a quel magnifico Proveditor. Et alli 16 dell’istesso mese di marzo gionse nel porto della Canea il clarissimo Proveditor Quirini con littere et denari mandatici da Vostra serenità, conducendo seco due compagnie de buoni fanti levati dalla nave Contarina, con buona quantità di formento et fava, che havea procurata dal clarissimo messer Francesco Gritti Bailo di Corfù; et parimente ci fu condotta da più navilii buona summa di vettovaglie. Del qual signalato favore le ne fu rese infinite gratie da tutti quei populi. Conobbi dalle littere di Vostra serenità la molta sua cortesia, che l’havea invitata a sollevar i mei bisogni con un donativo di 300 ducati, di che si come all’hora con mie lettere così al presente gliene rendo quelle maggior gratie ch’io posso; et al’hora hebbi la commissione di fermarmi in quel Regno sino ad altro suo ordine et di far intender il medesimo al signor Latino, acciò se mi fusse occorso uscir in campagna, egli come consiglier di guerra mi fusse sempre cavalcato appresso, convocai con questa occasione tutti i nobeli et principal cittadini, mostrai loro il pericolo che soprastava di nova guerra, la prontezza usata da Vostra serenità in proveder a quel Regno di denari, gente et vettovaglie, li essortai a non mancar a sé stessi et a voler per l’honore, facoltà, vita, moglie et figliuoli suoi far ogni sforzo per cavar da loro casali buon numero d’huomini valorosi et armati, perché non solo sariano stati spesati, ma quelli anco che si fussero portati bene sariano stati liberati dalle angarie di galee et fabriche et oltra di ciò s’haveriano guadagnata in perpetuo la gratia della Serneità vostra, il che gratiosamente mi promissero di fare, volendo io che tutti quelli che havevano casali o feudi scrivessero di propria mano sopra uno libro la quantità d’huomini che potevano dare et danto ordine che li tenissero in ponto, per inviarli senza dimora ove il bisogno havesse ricercato. Diedi anco ordine che alla Canea et a Retimo fusse fatto il medesimo, mandando il signor Brunoro a riveder tutte quelle fortezze. Diedi principio secondo l’ordine di Vostra serenità ad armar le galee ordinarie et estraordinarie del Regno, augumentai il numero de gl’huomini che lavoravano alle fortezze, fra li quali quella di Retimo era cresciuta tanto, che in termine d’un mese haveria potuto adoperare l’artegliaria, per opera et diligentia di quel clarissimo Rettor Lando. Al scoglio ditto Tudurù parimente si atendeva a lavorar con molta freta et già il forte di sopra, che è superiore a gl’altri dui che si dovevano fabricare, era quasi in difesa. Mentre tutto il Regno era in moto, intesi dalle littere delli clarissimi Orator et baili in Costantinopoli de 20 febraro 1574 la nova stabilita della pace, onde con animo più quieto m’impiegai in servitio delle galee, ponendo ogni mia cura in riveder i ruodoli de galeotti, quali erano assai confusi, da che nacquero tante dificultà che hebbi in armare le sei galee per me consignate al clarissimo governator Donado, gentil huomo di gran valor, nelle quali usai ogni diligentia et prestezza, a fine che egli potesse partire con esse prima che le galee Turchesche venissero in quei mari. Nell’armar di esse non astrensi ne i privilegiati né meno i galeoti vecchi, questi perché mi parevano degni di riposo rispetto le lunghe et gravi fatiche patite in servitio della Serneità vostra, quelli perché non mi pareva che senza causa urgente si dovessero violare i loro privileggi et tanto meno quanto che et gl’uni et gl’altri si offersero di seguitarmi con l’arme in mano in ogni occorrenza. Partì poi alli 22 maggio ’74 il Governator sudetto con le sei galee di Candia, due di Retimo et due della Canea, del quale fu prestato per tutto il tempo che si tratenne in quell’isola tutto quel maggior servitio intorno le fortezze che si poteva desiderare, non havendosi mai sentito per il tempo che si tratenne in quell’isola rumore alcuno dalle genti delle galee sottoposte alla sua obedientia. In questo tempo essendo arrivato in Candia l’illustrissimo signor Paulo Orsino, condotto dalla galea del clarissimo Contarini Capitano di quella guardia, et giongendo ogni giorno vascelli con gente, monitioni et vettovaglie et conoscendo che se ben era conclusa la pace, non era però Vostra serenità senza gelosia di quel Regno, per li molti apparati che facevano Turchi, mi parve a proposito con tale occasione di far la mostra della cavallaria di Candia, per esser pronto in ogni accidente, dando ordine che non fussero lasciati uscir i cavalli fuori delle porte. Viddi la mostra de soldati delle ordinanze della città, quali scendevano presso a 1.500 ben armati et disciplinati, et havendo prima eletti quattro principali nobeli, i quali con titolo di maestri di campo havessero comandar in campagna alle genti di quei territorii. Mandai fuori quelli di Candia et Scittia, accioche riducessero le genti et scrissi alle Canea et a Retimo che facessero il medesimo. In questa occasione mi diede gran travaglio la cura di far alloggiar i soldati Italiani, novi mandati da Vostra serenità, imperoché non vi essendo alloggiamenti publici, salvo che per poco numero de soldati, era necessario, volendoli aloggiare, come portano il giusto, scacciar i poveri fuori delle lor case, cosa grave veramente, che empiva la città di querele et che accendeva l’odio negli animi de populi contra chi commandava, onde per acquettare le legrime di quei miseri, ridotto il consiglio col parer di quei signori clarissimi, deliberai che i ricchi et commodi i quali non havevano habitation piccioli dovessero col danaro sodisfar a gl’affitti di quelle case delle quali uscivano i poveri per servitio de soldati, per il che le fantarie alloggiarono con picciol interesse di quelli et maggior consolatione di questi. Et essendo stati promessi per tal conto 1.000 cecchini da nobeli et da gl’altri 600 secondo la tassa et carattà gittata fra loro, mi fu fatto intender per nome de gl’interessati, che si sariano contentati che tal denari fussero spesi in fabricar alloggiamenti per soldati, per poter loro rihaver le case sue, onde havendo io a partir di breve rimessi tutto questo negotio alla venuta dell’eccellentissimo General Foscarini. Et in questo proposito mi occorre riverentemente raccordar a Vostra serenità, quello che le scrissi per mie da 17 maggio ’74, esser necessario che siano fabricati in Candia et alla Canea alloggiamenti che bastino per grosso numero de soldati, acciò non siano sforzati i suoi ministri in occasione de moti dar tanta molestia alle genti delle città, poi che in ogni luogo et in quelle parti principalmente la casa è una della maggior sodisfattioni che possi haver l’huomo nella sua patria, della quale vedendosi cacciato, né esser certo di poter goder il suo quietamente, non può far che non si commovi, perché in vero sono cose che irritano grandemente gl’animi de sudditi, fra quali se vi è natione alcuna che si debba mantener sodisfatta (nelche a mio giuditio si deve poner ogni studio) sono li Greci et specialmetne li Candioti, si per la lor natura, che facilmente si spinge in l’una et l’altra parte, si ancora per esser molto vicini al paese Turchesco. Essendo poi venuti avisi che 10 galee Turchesche erano a Scio et che’l resto dell’armata era per venire in quel porto a splamare, ristrettomi a consiglio con quei signori, feci risolutione d’inviar alla Canea, sotto il governo del signor Latino, 1.300 fanti eletti et a Retimo alcuni prezzi di artegliaria, con darne aviso al clarissimo Proveditor Cigogna. Diedi anco ordine che nella bocca della Suda dalla parte larga 850 passa fussero poste le navi Barbara et Dolfina, accioché in caso di bisogno assicurassero con la sua artegliaria maggiormente quel porto; et commessi alli patroni di esse che con le sue barche facessero portare quella quantità d’acqua et legne che potessero maggiore nella fortezza, la quale havendo 700 et più fanti veterani alla sua guardia et essendo di monitioni et vettovaglie fornitissima, non haveva d’altro bisogno. Rinovai a nobili et feudatarii gl’ordini che stessero in ponto con li lor cavalli, mandai per tutti li castelli di quei territorii alcuni gentil huomini principali a far la risegna de i contadini promessimi dalla nobiltà. Et crescendo ogni giorno più la voce et il sospetto che l’armata Turchesca era per venir all’impresa di quell’isola, feci alla fine risolutione di uscir fuori in campagna et passar in persona nel territorio di Retimo con una banda de cavalli et gente del paese et con parte de la gente Italiana, et ivi fermarmi sino a tanto che passassero quei sospetti, conoscendo che a populi del Regno tal risolutione harria dato molto ardire et apportato sicurtà alle cose di Vostra serenità, in caso che Turchi havessero havuto mal animo. Feci elettion della persona del signor Brunnoro, che cavalcasse meco dovendo rimaner il signor Paulo in Candia et il signor Latino alla Canea. Ma essendo sopragionte littere del clarissimo Bailo Tiepolo, che m’avisavano quei apparati esser inviati contra la golleta, confirmandosi tal aviso da molte altre bande, mi consigliai con quelli signori di Candia et concludessimo che fusse ben fatto a non uscir io in campagna, ma comparendo in quelle parti armate Turchesca il signor Latino, ch’era in la Canea, havesse a uscire alle marine con 4.000 tra soldati et isolani, tenendo l’altre genti pronte per ogni accidente. Mandai due compagnie de fanti alla custodia de la nova fortezza di Retimo, sotto la cura del colonello Ascanio Andreasio [?] gentilhomo mantoano, soldato d’honore; la nova fra tanto venuta da Cerigo, che l’armata Turchesca era passata il capo Malio tenendo la volta del Brazzo de Maino, confirmata anco per littere del clarissimo Proveditor del Zante, che dicevano che a 25 giugno era partita da porto Figher tenendo il camino verso Barbaria, mi leberò affatto dal sospetto che già havevo, onde il clarissimo Proveditor Cigogna, che haveva siano all’hora per servitio di Vostra serenità differito di valersi della sua licentia, vedendo ch’l Regno era hormai libero non solo da pericolo, ma anco da ogni sospetto, fece risolutione di repatriare; si come fece doppo così longo et honorato servitio prestato in diversi carichi sopra quell’isola, con singolar satisfattione di tutti quei populi et grandissimo beneficio delle cose publice et seco anco partì il signor Latino Orsino, che per li medesimi sospetti s’era ancor lui fin a quel tempo tratenuto. Io, fatta una mostra generale di tutte le genti, cominciai, in essecutione delle lettere di Vostra Serenità, a licentiar i soldati ritenendo solo quelli ch’erano necessarii per la guardia ordinaria et li imbarcai quanto prima mi fu dalla commodità de vascelli concesso, per sgravar Vostra serenità di tanta spesa. Et sopravenuto l’eccellentissimo Proveditor general Foscarini et fatta la mostra general de tutti i fanti, visitata anco insieme la fortezza et renonciato a Sua eccellentia il carico et governo di quel Regno a 10 ottobre, mi puosi ad ordine per tornar doppo così longo spatio di tempo a suoi piedi, ma essendo sopragionta la morte del clarissimo messer Piero Calbo, rettor della Canea, fui da Sua eccellentia astretto a fermarmi al governo di quella città importantissima, si come feci, servendo volentieri Vostra serenità ne carichi inferior, come havevo fato ne maggiori, non havendo nel servirla mai havuto per fine l’ambitione o grandezza mia, ma solo il servitio suo; et amministrai a quei populi sino a 17 april ultimamente passato quella giustitia, ch’io dovea et renonciato al clarissimo Barozzi il governo di quella città, son ritornato a suoi piedi, rendendo infinite gratie alla Divina maestà che m’habbi donato gratia di mantener in quiete et conservar in tempi di tanti pericoli et travagli quel Regno commesso alla mia cura et di ritornar salvo al conspetto di Vostre signorie eccellentissime.
Ho sin qui dato breve conto a Vostra serenità di quanto ho operato in servitio suo per spatio di 64 mesi, hora stimo esser carico mio et interesse suo, ch’io spiaghi brevemente il stato di quel Regno, patrimonio antiquissimo et giustissimo di Vostra serenità, perché sino nell’anno 1204 questa Serenissima republica a tempi del serenissimo prencipe Henrico Dandolo lo comprò dal marchese di Monferà per 1.000 ducati, tocherò succintamente del paese, delle fortezze, de popoli, delle fanterie et cavallaria, delle provisioni necessarie per la diffesa et finalmente raccordarò riverentemente a Vostra serenità tutte le cose aspettanti al beneficio del Regno et al servitio suo.
Il Regno di Candia ha de longhezza da Cao Salamon a Cao Spada 260 miglia, la larghezza è da Ostro a Tramontana, cioè dalla città di Candia al Castel Priotissa miglia 30 et ha di circuito miglia 525. Si discosta da terra ferma d’Alessandria et paese suddito al Signor Turco miglia 450, da mezo giorno dalla Barbaria miglia 250. Da Tramontana per Maestro è vicina a Cao Malio miglia 100, da Ponenete ha l’Italia et si discosta da Cao d’Otranto miglia 500. Il paese è o pianura o colli o monte, è grebanoso et sassoso assai, produce gran quantità de vini et ogli, non solo vi sono le saline, ma anco alla Suda vi sono molti siti buoni et commodi da farne delle altre, con molto beneficio publico. Quattro sono le città del Regno: Candia, Canea, Rettimo et Scittia. Scittia è città di poca importantia et in habile a potersi difender in tempo di guerra, onde in così fatta occasione saria necessario smantellarla et ridure in luoco sicuro le genti. Il sito della nova fortezza di Rettimo è talmente per natura et arte munito, che potrà in ogni occasione difendersi, quando esso sia fornito d’artegliaria, monitioni et altre cose necessarie, non vi essendo salvo che alcuni piccoli pezzi d’artegliaria, che gli fu mandata di Candia, così consigliando il signor Latino. La Canea è frontiera di quell’isola, ma non è fortezza perfetta, con tutto che essa sia tutta incamisata et che vi sia stato portato molto terreno dentro per difetto del sito, la spianata della quale fu fatta sin nel principio della guerra secondo l’ordine dell’illustrissimo signor Sforza Palavicino.
La città de Candia, si come è metropoli del Regno, così è tenuta da capi di guerra fortezza, che come sia redutta alla sua perfetitone, con un proportionato presidio de soldati, potrà mantenersi sin tanto che harrà da mangiare. Ma perché mancano molte cose a fornir Candia et la Canea secondo il disegno, però con questa appresentò a Vostra serenità la nota di tutto quello che manca all’intiera loro perfettione, et della spaesa che vi anderà, le qual fortificationi si forniranno in tre anni lavorandosi con 300 homeni d’angaria et tanto più presto, quanto che Vostra serenità darà ordine che vi sia usata diligentia maggiore. Et perché le fortezze non possono esser mantenute, se non sono fornite et quanto s’é fatto è poco o niente, se non è ridotto alla sua intiera perfetiton, però ricordo riverentemente a Vostra serenità, che nel termine nel qual hora esse s’attrovano, sono poco atte a resistere ad un nemico così potente, come è il Signor turco, che l’habbi in memoria che il detto Signor non perde occasione che se gli presenti d’acquistar novi Stati, che quel Regno è tenuto lontano da Nostra serenità, che male può in tempo di guerra provedergli di alcune cose, per tanto la si degnerà di mandar l’ordine et il modo che siano fornite quanto più tosto, perché in questo modo assicurarà quel Regno assai et fornirà in tempo di pace con molto vantaggio dell’erario suo quelle fortezze. In tempo di pace Serenissimo principe si fabricano le fortezze et si difendono in tempo di guerra; nelle guerre il tempo è stretto, il nemico è potente et male si può lavorare, ma bisogna valersi del lavorato, havendo a fare col Signor turco, il quale ha i guastatori non a centenara, ma a migliara. Non resterò di dire in questo proposito a Vostra serenità, che il castello di Candia è talmente combattuto dalla furia del mare, che non basta molta spesa a repararlo, ruinando l’impeto dell’onde in poche hore, quello che è stato con grave spesa in molti giorni riparato, onde reputo, si come anco huomini ben intendenti me l’han confermato, che saria servitio di Vostra serenità abbassar detto castello et terrapienarlo, perché l’aggiongeria sicurtà a quella parte, sopra del quale ponendosi dell’artigliaria nell’occasione serviria per cavalliero. Et perché è stato stimato dall’illustrissimo Palavicino, dal signor Latin Orsino et da altri capi di guerra doversi privar l’armata nemica della commodità di porti, essendo in buona parte assicurato il porto della Suda con la fortezza fatta sopra quel scoglio et la spiaggia della Freschia con il forte di Paleocastro et anco quella parte del Turlurù, i quali forti si possono chiamare le chiavi et li antemurali della Canea et Candia, sarà necessario munir anco con un forte il porto di Spinalonga, il quale munito che sia, l’armate nemiche non haveranno redutto sicuro, pertanto reputo che sarà gran servitio publico risolversi di fortificar detto porto di Spinalonga, quando però l’altre fortezze siano fornite, che essendo hora tante fortezze in quel Regno principiate, credo che sarà maggior servitio di Vostra serenità attender a far redur a perfettione le principiate, che dar novo principio ad altre fortezze, essendo che nelle guerre più giova una fortezza fornita, che molte imperfette. Et perché intorno dette fortezze Vostre signorie eccellentissime hanno havuto piena informatione dalli sui capi di guerra, de quali questo è proprio carico, et in particolare dal signor Latino Orsino, intendentissimo di questa professione, per tanto non anderò più oltre, rimettendomi alle relation loro. Et passando a ragionar de gl’huomini di quel Regno, dico che i nobeli feudatarii et cittadini sono devoti servitori di questo Serenissimo dominio, come quelli che parte sono membri di questa Republica, et gl’altri per esser tanti seculi vissuti sotto il suo humanissimo et giustissimo governo et viveno hora felicemente, perché sono richi et si possono chiamare patroni del suo. A questo la guerra non ha portato danno, anci molto utile, perché hanno vendute le loro entrate a precii altissimi et sono nelle man loro rimasti li denari portati dalle armate et spesi nelle fabriche et ne i presidii de tanti soldati, in maniera che mai furono tanto danarosi quanto al presente.
In quel Regno vi è diversità de riti, ma non già di religione, perché i nobeli et cavalieri seguono il rito Romano et i cittadini, artefici et contadini il rito Greco. Li contadini hanno assai gravezze, perché contribuiscono alle guardie delle marine, alle angarie delle fabriche et all’armar delle galee, in modo che un povero contadino è quasi più che un ricco nobile aggravato, onde convenendo tenerli contenti et satisfatti, non è a proposito aggiongerle nova gravezza. Ma perché gli affetti delli animi de populi non tanto consistono ne i principi che li dominano, quanto ne i ministri che li governano, et se ben li principi hanno buona et santa intentione, però non sono amati da populi, se li ministri che li governano non li trattano in maniera che rimangano sodisfatti. Et per farli rimaner contenti non tanto convine non farli ingiustitia, quanto trattarli in maniera grata, potendo esser un ministro giusto et santo, ma per l’austero proceder suo odiatissimo da loro, però dico a Vostra serenità che i populi del suo Regno di Candia sono come tutti i Greci di natura vani, altieri et volubili, onde chi vole reggerli (come si dice) in virga ferrea si sdegnano, recusano d’ubidire et s’inimicano. Ove dall’altro canto con grata ciera et con buone parole s’addolciscono et affettionano tanto, che sono pronti a poner la vita ogn’hora per chi li tratta dolcemente. Non dico già che si lassi da parte la gravità, che si scordi la severità, perché un magistrato se non ha gravità non è magistrato. Molte volte anco si trovano alcuni che han bisogno del bastone, non si movendo per dolci parole, ma dico bene che conviene, a chi governa il Regno di Candia et vuole valersi di quei sudditi in sevitio publico, accompagnare la gravità con la docezza et tentar di conseguir quanto egli desidera con destrezza et non ricorrer alla severità, se non per ultimo rimedio, et occorrendo di usarla, mostrar di farlo mal volentiera, ma esser sforzato dalla mala natura de chi non vuole far quanto deve o fa quello non deve. Questa maniera di governo credo sia bene usare in tutti li luoghi, ma specialmente in quel Regno et per la natura et qualità di quei populi, et perché essendo loro tanto lontani da Vostra serenità et tanto vicini al Signor turco, ogni loro mala sodisfattione è molto pericolosa. Io gli ho governati con questa strada, li ho ridutti con questa maniera a far quanto ho voluto in servitio di Vostra serenità, ho fatto andar non solamente molti in galea, senza che si sentissero di quelli strepiti che sono soliti di sentirsi nelle occaisoni d’armar galee, ma anco li istessi Sfachioti, reputati da alcuni rappresentanti Vostra serenità per barbari, indomiti et ribelli, sono prontamente andati per homini da spada senza paga alcuna, perché non si può chiamar ribelle quello che governato con dolcezza ubidisce. In proposito di che voglio con la mia solita riverenza raccordar a Vostra serenità, che quando occorre di mandar alcun suo rappresentante al governo di quei luoghi, habbia consideratione che sia persona dolce, ma però che si sappi far stimare, perché la dolcezza non è grata, né tenuta in gran conto, se non viene usata da persona alla quale si porti molto rispetto et riverenza et sia stimata assai. Et sopra tutto che li suoi rappresentanti non attendino a quello a che par che per il più siano inclinati quelli che vanno alli governi di quei luoghi, che è il far mercantia, da che ne sogliono nascer quelli inconvenienti che hanno mosso la Serenità vostra a far sopra ciò diverse provisioni.
