1598 Nicolò Donado
Relazione|
1598 Nicolò Donado Provveditore di Candia
Relazione di Nicolò Donado presentata il 5 giugno 1598
AS Venezia, Collegio, Relazioni, b. 79
Nova e grande occasione Sernissimo prencipe, illustrissimi et eccellentissimi signori, mi porgono li gravi pericoli delli doi horrendi et miseri naufragii patiti nel mio infelice ritorno di Candia a questa città. Poiché doppo scorsi 59 mesi dalla mia partita da questa città, per puro miracolo posso dire, mi ha concesso Sua divina clemenza di riuscirne vivo et di giunger a suoi piedi et al loro conspetto, unico mio ristoro di tutti i passati mali, dove io ho tanto modo di far la relatione delle cose del suo Regno di Candia, quanto mi hanno permesso così sinistri casi, li quali oltra l’havermi abreviato la vita et scemato tanto della mia facoltà, mi hanno privato appresso di quei sommarii et note per essa relatione, che da me erano stati preparati lungo tempo innanzi la mia partita del Regno, et di non poche altre publiche et importanti scritture. Et se essa non sarà così ben ordinata et copiosa di quei particolari, che mentre io ero nel carico sono stati da me procurati per suo maggior servitio et sodisfattione, doveranno incolparsi queste accerbe et incomparabili disgratie. Perciò che io nelli pochi giorni che qui mi trovo, ho procurato di ridurmi a memoria le cose di maggior momento, le quali per le lunghe fatiche ivi sostenute mi sono restate ancora impresse. Et da me al sicuro sarà fatta mentione almeno di quelle c’haveranno a renderla meglio informata del stato et di tutte l’occorenze di quel suo importantissimo Regno et più a giovare alla sua buona custodia et conservatione, a minorar alcune spese et ad accrescer in esse diverse entrate di momento, accioché Lei senta minor interesse. Et sotto a capi collocando le cose, procurerò di esser più breve et più distinto che mi sia possibile.
Essendo io stato mandato due volte dalla publica benignità in quel suo nobilissimo Regno di Candia, che è una delle più famose isole del mare Mediteraneo, prima con carico di Duca et ultimamente di Proveditore generale et inquisitore, io sarei quasi in obligo di narrarle ogni particolare del suo sito, forma, giro e promontorii, de i mari che lo bagnano, dell’eccellenza sua per l’antichità, per il numero di 100 città, che si trova scritto che in esso fiorirono nelli tempi più vechi, per la temperie dell’aree, per la fertilità sua et per la popolatione. Et so che di questo modo da una parte io venirei a supplir a quel debito al qual è tenuto ogni suo rappresentante, che è di usar diligenza esquisita in tutte le cose che si portano innanzi a Lei con questo gravissimo et sapientissimo Consiglio. Ma dall’altra conosco che tedioso riuscirebbe questo mio officio, perché altro non sarebbe che un rinovar superfluamente il medesimo che si trova scritto et che Lei tante volte ha inteso in questo istesso luoco da tanti dignissimi suoi rappresentanti miei precessori, dal valor et virtù de quali non fu tralasciata simile o altra cosa nelle loro attioni, che non sia stata espressa e descritta accuratamente. La dove mio proponimento é hora di toccar con brevità quelle solamente di queste cose, che saranno necessarie al mio ragionamento et di venir immediatamente all’altre di vera essenza del publico servitio, delle quali sole è mia ferma intentione di trattare.
Et che giunto alla Canea per causa della peste, che ardeva nella città e territorio di Candia, io convenissi sbrigarmi al pagamento d’alcuni delli sudetti debiti, che si convenivano saldare senza induggio et da altri publici servitii per condurmi dentro questa città metropolitana a procurar la sua salute, dalla quale dipendeva quella del rimanente del Regno et senza altro timore andar a risieder dentro quelle mura, dove certissimo era il pericolo della propria vita. Et che doi anni et più ancora durasse questa peste in tempo mio. Di che nelli luochi di questa mia narratione, che mi accaderà per maggior chiarezza delle cose, né farò quella sola ristretta mentione che io non potrò far di meno.
L’isola di Candia dunque, che già 396 anni insieme con una portione della Morea li nostri progenitori per 1.000 marche d’argento acquistarono dal Marchese di Monferrato, sotto’l medesimo nostro Dominio si conserva, fu in ogni tempo celebre per le gran doti havute dalla natura, che l’ha anco posta quasi regina tra l’altre isole dell’arcipellago, che parte sparse et situate in cerchio dalla parte di Tramontana gli fanno corona, occupa commodissimo sito nel mezo del mar Mediteraneo, dell’Asia, dell’Africa et dell’Europa. È essa aspera et montuosa con poche pianure, di figura lunga et si stende tra levante e ponenete 240 miglia. Non si dilata nella sua maggior larghezza oltra li 60. Né si ristringe in manco di 12. Et ne gira a dritta linea 525 et misurando l’innarcatura de seni 650 miglia con molti promontorii e punte dalla parte di Tramontana, dove alle rive del mare sono tutte quattro le sue città, cioè Scitthia, Candia, Retthimo et Canea. Ha le sue coste scopolose et questa settentrionale più dell’altra d’Ostro. Sta essa isola circondata da ogni intorno per breve spatio di mare non pure delle già dette isole turchesche, ma dalla terra ferma poco a lungi disgiunta dominata dal Gran turco. Conciosia che per levante dell’isola di Candia del suo Capo Salomone al capo Crio in Asia, dove hora si dice Natolia, non vi è distanza di 140 miglia a pena. Et dall’altro capo dell’isola verso ponenete, chiamato esso ancora di questo nome Criò, al Capo Bonandrea in Africa, hora chiamata Barbaria, non s’interpongono che 240 miglia. Il capo Spada dell’isola pur a ponenete non è distante in Europa da Capo Malio nel Peloponeso, hoggi Morea, più che 70 miglia. Et le rive della Grecia fatta Turchia nella curvità dell’Arcipellago non sono più che 350, 400 et 500 miglia discoste. Et Constantinopoli non è più che 700 miglia da essa luntano.
L’isole poi poco fa nominate alla medesima potenza sogette quali 60, quali 80 et quali 100 et pochi più miglia gli stanno discoste, talche può dirsi che questo suo Regno da ogni parte in mare quasi strettamente confini con luochi turcheschi. Di questa potenza (posso dir) sola havendosi a temer in quel Regno, benché siano queste distanze termini assai volgari della cosmografia, non ho potuto guardarmi di farne al meno così compendiosamente mentione, essendo necessario al presente che qui si sappia la vicinità di questi luochi turcheschi. Hora per seguir l’ordine della positura delle città et dire di esse quello che mi accade, incominciarò da quella di Scitthia, come più vicina al capo dell’isola per levante, benché sia di manco conto di tutte l’altre.
Questa città è quasi alla riva del mare per Tramontana et sendo rovinate le sue muraglie antiche non è ne anco sicura da incorsione. Ha 1.400 habitanti et tra questi 400 descritti nelle cernide, 25 fanti pagati col suo capitano et un capitano di stratthia con 50 Stradiotti, che la custodiscono da corsari. Il suo territorio è abondante di ogli di biade mezanamente, ma sarebbe abondantissimo se’l timore di corsari permettese a quelli habitanti il seminar molti terreni, che vanno inculti per questo rispetto, produce pochi vini; é assai ampio per la sua lunghezza di 60 et più miglia, ma è anco il più stretto degli altri. In esso viene compreso anco quello di Gerapetra, dove anticamente vi fu una grande et potente città, et ha a presente un piccolissimo castelletto sicuro da batteria da mano; et ha in tutto 73 casali, nelli quali vivono 14.200 anime, 600 de quali sono descritti nelle cernide, che con quelle della città fanno 1.700, che erano da me accresciuti fin a questo numero, perché sono riuscite le meglio essercitate del Regno, 2.100 galeotti et gl’altri non fanno altra fattine, né angaria et ha anco 80 privileggiati, che è una sorte di contadini essentati in perpetuo da Vostra serenità, per meriti de loro progenitori di fedeltà et d’haver esposto per lei la vita nelli tempi del primo acquisto in quelle ressolutioni et non hanno altro obligo, che di essercitarsi come cernide et servire per scapoli, quando accade, sopra le galee di Vostra serenità. Discosta da questa 50 miglia trovasi la fortezza di Spinalonga fabricata sopra un scoglio alla bocca di un porto, che da esso prende il nome, per escluder da esso ogni nemica armata, viene custodita da un governatore et da un capitano con 300 fanti, della quale si discorrerà utilmente insieme coll’altre fortezze.
De qui luntana 50 miglia in circa sta Candia, quasi nel mezo del Regno, della medesima parte di Tramontana, alla marina cinta per tre miglia in circa di muraglia, distinta in belouardi et piatta forma posta in reale fortificatione, perché è anco principale città et capo del Regno. Ha porto capace di 40 galee in circa et più, se fosse bene cavato chiuso da un molo, che in capo alla bocca ha un bel castello et dentro esso porto ha 13 volti d’arsenali. Il numero delli habitanti della città soleva passar 16.000, ma dal contagio in qua di poco passa 12.000 et tra questi 2.000 descritti nelle cernide, che per la peste erano estinte, et io l’ho rinovate et ridotte quasi al numero di prima di scielta et buona gente, sotto ad honorati collonelli greci et disciplinate dal signor Gierolamo Manelli governatore dell’ordinanze di Candia, honorato cavaliero et esperimentato alla guerra, che intorno ad esse se ne affatica con doi aiutanti. Il suo territorio in molti luochi è ameno et fruttifero di grani, vini, formaggi assai, produce più biade degl’altri, non solo per la Messarea campagna piana, ma per Lascitthi ancora, campagna sopra le montagne che ha 1.730 habitanti, che non fanno alcuna fatitone per ben attendere a quella cultura, et per li seminati di un castello chiamato Pediada. Ha esso suo territorio appresso 70 miglia di spatio compartito in otto castelli d’adunanza et non di fortificatione, cadauno de quali ha sotto a sé il suo numero di casali, li quali tutti ascendono a 461, l’anime di tutti essi, compresi li detti de Lascitthi, arrivano a 62.730 et tra questi 16.000 angarie, che è un obligo di 13.000 di esse di venir il contadino colla propria persona a prestar servitio per sei giorni una volta all’anno alle fabriche publice, altrimenti di pagar otto perperi, che sono lire tre soldi nove et un quattrino piccolo. Et 3.000 che le fanno anco colli loro animali da soma, li quali non le facendo pagano lire cinque soldi quattro, et in tutto il numero sono 16.000, come s’è detto. Dal quale si cavano li galeotti che sono intorno 14.000 et 1.500 privileggiati, il rimanente fin alla detta summa di 62.730 sono vechi, donne et putti.
Non più d’otto miglia dalla città luntana al ridotto della Fraschia ci è la fortezza di Paleocastro che lo diffende et anco la spiaggia dell’Armirò vicina, incontrandosi li suoi tirri coll’ultimo bellouardo della città verso ponenete. Ha un capitano con 40 fanti alla custodia.
Da questa 50 miglia in circa luntano sta Retthimo alla spiaggia pur a Tramontana. Questa città sendo stata abbruggiata nella passata guerra turchesca, hora da quelli habbitanti è ristorata assai. Haveva un porticello per cinque o sei galee, ma al presente é così atterato, che è fatto mal buono anco per barche. La Serenità vostra per assicurar essa città da nemiche forze, a loro supplicatione, pochi passa a dentro sopra un colle gli fece fabricar una fortezza, che con cortine, bellouardi et cavallieri, circonda non più di 700 passa in circa, riuscita ristretta fortificatione et di poco conto, che non è habitata da quelli nobili cittadini né popolo, la quale per la sua piccolezza et per altre cause non si può sperare che sia per essere habitata da questi.
Il suo presidio oltra il governatore è di doi capitani con 300 fanti. Contiene essa 9.500 anime et di questi 2.200 nelle cernide descritti. Il suo territorio è di 35 miglia in circa, produce quantità d’ogli, vini et biade convenientemente, animali pecorini et formaggi. È compartito in tre castelli simili agl’altri che si è detto di Candia, c’hanno sotto a sé 278 casali, nelli quali vi sono anime 43.000, nel quale numero sono compresi 2.800 privileggiati et 9.000 angarie, dalle qual come anco in Candia si cavano 6.000 galeotti.
L’ultima della Canea, da questa distante 50 miglia in circa, che per passa 2.040 è cinta di cortine, bellouardi, cavallieri et piattaforma, sendo anch’essa come l’altre a marina della costa di Tramontana, ha anco un porto capace di 20 galee et di più di 80, se fosse cavato. Et dentro ha 16 volti d’arsenale. Li suoi habitanti sono intorno a 7.000, delli quali 1.100 si trovano descritti nelle cernide. Ha un governatore, cinque capitani et poco meno di 600 fanti in circa. Passa il suo territorio 60 miglia in circa et ha tre castelli, oltra quello della Sfachia, sotto ad essi sono computati 255 casali; et in tutto, compresa anco la detta Sfachia, sono anime 48.000 divise in 2.200 privileggiati, in 7.000 angarie, nelle quali s’intendono come nelli altri territorii connumerati 6.000 galeotti et quasi 1.000 Sfachiotti da fatti. Delli quali mi riserbo di parlarne particolarmente.
Il suo territorio è abondantissimo di ogli et de vini et produce poche biade et nelle annate non buone per questa causa patisce più dell’altri territorii, ma animali et formaggi ha sufficientemente.
In esso ci sono tre fortezze et tutte tre sopra scogli, la prima in vista della città discosta miglia quattro in circa, chiamata San Todero et con altro nome il Turlurù, fatta con intentione di disloggiar nemica armata da un ridotto et privarla d’un acqua che riesce alla spiaggia ad essa vicina. Viene questa custodita da un capitano con 40 fanti. L’altra della Suda da essa città 20 miglia luntana per mare et 11 in circa per terra. Questa fu anch’essa construtta per diffender il porto o più tosto golfo capacissimo della Suda, che dalla fortezza già detta prende il nome, che non ci entrino vasselli de nemici in caso di guerra et è cinta di cortine et bellouardi, et è una delle migliori fortezze de scogli. Viene guardata da un governatore con doi capitani con 300 fanti in circa.
La terza della Grabusse, fortissima sopra tutte, non meno per il sito che per artificio, la quale guarda anch’essa un porto et un ridotto. Degna d’esser tenuta carissima, perché essendo dalla parte di ponenete, oltre l’escludere l’armate nemiche, può diffendere soccorsi che la haveriano commodità di salvarsi illesi. In essa sta alla custodia un governatore con 80 fanti et più. Li habitatori di queste fortezze de scogli sono li semplici soldati, che le custodiscono.
Nelle quattro città nominate, cioè di Scitthia, Candia, Retthimo et Canea sono distinti li habitanti tra nobili veneti, che in tutte non eccedono il numero di 400 in circa, nobili cretensi et popolari. Fra li nobili veneti et cretensi, pare che non ci sia tutta quella buona intelligenza che si ricercherebbe, o sia perché entrando questi cretensi nel consiglio universale, dove vanno anco tutti li feudati, li cretensi per il maggior numero prevalendo, li veneti tal volta in alcuna deliberatione restino poco satisfatti. Et all’incontro entrandone doi soli cretensi nelli 18, che è un numero più ristretto, c’ha origine dal maggiore hora detto et da esso auttorità di trattar certe cose spettanti all’università, loro pare non poter esseguir quello forse procurano tal volta et che a gl’uni sia grave haver altra compagnia nelle deliberationi, che col numero possa vincere la loro oppinione et che participino anco li cretensi delli offici, parendo forse alli veneti di non haver tutta quella parte che desidererebbono. Et dall’altro canto alli cretensi, che loro sia tal hora tolto della sua.
Questa emulatione è più intrinseca che altrimenti, et per gratia di Dio non si conosce che punto pregiudichi al publico, anzi che nelle occasioni a garra tutti uniti et separati devotissimi et pronti si mostrano colle parole et colli effetti a Vostra serenità, potendo io ciò affermarle con esperientia, che remossi certi loro interessi, che in qualche negotio fanno tal volta provare alcuna difficoltà, ho trovatto sempre tutta quella nobiltà concorrere ad offerire et effettuare con prontezza et gran zelo quanto possono, mostrando sempre ottima et ardente volontà verso la Serenità vostra. Nelle popolationi delle città et nella povera contadinanza ho conosciuto a manifesti segni et effetti tanta fede et devotione, si come intenderà a passo più opportuno, che può a lei con gran ragione esser carissima la protettione che di quel povero contado ha sempre havuto.
Hora ripigliando la somma di tutte l’anime delle città ascende tutto il numero a 29.900, delle quali ne sono da fatti nell’ordinanza, cioè descritti nelle cernide 6.200, il rimanenete sono vechi, donne et putti. Et il numero dell’altre delli territorii tutte insieme numerate sono 167.930 et da fatti fra queste 42.880 et in questa da fatti si comprendono il numero delli 6.580 privileggiati, li 2.100 galeotti di Schitthia, 1.200 buoni huomini di Lascitthi et 33.000 angarie, dalle quali si cavano 26.000 galeotti, che con quelli di Scitthia vengono alla suma di 28.100.
Questo particolari del numero et della fedeltà di quei suoi popoli da me gli sono stati posti innanzi, così perché servono in altri propositi di questo mio parlare, come perché pare che si ricerchi per conservatione di quei Stati, che sono circondati o che confinano con principi di gran forze, oltre la fortezza del sito et le reali fortificationi, fede ne i popoli, numero di fedele et valoroso pressidio et li doi requisiti accessorii: vettovaglie et armi, et in quel Regno sarà necessario appresso un buon numero di galee, si come da me le sarà qui considerato et l’altre cose nel corso di questa mia relatione, quanto comporterà una proportionata brevità, che non sia oscura et che schivi la noia a Vostra serenità et alle Signorie vostre illustrissime et eccellentissime.
Nelli passati sospetti di uscitta di numero considerabile di galee da Costantinopoli, conosciuto dalla somma prudenza di lei il bisogno di cavar galee dal Regno, ne ha fatto armar prima 10 et dapoi fin al numero di 26, che erano tutti li buoni vasselli che si trovarono navigabili et dapoi ancora 10. De qui è che in arrivando alla Canea, che fu a 23 giugno 1593, trovai nove delli 10 galee del Regno armate et la decima per maggior publico servitio dall’illustrissimo signor Giovanni Mocenigo procurator mio precessore era stata disarmata.
