• it
  • it
  • en
  • hr
  • el
  • de

16 marzo| 1627 Gerolamo Trevisan

Relazione|

16 e 18 marzo 1627 relazione di Gerolamo Trevisan tornato Provveditore dal Regno di Candia
AS Ve, Collegio, Relazioni, busta 80

Serenissimo prencipe, illustrissimi et eccellentissimi signori
Nel corso di poco meno di 44 mesi che io mi son trattenuto lontano da questa città et ho servito alla Serenità vostra et all’Eccellenze vostre illustrissime nel Generalato di Candia, carica grande et di molto eccedente la debolezza delle mie forze, molte cose ho osservato, che per ubidienza delle leggi et decreti di questo eccellentissimo Senato son tenuto portar alla notitia del medesimo, il che esequirò con quella brevità maggiore che mi sarà possibile et con quella fideltà et sincerità certo che è debita ad ogni buon cittadino et dalla quale non mi dipartirò in tempo alcuno.
Longo et superfluo stimerei il dover dilatarmi nel discorrer il sito e la positura del Regno di Candia, il raccontar quello che della sua grandezza et nobiltà ne discorano gli antichi scrittori et molti altri particolari, de quali ho veduto esserne pieni i volumi nella cancellaria secreta di Vostra serenità, come pur moltiplici le scritture e de publici rappresentanti et de principali capi da guerra et di altri che in varie occasioni ne hanno trattato.
Questo dirò solo, che se ben è communemente tenuto che questo nobilissimo Regno sia stato dalli precessori della Serenità vostra, nel tempo del serenissimo Doge Henrico Dandolo l’anno di Nostro signore 1204, comperato dal marchese Bonifacio di Monferrato per 1.000 marche d’argento et una pension annua di 10.000 perperi, io ho nella cronica Dandola, scritta a penna, che questo toccò in parte alla serenissima Republica nella division dell’imperio di Costantinopoli et che da Lei furono comprate poi per il predetto prezzo le pretensioni che il marchese vi potesse haver sopra, non il Regno stesso. Tuttavia non so come manco questa opinione possi haver luoco, mentre nella portione assignata alla serenissima Republica in quelle divisioni, non si vede esser fatta mentione del Regno di Candia, né quello si vede manco esser stato assignato ad altri, oltre che l’instrumento stipulato col marchese fu prima che seguisse la divisione dell’imperio, che chiaramente conclude che quello non fosse toccato alla Republica, che però mi pare che con buona ragione si possi tenere più tosto quello che così dalle parole espresse nell’instrumento, come da quelle della Cronica predetta et dalla Cornica ancora del secretario Caroldo si cava, cioè che il Regno prima fosse stato donato o promesso al marchese da Alessio, figliuolo di Isach imperadore, prima che questo fosse riposto nella sede imperiale, esclusene il vecchio Alessio suo zio che gle la occupava; et che perciò nella divisione non si stato compreso, né se ne sia fatto mentione alcuna, ma che la donatione non havesse il suo effetto, poiché non si trova memoria che egli ne havesse mai il possesso, et che egli vendesse alla Republica le ragioni et pretensioni che vi haveva sopra, quali si fossero, che così parla l’instrumento per quel poco prezzo, perché a riddur il Regno all’ubidienza vi dovesse concorrer molta spesa et fatica, come lunghissimamente travagliò la Republica per possederlo quieta et pacificamente, ilche non haverebbe potuto fare il marchese.
A questi antichissimi attestati di tanti centinara d’anni va congiunta la ragione, che in tutte le cose deve haver sempre la parte maggiore, perché chi può persuaderli che per una picciolissima summa di 1.000 marche d’argento, che non arriva a 9.000 ducati, et per una assignatione annua di pochi perperi, che non si vede manco, che sia stata esequita, havesse il marchese dovuto alienar alla Republica un Regno così importante, o più tosto non comprende chiaro che questa sia stata vendita et alienatione di leggerissime pretensioni, equivalenti al prezzo per il quale sono state vendute. Vi si aggionge, che quando un prencipe acquista un Stato con l’isborso di danaro, acquista egli ben il diretto dominio, ma non l’utile di tutti et cadauni lochi, possessioni et stabili di esso. Ma la serenissima Republica, che con la spada in mano si rese padrona di quel floridissimo Regno et continuò per lungo corso d’anni a travagliar per sedar li turbini et le ribellioni, che in quei primi tempi frequentemente si suscitavano da quei habitanti, si confermò patrona et dell’utile et del diretto dominio del tutto, et lo ripartì parte alle chiese in honor del Signor Dio, parte a molti di suoi cittadini, che spiccò da questa città et mandò ad habitar in quello, per maggior sicurtà di esso, et parte riservò per se stessa, come tutto toccarò brevemente a luogo più proprio, bastandomi per hora haver stabilito questo certissimo fondamento, che così giova di sostenere, che quel Regno sia capitato nel dominio della serenissima Republica iure belli, non per compreda che ne habbi fatto, che io stimo di gran rilevo.
Ora se ben mi son determinato di non dover particolarmente discorrer di tutte le qualità et siti di esso, devo toccar alcuna cosa di quelle che sono concernenti la sicurtà di quello et alle quali stimo che sia neccessario l’haver particolarmente la mira, così nel tempo di pace come di guerra, che piaccia a Dio di tener lungamente lontana.
Nella circonferentia di quel gran Regno, che si estende da ponenete a levante per miglia 250 in circa et gira d’intorno più di 700, molte sono le spiaggie, porti et ridotti, a i quali potrebbe o qualche squadra di galee o pur poderosa armata nemica accostarli per far sbarco o per far, come si suol dire, un scorribanda, con l’inferir qualche danno o di far pregioni o di rubbar animali o di dar il fuoco a qualche casale, o con pensiero più risoluto di metter il piede a terra, stabilirvisi et progredire per farne impresa formale et tentar l’acquisto del Regno.