Li nobeli di quel Regno sono molto spensierati né considerano i pericoli ne’ quali sono per la vicinità del Turco, né sono essercitati ne i fatti di guerra, et Vostra signoria me lo creda, perché ho provato per esperientia, quelli della Canea, li quali da 15 over 20 in fuori, che sono Vizzamani, Zancaruoli et Viaro, quando l’armata Turchesca fu in la Suda et che si stava ogni ìi sul scaramuzzar con nemici, non solamente non si pensarono di andar fuori, ma apena si lassavano veder per le piazze. La gente minuta è in gran parte robusta et animosa assai, ma ne sono anco molti in certe parti dell’isola, che come sentono solamente a nominar Turchi, se ne fuggono alla montagna, dalli quali pensi Vostra serenità se si può sperare fattione alcuna, molti di questi havendo servito sopra l’armata sua la passata guerra, hanno deposto assai della lor natural viltà. Vi è fra loro gran quantità d’huomini da comando et marinari, li quali si tratengono col procurarsi il vivere col navigare in Alessandria, Soria, Costantinopoli et altri luoghi dell’arcipelago, o con navilii o con barche. Nelli qual viaggi par che non si possino mantenere et questo per l’impositione messa al vino di uno cechino per bota, per causa di che io dubito che in spatio di qualche anno Vostra serenità debbi restar priva d’huomini di questa professione, tanta necessaria per la sua armata, intorno che se le parerà che sia servitio suo di far qualche provisione, io crederò che sarà ottimamente fatto. In questo Regno, come ho detto, sono quattro cttà, 15 castelli et 996 casali, per una descrittione già fatta, s’attrovavano nell’isola intorno 200.000 anime et fra queste intorno 50.000 fra huomini da spada et atti al remo, molti de quali sono morti nella guerra passata in suo servitio, ma in spatio de pochi anni sarà refatto il numero, essendone in esser molti dalli 10 sino li 15 anni, senza li molti altri di minor età. Nella città di Candia Vostra serenità ha 1.400 buoni huomini d’ordinanza, sotto alquanti colonelli del loro ordine, et vengono disciplinati ogni domenica da doi e tre colonelli per volta. Questi se ben per natura maneggiano più volentieri l’arco che ogni altra sorte d’arme, sono però così ben assuefatti, che quasi tutti adoperano ben l’arcobuso et molti di loro sanno [?] anco maneggiar la picca. Di questa così buona opera merita molta laude il capitan Curtio Sciro, che fu loro governatore per tutto il tempo che son stato in Candia, il quale non sparagnò mai a fatica alcuna in disciplinarli.
Nella città della Canea vi sono intorno 400 homeni d’ordinanze et di fuori nel loco ditto Acrofiri vi sono 500 buoni huomini et nel piano ve ne sono altri 400, li quali tutti fuori della città vengono disciplinati da dui capitani mandati da Vostra serenità. In Rettimo poi ne sono 300 et in Scittia altretanti, li quali insieme con quelli della città preditta della Canea, se ben hanno capi greci chiamati colonelli, nondimeno mancano essi di quella intelligentia, che nell’essercitatione del maneggiar ben l’arma è necessaria, non si potendo per la distantia che è da una città all’altra, ritrovare il governator sudetto in uno istesso giorno in tutti li luoghi, a fine che Vostra serenità potesse esser servita da questi homini, giudicai che fusse bene, così consigliando il signor Latino Governator generale, di dar un capo Italiano per luoco, con 10 ducati per paga a ciascuno di loro, con obligo che li tenessero essercitate nell’istesso modo che sono quelle di Candia. Questa provisione è riuscita così buon che prometto a Vostra serenità che li huomini delli sudetti luoghi Canea, Rettimo et Scittia non sono ponto inferiori a quelli di Candia, la qual gente in spatio di certo tempo veniva riveduta dal sudetto governator. Et questa mia promisione piacque assai all’eccellentissimo Proveditor general Foscarini et deve esser di sodisfattione di Vostra serenità, poiché con così poco suo interesse elle in ogni occasione haverà al suo servitio tanti buoni soldati, che si potrano chiamare Italiani. Questa gente ha un sol difetto, qual’è che è poca, al qual difetto si potria rimediare coll’introdure le ordinanze nelli castelli et casali di quel Regno, come l’ha nelli suoi Stati d’Italia. La qual cosa ne’ tempi della passata guerra non s’ha potuto fare per lo armar di tante galee, ma si potria essequir hora et saria di molta sicurtà a quel Regno et di molta riputatione publica; non lassando però lei di mandarmi soldati Italiani per confidarsi nelle genti di dette cernede, per non esser esse avezze alla guerra, perciò che conviene che i principi usino ogni diligentia per far riuscir boni soldati i suoi sudditi, ma non già che si fidino tanto in gente inesperta, che fondino in loro la difesa de suoi Stati. È ben fatto haverli non come un nervo delle forze, ma come accrescimento, non per principal fondamento, ma per aggionta. La grave perdita di Nicossia mostra a Vostra serenità quanta poca speranza s’habbi a porre nelle genti del paese, genti nove, rozze et non atte alla guerra, pure come ho detto, non si deve mancare d’ingrossar dette cernede, et essercitarle quanto più si può, perché l’aggionger sicurtà alle sicurtà de suoi Stati sarà sempre buono et utile. Ha anco Nostra serenità in questo Regno le cavallarie de feudatarii, le quali ascendono alla summa di 373. Ogni cavallaria è obligata servire con tre cavalli capo di lanze, un piato et un roncino, doveriano esser in tutto 1.119 cavalli. La cavallaria è una delle principali sicurtà et difesa di un Stato et mal se ne può far provisione in un subito bisogno, per il che tutti i principi grandi ne tengono sempre pagata una buona banda et questa Serenissima republica nel pricipio dell’acquisto di questo Regno non introdusse per altro le cavallarie et feudi, se non a fine che li detti feudatarii et cavalieri havessero a difenderlo et mantenerlo sotto la sua devotione, et in ricompensa li concesse le possesioni o rendite che hora godeno i successori de primi cavalieri et feudatarii, ma hoggi la cavallaria di quel Regno è in tal termine, che Vostra serenità non ne può fare in occasione di bisogno fondamento d’importantia. Ho veduto la cavallaria della Cania [?] quando ch’io fui proveditor in quel luoco, la qual mi è riuscita ridiculosa, essendo quelli nobeli et altri feudati da alcuni pochi in fuora malissimo a cavallo et essi poco atti a far fattione, li quali desiderando io che si essercitassero, li ho fatti ridurre due volte in campagna per scaramuzzare fra loro, alcuni delli quali cascavano in terra senza esser tochi, ad altri cascava la lanza di mano et molti non sapevano maneggiar il cavallo, di modo che fu da ogn’uno giudicato che essi si fussero portati peggio la seconda volta che la prima. Et preso il conseglio dell’illustrissimo signor Latino Orsino, all’hora governator general, mi risolsi di far elettione d’alquanti soldati Italiani alli quali feci assignare quelli pochi cavalli che furono giudicati esser manco male de gl’altri, a fine che occorrendo s’havesse potuto ricever qualche servitio da loro et essendo venuta l’armata Turchesca in la Suda, essi cavalli s’haveano anco con molta dificultà, perché li patroni per non darli li nascondevano dove potevano et fin nelle loro camere, et se alcuni li davano ad uno mancava la briglia et all’altro mancava qualche altra cosa. Quando ch’io fui mandato dall’eccellentissimo Proveditor general Soranzo a Retimo per armar quattro galee, il clarissimo messer Hieronimo Sagredo Rettor di quel luoco mi fece veder quella cavallaria, la quale mi riuscì manco male di quella della Canea et al’hora io dissi a quelli gentil huomini, che meritavano maggior laude li cavalli che li cavalieri, del proceder de quali Vostra serenità con l’essempio della ruina di quella povera città, causata (si può dire) dalla viltà loro, deve esser molto ben chiara, non havendo essi dimostrato un minimo segnale d’ardire, ma tutti vergognosamente se ne fuggirono alla montagna. Et se de gl’altri luoghi ne eccettuarò qualcheduno, di questi dirò che furono tutti ad un modo.
Ho fatto mentre son stato Proveditor general in Candia due mostre di quella cavallaria, usando ogni diligentia, a fine che un cavallo non passasse due volte alla banca alla presentia la prima di quelli clarissimi rettori et del signor Latino Orsino et all’altra vi furono li sigori Paulo Orsino et Brunoro Zampesco, dalli qual tutti, tutte due volte, fu giudicato da alcuni pochi cavalli in fuori, quella esser cavallaria poco atta a far fattione alcuna, perché in tutto quel Regno non si troveranno 100 cavalli da lanza, li quali anco si come sono tutti gl’altri sono vitiosi, percioché come sentono sbarare un arcobuso o batter un tamburo, si metteno in tanta fuga, che quelli che li cavalcano non li possono governare, perché non intendeno il mestiero, li quali nobili da correr alla quintana o all’anello in fuora io per me, riservati alcuni pochi, non mi prometteva servitio d’importantia da loro.
Non ho condannato alcuno, perché non habbino rimesso in luoco delli morti altri cavalli, perciò che mi pareva che ciò saria stato atto ingiusto, essendo che ad impossibile nemo senetur [?] non si possendo all’hora, per rispetto della guerra, haver cavalli da alcuna banda. Et con tutto che sia fatta la pace, si dura però quasi la medesima dificultà in poteri haverne al presente, la qual dificultà per opinion mia sarà assai più facilmente superata da Albanesi del Zante, da Ceffalonia o da qualche altro luogo, quando che Vostra serenità si risolverà di metterli a cavallo, dandoli modo di poterlo fare con un honesto stipendio, che non faranno li nobeli di quel Regno, percioché essi andando nella Morea, dove hanno del parentado et delle amicitie, haveranno ancora modo di estrazer qualche quantità de cavalli. Voglio per questo dire che a me pari, che dovendosi considerar qual fusse maggior servitio o la Strattia pagata o la nobiltà poco atta, che non vi sia proportione, percioché ad un suono di trombeta tutta la Strattia si mette a cavallo et si può prometter di essa ogni obedientia, che quante campane sono in Candia, costumandosi così in quella città non bastano a far ridurre quelli nobeli et feudati, percioché oltra il far la crida nella piazza, si osserva di mandare alli otto castelli di quella giurisdittione per far lor sapere che debbano comparare, nella qual tutte cose passando molti giorni, il publico vien a ricever il servitio tanto tardo, che venendo occasion di bisogno, convien esser fuori di tempo. Oltra che si può esser sicuri, che una buona banda di loro farano più tosto ogn’altra cosa, che comparer quando che vi è qualche suspetto, si che giudico che sia bene a ridurre le cavallarie et sergentarie che si ritrovano in esser, ad un pagamento honesto, il modo del quale sia rimesso all’eccellentisismo Proveditor generale, il qual ritrovandosi sul fatto et essendo intelligentissimo et tutto intento al beneficio di questa Serenissima republica, potrà Vostra serenità esser certa d’haver col mezo suo, quello che forse la non potrà risolver così facilmente di qua.
Questo tanto ho voluto dire a Vostra serenità per discarico del debito mio, riportandomi a miglior parere, che per la cognitione che ho de cavalli et de cavalieri di quel Regno, parmi che Vostra serenità non possi haver né più sicuro, né più util consiglio di questo, percioché venirà ad haver et questi et quelli al suo servitio in ogni occasione, non possendo essi nobeli far di meno di tener cavalli per suoi negotii, et crederei che in tutto quel Regno bastassero 300 strattioti, li quali dividendosi in tempo dell’estate alla guarda delle marine d’Ostro, dove ben spesso corsari molestano quelli poveri casalioti, sariano da questi conservati et con questa sicurtà seminariano molti luoghi, che da molti anni in qua vanno inculti, per il timore che hanno di essi corsari. Vostra serenità paga in quel Regno tre capitani Strattioti con 25 Albanesi a cavallo per uno, l’uno de quali sta in Candia, l’altro alla Canea et il terzo in Scittia, li stipendii de quali, perché sono deboli et per esser troppo grande la carestia, causano che pochi di loro sono ben a cavallo, ma con tutto questo essi sono adoperati in diversi servitii publici.
Il Regno di Candia è carestioso assai di quello che alla sostentatione dell’huomo è più d’ogn’altra cosa necessario, cioè di pane, né mai produce tanto quanto basta a mantenere li habitanti per otto mesi dell’anno; ilche non nasce da mancamento di terreno, perché esso, oltre che è assai buono, è anco assai fertile essendone molte campagne inculte, specialmetne nella giuridittione della Canea; ma ciò viene per mancamento d’huomini et d’animali, perché molti huomini sono morti sopra l’armata di Vostra serenità et l’anno 70 particolarmente, essendo molto alto il precio delle carni in quel Regno, per la venuta delle armate Christiana et Turca nella Suda, li contadini invitati dalla speranza dell’utile ammazzavano et vendevano li animali da lavoro a nostri et Turchi, essercitando la sua natural crudeltà, ne presero molti et ne lasciorono infiniti morti per la campagna; et io vi vedo malamente modo di poter fornir l’isola d’animali grossi, salvo che in spatio de molti anni, con la prohibitione che ha fatto l’eccellentissimo general Foscarini che non se ne ammazzino, perciòche il brazzo de Maino, dove vi è quantità grande d’animali da lavoro, per il sinistro proceder di quelli Mainotti, li quali non portano rispetto salvo che a se stessi, robbando Turchi et assassinando Christiani, causa che gl’huomini non s’assicurino d’andarvi. Non parlerò de formenti et biscotti, de quali al partir mio da quell’isola, così in Candia come alla Canea, se ne ritrovava quantità grande di ragion di Vostra serenità et portati anco da particolari con speranza di grasso guadagno, essendo che dall’eccellentissimo General ella ne è stata particolarmente avisata. Né le dirò l’accrescimento dell’entrate di esso Regno et rendite ordinarie, perché dar conto dell’entrate antiche saria superfluo, essendone doppo la guerra seguita tanta alteratione, et discorrer sopra l’alteratione fatta dall’eccellentissimo Generale saria dar molestia a Vostre signorie eccellentissime, che già dalle littere sue ne deveno esser a pieno informate, né tampoco le dirò dell’accrescimento della moneda bianca et delle tante impositioni poste, percioché s’io ho da parlare a favor loro et s’io voglio procurare che esse siano levate, vedo et conosco quanto grande saria l’interesse publico, ma perché la conservatione de suoi sudditi è di molta consequentia et il dar giusta sodisfattione a tanta militia, che ella tiene in quei presidii, è di somma importanza, havendo veduto una universale et malissima sodisfattione, non mi riputerei buon cittadino, se non le dicessi che la si degnasse di pensarvi bene, non consistendo la sicurtà di quelle fortezze nelle muraglie solamente, ma ben ne i petti et cuori de gl’huomini, li quali quando che fussero in occasione d’importantia mal animati, ne potrebbe succeder qualche notabilissimo disordine. A me non sono piaciute tante impositioni in così poco tempo, perché il passare da un estremo all’altro è stato troppo. Io raccordai l’imposition generale di uno ducato per bota de tutti li vini et l’accrescimento del sale, l’una et l’altra delle quali sariano state sopportate facilmente da ogn’uno et Vostra serenità ne haveria cavato una honesta utilità, percioché l’isola facendo 50.000 bote di vino, questi sariano stati 50.000 ducati, et vendendosi adesso il sale quasi dui terzi più di quello che esso si soleva venderse, anco questa saria stata a proposito. Essendo quel Regno suo di tanta riputatione a questa Republica et di tanta importantia per mantener tutti li altri suoi luoghi, raccordo a Vostre signorie eccellentissime che le invigilino con la lor prudenza a ridur a perfettione le fortezze incominciate et procurino di tenerle sempre provedute, et tanto più quanto che sarano maggiori li sospetti, di vettovaglie, monitioni, buoni soldati Italiani, de fedeli et valorosi capitani et di doi intelligenti capi da guerra, l’uno per Candia et l’altro per la Canea; et dovendo Vostra serenità tener in quei presisii (dirò per esempio) 2.000 fanti io reputo che sia maggior servitio publico il tenerne 1.500 solamente et che siano riconosciuti quelli che restano con qualche avantaggio, che tenerne 2.000 con la tara che sogliono haver li soldati, che vengono spediti in quelle parti, li quali più tosto si potevano chiamar gente da assedio, che da presidio; et bisogna fare che le provisioni siano tanto più gagliarde quanto si conosce esser maggior le forze del Signor turco et quanto più si vede che i soccorsi possono esser tardi per la lontananza et per gl’impedimenti del mare et de venti. È per certo grave tanta spesa, ma chi vuole conservare i Regni non ha da guardar a spesa, ma ben ha da ricordarsi sempre che per mancamento d’una provisione, ben che debole, essi si perdono. Questo tanto ho voluto dire, non perché io non sappia che Vostra serenità con l’infinita sua prudenza antivede et provede a tutto ciò molto meglio ch’io non basta a dire, ma perché il carico ch’io ho havuto ricerca ch’io così dica.
Vostra serenità ha in quel Regno 20 corpi di galee nelli dui arsenali di Candia et della Canea, et perché l’arsenal della Canea non è a gran gionta governato come quello di Candia, perché questo ha un gentilhomo per patrone, un armiraglio et altri ministri, et quello non ha altro che un armiraglio. Et se ben ho scritto all’eccellentissimo general che saria stato bene ridurlo a ponto come quello di Candia, ho però voluto dir a Vostra serenità queste due parole, a fine che quando non sia stato provisto la dia quell’ordine che le parerà. Et sarà anco buon consiglio a tenervi armizi, vele, palamenti et altre cose necessarie per tutti li sudetti copri di galee, a fine che occorrendo si possa in un subito armarle tutte; et se fusse qualche una delle sudette galee innavigabile, sarà bene che la sia disfatta et che del legname siano fatti pagioli per l’artegliarie, de quali vi è molto bisogno, perché quelli che si fanno di pietra, da doi tiri in poi non sono più boni da adoperarsi, come per l’esperienza si è veduto.
All’officio delle fortezze sono stati mandati li inventarii di Candia et Canea, così della qualità et quantità d’artegliarie come de polvere, balle et de tutte l’arme che sono in quelle monitioni, le quali sono molto ben governate in ciascuno di essi luoghi. Et perché vi sono alcuni pezzi assai leggieri di metallo, usandosi adesso canoni sforzati, se così parerà a Vostra Serenità la potrà mandarne di là qualche quantità et dar ordine che quelli pezzi tanto deboli siano mandati nel suo arsenale, per poterli ributare. La qual artegliaria patisce assai all'aere, al sole, alla pioggia et al vento, et se vi fusse stato legname, se gli haveriano fatti mantelletti, et a questo modo non si consumariano li letti et le ruode. Ma con tutto questo nel tempo dell’inverno molta di essa viene posta a coperto nell’uno et nell’altro delli sudetti dui lochi.
Ho scritto più volte a Vostra serenità che in quella fortezza vi voriano buoni bombardieri, a me basterà il replicarle adesso l’istesso, con dirle che in tempo della guerra passata ve ne furono mandati molti, che saria stato assai meglio d’haverli lasciati alle loro case, percioché non sapevano alcuno delli tanti termini che convien havere il bombardiero, ma il mal è che li buoni restano sempre a casa, per favori che essi hanno et per l’istessi favori sente il publico tutti li disavantaggi, percioché se sono mandati legnami in quelle bande, si leva tutto il peggio delle botteghe di Barbaria et il ducato di Vostra serenità non vale per la mità, così in questa come in tutte l’altre cose.
Furono ricuperate le cavalline, resta a ricuperare li perperi di rame, li quali importano intorno ducati 70.000, crederi che fusse dignità publica il ricuperarli per la consequenze che possono nascer, con tutto che essi si spendano et siano più volentieri accettati da ogn’uno che la moneta d’argento, della qual moneta essendone estremo bisogno, per l’incommodità che sentiva il soldato non possendo cambiare il cechino da botteghieri, con tutto che egli molte volte senza haver voglia di comprarsi più pane al giorno di quello che portava l’uso suo, si risolveva però di pigliarne dui et tre perperi per cambiare il cecchino, il che non andandogli fatto ben spesso fra loro venivano alle mani, intorno che dal clarissimo Duca Giustiniano, così ricercato da me, fu fatta provisione, che tutti li botteghieri dovessero ogni giorno dare una quantità di moneta chi più et chi manco, et dal suo gastaldo con un mio bolletino, ch’io dava a soldati, venivano combiati li sui cechini, ilche causò che il tutto passava quietamente. Et se ben con il clarissimo messer Daniel Veniero di bona memoria, più volte desiderando noi altri di superare queste tal dificultà, siamo stati in stretti ragionamenti di rimediare a questo, tutta via considerandosi che non vi fussi altro rimedio che di calare il cechino. Si risolvessimo di pigliar più presto qualche ducato a cambio per commodità di quella militia, che venire all’atto di calare il cechino, percioché havendone all’hora Vostra serenità in quella Camera buona quantità, ciò saria stato di maggior suo interesse et danno; et essendo poi venuto l’eccellentissimo General Foscarini, al quale si come communicai molte altre cose, communicai anco questa, Sua eccellentia doi giorni dapoi mi disse che la non vi vedeva altro rimedio che di avaleggiare l’argento con l’oro et se ben si parlò assai sopra li contrarii, considerando quanto grande dovesse esser il beneficio publico mandando oro o argento in quel Regno, io non dimanco approbai questa sua proposta, la quale fu anco laudata dalli clarissimi Rettori. Et se ben gionto che fui alla Canea, si scoperse la malignità de botteghieri, li quali fatti li sui conti si risolsero di vender la loro robba a gazete et non a perperi, ilche faceva che il soldato non poteva spender il suo danaro per quello che li veniva dato alla banca, da che ben spesso ne nasceva qualche rumore, non si mancò con le provisioni che furono fatte, che si dovesse parlar a perperi et non a gazete, col castigo che fu dato a transgressori, la si è passata senza strepito. Quando di ordine dell’eccellentissimo General andai al governo delle Canea, quattro cose mi furono caldamente raccomandate da Sua eccellenza, la regolatione de soldati per sgravar Vostra serenità la tanta spesa, il far lavorare alla porporella della Suda, il far anco lavorar intorno le nove saline pur in detto loco della Suda et il far essequir le impositioni poste in Candia alli vini et alli ogli, intorno le quali tutte cose m’impiegai con ogni spirito.
La reglatione de soldati fu immediate fatta et se ben pareva dura cosa licentiar capitani et officiali, alli quali non si conveniva far di quelle cose ch’era licito a soldati privati, essendo che con la paga a pena si potevano mantenere, per la carestia che ivi era di tutte le cose, non vi essendo passaggi per Italia nelli quali s’havessero potuto imbarcare, per esser all’hora il cuor dell’inverno, tuttavia essendomi così comandato, così m’è convenuto essequire, li quali essendo compassionati dall’amorevolezza de loro amici venivano tratenuti al meglio che loro potevano. Questa regolatione causò nelli soldati poveri, che in pochi giorni diventorono mendichi, molti de quali essendosi infermati, dubitandose i medici di qualche male contagioso, oltra che il vederli per le strade nudi, pieni di rogna et di pieghe, parendomi cosa inhumana che quelli che erano venuti per spender la vita in servitio publico con l’arme in mano combattendo con nemici, essa li fusse così vergognosamente et con tanta indignità publica levata, un giorno persuasi tutti quelli che m’erano appresso et mandai a chiamar molti altri a dover ridur essi miserabili soldati, per fuggir l’occasione d’infettar la terra, in un hospitale, a dover esborsar qualche ducato, col quale s’havessero potuto sostentare, si ritrovò con l’essempio mio, che fui il primo a metter mano alla scarsella, 100 cechini, fu dato il carico al colonello Alvise Nadali, gentilhuomo da bene et d’honore, et ad un nobile di quel luoco, che havessero cura di farvi attender. Con amor et carità molte gentildonne davano qual una cosa et qual un’altra per commodità loro, non si mancando di confessione et communione a chi n’haveva bisogno. Et si come andavano essi risanandosi erano mandati ad un luoco fuori della fortezza, dove stavano con guardie et non se gli mancava del vivere.