Queste per le loro paghe andavano creditrici poco meno di 50.000 ducati, così grande era il mancamento del denaro a quel tempo. Questo così grosso debito, che aggiunto agl’altri molti che la necessità del denaro haveva fatto contrahere in nome di Lei, mi accresceva il travaglio et le difficoltà. Et io pagando quei debiti che non potevo schivare, prendendo nelli altri il beneficio del tempo, andai scorrendo fino che lei me ne mandasse, da poter supplire per li pagamenti della militia in particolare, li quali non patiscono hore di dilatione.
Continuarono esse nove galee così armate il rimanenete di quell’estate et tutto’l verno susseguente et vedendo io questa sua volontà di tenerle armate, fondata sopra i sospetti delle cose turchesche, che all’hora erano più che mediocri, attesi l’istesso verno di far acconciar tutti li corpi delle galee delli arsenali di Candia et della Canea, c’havevono bisogno d’acconciamento. Et in Candia io in persona andavo sollecitando il lavoro, per attendere poi l’ordine suo con tutti li sorpi delle galee, che erano nevigabili et li loro armizi in pronto, si come mi successe et lo intenderà da poi che io mi haverò sbrigato da questi arsenali, li quali contenendo buona parte della riputatione et della diffesa del Regno, non ho da tardar più a trattarne succintamente, per attender poi distesamente all’altre materia. Dentro l’porto di Candia come in arco stano 13 volti per 13 galee, le quali al mio partire in tanto numero sotto cadauno d’essi a coperto in essere ho lasciato. Et di sei altri volti sono preparate le fondamenta, un solo de quali io per me laudo che sia fabricato, perché riuscirà a pari con gl’altri nel porto. Ma gl’altri cinque dovendosi fabricare dalla parte posteriore d’altri volti, facendo un solo corpo, che per la lunghezza convenga mettersi a coperto una in capo all’altra galea. Per maggior danno della quale et per la maggior spesa d’armizi oltra l’ordinario, non si devono in modo alcuno fabricar detti volti. Molte ragioni potriansi portare per far conoscere quanto sarebbono dannosi, ma hora due sole ne dirò principali et l’altre quando io sarò ricercato. La prima è che passando la galea per il lungo del primo volto et poi per l’altro del secondo, dove ha da fermarsi, viene ad essere strascinata per il dopio di quello che è solito, et nel condurla va sempre un poco crollando et sente doppio affanno, il quale conseguentemente viene a radoppiar il danno alla galea, che durerà tanto manco; et quanti ducati costi una galea è buonissimo noto; l’altra è il consumo d’armizi per il doppio, convenendosi farla passare per quelle due distanze, che in quel Regno, tanto per la spesa quanto per la difficoltà di poterne far capitar a tempo di servirsene, è cosa degna di gran consideratione. Potendosi massime in un’altra parte di esso porto fabricarne per hora quattro oridnarii et commodi come gl’altri con minor spesa. Et il luoco con ogni altro particolare sarò sempre pronto mostrarle, quando di ciò si tratti et che mi sia commandato, il che hora tralscio per non apportarle tedio fuori di tempo. In questo arsenale vi ho lasciato maestranze sufficientemente et posso con verità dire aiutato per virtù dell’opera diligentissima del clarissimo signor Mattheo Zane cavallier, che usò mentre era bailo nel rimandarmi in Candia di quelli che partiti dal Regno erano accomodati a lavorar nell’arsenale di Costantinopoli, li quali con diverse maniere furono da me aiutati et particolarmente coll’accrescimento del stipendio, che fu da lei con questo eccellentissimo Conseglio confirmato. Et procurando Sua signoria clarissima che partissero, né ritornorono alquanti et usò non minor cura nel darmi frequenti avisi delle cose di quella potenza, che riuscirono nell’occorenza di molto publico servitio.
Attese al medesimo con non minor frutto il clarissimo signor Marco Veniero suo successore, rimandandomene alquanti altri. Et nell’avisarmi delle cose di quel governo et in tutte l’altre che potevano concernere la buona custodia del Regno, non mi ha lasciato che desiderare Sua signoria clarissima in alcun conto, come altrimenti non potevano aspettarsi da sogetto di tanto valore et di così gran zelo verso la Patria. Non havendo havuto fin al mio partir dal Regno altra occasione, che di avisi il clarissimo signor Girolamo Capello suo Bailo presente ha così copiosamente et con tanto frutto frequentemente supplito, che con estrema consolatione di noi tutti suoi rappresentanti non ha punto defraudato quella espettatione, che sempre si è havuta dell’esquisita diligenza che manda fuori il suo singolar valore, talche hora vi sono in esso arsenale di Candia 21 maestri marangoni col suo protto et sei remeri, cioè un protto et cinque lavoratori, li quali possono supplir al bisogno et anco 23 calafatti col suo protto. Per trattenerli il verno passato io confersi col clarissimo signor Giovanni Giacomo Zane Capitano di Candia, che sarebbe stato espediente che li havesse fatti lavorar intorno a quei corpi di galee c’havevano bisogno d’acconciamento, che saranno stati però pochi, perché oltre che sarebbe venuto a trattener questi convenientemente, haveria ridotto anco in pronto tutti essi arsili, che ad ogni ordine di Lei sariano stati preparati, si come ho io sempre osservato in tutto’l tempo che io sono stato in quel carico. Presto orecchia a questo et a molt’altre cose publiche che io gli communicai, perché fosse ben istituito d’ogni particolare, si come lei mi haveva commandato, et essendo Sua signoria clarissima di quella prudenza et virtù, che con gran prontezza et utilmente usa in tutte le cose di Lei, si deve tener per fermo che intorno a ciò et a tutto’l resto haverà operato quello che sarà stato necessario. Il medesimo dissi alla Canea al clarissimo signor Marc’Antonio Balbi, che era Vice rettore, da me posto in luoco del fu clarissimo signor Giovanni Battista Caotorta Rettore, la cui morte fu con lacrime accerbamente sentita, non pure da ogni ordine della città, ma da tutta la contadinanza del territorio, tanto il suo governo di ben pochi mesi haveva dato saggio della sua prudenza et della sua integrità. Et tanto poco da poi il partir mio è giunto il clarissimo signor Daniel Gradenigo, gentil huomo di valore et diligentissimo, c’ha oltra di ciò esperientia della cose maritime, che si può sperare c’haverà fatto il medesimo. Li volti dell’arsenale della Canea sono in tutto 16. Et tante sono le galee che ivi stanno conservate. Quattro altri volti si potrebbono ivi agiungere con mediocre spesa et in luoco commodo appresso gl’altri. Le maestranze sono buone et in maggior numero et in vero meglio fiorisce la marinarezza alla Canea, che in Candia.
Questo arsenale è molto ben tenuto et governato, per opera particolarmente di messer Stamati Fassidoni armiraglio di esso, vecchio et buon marinaro et fedele in ogni conto, a cui altro non manca che la sanità, che in lui sarebbe desiderabile per servitio di lei, perché è perito et ottimo ministro.
Qui de marangoni non eccede il numero di 18 tra la città et la Sfachia et di 35 da soffita col loro protto. Li calafatti sono 25 comprso il protto et altri cinque ne sono alla Sfacchia, li quali vengono a servire quando ci è bisogno; et un protto de remeri vi ho aggiunto io. Per dar continuo trattenimento alle maestranze di Candia, mi havevo messo in animo di far continuar il lavoro di un sesto di galea, che fu incominciato dall’illustrissimo signor Alvise Giustiniano proveditor [?] mio precessore et di farne metter incantier un’altra alla Canea per il medesimo rispetto, ma per industria che da me sia stata usata, non havendosi potuto trovar nel Regno, né fuori, legni detti stortami più necessarii per quest’opera, è restato questo buon pensiero sospeso. Sarà necessario per questo effetto mandarne di qua, il che laudo sommamente, perché l’allevar et mantenere le maestranze et la marinarezza in quel Regno in ogni caso non può essere che di suo grandissimo servitio. Et perché io so che di tal sorte di legnami storti anco qui ne è stretezza, non debbo tacerle di dove ne può havere et d’ogni altra sorte per il suo arsenale in abondanza. La fortuna che mi ha fatto provare non pur il primo ma anco il secondo naufraggio in Apuglia è stata causa di farmi far il viaggio per terra, per via di Napoli, dove il signor Giovanni Carlo Scaramelli, suo segretario ivi residente, che non ha pretermesso officio, né industria per honorar la Serenità vostra, col mezo della mia persona, si come intenderà a più opportuno proposito, mi ha detto nelli ragionamenti fatti con lui, che da quella parte d’Apuglia potrà havere legnami per galee quanti ne bisognerà. Potrà, se così le sarà in piacere, scrivergli quanto prima per informatione, perché spero che sarà non minor il vantaggio, che la copia d’ogni qualità, assicurandola che così in questo come in ogn’altro negotio, sarà bene servita da quel sogetto, il quale nel suo carico per lei molto vale in ogni conto. Et per conchiudere delli bisogni di essi arsenali, per quello di Candia per hora altro non accaderà, salvo che in ogni modo habbia patrone che senza con poco buon essempio è stato un pezzo, con tutto che da quelli clarissimi signori suoi rapresentanti et da me insieme, per questo sia stato fatto ogni possibile rimedio, sicome gli habbiamo scritto di tempo in tempo et lei ha abbracciato anco li nostri pareri. Se bene mi persoado che la provisione da lei ultimamente fatta in questo proposito, per virtù delli clarissimi signori suoi rappresentanti, habbia a supplir al bisogno, che certo è grande di un suo nobile, il quale secondo l’ordinario habbia il tutto per consignato et ben amministri. Per questo di Candia et per l’altri della Canea resterà che gli mandi quanto prima armizi d’ogni sorte, sendone consumati assai nell’armar tante volte quelle galee, et in due fortune c’hanno patito le galee dentro l’istessi porti et nell’ultima della Canea, nel ritorno del clarissimo signor Capitano della guardia colle 10 galee a disarmarle nel maggior verno del 1596. Doppo esserne naufragate due nel porto di Sapientia, furono da così potente fortuna di vento et di mare combattute nel medesimo porto, che bisognò per salvarle metter mano alla maggior parte delli armizi novi che erano rimasti et stimar questo danno leggiero, poiché nella più crudele vernal staggione tutte rimasero salve da così gran borasca. Il qual accidente, poiché delli arsenali ho detto quanto può esser a bastanza in questo luoco, mi fa colla debita riverenza mia riccordarle, che quando per suo servitio lei fa condurre galee del Regno a Corfù o altrove nel golfo et che non possa all’autunno rimandarle, si che a settembre o alla più lunga ad ottobre non possano arrivar nel Regno, più tosto le trattenga armate, perché nel verno che fa molto mal sicura la navigatione, naufragano, amalano et morono le genti, li quali sinistri avvenimenti, oltra che le sono di danno et di poca riputatione, mal satisfano et traffigono così quelle genti, che si fa poi formidabile il nome della galea, il servitio della quale mi sono industriato con sudori (mi sia lecito dir) di sangue, di riddur facile et più leggiero, si come la prestezza da lei sentita con ottimo effetto di armar prime tutti li corpi di quelle galee che ivi si trovavano et secondariamente l’ultime 10, ne fa chiaro testimonio.
Hora parmi tempo di seguitare la materia delle galee, rinovandole quello che poco fa dissi delli preparamenti che io feci per haver le cose in pronto di armare, quando da lei me ne fosse venuto ordine, come successe, che sendomi venuto nella fine di febraro 1594, havendo io all’hora quasi dato fine all’acconciamento delli arsili, attesi poi di sollecitare che’l numero delli officiali di esse, descritti nelli libri della Camera, a quali era pagato l’ordinario trattenimento, fossero il marzo immediate seguente in ordine, facendo provisione d’altri in luoco delli assenti, siché tutto’l numero fu adempito et di vantaggio. Mi commetteva Vostra serenità che tutti i corpi di galee, che nelli già detti arsenali si trovavano fossero armati et questi ascendevano al numero di 17 tutti buoni. Et come già si è detto sendo tutti preparati et il numero anco delli 25 sopracomiti con titolo di governatore, mi restava il più di compartire sopra queste 17 galee il loro intiero numero de scapoli et de galeotti, et per il rinforzar le nove, che già havevo trovato armate, che in tutto ascendevano a 26. Li essempii delle passate difficoltà che era solito haversi in mandar queste genti in galera et la lunghezza del tempo di quattro et cinque mesi che si tramatteva per l’adietro in armare nel Regno, mi faceva andar giorno e notte pensando a modo facile et espedito di indurre queste genti di andar a servire giusta il loro obligo, senza mala sodisfattione, né altro interesse, havendo io anco provato in una parte di un castello di farli venire per via de ministri a ruodolo, secondo l’uso. Et mi certificai che questo era un far guadagnar a ministri et altri et gravare li poveri contadini eccessivamente, perché per fuggir d’andarvi personalmente non sparagnavano alli proprii beni et animali, non che a denari, et di questo modo non comparevano che huomini inutili, li quali bisognando rimandarli per procurarne de migliori, di tal maniera si veniva a strusciarli et a portar in lungo l’armare con mille industrie contra la publica intentione et il bisogno. Et di tal maniera si empivano le galee d’huomini per lo più poco atti al servitio. La facilità et prestezza dell’armare, sendomi sopra ogni altra cosa a cuore, per quei grandi rispetti che maggiori poi fanno l’occasione. Poiché per gratia di Dio in quel Regno hora ben habitato vi è quantità d’huomini atti a questo servitio della galea, non ha mistiero d’altro che d’industria con moderatione tale che senza causa di rammarico, né di doglienza, si conduccano alla galea, inntorno a che mi son affaticato, quanto ho saputo et potuto, et ne ho anco per particolar dono del Signor Dio conseguito il mio giustissimo fine, tutto indricciato al servitio di Lei, che per il rispetto della Santa religone è congiunto con quello di Sua divina maestà. Son io andato essaminando et osservando tutto quello che potesse ridurr’a facilità et più soave questa materia et amortar dal petto de contadini quell’horrore del nome della galea, che per il duro essempio della passata guerra turchesca, nella quale fu rinforzata di quei contadini l’armata di Vostra serenità. De quali per li accidenti di morte et d’altro che portano seco simil occasioni di servir in armate, sendone ritornati pochi a casa et quei pochi mal trattati, havevano la galea tanto in abhorimento, che con gran ragione si diceva la continua difficultà che si provava in armare ben poche galee.