Quanto al primo tentativo certa cosa è che difficilissimo riuscirà sempre l’impedirlo compitamente, non potendo in un tempo istesso esser tutti li luochi sufficientemente guardati da proprii habitanti, et l’aspettar il soccorso et l’aiuto da più lontani, oltra che è cosa lunga, da commodo a qualche piccola squadra di galee, che per l’ordinario sono molto leste et forbite, vedendo correr il grosso della gente a una parte, di portarsi con celerità ad un'altra, dove possino senza ostacolo ottener l’intento; moltissimi sono li luochi esposti a questo pericolo, che così come non è certo possibile il ripararlo interamente, così non stimo che il danno potesse esser di gran rilevo.
Vi è però la città di Scitia del tutto aperta, li habitanti della quale, timorosi assai per natura, ad ogni comparsa di pochi forze nemiche si ridduriano alle montagne vicine et la lascieriano in preda delli nemici; et se ben il fortificar quel sito in modo che potesse longamente tenerli et resister all’invasione d’una potente armata, sarebbe cosa difficile et dispendiosa, et si può creder che con buona ragione sia stata ommessa da nostri maggiori, mentre hanno applicato l’animo alla fortificatione di tanti siti del Regno, non sarebbe però male, per mio riverente senso, il riparar in modo quel poco recinto che vi è del castello et assicurar la porta dall’application d’un petardo che vi potesse esser portato, che da poca et debole armata non potesse restar surpreso.
Se si deve poi applicar il pensiero a quello che più importa, che è dell’impedir i tentativi maggiori che potessero esser fatti da prencipi grandi per impossessarsi del Regno, è necessario haver in consideratione quali possino esser questi principi et quali possino esser i siti più pericolosi, per applicarvi opportunamente il rimedio, se qualche cosa vi fusse pure, a che dalla sapienza publica non fosse stato fin a quest’hora a bastanza proveduto.
Per la osservatione che io ho potuto fare, havendo girato et cavalcato d’og’intorno il Regno tuto, in modo tale che non credo che vi sia, non dirò posto importante, ma neanco alcun castello o forte casal grosso, che non sia stato da me veduto et osservato, dirò che io non credo che dalla parte del mar d’Ostro tutta vi possi esser luoco nel quale alcun capitano, a chi fosse raccomandata quella grande impresa, potesse quasi imaginarsi di tentarla, poiché sbarcar in spiaggia, se ben di estate con li copani [?] non solo le militie a piedi, ma qualche numero di cavalleria, che sarebbe pur neccessaria, et l’artigliaria ancora, riuscirebbe cosa molto difficile et pericolosa. Il fermarsi con l’armata per dar calore alle militie sbarcate, fino a tanto che potessero prender posto et assicurarsi, sarebbe un commettersi alla discretione del mar et de venti, de quali non può l’huomo savio lungamente promettersi, et l’allargarsi dalle rive per andar a ricoverarsi in luogo sicuro, sarebbe un lasciar l’armata in terra esposta a grave pericolo o più tosto a certa perdita. Non vi è poi da quella parte alcun porto capace di grossa armata, solo vi sono alcuni ridotti più per pochi vasselli tondi che per galee, vi sono posti in tal sito che possono servir al commodo sbarco di numerosa militia.
Più importante et più pericolosa certo è la parte di Tramontana di quel Regno, che però la sapienza dell’eccellentissimo Senato havendovi applicato il pensiero, ha nelli siti più pericolosi di quella fabricate da pochi anni in qua le fortezze di Spinalonga, Suda, Grabusse, San Todaro et ha pur fortificato le città di Candia et Canea et assicurato anco la città di Retimo con la nova fortificatione fattavi.
Intorno al stato di quelle fortezze dirò riverentemente a Vostra serenità, che così come quanto alla fabrica et i recinti si può dir che siano ridotte non solo a stato di sicura difesa, ma quasi che a perfettione, così tutte restano assai mal provedute o per dir meglio del tutto prive delle cose neccessarie et solite conservarsi nelle fortezze per il neccessario mantenimento de gl’habitanti nelli tempi più bisognosi, non vi essendo in alcuna di esse minima quantità di miglio o segale, non di ogli, non di aceti, non di legna, non di cosa veruna; et facendosi la provisione anco del pane et del vino quasi che giornalmente, et se bene la vicinanza delli scogli, sopra li quali sono situate al continente del Regno può dar commodo in ogni tempo di soministrarle le cose bisognose, non è però che meglio non fosse et non ricercasse la ragione di buon governo, che havessero dentro a se stesse le neccessarie provisioni et massime quella della Suda, che per me stimo, così per il sito come per ogni rispetto, più importante di tutte le altre.
La fortezza di Spinalonga et questa della Suda impediscono l’imgresso in quei capacissimi porti ad ogni armata che pensasse d’introdurvisi. Quella di San Tordero, vicina alla Canea, fu fabricata per impedir che l’armata nemica non potesse ricoverarsi sotto a quel scoglio per andar poi a provedersi dell’acqua alle fiumere della spiaggia vicina.
Quella delle Grabusse sta come a cavaliere alla prima scoperta del Regno verso Ponenete e difende quel porto, capace di buon numero d’armata, et fa mirabile effetto a questi tempi presenti, perché quando non fosse fortificato quel sito, quel porto sarebbe nido et ricetto perpetuo de corsari et renderebbe impratticabile quella navigatione.