Et in spatio di doi mesi col favor di Dio nostro signore, da alcuni pochi infuori che morirono, furono liberati, che senza questa provisione sariano tutti morti, et erano intorno 120 li quali risanati parte di loro si messero a lavorare alle fabriche et altri andorono al servitio de diverse persone sintanto che s’hebbe occasione d’imbarcarli et mandarli al loro viaggio.
Della diligentia ch’è stata usata in far lavorar alla porporella et saline della Suda l’effetto ne ha reso chiara testimonianza, perché in tempo della consignatione ch’io feci di quel reggimento al clarissimo messer Anzolo Barozzi, che fu a 18 d’aprile, erano redutte in buon stato et specialmente le saline che cominciandosi lavorare il giugno, Vosra serenità ne haveria sentito molto beneficio, quando che il lavoro sarà stato continuato si come Sua signoria clarissima si mostrò prontissima di voler fare, alla porporella medesimamente non se gli è mancato, la quale voglia Dio che facia quella riuscita che sperava l’eccellentissimo Generale, della qual io temo assai percioché facendosi il lavoro in acqua sopra una secca di longhezza di passa 150, che principia da terra et finisse verso la fortezza della Suda, il fondo della quale è di uno, doi, tre et fin sette passa, che è nella bocca di quel porto, la qual per esser da certi tempi intestata assai dalla furia del mare et dalla rabia de venti, che usano in quel luogo, io dubito che l’inverno debba ruinare in poche hore quello che sarà stato fatto nell’estate in molto tempo et con molta spesa, il qual lavoro era tanto ben fatto de quadroni grandi di pietra con così bell’ordine, che non si poteva veder meglio. Et fu detto loco scandagliato alla presentia mia et del Governator Martinengo. La quarta cosa che fu di far publicar l’impositioni sopra il vino et oglio, furono non solamente publicate immediate, ma fatte essequire, senza haver havuto rispetto ad alcuno, ma ritrovandosi all’arivo mio in quel luoco un galeone, che caricava sugo di limone et mieli di ragione de hebrei per Costantinopoli, et seben non havesse nella commissione che mi fu data, ordine alcuno di metter impositione sopra questa sorte di mercantia, sapendo io che il territorio della Canea fa intorno 500 bote di detto sugo, giudicai che fusse bene di far beneficio a Vostra serenità con far pagar un cechino per bote del sugo et un perpero il mistacchio del miel, ilche parendo strano ad hebrei interessati, espedirono immediate loro commesso a Sua eccellentia, dalla quale fu approbato quanto ch’io havea terminato. Et per la mia andata alla Canea quella sua Camera haverà per il manco ogni anno 500 cechini, nella qual Camera ho anco lasciato salario et ogni sorte d’utilità che m’aspettava come Rettore, non havendo voluto pur un quattrino, come per fede del clarissimo Barozzi Rettor si vede. Trovai quella Camera assai confusa, non essendo sta menata scrittura de 15 mesi; di che ne diedi immediate conto al generale et di suo ordine fu il tutto accomodato, con la molta diligentia delli magnifici messer Carlo Malipiero et messer Nicolò Bon Consiglieri, tutti doi gentil huomini di mia compita sodisfattione. Questo disordine era causato perché il magnifico Longo, Consiglier ch’era alla cassa, era andato a Scittia per ricuperar certa presa che fu fatta da una sua galeota, armata da lui in tempo della guerra, dove egli fu astretto di starvi molto più di quello che voleva, per rispetto del morbo che fu scoperto in quelle bande causato dalla fusta Avogadra, il patron della quale vi lasciò la vita. Prima ch’io mi sia partito dalla Canea fu fatta la mostra della militia di quel presidio, della Suda et di San Todoro, et furono trovati soldati Italiani 1.850. Si come da quel Rettor Vostra serenità deve esser stata avisata, il governator della quale è il Conte Giovan Maria Martinengo, molto affettionato servitor di Vostra serenità et ben intendente della fortificatione, dal quale è stata usata estrema diligentia intorno a quelle dificilissime fosse [?] quasi dui terzi sassose, in spatio di diec’anni ch’egli si ritrova in quel governo, il quale deve per giustitia esser ben riconosciuto. Nella fortezza della Suda vi è Governator il colonello Leon Ramassato, huomo di molta esperientia di guerra, essendosi egli travagliato da primi anni della sua gioventù sino a questa sua età, ch’è di 40 anni, con molta sua laude, dalla militia sottoposta alla sua carica, che è di 500 soldati, è molto amato et è stimato assai dal clarissimo Bembo Proveditor di quel luogo; il qual Proveditor ha usato et tuttavia usava gran diligentia intorno quella fabrica et haveva fra l’altre cose fabricate quattro magazeni molto commodi, dui a pe pian et doi in solaro, nel qual luogo havevo fatto metter 4.000 misure di formento et vi erano intorno 80 migliara de biscotti; è ben munito d’artegliaria, polvere et balle, si come dalla polizza si potrà vedere; l’istesso fu fatto prima che mi sia partito di Candia, dove furono trovati fanti 3.548, si come appar per fede del ragionato di quella Camera, che ha il carico di cavar le bollete; la quantità dell’artegliaria, della polvere et altre monitioni che vi sono et di quelle che vi bisogneria è descritta sopra un libro, che sarà con questa; et seben mi sia sforzato di far passare con ogni avantaggio le cose publiche et specialmente li pagamenti de soldati, volendo che a suoi tempi essi havessero le paghe loro et che habbi castigato un capitano del sigor Prospero Colonna, il quale essendo licentiato per Italia et li suoi soldati, ancora in tempo che essi si dovevano imbarcare, si dolsero che egli havesse fatte loro diverse mangiarie et che habbi fatto sodisfare tutti sino ad un tornese alla presentia di quelli che han voluto vedere. Et che pagando la compagnia d’un capitano dependente da l’uno delli capi maggiori, per il sospetto che habbi de passadori, habbi dato ordine che li ammalati, nelli quali consiste tutto il pericolo, non fussero come si soleva far prima, pagati alli loro alloggiamento, il che viene osservato sino al presente, tuttavia non ho potuto veder tanto che l’Avanzo, mio secretario, del quale havevo da fidarmi di tutte le cose, tenendo lui li roli, si come faceva. Sotto il clarissimo messer Daniel Veniero, mio precessere, che da Sua signoria clarissima fu menato da Venetia et tolto da me quando entrai a quel governo, et si come sono essi roli stati tenuti dalli secretarii delli clarissimi Mulla et Cavalli, che esso essendo stato denonciato, processato et bandito per assentia, per imputatione d’haverli mal administrati. Ma così come questo mi travagliò per molto tempo l’animo, parendomi per le cortesie ch’io gli usavo non solite farsi da altri, non haver meritato da lui così fatto favore, così subito che hebbi inteso questo, ritrovandomi all’hora alle Canea, procurai con mia lettere che dall’eccellentissimo General egli fusse ben castigato, il quale essendo da suoi favoriti avisato di Candia pontalmente [?] d’ogni cosa, ritrovandosi gravemente ammalato, quando che gli fu scritto che le cose sue non passavano bene, egli si levò di letto, in tempo ch’io mi trovavo a messa, et si fece condur in San Francesco, di che ne diedi immediate aviso al General, havendogli prima fatte metter guardie alla camera dove egli era et le dissi che l’haveria levato da quel luogo, quando che da Sua eccellentia ciò mi fusse stato comandato, al qual General diedi anco conto che m’era stato affirmato, ch’esso havea molti denari in uno suo forciero, che però commandasse quello che haveva a fare, et esendomi dato per risposta che al tutto gli li facesse levare, mandai immediate il Conseglier Malipiero et il Governator Martinengo, che sotto coperta de visitarlo dovessero fargli levar il forciero. L’essecutione fu fatta bene et in esso furono ritrovati fra oro, argento, scritti et una lettera di cambio in suo nome per l’importantia de 5.000 ducati, li quali furono posti in quella Camera.
Questo (per quanto mi viene detto) vuole far pesentar una supplica alli eccellentissimi signori Capi ricercando in gratia di potersi presentare. Se così sarà et che egli sia ritrovato colpevole, so che da quell’illustrissimo et eccellentissimo Consiglio sarà fatta giustitia essemplarissima, si come desidero che sia fatta. Di tutto questo fatto ne diedi conto a Vostra serenità et il testimonio delle lettere che ha scritto l’eccellentissimo General et la sua giustitia, si come m’hanno quietato l’animo, così bisogna creder che questo convenghi c’habbi havuto intelligentia, se non con tutti al meno con la maggior parte de capitani, non essendo passati per le sue mani altri denari che quelli delli ammalati. L’ultimo aricordo riputandolo io di molta consequenza, sarà di dirle riverentemente che si come li prelati di quel Regno sono diligentissimi in far scuoder le loro entrate, che così saria debito loro et di gran beneficio et riputatione a quel Regno, che tutti essi facessero le sue residentie essendo che la presentia di ciascuno saria causa che certi humori non haveriano quel fine che Greci desiderano. Io ho fatto la parte mia, il resto rimetto al sapientissimo giudicio di Vostra serenità et di Vostre signorie eccellentissime. Et perché alcuni principali della fattione Greca fanno molti schiamazzi, che essendo stato del tutto prohibito il poter andar dal patriarca di Costantinopoli ad ordinare quelli che pretendono farsi preti, et non volendo il Generale che essi vadano dal vescovo Greco di Cerigo, si come si soleva a far quest’effetto, la qual cosa perché un di potria partorire qualche notabilissimo disordine, crederò che fusse bene che quelli che per loro devotione vogliono attender al culto divino, giudtificati che essi si fussero di buona vita et de tante lettere che bastassero ad un buon sacerdote, che fusse loro permesso il poterlo fare, et che alli ignoranti et a quelli che si vogliono far preti per fuggir la galea, fusse del tutto prohibito il poterlo fare, la qual cognitione doverà esser fatta dalli vescovi nostri, tuttavia mi riportarò al sapientissimo parere di Vostre signorie eccellentissime.
Io son stato, come ho detto, nel principio 64 mesi con diversi carichi nel suo Regno di Candia, che vuol dire non solamente nella guerra, ma anco nelli sospetti che s’ha havuto doppo fatta la pace; ho in questo tempo armato 12 galie alla Canea, quattro a Rethimo et sei in Candia, oltra 1.400 homeni da remo che furono parte messi sopra l’armata dell’eccellentissimo General da Mar Foscarini, con quella prestezza che ho conosciuto ricercar il bisogno et con quella destrezza che mi ho saputo imaginare, et come mi veniva presentato un galeoto, gli usava et faceva usare ogni cortesia, a fine che questa gente tanto necessaria et che va malissimo volentieri in questo servitio, restasse in qualche parte sodifatta. Sanno li gentilhomeni di quel Regno, se con buone maniera ho fatto mantenere essi galeoti mentre ch’erano tenuti nelli magazeni, con una tazza di vino per uno al giorno, che da essi gentilhomeni mi veniva cortesemente dato, né se gli mancava della sua menestra et biscotto, et io li visitava ogni dì una volta, ilche era di sua consolatione et a me di sommo contento, non havendo altro per mira salvo che il solo beneficio publico. Mi è occorso nell’accomodar li tanti soldati che furono espediti di là, mandar fuori di casa, si come ho detto di sopra, molta gente, di far spianar case, chiese et di far tagliar gran quantità de olivari in la Canea, le qual operationi se ben sogliono render odiosi li suoi rappresentanti, non dimeno tale è stato il proceder mio, che in luogo de gli anatema che sogliono far Greci quando che hanno mala satisfattione d’alcuna cosa, m’hanno nel mio partir di Candia et della Canea accompagnato con lacrime et con benedittioni. La provicione che ho havuto da Vostra serenità, che era di 180 ducati al mese, per l’estrema carestia ch’era di tutete le cose, se la mi è bastata lo so io, che son fatto de povero mendico, et lo sa messer Antonio mio fratello, che ha più robba di me, se gli è convenuto pagare qualche lettera di cambio che gli ho mandato. Vostra serenità ha dato di provisione doppo fatta la pace all’eccellentissimo General Foscarini 200 cechini al mese, che in Candia vuol dir 400 ducati, non dico già che l’habbi fatto male, percioché quell’illustrissimo Signore spende illustremente, ma dico ben che non sariano stati mal impiegati né anco in me, si perché ne havea maggior bisogno, come perché in honorare il grado mio non ho mai sparagnato a spesa alcuna. Il tesoro che ho messo in questo mio tempo nelle sua Camera fiscali di quel Regno sono state tante partite vive de gl’animi de Greci et de suoi soldati Italiani, degli affetti de quali son stato si fattamente possessore, che non per altro sentì dolore della conclusione della pace, che per non haver potuto far conoscer al mondo che il suo Regno di Candia era habitato da huomini et non da donne. Ho obedito li suoi clarissimi Proveditori generali, chi è vivo lo sa et le scritture che sono appresso di me de chi è morto attestano la stima, che s’è fatta da me di quel signore; che con li clarissimi Reggimenti di tutto quel Regno mi sia diportato con loro sodisfattione dicanolo li clarissimi messer Marco Grimani, messer Pasqual Cigogna, messer Luca Basadonna, messer Bernardin Lippomano, messer Hieronimo Sagredo et messer Alvise Lando, delli quali tutti io son rimasto sodisfattissimo et sono stati perfetti ministri di Vostra serenità; et se tra l’illustri signori Orsini et Zampesco et me vi sia mai stata in tutto questo tempo una sola parola di desgusto fra noi, ogn’uno sa che fu altretanta unione quanta ch’è stata fra tutti noi, li quali essendo cavallieri di honore et gran servitori di Vostra serenità meritano la gratia sua. Se ho governata bene tutta quella militia et se mi son sforzato di dar loro ogni sodisfatitone possibile, dicanlo non solamente gl’huomini d’honore di questa professione, ma li nudi et impiagati soldati, che sono ritornati di Candia, la miseria de quali ben spesso ho sovvenuta con la mia povera borsa. Ho lassato in Candia Duca il clarisismo messer Alvise Giustinian, il quale viene amato et adorato da tutta quella città et militia, havendo quel gentilhuomo natura proportionata a governar quella gente, et Capitanio il clarissimo messer Luca Basadonna gentilhuomo di perfetta volontà; et alla Cania vi è il clarissimo messer Anzolo Barozzi, il qual con la buona maniera che ha di governar quella gente et quella militia credo che darà sodisfattione.
Dell’eccellentissimo General dirò questo solamente, che confesso che la non ha mai havuto nelli sui governi di quel Regno altro che più habbi procurato il beneficio delle cose sue, il qual suo desiderio, se ben è stato essequito con buona intentione, pur è bene che in qualche parte esso sia reformato, per le consequentie che potriano nascere, ilche sia rimesso alla molta prudentia Sua. Se Vostra serenità et Vostre signorie eccellentissime resteranno sodisfatte in qualche parte del servitio mio, rappresentato in questa carta assai confusamente, io si come vivo grandemente obligato alla Sua molta benignità, havendomi mentre son stato in quel Regno honorato con eleggermi Capitanio in Candia, Proveditor general et poi suo Consegliero, così resterò consolatissimo, et quando che non le supplico che le si paghino di quello che ho potuto et spauto fare, affermandole che non si può aggionger alla buona volontà che ho sempre havuto di ben servirla.
Relatione nel ritorno di proveditor general del Regno di Candia di Luca Michiele letta in Senato a 13 di agosto 1580
ASVE, Collegio, Relazioni, b.78
Giovanni Carlo Scaramelli segretario
1582 29 febraro, per l’eccellentissimo Collegio unito fu dato ordine a me Francesco Lionello che si desse copi della presente relazione et di quella del T. [?] Giacomo Foscarini divisa in 3 parti al clarissimo messer Alessandro Grimani che va proveditor general in Candia et così fo esequito, Havendo messer Francesco Maschesini [?] che dovea andare per segretario havuto carico di farle copiare tutte due, et poi mi furono restituite.
Sit nomen domini benedictum
Piacque alla Serenità vostra et alle Vostre signorie illustrissime et eccellentissime, Serenissimo prencipe, illustrissimi et eccellentissimi signori, di eleggermi l’anno 1577 per proveditore generale nel Regno di Candia la seconda volta et di espedirmi a quel viaggio il mese di settembre del medesimo anno. Ha piacciuto alla bontà di Dio ch’io sia ritornato hora a i suoi piedi dopo 35 mesi; et ancorché la mia intentione et il mio bisogno allhora erano più tosto di riposar in questa città, per ristoro di miei travagli et interessi patiti in quel Regno tutti gli anni dell’andata guerra turchesca per servitio anco et commodo di casa mia, poiché da essa vi si trovavano absenti due miei fratelli con publici maneggi, l’uno podestà et capitano a Treviso et l’altro console in Egitto, nondimeno prontissimo mi posi di novo a passar et ripassar i gravissimi pericoli del mare et mi incaminai a quel canto del quale al presente son per dar conto. Et seben sarebbe non so che più o debito o desiderio mio di far quest’ufficio con la viva voce, per quello anco che potrebbe importare alla notitia di Vostra serenità et di Vostre signorie illustrissime et eccellentissime l’affetto con lo quale narrassi il stato delle cose sue in quella isola et l’efficaccia con la quale son per raccommandare quel suo Regno, sapendo io benissimo quanto importano i gesti et il volto nelle narrationi delle cose importanti, nondimeno convengo ciedere alla imperfettione naturale della mia debolissima voce et supplicar la Serenità vostra, che si contenti di intenderlo dalla lettura di quel poco c’ho preparato di farle sapere, poiché et con verità et con brevità ho già disposto il mio senso nella presente publica occorrenza, con havere io havuto consideratione, che sono già state fatte tante relationi da sapientissimi suoi rappresentanti da pochi anni in qua del stato del Regno di Candia in questo eccellentissimo Senato, che cadauna delle Signorie vostre eccellentissime devono essere senza dubio a bastanza informate dello universale di esso.
Et però io tratterò solamente di quelle cose che si appartengono al maneggio c’ho havuto io, le quali propriamente sono di guerra, di fortezze, di offese et difese, di militia et di cose da queste dipendenti, con far qualche mentione del stato nel quale ho lasciato quel Regno et doverebbe essere, supplicando la Serenità vostra che non solo con la solita benignità sua si degni di darmi orecchie, ma si contenti ancora di mettere le cose che son per dire in quella consideratione che ricerca non solo la sicurtà, ma la dignità di questa Serenissima Republica et il commodo et beneficio di tutta la christianità, poiché io suo vero servitore e rappresentante intendo di sigillar tante mie fatiche fatte quasi 12 anni continui, per diversi carichi havuti da lei in quel Regno, con questa mia fedelissima relatione, scritta posso dir con il sangue del cuor mio.
L’isola di Candia osta giusto fra l’Asia et l’Europa, con egual distantia dall’una et dall’altra parte di terra ferma, già 650 et più miglia di circuito, è longa più di 200 et larga 15, 20 et 30 miglia, cinta la maggior parte da monti asprissimi e sterili, posseduta già 376 anni da questa Serenissima Republica (l’isola di Candia vene sotto il dominio veneto del 1204) si ritrova havere al presente sotto i quatro principal governi delle città di Candia, Canea, Rettimo et Sithia [?] 16 castelli et 1.088 casali et essere habitata da 210.000 anime.
Quest’isola si può dire essere antemurale di tutto l’arcipelago, collocata dalla natura quasi a bella posta nel luogo ch’è per serrarlo con due isolette, una a levante ch’è Scarpanto et l’altra a ponente ch’è Cerigo, che possono esser chiamate gli occhi suoi, poiché ogni una di quelle dalla parte sua scuopre et predomina talmente il recinto di tuto l’arcipelago, che non può da qual si voglia parte passar vassell, che da queste non sia scoperto con aviso e beneficio di essa isola. Di questa, né del suo governo non si aspetta a me far hora minuta et particolar descrittione, poiché come dicevo dianzi, è già stata tante volte in poco tempo rappresentata in questo luogo. É ben al proposito mio che io dica di che abbonda et di che manca, perché si vegga che’l numero di tanti 1.000 habitanti, non computati i presidii italiani che di tempo in tempo ve si ritrovano, difficilmente può per ordinario cavare i due terzi del vivere necessario. Abbonda quel paese per sé et per esterni di vini, intanto che l’uno anno per l’altro se ne estrazono 20.000 bote; di ogli, di formazi, mele, cere, sede, lana, grane, sali, oldano et cipressi in quantità; et per gli animali produce casolbe e ghiande. Manca poi di formenti principalmente et forse solamente, perché se bene in tutta quell’isola non si può dire che vi sia arte di momento per uso della vita humana, parte per difetto d’industria e parte per leggi di questo Serenissimo Stato, come di pani di seda et lana a causa di sostentare i datii et il popolo di questa città di Venezia, non è però necessario né più che tanto essenciale al publico questo mancamento. É ben di somma importanza l’intender che soprattutto manca di denaro et che di esso è essausto incredibilmente et è d’importanza l’haver consideratione al seminar qualche quantità di terreni vacui che vi si ritrovano, di quelli, secondo quello che incominciò a introdurre il governator Soffiano Cudemonoiani, ho io scritto il parer mio, et la Serenità vostra è restata informata del modo che si potrebbe tenere, overo provedere, sicome era di opiione dell’illlustre [?] signor Latino Orsino, che fossero stradicati una gran parte di vignali et ridur 20.000 misurade di terra piantada di vigne a coltura da semente, dalli quali si potrebbe disegnar di cavar 150.000 misure tra formento et biava ogni anno, che servirebbe per il vito di quattro mesi dell’anno al meno et resteriano ancora terreni per i vignali a bastanza abbondantemente per far vino ad uso del paese. Overo quando non si volesse venire ad un rimedio così violente et si volesse considerar che non tutti i terreni frutano orzo et formento, ma alcuni sono in luoghi sassosi per il più atti a vigne, si potrà volger il pensiero a introdur delle risere in diverse parti che restano inculte et in quei terreni principalmente dove si piantano herbazi, di qual nascendone gran quantità la povera gente si nutrisse molti mesi dell’anno, et si potrebbe con poca difficoltà effettuarlo.