Io di ciò informato et di questa professione maritima ancora, la qual ho essercitato molt’anni innanzi la guerra, nel qual tempo appunto la servivo governatore di galea. Dove il giorno della felice vittoria passai non senza grande combattimento, che col divino aiuto alla fine mi riuscì vittorioso, non senza spargimento del mio et di molto altro sangue degl’huomini di essa mia galea, per la diffesa di questa mia Patria, alla quale ogni cosa io debbo. Nel medesimo proposito continuando, come farò sempre per l’importantia della cosa, mi rissolsi di superar la mia età all’hora vicina alli 70 anni, li quali di doi hormai vanno passando, et aiutato dal desiderio di ben servirla in materia tanto difficile et in occasione tanto urgente, quando correvano pernsieri d’uscita del Cigalla con armata turchesca, c’havesse animo d’entrar con essa nel golfo, per le fiamme de motivi d’Ongaria, che a quel tempo si scopersero molto accese di aperta guerra, cavalcai fuori io in persona mettendomi nel mezo de territorii per da uguale commodità alli contadini di venir a casal per casale più brevemente alla mia presenza, dove io mi messi a farla scielta a modo di sorte di quelli che a me parevano più giovani et migliori da servire degl’altri, che fossero manco gravati di peso di famiglie et figliuoli, et per lo più liberi dal legame del matrimonio, et che non fossero più stati a servire nella galea. Et se ci era alcuno c’havesse fama d’inquieto et di ladro, pigliavo di questi de quali li medesimi casaliotti, per interesse della loro quiete, ne havevano consolatione; et così restando a casa quelli c’havevano maggior carico et famiglie et quelli c’havevano già servito in altre occorenze, pareva che così ogni uno se ne contentasse. Et de qui avenne che volentieri andarono a servire li galeotti l’anno 1594 et che in 15 giorni, si può dire, se bene furono 20 con quelli che io spesi nelli viaggi di partir da un territorio per andar nell’altro, per maggior commodità d’essi contadini, li quali tutti facevo comparire innanzi di me, non mi valendo che del mio stesso occhio, fu armato tutto quel numero già detto di 17 galee et rinforzate le nove altre che già armate, che in tutto erano 26. Di questa maniera andai riducendo a così buoni termini il negotio dell’armare et levai insieme l’abuso d’andiscari, che sono sustituiti dalli galeotti a quali tocca di andar in galea, li quali sustituiti non andavano in luoco delli destinati, se non con grossi donativi di 25, 30, 40, fino 60 cecchini per uno, che era non solo intelerabile danno, ma esterminio delle povere famiglie de contadini, perché per questo hanno tal volta donato li loro animali et alienati li proprii terreni et le vigne, che li faceva ridur in estrema miseria et instato di ultima compassione. Et benché durasse ancora il contaggio, per divina misericordia, si conservarono sempre sane tutte le ciurme di esse et in pochissimi giorni, che furono essercitate, riuscirono così eccellenti, che pochi mesi da poi disarmandosi ogn’uno ne sentiva rammarico, perché vagavano esse così bene, che parevano ciurme di buone galee vechie. Che faceva nelli suoi fedeli et devoti accendere desiderio di vedere che lei se ne havesse fruttuosamente servito per qualche tempo, con riputatione et accrescimento delle cose sue. Da questo riuscita si puote assai chiaro comprendere, che queste genti non hanno bisogno di lunga essercitatione per insegnar loro di vogar al remo, perché pare che la natura l’habbi fatte nascere per questo servitio. Et dalla medesima si può cavar un real fondamento che in tempo di pace o di guerra, si vadano sciegliendo sempre li più giovani, perché in questa età non sono così inclinati et non procurano tanto di liberarsi dalla galea con denari, con animali et con alienar li loro beni. Et non havendo questi il carico di grosse famiglie, né di figli et molti d’essi ne anco di moglie, non provano quel rammarico di abbandonar le loro case, che come sostentarsi non sanno senza’l loro capo. Di dove per l’adietro havevano principal origine le disperationi, li rammarichi et l’horridezza della galea, la quale di tal modo è domesticata, come intende. A che si aggiunge che la gioventù che a tante cose non pensa et che è più atta a sostentar gl’incommodi et le fatiche et più forte per resistere a questi et alle infermità, riuscirà sempre meglio, osservandosi però quello che per li prudentissimi et fruttuosissimi ordini dell’illustrissimo signor Giacomo Foscarini kavalier et Proveditor è disposto, che quelli che una volta hanno servito siano lasciati da parte, fino che tutti gl’altri descritti ci siano stati anch’essi, perché così quasi a ruota sempre veniranno di buona voglia, come sempre hanno fatto in tempo mio. Ma se senza necessità d’occorrenza si vorrano indifferentemente mandare li capi di famiglie et quelli di età che incominci ad esser grave, senza dubbio si rinoveranno le doglianze et li rammarichi da che venivano le difficoltà di prima. Non volgio io intender già che di questi di più matura età et con carico di famgilie, non se ne habia a servire quando la stringa il bisogno, ma che nella pace a tempo di qualche sospetto si voglia delli giovani, come più liberi et di maggior fortezza et riuscita, et degl’altri appresso nelle necessità della guerra, che Dio allontani per sua pietà infinita. Perché per divina gratia il numero è così largo, come ho detto da principio di 14.000 in Candia, di 6.000 a Retthimo, d’altri 6.000 alla Canea et di 2.100 in Scitthia, che tutti insieme passano 28.000 di numero, che supplirebbe assai oltre le 100 galee, il qual’anco s’accrescerebbe quando si facesse nova et diligente rinovatione de rolli, la quale doppo l’armare tante fiate a questo tempo starebbe molto bene regolata. Et se ne troveriano migliara che non sono descritti. Prima che io dia fine a questa materia dell’armare, mi è necessario dir due parole della gran carestia dell’anno 1596, che estremamente afflisse il Regno doppo così gran peste, c’haveva fatto tanta stragge in Candia et nel territorio, per causa di un pessimo raccolto di quell’anno fu così grande la penuria de grani, la quale era anco universale per tutte le isole dell’Arcipellago et altrove, che è cosa lascimabile il raccordarla, non che il darne conto. In tanta carestiosa calamità fu gran servitio della Serenità vostra, non minor beneficio di quei popoli et mio non poco sollevamento, che si trovasse Duca di Candia il clarissimo signor Marc Anotnio Venier gentil huomo d’ingenuità et d’integrità in comparabili, la cui providenza prematuramente eccittò da lei la prima provisione delle 50.000 misure de formenti, che se bene destinate per questa città, lei di Sicilia fece passar nel Regno, sovegno in così dura necessità di non mediocre aiuto, il che appresso l’altre ottime operationi del suo governo, oltre la degna memoria del padre, che in esso hebbe li primi carichi, la quale ancora gloriosa vive appresso quei popoli, da quali sarà sempre desiderato al governo di questa casa, ha dato saggio tale della sua bontà et valore, che sarà sempre desiderabile vederlo preferito ne i maggior carichi per gran servitio della Serenità vostra. In questa materia de formenti vantaggiò molto le cose di lei et se ben quello che essa haveva mandato eccedeva 32 lire il staro, s’industriò di haverne tanta quantità d’altro, che oltre il sovvenir il popolo, operò anco che non eccedesse tutto insieme il prezzo di 22 lire il staro. Et nel pressidiarsi da me di formenti le città et le fortezze, che per la fame senza soccorso haveriano patito l’ultimo danno, ho havuto ogni aiuto per servitio di Lei. Dove più hanno patito li poveri contadini che li popoli delle città, perché questi si sono andati sovvenendo colli formenti fatti venire d’Arcipelago de quali anco quella parte era assai scarsa. Li contadini cercai di sovvenirli colli megli delle munitioni et come quelli conservorno molti di essi in vita, così fu di non mediocre beneficio a Vostra serenità, poiché molti di essi si guastavano et con tal occasione gli ho dato speditione con suo vantaggio.
Bisognerà che quanto prima ne facci rinovar li depositi, perché per le munitioni di questa sorte di biada, che dura decine d’anni, sopra ogn’altra s’ha da fare maggior fondamento.
Nel principio di questa carestia mi venne molto tardi nel mese di magio l’ordine da lei di armare 10 galee del Regno et benché ogni uno dubitasse che ciò effetuar non si potesse a tempo d’inviarle in golfo, si come lei mi cometteva, come suol accadere che quello che si spera tal’hora inganna et quello che si teme spesso non succedendo, poiché havevo in pronto acconci tutti li corpi delle galee, come io ho sempre costumato in tutto’l tempo del mio carico, in 10 giorni le armai tutte di buona voglia, col modo prenarrato, colla medesima buona dispositione de poveri galeotti, li quali anco questa volta concorsero prontamente. Et subito armate in così breve spatio con non minor diligenza il clarissimo signor Lorenzo Veniero Capitano della guardia et non manco valoroso che pieno di buona volontà, con tutto che non fossero state essercitate per la strettezza del tempo, le condusse nondimeno a basso a salvamento con tanta celerità pervenendo a Corfù, che quando lei ricevé l’aviso del suo arrivo colle 10 galee del Regno si diede ammiratione, non pensando che a pena mi fosse all’hora capitata la commissione d’armarle. Ilche comproba quello che poco prima si è detto, che tanto presto queste genti si assuefanno al vogare, che loro bastano pochi giorni di essercitatione, dove l’altre nationo ricercano mesi et anni. Ilche seguì con molto servitio et satisfattione di lei et non minor laude di Sua signoria clarissima. Et Dio volesse che anco quelle 26 dell’anno 1594 fossero state condotte abasso, che haverebbe rispermiato alla gran spesa et disturbo di quelle 13 galee che qui armò all’hora. La narratione di questa materia dell’aramare, benché sia scorsa più innanzi forse di quello che comportava la brevità che s’ha da usar in simil officio di referire, tuttavia non mi è parso di accorciarla, cavandosi da essa molta utilità per più causa et in particolare importando a lei molto di sapere, che oltre 100 galee può armare ben con più che mediocre incommodo del Regno, rispetto alla coltivatione, che in tempo di guerra stimerò sempre il meglio di metterne quanti più si possa sopra le galee, perché di questi galeotti che non sono buoni da spada, né da archibuso, è facil cosa che se ne acquistasse il nemico, il quale di questo modo si venirebbe a privarne. Et senza dar potente affanno al Regno, tenendosi questo destro modo di buona voglia se ne armeranno sempre intorno a 50.
Il quale numero di galee, almeno in tempo di guerra io giudico necessario tenersi in quel Regno, si come a miglior proposito mi farò intendere, quando io tratti della diffesa. Questo sollevamento che io procurai a poveri contadini, che andavano a servir in galea et di non lasciarli agravar da ministri, né da altri di conservagli il loro havere senza alcuna dimminutione et con far scielta di quelli che non havevano giusta causa di lamentarsi, li ridussi non solamente di andar di buona voglia a servir nelle galee, ma mi servì nell’istesso tempo in altro forte non manco importante bisogno.
Continuava l’anno 1594 pur nel carico di capitano del mare il bassà Cigalla, d’iniquissimo animo contra le cose di lei. Durava ancora la peste. Et scarsissimo era il pressidio alla diffesa di così ampia recinta qual’è quella di Candia, c’ha bellouardi tanto spatiosi, che un solo, che è il Martinengo maggiore, ricerca 2.000 fanti per difenderlo et non ce ne erano 1.700 in tutto esso pressidio della città. Multiplicavano ad ogni hora nel Regno li sospetti delle cose turchesche, comprobati non pure dalle lettere del clarissimo signor Bailo Veniero poco fa nominato, che a quel dubbio et travaglioso tempo supplì d’ogni più necessario aviso et avvertimento, ma oltradiciò da molti incontri et operationi d’alcuni erano accresciuti di doi de quali, lasciando gl’altri per brevità, io mi riduco al racconto.
Sopra l’isola di Thine si condusse un Antonio Fiffi di Andro, suddito turchesco et procurò di sollevar quei popoli, che si dessero alla devotione del Gran turco, sotto’l cui imperio gli dava ad intendere, con queste stesse parole, che coll’aglio et colle cipolle haverebbono pagato il carato, dove non sarebbono stati obligati a tanto angarie come sotto’l governo della Serenità vostra et delle Signorie vostre illustrissime et eccellentissime, con altre persuasioni indricciate a questo fine. Ilche faceva credere che costui fosse stato mandato subordinatamente da alcuno de più grandi ministri della Porta. Questo risaputo dal clarissimo signor Antonio Marin, Rettor all’hora di Thine, gentil huomo di pronta et ottima volontà verso le cose publiche, doppo havermene dato aviso et ricercato il mio parere intorno il mandarmelo in Candia, che fu da me ricusato per il pericolo che per viaggio potesse essere liberato o che fuggisse, fu cautamente fatto morire da sua signoria clarissima con prudente maniera. Il secondo fu che intorno al medesimo tempo era dal Regno partito Giovanni Fantin Minotto dalla Canea, c’haveva seguito alla Sfachia, nel qual territorio haveva 22 figlioli quasi tutti naturali. Costui andato all’isola di Sifanto in Arcipelago da essa fu levato con ordine del Cigalla sopra una galea turchesca et condotto a Scio, dove hebbe strettissimo et lungo ragionamento col ditto Cigalla. Della persona di questo Minotto ne scrissi quello che mi era venuto a notitia. Et dall’illustrissimo signor Bailo Veniero ne fu a lei medesimamente scritto, et all’un et all’altro di noi commesse di poterle far un salvacondotto, per poter star dentro la città di Candia, et dall’un et dall’altro di noi gli è stato fatto, tuttavia non è mai coparso. Et perciò cercando io con destra maniera d’informarmi della causa della sua continuatione in Scio, faceva disseminare che fosse trattenuto da debiti, che si riducevano a manco di 300 cecchini. Di questo ci era qualche colore, poiché li suoi figlioli colli parenti havevano proveduto di certa quantità di vini da mandargli, sopra li quali doppo imbarcati alla Canea essendo nata certa difficoltà lo disturba. Questo sovegno che asseriscano dargli per liberarlo da detti debiti, affine che potesse godere i benefici del salvo, il quale pur faceva procurare che gli servisse per la Canea, fu interrotto all’hora, che può essere circa l’anno et egli ancora al mio partire si trovava nella medesima isola di Scio. Dalla quale et da ogni luoco turchesco egli in ogni modo starebbe bene luntano, non potendo che servire colla sua dimora in quello o altri luochi turcheschi, che a qualche stavicamento [?] pregiudiciale alle cose di lei in quel Regno. Et tuttociò c’ha fatto et potesse fare non farebbe mosso da altra causa, che per la disperatione di haver perduto la Patria et non saper come vivere. Perciò continuando io in quel proposito, che prudentissimamente la Serenità vostra ha incominciato, di ridurlo col salvo nella città di Candia, lauderei che essa facesse aggiunger che gli fossero anco concessi li suoi beni che gli sono stati confiscati, accioché potesse vivere, se ben sono pochi, fin ad altro ordine suo, affineche gli fosse levata ogni escusatione, dicendosi che non parte per rispetto delli sodetti debiti et che quando anco venisse non saperebbe come vivere, sendogli stati confiscati tutti li suoi beni. Intorno a che se accaderà altra informatione, sarò sempre pronto. Et hora ritornerò dove io partì.
Vivevasi nel 1594 in Candia con suspitione non mediocre delle cose turchesche et per la continuatione della peste nella città et per il poco numero di soldati italiani, che erano in quel pressidio molestavano noi suoi rappresentanti novi et travagliosi pensieri. Et all’hora l’haver armate tutte le galee del Regno, non serviva al bisogno, perché già lei mi havesse commandato di mandarle abasso, sicome da me nella celere speditione di esse et in ogni altra cosa per questo non fu mancato in alcun conto, perciò attendevasi di riempire questo et gl’altri pressidii di huomini da spada, che fossero atti a diffenderli, consigliando frequentemente questo et altri bisogni con quei clarissimi signori suoi rappresentanti di all’hora, che in Candia erano il clarissimo signor Filippo Pasqualigo, sogetto di sapere et di valor singolare, che finito il carico di Capitano da lei per questi rispetti fu trattenuto per quello che potesse accadere di valersi della sua virtù. Et il clarissimo signor Anotnio dei Cavalli Capitano suo successore et Vice duca, gentil huomo di quelle gran qualità che sono note al mondo, li quali stimando grandemente questi sospetti non mancarono in quella occasione d’ogni miglior consiglio et maggior sopra, scrivendomi sollecitamente di ritornar nella città di Candia, trovandomi all’hora per l’occasione dell’armare fuori nel territorio et col signor Conte Honorio Scotti, all’hora governator generale, cavalliero di incorotta fede et d’ottima volontà verso la Serenità vostra, et fu rissoluto, per havere chi guardasse sufficientemente la città, di far venir dentro essa delle miglior genti del contado parte delle cernide. Et la maggior parte de contadini confidenti d’alquanti nobili veneti et cretensi, la fede et devotione de quali fu da noi tutti suoi rappresentanti con gran tenerezza abbraciata, havendone tal uno di essi condotto fin appresso a 500, chi 300 et chi più et chi manco, secondo c’havevano potuto sostentarli, perché gli facevano anco le spese del suo dentro la città senza alcun interesse di Lei. Et non manco pronto trovai il signor Zuanne Emo del clarissimo signor Piero, c’ha la principal cura delli casali sa Ca’ Calergi in offerirmi buon numero di genti da spada di quei casali et la sua stessa persona, da farne stima per esser buon cavalliero et per la prontezza, che mostrò con centenara d’huomini in pronto in certa occorenza di momento in tempo dell’illustrissimo signor Procurator Mocenigo mio precessore, et 500 ne mandai a pigliare dell’ordinanze di Scitthia et Gierapetra, che erano riuscite le migliori et più essercitate del Regno. Et tutto’l numero di questi paesani ascendeva a 5.000 et anco passava. Con gran core et allegramente erano venute dentro la città queste genti del contado et perciò l’haver indotto li galeotti con quella destra maniera di andar in galea di buona voglia, mi servì in non minor occasione, perché se li galeotti fossero andati, come solevano per il passato, mal contenti et disperati, overo a forza per quelle cause che io ho addotte essendo questi 5.000, che vennero dentro la città, quasi tutti parenti et attinenti delli galeotti, non sarebbano venuti con quella hilarità [?] che mostrano, non pur estrinsecamente con molti segni, ma con parole espressive di molta fede et devotione verso la Serenità vostra, che movevano le lacrime di dolcezza, in tanto che a quelli dell’ordinanze di Scittha et Gierapetra, essendo necessario dar un poco di trattenimento per il loro vitto, di non più che di cinque gazette il giorno, ci furono di quelli che non l’accettarono, dicendo queste istesse parole: habbiamo ancora qualche da 20 da spender in servitio di San Marco. Et se come è mente di Vostra serenità et di Vostre signorie illustrissime et eccellentissime con moderatione di soave governo quelle genti saranno continuate di governare, come non s’ha a dubitare di quelli illustrissimi signori suoi rappresentanti, che al presente sono et che per l’avvenire manderà nel Regno, sia certo che lei li ha ridotti con tante buona provisioni a loro sollevamento a tanto amore verso di Lei, che della fede et devotione di quei suoi popoli può restar molto ben contenta et sodisfatta.