Vi è anco la fortezza del Paleocastro di Candia, che renderebbe grande incommodo con li suoi tiri a qualche numero di galee o di altri legni, che volessero prender porto alla Fraschia et incrosandoli con quelli della città di Candia, se ben alquanto longhi, difende quella spiaggia che è situata fra l’una et l’altra fortezza. In somma per il mio debile et riverente senso, tutte queste fortezze fanno mirabil effetto et se ben so che molti vi hanno fatto delle oppositioni assai et massime a quella di Spinalonga, io però stimo che prudentissima sia stata la deliberatione del fabricarle et più necessaria sia la vigilanza nel custodirle et che non vi sia proportione fra qualche contrario, che anco quella potesse havere, col commodo maggiore che ella possi apportare alle cose publiche.
Ho detto poco avanti che sopra tutte le altre stimo che importantissima sia la fortezza della Suda, a questa aggiongo il rivellino, situato alla bocca del porto della Canea, come so di haverne con mie riverenti lettere dato parte a Vostra serenità, et dell’una et dell’altra di queste conosco esser di mio debito il dirne alcuna cosa più distintamente, ma prima per sbrigarmi assolutamente da tutti li posti et siti non fabricati nel Regno, senza dover ripigliar la medesima materia, dirò alcuna cosa di quelli che io reputo più importanti.
Vicino alla fortezza di Spinalonga per 10 miglia vi è il castello di Mirabello, che è poco meno che del tutto distrutto, il sito del quale è di qualche momento per haver vicino un miglio o poco più il porto di San Nicolò, capace di qualche numero di armata, et poco più lontano per sette, otto miglia in circa il porto di Colochita, vicino a Spinalonga, capace di numero molto maggiore; et se bene quei siti non hanno acqua bastante, vi è però la fiumera d’Istrona, non più di 10 miglia lontano da questi porti, che per un’armata sottile, che con facilità si conduce da per tutto, sarebbe provisione bastante. Io non dico già che chi volesse tentar l’impresa del Regno, fosse per cominciarla da questa parte, ma per danneggiar et inferir qualche danno notabile nella valle di Girapetra, parte floridissima del Regno, non crederei che vi potesse esser luoco più opportuno di questo et molto più proprio che dalla parte del castello medesimo di Girapetra, situato alle marine d’Ostro, sarà però effetto della prudenza dell’eccellentissimo Senato l’ordinare che quel luoco sia riparato, acciò non vada del tutto a male, come sono andati quasi tutti li altri castelli del territorio, che però non sono in siti tali che habbino da esser paragonati con questo.
Il Paleocastro di Scitthia, situato alla parte estrema dell’isola verso levante, è sito che è stato communemente da tutti tenuto in molta consideratione, qui vi è porto o vogliamo dire riddotto per qualche numero d’armata et vi è commodità bastante di acqua. So che l’eccellentissimo Senato più volte ha ordinato che da publici rappresentanti et suoi capi principali da guerra fosse quel luogo osservato per farvi qualche fortificatione, quando fosse stata stimata giovevole, ma la varietà de pareri ne ha forse impedito l’effetto.
Io vi ho fatto particolar riflesso et ne dirò riverentemente il mio senso a Vostra serenità, che sarà forse diverso dall’opinione di molti, che però potrà esser posto in quella consideratione che parerà alla prudenza dell’Eccellenza vostra. Io non nego che il sito non sia importante, ma considrato l’effetto che possi produr la fabricatione di quello et li contrarii insieme, ardirei di sostener che non complisce al publico servitio di fabricarlo et molto meno quando non risolvesse la Serenità vostra di farvi una grandissima fortificatine, non un picciolo recinto, et con pensiero di trasportar in quel luoco la città tutta et gli habitanti di Scitthia, che non sarebbe per mio creder cosa possibile; et per discorrerne con qualche particolarità maggiori, bisogna determinarsi a qual fine habbia da esser ordinata questa fortificatione. Pare che vi fosse pensiero in alcuni di dover impedir con questa il commodo a vasselli di corso, che ben spesso si trattengono in quei contorni e depredano i vasselli di mercantia che di là passano. Altri considerata la qualità di quel sito, senza ostacolo et senza difesa, con l’abondanza sufficiente dell’acqua, hanno temuto che chi havesse havuto pensiero di portarsi all’invasione dell’isola, havesser potuto senza impedimento et senza contrasto prender il primo posto in quel luoco, per proseguir col tempo all’acquisto del resto.
Quanto all’impedir a corsari quel nido o quel ricetto, io non veddo che con fortificatione del Paleocastro se ne possi ottener l’intento, perché a quelli non mancano siti là vicini, dove possino riddursi, far aqua et assicurarsi, senza di quello, ma più tosto temerei che facendosi un piccol forte et madandovisi alla custodia di esso un capitanio con pochi soldati, come si fa di presente al Paleocastro di Candia et a San Todero alla Canea, potesse questo addomisticarsi con li bertoni di Malta, che più frequentemente vi capitano che li barbareschi, et dar occasione in Constantinopoli di disgusto quando quelli fossero ricettati sotto le nostre fortezze, doppo haver inferiti di molti danni a sudditi turcheschi, et cessarebbe all’hora il ragionevole pretesto di non poterle impedir che non capitino ne luoghi deserti et non custoditi della serenissima Republica.
Ma se si pensasse con questa fabrica d’impedir ad armate de principi nemici il primo ingresso nell’isola, quando havessero pensiero risoluto di doverla invader per acquistarla, oltre che questa doverebbe forse esser, fondandosi per questo effetto, la maggior et più dispendiosa fortezza del Regno, così nel fabricarla come nel custodirla, non credo manco che ne seguirebbe l’effetto conforme all’intentione; et qui bisogna haver in consideratione quello che ho di sopra accennato, cioè quali possino esser quelli prencipi et quelli inimici che dovessero applicar il pensiero a questa impresa, ma per non apportar soverchio tedio all’Eccellenze vostre con longo discorso, dirò in una sola parola che la situatine et la qualità et conditioni del Regno di Candia è tale, che di nessun altro potentato io temerei che di quello di Turchi, havuto riguardo alla lontananza de gl’altri, alla difficoltà, per non dir impossibilità del condurvi le armate, dell’assicurarle ne luoghi o porti vicini, del rinforzarle et ristorar la perdita delle genti, del condur quel numero de cavalli che fosse neccessario, così per l’armata come per il tirar l’artiglieria, et per proveder a quelli di foraggio et alle militie del neccessario vitto.