Difesa del Regno. Tutta questa isola si ritrova com’ho detto a faccia intiermaente dell’arcipellago et ha fin 13 porti tra grandi et piccioli, buoni et cattivi in tutta la sua circonferentia, cioè porto detto Grande da capo dell’isola verso levante, il quale ha buonissima acqua di un pozzo, porto di Astriassuri [?] senz’acqua, porto di Colocchitta considerabile alle spale di Spinalonga, porto di Spinalonga con poca acqua di pozzi, porto di Candia, porto della Fraschia con acqua, porto della Suda con una fontana d’acqua abbondantissima et di singolar bontà, porto della Canea, porto del Tululù [?] senz’acqua, porto delle Granbusse con poca, porto di Metalà et porto di Caluslimiones con acqua vicina et per ultimo il porto di Lutrachi per mezo la Strachia con acqua; i principali di quali tutti porti di potersi ponere il piede sicuramente in terra sono però tre solamente et tutti tre dalla parte di tramontana de rimpetto allo arcipelago et sono: Suda, Fraschia et Spinalonga; nel spatio di 200 miglia ch’è lunga l’isola dalla parte di tramontana, quasi egualmente compartiti et quasi con egual distantia l’uno dall’altro separato. Questi porti sono le vie certe et indubitate per ogni una delle quali il Signor turco poteva disegnar pochi anni fa di velersi per la impresa di Candia et senza speranza hora di alcuna, delle quali la Serenità vostra a suo luogo intenderà che vie lunghe et dificile sarebbe sforzato di tenere. Né sono questi state ritrovate da qual si voglia che la fortificatione di esse habbia conosciuto necessaria et l’habbia proposta, ma sono state conosciute da gli antichi et da loro dimostrate con le vestigie di antichissime fabriche, secondo l’uso di quei tempi, perciò che alla Suda si ritrovorono ruine di grossissime muraglie; l’istesso nel luogo del Paleocastro, ch’è quello che difende il porto della Fraschia, anzi nel luogo medesimo di Fraschia si veggono vestigie d’una gran torre et nel scoglio di Spinalunga poi, molto più che in altro luogo. Questi tre porti notabili, famosi et importanti al Regno di Candia, hanno hoggi, per gratia del Signor Iddio, quelle fortezze ogni uno c’ha piacciuto a Vostra serenità che gli siano fabricate et che erano sommamente necessarie, et tali che basteranno sicuramente a mantenersi per loro stesse, ogni una a parte contra ogni gran potenza, tanto tempo quanto quelli che vi saranno dentro haveranno da vivere, imperò che li due Suda et Spinalonga, che sono le chiavi di quel Regno una a ponente et l’altra a levante dell’isola, sono di forma reale, fabricate in vivissimi scogli et con assai minor opposition di quello che la sagacità humana per il più è solita di andare investigando. Et la terza ch’è il Paleocastro della Fraschia, in mezo di queste due 50 miglia o poco più da ogni parte, è un picciolo ridotto sopra un sasso ottimamente conosciuto, per disturbare i vasselli che volessero riddursi alla Fraschia, che però non potriano esser molti, né del tutto sicuri da i venti, poiché’l porto è esposto a tramontanta, aperto, vicino a Candia 10 overo 12 miglia et che non ha alcuna altra buona parte che buon tenitore, onde si può tener per certo che per queste vie, le quali sono quelle sole che si possono chiamar reali, non sia quell’isola per poter essere offesa, ancorché pare a molti, per non tacer una cosa di tanta importanza, che la distantia ch’è dal forte della Suda fino al terreno, ch’è di 800 passa, sia grande quando massime per quello che si è veduto fin hora della porporella, si possa havere qualche dubitatione della conservatione di essa, per mantener tanto più ristretta quella bocca; al qual parere di questi tali si può anco dar satisfattione con molti edificii di zatere da porger in fuori sotto la fortezza con cathene, le quali spalleggiate dall’arteglieria del forte acquisteriano più di altri 200 passa di vicinità, per offesa di chi volesse entrare in quel porto, oltre il fondare che si potrebbe far di vasselli grossi nella medesima bocca ogni volta che si voglia, senza aspettare che si senta sospetto di guerra. É ben considerabile il scoglio detto Marati, lontano da essa fortezza della Suda miglia uno et coperto dalla offesa di essa, tra il qual scoglio et la terraferma, ch’è la parte di Cisterne territorio della Canea, v’è un seno di mare ampio et spacioso, nel quale potria senza offesa o impedimento entrar et star commodamente ogni grossa armata, et di questo scoglio so ch’è stato dalla Serenità vostra più d’una volta trattato et spero anco che di novo non lascierà di haverne grandissima consideratione, essendo (per parer mio) importante alla compita sicurtà del Regno di Candia, nel circuito del rimanente del quale non vi sono altri porti da temere che quello di Grabusse, ch’è il primo luogo che si trova nello arrivare nell’isola partendo da Cerigo, il quale Vostra serenità si degnò di scrivermi già havere intentione di fortificare et mi commandò ch’io dovessi vederlo et di esso darlene parere, sicome feci particolarmente l’anno passato che mandai anco il disegno. questo luogo per essere di sito di se stesso forte, in poco tempo con poca spesa et con non molta fatica, si potrebbe riddurre in sicurtà et fortezza et mantenerla con presidio di 40 o 50 soldati ordinari et con sei overo otto bombardieri, e per riceverne beneficio tale che in tempo di pace potrebbono quei vasselli, che in quella parte fossero travagliati dalla fortune del mare o cacciati da corsari, riddursi a salvamento, senza correre pericolo di andar a trovar altri luoghi o porti per l’isola, et si leverebbe quel ridotto a corsari, i quali con la sicurezza di simili luoghi vanno depredando le facultà e persone de naviganti et si darebbe commodità a gli habitanti di quelle ville circonvicine di seminar gran quantità di quei terreni a marina, che al presente vanno vacui per essere esposti ad esser depredati, il che non sarebbe di poco mommento.
Quello poi ch’importa più sarebbe che in tempo di guerra, essendo al capo dell’isola verso ponente, havendo i nostri legni quel ricetto sicuro, potriano per terra avisar le altre fortezze et luoghi del Regno, senza penetrar più oltre, quando vi fosse pericolo et ivi pigliar lingua, oltre che venirebbe tolto quel commodo a nemici, i quali benché non potessero con armata grossa alloggiarvi per essere del tutto esposto a i venti di ponente-garbino da una parte et dall’altra di greco-levante, potriano con un numero di 40 o 50 galere fermarsi a danneggiar il paese, et con la commodità del sito eminente, scoprire di lontano et come in un bosco nel mare aspettare al passo i vasselli che venissero per soccorso delle fortezze, il che sicome sarebbe loro di molto profitto prendendoli così a noi perdendoli risulteria in gran danno. Poco discosto da questi Grabasse vi è una spiaggia a ponente nel golfo del Chissamo di miglia otto di longhezza et costeggiando tutta l’isola, dopo di questa vi sono da tramontana la spiaggia dell’Apicorna, ch’è di due miglia in circa, quella dell’Armiro vicin a Rettimo, grande ben sei miglia; quella della città di Rettimo fino a Millepotamo di 10 miglia. Et passando la città di Candia, da Caconovo [?] sino a Maglia spatio di 25 miglia vi è pur spiaggia. Da greco-tramontana ve n’è una altra che tiene da Sithia fino ad un luogo detto Maratti di sei miglia di longhezza. Et dalla parte d’ostro a Gerapetra vi è una spiaggia di miglia due; et più a basso pur sottovento nella giusta metà dell’isola vi è il porto di sopra nominato di Calvdimiones [?] capace niente più che di 10 galere, esposto però ad ostro siroco grandemente, ma è luogo famoso appresso gli insulani, perché dicono che gli antichi et sapientissimi Romani sbarcarono in quel luogo nelle imprese che fecero di quell’isola; di modo che essendo i tre porti principali già detti sicuri dal disbarco, resta da dubbitare che nel tempo dell’estate con buonazze fosse sbarcato un essercito in alcuna di queste spiaggie, ancorché dopo sbarcato fosse bisogno all’armata di allontanari dall’isola centinara di miglia per haver porto, poiché le isole vicine, come Scarpanto da levante et Santorini et Milo da tramontana che sono le più propingue, sono picciole et incapaci se non per il ricetto delle galee, almeno per le provisioni d’i viveri et questa dubbitatione deve farsi maggiore pensando che appresso il Cao[…]alio nella Morea, vi sono la Vatica et la Fonissa, dal qual Cao[…]alio fino a Cerigo non sono più che miglia 20 et fino al Capospada, ch’è’l primo nell’isola di Candia, miglia 80; ma non per tanto chi considera questa distantia et la qualità del sito per terra et delle genti della Morea, che fin fine sono greci, benché soggetti a turchi, può tenere per fermo et io per me sono di questo parere, che’l Signor turco non habbia la commodità di riddur i preparamenti da guerra et le forze sue così vicin a Candia, c’hebbe nella Caramania per la impresa dell’infelice isola di Cipro conosciuta sempre di minor forze, benché fosse riputata di maggior fede che per se stessa non riuscì. Si ritrova bene di rimpetto alla città di Candia discosto miglia otto un scoglio detto la Standia di longhezza più di 10 miglia con alcuni buoni ridotti, ne i quali potrebbe ogni armata starvi commodamente, ma questo oltre l’essere dishabitato et sterile, patisse una oppositione principalissima la qual è di non haver acqua. Di questa Standia non si è mai, per quello ch’io so, da Vostra serenità fatta consideratione et nondimento vi si potrebbe dire alcuna cosa di momento, sicome, sempre che si voglia pensare a questo scoglio et a quello del Marati, c’ho già detto esser vicino la Suda, io dirò et darò a parte il parer mio a bocca et in scrittura, non volendo per hora far digressioni, né allontanarmi dal filo di quanto io vò dicendo; essendo massime parer mio constantissimo che più tosto si attenda al compimento delle fortezze che già si ritrovano in essere in quell’isola, che a principiarne di nove et specialmente ad incamisare, migliorare et finire il forte di San Dimitri, importantissimo forse sopra ogni altra cosa, per essere attaccato alle spale di Candia a cavallier di una valle, nella quale l’inimico senza questo ostacolo potria in tre o quattro notte ridursi sicuramente ad accampare; il qual forte fu principiato con gran prudenza, benché da poi ridotto in difesa di terreno non gli sia mai più stato fatto altro et si attendesse a ben munir tutte queste fortezze, così per poterle difendere venendo il bisogno, come per dar loro et a questa Serenissima Republica riputatione, la qual forse tanto più importa, quanto dificilmente si suol credere.
Tutto questo paese che per meglio farmi intendere sono andato compartendo, habitato com’ho detto da 210.000 habitanti, ha 20 et più fiumare che dal Capo Salamon fino al Capo Spada, ch’è la longhezza dell’isola da levante a ponente, spandono quasi tutte dalla parte di tramontana et niuna di esse è navigabile, servono però per molini, ma non compitamente, convenendosi con molini da vento, che sono in quantità per l’isola, supplire a i bisogni ordinari, essendo le fiumare di molto per il più l’una dall’altra discoste et la gente rusticale habitando fra terra nelle gole d’i monti asprissimi et nelle caverne di essi. L’universale di tutto questo popolo habitante l’isola di Candia vive soto il rito greco, eccettuate alcune poche chiese, le quali sono a uso della nobiltà et d’i forestieri et si può dire che nelle attioni ordinarie vagliono più incero modo, almeno tanto i commandamenti et ordini d’i papati, quanto d’i giudici o intervenieti secolari. Di questo numero così grande di gente non si può dire che vi siano più di 52.000 huomini da fatti, computate le città, i castelli et i casali sudetti. Contadinanza.
Questi sono il vero nervo, il vero polso et la vera forza del Regno di Candia. Di questi soli si deve far gran capitale et gran stima, et a questi soli è necessario pensare et provedere. Perché considerati i siti dove habitano con le moglie, figli et animali che hanno et qualche loro sostanza, sempre che vogliono far conoscere a chi ha sete del sangue loro, che ponendo turchi il piede in quelle isole, si tratterebbe la perdita delle loro vite, o almeno della patrie, del’honore, della robba et della libertà, sono certamente bastevoli et sarebbero sufficienti a far rimaner ingannato l'inimico d’i suoi disegni et a difendere con gloria di quella natione il Regno di Candia, tanto longamente quanto havessero da vivere, né ho mal detto sempre che vogliano, perché vivono in gran parte di così mal animo et così mal trattati, che alcuna volta poiché questo è luogo di venti, ho dubitato della volontà loro, se venisse il caso, perché per la povertà incredibile che regna nella maggior parte di loro, a quali da i cavallieri patroni d’i casali a fatica è lasciato tanto che possano sostentarsi la vita, si ritrovano così oppressi nel pagamento di tredeci perperi per testa, ch’è la angaria ordinaria per Vostra serenità (Angaria delle fabriche) quando gli huomeni non la fanno personalmente nelle fabriche publiche in giorni sei, et così sentono con mala satisfatione la essatione di questo denaro, che non potendo in alcuni luoghi più longamente disimulare il loro mal animo, dopo che 10.000 di questi sotto nome di cernide hanno havuto le armi in mano, hanno fatto resistenze a lasciarsi pegnorare, benché per altre cause; et nel Casal Rustica territorio di Rettimo, hanno amazzato gli ufficiali che andorono l’anno 1578, per quanto mi scrisse il clarissimo messer David Bembo all’hora rettor di Rettimo, in tempo che dal clarissimo bailo di Costantinopoli mi venne aviso come l’hamburiaro [?] di Rodi dovesse venire incognito nell’isola, per intender gli andamenti d’i nobili con i villani, per il qual effetto non permisi che ‘l detto clarissimo rettore usasse alcuna violentia nel castigo di questi ch’erano processati et da Sua signoria clarissima riputati rebelli, usando anzi ogni mia diligentia, perché si suppisce piutosto che publicasse un’atto tale, si come feci anco dapoi di due casi seguiti nel territorio della Canea, l’uno nel castello Apicorna quando i villani amazzorono quel sargente italiano nel far della mostra et l’altro nel Casal Neucurio, dove presero un soldato et menatolo vicino al casali, ivi lo amazzorono crudelmente in vendetta d’uno di quel medesimo luogo che poc’hora avanti da un altro soldato, come si disse, a caso fu amazzato d’arcobuso.
Segni evidenti del poco timore et rispetto che questi hanno di chi commanda et di chi essequisse et consequenza assai facile della poco buona volontà loro, quando di 366 giorni di un anno non si contentano lavorarne sei per il suo prencipe o mancando la occasione di fabriche di pagar una così fatta gravezza, ch’è poco più di cinque lire per testa, a quali segni si cerca il servitio delle cose publiche, che sia con ogni spirito proveduto et siano levati i disgusti che questi hanno et dato loro ogni sodisfattione possibile, perché non è dubbio veruno che i Stati si mantengono et conservano niente meno con la buona satisfatione d’i popoli che con l’armi. Erano queste genti altre volte devotissime del nome di San Marco et tuttavia lo nominano con riverenza incredibile, per quello che esteriormente di sente, ma l’animo è stato loro corrotto dalle straniezze et crudeltà nel condurli in galea gli anni della guerra et dopo la guerra, da i mali trattamenti c’ho detto essergli fatti da i cavallieri padroni d’i casali, dalle estorsioni d’i cativi ministri et da altri accidenti che difficilmente arrivano alle orecchie di Vostra serenità, et per la lontananza et per altri rispetti.
Questi huomini, fatti al numero sopradetto di 52.000, si dividono in angarie, cernide et huomini da remo per armar galere. Delle angarie credo che sia abastanza ciò c’ho detto.
Delle cernide dirò poco, perché già sa la Serenità vostra quello che sono et come diversamente siano intese et interpretate. Piace ad alcuni, et io sono uno di quelli, la riputatione del nome che sia nel Regno di Candia un numero di 10.000 et più soldati di quella natione, che anticamente ha riportato gran laude sotto gli imperatori greci c’hanno militato, dimostrando anco novellamente il giorno de la felicisisma giornata di Curzolari. Ad alcuni altri non piace, et a i nobili tra questi, perché vedendo crescer l’ardir loro, per non dire la insolentia, temono che gli sia levata la obedientia nei loro casali et a qualche tempo privati d’i loro beni et finalmente tolta la vita, a ciò persuasi da gli essempi dell’età passate, nelle quali più volte quella collonia fu discacciata, tagliata a pezzi et rinovata; ma come si sia (che in questo capo io voglio per hora recitar et non dar parere) la institutione di questi fu dalla buona memoria del cavallier Chieregato [?] introdotta, con buoni ordini, et dal colonnello Stella è stato continuamente atteso alla esercitatione di essa, con molta diligentia et con fatica maggiore che la età sua comportava, havendo anco sustenuto quel grado con ogni honorevolezza, come spero che faranno i governatori Emiliani et Ramussati suoi successori, per la esperientia ch’io ho del loro valore; et da me è stato, secondo la intentione di Vostra serenità, non solo sollecitato per la conservatione, ma per lo accrescimento di esse cernide, con descriver però nelle città giovani disposti et atti in buon numero in luogo di alcuni pochi vecchi et impotenti che si ritrovavano, non havendo voluto metter mano ne i territori, si perché lo ammetter un privileggiato sarebbe stato un levar un angaria o un galeotto alla Serenità vostra, et maggiore il danno certo che di presente ne riceveva che l’beneficio incerto che se ne possa aspettare, si ancora perché sapevo molto bene che l’auttorità di noi suoi rappresentanti ordinari non si estendeva tanto avanti, massime dopo che’l clarissimo messer Giacomo Foscarini, essendo provveditore generale in quel Regno, terminò tutto quello dopo molta diligentia usata per conoscer coloro che veramente erano degni di privileggio, che giudicò publico servitio et serrò la strada di ampliar quel numero determinato.
Questi soldati privileggiati di tutto’l Regno portano per la maggior parte arco et lo sanno benissimo addoperare, ma più quei della parte di ponenete che da levante. Pochi arcobusi si trovano fra loro che non possono ascendere alla somma di 20 per cento, et sono arcobusi la maggior parte inutili et inutile l’archibusiero, perché da quei che sono uccellatori in poi il resto non sono assicurati dal foco, non se gli dando nelle mostre le due onze di polvere et il mezo passo di corda che vien dato a quei delle città, perché sarebbe un consumamento di polvere insoportabile, per non dire una spesa troppo grande. Hanno per ogni castello, secondo i partimenti d’i territori, i loro capitani italiani, i quali per la poca quantità d’i arcobusi, per la incommodità detta della polvere et per non sapper essi capitani tirrar d’arco, né per il più la lingua, per dire il vero liberamente, poca altra instrutione gli fanno che l’ordinanza et a conoscere il suono del tamburo.
Galeotti. Galee da armarsi.
Resta che io parla di questa gente per l’armar delle galee, la quale è la più atta o almeno tanto quanto altra sia nel mondo, perciò che resiste mirabilmente al mare et alle fatiche, anzi che questo essercito et questa professione par che siano propri di quella natone, che a questo sia nata et di questo solo s’intenda. Sa la Serenità vostra che nel Regno di Candia sono eletti 25 governatori di galea, oltre i 10 sopracomiti, quattro ordinari et sei estraordinari, et per essi sono descritte et rolate le ciurme necessarie. Credo che sappia anco quanto più persone che per queste 35 gelee habbia havuto l’armata gli anni dell’andata guerra, si come so anch’io con questa instantia, per i carichi c’hebbi, fui ricercato da gli eccellentissimi suoi generali e con quanta fatica attendevo a sumministrar continuamente huomini da remo et da spada, oltre ogni espettation loro et credenza mia. Saprà di più che se bene i patroni d’i casali con ogni loro sollecitudine studiano in favorir quei che sono destinati per vogar il remo in galeon et quando altro non possono operare in sollevation di quei tali, sono stati soliti gli anni della guerra di fargli fuggir alle montagne et di summunistrar loro il vivere fin là, non per malevolentia che portano alle cose publiche, ma per conservarsi gli huomini per il cultivare d’i propri terreni et mantener i loro casali populati, et acquistar anco a gara l’uno con l’altro nome di non lasciar perir i loro villani soggetti, accioché da questa voce tirrati altri concorrano ad habitar sotto di essi; et se bene al presente si trova quel Regno essausto, la nobiltà, per quanto va dicendo et escalmando, impoverita per le spese fatte et danni patiti, et nella guerra et dopo la guerra, il solo fondamento di beneficio che può sicuramente promettersi et senza dubitatione è di armare in quel Regno tante galee, quante i suoi rappresentanti c’haveranno carico vorranno, perché veramente le genti ve si trovano, et con la desterità et col non distinguer i privileggiati da altri, come haverei fatto io sicuramente se mi fosse venuta la occasione, se non in quanto haverei posti per huomini da spada quei più di questi c’havessi potuto, et con i buoni tratamenti con le ricompense, con le essentioni e con altro, si riddurrà sempre a che termine si vorrà; anzi dirò di più, che da questo in fuori di armare galee non so che poter promettere a Vostra serenità di tanta gente c’ho nominata et c’ho preso per fondamento fin da principio di questa relation mia. É ben vero che i tempi mutano le occasioni et le occasioni mutano le volontà, ma in ogni caso quella natione vuol essere governata con giustitia et clementia, né può sentire il rigore et la crudeltà ma i doni et le carezze possono moverla a far tutte le cose.
Cavallieri et feudatari in Candia.
Si ritrovano poi in tutto il Regno di Candia fino 800, i quali vivono sotto nome di nobili veneti dell’antica colonnia, mandativi da questa serenissima Republica per cavallieri e feudatari. In questi sono per la maggior parte i feudi et le richezze principali. Da questi principalmente dipende il numero di quella cavalleria della quale tante volte da i suoi rappresentanti è stato et scritto et referto con la viva voce in questo Senato e da più d’un anno in qua dato conto con lettere spesse et copiose del clarissimo messer Gabriel da Canal proveditore di essa, ch’io sono stato in forse di non ne dir parola, ma poi conoscendo pur debito mio di non tacer del tutto, dirò poco et quel poco con ogni debita et mia ordinaria sincerità.