Sendosi fino nelle donne scoperto questo buon animo, conciosiache al medesimo tempo, occorese di esser ricercato uno solo di doi figlioli di una povera donna del terriotrio di Candia, lei doppo invigorato quello alla prontezza, essortò anco l’altro di andar al servitio in quelle occorrenze con queste parole: va ancora tu figliolo mio, se bene non sei dimandato a servir quel San Marco, che in tanti modi ne è prottetore, che ti assicuro quando come donna altro io non possa (se venirà il caso) di pigliar le pietre io ancora contra Turchi per la sua diffesa. Affetto d’una femina, che a gran tenerezza mosse all’hora et che dimostra l’animo fedelissimo et devotissimo verso il suo nome. Et qui non debbo pretermettere di dirle anco una concorrenza di doi fratelli di un casale del medesimo territorio, che alla mia presenza a gara uno per l’altro volevano andar a servire in galea, alternando ambi l’instanza, nella qual prontezza riguardando io et più oltre non permessi che alcuno d’essi doi fratelli ci andasse, et fu ciò sentito con universal applauso et sodisfattione delli altri molti circonstanti. Et essendosi frescamente inteso a quel tempo che sopra l’armata turchesca haveva fatto caricar il Cigalla zapponi, badilli et scalle, trombe, canoni da batteria et altri instromenti da guerra, ogn’uno teneva per cosa certa, per quello che fino qui ha inteso, che egli venisse a tentar qualche impresa contra’l Regno et correvano voci, che induceva pensieri, che ciò potesse seguire non meno per intelligenza, che per forza che mi fece far provisione di mutar governatori delle fortezze, di avvertir quei clarissimi Proveditori di esse di star non pur col debito avvedimento, ma di esser vigilanti oltra l’ordinario ad ogni buon fine. Mi fece star attento ad altre, di dar ordine che dentro la città fossero condotte le vettovaglie necessarie et così nelle altre di Retthimo et Canea. Et dalla parte di Ponenete, essendo questa della Canea la prima frontiera, per la buona custodia di quelle marine et per tutto quello che havesse potuto ivi bisognare mandai il clarissimo Proveditor Andrea Gabrieli, all’hora Proveditor della Cavallaria del Regno, di prudentia et di prontezza incomparabili, il qual haveva da commandar non solo alla cavallaria, ma all’ordinanze appresso alle marine et sopra le sue spalle pottevasi ripossare, che’l tutto sarebbe stato bene essequito, per la virtù non meno che per la sollecita cura che usa in tutte le cose del publico servitio, colla quale non ha mancato dell’ordinarie mostre della cavallaria de nobili et feudati et da tutto’l resto che s’apparteneva al suo carico. Dimodo che per Candia, per Retthimo et per Canea et per tutte le fortezze era proveduto quanto si poteva. Restava Scitthia, che è luoco aperto come si è detto, per il quale non mancai delli ordeni et provisioni necessarie, et sarebbeno state effettuate nel modo c’havesse ricercato l’occasione, perché a quel tempo era Rettore il clarissimo signor Gierolamo Bembo, gentl huomo savio, integro et pieno di quelle qualità che sono più desiderabili in un suo nobile. Stabiliti dunque li provedimenti per le città e fortezze, conoscendo io quello che tengono constantemente li più intendenti delle cose da guerra, che l’opponersi allo disbarco sia la principale, et più necessaria diffesa d’ogn’altra, havendolo chiarissimamente dimostrato l’infelice essempio del Regno di Cipro, la cui esperientia, quando altra ragione non ci fosse, che ce ne sono a mille a mille [ripetuto nel testo], doverebbe insegnare questa unica diffesa et che’l chiudersi da principio dentro le fortezze, intorno le quali la soverchia forza di numeroso essercito ha commodità d’accamparsi et di terreno per oprimere et per combattere con quei vantaggiosi modi che insegna l’uso della guerra, è un perdersi senza scampo, mi proposi di uscir fuori alla campagna per star vigilante a disturbarlo et accombatterlo in persona quanto sapessi et potessi mai. Et volsi veder prima la mostra della cavallaria pagata, che è di sei compagnie di Stratthia con cinque capitani et un governatore, a 50 per compagnia, fra tutte di 300 cavalli e ne tratenni di questi 200 le migliori in Candia. Et di 700 della cavallaria feudata ne scielsi 300 ad una general mostra che feci fare et sopra questa cavallaria così cernita si poteva far qualche buon fondamento. Quando dal popolo et dalla contadinanza fu risaputa questa mia rissolutione di andar io in persona fuori a diffender il disbarco che fosse tentato, parve che quasi per divino consiglio ciò fosse da me deliberato, perché non so come è sparso, penetrò nelli loro cori con quel senso appunto che doveva intendersi questa vera diffesa più necessaria et più prestante d’ogn’altra et in campagna seguitarmi ogni uno voleva, a concorenza con gridi per questo d’ardire et d’allegrezza. Effetti molto efficacci per la diffesa di quel suo importantissimo Regno, degni da sapersi in questo amplissimo luoco et appresso (se mi fosse lecitto dire) che quasi fosse desiderabile un simile potente sospetto, per conoscer con esperienza li buoni affetti di quelle genti paesane verso di Lei, li buoni effetti che ne puotevano seguire et quello che s’haveva a sperare et a metter in essecutione per la diffesa.
Furono fatte in un subito tante provisioni et si mostrò tutta quella nobiltà veneta et cretense tanto pronta et ben disposta per ogni evento et golla [?] et tutti gli altri tanto obbedienti, che ogni bene potteva promettersi, se fusse venuto il caso. Non era ancora libera la città dalla peste, ancor che passasse l’anno che io continuasse di starvi, per vederne pure la liberatione un giorno. Et questa afflittione appresso gl’altri travagli ci faceva procedere con gran circonspittione per la salute de galeotti et delle genti che in numero di più di 5.000 furono fatte venir dentro. Et per Divina gratia tutte le galee e le genti stetero sempre sanne, senza alcuna infettione. Et quello che non manco riuscì maraviglioso fu la quiete conche vissero quei giorni quelle genti greche dentro la città, che non pur fra loro si sentì alcun romore o parola di rissa o di scandallo, ma ne anco col popolo della città, né colla fantaria italiana. Ma all’hora accresceva la molestia delli pensieri anzi il travaglio l’imperfettione di tutte quelle fortezze et di quella di Candia et della Canea più importanti. Et questi accidenti hanno fatto conoscer maggiormente la necessità che lei ha di fargli dar a tutte una volta fine et perfetto compimento, facciasi in gratia (la supplico, per suo sommo servitio) una generale consulta sopra tutte per trovar modo di fargli dar perfettione, perché così stanno mal sicure. Et quello che in occasione di guerra gli facesse operar intorno, per la confusione che seco portano li accidenti di essa, non potrà esser mai così ben fatto del tutto essequito, né con così poca spesa come può succedere in tempo di pace. A che si aggiunge che finite che siano potrà sempre in caso di esser assalite trovar alcuna cosa di novo a loro maggior diffesa, come sanno fare li buoni et esperimentati soldati, capi di esperientia et di valor nelle guerre. Per non anoiarla in questo luoco mi ristringo a dire della fortificationi quel manco che io posso et debbo farlo senza minimo pregiuditio della notitia di tutti i bisogni, perché qui tutto che saranno compendiosamente reasunti posso prometterle di darglieli tutti particolari, con tutte le misure et considerationi della minor spesa et maggior sicurezza, perché ha piacciuto alla Divina bontà, che quasi miracolosamente fra tanta perdita seguita di quelli infelici naufraggii, che Giovan Francesco Pinardo mio segretario habbia conservato una mia scrittura nella quale non pure si contengono tutte le descrittioni delle fortificationi colle loro vere misure, ma tutte le oppositioni et li rimedii colla minor spesa et tutto quello che gli manca operar intorno, congiunta con una general descrittione di tutta la riviera dell’isola, dove a palmo a palmo si vede di che qualità sia con tutte le spiaggie et vere loro misure, con dechiaratione delle commode et incommode allo disbarco, delli porti, ridotti et acque dolci, che possono dar da bere alle armate, con ogni più distinto particolare, colla qual scrittura in mano potrà lei sempre sapere la qualità d’ogni sito a marina, la sua misura et fino da qual vento egli sia dominato, della qual mia lunga fattica, che però non arriverà a 30 carte, io gliene farò un libero dono ogni volta c’habbia otio et occasione di poterla far legger in questo prestantissimo et eccellentissimo Consiglio. Et con questa sicurtà sarò più scarso di parole in questa materia di fortificatione et delle spiaggie.
Poche sono state le fabriche che io ho potuto fare et quelle che da me sono state accomodate e erete sono state più che necessarie. La principale fu il metter in diffesa la fortezza del Paleocastro della Fraschia, il quale guarda quel ridotto et parte della spiaggia dell’Armirò di Candia, in contrandosi per questa diffesa li suoi tirri cogl’altri dell’ultimo bellouardo della fortificatione di Candia verso Ponenete. Et come poteva prima esso Paleocastro senza adoperarsi bombarde dalli nemici esser acquistato colla sola archibugieria, così con pochi centenara di ducati è ridotta sicurissima. Per questa fortezza scrissi anco, che era necessario un pezzo de più grossi, cioè una colubrina da 60, la quale farà più di un effetto. Et quando io sono giunto qui con piacere ho sentito, che lei consigliava sopra questo et un altro pezzo per deliberar di mandar essa artellaria. Al bellouardo Martinengo, molto ampio et importante della città di Candia, ho fatto con terreni accommodar molte rotture fattegli dalle pioggie et dal tempo et construtte le sue ghirlande. Et fabricati dalle fondamenta alquanti alloggiamenti de soldati, col tanso posto sopra li affitti della medesima città. Et li ho fatti fabricar in volto, che saranno (si può dir) eterni, mosso dall’esempio degl’altri, coperti con legnami segondo l’ordinario, che hanno continuo bisogno di riparatione, con sua grave spesa. Nella fortezza della Suda trovai Proveditore il clarissimo signor Marc’Antonio Contarini fu del clarissimo signor Piero, il cui governo per lei fu utilissimo in ogni conto et imparticolare per la cura che hebbe di far fodrar di tavole il magazeno dove si conservavano li biscotti, il qual provedimento fu principalissima causa di conservargliene una buona quantità, che altrimenti sariano stati trovati guasti, con grandissimo publico danno; et in tutti quei sospetti del 1594 usò tanta vigilantia in tutte le cose, c’ha portato degno nome di suo rappresentante. In detta fortezza per causa di un horribile terremoto dell’anno 1595 a 16 novembre, che da memoria d’huomini de nostri tempi non si era sentito il maggiore, poi che fu anco universale nelle isole dell’Arcipellago, cadde il bellouardo pur Martinengo di essa et la riparatione che era sommamente necessaria ordinai immediate et hebbe a cuore di farlo metter in diffesa, il fu clarissimo signor Giovan Francesco Correr suo successore, gentil huomo molto da bene et accurato, che ivi finì la vita. La linguetta della medesima Suda, che guarda la bocca più larga del porto essendo corrosa dal mare et vedendo il pericolo che rovinasse tutta, il clarissimo signor Giovanni Vitturi, fu Consigliero alla Canea et all’hora Vice proveditore nella detta fortezza della Suda, da me destinato per il sudetto accidente di morte, me ne diede diligente et minuto aviso; et procurai immediate la provisione, perché fosse riparata. Fece Sua signoria clarissima tagliar le pietre da un scoglietto vicin un trar di mano, con molto vantaggio del publico et così inquesto come nella ricuperatione di 200 miara di biscotto, che si dubitava che fosse guasto in quei magazeni, nell’accrescimento d’alquanti migliara di polvere, che fece solleggiare et in ogni altro conto di quel governo, ha fatto conoscere la sua bontà et la diligentia non inferior punto alla sua virtù et a quell’amore, che in Sua signoria clarissima si conosce sviscerato verso l’interesse della Republica. Gli successe ultimamente il clarissimo signor Marco Bollani da lei ivi mandato Proveditore et della diligentia di quest altro gentil huomo me ne valsi nella riparatione di essa linguetta, poi che erano di già preparate le pietre. Et al mio partire col mezo del suo valore era ridotta a perfettione.
Alle Grabusse feci eriger di novo un casello da polvere, che era sommamente necessario, et riparar li magazeni et altre fabriche della fortezza; era Proveditore il clarissimo signor Pietro Marcello valoroso et di quella esquisita bontà che è noto a tutti, il quale con ogni risparmio et utilità publica fece con prestezza dar fine a tutte queste opre.
Alla Canea ho fatto fabircar un magazeno necessario in volto, riuscito singolare, nel quale si conservano 24 pallamenti di galee et armizi per il medesimo numero di galee.
Per fabricar questo magazeno sendo state cavate le pietre da un luoco più eminente ad esso vicino et per questo restavi una buona cava, la quale da me veduta dover riuscire una buona cisterna in città tanto principale et che d’acqua tale in occasione di guerra ha sommo bisogno, l’ho fatta agrandire a quel segno che era conveniente, et fatta incamisar a dentro con diligenza et coprire, et con manco di 300 ducati; vicin al palazzo del rettore hora è bene riuscita nel sasso una cisterna, che sarà durabilmente perpetua et capace di più di 3.000 botte d’acqua.
Haverei anco atteso alla perfetitone di molte più fabriche della fortificatione, ma non si potendo questo metter in essecutione senza l’opra dell’angarie, da farsi da poveri contadini, per la peste, per quelli travagliosi accidenti che si sono detti et per la estrema universal carestia ultimamente patita, non è stato possibile far altro.
Hora è tempo che io attendi a quanto ho promesso in ristretto delle fortezze, le quali stanno alla costa dell’isola verso Tramontana et darò principio da Scitthia per esser la prima al capo dell’isola levante.
Questa città di Scitthia fabricata a canto alla marina era altre volte come castello, che poteva resistere a batteria da mano. Al presente è luoco aperto, ha le mura sfasciate, poco meno che distrutte. Il suo borgo è aperto et assai grosso, al qual è contigua una spiaggia di tre miglia in circa, buonissima per disbarco d’armata.
Da Scitthia la fortezza di Spinalonga non è distante più di 50 miglia et fra questo spatio di riviera grebanosa trovansi interposte le spiaggie di Pacchiamù lunga un miglio in circa et quello d’Istrona lunga miglio uno et più, ambedue buone per disbarco d’armata, luntana la prima da Scitthia miglia 28 et la seconda 34 et da Candia 70 et 64.
La fortezza di Spinalonga è fabricata sopra un scoglio in mezo alla bocca del suo porto in forma quasi ovata e altro tanto di scosta di Candia, quanto si trova esser da Scitthia. Il porto che lei diffende è capace d’ogni armata et non ha acqua da bere et è sottoposto assai alli venti anco l’estate. L’entrata in esso si fa per due bocche, una dell’altra maggiore, ma diffese amdedue realmente dalla fortezza. È essa fortezza fatta colla pianta mandata de qui, secondo il parere del fu signor Sforza Pallavicino. Et se ben mal volentieri, mi è forza dirne il vero. Non è punto sicura, et io stesso l’ho veduta più d’una volta, anzi piena d’infinite oppositioni, che qui non posso né debbo dirle ad una d’una, che sarei troppo prolisso, et sottoposta a siti circonvicini da quali è molto predominata. Dove ha le sue piazze scoperte et battute irreperabilmente Altro rimedio non ci è a queste tante imperfettioni, che ridurla nella summità del medesimo scoglio, dove ella si trova fabricata. Di questo modo presto et facilmente si ridurebbe sicurissima. Et che non manco importa così ridotta a sicurtà in più ristretta circonferenza, spenderebbe lei assai et assai manco. Conciosiache di 15.000 ducati, che lei fa in tenerla guardata con 300 fanti, con 80 o 100 al più si custodirebbe in quella eminenza di molto manco giro di questa tanto imperfetta. La metà dell’opra quasi è fatta et si risparmierano intorno 10.000 ducati l’anno della continua spesa che hora convien fare. Et col risparmio di un solo anno si farebbe la spesa che va a ridurla in quel sito sicura. È materia sommamente importante et merita esser molto ben consigliata et presto determinata. Era difficilissima et quasi inaccessibile la strada per la quale si conducevano le vettovaglie per il viver de soldati et quando erano tempi cattivi quel pressidio pativa, et per opera della diligenza del clarissimo signor Marc Antonio Contarini Proveditore di essa è stata ridotta facile, piana et a perfetitone, con molta commodità di essa, il quale nel rimanente del suo carico si ha mostrato di così pronta et buona volontà verso le cose publiche, che più non si può desiderare.
Tra li 50 miglia di riviera, parte grebanosa et parte piana, che s’interpongono da Spinalonga in Candia ci sono quattro spiaggie di conto, cioè Mussuta, distante de Candia 30 miglia, lunga doi miglia. Maglia luntana 28 miglia, lunga sei miglia. Zigagni che è in distanza di 24 miglia, lunga miglia tre in circa. Et Carterò vicina quattro miglia, lunga un miglio et mezo. Pussoleme et Gurnes, benché siano grande et più vicine, non se ne fa mentione, per esser incommode et assai scoperte da venti et senza acqua.
La città di Candia è ancora lei fabricata alla riva del mare, come tutte le altre. La sua forma è quasi triangolare, la recingono intorno per tre miglia in circa sette bellouardi, una piata forma roversa colle sue angolate cortine infraposte.
Il castello, che è alla bocca del porto ha estremo bisogno della rinovatione del suo sperone et di esser riparato, dove il mar gli ha fatto grandissimo danno con una cava de longhezza di più passa, che penetra anco dentro.
È opera d’importanza di molti migliara di ducati di spesa et perciò gli ho anco scritto, che non era da incominciarsi così senza una buona summa di dennari per questo conto, come non senza buon consiglio di più intendenti di simil opre. Mancano a questa fortezza tre cortine, tre volti di case matte tutte opre di muraglia. L’altre che seguono di terreno, come terrapienare li spalti, racconciare li parapetti, farci i cavallieri tutti, non ve ne essendo che mez’uno, et qui più che in ogni altra di questa fortezze sono necessariissimi per la predominatione del sito, che fuori in più parti ha oppositamente d’intorno. La piazza di questa fortezza è realissima, havendo li corpi delli suoi bellouardi grandi e spatiosi, li quali per ciò ricercano per la diffesa loro molti soldati, buona artiglieria, munitione assai et molti bombardieri et periti. Fra Candia e Retthimo non vi sono che due spiaggie commode per il disbarco, l’una è l’Armirò, overo Geoffiro, di quattro miglia, lungi un miglio di Candia, l’altra di lunghezza di miglia sette detta della Torre, la quale termina alla città di Retthimo.
In faccia a Candia per obliquo vi è fabricata la fortezza già nominata del Paleocastro, la quale (come poco prima si è detto) serve per disloggiare l’armata nemica dal ridotto della Fraschia et da buona parte della spiaggia dell’Armirò sudetta.
Il scoglio della Standia è pur anco lui per 14 miglia in circa di distanza, quasi in faccia rettamente della città di Candia, et verso questa costa settentrionale dell’isola. Ha cinque ridotti, tre de quali insieme considerati sono capaci d’ogni armata, contenendo cadauno di essi 60 in 70 galee in circa. Acqua non ha, ma 10 et 12 miglia luntano può esserne pigliata sopra l’isola et nell’uno solamente delli duoi luochi con poco contrasto.
Retthimo è habitato alla marina, dove sono stata riparate et rifabricate delle case, che già nella passata guerra furono abbruggiate dell’armata turchesca. Ha la fortezza sola stanza del rettore, del governatore, delli capitani et de soldati. È fabricata sopra un grebanoso colle, pochi passa lungi dalla marina. La cingono per giro d’800 passa in circa quattro bellouardetti dalla parte di terra et da quella di mare angolate cortine. Le loro piazze sono tutte anguste et di non compita architetura, scoperte da i siti oppositi et mal fabricate; et in somma è riuscita fortezza di poco conto et di minor sicurezza. Potrebbe a pena servire per spalla di quei popoli in caso di incursione, ma in tempo di guerra non gli servirà a cosa alcuna, per esser esposta quella summità del suo sito alle tante offese de nemici, senza habitationi et così ristetta, che è anco incapace di tanta gente. Et per conchiudere, pare che quello che è operato in questa fortezza, sia stato poco ben dissegnato et mal essequito. Il suo porto è atterato et è necessario il restaurarlo, così per il beneficio che ne riceverebbono li datii di Vostra serenità, se ci potessero entrar vasselli, come per salvezza delle galee, che vanno in su et ingiù per publichi servitii, le quali in distanza di 70 et 90 miglia non hanno alcun porto. Ho fatto far il dissegno et riuscirebbe benissimo, sicome ultimamente le scrissi. La spesa sarebbe di 8.000 ducati incirca et se quelli habbitanti volessero contribuire, laudarei che fosse presto restaurato per molto servitio di lei et in particolare per armar le galee di quella città, che’l mandar di là per terra le ciurme in Candia è cosa difficle et fastidiosa, et il mandar arsili a quella spiaggia è non senza pericolo di rompersi.