Quando poi alla potenza turchesca non devo negare ch’ella non sia tale che deva apportar ragionevole gelosia e sospetto all’Eccellenze vostre, potendo ella haver tutti quei commodi de quali tutti gl’altri prencipi sono privi, li quali le sono somministrati dalla grandissima vicinanza di loro Stati all’isola di Candia, non essendo questa parte del Paleocastro più lontana da Scarpanto che 40 miglia e da Rodi intorno a 60, et havendo quel grande imperio quel numero immenso di militie et di popoli per supplir al bisogno, che pur troppo è noto all’Eccellenze vostre, onde convien desiderarsi che continuino a quella Porta o si rinovino quelli turbini et quelli disturbi o più tosto interne seditioni, che con interrutitone dell’antica ubidienza Dio benedetto ha permesso, che si fossero suscitate per contrapeso a quella gran monarchia, poiché per altro pur troppo si deve temere, che essendo quel Regno et per il suo sito et per la sua grandezza, troppo grande ostacolo a tutte le imprese che potesse pensare il principe ottomano di dover far sopra la christianità, non havesse più a questo che ad ogni altro a qualche tempo d’applicar il pensiero, né però io credo che la prudenza dell’eccellentissimo Senato deva mai addormentarsi nella gelosa custodia di esso, per qualsi voglia accidente che s’intenda da Costantinopoli, perché considerata la neccessità che ha quel principe per tener in officio quelle militie troppo insolenti, di doverle applicar a qualche impresa et considerata alcuna volta la renitenza di quelle di voler passar in Persia o ad altre imprese lontane, voglia Dio che non applichino l’animo a qualche impresa di mare, per allettarle con la vicinanza et col poco incommodo, nel qual caso troppo sarebbe il sospetto che doveriano haver l’Eccellenze vostre, che il colpo dovesse esser dricciato verso quel Regno, il che non ho voluto tacere, non perché io reputi che anco contra quella gran potenza non si potesse difenderlo et sostenerlo, che così credo certo, che seguirebbe col patrocinio del Signor Dio, ma perché conoscendo la grande importanza di questo negotio et le altissime consequenze di esso, non vorrei che né la debolezza pretesa in altri, né le nostre gravissime occupationi in altri importantissimi affari, ci divertissero ben poco dalla continua mira che si deve havere a quella parte antemurale del nostro Stato et della christianità tutta.
Ma ritornando al sito del Paleocastro, dal quale mi ha divertito il zelo del publico servitio et fattomi far questa digressione, manco stimo che per rispetto de Turchi sia neccessario far quella fabrica, non già perché io non stimi che quando anco in quella estrema parte del Regno il Turco mettesse il piede non dovesse riuscir cosa pregiudiciale et sommamente pericolosa, per le cose discoste di sopra, ma perché ogni ragion militare vorrebbe che in luoco di andar a tentar il sito del Paleocastro, si ridducessero più tosto a tentar quello di Scitthia, del qual potriano senza difficoltà impadronirsi, restando in un istesso tempo padroni di tutto quel tratto di forze 15 miglia, che è da Scitthia al Paleocastro, senza doverlo acquistare con incommodo et con difficoltà, sbarcando in quell’estrema parte del Regno, serviria solo, per mio credere, quella fortificatione ad assicurar li habitanti di quel paese et a farlo riddur a coltura, essendo del tutto inculto et abbandonato, seben di sua natura fertile, ma il popular et habitar questa parte sarebbe con diminutione delli habitanti delle altre, non vi essendo genti nel Regno bastanti per la populatione di tutto, né per questo solo capo stimerei che complisse al publico vantaggio l’entrar in spesa grande et continua, quale doverebbe esser questa, ma creda però Vostra serenità che né al Paleocastro, né anco a Scitthia dovesse far il suo tentativo l’armata turchesca, ma ben dricciar li suoi pensieri verso alla parte della Canea e della Suda et al porto del Marathi, dove pur anco a tempo della passata guerra si sono più d’una volta condotti; et però abbandonando di parlar più di quella estrema parte dell’isola ver levante, della quale non ho voluto tacer questo poco, ad ogni buon fine stimo più proprio et più neccessario il dir alcuna cosa di questa che reputo la principale et più essentiale et alla quale tenerei che dovessero esser sempre volti li pensieri de nostri nemici, quando si risolvesero a questi tentativi.
Il porto del Marathi, situato vicino alla fortezza della Suda doi miglia in circa, capace di numerosa armata, con un sicurissimo recesso pur capace di buon numero di galee, detto il porto di Lutracchi, con tutte le commodità che possino bisognar ad una armata et con la facilità di poter di là condurli alla città et fortezza principalissima della Canea, non più distante che quattro o cinque miglia di stradda, se ben non piana assai però pratticabile, è posto di gran considertione, stimato da tutti i publici rappresentanti et capi da guerra principalissimi et rappresentato per tale a questo eccellentissimo Senato, che tale appunto l’ha riputato. All’ingresso del porto di Marathi vi è situato un scoglio dalla natura, che incrosando li tiri con la fortezza della Suda impediria l’entrata in quello ad ogni armata nemica et travagliaria alla gagliarda quel numero di galee, che col beneficio della notte clandestinamente vi penetrassero. Questo scoglio si è pensato et divisato più volte di fortificare et vi si vede qualche principio di materia preparata, ma pare poi che sia stata fermata et suspesa l’opera, io per me credo certo et credo non ingannarmi, che non vi sia luoco più neccessario di questo da esser guardato, et nel medesimo senso concorreranno, per il mio riverente parere, tutti quei capi da guerra e della profession militare a chi paresse alla Serenità vostra di ricercarne l’opinione, né stimo che fra questo sito et quello del Paleocastro di Scitthia vi sia ben picciola proportione.