Si ritrovano descritti et in essere in tutto quel Regno, sotto nome di cavallaria di nobili et feudati, cavalli numero 1.048 divisi sotto 11 condotti, sei di Candia, due della Canea, due di Rettimo et una di Sithia, in cavallerie, serventarie et caratti di feudi, i quali se ben di ragione doveriano essere ne i nobili soli, poiché a nobili soli furono compartiti et donati i terreni sotto nome di feudo, nondimeno sono stati allienati et sono pervenuti parte di essi non solo in nobili cretensi, ma in artisti et in contadini, la qual cosa è avvenuta poco legalmente, perché chi ben considera tutti i feudi direttamente dopo i legitimi heredi pervengono a i prencipi et se pur sono venduti non possono esser venduti senza licentia del prencipe, onde convengo dire che le vendite fatte di questa sorte di beni in gran quantità, forse sono inlegitime et senza dubbio sono anco dannose, perché passando i beni d’una in un’altra mano, a poco a poco i possessori si vanno disobligando, come chiaramente si vede esser seguito nelle sei condotte di Candia, nelle quali sotto 196 cavallarie doveriano essere descritti 696 cavalli, nondimeno non se ne trovano se non 617 et di 76 soprapiù che mancano a compire questo numero non si trovano né possessori, né terreni et molti che guarniscono non sanno sopra di che. Et quello che più importa non solo sono stati alienati i feudi integri, ma sono stati per il più smembrati et ridotti a così pochi carati, che colui in chi sono pervenuti non può ritrovare né appresentare un cavallo inutile da romper una canna, non ché una lanza, o così distrutto et così infelice, che non superi l’obligo d’i due o tre carati che possede. Consequenza chiarissima che nel longo corso di tempo che sono stati alienati di questi feudi, sia stata la Serenità vostra anco in ciò defraudata. Per adempimento de quali tutti che non sono in essere et ritrovano sguarniti, manca di presente 222 cavalli et quando di questi guarniranno degli altri resteranno senza, di modo che in tutto si può dire trovarsi in essere in tutta l’isola intorno a 1.000 o poco più cavalli, fra buoni et cativi. Non sono molti anni che soleva essere questa cavallaria pochissimo stimata, per quello che si vedeva nel progresso di essa. Al presente che per volontà della Serenità vostra è stata ravivata et con diversi ordini della molta prudenza del clarissimo già proveditor general Foscarini glie è stato dato corso, posso dirle con verità che da gli anni adietro ch’io fui in quel Regno fino a questo tempo, si ritrovi quanto al numero et qualità d’i cavalli una notabile mutatione, poiché non havendo io lasciato cosa intentata, ho mosso ogni pietra nel tempo di questa mia seconda provedaria per essequire intieramente la volontà della Serenità vostra et ho fatto rietter tanti buoni cavalli che fanno assai chiaro testimonio, s’io ho mai havuto altro fine che di conservarla et di accrescerla. Piacesse al Signor Iddio che potessi dirle anco il medesimo de gli huomini che la cavalcano, accioché adempita d’ogni parte et non tronca per tal rispetto fosse la mia contentezza, ma questi sono sempre gli istessi et se ricevono qualche miglioramento negli essercitii, continuano però nella prima volontà per la maggior parte, né per molto ch’io et con giostre spesse honorate all’incontro et di ogni altra sorte et con amorevoli uffici et preghiere habbia cercato di allettarli, ho mai potuto veder a cavallo comparire in esse più che uno et una volta due di quei gentilhuomini, se ben poi dove si trattava di correre un prezzo all’annello senza spesa o pericolo, erano pronti et i giovani alla scoperta et quei di maggior età sotto maschere, il che però io ho approbato sempre in qualunque modo, perché tutto era essercitio et tutto corrispondeva al mio desiderio et alla volontà della Serenità vostra. Quello che con occasione di bisogno siano per operar questi nobili, io non so affermare, so ben questo che come vero servitore et cittadino di questo serenissimo Stato, oltre lo amore infinito che porto a tutto quel nobilissimo Regno, nel quale sono stato sempre così ben trattato et tanto honorato, pregherò Dio in tutta mia vita che non venga occasione di farne esperienza, perché forse la Serenità vostra et questi illustrissimi signori haveriano da ricordarsi delle mie passate profetie, per non dir delle presenti, et da conoscere che nel corso di tanti anni c’ho maneggiato le cose di quel Regno, ho imparato i costumi, i pensieri, i disegni et la volontà di chi lo habita. Intesi già che passava per la mente della Serenità vostra di introdurre sopra i medesimi cavalli qualche numero di albanesi, secondo il parere del clarissimo messer Polo Contarini, gentilhuomo di tanto valore et di tanta esperientia dimostrata in tutte le sue attioni in ogni tempo, et me ne rallegrai grandemente, così per quello c’haveria ricevuto di miglioramento la sicurtà publica, come per la speranza che da questo buon effetto mi veniva che le tante fatiche fatte da detto clarissimo Foscarini nella regolatione et riforma et da me nella continuatione non fossero state fatte in darno. Se continuasse questo pensiero nella Serenità vostra et che si risolvesse con questa occasione di unire i caratteri a tale che di tre o quattro cavalletti inutili se ne potesse havere un buono, avanzeria grandemente, perché oltre a i cavalli che i nobili hanno in essere, venirebbe a cavare frutto da quei di monasteri, commessarie, donne, pupili et tuttorie, che sono molti e da quei che possedono semplici caratti, da alcuni d’i quali in altra maniera non si può sperarne.
Molte altre cose potrei dire in questo proposito et specialmente delle ragioni che sogliono essere addutte da alcuni di quei magnifici [?] gentilhuomini quando affermano di non esser mai per uscire in campagna ad impedire il disbarco allo inimico, se non fosse che la vergognosa fuga della cavallaria feudata di Rettimo, tanto avanti che lo inimico comparisce così debole, com’egli venne per sue ragioni, et che come da principio accennai mi ho proposto piutosto di dir poco che troppo in questa materia, la qual voglio che sia conclusa con dire, che se si doverà trattar la unione di questi caratti et la condotta de gli albanesi, si doverà farlo con partecipazione et consenso della nobiltà del Regno di Candia, perché non tutti sono d’un istesso animo, né tutti d’un medesimo volere. Sono ben tutti nobili o almeno vivono con questo pensiero, se ben alcuni possono haver perso le loro prove et sono talmente incivili et talmente inclinati di ritonar a goder quel privileggio, che Dio et la natura ha loro dato in questa Republica, che non può esser se non ben fatto il dar loro tutte quelle satisfattioni che siano possibili, così in questa materia di cavallaria, come in far che siano loro osservati i privileggi antichissimi a loro concessi et confirmati et rinovati tante volte in questo eccellentissimo Senato, accioché da queste cose allettati si dispongano di viver in quella patria già fatta sua; et dirò anco così dalli suoi antenati alla devotione di questa Serenissima republica mantenuta, contra le rebellioni degli insulani diverse volte et della medesima colonnia, che fu poi ristabilita dal clarissimo di felice memoria messer Domenico Michiel l’anno 1… [puntini nel testo] ch’era general da mare, che fu poi prencipe, il quale col far tagliar la testa a molti nobili prencipali pose tal fine a tutte esse rebellioni, et tal pace et tal concordia tra popolari, cittadini et nobili, che da poi non se n’è più inteso altro, sicome ho trovato negli archivi di Candia et si legge nelle historie di questa Republica. Né creda alcuno che’l ripatriar di questi tali sia servitio publico, perché sicome partono di là con le loro sostanze et famiglie per tema di guerra turchesca et molto prima se ne lasciano intendere et si comprende anco chiaramente, così i popoli ne prendono sempre maggior gelosia et pare loro che i spaventi e le ruine delle guerre future siano poco meno che presenti. Alla sodisfattione di questi gentil huomini giova grandemente la molta prudenza et desterità del clarissimo messer Gabriel da Canal proveditore della cavallaria di quel Regno et è anco per giovare non poco nel progresso di essa cavallaria, sicome io posso attestarle essere sua intentione et suo principal fine, et certo che dovendosi far tale elettione è stata divina inspiratione che sia caduta in un gentilhuomo di tanta bontà et di tanto valore, il quale senza passione alcuna particolare studia sempre di render ben certa Vostra serenità della verità; e poi con la sua auttorità et splendidezza accresce riputatione a questo nome della cavallaria di quel Regno et sarà a giudicio mio sempre buon instrumento a trattare con quella nobiltà qualunque cosa, perché è tenuto in molta stima et è grandemente amato da lei, non havendo io mancato di ponerlo in quella espettatione innanzi la sua venuta et di honorarlo dopo giunto con tutti quei termini che richiedeva il merito della sua particolare persona, accresciuto dalla riputatione del publico grado da Sua signoria clarissima sostentato con ogni honore.
Entrata di Candia
Di tutto il Regno di Candia del quale ho parlato fino hora si cava d’entrata computati i datii et tutte le cose che entrano nelle Camere fiscali ducati venetiani 106.600 in circa ogni anno. Ma questi non sono ben certi, perché se bene da uno anno all’altro ricevono qualche alteratione di accrescimento o di calo, restringasi la somma quanto si vuole, non sono stati per quello ch’io so mentre son stato hora in quel Regno riscossi mai intieramente. Dicono alcuni ciò avvenire per la misera condition d’i datiari, dicono loro per danni gravissimi c’hanno gli anni innanzi patiti, et dicono altri per altre cause che tutti insieme dariano occasione ad ogni uno, che sopra ciò volesse dilettarsi, di dire assai et perché questa materia non è mia propria, ma è spettante particolarmente a i capitani di Candia et a rettori delle altre città, che per ordinario hanno la cura delle Camere fiscali, voglio lasciarla nei suoi termini, tanto più quanto conosco ch’è contenciosa et da doversi diversamente intesa, benché per se stessa sia facile et buona da giudicar [?]. Come si sia il Regno di Candia non ha più che ducati 6.650 di annuale entrata et di spesa ne ha havuto in tempo mio 234.400 senza Cerigo, Thine et Sithia, che non possono voler manco di 12.000 ducati l’anno ancor esse più di quello che cavano, quando più et quando meno, secondo le alterationi della militia et delle fabriche, onde la Serenità vostra ha havuto di spesa più dell’entrata, computate queste isole sopradette, ducati 139.600 e qualche anno più; et questi sa Dio con quanto incommodo sono stati mandati da lei in quel Regno et con quanto travaglio d’i suoi rapresentanti sono stati non solo richiesti, ma importunati di tempo in tempo, et con quanto mio particolar ramarico bene spesso asettati, sicome quello sopra le spale del quale posava il carico della militia, spesa principale, anzi sola si può dir in quel Regno, perché mancando il denaro, si può levar mano alle fabriche et lasciar di lavorar nell’arsenale, ma non si possono già sostentar i presidii senza pagarli, i quali anzi non possono patir dilatione alcuna; et nondimeno quante volte ha bisognato dopo spesa quella entrata che si poteva essiger, dispensati i denari d’i depositi et fatti debiti di grossa somma con particolar persone, industriarmi di sostentar essa militia fino che piaceva a Dio di sollevarmi con qualche aiuto venuto dalla benignità della Serenità vostra, la quale io non ho mai lasciato di escusare, sapendo da quante cose travagliose era circondata, tutto che alcuna volta nella tanta tardanza mi convenisse crutiarmi in me stesso et lamentarmi scrivendo. La differenza ch’è al presente dalla entrata alla spesa del Regno di Candia è così grande, che non può farsi di meno di haver sopra di essa una matura et prudente consideratione, non solamente per conoscerla, ma per provederla, perché nel stato ch’è al presente quel Regno, patisce di danno, patisce di reputatione e parisce di importantissimo pericolo, né può a questo modo continuare più longamente. Richiese Vostra serenità con lettere sue et di questo eccellentissimo Senato, l’anno 1568 di novembre, i conti di tutto il speso da poiche mi trovava in quel Regno et gli furono prontissimamente inviati, sicome anco prima per farsi strada alle richieste d’i bisogni publici erano stati mandati et credo che sussequentemente secondo il suo ordine siano anco stati di tre in tre mesi mandati a chi aspettava, né perciò s’è veduta provisone sufficiente alla necessità. Richieggo io hora che col ritorno d’i clarissimi duca et capitano sono da loro stati portati distintamente et più che mai desidero che siano visti et calculati da suoi intendenti ministri, benché più caro mi sarebbe se fosse possibile, che sopra i libri autentici fossero ventillati, poiché il maneggio di tutte le cose e di quelle principalmente che sono dal carico mio dipendenti, è stato fatto nella Camera fiscal di Candia et per mano degli ordinari ministri di essa, i quali sono stati da me conosciuti (che con tale occasione non posso mancar di dirlo) assai sufficienti et fedeli, havendo io havuto mira speciale che non sia dispensato mai pur un quattrino senza bolletta sottoscritta da i clarissimi duca et capitano et da me, et che siano stati osservate tutte le leggi in quella materia. La città di Candia o per meglio dir la Camera fiscal di Candia ha havuto d’entrata l’anno 1578, che fu quello che andassimo [?] i conti ducati venetiani 67.986, et di spesa 134.900 et l’entrata dell’anno 1579 è stata 13.000 ducati manco et la spesa 1.100 ducati. Quella di Rettimo ha havuto d’entrata ducati 11.700 et di spesa 23.300. Quella della Canea ducati 26.950 et di spesa 75.100 che in tutto assecndono alla somma da me sopradetta, ciò è la entrata di ducati 106.640 et la spesa di 246.390 et gli anni antecedenti et susseguanti a questo la entrata et la spesa di detti luoghi da Candia in poi si può dire esser stata la medesima, et se pur ha calato la spesa per essersi sempre ristretto più il numero d’i soldati, ha calato anco la entrata per essersi sempre fatte maggiori le difficoltà nel riscuotere. Onde per arrivare a questa detta somma manca alla entrata ducati 139.750, compuando Sithia, che pur è luogo di presidio, benché picciolo, Thine et Cerigo, luoghi tutti tre importantissimi et con soldati, i quali oltre a quello che i quelle Camere cavano, hanno bisogno, come ho detto, almeno di ducati 12.000 l’anno et questi conviene che dalla camera di Candia gli siano sumministrati, perché ella è migliore [?] ch’è stata solita in ogni tempo di porger il cibo a tutte le città, luoghi del Regno et isole sottoposte, et ad essa ricorrono sempre et per viveri et per munition et per denari, dimodo che quando se ne mandava qualche summa in Candia in tempo mio, non doveva parer strano se a pena giunta erano rinovate le richieste, perché non così tosto erano i danari disbarcati che bisognava compartirli per parte o a buon conto delle spese passate et reimbarcar quella porcione ch’era possibile per i luoghi detti; et ben spesso convenivano quei haver più pacienza che più erano lontani et che meno forse potevano per altra via prevalersi. Della somma d’i sopradetti ducati 139.700 et tanti che mancavano per ogni anno alla spesa, che a 140.000 all’anno, in tre anni, dirò così del mio carico, volevano essere ducati 420.000 sono venuti in Candia se non 143.665, et il soprapiù si sono cavati dal tratto d’i formenti per la summa di ducati 50.000 in circa, da lettere di cambio et dal casson del deposito per l’armar le galee estraordinarie, ne sono già stati levati da me solo, ne come dichiara la sua legge nella conditione di questo deposito rinovate l’anno 1576 in conformità et continuatione di quanto molto prima si osservava con infinita prudenza di quei sapientissimi padri che governavano allhora, i quali non credo io et non crederà alcuno che potessero presuponer mai che nella maggior quiete e più tranquillo stato della Repubblica si lasciasse di provedere alle urgentissime necessità di quel Regno, intanto che quelli i quali si fossero trovati al governo di esso dovessero o veder sollevationi nella militia, che senza la ordinaria paga non ha modo, passato il mese di vivere un giorno, com’è hormai tempo che mi faccia intendere in questa materia, o provar qualche altra miseria, ch’io taccio per vergogna, overo sottoporsi alla censura di così fatta legge. Io che per commodità et quiete di quel Regno haverei anco speso la vita come rappresentante et servitore honorevole di Vostra serenità et ch’ho sempre tenuto per fermo, che le cose che concernono il beneficio publico portano gloria a chi le conserva in qualunque modo, posi i soprastanti pericoli in consulto con i clarissimi signori duca et capitano et con signori di Candia, et unitamente terminamo, come dalla terminatione sottoscritta da tutti che tengo appresso di me si vede, che più tosto dovessimo noi por mano ad esso cassone quetamente, che aspettar di veder qualche altra cosa peggiore con ruina universale, si come diverse volte ho scritto a Vostra serenità, non solo persuadendola con la ragione, la quale è potentissima, ma supplicandola con la humiltà et con la importunità d’i prieghi a non lasciar di rinovar quel deposito, percioché se in tutti i Stati il denaro è riputatione et ornamento della pace et sicurtà et difesa della guerra, nel Regno di Candia è di necessità alcuna volta niente meno nella quiete che nelle turbolenze, sicome ne rende testimonio ciò ch’è seguito in tempo mio in questo proposito, che non solamente per la tepidezza delle provisioni, ma per la tardanza d’i passaggi, sono passati cinque et sei mesi dalla espeditione del denaro di qui alla consegnatione di là, onde privi del refuggio di quel cassone bisognava cader nelle mani della disperatione et pur si attrovava il mare senza una galea turchesca et questa Republica senza un minimo sospetto. Hor considerati come sarebbono passate le cose senza esso deposito, quando l’havesse havuto ad aspettar l’aiuto da Venetia et fosse stata l’armata turchesca in campagna. Et Dio guardi che’l Regno di Candia si trovi mai in strettezza, con sola speranza di havere havuto da questa parte d’Italia, come non può haver d’altra, percioche chi considera la commodità che hanno i turchi di metter un corpo di armata a Modon et a Navarino, tra gli altri inumerabili luoghi c’hanno dove mettersi in passi necessarissimi per far quel camino, stimerà facile a turchi l’impedire et dificile a noi il soccorrere, che se bene havemo da sperare che la fortuna ministra di Dio nelle cose buone fino a quel tempo sia per dimostrar altre vie et altri modi di provedere, potremo anco dubitare che contrario accidente tolga quei rimedii c’hora stimamo facili et riuscibili, imperoché seben quello che si teme in questa vita spesso no viene, quello che si spera anco spessissimo inganna.
Per queste dificoltà et dubbietà dunque di soccorsi, Serenissimo prencipe, illustrissimi et eccellentissimi signori è sopramodo necessario non solamente il deposito sopradetto et maggiore, ma che siano quelle piazze tutte munite abbondantemente di polvere, balle, legnami, artiglierie et apprestamenti di ogni sorte, legne, carboni, vino, formazi, oglio, accetto et soprattutto di grano et biscotti antecipatamente et abbondantemente, perché le fortezze senza simili apparecchi si possono chiamar corpi senz’anima; et i presidii di gente si mandano in una sol volta et ogni poco che si rinfrescano quando si può, et se non una volta una altra è abastanza, ma il pane è necessario ogni giorno et s’è bisogno mandarlo ogni anno in tempo di pace, che s’ha da far in tempo di guerra aperta non che di sospetto? Perilche per debito della conscientia mia, io ricordo come cosa importantissima senza comparatione, che si voglia considerar la fatica, il pericolo del mare et de i nemici, di soccorrer quel Regno di vetovaglie quando fosse assediato et la incertezza che havemo di haver sempre lega con la maestà del re cattolico per vacar di Puglia et Sicilia grani per Candia.
Quanti soldati bastino in Candia.
La onde il fondamento principle doverà esser questo hora che in quel Regno vi sono tante belle fortezze reali, bastando poiché in tempo di pace, per mio parere, la Serenità vostra mantenergli di presidio nella città di Candia 1.500 fanti. Nella Canea 500. Nella Suda 200. A Rettimo, essendo la cittadella in ordine 100. A Spinalonga 150. A Paleocastro di Candia 40. A San Thedoro 40. In Sithia 30. Et nelle isole di Thine et Cerigo almeno soldati 50 per una, le qual genti al numero in tutto 2.660 saranno bastevoli alla custodia ordinaria. Ma queste doveriano sentir certo qualche beneficio maggiore che non hanno i soldati de gli altri presidii d’i suoi Stati, per poter fare che fossero buoni et ben all’ordine, et soprattutto ben sodisfatti, perché sono a fronte de turchi et si può dire in gli occhi loro propri et non come sono hora, che per molto che Vostra serenità possa esser certa di haver in quel Regno 3.000 soldati vetterani, atti a qual si voglia importante fattione et ben armati, sono però nel rimanente in parte consumati et disperati. Né può mancare che turchi non si riddano quando vengono in Candia et veggono così male all’ordine di vestimenti quei nostri soldati italiani, i quali di nome et di riputatione sono stati in ogni età superiori a tutte le altre nationi militari del mondo. Et se bene Signori eccellentissimi non hanno mancato di quelli c’hora ascoltano questa relation mia, c’hanno per lo adietro detto che questa calmaità nella militia nasceva dalle tirranide d’i capitani et che io come proveditor general dovevo provedervi, convengo sforzatamente rispondere, che dove da me è stato conosciuto mancamento non ho mai mancato di giustitia et ho levato le compagnie a di quei ch’erano più pieni di dependenze, quando ho d’i loro cativi portamenti havuto sentore, perché fossero esempio a gli altri. Et per parlar più chiaro le ho levate al capitano Dominico da Pisa, il qual era creatura del collonello Moretto Calavrese, et al capitano Scanderbech da Vicenza, ch’era sommamente amato et raccommandato dal serenissimo prencipe Veneiro di felicissima memoria. Ma non posso già mancar di dire che, et quelli c’ho punito io et quelli che in questa città furono accusati et processati, tutti possono egualmente haver demeritato poco, perché consideranno le Signorie vostre eccellentissime, con la infinita sapienza loro, di cinque gazette il giorno c’ha il soldato di paga, quello che gli può levare un capitano. Vengasi di gratia al compartimento di queste cinque gazette. Veggasi come può cibarsi, come può vestirsi et come può il capitano arrichirsi. Chi dubbita che non potendo il soldato avanzarsi mai un quattrino per comprar vestimenti è necessario al capitano, per non vederselo nudo innanzi, di pigliare panine et telle a credito et di queste vestirli e ogni paga poi ritener qualche porcione, anzi lasciate in Camera conveniente porcione a i mercanti, che senza la sicurtà della Camera per il più non gli crederiano di un ducato, et questa porcione sarà poi di due lire per paga o poco più et forse manco, onde in 10 o 12 mesi ne vienne il soldato a scontar un vestito di tela et rassa. Oltre di questo che avantaggio ha i soldato hora nel Regno di Candia per il vivere? Niuno. Corre la fortuna medesima che fanno gli altri sudditi di questa serenissima republica et pagano di tutte le cose ogni datio di quel modo che fanno tutti gli altri, quello che altrevolte in tempo mio così strettamente non di osservava, ma havendo ritrovate le cose riformate, non ho potuto se non confrontarmi col volere della Serenità vostra e sovvenir quella militia di buone parole, dove non ho potuto di miglior fatti. Et se ben non voglio negare che non vi possano essere e esser stati d’i capitani che per il loro interesse facciano o habbiano fatto ogni cosa, voglio però dire ch’io non dovevo senza giustificatione castigarli col giudicio d’altri, perché i giuditii, figlioli delle opiioni, vanno ben spesso ferneticando il contrario delle cose et le leggi divine et le leggi santissime di Vostra serenità, ch’è tutto uno, con le quali i rappresentanti suoi procedono per conservatione di questa ben instituita Repubblica, non mi concedevano di poterlo fare. Et se pur sono venuto alcuna volta alla formatione di processi per mormorationi di cose tali, ho ritrovato che la passione di qualche ufficiale di compagnia per competenza di grado, per invidia o per discordie, che fra religiosi, nonché fra coloro che portano spada a canto non mancano, ha più causato simil voci che la verità istessa ben spesso; et se non si credesse a me, credasi a i processi medesimi che sono formati et in essere.