Da Retthimo si numeranno 50 miglia di riviera, per lo più grebanosa fino alla Canea, trovasi la spiaggia dell’Armirò et Petrea, lontana da Retthimo miglia otto et lunga sette. Et la spiaggia dell’Apricorno lunga miglia tre e distante da Retthimo miglia 22, di Candia 72 et della Canea 12. Il porto della Suda sta 25 miglia luntano da Retthimo et il ridutto del Maratthi miglia 24, il quale è buonissimo havendo dentro di sé un'altra valle, detta il Lutrachi, capace di 40 galee incirca.
Alle spiaggie di Petrea et Appricorna può sbarcar ogni armata. Nel porto della Suda vi può intrar nemica armata, non pottendo per tanta distanza supplir la fortezza di escluderla, segondo l’itentione et il bisogno. Un sollo rimedio, che a tempo di bisogno io stimo prestantissimo, si può sempre fare con spesa di pochissimo momento, l’ho posto in detta scrittura, della quale poco fa ho fatto mentione et perciò posso qui taccerlo per fuggir la lunghezza. Al Maratthi può arrivar l’armata, salvarsi et fermarsi a suo piacere. La Suda per se stessa è buona fortezza, mancandogli cose di poco momento, havendogli io fatto accomodare un de quei ballouardi ultimamente, che stava per cadere per esser sotto stato corroso dal mare, ha bisogno d’essergli fatto una porporella innanzi per conservar il fabricato. Et d’esser allargeta la piazza della linguetta, che hora è troppo stretta, la quale ha intentione de diffender la bocca più larga del porto.
Canea città fortificata è a canto il mare, come l’altre. È per doi miglia in circa di circuito cinta da quattro bellouardi, da una piataforma et da dui rivelini colle sue cortine. Ha otto cavallerotti, doi di assai reali piazze, che sono nelle gole delli doi bellouardi di Santa Lucia et Schiavo, ma gl’altri augustissimi et mal intesi, per esser stati fabricati sopra le proprie cortine, notabile errore nelle fortificationi, e per quanto si vede et affermano i più intendenti professori, perché cadendo la cortina per il tormento della continua batteria et per la zappa, vengono a cader anco li cavallerotti et in vezze di beneffitio si riceve il danno di riempir maggiormente la fossa colli terreni delle proprie diffese. È essa fortezza sottoposta a i siti di fuori. Ha poca fossa, la qual al tutto bisogna che sia cavata in ogni modo. Il suo porto è poco sicuro dalle fortune, atterato in gran parte et è stato cavato da me quanto ho pottuto, che altrimenti sarebbe del tutto aterato, et ha bisogno di continua cavatione, come ha anco quello di Candia. Dalla Canea alla fortezza delle Grabusse, ultimo scoglio dell’isola verso Ponenete, vi sono 50 miglia di riviera grebanosa et montuosa, vi s’interpone la spiaggia della Platanea, lunga miglia otto fin a Gognes, buonissima per il sbarco, luntana dalla Canea miglia sei. Arincontro [?] di questa Platanea vi è il scoglio qui innanzi nominato del Turlurù, detto anco di San Thodoro, c’ha due forti di poca consideratione, servono a disturbar l’armata nemica dal ridotto che fa il medesimo scoglio et dal far acqua alla Platanea, che gli è luntana dui miglia, ma strettamente l’uno e l’altro officio possono fare. Il benefficio di esse consiste più nella riputatione del nome di fortezza, che nell’effetto. Vi è anco fra Capo Spada et Capo Buso il golfo del Chissarno, il quale ha in sé due commodissime spiaggie per il disbarco et è commoda al camino fin alla Canea, il quale non è più di 25 et 28 miglia per buona strada.
La fortezza delle Grabusse è sopra l’eminenza d’un scoglio et è forte non meno per il sito, che per artificio, le cortine che la cingono sono fabricate in angolo, serve per non lasciar anidar in tempo di pace corsari nel suo ridotto, né in tempo di guerra armata nemica, et per ricever sicuramente aiuti et soccorsi. Dentro questa fortezza gli ho fatto principiare di fabricar una cisterna dalla parte di dietro per assicurarla dalle oppositioni che patiscono quelli, le qualli già nella erettione della fortezza furono fatte fuori nella muraglia, le quali con facilità possono dalli nemici esser levate. Di questa utile et necessaria opera ne può ha havuto il carico il clarissimo signor Francesco Belegno, hora Proveditor di detta fortezza, il quale è così valoroso et honorato, che può tener per fermo che gli sarà data perfettione tale, che riuscirà ottimamente non solo, ma con molto vantaggio di Vostra serenità.
Con il restaurar con pochissima spesa un mollo, si può ampliar un porto, che hora di 10 et all’hora di 50 galee sarà capace, dal quale può esser soccorsa l’isola. Et di quanta consideratione sia la facilità de soccorsi è molto ben chiaro da per sé, senza che io consumi più tempo a farne più lungo discorso. Poiché prima che io mi sbrigassi da questo compendio delli bisogni delle fortezze, io ho detto quanto può bastare per l’informatione dell’armar le galee, che è quel solo beneficio che può ricever da quel Regno, per la riputatione delle cose sue, non ho più a tardar di trattar con brevittà della cavallaria de nobili et feudati et della pagata, che è nervo importante della diffesa di quelle marine in ogni evento.
In tutto’l Regno furono da principio instituite 394 cavallarie, cioè tra Candia e Scitthia 234, a Retthimo 64 et alla Canea 96; et prima che io passi più oltra stimo necessario la dichiaratione di questo nome: una cavallaria dunque altro non è che un obligo di mostrar doi cavalli, uno de maggiori, che si chiama capo di lanza, et un altro secondo, che deve essere di qualità poco inferiore al primo. Essendosi dimminuite col tempo et per dir meglio smembrate queste cavallarie, fu dechiarito che sei serventarie s’intendessero una cavallaria intiera et tenute di mostrar li doi buoni cavalli già detti. Quattro serventarie sono obligate mostrar un primo cavallo capo di lanza. Due un secondo cavallo buon et sufficiente et una un buon roncino. Una serventaria fu parimenti dechiarata divisa in 24 caratti et secondo’l numero delli caratti, li feudatti sono tenuti di mostrar un roncino di tal carattada. L’intiero numero di tutta questa cavallaria deverebbe essere di 1.400 cavalli in circa. Di valersi di tutta questa cavallaria è impossibile, perché eccettuati 500 cavalli in circa, che tra tutte le città nominate di tutto’l numero di 1.400 si potranno cavare, gl’altri per una poca parte sono roncini poco buoni et il restante fin al sudetto numero di cattivissima qualità. Questi roncini sariano certo in occasione di fattione più tosto di danno che altrimenti, per la confusione che apporterebbe la imperfettione delli cavalli così piccoli, mal in arnese et inviciati. Et forse maggiore quelli che li cavalcano, che sono per il più villani posti a cavallo sotto nome di scudieri dalli medesimi cavallieri o heredi de cavallieri et da commissarie, li quali sono ineptissimi et affatto incapaci di simil nobile professione cavalaresca, senza speranza che mai possano riuscire, che certo alle mostre è una indignità et cosa ridicola a vederli, hora cader da cavallo et hora lasciarsi trasportar adietro dalli cavalli invece di spingerli innanzi. Questo disordine mi fa colla debita riverenza mia metterle innanzi, che meglio sarebbe tener in piedi il sollo numero delli 500 buoni cavalli capi di lanza et secondi. Imperoché il sito del Regno aspero et montuoso, non permette altrove l’uso della cavallaria (si può dire) che alle marine, dove venirebbe quasi a suplire questo numero, aggiunto all’altro di Stratthia, che lei mandasse in tempo di guerra. Hanno anco poca voglia quei suoi nobili et altri cavallieri di cavalcare et hanno chiaramente scoperto questo fermo proponimento del loro animo nell’ambasciata dell’anno 1582, nella quale hanno appertamente dimandato d’esser liberi da quest’obligo di montar in persona a cavallo, si aggiunge che nelli mottivi di guerra delli migliori di questi sarebbono impiegati sopra la sua armata, laudere perciò che tenendo fermo detto numero di 500 cavalli, gl’altri roncini, che doveriano passar 800, fossero composti in denari, liberando tutti quelli altri, che mostrano roncini della detta cativa qualità, così dall’obligo di tenerli et mostrarli, come di comparer mai alle mostre. Ma dall’altro canto obligarli a pagar nella Camera fiscal de otto caratti in giù doi ducati per caratto et da otto caratti in su solamente uno, o quella quantità di più o di meno che a Lei paresse, che in questo io mi rimetto, et non attendendo all’obligo loro di tempo in tempo fussero astretti come gl’altri debbitori di Camera. Quelli delli cavallieri c’hanno buoni cavalli fossero, come hora sono, in obligo di mostrar li buoni cavalli et cavalcarli, quelli che vogliono come hora costumano. Ma perché intende che di cavalcar in tempo di pace hanno poca voglia, si ha da credere che in tempo di guerra n’haveranno tanto manco, quanto maggior sarà il pericolo dell’occasione, la qual maggiormente li accenderà di voglia di prender iscusa, come già hanno incominciato dire, che una parte sarà sopra le galee et l’altra non potrà uscir fuori et lasciar le moglie, i figlioli, gl’agenti et li denari a descrittione de soldati italiani che restassero nelle città per pressidio. Non havendo in tempo tale la militia freno di leze, né di governo intieramente. Dirò dunque anco intorno a questa parte, che essendo benissimo riusciti li 10 soldati per cento, che la Serenità vostra, per quello che io gli ricordai con mie lettere, mi diede ordine che si dovessero sciegliere dalle compagnie di fantaria italiana per cavalcar alle mostre, sarebbe molto giovevole che fusse accresciuto il numero fin a 20 per cento, con obligo alli capitani di compagnie italiane di ritrovar et tener in essere questo numero di 20 percento atti a cavalcare di tutte le compagnie che faranno. Et questi tali doveranno havere, oltra la loro paga ordinaria, un scudo al mese di quelli denari che si cavaranno dalla compositione de i roncini già detti et di questi denari ne sopravanzzarebbe una buona summa, la quale restarebbe in Camera a beneffitio della Serenità vostra, obligando li cavallieri di accomodar li soldati predetti delli loro cavalli scritti, che mostrano ad arbitrio del Generale, et in sua assentia del Proveditor della cavallaria, per poter sapere gl’andamenti delli cavalli et meglio essercitarsi. Del qual modo in ogni sua occorenza haverebbe pronti 500 buoni cavalli con 500 buoni cavallieri sopra. Qui mi potrebbe esser detto che questi soldati in tempo di guerra non potranno supplir a piedi dentro la città e fuori a cavallo. A questa obiettione rispondo che non è dubbio che in tempo di pace benissimo possono supplir. Et che in tempo di guerra, oltra il numero che a Lei parerà destinare per la diffesa, provederà sopranumerariamente sempre di 500 di più, havendo rispetto che 500 di quelli fanti che la si trovaranno doveranno fare le loro fattioni a cavallo. Et se lei si rissolvesse anco di mandar tanti Albanesi, compresi nel numero della fantaria italiana, che in tempo di pace facessero anco le loro fattioni de i fanti a piedi, si come altre volte (conoscendo questo gran bisogno) ha deliberato, tanto lauderei. Ma anco di questo modo ci bisognarebbe la provisione di 500 fanti di più in caso di guerra, da questa provisione potrebbe ancor ricevere un altro non mediocre beneficio, di liberarsi dalla grave [?] spesa della Stratthia, la quale è di poco meno di 30.000 ducati in circa l’anno. Questa cavallaria pagata di 300 cavalli in sei compagnie, con cinque capitani et un governator, se vorà continuar di tenerla tutta o parte, sarà necessario che regoli li presenti capitani, cadauno de quali passano sei anni che sono nel Regno et per diversi accidenti di morte, di carestie et d’altro é deteriorata assai detta cavallaria, con tutto che io con assidua cura l’habbi mantenuta et gl’habbi prestato ogni favore et aiuto, ma per dir il vero sono in così alto pretio li cavalli in quel Regno, che quando ne morono li poveri stradiotti coll’imprestido di 33 cechini, de quali lei li soviene per comprarsi cavallo, non è possibile che per la loro povertà possono rimettersi bene a cavallo, costandogli 100 cechini o per il meno 80, 70 et 60 cechini ogni cavallo, ben di mediocre qualità, la spesa è gravissima et si può dir eccessiva; questa è materia da esser presto et ben consigliata per discernere et deliberar il meglio. Più facile sarà il modo di liberarsi in tempo di pace dalla gravissima spesa di questa Stratthia o della maggior parte, quando di tal maniere a fruttuoso servitio sia ridotto questa cavallaria feudata, che all’hora potrà dire di haver un conveniente nervo di cavallaria et farne sopra qualche fondamento, quello che così stando non può far certo. Con tutto che il clarissimo signor Agostin da Canale, gentil huomo compito in ogni conto et intendentissimo di questa proffissione, si affattichi di bene ridurla et invero ha fatto non poco frutto, ma a lui non sta per dir il vero di rimover l’animo de i nobili e feudati dal loro fermo pensiero di non cavalcar in tempo di guerra, benché al presente alle mostre gli facci cavalcar tutti niuno eccettuato, quello che per l’adietro schivavano la maggior parte. Ne meno può rimediar all’imperfettione di quei roncini già detti, se’l rimedio non viene dalla mano di Lei che sola gli può provedere. Et hora che questo sogetto nato et allevato in questa professione cavalcaresca, nella quale se ne compiace et la esercita con ogni militar modo, mentre egli è in questo carico, non deve tardar più di farne rilevante provisione, perché la sua deliberatione può star sicura che sarà mandata ad utilissimo effetto da suo rappresentante d’ottima mente, instruttissimo del mestiero et che ad altro non pensa che di ridur bene essa cavallaria, perloché non risparmia ad alcuna industria né fatica immaginabile.
Passerò hora alle cernide et privileggiati, da esse espedendomi tra pochissime parole per dir poi della fantaria italiana et con due o tre altri capi necessarii metter fine. Queste cernide, che sono in numero di 6.800, come da principio si è detto, dal suo proprio nome si cava che siano buone, poiché [poche] cernide, quasi cernite si chiamino. Una parte di queste sono quelle di Scitthia et Gierapietra sono state benissimo essercitate dal fu signor governator Horatio Longo, la cui fruttuosa maniera di essercitarle tanto mi piaceva, operando et insegnando lui medesimo, seben era governatore et c’haveva li suoi officiali come sergente maggiore et altri che io havevo in animo di proponer alla Serenità vostra di dargli il carico di tutte. Hora havendolo il Signor Dio chiamato a sé, stimo molto necesario per la buona essercitatione di esse, essendo quasi tutte buonissime genti, che si pensi a modo di mandargli sopra capitani esperimentati di qualche anno, che sappino et possano essercitarle, perché se io debbo dir il vero, in 53 mesi che io sono stato in quel Regno non ho veduto altre di esse cernide far frutto che le dette di Scitthia et Gerapetra. Et un puoco di buon principio in quelle della Canea, che ultimamente erano state assignate in governo al medesimo governator Longo. Questo è da stimarsi materia molto importante, perché lasciando da parte una grossa spesa che fa in polvere et stoppini, in governatori, capitani et tanti loro officiali, che importa appresso 7.000 ducati l’anno, in occasione di bisogno in questo stato poco potriano servire. Ma quando essi ancora si sentiranno ben essercitati et atti all’archibuso, senza dubbio faranno maggior animo et potranno riuscir di qualche buon servitio, perché non è dubbio che in essi ci è la robustezza del corpo, la fede et l’obedienza.