Ora ritornando a discorrer della fortezze della Suda et suo sito è dell’importanza del revellino della Canea, che ho detto avanti esser le più importanti del Regno, devo dire quello che anco con mie riverenti lettere ho altre volte avvisato a Vostra serenità, che non può star quieto et contento il mio animo, vedendo che quel rivellino riddotto a somma perfetitone, cavaliere del porto et padroni con la meza luna che vi sta di sopra di tutta quella città et fortezza principalissima di quel Regno, sia custodito di quella maniera che l’ho veduto tenersi. Io mi vi son trattenuto per qualche settimana et ho durato fatica a far che sempre vi fossero li bombardieri destinati a quel servitio et le guardie de soldati, non difettivi, non so mo quello che possi promettersi mentre non vi sia l’assistenza di rapresentante grande et d’auttorità che vi facci la residenza. Ha comandato l’eccellentissimo Senato, riflettendo nelle consideratini che io gle ne feci, che quel posto dovesse esser habitato da uno de clarissimi signori Consiglieri et così credo che resti essequito, ma chi sa le occupationi che hanno quei signori. La necessità di trovarli per le audientie civili et criminali di continuo con  quell’illustrissimo signor Rettor, la lontananza del sito del revellino del palazzo di Sua signoria illustrissima, la difficoltà di transitar per quel lungo molo di state o di verno per le pioggie et per il sole, convien neccessariamente concluder o che habbi da restar impedita l’essercitatione della giustitia, con mala sodisfattione et danno di sudditi, o non custodita gelosamente, come si conviene quella piazza; et io per sodisfattione in ogni tempo di me medesimo, devo replicare che così per questo come per altri importantissimi capi, che dirò a suo luoco, stimo che il Proveditor alla Canea  sia uno de più neccessarii rappresentanti, per non dir assolutamente il più neccessario che sia nel Regno tutto.
La fortezza della Suda, che non è più lontana dalla città della Canea di cinque sei miglia, chiude la bocca di quel porto, il quale si estende più adentro fino discosto dalla città tre in quattro miglia, di stradda tutta piana et rotabile, senza impedimento veruno, che però merita esser tenuta in quella gran consideratione che è stata sempre stimata da ogn’uno. È vero che la bocca del porto dalla fortezza al continente dell’isola è di forse 850 passa et perciò non potriano li tiri impedir l’ingresso ad una armata nemica in quel seno, che perciò dalla sapienza isquisita dell’eccellentissimo signor Proveditor general Foscarini, che tutto ha preveduto in quel Regno, fu fatta fabricar una porporella, che essendosi per 150 passa in circa dalla parte dell’isola ver la fortezza rende più angusto l’adito, il che però non viene riputato impedimento bastante rispetto alla gelosia grande che si deve havere di quell’importantissimo luoco, oltre che la porporella col progresso di lungo tempo è andata anco in qualche parte dirupando, in modo tale che non fa compitamente l’effetto per tutto il spatio delli 150 passa, ma mi sia permesso che io riverentemente dica, che non può persuadersi l’animo mio che un’armata nemica dovesse andar ad avventurarsi d’entrar per quella bocca et serrarsi dentro a quel resesso, lasciandosi adietro una fortezza così principale et di tanto rilevo, quando ella non havesse sicuro il porto o valle del Marathi, dove prima ridducendosi et fermandosi, potesse poi spinger una piccola banda di sole quattro galee, clandestinamente di notte, esponendole al tormento de tiri della fortezza et avventurandone qualche d’una, per impedir il commodo de viveri et altre cose neccessarie che a quella potessero esser somministrate dalla Canea, onde in pochi giorni mettendole in assedio convenisse quella cadere, che perciò ho detto et replico, che volontieri la vederei ben proveduta delle cose che le potessero bisognare per longo tempo, senza ch’ella dovesse aspettar il soccorso d’altri. Ma quando il scoglio del Marathi fosse fortificato et fosse impedito alle armate nemiche quel ridotto, molto ben mi assicuro che non vi fosse chi ardisse d’avventurar un grosso d’armata a mettersi nelle angustie di quel recesso, l’ingresso del quale restasse guardato da una gran piazza, com’è la Suda, con pericolo che sopravenendo ben poca armata della Republica, col calore della fortezza, le fosse poi impedita l’uscita, né l’armata che fosse dentro a quel seno sarebbe bastante a poter impedir il soccorso et li viveri, che da altra parte potriano esser sumministrati alla fortezza o dalla parte dell’Apicorno, parte abondante et fertile del Regno, o dalla medesima città della Canea per la via di terra. Concludo in fine, per il mio riverentissimo senso, che la fortezza della Suda senza la fortificatione del scoglio del Marathi, non solo non facci l’effetto compitamente per il quale ella è stata fondata, ma che più tosto resti esposta a mille pericoli et con dubio di consquenze molto fastidiose, ma quando vi sia l’aggionta della fortezza del scoglio del Marathi, o piccola o grande ch’ella si fosse, la stimerei intieramente sicura; et molto maggior fondamento farci di sicurtà nella fabrica del scoglio del Marathi, che del riddur a perfetitone la porporella della Suda et di allogarla ancora, se ben 100 passa, che sarebbe cosa dispendiosissima, perché finalmente quella bocca si può sempre nelle occasione di bisogno, ristringer col mettervi due gran vasselli armati, che col calore della fortezza la difendessero.