Quasi siano cotai tirranide dunque, io non so, so bene che facendo io regolatione di soldati inutili due volte l’anno, secondo la commodità d’i vasselli a marzo et a settembre, non sono mai venuto ad atto tale che diversi capitani non habbino perduto tutto quello che di vestiti o di altro andavano creditori con essi soldati divenuti per infermità o altra causa inutili, perché regolati ch’io li haveva et data loro una meza paga col biscotto, risi et bevanda per il viaggio, facevo che si imbarcassero et imponevo loro che non dovessero dar essa meza paga ad alcuno per molto che fossero debitori, contentandomi piutosto di sentire la alteratione d’i capitani, che di permettere che a quei miseri mancasse quel poco soccorso della meza paga per il viaggio, la quale però insieme con il mandato dell’imbarcare e spesare, io ho osservato di dar solamente a questi infelici ch’erano licentiati da me et non mai a soldati di buona voglia che a loro richiesta fossero cassi. Diverse volte si è osservato, quando occoreva alcuna cosa in proposito della militia di quel Regno per il mutar di capitani, per regolatione o per dare luoghi di cernide di mandar lettere per collegio drizzate o a i rettori soli o a loro et a me, o al capitano di Candia et a me, et fino per rimetter un soldato ne fu una drizzata al duca, capitano, consiglieri et proveditor general per ultimo, confusione troppo grande, perché i governi di militie sotto più capi sono cagione di infelice fine; et questo poco voglio che basti del molto ch’io potrei dire de i torti fatti, non alla mia persona, pur troppo altamente honorata in ogni tempo, ma al carico di proveditor general nel Regno di Candia, senza però metter fine a questa parte di militia, perché prima che darle compimento, sono obligato, non come padre de soldati che da molti anni in qua si sono compiaciuti alcuni di chiamarmi, ma come servitore della Serenità vostra, riverentemente ricordarle che’l servitio delle cose et la sicurtà et riputatione del Regno di Candia ricerca che in esso vi siano in tutti i tempi soldati buoni et di buon animo, et non come ho detto distrutti et sforzati, ilche per poter ottenere è necessario che o si accresca la paga et più tosto diminuir il numero o se gli faccia provisione di vivere avantaggioso, l’una e l’altra delle qual cose alla Serenità vostra sola et a questo solo eccellentissimo senato convengono, si come alla sua benignità conviene anco di non scordarsi l’ospital d’i poveri soldati infermi, opera di tanta carità così grata a Dio et al mondo, nel quale sono sollamente ricettati i miseri impotenti che venuti così da lontano, lasciate le case loro per spargere il sangue proprio in difesa di quel Regno, cadono per giornata amalati, il quale hospitale poverissimo ha necessità di tutte le cose che bisognano per mantenerlo, secondo l’uso degli infermi et secondo la santa mente di Vostra serenità et la publica riputatione, senza che si possa sperar in lui augumento alcuno senza la mano publica. Quanto poi all’essere i soldati di quei presidii volontari et non sforzati, si potrà rimediarvi con il mandar ogni anno una o due compagnie di novo, condotte in squadra di 25 fanti l’una sotto a caporali e senza capitani, acciò che possano smembrarsi et dividersi per supplimento in quelle compagnie nelle quali ne fossero licentiati di buona voglia o cassi per inutili, con ordine che sia data licentia a di quei che più longamente hanno servito et credami la Serenità vostra che vi sono ancora soldati in quel Regno che già 10 et più anni non hanno potuto haver licentia et che s’io havessi voluto compiacer a tutti, come non ho potuto mancar di gratificar alcuni in licentiarli, sarebbono levati affatto tutti quei presidii. Et de qui avvienne che molti per fuggire le soldatesche incommodità si maritano o si riducono a viver con donne, le quali se altro non gli danno gli apportano almeno il governo della vita e quei poveri mobili di casa che possono supplire alle humane necessità, il che è ben considerabile, perché il soldato si vienne in certo modo ad incivilire per cotal via, ma dall’altro canto va conservando la sua vita con miglior commodità et va conservando la unione fra greci et franchi in tanto che hora tra loro non se ne sente pur minimo scandolo. Et chi vorrà sradicar affatto quella portione di militia che si ritrova accasata, sarà bisogno di far espedittione di altra in luogo suo e rinovar una gran parte di quei presidi.
Dieci anni sono che la lingua italiana in Candia era lingua pellegrina et del tutto estera e come tale a pena nell’universale conosciuta da le altre lingue et il nome italiano era così odioso tra greci, che non sapprei quasi addurne altro essempio. Al presente tutti parlano questa nostra lingua et tutti conversano insieme nell’uso ordinario della vita, con tanta corrispondenza d’animo, in apparenza almeno, che non ve si conosce più alcuna differenza; et una delle cose principali c’ha posto fine all’odio che greci portavano alla militia italiana, è stata lo haverla alloggiata a parte et levata dall’habitar nelle case proprie di essi con le moglie et figlioli loro, come si conveniva per necessità fare in tutto il tempo della passata guerra turchesca et per tutto il Regno. Et questa opera così laudabile d’i molti alloggiamenti fatti da i clarissimi proveditori generali Mula, Cavalli et Foscarini doverà esser accresciuta di ordine espresso di Vostra serenità, da chi in l’avvenire haverà il carico della militia et da lei doveranno esser fatti per ciò sumministrare legnami et coppi per poterli mantenere in conzo, si come non ho mancato di far io superando ogni difficoltà, in che mi son compiacciuto di valermi della opera et diligentia del colonnello Stella, come di quello c’haveva cognitione di cotal materia, accioche potesse anco a qualche tempo render testimonio del buon zelo con il quale ho sempre cercato di accrescere, non che di conservare le cose fatte da altri. É ben vero che in tempo di guerra questi alloggiamenti non potriano bastare, quando non fosse che negli assedii i soldati hanno d’alloggiare alle muraglie sotto frascate et come meglio possono per essere pronti a tutti i bisogni. Et con tutto ciò lauderei che si accrescesse questo numero di alloggiamenti in ogni una di queste fortezze, considerandosi che non sempre un tempo di guerra si ha l’inimico alle muraglie et ch’è più il tempo che corre molte volte con la suspitione di essere assaliti, che quello che si combatte. Perché la città di Candia fortezza realissima di circuito di tre miglia con sette belloardi et il castello del Molo et il forte di San Dimitri, per difendersi non potrà haver manco in tal caso di 10.000 fanti, se bene l’illustrissimo signor Latino ne addimandava 12.000.
La Canea, anch’essa fortezza considerabile, quando le fosse fossero cavate et fossero finite alcune poche cose di dentro, non può haver manco per difesa sua che 2.000 fanti. Alla Suda, fortezza inespugnabile basteranno sempre 500 fanti, con la commodità c’ha a tempo di guerra di pigliar dentro ad ogni suo minimo cenno 100 et 200 huomini da cortiri et cisterne per la vicinità et bontà delle genti da quella parte. A Rettimo, essendo la cittadella in essere che già non le manca molto, basteranno sempre 500 fanti. A Spinalonga, anch’essa fortezza inespuganbile, non possono esser manco in tempo di guerra di 300 fanti ordinari. Nel Paleocastro di Candia i 40 che nella pace servono di custodia serviranno nella guerra per difesa. In Sithia 100. A San Theodoro 50. Alle isole poi di Thine e di Cerigo 100 per una, con il qual numero di 13.340 huomini italiani accompagnati da numero di bombardieri proporcionato alle artiglierie et con quantità conveniente, com’ho detto, di viveri et munitioni, il Regno di Candia si difenderebbe tanto honoratamente che saria la riputatione di christiani, la salvezza di questa Repubblica et gran ruina di chi andasse ad invaderlo et sicome con le difese dette si potria contentar di trovarvisi qualunque honorato gentilhuomo che’l voler di Dio ve lo conducesse a spender la vita et ne di per ciò buona nuova a Vostra serenità et ad ogni una delle Signorie vostre eccellentissime. Così con minor preparamenti et minor difese sentirei cordoglio infinito et lagrimevole che fosse assaltato, né saprei che poterle promettere quando massime il rispetto d’i popoli di tutto il Ragno et la poca fede c’ho nelle armi de gli insulani, a piedi o a cavallo che siano, sia appresso di me sempre in quella consideratione c’ho voluto dire poco avanti, se ben hormai si doverebbe essere certi senza altro et che mi piacesse più tosto, che quel numero maggiore che fosse possibile di contadini, privileggiati o altri che siano, fossero levati sopra l’armata, si per rinforzarla, essendo massime quella gente a ciò tanto atta quanto ho detto, si per levar l’obligo al general nel Regno di sumministrar il viver in terra a questi, per timore di non perder compitamente et palesemente la devotione loro, almeno quando non havessero più che mangiare, nascendo dalla fame i tumulti, le sollevationi et le ruine d’i Stati, si ancora per assicurarsi della fede dubbia di essi. Et molto più per esser certi che gli inimiici o volontariamente o sforzatamente non fossero aiutati o guidati da quei nelle cose di fuori. Anzi che ritrovandosi (com’ho detto) eletti in quel Regno 25 governatori di galea, oltre i quattro sopracomiti estraordinari et sei ordinari, et per lo armar di tante galee descritte et rolate le ciurme necessarie, io sarei di opinion che fossero mandati in quel suo Regno tanti corpi di galee, senza far altro disegno sopra quelli che vi sono, et mandarli buoni et armati di corei di tutto punto. Et per accommodarli in terra fossero fatti quei più volti che si potessero nell’arsenale et porto proprio di Candia, dove ci è luogo assai commodo né si haverebbe da far altro che gettare a terra una casa, ch’è pur di Vostra serenità, la quale non serve che di habitatione per un consegliero et impedisse si può dir la più commoda parte di quel porto et arsenale. Alla Canea si farebbono anco tre et quattro più volti degli 11 che sono in quello arsenale con gran facilità et poca spesa, essendo contigue a lui certe casette di niuno o poco prezzo, il qual effetto farebbe senza niuna dubitatione il migliore et il maggior servitio che possa havere in simil proposito questa Repubblica, si perché ad un solo aviso di Constantinopoli si potriano armar questo et con l’armarle levar di quelle genti c’ho poco fa detto et levandole causar la sicurtà narrata, si ancora perché non si haverebbe da temere che innanzi lo uscir di Costantinopoli di tutta l’armata di subitaneo nemico, ne venisse una parte antecipatamente per impedire il mandare d’i corpi di galee in Candia, che pur sono necessari di esser mandati a tempo di bisogno; et a questo modo si avanzerebbe il tempo et la sicurtà et la facilità et la riputatione. Et quei governi et sopracomiti eletti potriano ogni uno haver cura particolare del suo assegnatogli vassello, con stimolo a farsi avantaggiose et antecipate provisioni d’i soprastanti bisogni, per la essecutione del loro grado et del loro obligo. Et è poi grandemente necessario lo attendere alla cavatione d’i porti di Candia et della Canea, i quali vanno munendosi ogni giorno più, si perché si potessero maneggiar le sudette galee et delle altre tenisse in sicuro al tempo di bisogno, si ancora per mantener e accrescere il comercio di navi et vasselli paesani et forestieri, poiché dove già in Candia le navi per grande che fossero sollevano accostarsi con la sponda alla riva, né havevano da metter scala, hora per vuode et picciole che siano hanno bisogno di scala et quando pescano più di 12 piedi bisogna che usciscano e vadano alla fraschia [?] per finir il carico con barche et così quando vengono, se non libano [?] fino’l detto segno non possono entrarvi, dove prima senza difficoltà alcuna o dilatione di tempo entravano et uscivano a loro piacere, dimodo che peggiorando sempre, dico che questo in particolare ha bisogno di esser cavato in diverse parte per evidente beneficio di quella città et di tutto il Regno. Et per coprirlo poi da i tiri della eminentia di Santa Veneranda che lo predomina et assicurar i vasselli che si trovassero in esso a tempo che lo innimico fosse in campagna et per coprire anco una parte d’i volti dell’arsenale che restano scoperti è necessario alzar la strada alle spalle di esso arsenale passa due almeno e allargarla ancora.
Castello del Molo di Candia. Maschio in Candia
Quando dopo la guerra io ritornai di quel Regno, nella relatione che feci mi lasciai intendere esser parer mio fondato sopra la opinione di più intendenti, che’l castello del Molo di Candia fosse ridotto in un Maschio, per quelle cause che ben sono note a Vostra serenità, non essendo molto che per quello ch’io so, s’è trattato di questo medesimo, havendone ancor io detto l’anno passato con lettere mie, così ricercato di novo la mia opinione insieme con i signori duca et capitano, che non esendo noi tutti concordi, ma sentendo io con il clarissimo messer Almorò Thiepolo duca, che si riducesse in forma di minor spese et maggior beneficio, et il clarissimo messer Nadale Donado capitano sentendo che si conservasse come sta, ha forse causato che non se ne sia più parlato. Di presente che a questo lungo mi cade proposito et posso dir di havere necessità di parlar di detto castello, Vostra serenità intenderà come si trova in cativi termini le muraglie risentite et fesse in molti luoghi; i fondamenti che sono nel mare, cavati e sradicati spaventevolmente verso Maistro e Tromantana, per le impetuosissime fortune che fanno questi due venti in quella parte, dove a punto il castello è così vivamente esposto, che due volte in poco più di uno anno ho veduto ruinare il pontone, non ostante che si andasse riparando con sassi di incredibile grandezza, legati insieme con ferro et piombo senza alcuno sparagno. Nelle cose d’i bisogni suoi ordinari non si è mancato di andar facendo quello ch’è stato più necessario a commodo per poter habitar del magnifico castellano, che è hora il magnifico messer Pietro Loredano gentil huomo da bene et honorato, et medesimamente per habitatione del capitano et soldati, havendo io soprattutto proveduto alla sicurtà d’i naviganti con la riparatione di un faro grandissimo ch’è su l’angolo del castello, su la bocca del porto, con la guida del quale la notte etiandio con fortune possono salvarsi, dove prima non potendosi tenere impizzato per la sua ruina, da alcuni anni in qua correvano pericolo et scorrevano più tosto che assicurarsi di cercar al scuro una bocca così angusta di porto coperta dal medesimo castello, sentendosi per ciò d’inverno, fratture di barche et altri danni di barche et altri danni. A riparatione del qual castello non si ha però fatto tutto quello che sarebbe necessario farvisi, parte perché la spesa non lo comportava nelle strettezze di denaro in che siamo stati sempre et parte perché a dir il vero io mi riservava di non tacere in questo giorno, come il mio parere sarebbe tuttavia di tagliarlo et terrapienarlo et ridurlo in forma di cavalliero, di modo che dove nel stato ch’è non fa pur uno minimo servitio, è da pur una minima speranza di potersene servir mai, si venisse a farsi certi di poter con quel sito difendere la Sabbionera, il porto et tutta la Giudeca. Ma poi in ogni caso o per conservar il cavaliero che si facesse con magazeni da arteglierie et munitioni et qualche habitatione per bombardieri, overo per sostentar il castello, restando nella forma ch’è hoggidì è necessario di breve et senza perdere punto di tempo di fabricargli di novo il pontone et fondendo meglio che sia possibile, acciò che possa resistere all’impetto del gran mare, che spinto dalla Tramontana non lo ruina, come ho già detto haverlo per due volte in poco più di due anni discipato, il che non si potrà far certo con minor spesa di 2.000 ducati l’anno.
Spinalonga.
Ma perché egli è hormai tempo ch’io entri a dire quelle cose intorno la nova fortificatione di Spinalonga che mi occorrono et sono per ogni ragione da chi mi ascolta aspettate, et che tratti del stato et particolar bisogno di ogni fortezza, ch’è quello che più importa, torrò il mio ragionamento dall’ordine che di agosto 1578 la Serenità vostra con questo eccellentissimo Senato espedì in Candia per denotare a quel clarissimo reggimento, capitano et a me la sua deliberatione e commetterei quello che le piaceva che si essequisse, il qual ordine non prima che di marzo seguente 1579 fu da noi ricevuto. Et perché ci era rimesso con altre lettere di novembre 1578 dar principio allhora o in altro tempo alla fabrica, noi dopo esser stati il duca et io sopra il luogo insieme col governatore generale delle armi, che allhora era il signor colonnello Moretto Calavrese, colonello Stella, ingeniero Genese et ingegniero ordinario di quel Regno, con altre persone da guerra servitori di questo Stato, essendovi prima andato anco il clarissimo capitano con occasione della sua visita et fatta levare la pianta del scoglio et siti d’intorno a lui, ben considerati i pareri di tanti capi da guerra da lei mandatici in scrittura, risolvessimo co’l nome del Spiritu santo che la fortificatione si principiasse immediate, poiché con lettere del clarissimo bailo Barbarigo di buona memoria eravamo avisati che di armata non si faceva alcuna provisione et domata la pianta dal medesimo Genese fu da noi mandata a Vostra serenità la copia del disegno sotto scritto da tutti noi, con tutte quelli dichiarationi et considerationi che giudicassimo degne delle intelligentia sua et con molta sollecitudine furono dati diversi ordini di tagliar sassi et brusca per calcine, di preparar materiali et apprestamenti che sono stati sempre necessari in gran quantità, accioché all’hora ch’io arrivassi su’l scoglio, come già haveva risoluto co’l parer di quei altri signori di resiedervi personalmente fino che credeva a termini buoni la fabrica, trovando già in essere sabbia, terra rossa, calcine et sassi tagliati, si potesse incominciare a lavorare. Et perché essendo tutto il scoglio inacessibile senza pur una minima strada et così globoso che non ve si poteva ponere un piedi pari, consisteva il tutto nel tagliar d’i sassi, né potendosi di Candia né dalla militia cavar numero conveniente di spezzamonti, mandar a levare a Cisterne et Acorti territorio della Canea, 150 huomini professori di tagliar sasso et di buonissimo nome, per l’opera che già fecero nella fabrica della Suda et anco a Corfù, molti di essi ch’erano con la galea Megana della Canea l’anno 1577 in armata. Con questi furono fatte prima alcune vie da montare et da scendere il scoglio et poi fatte due piazze principali, l’una che guarda la bocca stretta del porto et l’altra la bocca larga, sopralequali così tosto che furono spianate, vi mandai col parer del signor colonello Moretto 12 pezzi di arteglietia et 25 archibusoni da posta, con sue munitioni et bombardieri, et due compagnie elette de soldati per custodia et sicurtà non solamente del luogo, ma degli apprestamenti et delle genti che vi lavorava et poi mi [?] vi transferi anch’io personalmente con le tre galere, capitano Bemba et sopracomiti Falier et Magno, et a 15 del mese di giugno 1579, con la gratia del signor Iddio, fu di mia mano posta la prima pietra in quella fortezza segnata del millesimo et principato della Serneità vostra, et da poi fondorono i belloardi dalla parte stretta et più pericolosa, la mezaluna dalla parte larga, la cortina inforbiciata da la parte di dentro del porto. Il fianco che si congiunge con il diruppo, che batte la detta bocca. Un dente dalla parte di dentro et di fuori un altro et poi dimano in mano si andorono accommodando le piazze nella superficie globosa, che’l signor colonnello Moretto guidicò bene di ridur in forma piana.
La piazza a meza costa del scoglio, che servirà a batter la bocca del porto di lontano. Si diede principio a fabricar alloggiamenti per bombardieri, alloggiamenti per soldati, magazeni, luoghi da munitioni, conserve da acqua, alloggiamento per un proveditor et per ultimo se ben non ultima posta in opera una chiesa nel luogo medesimo dove prima ve ne era una dedicata a Santo Nicolò, rinovata più tosto col dividerla in due parti per il rito greco et per il franco, che del tutto riedificata. A tutti questi membri de i quali è formata la fortezza di Spinalonga, s’è dato opera continuamente con le zurme delle galee et con huomini d’angaria, che contando un giorno per l’altro da un giugno all’altro, cioè da giugno 1579 fino al mio partire da quel scoglio ultimamente che fu pur di giugno 1580, non so se si possa dire di haverne havuto di ordinario 100 il giorno, né si può meno computar che di ordinario vi siano stati più che due galee, essendovene una stata del continuo in viaggi che occorrevano per condorre appostamenti o in porto di Candia ad acconciarsi, massime da novembre in poi, essendosi trovate o luna o l’altra del continuo con bisogno di conza. Et nondimeno nel progresso della fabrica pareva che nostro signor Dio vi ponesse la mano, con tanta facilità si vedevano andar avanti tutte le cose, non ostante così poco numero di persone che vi lavoravano. Et i popoli circonvicini e i lontani ancora benediscono sempre la Serenità vostra, che non habbia tardato più longamente ad assicurar quel porto et per conseguenza la isola tutta da quella parte, che con gran ragione era tenuta la più sospetta di quanto si potesse servir l’inimico, onde mossi da questa sicurtà del paese, quelli che per molti miglia intorno a quelle marine da gran tempo in qua lasciavano di seminar i terreni hereditati, per tema delle incursioni de corsali, essendo stato per il passato il porto di Spinalonga di chi v’andava, hanno già dato principio a seminar con tal beneficio di loro stessi et del publico ancora, che in poco tempo voglio sperare che quella parte, la quale è anco la più fertile dell’isola, sarà in tanto maggior perfettione quanto l’universale de gli huomini conoscerà più che la fortezza faccia l’effetto perché è fabricata, il qual non è altro che di impedire a vasselli de nemici o di corsali di poca conscientia l’uso di quel porto, ilche io spero che si sia benissimo effettuato, havendosi considerato nel piantarla che non deve havere quel fin solo c’hanno le altre fortezze da terra, il qual è di guardarsi dalla espugnatione, perciò che questa oltre al guardar se stessa, deve havere un altro fine principale, che sarà di prohibire la entrata all’inimico, poiché entrato che fosse, potrebbe starvi a suo gran’aggio per le commodità c’ha il porto, senza che la fortezza per insespugnabile che fosse gli potesse fare un minimo danno o dar un minimo disturbo, per la qual causa riuscirà senza dubbio infruttuosa del tutto. In questa consideratione io sono stato continuamente intento da poiché rimase a me la cura della fortificatione et a questa da tutti noi è stato atteso particolarmente, giudicando unitamente che volendosi fortificar il scoglio non se le poteva dare altra forma più sicura di questa. Ma perché so pure che alcuno havrebbe sentito di prender men sito et ridursi alla summità del monte, non debbo tacere la cagione c’ha fatto risolvere la cinta di tutto il scoglio.