Un’altra sorte di contadini che si essercitano nell’armi si chiamano privileggiati in numero di 6.580, li quali, si come da principio è stato detto, per gratia già della Serenità vostra furono fatti essenti di vogar in galea et dall’angaria per benemeriti de loro progenitori et non hanno altro obligo che di essercitarsi nell’armi et di andar a servir per scapoli, quando si arano galee. Questa sorte di gente è declinata assai, sendone tra questo numero molti vecchi et innutili. O sia la causa, perché havendo obligo un mese doppo il nascimento delli loro figlioli di andar a farli descriver dentro le città in un libro a questo deputato, di che molti hanno mancato et mancano tuttavia, et perciò sono caduti molti buoni da fatti dal privileggio, o pure perché conservandosi essi fin alla morte nel medesimo obligo di comparer alle mostre indifferentemente gioveni et vecchi d’ogni sorte, non si veda quella gente fiorita che si ricercheria. Lauderei perciò che lei desse quell’auttorità alli suoi Generali di 10 in 10 anni, che un’altra volta diede all’illustrissimo signor Proveditor Mocenigo mio precessore, di poter ricever le loro giustificationi sopra il legitimo nascimento delli loro figlioli et non ostante che secondo l’obligo non li habbino dati in nota nel termine del mese, che fossero non dimeno descritti nel predetto libro de privileggiati. Et che come si osserva delli galeotti arrivati all’età delli anni 60 che sono fuori d’obligo, fossero anco questi giunti a quella età liberi di comparer alle mostre dell’essercitatione nell’armi et di andar per scapoli et di far alcun altra di quelle cose alle quali sono tenuti. Del qual modo resterebbe più rafinato questo numero d’huomini, loro maggiormente resteriano contenti et lei saperebbe che quel numero c’havesse sarebbe buono da valersene in occasione. Servendosi di iscusa anco li capitani, c’hanno obligo d’essercitarli, di dire che sendo vecchi non sanno che partito prendere per insegnar loro il mestiero dell’armi, il quale per la grave età non sono più in stato di essercitare. Dovendosi tener gran conto di far star preparato ben ad ordine il numero di queste genti da spada paesane et di farlo accerescere et ben essercitare, come si è detto delle cernide, perché in parte così lontana non potrà mai mandar sempre tanto a tempo soldati, né tanti, che prima non sia necessario che questi si adoperino in qualche fattione et però come forze naturali del Regno sono più prossime alla diffesa et devono essere quanto più si possa acresciute et essercitate, perché non possono che conferire alla conservatione del Regno. A questo passo posso attendere di spender un momento di tempo a dir de Sfachiotti, quello che le ho promesso. Questi habitano il territorio della Canea in parte sterile et sono poco meno di 3.000, et tra essi intorno 1.000 buoni da fatti. Sono industriosi per il più lavorando dell’arte di fabro et di marangone et di calafatti et anco ne i boschi vicini, cavando pegolle et faccendo fino la polvere fina da per loro, si assuefanno quasi naturalmente a tirar d’archibuggio, inquieti assai, dediti al rubare et alle vendete, perché sono di corpo robusti et d’anmo forti et altieri. Sono presso tre anni che col mezo del buon governo fatto dal magnifico signor Michiel Callergi, che ci è stato ultimamente Proveditore, mandato come gl’altri nobili veneti residenti alla Canea per elletion ordinaria del clarissimo Reggimento di Candia, si sono aquetati, che in questo tempo non si è sentito alcuna cosa di momento, da che si conosce assai chiaro che se la Serenità vostra gli provedette [?] di buon governo pur d’un suo nobile veneto, ma mandato di qua per scrutinio et poi per Maggior consiglio. Questi sono appresso a 1.000 buoni huomini da spada, che in occasione si può tener che siano nemici et che possano dar qualche desturbo nelli motivi di guerra, ma non già quell’ultimo danno, che da alcuni si va dubitando, sarebbono ridotti in obedientia et fatti buoni sudditi, et per il mediocre numero in che sono conferirebbono mirabilmente la diffesa sopra ogni altra gente di quel Regno, et è da farci provisione. Un’altra parte del detto numero de Sfacchioti, avversarii di questi detti Papadopoli, habbitanti nel territorio di Retthimo, che sono poco meno di 500 da fatti, che erano tanto insolenti, quanto io le scrissi, et che erano separati dall’obedienza, gli ho ridotti obedienti con castigarne 12 in circa, parte di pena capitale, parte in vita in preggione et gli altri in galera di condanati, loro stessi bramano et dimandano questa sorte di governo; et è degna di gran consideratione questa materia et di essere bene consigliata, nel qual caso quando io sarò dimandato gli dirò particolari di questa gente, che forse la moveranno a farne la debita provisione, perché vivendo gran parte d’essi in particolare di tagliar legnami (come si è detto) hanno buone maistranze per l’arsenale, et ridotti all’obedienza et inquiete et scacciatine [?] o accommodato li banditi che possono essere intorno 120 in circa, se ne caverà gran frutto in tempo di pace et maggiore in occasione di guerra, che così stando si può dire colla briglia sul collo con quell’usato governo, sempre anderà peggiorando et facendosi maggiore l’insolenza et gli altri diffetti loro.
Della fantaria italiana poche cose ho da dire, havendola sempre bene raffinata et particolarmente quando mi ordinò che la riducessi al numero di 4.000, si come io esseguì immediate, et al mio partire l’ho lasciata al numero di 3.600 in circa, che era a sufficienza per la tranquillità de tempi. Erano essi tutti buoni et utili soldati, havendo io il settembre passato cassato alquanti d’innutili, ancora che io non credo che arivassero a 60, inviandoli colli passaggi de moscatti. Erano sotto buoni capi. Incominciando dal principale che il signor Hannibale Gonzaga governator generale, per la lunga epserientia c’ha della guerra, acquistata nelli esserciti combattendo, in ogni suo detto et operatione si mostra prudente et vero soldato et di gran qualità, et in vero del suo servitio può restar molto sodisfatta et tener per fermo di haver in ogni sua occorenza sogetto, che nelle cose militari assai vaglia, et per questo et per le altre sue nobilissime conditioni da farne gran stima. Et perché con buona militar disciplina bene governa quella militia. Personaggi hora non ha nel Regno, ma solamente capitani, et havendo il loro tempo finito 10 di questi, aspettavano al mio partire d’essere regolati. Sarà se non bene che nel Regno mandi non pur 10 compagnie, ma alcune di più, con ordine del numero stabilito che vorà tener nel Regno, affine che possano essere licentiati quelli soldati c’haverano prestato per il debito tempo delli cinque anni il dovuro servitio. Et a questi tempi che regnano i Maestrali, venti propitii per far quel viaggio in 12 et 15 giorni, ha da mandar sempre la militia in quel Regno, perché così spenderà manco in fargli le spese per viaggio et in dargli paghe infruttuose, come sempre accade quando li manda fuori di questi mesi di maggio, giugno et luglio in altre staggioni. Et che è peggio molti ne amalano et morono ben spesso per viaggio et in arrivando nel Regno, con danno notabile di lei, che li ha sostentati et pagati, et con rammarico delli loro più propinqui, che fa accrescer pregiudicial fama che chi va in quel Regno o per un verso o per un altro non ritorna più a casa. Però per maggior resparmio di essa stessa et commodo de poveri soldati, stabilisca al tutto di non mandar soldati da altro tempo, che nelli predetti tre mesi. Lauderei che ogni anno mandasse nel Regno due et tre compagnie per potersi licentiar affatto l’inutili et alcuno che dimanda per giusta causa licentia et supplir all’instanza di questi et al difetto di quelli che mancano per fuga o per castighi criminali o per morte, perché andarebbono questi predendo pian piano l’aria del paese et non sarebbe tutta nova gente ad un tratto che amala et sta i mesi prima che possa prestar servitio. Li capitani in tempo mio hanno fatto il loro debito et quelli di essi che hanno errato [?] senza altro riguardo che del servitio di lei et delle giustitia io li ho castigati. Restami dirle che a questi tempi li soldati di quelli pressidii vivono in gran stretezza, sendo salite tutte le cose pertinenti al vivere a più alti prezzi dell’usato et non dimano la paga, che era 16 lire et gazette 4, l’ha accresciuta a lire 19 et gazette sei di quella monetta et loro hanno fattica a vivere. Et per non accrescere più la paga direi che facesse vantaggiar il soldato almeno nel pane et nel vino. Del pane come io ho fatto nella carestia, che trovandomi del formento di ragione di Vostra serenità ancora nelle buse a buon mercato, di quello ho fatto dar alla militia solamente et con esso si è mantenuta che si può dir che non habbia provato la carestia, altrimenti haverebbe fatto sentire qualche mal effetto della sua disperatione. Sarà per questo sempre et per far biscotti sommamente necessarii in quel Regno una buona provisione de formenti, nelli quali lei mai ci può perdere, perché ivi si comprano a così bassi prezzi di 10, 11 et 12 lire il staro, che quando non gli tornasse conto venderli convertendoli in biscotti sempre ne viene ad avanzare, però et per biscotti per mantener le galee della guardia del Regno quando s’armano et dell’altre quando arrivano per suo servitio et per la militia, è sommamente necessaria questa provisione de formenti, affine di potter far mangiar il pane a meglio mercato alli poveri soldati, senza alcun interesse di lei che del vino, non riuscendo l’obligatione del datiaro, nella quale vi è tanta fraude, che’l povero soldato con poco o niun vantaggio beve quasi sempre vino corrotto la maggior parte et guasto dove bisogna pensar a miglior modo. Et dirò sempre il parer mio quando sia dimandato. Vanno tre anni che lei non ha mandato panni per vestir questa militia, li quali molto giovamento apportandogli et a lei niun interesse, se commetterà a chi ha il carico la provisione ordinaria, non sarà che opportuna.
Poiché della fantaria italiana, ho detto quanto ricercava il bisogno, parmi qui luoco più a proposito di parlar anco de bombardieri. Tutte le città hanno un capo per una col suo numero de bombardieri. Delli capi mi è forza dirne il vero, perché si tratta di troppo suo interesse.
Quello di Candia et quello della Canea potrebbono essere più intendenti della proffesione et in particolare Candia un huono di singolar valore et Canea non manco, sendo queste le principali piazze; et ha gran bisogno di buona riforma il numero et la quantità delli bombardieri, perché pochi sono quelli che sappiano bene l’arte. Dodeci furono destinati da questa città con 120 ducati l’anno et si mandano, ma anco di questi va ogni giorno declinando la qualità, dove consistendo in questa sorte d’huomini la principal diffesa delle fortezze, è da farne presta et gagliarda provisione. Alla quale con buon fondamento non si potrà venire, se prima non si venirà ad una general consulta della qualità dell’artellarie che devono usarsi in tutte quelle fortezze, perché con tutto che n’habbia fatte combiar più volte ancora diversi sono li pareri. Queste sono materie dove ogni cosa consiste, mentre ha tempo si devono terminare et essequire con celerità. Io mi persoado haver fatto il mio debito a ricordarle et darò anco quel più particolar conto che mi sarà commesso, purché se gli provedda presto et secondo il bsigono, che è grande certo. Et di stabilir anco il numero della munitione della polvere, la cui quantità dipende medesimamente dalla regolatione dell’artellarie, separando quella c’ha sempre da stare per il pressidio, dall’altra che si consuma nell’ordinanza nella militia italiana et nell’altre occorenza, siché quella che deve conservarsi per diffesa non sia tocca mai, che per rivederla et acconciarla secondo il bisogno. Et in mandar un sopraintendente, così per questo come riveder spesso li bombardieri, è cosa sopramodo necessaria et stimolo a tutti di farsi periti nell’arte per il rossore et per la tema d’esser cassi, quando si scuoprissero poco atti, perché in quei sospetti il maggior travaglio che io havessi con quei clarissimi signori suoi rappresentanti era il mancamento de bombardieri et de scolari, il numero de quali all’hora era dimminuito assai per causa del contaggio, che ancora continuava. Et a quel tempo tra l’altre honorate et utili operationi fatte dal clarissimo signor Bortholomio da Ca’ da Pesaro in servitio di Vostra serenità, mentre era Vice rettore di Retthimo, questo riuscì fruttuosissimo et singolare, che sendogli da me scritto il bisgono in quella urgentia di occasione, mi mando immediate in Candia un numero di 40 buoni scolari bombardieri, li quali colla diligentia che Sua signoria clarissima haveva fatto usar per inanzi in farli essercitare, erano assai sufficienti, aiuto che in quei motivi così travagliosi diede molto refrigerio. Con questa occasione non debbo ne anco tacere, che nell’armar le due galee di quella città di Retthimo, per quella stessa occorenza dell’anno 1594, fu Sua signoria clarissima così accurata et diligente, che non si tosto ricevé l’ordine che li galeotti furono in manco di sei giorni in pronto et prestissimo armate de due galee, riuscirono delle migliori. Ha eretto un hospitale delle fondamente, utilissimo et necessario per li soldati, che non ve ne era, et ciò senza alcuna spesa publica. Acrebbe li datii di quella Camera migliara di ducati col suo valore, col qual le munitioni et quell’armaria si ridussero in buon stato, et usò vigilanza per 28 mesi ne i confini, che il contaggio di Candia non passasse nel territorio et città di Retthimo, che con quella cura di negotio tanto importante per consequenza si preservorono sane anco le parti della Canea. Mantene di biade sempre abondante quel luoco et finalmente ha retto quei popoli con integrità et giustitia così singolari, che ben conosciute da tutta quella città, ne dimostrorono tutti nel suo partire con publici et nobili segni compita sodisfattione.
Altro tanto e più posso dire del clarissimo signor Giacomo da Ca’ da Pesaro Rettor successore che ultimamente ha rinontiato il carico al clarissimo signor Bortholomio Paruta, il quale nella grandissima carestia dell’anno 1596, nella quale gli ho porto quell’aiuto maggiore che io ho potuto, ha fatto quel più che far possa humana opra, carità et ingegno. In tutte l’altre cose di quel governo è stato così prudente, circospetto et avvedato che non solo ha confirmato quello che sempre si è creduto della sua bontà et virtù, ma col suo ottimo governo tutto in volto all’utile et all’honore di lei, si ha fatto consocere per gentil huomo da bene, molto et molto intendente et degno d’ogni maggior carico.
Prima che io dia fine a questo mio ragionamento persoadendomi che le possano esser grati alcuni particolari del Regno, parmi hora tempo di reasumerli. In esso vi sono quattro città, tre delle quali fortificate, comprese tutte l’altre fortezze delli scogli sono otto. Li castelli di adunanza et non di fortificatione sottoposti alle città sono in tutto 16 governati da nobili veneti, nati in quelle città et da nobili cretensi. Sottoposti alli detti castelli sono casali 1.077, anime in tutto computate quelle delle città, delli castelli et delli casali sudetti in tutto il Regno 197.830. Di questi da fatti 49.680. Delli detti da fatti, nell’ordinanze se ne trovano descritti 14.580. Nelle angarie 33.000. Dalle quali si cavano 26.000 galeotti et 2.100 di Scitthia, dove non sono angarie; in tutto sono 28.100 galeotti per più di 100 buone galee. Tutta la spesa che fa nel Regno passa 300.000 ducati all’anno ordinariamente.
Et quando in esso si armano galee arrivano a 400.000. Quello che si cava d’entrata da tutto’l Regno sono poco più di 80.000 ducati l’anno. Quello che lei conviene mandar ogn’anno da questo errario sono ordinariamente 200.000 ducati poco più et quando ivi si arma 300.000. Quello che s’appartiene a mantener in stato et in diffesa il Regno, è dar fine a tutte quelle fortezze, almeno secondo il dissegnato. Non producendo il Regno biade che supplisca al vivere di tutto l’anno. è necessario tener sempre un grosso deposito de formenti, et per far biscotti per le galee del Regno et anco per quelle che arrivano dal golfo per servitio del Regno; et per li bisogni delle fortezze, per il vivere de soldati et delle genti che accadesse condur in campagna, megli, sali, legne et aceto per le fortezze, ferarezza et legnami per li ordinarii bisogni et per quelli di guerra. Proveder di buona essercitatione di tempo in tempo a quelle cernide et privileggiati. Li capi de bombardieri delle città siano huomini periti et sufficienti, li bombardieri buoni et atti. Et un sopraintendente peritissimo dell’arte et dell’artellarie, far stabilire la qualità dell’artellarie et la quantità delle polvere. Et della destinata per munitione delle fortezze non ha mai impiegata in altro uso, né tocca, che per acconcialtra [?]. Quando sarà guerra stiano armate almeno 50 galee nel Regno et sia usato destro et conveniente modo, non permettendo che per alcun verso siano agravati, né mal sodisfatti li galeotti; et non bastando l’assignamento già fatto per esser accresciuta la spesa, doverà per buona regolatione esser fatto novo assignamento, che supplisca al bisogno. Mandate ad effetto le sopradite cose tutte necessarie per il suo mantenimento et conservatione, quando haverà ivi un suo rappersentante, che commandi l’armi, d’animo generoso et forte, che in persona combatta, se non potrà il disbarco, che rispetto al numero di così spatiose spiaggie, io lo tengo per difficile per non dir impossibile, per le forze che può prestar la Republica, almeno impedisca et contrasti li progressi di esso alle marine et che con prudente et soave maniera conservi quei suoi fedelissimi popoli nella fede et devotione verso Vostra serenità nella quale vivono al presente, potrà lei star coll’animo risposato et tener per fermo che si diffenderà in modo il Regno con ogni poco d’aiuto di gente italiana, che la sua vittoriosa conservatione sarà il splendore di questa Republica et confusione de nemici, che lo faccia il Redentor del mondo, come lo credo et spero.
Prima che io entri a dirle come possa dimminuirle spese et accrescer l’entrate nel Regno ho necessità di spender due parole sopra il maneggio che io ho fatto di poco meno di 2.000.000 di ducati del danaro publico, il qual tutto è passato per le Camere, nelle casse ordinarie et dispensato con bollette sottoscrite dalli clarissimi signori suoi Rappresentanti et da me insieme, secondo l’ordinario et non mai altrimenti.
Nelli miseri et pericolosi naufraggii c’ho patito, abbandonati li pensieri della vita, d’altro non havevo cura né tenevo la mente fissa in cosa al mondo, che la conservatione deli doi libri de miei conti, tenendoli io stesso colle mie mani stretti al petto con particlar custodia, che manco che fosse possibile si bagnassero, nelli quali conti consistendo l’honor mio, mi pareva che nella conservatione di essi più che della mia vita si trasse. Essi miei conti ho presentato all’officio delli clarissimi signori Regolatori sopra la scrittura et potranno sempre far fede che li più particolari et distinti di tutto questo maneggio non haveranno veduto da quel Regno. Nel mio arrivo dunque in esso per li sospetti che correvano et per causa della peste erano appresso 6.000 fanti, numero di più grave spesa et maggiore che sia stato in tutto’l tempo di 53 mesi che l’ho servita, il [?] lungo tempo con molte occasioni di pagar debiti c’ho trovati d’armar galee et altre assai dispendiose, a Vostra serenità talvolta ha fatto sentir molesta tanta spesa, della quale in ristretto ne dirò per poco spatio. Et vederà [?] che non eccederà l’ordinaria.
Li denari che in tutto’l tempo del mio carico ho ricevuti da questa città, compresi quelli che mi furono consignati al mio partire, ascendono alla summa di ducati 680.380, li tolti da me a cambio a 441.014, li riscossi dalle Camere del Regno de datii, livelli et de crediti publici ducati 596.965. Et da debbitori vecchi occulti et inessigibili ducati 20.000, li detti da Venetia li cambii et li riscossi dalle Camere tutti insieme fanno la suma di 1.749.802. All’incontro li spesi nelli pagamenti della militia sono stati ducati 848.000. Nella Stratthia 100.000. Nelli stipendiati per l’essertatione delle cernide, overo ordinanze 30.896. Nelli bombardieri 20.849. Alli clarissimi capitani della guardia et per le loro conserve 65.129. Nelli avanzi et nell’armar le galee del Regno 108.014. Nelli biscotti, formenti per farne, arme et altre cose per le munitioni et spese diverse che ordinariamente occorono in esso Regno, come per li conti distintamente si vede, ducati 276.240. Mandati a Cerigo et Thine 64.000. Pagati a creditori per essecutione delle lettere di Vostra serenità ducati 43.000. Salarii de reggimenti ducati 82.087. Salarii diversi 41.081. Salarii de marinari 6.053. Nelle fabriche delle fortificationi delle città et fortezze ducati 13.000 in circa. Spese diverse che ordinariamente occorono farsi dalli clarissimi Proveditori delle fortezze ducati 3.719. Et lasciati in essere in potere del clarissimo signor Capitano di Candia cecchini 10.627 et ducati 40.000 di moneda; et tutta la sopradita summa di spese et de lasciati in essere ducati 1.749.802, che vien ad esser giusta appunto tanta summa in numero quanto è stato il riscosso.