La Serenità vostra et l’Eccellenze vostre illustrissime hanno tante altre volte inteso l’importanza di quel luoco, non ho manco io voluto tacergliene il mio riverente parere, alla sapienza dell’eccellentissimo Senato sta il deliberar ciò che stima di suo servitio.
Il castello del molo di Candia, situato alla bocca di quel porto, è pur fortezza di gran rilevo et mirabile fabrica. Questo è grandemente battuto dall’empito del vento e del mare, et dove prima vi era un gran sperone di pietre al di fuori che lo difendeva, io lo ho trovato quasi del tutto distrutto et esposto a grave pericolo. Vi ho applicato il pensiero et ne ho procurata la riparatione, molto si è operato in mio tempo et più si sarebbe fatto se l’illustrissimo signor capitanio di quella guarda si fosse potuto trattenere alla sua custodia, senza l’assistenza del quale cessa il poter valersi dell’opera delle ciurme, che in ciò riesce fruttuosa e neccessaria, il continuarla sarà cosa sommamente giovevole et il comandar così questa, come la riparazione della porporella della Suda già detta, sarà effetto della publica sapienza, perché pare che difficilmente l’huomo applichi il pensiero al fabricar sotto acqua, dove l’operato non si può vedere, né si può godere giornalmente dell’accrescimento et aspirare al compimento dell’opera.
Ho detto sin qui quanto stimo poter bastare delle fortezze et città del Regno et della qualità et sicurtà di esse, devo anco aggionger che li porti di Candia et di Canea si vanno mantenendo con la escavatione continua et che non bisogna in minima parte rallentarla; et che quello di Retimo, ristorato già con gran fatica dall’illustrissimo signor Pietro Foscarini, all’hora Rettor in quella città, è ritornato poco meno che al pessimo stato di primo, con dubio di più periti che sia impossibile di poter mantenerlo, senza applicar il pensiero ad asportarlo in altra parte, che sarebbe cosa grandemente dispendiosa et più giovarebbe al commodo particolare di quella città che del publico et del Regno tutto.
Ora devo passar a toccar qualche cosa delle forze che si trova haver la Serenità vostra per difenderlo et custodirlo.
Difesa principalissima del Regno deve senza dubio tenersi il poter alle occorrenze armar gran numero di galee, ilche se ben pare che con difficoltà si essequisca, anco in poco numero per l’ordinario, si farebbe però assai facilmente quando si trattasse della propria difesa et che credessero quelli habitanti di non dover esser condotti lontani, ma di dover assister alla sicurtà delle cose proprie, ascendendo il numero delli obligati a servir al remo intorno a 32.000 huomini, né può cader dubio che più non potesse giovare per la difesa una mediocre armata, col ricetto sicuro delle fortezze et di porti del Regno, di quel che potesse nocere la più potente che potessero haver gl’inimici, esposta a mille disagi et mille pericoli, sarebbe però sommamente neccessario il tener quelli arsenali, così di Candia come della Canea, forniti di tutto ciò che potesse bisognare, dove al presente, per dir il vero, sono in macamento et difetto di tutte le cose. Molti corpi di galee sono in stato tale che certamente non potriano servire al bisogno, né per me credo che di là si potessero accommodare, et il meglio partito che si potesse prender sarebbe forse l’andarne facendo accommodar qualche d’uno a segno tale, che con l’occasione dell’armarsi di là potesse esser condotto fin a Corfù, dove fosse poi preparato il cambio per esser quello condotto in Regno et il primo in questa città; et così far successivamente di tutti quelli che si trovassero inhabili a potersi adoperare. Come pur desiderarei che per l’armar le galee del Regno vi fossero tutti gli apprestamenti neccessarii corrispondenti al numero delli arsili, li quali non dovessero esser mai tocchi, ma bisogneria appresso che ve ne fossero de sopranumerarii, così per le galee ordinarie di quella squadra, come per quelle che accidentalmente vi capitano, alle quali non è possibile il negar qualche aiuto, chi non volesse lasciarle esposte a grave pericolo in così lunga et difficile navigatione. Altrettanto si doverebbe haver l’occhio di mandar sempre de gli apprestamenti migliori, perché la spesa delle condotte et il pericolo è grande, et ben spesso vi capitano delle robbe o sobboggite [?] o dannificate, in modo che riescono poco meno che inutili. La maistranza di quelli arsenali riesce dispendiosa et continua a Vostra serenità, né si può far di meno di mantenerla, perché non vada a provedersi del vitto altrove, ma per mancamento della materie riesce la loro opera molte volte, se non del tutto inutile almeno poco fruttuosa.
L’armar, che si è fatto quasi ogn’anno per longo tempo delle galee del Regno, è riuscito d’incommodo et danno tale a quei poveri sudditi et per consequenza a tanto publico danno, che non si può quasi esprimerlo, la spesa publica con poco profitto è stata grandissima, quella di poveri sudditi per sottrahersi dalla fattin personale, con sustituir gli andiscari in suo luoco, è stata eccessiva, perché non vi è certo galea, che si armi, che non costi a quei meschini almeno 2.000 ducati, massime quando temono di dover calar alle basse, che proveduti da loro con eccessivo interesse et con l’obligatione delle proprie persone, non è dubbio, che sormonta al doppio, l’abbandonar poi le proprie case et il lavoro de suoi terreni li fa cader nell’istrema miseria, ma tutto cede al danno che se ne sente per la gran quantità de morti che segue ordinariamente in quelle che pur sono della gioventù più florida del Regno et più atta alla moltiplicatione neccessaria di esso, onde chi potesse vedere il gran numero di quelli che sono mancati per questa causa et potesse figurarsi avanti a gl’occhi quelli che da loro sariano derivati, sariano bastanti a popular ogni gran paese. So che l’introduttione d’armarle è stata prudentissima et il continuarla, anco senza bisogno urgente, ha havuto mira a render manco odioso il nome della galea et assuefar molte genti a quell’essercitio per poterle haver pronte a i bisogni, et così come conosco ciò esser neccessario, così vedo che l’effetto che ne è seguito è stato certo diverso. Qual partito si potesse prender per non trascurare il bene et non incorrer nel male non è così facile il determinarsene, vi vorrebbe lunga et matura consultatione, che a questo luogo sarebbe tediosa et superflua. Ma così sopra questa materia gravissima, come sopra ogn’altra che sarà da me più tosto accennata che discorsa, sarò sempre prontissimo a dar quei lumi che stimerò neccessarii et dirne il mio riverente senso, quado ne sia ricercato.