Mandò la Serenità vostra sei pareri in scrittura sopra le cose di Spinalonga, quando commandò la fortificatione, l’uno dell’eccellentissimo signor Sforza Palavicino et uno dell’illustrissimo signor Brunoro [?] Tampeschi di buona memoria, gl’altri d’i clarissimo messer Giacomo Foscarini kavalier et provurator, messer Polo Contarini, messer Giovan Battista suo fratello e per ultimo del quondam ingegnero Alessandro Campi, et mandò anco la persona del Genese conosciuto da tutti per uno d’i buoni soggetti in questa professione di fortezze c’habbia questa nostra età.
Furono in diverse consulte maturamente considerate le scritture d’i sorpadetti signori, piene d’infinita prudenza, et essaminato il sito et i pareri delle voci e delle scritture fu veduto che l’eccellentissimo signor Sforza, signore di tanta cognitione et di tanto valore quanto sa il mondo, diceva prudentissimamente che del scoglio non se ne lasciasse fuori parte, che se ben venisse giudicato che l’arteglieria non si potesse condurre ad offenderlo, non si negherà che non ve si possa condurre il metalo et fondervela.
Dice anco che alla parte alta si debba far piazza che guardi la bassa et che si avvertisca a far le traverse dove bisognerà, che non vuol dir altro se non conoscere il bisogno di piantare la fortezza nel basso, ma io per me non tanto per la scrittura di detto signore (seben merita di essere per ogni rispetto ponderata) quanto per la facilità della fabrica et per la sicurtà del porto, mi ridussi a prender tutto il scoglio con questa forma et tanto più venni in così fatta opinione, quanto c’havendomi trovato a piantar anco la fortezza della Suda, ho veduto la risolutione presa da Vostra serenità in abbracciare il parer del signor Latino Orsini che cinge tutto il scoglio grande et rifiutar quello di chi si restringeva con castelletti su la sommità del monte [colonello Moretto a margine]; anzi dirò di più, che da poi fu detto et risoluto di unir l’altro scoglietto picciolo al grande et farne tutto un corpo, benché fosse poi tralasciato per allhora con dire che bastava il scarpalo, in modo che la fortezza lo potesse vedere, accioché vassello alcuno non ve si potesse nascondere dietro. Et se questa risolutione si fece dalla Suda, ch’è 10 miglia vicino alla Canea, di dove si può in due hore haver ogni soccorso, che si doveva far a Spinalonga, lontano ben 50 miglia et per terra et per mare dalla città di Candia, essendo massime di più da sapere, che se ben vi sono d’i capi da guerra [colonello Moretto a margine] che dicono non potersi condurre l’arteglieria da nemici a offesa di Spinalonga, si sono grandemente ingannati, perché affermo io haver veduto con gli occhi propri la commodità che vi è di sbarcarla, di condurla et di piantarla et cosi facile come inqual si voglia altro luogo a marina di quell’isola, né si poteva far cosa che bastasse per resistere a batteria in altra maniera di questo fabricata al basso, perché restringendosi su la cima, se si voleva fiancheggiarsi, che altrimenti non si poteva chiamar fortezza, era bisogno di ridursi con parte delle piazze, più basso che a meza costa, che a volere unire le parti basse con le altre saria stata spesa più che mediocre. Et se si faceva cosa leggiera con batteria in poco tempo poteva esser levata dall’inimico et potevasi poi sbarcar su la piazza, se si fosse lasciata fuori, et in poco tempo impatronirsi anco della fortezza; oltre che la fabrica al monte per poca che fusse stata, rispetto all’altezza et alla asprezza del sito, per condurvi i materiali, come sabbia, terreno, calzina et acque, haverebbe portato spesa tale che la poca cinta agguagliava quello che si è speso nel circuito di tutto il scoglio, havendo a marina i materiali condotti con barche su l’opera, ne si ha da lasciar di considerar che ogni poco più che si restringeva la fortezza, non restava luogo da far alloggiamenti, magazeni et altre commodità necessarie ad una fortezza isolata et tanto lontana da ogni speranza di aiuto; et quanto alle offese, dall’alto del scoglio non si potrebbe senza dubbio impedir la entrata nel porto, essendo dal piano alle piazze Morette nella summità 160 piedi, con la qual altezza non possono i tiri ferir se non come si dice di firon [?] et il più che facciano amazzano uno huomo per tiro et con dificoltà anco nelle galee che sono basse et mobili, ma quando i tiri sono bassi, tanto miglior effetto fanno.
Con queste considerationi siamo proceduti, le quali a me tutte [?] et più che mai parono così ben fondate, che volendo [?] brevemente di esse dirlene una parola, per non tacerle anco che con tutta quella mira all’avantaggio di spesa che sia stato possibile, ho effettuato io questo importantissimo propugnacolo di quel Regno, che non può negare essere antemurale alla christianità.
Nel principio di questa fabrica si pagavano gli operai, spezzamonti, scarpellini, murari et marangoni a giornata, ma vedutasi in pochi giorni l’opera venni in opinione di dar il far delle muraglie sopra di sé ad alcuni, pagando loro solamente le fatiche, fatto prima ogni conveniente calculo et accordo di somministrargli sabbia et calzina, perché potessero metterne in opera quanta richiedeva il bisogno. la misuratione si faceva da i proti et poi dal Genese medesimo a passo cubo di cinque piedi per ogni verso, fuori che ne i alloggiamenti, che secondo la grossezza delle muraglie si misurava la longhezza et altezza. I spezzamonti in pochi giorni si ridussero a lavorar sopra di loro a tanto il cento delle pietre, secondo il luogo più et men dificile a tagliar con disfalco di 25 per cento et anco 30 per i sassi piccioli che vanno a far detti sassi.
I tagliapietra scarpellini si sono tagliati a tanto il piede quadro per squadrar superficialmente i angoli d’i belloardi, canoniere et altre pietre et la misuratione veniva loro fatta con le pietre in opera. La sabbia si pagava tanto la barcata et ogni barca doveva portar 200 sacchi, se doveva passar per un viaggio, et similmente la terra.
Le colline, opera più laboriosa di ogni altra si sono fatte con gli huomeni d’angaria per un pezzo et mancando quei supplivano i galeotti, fino che si trovarono huomini che a spese loro hanno fatto il calcare et data la calzina fatta a tanto il migliaro con maggior avantaggio. Et detti galeotti nel rimanente hanno poi servito di manipoli, quando è stato bisogno et qualche volta a terrapienare, finoche per avantaggio maggiore si risolse di pagar tanto il passo del terreno condotto et posto in opera. Le calzine si conducevano a i suoi luoghi deputati per barca et per confutura si pagava tanto del sacco, peso di 125 lire, con huomini deputati a i piedi delle calzine et delle confine del terreno con i ferlini [?] per quel tempo che si lavorò con essi ferlini [?], facendosi pigliar la terra fino che si ha potuto dalla parte stretta, così per avanzar la vicinità, come per levarla all’inimico; ma poco durò questo commodo, perché contra la credenza di ogni uno cavando un pie a basso si è trovato da pertutto sabbia, la qual cosa per una, et il sasso durissimo che si scuoprì nel tagliar la cortina fra i due belloardi per l’altra, sono stati due difficoltà mortali nello attraversare la speranza c’havevo di avanzare et tempo et spesa assai più di ciò c’ho potuto fare, con tutto che questo non ostante, voglio sperare che intendendo quanto poco rispetto alla grand’opera, se ben più di quello che si calculò da principio, sia stato speso, resterà sodisfatta, che non è più di 23.000 ducati venetiani per tutto il mese di giugno passato, il conto et dispenso de i quali maneggiati dal magnifico messer Giovanni Barbarigo camerlengo attuale in Candia, che per i pagamenti di quella fabrica è stato, con un scontro eletto a richesta mia da i signori duca e capitano, sempre assistente a Spinalonga, ho qui meco et sarà da me appresentato dove da lei mi sarà commandato, perché si vegga, com’è di dovere, il modo con che il denaro suo è stato dispensato. Con tutta la spesa dunque detta fatta da un magnifico camerlengo (non havendo io voluto che alcuno altro in ciò ponga la mano, per la gelosia che porta seco il dispenso del denaro di ricever vitio o almeno suspitione) nel spatio di mesi 15 s’è principiata et ridotta in sicurtà et difesa la fortezza di Spinalonga, sopra un scoglio alpestre et nudo tutto di sasso vivo dalla cima al fondo, senz’acqua et senza terreno, il quale gira nella sua circonferentia passa 653 et distendendosi a traverso della bocca del porto per Ostro et Tramontana, s’inalza per continuata longhezza con una cresta precipitosa da un capo all’altro, terminata con dirupi tagliati a piombo. Dalla parte della bocca stretta resta lontana dalla eminentia della Maddalena, dove è una grotta, passa 130 et dalle zenzive del terreno basso, ch’è sasso, passa 80. Dalla bocca larga fino al terreno più vicino diverso il luogo detto la Fontana passa 370 et dalla collata del porto, dove sono le saline, passa 2.600. La sua fronte volta ad Ostro con due mezi belloardi bagnati dal mare, l’uno chiamato Thiepolo verso Garbino, che al mio partire lasciai in altezza dal pelo commun dell’acqua piedi 28 con il suo orecchione finito et sortita gran parte tagliata nel sasso. L’altro chiamato il Donato con la medesima altezza. I quali due belloardi vanno alzati ancora piedi sei in circa, che si farà di terreno con un semplice muretto, per conservar esso terreno dalle pioggie, et il Donato va tenuto con la piazza pendente in dentro per le eminentie esteriori offensive, consistendo in quella fronte la salute et la perdita della fortezza et per consequenza del porto.
La cortina tagliata nel sasso vivo fra questi due belloardi, dove dissi per la durezza trovata nel sasso esser causata ogni dilatione spesa et travaglio, si è ridotta in stato tale che possono hora le canoniere vedere le faccie d’i beloardi suoi corrispondenti et sarà cosa bellissima a vedere una cortina tutta tagliata nel vivo sasso senz’altro muro. L’orecchione a canto il belloardo Donato, volto a Greco è alto quanto basta nell’angolo, ma all’orecchione per coprirsi dal monta va levato ancor piedi cinque in circa et si anderà abbassando fino al fianco et è questo tagliato parte della sua altezza nel tuffo che si è trovato da quella banda, si com’è anco parte della cortina del belloardo Donato che si congiunge con detto orecchione et è fondato il fianco et la cortina di là fino alla piazza Rangona, serrata con poca altezza di muro et terrapienata con poca quantità di terreno, rilevandosi il sito da se stesso grandemente. Da quella parte s’è lasciato ordine di fare una traversa per coprirsi dall’altezza di fuori che distaccandosi dalla radice del diruppo del scoglio, discende per traverso dalla costa fino alla detta cortina con l’appertura raddoppiata nel mezo.
La piazza Rangona et il spatio della revoltura che va di là alla mezzaluna Michiela, è tutta fondata in sito tanto alto et precipitoso, che con un poco di muretto di grossezza di un piedi et mezo et di altezza di tre piedi, affine che i soldati andando di notte in ronda non siano gettati giù dalla rabbia di quei venti che vi regnano, si ridurà con facilità al suo segno.
La mezaluna sudetta che fa miglior effetto per difesa della entrata della bocca larga del porto, che altro membro di quella fortezza, per esser quattro soli passa alta dall’acqua è stata da me lasciata nella sua perfettione con sette canoniere, con una piazza spaciosa e strade da condurvi su et giù con gran facilità ogni sorte di arteglieria et la sua cortina che discendendo viene ad unirsi col dente tenese è fondata parte su’l vecchio e parte di novo compitamente et nel mezo della parte di dentro del porto et della fortezza s’è fatto una porta di ordine toscano rustico, con il suo corpo di guardia di muraglia così buona in fronte, che alla occasione servirà anco di traverso all’incontro delle eminentie che la offendono, con il suo scalone da salire et scendere facilmente, con una piazza quadrata in testa della quale s’è ordinato una capelletta per la messa d’i soldati. Seguita poi la cortina presso la porta, la quale caminando per Ostro et Tramontana fa il pontone Bembo et si congiunge al belloardo Thiepolo. Vi sono poi sparse per la fortezza diverse fabriche, come alloggiamenti per soldati, magazeni, munitioni, una stantia da tenere arme, tre corpi di guardia: uno alla porta, uno alla mezaluna et uno al Donato, un fondaco da tener farina, fatto a parte, stanza per il proveditor et per il governatore et per il capitano; et quello che più importa ho lasciato cisterne quattro con i suoi acquedotti, due delle quali havevano honesta quantità d’acqua dentro et le altre due per esser finite di fresco et non havendosi havute pioggie da che sono in esser, non hanno acqua fin hora, ma tutte insieme potriano raccogliere ogni anno 1.000 et fino a 1.500 botte de acqua, onde con verità posso dir di non havermi partito di là, se non ho veduto essequito il commandamento di Vostra serenità, che fu di starvi fino che quel forte fosse del tutto in sicurtà et difesa, et di non haver mancato al debito di suo servitore.
Quello che resta a farsi è così facile et così ne è ben informato il governator Virgilio da Piombino, che in poco tempo, se non sarà mancato di sumministrar quella poca spesa che manca, s’intenderà la sua perfettione. Né sia stimata gran cosa che a Spinalonga non siano finite tutte le cose che vi vanno in poco più d’un anno, perché niuna fortezza nel mondo pare c’habbia mai la sua ultima mano se non in corso di moltissimi anni, come voglio che sappia esser di quelle di questa Repubblica et principalmente nel Regno di Candia, poiché principiando dalla prima fino l’ultima, tutte sono imperfette in alcune parti et prima alla propria città di Candia, il recinto della quale circonda passa 3.845, mancano lo incamisar del forte di San Demetrio, accommodar i terreni a quasi tutti i belloardi, che ogni anno patiscono per le pioggie, incamisar diverse cortine, alzare et finire alcuni cavallieri, far delle spianate, far traverse et cose altre assai, ch’io tengo in scrittura a parte di ogni fortezza, per non attediar hora con si longa materia le Signorie vostre eccellentissime riservandomi di apprensentarle a i clarissimi proveditori alle fortezze, affine che si possano sempre vedere.
Al Paleocastro di Candia il qual gira passa 222, mancano d’alzar le traverse assicurarsi dalle strade di fuori et tagliar la piazza nel basso, che la cisterna ricevi l’acqua delle pioggie.
Alla fortezza di Rettimo, che circonda passa 740, mancano alloggiameti per soldati in tempo di guerra, magazeni da munitioni, stanza per il rettore. Gli orecchioni a i belloardi sono imperfetti, le cisterne non sono finite, la spianata non è fatta, delli quali haverò che dire a parte, essendo necessario impatronirsi di alcuni pochi siti pericolosi che restano di fuori su’l sasso et che Vostra serenità faccia risolutione intorno ad alcune richieste di quella magnifica università.
In quella città misera et desolata et in quella fortezza non vi sono poi più di cinque pezzetti di arteglieria, seben ne ha bisogno di molta, come il colonello Mormori governator di quella militia in una sua ben intesa scrittura adimanda, essendo soldato di qualche conto et servitore benemerito lui et casa sua di Vostra serenità.
Alla Suda, che circonda passa 700, vi sono ancora molti bisogni; si doverebbe allargare et abbassare la piazza della lenguetta per coprirsi dalle eminentie del monte del Calogero, allargar la cortina al’altra piazza, accommodar strade, alzar l’angolo del belloardo Veniero, far parapetti all’Orsino. Accommodar i fianchi al Michiele et alzar la sua cortina. Rinovar la sortita del Martinengo, ch’è risentita per essere mal fondata, et far diverse traverse, la qual fortezza però resta sicura anco nel modo che si ritrova.
Alla Canea, la qual circonda passa 2.120, manca la cavatione della fossa, alla quale si attende tuttavia, alzare un cavalliero [?] e farne de gli altri et d’i magazeni per arteglierie, alzar angoli et orecchioni et allargar le piazze di tutti i belloardi et finire il rivellino.
Il scoglio di San Theodoro, che circondando passa 3.710, ha due forti, l’uno detto San Theodoro verso Ostro che gira passa 132, l'altro San Francesco verso Maistro Tramontana che gira passa 109, ha bisogno anch’esso di alcune sicurationi di sito per una valetta ch’è nel medesimo scoglio et i forti hanno necessità anch’essi di alcune cose. Quello di San Thodaro di racconciarvi la cisterna, farvi un magazeno et un corpo di guardia et quello di San Francesco che sia finita la sua cisterna et terrapienati i due fianchi delle forbici.
Di Sithia non parlo, perché è luogo aperto, debole, senza porto, vecchio, ruinato, senza munitioni et da non poter l’inimico di quel luogo far disegno alcuno, seben è esposto alle ingiurie di armata che volesse danneggiarlo. è governata quella parte dal clarissimo messer Marin Gradenigo con molta prudenza, come è stata anco dal suo precessore il clarissimo messer Pietro Loredano, il quale nel sovvenire et di angarie et di ogni altra cosa la fabrica di Spinalonga usò gran diligenza et superò ogni espettation mia.
Cerigo et Thine, isole et fortezze al Regno di Candia sottoposte, non sono senza bisogni anch’esse, onde si vede che ciascuna ha mancamento in alcuna parte et mancano poi artiglierie in alcuni luoghi, in altri ve ne sono di superflue, in tanto che fosse una delle miglior opere che si potesse fare in questa materia saria lo introdure in Candia una fonderia per riformar quei pezzi che sono inutili et farne de buoni et che potessero servire, per uso d’i quali per ogni rispetto di guerra è poi bisogno di 6.000 barile di polvere più oltre 4.000 che sono in Candia et di gran quantità di balle d’ogni sorte, se ben le fortezze della Suda, Spinalonga e Paleocastro, che non hanno da far altro officio che di tirrar a vasselli, possono per più fracasso et minor spesa tirrar balle di pietra, tirrandosi simil balle col terzo solamente della polvere di suo peso. Et questa quantità di 10.000 barili di polvere è necessaria nella città sola di Candia, oltre honesta quantità che sia nelle altre fortezze, perché quella è madre che doverà sumministrarne a tutte quelle che ne havessero mancamento, come il clarissimo proveditor dell’arteglieria sarà del tutto informato da una polizza che le darò a parte, accioché secondo il suo obligo tratti di ciò dove è conveniente e solleciti la espeditione, essendo che la munitione da tirrare è spirito del corpo di tutte le fortezze, il qual spirito mantenendosi lo conserva in vita, diminuendosi lo guida ad infermità et mancando lo conduce a morte. Questi tutti mancamenti c’ho detto sono tali che non può altri che la Serenità vostra provederli, che in quanto a me s’io havessi havuto modo così da riparare al bisogno, come ho saputo conoscerlo, certamente quelle fortezze sarebbono hora in altro stato, perché ho sempre havuto ferma opinione, che sicome si dice che la commodità fa l’huomo ladro, così che’l star provisto facci molte volte mutar pensiero a chi ha mal’animo, ma la strettezza del denaro non mi ha lasciato far più, non potendosi manco far tutto in una volta.
In Candia ho piantato et quasi finito l’orecchione del beloardo Betheleme, membro importantissimo. Ho fatto magazeni da arteglierie verso Santo Andrea, ne i quali stanno hora al coperto le arteglierie di tutta quella parte che prima stavano al sole et all’acqua perpetuamente con danno notabilissimo almeno d’i suoi letti. Ho fondati tre corpi di guardia in siti publici et levati i soldati dalle case et commercio de greci anco per questa via. Ho fatto il tezon del salnitraro [?] et ho veduto incominciar a lavorar quell’huomo, che per parer mio nella profession sua non è de gli ultimi. In tutta la circonferentia della muraglia ho fatto piantare 13 caselli per le sentinelle a salute d’i poveri soldati, che prima stando giorno et notte, state et verno, alle pioggie et al sole, si amalavano; et fine delle fabriche della città propria di Candia, ho fatto una torretta da polvere che fin hora deve esser finita, capace di buona somma et grandemente necessaria in luogo sicuro da ogni danno, perché il sito dove prima si teneva alla piazza di San Georgio et se ne converrà tenere ancora in parte, è del tutto sottoposto a i tirri delle eminentie di Santa Veneranda, c’ho ancora nominata; le qual tutte cose si sono fatte con le spalle d’i soldati, perché di huomini di angarie ne vanno così pochi alle fabriche, ch’è un stupore; l’inverno perché non hanno che portarsi da mangiare, vivendo in gran parte alla campagna di simplice herbe, la primavera per essere occupati a zappare i vignali, l’estate nel sumar le biave e l’autuno per non poter lasciar le vendemie in alcuni luoghi che sono tarde et per tanto poi le semine. Et da animali meno si possono haver angarie per molto che nel territorio di Candia ve ne siano da somma intorno a 6.000, convenendo quei essere impiegati nel trasportar robbe da luogo a luogo et nel condurre i viveri alla città. Con tutto ciò ho hora lasciato la città di Candia con tutte le cose dette di più di quello che la trovai et se bene con i bisogni c’ho espressi, in assai buon stato nel rimanente et gli animi d’i suoi habitanti grandemente consolati, si per la speranza c’hanno di non esser mai abbandonati dalla Serenità vostra et dalle Signorie vostre eccellentissime, si ancora per la giustitia et clementia d’i benigni rettori, i quali in tempo mio sono stati duca il clarissimo messer Almorò Thiepolo, gentilhuomo honoratissimo che con la sua magnificentia et con la sua buona giustitia, insieme col clarissimo messer Nadal Donado, capitano pieno di bontà et di valore anch’esso, hanno et nelle attioni unite et nelle separate dato sodisfattione grande d’i loro governi et lasciato nome degno delle persone et famiglie loro per sempre, come s’ha da sperare c’habbiano da far anco i clarissimi messer Nicolò Salamon et Giovanni Mocenigo successori loro et come hanno fatto i clarissimi messer Marco Cigogna et Polo Contarini loro precessori, non havendo i detti clarissimi Thiepolo et Donado, lasciato, per quello c’ho veduto, di usar ogni maggior diligentia et per la quiete e per l’abbondanza di quella città et per la sollevatione d’i poveri sudditi.