Delli cecchini anco, che mi ha mandato per formenti di quelli che io ho speso ho avanzato, dal prezzo che me li ha mandati a quello che li ho spesi ducati 3.443, et li ho posti in Camera per partita viva a beneficio di Vostra serenità. Et se non mi havesse mandato quella parte, colla quale prohibì che non passassero 10 lire li cechini, gli haverei fatto guadagnar ancora di questa ragione più di 8.000 ducati, ma quando mi accadeva mandarli a clarissimi Rettori per comprar formenti non potevo (ben con mio ramarico) valutarli che giusta la parte. Et quando io vidi che lei me ne mandò a 10 lire et sei gazete, quando da poi io ne mandavo glie li ho valutati a 11 lire et meza et 12 lire l’uno, secondo il corso di quelle piazze. Et il tutto è stato da Sue signorie clarissime ben essequito.
Questi conti che io le ho qui reasunto et che ho presentati alli [?] particolari così a ragione per ragione separatamente servono fino tutto settembre, che sono il riscosso et speso di tutto’l Regno per quasi 52 mesi; et ancor che da precessori miei non siamo mai stati portati simili conti generali, ma solamente delli dennari mandatigli da Venetia et della spesa fatta con essi, perché per dir il vero gli altri erano portati dagl’altri clarissimi suoi rappresentanti. Io non dimeno havendomi lei già scritto di mandarle un conto di 500.000 ducati, ho voluto portar meco tutti li conti chiari et distinti con ogni particolare, acciché possa minutamente esser informata di tutt’l maneggio et restar in ogni parte sodisfatta, non solo, ma introdurr appresso questo buon ordine, se così le piacerà di far continuare, che li Generali portino essi ancora tutti li conti, non tanto delli denari havuti et mandati di qua ma appresso delli riscossi nel Regno et di tutti li spesi in qual si voglia cosa, accioché se bene non sono giunti ancora li Rettori, lei possa far vedere le sue ragioni. La Serenità vostra con questo eccellentissimo Consiglio mi scrisse anco di non dover pigliar denari a cambio, perché stimava che fosse suo danno. Et se bene per la mia commissione et per altre lettere precedenti me lo haveva commandato, sopra che io le risposi all’hora disgannandola, che non era suo danno et che sue ne sia astenuto da poi quanto ha portato la debita mia obedientia et non già perché lei delli cambii ne ricevesse alcun interesse, mi par però troppo necessario di disgannarla [?] anco al presente per suo grandisismo servitio et per interesse mio, perché gran biasimo meritarei (con tutto che io havevo ordine di pigliar denari a cambio) se ne havessi pigliati con suo danno, senza havergliene almeno fatto sapere alcuna cosa per aspettare il suo ordine et altra provisione, si come ho costumato di far sempre in altre materie, dove ho conosciuto qualche suo imminente danno. Io non ho a diffendermi in questo luoco, perché in questo proposito non ho fatto altro che concesso alla necessità et obedito all’ordine suo della mia commissione et delle lettere scrittemi da poi, che io potessi et dovessi pigliar a cambio. Ma per gran servitio di lei son in obligo di levargli quest’ombra, che cotra il commodo suo gli è stata messa innanzi, non so a che fine. Dico dunque che io ho pigliato a cambio giusta in tutto et per tutto l’ordine suo, cioè pigliato moneda venetiana dell’impronto di Vostra serenità a ducato per ducato et non mai altra valuta a gazette 62 per ducato, et sebene fossero anco stati pigliati cechini, lei non haverebbe havuto interesse, perché sarebbono stati spesi per quell’istesso prezzo che s’havessero ricevuti, tuttavia havendo io imparato di obedire sempre, per bigono in che sia stato di danaro per li pagamenti di militia, che per altro mai ho pigliato danari a cambio mai, mai [ripetuto nel testo] dico mai ho permesso che sia pigliato pur un cecchino a cambio istesso valuta che qui corre. Et per sua informatione li denari de cambii tutti passavano per Camera et in essa per la parte ultima delli cecchini, non pottendosi ricever che a 10 lire l’uno era senz’altro escluso il cechino. Questo negotio serenissimo prencipe, illustrissimi et eccellentissimi signori è passato publicamente per Camera per mano delli clarissimi signori Camerlenghi, può da loro signori prenderne informatione; et se bene non accade in cosa tanto chiara et di verità tanto reale dir molte cose, perché sia certa che faccio professione di dir il vero sempre et di ceder ben di saper et d’ogni altra cosa all’ultimo di questa Patria, ma di riverente obedienza et di real zelo verso le cose sue, non cedo punto a chi si sia. Dico però che se si trova mai che di mio ordine et con mia saputa sia mai stato pigliato un solo cechino o altro oro a cambio, altro che moneta venetiana, mi stimi indegno della sua gratia et di questa nobiltà, che m’ha donato il Signor Dio. Mi accorgo di far errore a mostrargli che lei non habbia danno nelli cambii, ma che più tosto debba fargli toccar con mano, che ha utile et vantaggio manifesto et indubitabile, che mi ha fatto far questo officio et non altro rispetto certo. Se viene dunque dato a Vostra serenità in tanta della sua moneta in quella Camera di Candia a cambio 124 soldi, che sono le 62 gazete chiamate nelle lettere di cambio, che fanno ducati giusti correnti da lire sei soldi quattro per ducato, et che lei all’incontro, né più né manco paga qui questo cambio in tante delle sue monete, questo ducato corrente a lire sei soldi quattro per ducato, che fanno 62 gazette o vogliamo dire 24 soldi, lei con questo cambio schiva risego [?] se li manda colle sue galee che pur naufraggano et così non fosse che’l rompermi con galee con tanto danno, l’ho provato duoi volte, viene ad avanzar oltra di ciò la spesa che lei fa quando manda fuori denari, in sachetti, in groppadure et casse, che importano centenara di ducati. Risparmia i noli et le sicurtà di essi, che gli costano migliaia di ducati, quando non havendo commodità di galee, li manda assicurandoli sopra vasselli de particolari.
Mi potrà qui esser detto che pigliando a cambio non espedisce li quattrini, delli quali guadagna. Questa da se stessa si risolve, che mai ha mandato quattrini che non gli siano stati espediti prestissimo. Che di questa moneta che è molto incommoda et lunga non ne può mandare che 6 o 8.000 ducati alla volta, et che sempre potrebbe mandarli et espedirli anco che li cambii supplissero a quelle spese, che non è, perché la il negotio è debole in quelle piazze et a gran giunta non si può haver a cambio di quello che bisogna spendere, che per il più bisogna pregare nelle necessità quelli pochi mercanti che negotiano et altri che si sappi c’habbino denari, che ne diano a cambio. Et se io ne hebbi quella summa già tre anni sono, fu per un incontro di questa sorte, che molti suoi nobili et altri c’habitavano qui venderono terreni et levarono depositi et per l’ordinario non se ne può havere quantità, come può informarsi.
Questo sia detto per dar lume alla verità et affineche sappi con certezza, che se io non vaglio quanto io vorrei per meglio servirla, non ho tuttavia permesso certo mai che lai habbia ricevuto minimo danno né interesse in alcun conto delle cose che dipendevano dal mio carico. Gli ho bene fatto avanzar come nel lazo delli cecchini, che io stesso gli ho investito in formenti, che sono li ducati 3.543 poco fa detti, che appareno per partita viva in quelle Camere. Da che può assicurarsi che da me non è stata lesciata cosa a dietro per vantaggiarla in ogni conto che gliene direi migliara e migliara che gli ho fatto avanzare, se non fosse che’l tempo mi stringe di dar fine et mi leva la commodità. Dirò solo che in una sola partita che poco fa gli ho commemorato gli ho fatto guadarnar 20.000 ducati di vecchi et occulti debitori, trovati dal mio ragionato. In somma non sarebbe stata cosa che per risparmiargli il suo dannaro et avanzargli, non havessi fatto, et se ben l’hora non mi serve al presente, non verrà molto tempo che lo tocherà con mano, perché Dio è perfetta bontà et somma verità et non permette che né li buoni, né li cattivi affetti dell’animo et l’operationi degl’huomini stiano lungamente occulte et annebiate.
Poche cose mi occore dirle per la dimminutione della spesa, per la diligentia dell’illustrissimi signori miei precessori, che ne hanno riseccate molte, come ho io fatto in quelle c’ho veduto gravarla indebitamente. Et a Retthimo, havendo io trovato che erano stati spesi intorno 500 ducati in affitto de cose de stradiotti, agravio che lei non sentiva in alcuna altra città, subito l’ho levato con un atto severissimo et dell’altre superfluità che in questo fine io tralascio.
Ritorno dunque per risparmio di spesa alla fortezza di Spinalonga, la quale essendo ridotta nella sumità in vera sicurezza, gli bisognerà manco pressidio in quella eminenza più ristretta et risparmierà li doi terzi della spesa, che saranno avanzati almeno 10.000 ducati l’anno, interesse che si deve in ogni modo levare. Se darà fine a quella fortificatione si sgraverà di molta spesa che fa in ministri, come soprastanti scrivani, delle fabriche et altri che gli danno non poco interesse.
Può benissimo levare li doi capitani aiutanti del governatore dell’ordinanze di cavallaria et far supplire sepur havesse bisogno, oltre il suo sergente maggiore, a doi delli capitani di compagnie pagate vicedevolmente, perché non hanno che fare et doveranno haverlo caro, li quali per ordinario in Candia sono 15 e 16 et haverà lei beneficio di 30 ducati in circa il mese, che spende nelli stipendii di questi doi aiutanti.
Si fa una buona spesa nel mandar soldati da luoco a luoco con lettere publice per publici servitii, che accadono ad ogni hora, spendendosi quattro, sei, 10 e 12 lire per volta, secondo la brevità et la lunghezza delli viaggi. Questa con suo gran vantaggio potrebbe essere levata affatto, perché tra tutte le città et fortezze gli è d’interesse di molti centenara di ducati l’anno et purché non arrivi talvolta al miglioro. Et potrà ordinare che ogni capitano habbia a dar 10 lire il mese di caposoldo ad un buon soldato, che camini bene, con obligo di portar le lettere che accaderanno scambievolmente hora uno hora l’altro delle compagnie, si che cadauno faccia il suo viaggio. Il capitano non può dir parola, perché dispensa capisoldi a diversi suoi soldati più benemeriti et alcuno non potrà haver maggior merito che quello che in questo servitio servità con risparmio al publico.
Restami riccordarle il modo di accrescer le sue entrate senza metter alcuna nova gravezza, ma solo coll’ampliarle per il giusto, per quello che gli vienne drittamente per l’ordinario. Et una sola ne dirò di nova, che sarà molto minor pena di una contrafattione della già statuita per gl’ordini Foscareni. Et sarà di molto utile di lei et con minor rammarico et doglienza di quei suoi sudditi. Dove questa dirò prima. È prohibito di piantarsi vigne in luochi buoni per la seminagione et anco nelli non buoni è prohibito senza licentia, la pena è di essere sradicata la vigna et di perder il terreno, che sia del denontiante. Molte vigne doppo questo buon ordine sono state piantate, gravissimo pregiudicio della agricoltura, se andasse innanzi questa transgressione. Io perciò riccorderei che si fuggisse per questa volta tanto il far questa rovina et questo gran moto di sradicarle adesso, che’l mal è penetrato a dentro, che non potrebbe essere che con estremo rammarico di quei nobili et altri c’hanno contrafatto, che per il grave danno se ne rissentiriano in estremo. Et si facesse publicare di ordine Suo, che tutti quelli c’hanno piantato vigne doppo l’ordine già detto, debbano venirsi a dar in nota volontariamente, in quel termine che le paresse conveniente, et che questi tali pagassero in quelle Camere un perpero per opera, che così distinguono l’utile delle vigne et dicono una vigna di tante opere, che facilmente ciò si può vedere. Et quelli che non obedissero di dar in nota il giusto, perdessero li terreni et fossero sottoposti a tutte l’altre pene statuite per gl’ordini, dovendo esser il terreno de chi denuntiasse la contrafattione. Et nell’avvenire non solo fosse osservato il detto ordine contra li contrafacenti, ma gli fosse anco accresciuta la pena, accioché alcuno che gli portasse la spesa di pagar questa impositione, non si mettesse a grave danno dell’agricoltura dell’isola piantar più nove vigne.
Io trovo che di questa ragione, per un calcolo c’ho fatto così fare secretamente da persone mia confidente, che lei ne caverebbe di questa impositione più di 4.000 ducati l’anno et alcuno non potrebbe dir niente, anzi haverebbe a gran gratia di pagare, per il timore in che vivono che gli siano spiantate le vigne et diperder li tereni giusta li ordini Foscarini.
Il sale di vende 56 soldini di Candia la misura, che sono gazette sette et sei tornesi che sono manco di un bezzo et quattro di quelle misure fanno un staro venetiano et se si accrescesse solamente manco di una gazetta, che sarebbono otto gazette in tutto la misura, che è insensibile accrescimento; et come le scrissi già l’haverei messo in effetto, senza una parola al mondo; importerebbono questi tre bezzi per misura intorno a 2.000 ducati l’anno in circa di rendita di più a Vostra serenità et certo che in un Regno, dove lei fa tanta spesa, non ha più da tardare di consigliar questa materia et cavare quanto più si possa senza mala satisfatione di quei suoi fedelissimi popoli et può esser sicura, che se io non sapessi certo che non sarà detta parola non gli le proponerei.
La Serenità vostra, per l’opera di quelle fortificationi che a lei costano tanto oro per conservatione della libertà di quei popoli, obligò la contadinanza delli territorii, eccetto quello di Scitthia che non è fortificata, di far una personal angaria ogn’anno, che è un lavoro di sei giorni continui di una settimana intorno le fortificationi et non le facendo li huomini soli di pagar lire tre soldi nove et un quattrino et alcuni altri colli loro animali non le facendo lire cinque soldi quattro.
Poco si lavora intorno le fortificationi et pochissime di queste angarie si riscuoteno et li poveri contadini non sono tuttavia liberi per non la pagare, perché li ministri per altri versi le succhiano il sangue, di maniera che loro costano il doppio et non si può haver tanto l’occhio aperto che basti, talché lei sta senza il beneficio et tuttavia quelli hanno il danno. Il contadino sempre pagherà più volentieri l’angaria che farla et a lei molto più conto torna che la paghi et io le riccoderò facilissimo modo di riscuoterla, senza alcuna minima spesa né disturbo de contadini, et liberando di questa maniera li poveri contadini dall’ingordigia de cattivi ministri, se venirà a far una entrata ferma di più di 20.000 ducati l’anno, la qual hora del modo che vanno le cose a lei va di male et al contadino non giova che lei non l’habbia, come ha inteso. Però potrà commettere che li papa’ et li contestabili delli casali a questo tempo appunto del raccolto riscuotano cadauno l’angarie del loro casale et siano tenuti portar il denaro in Camera, perché di questo modo si scuoterà sempre senza difficoltà et senza strusciar mai il contadino, senza haver causa di farlo mai pegnorar per tal conto, il quale se sapesse come viene stratiato col pignorarlo per farlo venir alle fabriche, si moverebbe a gran pietà et non si può far di manco talvolta quando bisogna di farli venire.
Dall’altro canto vorrei che si come Lei riceve per questo lavoro di sei giorni intonro tre lire e meza, che Lei poi per far lavorare intorno le sue fabriche pagasse poco meno del doppio. cioè sei lire la settimana, che sarebbe una lira il giorno, col qual accrescimento, quando volesse far lavorar intorno le fabriche, non accaderebbe più far venir alcuno a forza, ma et soldadi et popoli delle città et contadini concorreriano allegramente a garra [?] l’uno dell’altro; et sicome quello dell’angaria è un lavoro lento, fatto mal volentieri et che ben spesso non va in uso publico, che ogni cosa non si può così minutamente vedere, così quello che sarà fatto con un da vinti il giorno sarà meglio operato et con maggior lavoro. Et non haverà più fatica di far venir alcuno a lavorar a forza. Ma haverà il concorso del popolo, de soldati et de contadini che pregaranno che loro sia dato da lavorare. Questo a Lei torna conto, ancorché paghi quasi la mità più, perché havendo 33.000 angarie può servirsi del lavoro per 16.000, che è poco meno della metà, che di tal maniera sarà più lavoro, che non pur di 33.000, ma ne anco di 50.000, per la ragione già detta. che poco lavoravano et lentamente, perché facevano l’opra malvolentieri così angazarizati [?]. Et con quello che riscuoterà delle 33.000, pagherà quelli 16.000 che lavoreranno et di vantaggio. Più bella occasione della presente non può desiderare per dar effetto ad un tanto utile di entrata di più di 20.000 ducati l’anno, che gli vanno di male con suo danno et mala sodisfattione della contadinanza, poiché il clarissimo signor Benetto Moro Proveditor generale, che non è possibile immaginarsi sogetto che per prudenza, per bontà et per proprio valore possa meglio indricciar questo negotio di tanto publico beneficio. Potrà, se così le parerà, anco dargli ordine di poter componere di contadini per li debiti c’hanno con Lei di angarie vecchie di quel modo che le parerà più conveniente. Et quanta maggior benignità gli userà in quelle, tanto maggior facilità si venirà a provurar per il riscuotere queste d’anno in anno.
Un altro non mediocre accrescimento delle sue entrate per ultimo vengo a proponerle, che io non so a che modo prima non sia stato veduto che gli veniva usurpato. Et è che viene affittato il suo datio di vino a spina nelli castelli delli territorii per tre soli miglia intorno et non più, che è una mica, et gli altri casali che sono a centenara, nelli quali si consuma quantità di vini, non pagano detto datio.