Il secondo nervo di forze che ha la Serenità vostra in quel Regno è quello delli descritti per huomii da spada nelle cernide, che ascendono alla summa d’huomini 14.000 in circa, compresi quelli che habitano la Sfacchia et le ordinanze delle città. Questi sono quelli che per antico privilegio de loro maggiori restano esenti dall’obligo della galera et delle angarie, a quali l’eccellentissimo signor Proveditor general Foscarini, perché non vi fosse persona nel Regno che in qualche maniera non servisse a Vostra serenità le ingionse quest’obligo, con una conditione però che a tempo di loro nascimenti fossero tenuti li loro padri di andarli a dar in nota nel libro delli rolli, tenuto per questo effetto, et che gionti all’età delli 16 anni dovessero poi andar a farsi descriver per dover cominciar a prestar il servitio. Io non so se questa obligatione le fosse ingionta da quel sapientissimo senatore, con pensiero che col progresso del tempo molti dovessero decader da questo beneficio, onde maggiormente si accrescesse il numero delli obligati al remo, so ben che ne è seguito in gran parte l’effetto, onde moltissimi con sommo discontento vedono il fratello et il nipote o altro più congionto servir con la spada, mentre loro sono ricercati a dover servir al remo, in che però tanto sono renitenti, che ben spesso restano esenti e dall’uno et dall’altro servitio. Altre volte la Serenità vostra ha concesso facoltà alli generali miei precessori di dover condonar il mancamento della puntual osserevanza dell’ordine Foscarino in questo proposito et molti ne sono stati rimessi nel rolo de privilegiati; et io stimandolo effetto di gratiosa giustitia, crederei che l’Eccellenze vostre potessero anco al presente farli capaci della medesima gratia e tanto più quanto che molti non decadono per loro elettione o per mancamento del privilegio, ma per impedimento che incontrano nel’andar a farsi descriver lontani 30 et 40 miglia, dove alcuna volta non trovando il ministro, consumato quel poco pane che portano nella tasca, sono neccessitati a tornarsene con li testimonii che havevano condotto con loro, senza haver complito a quanto dovevano. Et per me credo che maggior sarà il beneficio per la consolatione che questi riceveranno, che sono molti, di quello che sia l’accrescer per questa stradda il numero delli obligati al remo, con tanto loro disgusto, in ogni modo in tempo d’urgente bisogno et quando si trattasse della propria difesa et gl’uni et gl’altri conveniriano servire di quel modo che fossero comandati.
La conditione di questa gente et per il coraggio et per l’attitudine nel maneggio delle armi, è per il più buona et atta ad ogni fattione, sono però tutti male armati, mal disciplinati et poco ubidienti, per la maggior parte invece dell’archibuso ordinario da mostra o del moschetto compareno con gli arcobusi longhi da uccellar o con l’arco et le saette, che è cosa impropria et disdicevole et del tutto inutile et infruttuosa. Io ho prohibito assolutamente l’uso di queste armi, ma poco mi prometto dell’essecutione dell’ordine. Nasce la disubidienza dal mancamento di capo d’auttorità, che li rivegga et faccia esercitar alla sua presenza frequentemente.
Per tutto il corso del mio Generalato non vi è stato sopraintendente delle cernide in Regno, essendo stato fin da principio licentiato per ordin publico il cavalier Camillo Cataneo, che sosteneva la carica, senza esserli mai stato mandato il successore. Io raccomandai questo peso al signor colonel Francesco Giustiniano, Governator delle militie di Candia, ma il povero cavaliere per quel poco tempo che visse fu sempre di maniera indisposto, che niente poté operare et finalmente convenne ceder alla violenza del male. Ha pur l’eccellentissimo signor General Moresini raccomandato questa carica al signor Cosmo dal Monte, successore del Giustiniano, ma questo ancora non così presto arrivato in Regno è caduto gravissimamente indisposto et l’ho lasciato in così mal stato di salute, che poco si poteva sperar della sua vita, non che promettersi molto del suo servitio. La carica è importantissima et sopra ogn’altra necessaria, perché finalmente nelle città et fortezze vi assiste l’occhio di publici rappresentanti, li quali non possono condursi per il contado all’essercitatione delle ordnanze. Vi vuole soggetto d’isperienza, di  robustezza di corpo, per poter travagliare nelle asprezze di quelle stradde et viaggi, et sopra tutto di animo alieno da ogni illecito vantaggio, perché quei poveri popoli non hanno bisogno di patir aggravio. Li capitani pagati di queste cernide sono per dir il vero soggetti di poca isperienza et poco atti a questo servitio, né bisogna meravigliarsene, perché la ragion non può persuadere che un huomo di qualche stima ricercasse di servire in quel ministerio, vivendo in luochi remoti et per il più infelici con la misera paga di ducati 10 al mese di moneta di Candia, che non rispondono più che cinque reali et mezo in circa.