A Rettimo ho fatto poco perché la cura di quella fabrica dipende più da i nobili che per conventioni fatte contribuiscono ad essa che da altri, et sono anco stato poco per il poco presidio che vi sta et per la diligentia con la quale il clarissimo messer David Bembo, rettore, ha essequito sempre gli ordini miei, al quale è successo hora il clarissimo messer Bernardo Pollani con molta espettatione di quel popolo della bontà et integrità sua.
Alla Suda ho pur fatto alcuna cosa et principalmente allargata et edificata la fontana del Calamiri, che dove prima si sumava [?] l’acqua a scudella, hora ha un gran vaso con quattro canoni di incredibile bontà et bellezza. Et con l’opera del clarissimo messer Benetto Bembo, che vi è stato proveditor, si sono fatte due cisterne et accommodate le vecchie, di quel modo che detto clarissimo Bembo giudicava, sempre nella bontà et sufficienza di così honorato gentilhuomo; come confido anco che’l clarissimo messer Pietro Longo proveditor al presente di quella fortezza fosse in ogni occasione per far il medesimo.
Restando poi quella fortezza molto ben guardata per la diligenria del governator Toscano, soldato di valore et molto ben conosciuto da i publici rappresentanti che si sono trovati in armata, et in quel Regno tutti gli anni della passata guera turchesca.
Alla Canea il primo anno et parte del secondo, che non fui occupato nelle cose di Spinalonga, vi sono stato alcuni mesi in diverse volte sempre per causa più delle fabriche che per altro. Si è in tempo mio lavorato del continuo ad allargar le piazze de i belloardi, formare i cavallieri et cavar la fossa, per la qual sola cavatione feci eletitone di tre principal gentil huomini di quelle città che per zelo della patria e senza premio alcuno, come proveditori alle fabriche vi hanno atteso et vi attendono. Et di vero che della bontà d’i clarissimi messer Zaccaria Barbaro, ch’io trovai rettor là et del clarissimo messer Pietro Lando che vi ho lasciato, non posso se non lodarmi grandemente, così in questa materia di fabriche, come nel governo d’i soldati, che in absentia d’i proveditori generali restano alla obedienza d’i rettori et di ogni altra attione loro, per quello c’ho sentito commendarli dalla nobiltà et dal popolo, come rappresentanti suoi di buona giustitia, essendo singolar la cura che’l detto clarissimo Lando tuttavia pone in dette fabriche, nelle cose dell’arsenale, in quello della Camera et nella satisfattione d’i sudditi.
Di quello per ultimo che si è operato a Spinalonga non occorre che replica più, quando l’opera massime ne ragioni per se stessa et faccia conoscer la diligentia, tra gli altri del clarissimo messer Giovanni Bembo capitano della guardia del Regno di Candia, con il quale posso dir di haver fatto continuamente la vita di questo mio viaggio, havendomi egli condotto in Candia et da loco a loco per l’isole sempre et finalmente ricondotto a Venetia con incredibile cortesia et quello che stimo ancor più, havendosi compiaciuto sempre di essermi appresso et dimostrato in ogni tempo grandissima cura del publico bene et gran zelo di ben servire senza risparmiar mai a fatica alcuna, anzi che la diligentia c’ho usato nelle cose della sua professione et nella fabrica di Spinalonga merita grandissima commendatione in ogni tempo, essendo stato a detta fabrica quasi tutto il tempo che ve si ha lavorato et l’inverno anco alle fortune, alle pioggie e a i venti impetuosi che regnano in quei tempi, senza stancarsi mai, et molte volte certamente con qualche suo travaglio, così per quegli accidenti che convengo nascer per giornata in simili attioni, come per lo incommodo con che stavano le galee a lui sottoposte, che furono quelle del magnifico messer Steffano Magno vicesopracomito e del magnifico messer Giovan Battista Falier, che questo aprile passato morì con pietà universale in Candia; et partendo poi il Magno il febraio passato, venne il magnifico messer Giovan Battista Michiel, gentil huomini tutti tre di bontà et obedienti a tutti i bisogni della sopradetta fabrica nella quale detto clarissimo capitano et sopracomiti hanno patito più che la parte loro, essendo che per molto ch’l porto sia bellissimo et capace di ogni grossa armata sottile, è però anco sottoposto a i venti impetuosissimi, et la state et il verno, et massime nelle sue boche, che essendo esposte a i restoli che sendono dalle gole d’i monti vicini, sono travagliose assai. Et poi nella circonferentia di tutto il porto, io non ho saputo vedere quella quantità di fontane che vengono predicate, perché con tutta quella diligentia ch’io ho fatto usare da molti pratici del paese, non ve se n’ha potuto trovare niuna, sono ben stati trovati certi pozzi deserti che si sono fatti nettare, i quali tengono per il più del salmastro, come quelli che vengono a livello con l’acqua del mare et si purgano per quella poca parte di terreno di dove passano, et da questi trattone 30 barili di acqua, bisogna aspettare per molte hore che ne torni dell’altra. Vi è anco una grotta lontana dalle saline un mezo miglio in circa fra terra, che per mio creder penetra per i meati della terra del mare in quel luogo et questa è men grossa di quella d’i pozzi, ma è in poter d’un galeotto o altra persona che vi vada a lavar drappi di guastarla per molti giorni, essendo bassa assai sotto il sasso. Da questi luoghi si ha convenuto far condur l’acqua, non senza molta spesa, per uso di tutte et qualunque persone habitavano il scoglio, essendo che il disegno di valersi con le galee del fiume Istrona, 10 miglia lontano, è del tutto riuscito falace, a causa d’i Maestrali che regnano in quella parte da giugno a settembre, essendo il ritorno altretanto difficile quanto è facile lo andarvi.
Nella perfettione delle cose di Spinalonga ho infinite volte trattato che si ripari al taglio del stretto delle saline per penetrar dal mare nel porto, né per molto che’l Genese diverse volte habbia veduto et riveduto il sito, giudica che ve si possa far altro rimedio, se non il munire un golfetto circolare dalla parte di fuori, dove con poca fatura si acquista spatio di altri 80 passa in circa, aggiunti a i 50 che di presente vi sono di terra ferma, senza disegnar mai di farci una torre, come Vostra serenità scrisse, perché potendovisi condurre arteglieria, il poco non basta et il molto io non consiglierei, credendo il detto Genese che la porporella detta possa supplire benissimo, la opinion del quale dovemo tutti stimare, essendo egli non solamente nella profession sua huomo saldo et intendente, ma svisserato servitor di questo Dominio, si come me ne ha certificato la diligentia con la quale ha invigillato in questa fabrica di Spinalonga, così per la sicurtà di essa come per l’avantaggio del publico.
Quando il mese di novembre prossimamente passato io andai in Candia, per quelle cause che scrissi allhora et lasciai alla detta fabrica di Spinalonga il signor marchese Rangone, mi pensava al sicuro che non potesse tardare un proveditor per quella fortezza, come tanto avanti io haveva ricercato; né vedendolo comparire et incominciando l’inverno a farsi sentire era conveniente di non lasciarmi più detto signor marchese, essendovi già stato un mese, oltre che per la mala qualità detta d’i tempi e anco per la strettezza del denaro, detta fabrica s’era ralentata in parte, né parendo a i signori duca et capitano di Candia, né a me, che quel luogo dovesse restar senza un nobile veneto di qualche riputatione, facessimo elettion della persona del clarissimo messer Augustin Barbarigo, che poco prima era uscito di consigliero di Candia, sicome fu scritto particolarmente, il quale gentilhuomo vi sta tutta via con molto beneficio et dignità di quella fortezza et s’è dimostrato in questo carico, sicome in tutti gli altri, pieno di buon volere et di integrità. Et prima ch’io sia partito di là, ho fatto che’l Genese predetto conforme al suo debito habbia lasciato un’ampla informatione, non solo a sua M.ra [?] ma al governator Virgilio, com’ho detto di sopra, di quello che resta nella fabrica, restandono anco sopratutti infromato il clarissimo marchese Rangone, si com’è pienamente del stato et bisogno del rimanente delle fortezze del Regno, si perché delle cose di fortezze ha una buona cognitione et è riuscito ne i suoi pareri sempre fondato, come in cosa di sua professione. Successe in quel governo al signor colonnello Moreto, Calavrese molto ben conosciuto da Vostra serenità per soldato di molta esperienza et da me conosciuto già molti anni per le cose di Candia a punto d’un buon valore; et credo potere affermare che forse per altro non ha richiesto et sollecitato tanto la sua licentia, se non vedeva le cose di quel Regno provedute come pareva lui essere conveniente, per commodo delle quali non ha mai lasciato di dare ogni buono et fruttuoso ricordo, sicome ha fatto anco detto signor marchese, il quale ha proceduto meco con tanto rispetto et con tanto desiderio di veder ben incaminate le cose publiche et con si buoni modi ne i governi della milita, che non posso se non commendarlo grandemente et laudarmi della prontezza con la quale ad ogni minimo cenno è andato più volte a Rettimo e alla Suda, alla Canea, a San Theodoro e a Spinalonga, giovando sempre alle publiche fabriche. Ne potrà essere se non bene valersi della sua persona in questo tranquillissimo tempo di pace, per dar compimento una volta per sempre in quanto sia possibile a i bisogni delle fortezze di quel Regno et perciò di sumministrare il denaro necessario. Stima detto signor marchese, come stimo anch’io, che in ogni tempo si debba tenere uno et più colonnelli in Candia essendo che possono nascer delle morte d’i govenratori, d’i sospetti di guerra et altri accidenti improvisi ne i quali sono addoperati per capi senza che alcuno di sdegni di obedir loro, dove mancando questi, in occasione di bisogno essendosi astretti di dare il commando ad un simplice capitano, gli altri poco prima suoi pari sdegnano di obedire et ne nascono di quei inconvenienti che si sono veduti molte volte, Per la continuatione delle fabriche che tutti i governatori, colonelli et capitani servitori di Vostra serenità che si hanno trovato in quel Regno sono stati solleciti in addoperarsi sempre e assistere et sopraintendere di ordinario personalmente con molta amorevolezza et più che mai saranno pronti, se saranno commandati.
Di ingegnero stipendiato è anco quel Regno molto ben proveduto, essendovi messer Ansolo d’i Scolari veronese da i primi anni dela pace sin’hora instruttissimo di quelle occorrenze et persona intelligente e discreta.
Non restando dunque altro ch’l mancamento del denaro per supplimento delle fabriche, più per la difficoltà che si ha in certo modo in mandarlo, che perché le Signorie vostre illustrissime non vogliano provedere quella sua importantissima isola, io non voglio tacere, che se si facesse una gagliarda e ben osservata provisione di non lasciare estraher denari dal Regno di Candia e per questa via mettere in necessità i mercanti di lasciarlo di là, in pochissimo tempo diventerebbe quel paese denaroso et ve si spenderiano le miglior monete della stampa venetiana, è ben vero che bisognerebbe accommodare i mercanti con i cambi et giunte che fossero le lettere de qui pagarle et non far come si è osservato da che ho maneggiato io le cose di Candia, che dalla tardanza d’i pagamenti et dalle stente fatte a i corrispondenti a queste Scale, si sono indotti coloro c’hanno comercio in Candia di voler più tosto mandar de qui il denaro in contanti a risego di nave e lasciar in miseria non che in strettezza i suoi rappresentanti, che voler dar loro a cambio qualche somma di ducati; et pur si vede che ogni anno non si può mancare di mandar di là 130.000 et fin 140.000 ducati.
Io per me non so come si lascia una tanta opportunità et commodità d’i cambi per cercar la dilatione et i pericoli di navigar il denaro, senza voler abbracciare un beneficio tanto certo. Nel tempo della passata guerra, quando più ardevano le cose, hanno dato quei mercanti quantità grande di denari pur a cambio et fino che l’avanzo [?] non è stato sicuro, hanno sempre accommodato quelle Camere, non perché la tardanza d’i pagamenti di qui non fosse la istessa et la loro discontentezza la medesima, ma perché correvano cavalline et perperi di rame et non moneta reale, volentieri se ne discaricavano, forse per dubbio che havevano di non vederle così presto ricuperate, ma da quel tempo fino a questo hanno peggiorato di conditione tutte le cose et perciò studiano quei tali quanto prima hanno il denaro in mano di mandarlo a far nove investite.
Di arme è assai ben provisto quel Regno, come piche, corsaletti, rauriconi [?], arcobusi et spade; et se pure s’haverà da aggiungerne, essendo che non ve ne possono mai esser troppo, non sarà se non bene mandar maggior numero di archibusoni da posta, come arma utile grandemente e grandemente facile da maneggiarsi.
Stavano per il passato in Candia alquanto strette queste armature, di presente il clarissimo messer Nadal Donado ha fatto fabricar una sala contigua alla vecchia di altretanta grandezza et vi ha fatto accommodar le armi particolarmente con ordine così buono, che se ve si userà la diligentia ch’è debita da i ministri a ciò deputati, si conserveranno in buonissimo stato per ogni bisogno. è ben necessario ch’i clarissimi proveditori alle fortezze, a i quali darò medesimamente polizze a parte perché anch’essi trattino sopra ciò dove è conveniente, mandino buona quantità di apprestamenti di zappe, vanghe, badilli, ferro, legnami et altro da valersi così nella continuatione delle fabriche, come nelle occorrenze che portano seco gli assedii, senza le quali cose non si può fabricar nelle pace et nella guerra non si possono far trinciere, retirate, contramine et simili provisioni de gli huomini d’honore, per non mancare a loro stessi nelle difese delle fortezze, fanno con gran danno d’i nemici con molta gloria loro et con gran beneficio d’i prencipi a chi servono.
Ho stimato cosa importante il far rivedere almeno una volta l’anno tutte le guardie che sono fatte a marina da i contadini et vi ho perciò mandato a i suoi tempi il cavalier Mormori governator della strathia, in continuatione anco degli ordeni antecedenti in questa materia, dal quale m’ho fatto dare una particolar relatione a nome per nome d’i siti et guardiani, ma per quello che intendo sono fatte queste guardie come porta il caso et non con quella diligentia che sarebbe necessaria alla sicurtà del paese, il qual dorme sotto gli occhi di esse, si perché il stipendio che importa 22.000 perperi l’anno, ch’è più di 1.000 cechini, non vienne giustamente destribuito da alcuni nobili a ciò deputati, si ancora perché le montagne non discuoprono così ben la marina sotto il terreno et poi se veggono il mare, non si veggono così ben l’una con l’altra in molti luoghi per avisarsi con fuoghi, secondo la intentione di questo servitio, come si vederebbono le torrette che già Vostra serenità ordinò di farsi sopra tutte le punte a torno la isola, perché potessero l’una con l’altra darsi aviso in un momento, le quali non si sono mai fabricate (cred’io) per non havere i publici rappresentanti voluto spender in ciò denaro del publico et i particolari per non havervi voluto contribuire, se ben per i conti che mi ricordo esser già stati fatti, non si giudicava che dovessero portar più spesa che di 50 scudi l’una.
Hora la Serenità vostra e le Signorie vostre eccellentissime hanno inteso in che stato si ritrovano le città e le fortezze del Regno di Candia, et quanto ho detto d’i siti, d’i porti et delle spiaggie per dove potria esser assalito, per il commodo c’ha il Signor turco con la vicinità d’i suoi Stati. Del servitio che fanno tutte le fortezze et quanto ho ricordato di Grabusse, Marati et Standia, et specialmente di incamisare, migliorare et finire il forte di San Dimitri importantissimo. Hanno inteso come quella isola è habitata da 210.000 habitanti, d’i quali 52.000 sono da fatti, divisi in privileggiati, cioè ordinanze o cernide, angarie et galeotti, con tutte le difficoltà c’hanno del vivere per la strettezza del paese et tutto quello di più c’ho esposto delle cernide, loro armi, capitani et governatori presenti et passati, della bontà d’i galeotti, della mala satisfatione universale di tutti et delle cause. Hanno inteso quel poco c’ho voluto dire d’i nobili, della cavallaria feudata, de i pensieri di chi cavalca, della qualità d’i cavalli et la opinion mia di cavar qualche beneficio da essa cavallaria et di gratificar soprattutto in ogni maniera possibile quella nobiltà per levarle il pensiero di ripatriare in questa città. Hanno inteso la entrata universale di quel Regno et quella di ogni Camera, et la differenza che vi è dalla entrata alla spesa et il bisogno di provedervi et di reintegrar il casson del deposito per armare galee estraordinarie et le tante necessità per le quali vi ponessimo la mano quei signori che governavano et io per fuggir tanti pericoli che soprastavano, quando non havessimo havuto il refuggio di quel cassone. Hanno inteso molto prima che hora et da me hoggi i modi che hanno turchi di impedire i soccorsi e i miei fedelissimi ricordi di munire abbondanemente quell’isola di viveri et munitioni di ogni sorte et ho poi detto assai intorno a i presidii per la pace et per la guerra e della paga del soldato, delle qualità di quella militia, delle difese di tutto il Regno, ricordando di tener tanti corpi di galee buone di ordinario in quell’isola, quanti sono i governatori e sopracomiti eletti et ciurme rolate et per esse di accrescere i volti d’i arsenali di Candia e Canea, cavar i porti et remediar al castello di Candia e suo pontone. Ho detto anco tutto quello che si è operato a Spinalonga da principio della fabrica fino al mio partire, con ogni particolare dell’effetto che fa la fortezza, delle cause perché se gli è data la forma che ha, della spesa e del modo d’i pagamenti et mi sono iscusato se Spinalonga non è del tutto finita, perché niuna fortezza ancora ha l’ultima mano, come possono haver inteso da ciò c’ho narrato mancare alla fortezza di Candia, a quelle di Paleocastro, a quella di Rettimo, a quella della Suda, a quella della Canea et a quelle di San Theodoro, havendo anco brevemente toccato di quel poco ch’è stato loro fatto in tempo mio et di ordine mio in continuatione delle sue fabriche et in provisione d’i bisogni di ciascuna di esse. Et dove m’è venuto occasione più propria ho anco parlato di quei clarissimi rappresentanti c’hanno governato in tempo mio ciascuna parte di quell’isola a loro commessa, et di quei capi da guerra c’ho conosciuto, et ho in fine esposti i bisogni più importanti di tutto quel Regno et di denari specialmente. Ne mi resta altro che dire, se non ch’io prego Nostro signore Dio protettore di tutti i buoni et religiosi prencipi che le cose c’ho detto non siano poste da parte col fine di questa mia relatione, accioché io senta questa unica contentezza da me singolarmente desiderata di veder il Regno di Candia, da me riputato importantissimo al stabilimento della christiana Repubblica, proveduto d’i suoi bisogni in questo tempo quietissimo, pieno di pace et di tranquilità per noi et pieno di danni et spaventi a turchi per l’ardentissima guerra persiana.
è stato mio segretario messer Giovanni Carlo Scaramolli ben conosciuto da Vostra serenità per fedelissimo suo servitore, il quale in continuatione della devotione d’i suoi maggiori ha servito dopo l’anno 1567 che fu eletto nella sua cancellaria et nella città e fuori con tutte quelle fatiche che egli è stato chiamato prontissimo essendo stato segretario col clarissimo messer Hieronimo Lippomani cavalier in tre sue ambasciarie, della suficienza del quale e sua buona volontà haverei da dire assai se volessi corrispondere alla satisfattione c’ho havuto del suo servitio, al suo merito, et al mio debito di gentilhuomo, a perché è mia intentione più tosto di impiegar per quanto mi durerà la vita ogni poter mio et di casa mia per impetrar da Vostra serenità gratia di honorarlo, non dirò per hora altro se non che in quel Regno ha lasciato di sé et fin la militia et fra la nobiltà un nome molto honorato con tanto mio contento ch’io non posso mancar di renderne testimonio in ogni luogo et di affermar qui particolarmente ch’egli sia meritevole di servirla in questo Senato, come atto grandemente a tutte quelle fatiche et negotii che possono esser commessi ad un segretario di buona fede, di che quando dalla benignità delle Signorie vostre illustrissime egli sia honorato, oltre i meriti suoi in gratia mia speciale, raccommandandoglielo io come mio carissimo figliolo, tutta casa mia ne terrà all’Eccellenze vostre obligo infinito e renderemo loro imperfetto immortal gratie.
Di me stesso, per fine di questa mia forse troppo longa relatione, Serenissimo prencipe, illustrissimi et eccellentissimi signori, poi che sono hoggimai tanti anni che conoscano la servitù mia et la mia natura, non dirò altro, se non che seben io sono stato proveditor general in quel Regno con la ordinaria auttorità, ho però havuto sempre con termini amichevoli et destre maniere da ciascun rettore et da altri quella obedienza che qual si voglia con maggior titolo havesse potuto desiderare, né questa però è stata da me mai mal usata, ma impiegata solamente nelle cose di publico servizio secondo le occasioni che me si sono rappresentate.
et se bene come più proveti di me parlando di offese et difese militaro, nelle quali sono stati versati come in profession loro propria possono haver più sodisfatto che non faccio io, il quale alle considerationi c’ho fatto poco fa, sono venuto per obligo perpetuo del mio sangue et del mio carico Et per zelo della conservatione di questo serenissimo Dominio et d’i suoi Stati, non credo però che più sincieramente, ne forse più essencialmente possa alcuno trattare di questa materia fatta mia per longo uso et per propria necessità, nascendo dalla pratica delle cose la esperientia nel conoscerle. Tuttavia io mi rimetto sempre al parer di chi più sa et mi restringo solamente a supplicar tutti quei che sono qui presenti, di tener per fermo che essendo io invecchiato et fatto bianco et non rico nel servitio suo, con tante incommodità di animo et di corpo in 60 anni dell’età mia, questo rimanente di vita che mi sarà concesso dal sommo Iddio, padre e singolar protettore di questa Santa Repubblica, io con allegro animo sacrificherò in essaltatione di questa patria commune et in difesa d’i suoi Stati, qualunque volta la Serenità vostra et le Signorie vostre eccellentissime si degneranno di spender la vita mia come una sua imagine di fede et di sincerità. Restando intanto senza fine supplicate di non scanzellar mai la memoria d’i loro prudentissimi petti, ma di ciascun giorno ricordarsi che il suo Regno di Candia è uno d’i belli et potenti Stati c’habbia la Europa et il maggior nervo che ben considera, delle forze et riputatione della nostra et di tutta la christiana Republica.
Ho detto.