Abuso tale c’ha svegliato quelli cavallieri in modo che quello che di raggione è di Vostra serenità loro lo assorbono di questo modo che intenderà. Vedendo essi cavallieri che lei affitando il datio a spina di questo modo non riscuote dalle 24 parti una di questo suo dato, si hanno ingegnato di farlo cader in essi di questa maniera, che nelli loro casali fanno aprire un magazeno da vender vino a contadini et se’l vino vale per l’ordinario tre perperi il mistacchio, cioè il secchio, glie lo mettono a colui [?] quattro. Se corre a quattro perperi, glie lo mettono cinque et in soma cavano sempre un perpero et più di quello che è l’ordinario prezzo corrente. Per haver intieramente tutto questo suo dtio della spina altro non accade fare, se non dechiarire nelle polizze dell’incanti, si come si diceva. Il datio da spina del tal castello et per tre miglia intorno di qui, innanzi dire del tal castello et di tutto’l suo territorio. Ho fatto calcolare quello che possa essere l’augumento di questa rendita et trovo che sarà da 12.000 ducati in su per tutto il Regno, senza temere di agravar il contadino pur di un quattrino, anzi vantaggiarlo, perché in ogni modo egli paga questo datio al presente al suo cavalliero et più eccessivo, il quale [?] colla, come ha inteso, ingiustissimamente nella borsa d’esso cavalliero, che direttamente deve venir nella Serenità vostra. In modo tale che io trovo che la diminutione delle spese ,che io le ho riccordato, importa intorno a 12.000 ducati l’anno. Quello che avanzerà del datio della spina sarano 12.000 ducati l’anno. Et quello della angarie, che le ho riccordato di riscuotere, che è suo che gli va di male, per 20.000 ducati l’anno, coll’altro poco di accrescimento di sale intentibile che sarà 2.000 ducati incirca et col far pagar il perpero per opera delle vigne piantate contra gl’ordini alli contrafattori, che potrà importare intorno 4.000 ducati, sarebbono questi avanzati 38.000 ducati et 12 scantati sariano tutti insieme il suo utile per il manco 50.000 ducati l’anno, che in quel Regno che gli ha tanta spesa di 2.000 et di 3.000 et più ducati l’anno sarebbe il quarto della spesa guadagnato, utilità queste a Lei spettanti di gran consideratione, da non tralasciare, assicurandola io (et mi creda) che sarà senza che alcuno dica né possa dir pur una parola. Et che io non mi inganni le cose in se stesse lo dimostrano, facci a me una sola gratia. Queste cose che io le propongo hora per accrescer le sue entrate, mettale immediate in consulta, perché so io in coscienza mia che sono reali et che le pervengono che se ci fosse cosa nel rappresentargliele che apportasse forsi qualche difficoltà, che io non credo, sarà per avventura per diffetto delli miei molti travagli patiti, che mi hanno posto in stato di tale malincinia [?], che io non so ne anco come in questi pochi giorni, senza posso dir scritture et memoriali, habbi potuto far questa poco ordinata relatione, però se per queste cause et per l’imperfetitone mia alcuna cosa mancasse per dar lume, quando io sarò chiamato per informatione, lascierò ogn’altra cosa et l’assicurò che in questa materia in particolare di augumentar questi 50.000 ducati (se accaderà, che io non posso persuadermelo) a bocca et anco in scrittura con maggior commodità gli darò sodisfattione.
Non è possibile Serenissimo prencipe, illustrissimi et eccellentissimi signori passar il più travaglioso reggimento di quello ho io fatto, perché se si guarda l’ingresso, trovo il Regno apestato, cioè la città metropoli, che è Candia, et il suo territorio et bisogna che a viva forza per procurar di liberarla et per far risorger li suoi datii, che posso dir trovai anichilati, io mi metta dentro la città ad esponer la mia vita insieme con gl’altri ad una istessa pericolosa fortuna. Permette il Signor Dio, aiutando la mia buona volontà, che col mio essempio di essermi spontaneamente levato dalla città sana della Canea, per chiudermi dentro l’infetta per liberarla, se mai fosse stato possibile, et per ristorare li datii di Lei, che nella città dis’habitata, nella quale non ci erano 100 persone, in tre giorni immediate seguenti ritornassero più di 300 famiglie a rehabitarla. De qui hebbe principio la ripopolatione et che ogni giorno è andata crescendo, la quale giovò all’utilità de datii, che alli primi incanti arrivarono poco meno che alli segni di prima et quelli di essi che erano stati dati per necessità in governo a particolari, che per loro mala conscientia tolta occasione della confusion delle cose li havevano mal amministrati, li feci affittar anch’essi come gl’altri et fatta resarcir la Camera di quanto ho potuto. Mentre durava questa afflitione del contaggio sopravennero quei travagliosi sospetti c’ha inteso, che anco per questa causa della pestilenza mi traffigevano maggiormente et nel nel [ripetuto nel testo] medesimo misero tempo mi bisognò armar non pur tanto numero de galee, ma haver pensiero che non si infettassero di contaggione. Et fatticar il corpo et la mente giorno et notte, et se gli dicessi che tal notte fuori nel territorio in questa senil età havessi convenuto dormir sopra le tavole per dar presta speditione all’armare le sue galee, gli affermarei cosa che mi è successa et che difficilmente chi’l odesi [?] condurrà a crederla, ma è vera, così Dio mi aiuti. Et doppo haver passate tante et tante afflititoni, che mi veddo nell’abisso delle gratia del Signor Dio riuscito da tante difficoltà et venutami dalla sua benignità la liberatione della città dalla peste, mentre era Duca il clarissimo signor Marc Antonio Veneir, integro et compito in ogni conto quanto ha inteso, Capitano il clarissimo signor Antonio de i Cavalli di quell’altro valore et virtù c’honorato et consiglieri li clarissimi signori Marco Antonio Bassi et Marco Pasqualigo gentil huomini honorati et di molta stima, successori delli clarissimi signori Marin Mudazzo et Domenego Orio di virtù et di honorevolezza non inferiori. Havendosi il clarissimo Mudazzo in persona adoperato con molto giovamenteo et sua maestà [?] laude nella liberatione d’alquanti casali del territorio di Candia infetti. Et che gionto alla fine del mio carico pensavo di ripatriare, mi capitò una lettera di Vostra serenità prima della licenza poco innanzi concessami, che mi commanda fermarmi nel Regno. Così portò il caso che io fossi ivi trattenuto per haver a sentire un horribile terremoto, il maggiore che da memoria d’huomini sia stato in quel Regno, et per convenir vedere una carestia la più calamitosa che si potesse immaginare. Et non si tosto col mezo della misericordia di Dio passato tutte queste miserie, che maggiori non possono considerarsi nei Regni et ne i popoli della peste, della guerra, del terremoto et della fame, che mentre sono sul partire son assalito da un flusso di sangue così gagliardo di doi mesi, che i medici mettevano la mia vita in manifesto pericolo, se facevo viaggio. Consigliato io all’hora più colla necessità di ripatriare, che colla ragione della mia salute, per non fermarmi tutta l’invernata in Candia, doppo sostenute 53 mesi quelle fatiche, fra tante miserie et calamità. Ansio [?] di terminar tante pene et rissoluto di passarmi in questa quiete, mi imbarcai sopra le galee. Et pareva che’l principio del mio viaggio mi promettesse buona fortuna, colla presa di quelle tre fuste fuori della cobba di Cervi nel porto di Elos, quando da principio mi trovavo sopra la galea del clarissimo signor Lorenzo Venier Capitano della guardia di Candia, che si fece conoscere non manco valoroso che intendente delle cose maritime, poiché per mezo della sua virtù passammo le secche di quelle bocca, che arrivato a Corfù, ivi lasciato esso clarissimo Proveditor capitano per ritornarsene con monsignor illustrissimo Arcivescovo in Candia et col clarissimo Proveditor Daniel Gradenigo all’hora destinato Rettor alla Canea, et imbarcatomi sopra la galea Magna, tolta per conserva la Pisana, incominciai d’esser al quanti giorni trattenutto dal tempo. Il quale nel levarsi da Casoppo mostrandosi più che prospero nel viaggio, in golfo di Ludarin, doppo più hore di camino, trovato contrario et in un subito fortunevole, mi bisogno veder 1.000 volte l’immagine della morte in mezo al mare per 22 hore et alla fine vedermi miseramente naufragato in Apuglia alla torre di San Savina, quando manco si doveva con vedermi rubbar su [?] gl’occhi di quelle genti et perder il rispetto et l’obedienza et convenendo star tutta una note del verno nell’acqua in questa mia ultima vecchiezza, colla morte sempre innanzi agl’occhi da ogni parte.
Hebbi in quel gran travaglio, come le scrissi, innumerabili cortesia dal signor Agostino Caputo Barone di Carovigno et fui accettato nel suo palazzo dentro il suo castello, dove io sono stato magnificamente con gran liberalità trattato colla mia corte et per l’amor et osservanza che mostra di portar a questa Republica questo gentil huomo, non ha lasciato a dietro alcuna cosa per farmi conoscere la sua pronta et generosa volontà, con ogni termine d’honore et di amorevolezza, che certo la Serenità vostra ne ha da tener gran conto.
Mi si ha mostrato anco molto cortese il signor Piero de Soffredo cavalliero di casa principale di Napoli per la devotione che verso Lei dimostra, havendo sempre usato ogni amorevolezza verso la nobiltà venetiana et molte verso la mia persona in questi travagli.
Et doppo riuscito da questo naufraggio della galea Magna, dal quale volsi veder ricuperate tutte l’arteglliarie et armizi, che furono quasi tutti ricuperati, mi veddo condotto in Brindisi ben honoratissimamente incontrato. Non so ch’altro partito prendere per trovarmi con una sola galea dando a lei frequenti avisi d’ogni successo; mi convenni a forza imbarcare non molti giorni da poi sopra la galea Pisani et non potendosi tanto a tempo prender porto alla Meleda qui vicina, fui astretto di passar fortuna molto maggior della precedente in una galea tutta rissentita dalla prima borasca et maggiormente veder rinovati gli horrori della morte, insieme con tanti altri suoi nobili che ritornavano dalli suoi reggimenti alla Patria, che furono li clarissimi signori Marc’Antonio Pisani, ritornato di Proveditore della Ceffalonia colla moglie. Antonio Marin ritornato da Thine, dove fu rettore; Agostin Tron colla moglie et doi figli, che morevano a gran pietà, ritornato di Consigliere di Corfù. Giovan Vitturi di Consigliero della Canea et Marco Vitturi lasciò che’l clarissimo Pisani, come valoroso et prattico marinaro, facesse quello che si conveniva alla sua virtù et all’esperienza c’ha delle cose maritime, che anco gl’altri fecero il debito loro et sopra tutti il clarissimo signor Marco Vitturi, che operò in quella horrenda fortuna quello che poteva far ogni buon et savio marinaro con gran core. Et il clarissimo signor Giovanni Vitturi, del quale haverei molto che dire ancora per li suoi ottimi governi della Canea et della Suda, che per non esser qui più luoco, convengo di questo honorato sogetto dir solamente, che mettendo le proprie mani in aiuto al timone alle gomene et a tutto quello faceva bisogno, mostrò la fortezza dell’animo et l’esperientia delle cose maritime non inferiori punto alle altre singolari sue virtù, che non volendo opra né ingengo humano doppo haver perso anco questa seconda volta il timone appresso al porto di Barri et dato fondi con buoni cai, poche hore doppo eccessivo tormento di grandissime et fortunevoli onde, naufragò la galea. Et questa fu la seconda volta con provar maggior miserie delle prime, le quali per non tediarla tralascio. Per dar fine a tanti guai et a tante perdite, convenni far il viaggio per terra et veramente terminarono di questo modo le disaventure, perché in tutte quelle città fui benignamente con grande honore accolto. Et trovai da per tutto in Apuglia cortesie tali per causa della Serenità vostra, che si conviene che qui se ne sappi una singolare, per restar sopita, accioché il dirlo non pregiudichi a chi me l’ha usata, fui astretto accettar l’invito di andar nel castello da terra, accettato dal castellano di Brindesi, che è spagnuollo, nell’ingresso che feci della città et non puoti schivarlo con 1.000 officii di escusatione, che io usai all’hora, ma per una notte sola ne lo compiacqui, per non disgustarlo. Tra le molte honorate dimostrationi, omettendo di dire de molti tirri d’artellarie, che fece sbarcar in tanto numero, come se fosse stato un generale del Re cattholico, che quella sera usò verso di me, prima a tavola et doppo mi fece portar le chiavi del castello, astringendomi di tenerle apprese al letto ove io dormivo et volse per ogni modo che io dessi il nome quella notte alli custodi della fortezza, convenni acconsentire a queste officiose amorevolezze et corrisponder con quei officii di parole che si convenivano, con tanta riputatione et amore si stende il nome di Vostra serenità in tutti quei paesi. Et incaminatomi alla volta di Napoli, mi parve di non alloggiar altrove per quel decoro che io dovevo servare come publica persona, che nel palazzo di Vostra serenità, ove risiede il signor Giovanni Carlo Scaramelli suo segretario a quella Corte, il quale in tutte le speditioni regie et in ogni altro conto è stato accurato et vigilantissimo nel negotio delli naufraggii per conservatione del ricuperato et per ogni altro interesse di Lei, così in questa città egli non ha mancato et col Vice re et col cardinal Gesualdo Arcivescovo et con tutti quei principi, duchi, marchesi et baroni di far usar quelle più grandi demostrationi d’honorevolezza, che siano state possibile verso la mia persona per honorar la Serenità vostra et le Signorie vostre illustrissime et eccellentissime. Dove dal Vice re fue non solo ben veduto, ma accarezzato oltra l’usato, mentre fui alla sua visita, et così anco dal cardinale et da ambi doi presentato di certe scattole di conditi et fattomi visitare da suo nipote il vice re et il cardenale da un suo gentil huomo. Con continue visite di tutti quei principi et degl’altri grandi c’ho nominato. Et in tutti i raggionamenti et in tutti li officii mostrando io di riconoscere questi favori, come fatti a Lei, ho cercato di corrispondere quanto ho potutto et saputo con officiose parole. Dalli quali miei officii nel mio partire ho conosciuto per quanto anco mi ha affermato esso signor Maramelli, che tutti sono restati sodisfatti. A me tocca dir il vero di esso suo segretario havendolo conosciuto prudente sollecito et accorto negotiatore, che da lui è molto ben servita et d’ogni negotio nelle sue mani si può lei promettere felice et ottima riuscita in quella Corte nella quale di lui viene tenuto gran conto. Dove è sogetto da farne gran stima.
Mio segretario è stato Giovanni Francesco Pinardo, della sufficienza sua nella sua professione et della sua bontà, sendone la Serenità vostra et cadauna delle Signorie vostre illustrissime et eccellentissime ben informata, ne farò mentione. Debbo farle testimonio della sua ottima servitù, prestata a Vostra serenità per tanto tempo in questa mia provedaria in tanti pericoli di peste et altri travagliosi accidenti et in questi miseri naufraggii, nel primo de quali che era meco ha perduto quanto haveva, talche non gli è restato altro che il suo valore et il buon nome, et certo posso affermarle converità che sia de i buoni servitoti, c’habbia nella sua cancellaria per incorrota fede et per prontissima volontà di servire, havendo cavato le ziffre di Costantinopoli in materie gravissime, in tempo che era oppresso da continua et maligna febre, con tanto zelo la serve che antepone il publico servitio alla sua stessa salute. Quanto più al poverino carico di numerosa famiglia di madre, moglie et figlioli, la fortuna ha fatto perdere del suo havere nel naufraggio, dove si trovava per servitio di Lei, tanto maggiore deve essere l’acquesto della gratia di Vostra serenità; et se desiderano mai rimunerar chi la serve et gratificar me in alcun conto, la supplico di haverlo per racomandato, perché ogni gratia et favore conferito a questo suo molto et molto benemerito stimerò sempre fatto alla mia stessa persona.
Non debbo anco tacere de messer Nicolò Mandricari mio ragionato, assiduo et diligentissimo sempre stato nelle raggioni publice con ogni fedeltà, sempre procurando il vantaggio della Serenità vostra et con molta sua faticca ha levato li conti così chiari, che dalli clarissimi signori Regolatori sopra la scrittura potranno haver informatione, che ha fatto grande nova et utilissima fatica, et oltra di ciò nel ritrovar debitori occulti et nell’essatione del suo denaro et in ogni altro conto c’ha potuto vantaggiar il publico è stato fedele et diligentissimo, la cui buona servitù lo fa degno della gratia loro.
Io supplico Vostra serenità et le Signorie vostre illustrissime et eccellentissime che mi inscusino se nel corso di questa mia relatione ho convenuto consumar qualche momento di tempo in nominare colla debita laude alquanti delli suoi dignissimi rappresentanti, c’hanno governato in tempo mio in quel Regno, et d’alcun altro suo ministro benemerito et fedele, perché stimolato dalla mia conscienza sono stato con stretto di farle saper il vero di chi ha operato bene. Et se loro haverà parso che siano stati molti, a me che so d’haverne veduti in quel Regno intonro 62, tanto lungamente per 53 mesi sono stato trattenuto in esso, pareno pochi. Anzi ne ho tralsciati la maggior parte, non perché non meritino laude et perché io non mi sia sempre ben inteso con tutti, ma è stato perché non mi è venuto fatto di nominarli a buon proposito, come gl’altri, la cui mentione mi veniva portata dall’istesse materie. Et loro Signorie clarissime dall’altro canto mi haveranno per iscusato se in questo fine io non ardisco di più anoiarle con nominargli più altri. Dove hora altro non mi resta che all’altissimo et omnipotente Dio render humilissime et effettuosissime gratie tra tante affanose miserie et pericoli di havermi condutto vivo in questo sacrario alla loro presentia, mia unica consolatione et ad esse della gratia audientia che (merce loro) si sono degnate prestarmi. Et per questo et per tante altre gratie ricevute continuatamente dalle loro benignissime mani altro non so, né posso loro dire et offerire, salvo che la mala fortuna ha ben potuto affligermi, tormentarmi nella vita, levarmi tanto della robba, ma non già l’animo, né la prontezza. Questo ho già consacrato ad esse et dove conoscerano per loro servitio che sia buona questa vita, per questi pochi (dirò) giorni che mi restano di star al mondo, si vagliano in ogni conto che per me beato et glorioso stimerò quel giorno che possa spenderla in servitio et augumento delle cose Sue, che sia il fine.