Li governatori di queste cernide, che sono in cadaun territorio et che hanno servito in mio tempo, sono certo soggetti da quali ne ho ricevuto sodisfattione. Alla Canea vi è stato il governator Rafael Monani, del qual anco mi son valso nella gira che ho fatto del Regno, havendo egli buona prattica di disegno et della profession d’ingegnero, et così in questo come nella sua particolar carica l’ho conosciuto zelante del publico servitio, che perciò lo reputo fruttuoso servitor di Vostra serenità et meritevole della publica gratia. A Rettimo ha servito in mio tempo governator Antonio dal Palagio, soggetto molto ben conosciuto da molti dell’Eccellenze vostre et ha certo complito al suo debito con intiera sodisfattione de publici rappresentanti et mia ancora, et hora serve governator delle militie nel medesimo presidio di Rettimo. In Candia serve governator delle cernide il governator Gieronimo Lobato napoletano, né manca di diligenza nell’esercitar le ordinanze di quella città. Di questo soggetto io ho veduto li più belli attestati et requisiti di servitii prestati alle guerre di Fiandra et altrove, che si basti dire. Altri o per malevolenza o perché così sia in effetto affermano che questi siano falsi, vitiati et mentiti et che manco lui sia quel Gieronimo Lobato che egli professa di esser, il quale dicono esser morto di molto tempo, quale possi esser la verità io non lo posso sapere, ben dico che quando egli sia in effetto quello che egli si publica, et che siano veri et legitimi li attestati de suoi servitii, merita esser tenuto in gran conto da Vostra serenità, come quando havesser procurato ingannarla con nome supposito et mentite fedi, meriterebbe ogni castigo maggiore. Sarà egli presto alla fine del suo servitio et ragionevolmente doverà procurare nova carica, potrà all’hora l’illustrissimo signor Savio alla scrittura con diligenza penetrare nella verità delle cose predette, per compensarlo conforme al suo merito.
Al governo delle cernide di Scitthia et Girapetra al mio arrivo in Regno vi era il governator Persian Carriero, caduto ippopletico, del tutto inutile a prestar il servitio, che però le diedi licenza di ricondursi in Patria, ma la sua mala fortuna lo fece capitar nel viaggio nelli bertoni di corso et fu condotto in Barbaria, dove ha lasciato la vita in schiavitù insieme con un suo nipote, al suo luoco per modo di provisione ho sostituito il governator Agostin Zurla di nation bresciano, che altre volte ha pur esso esercitato la medesima carica et è veramente soggetto di buonissima attitudine, stimato et ubidito da tutti quelli soldati et quando egli non havesse qualche interesse, essendo ammogliato in quelle parti, non credo che vi potesse esser persona che lo potesse avanzare nel ben servir a Vostra serenità.
Ho detto quanto più brevemente ho potuto quello che ho stimato neccessario intorno alla difesa che possi ricever il Regno, così dalla gente da remo come dalli privilegiati con le armi et con la spada. Ora devo passar a discorrer della cavalleria feudata, che fin da principio che la Republica serenissima andò al possesso di quel nobilissimo Regno, fu stimata da nostri sapientissimi precessori il fondamento e la base della sicurtà di quello, materia per dir il vero sommamente importante et degna di esser rinovata alla memoria dell’Eccellenze vostre, per esservi fatto sopra il suo prudente riflesso. Toccherò brevemente la ispeditione fatta in quei primi tempi della colonia, cavata dal medesimo ordine della nostra nobiltà et altri de suoi cittadini a quel Regno, le obligationi ingionteli, la providenza isquisita di quei sapientissimi Senatori in quella mirabile ispeditione, la declinatione del Stato della colonia et della sua nobiltà da quei primi tempi, l'aggravio che sentono li feudati per l’obligo del guarnir confrome all’obligationi de feudi che possidono, il stato presente della cavalleria medesima, la neccessità di essa et tutto ciò che stimerò neccessario; et comprenderanno chiaramente l’Eccellenze vostre che quanto di bene si poteva prometter da quella santissima et sapientissima deliberatione, tutto doveva dipender dalla essecutione puntuale di tutte le clausule in quella espresse, che si può certamente creder che fossero più tosto dettate dallo Spirito santo, che divinamente operasse nelli animi di quelli santisismi padri, che firmate da humana lingua o scaturite da consiglio humano e tutto quel di male che ne è poi derivato a notabilissimo publico danno, tutto esser provenuto dalla inosservanza di quelli publici primi santissimi decreti.
Per quelli gran rispetti di Stato che mossero l’animo di nostri sapientissimi progenitori l’anno di nostro signore 1211, che fu poco doppo che la serenissima Republica acquistò il Regno di Candia, come ho detto da principio, deliberorno spiccar da questa città una colonia di buon numero di suoi medesimi figliuoli et cittadini, il qual poi li anni 1222 et 1252 fu per li accidenti di quei tempi accresciuto. A questi furono donati nobilissimi et ricchissimi feudi, sotto nome et titolo di cavallarie, et furono l’anno 1212 mandati 12 partitori, nobili nostri, che gle le assignassero, fu la investitura concessale, libera et ampla in modo che potessero di essi disponer ad ogni loro beneplacito venderli, donarli et farne ogni loro volere, non escludendo manco le femine, una sola conditione vi fu apposta molto importante et è che non potessero vender o disponer di questi beni in altri soggetti che nelli veneti, che vuol dire nelli soli della colonia et a quelli ancora con licenza dell’illustrissimo signor Duca et consiglieri, che per tempora fossero stati mandati a quel governo, alli quali soli tutto restava con amplissima auttorità in quei primi tempi raccomandato. Le fu anco ingionto l’obligo di non poter investir altri senza il beneplacito del Duca et del suo consiglio per la maggior parte et che morendo li primi investiti dovessero li loro heredi nel tempo di un anno rinovar il giuramento di fedeltà et delle loro obligationi, et che mancando d’alcuno delli oblighi ingiontili nella loro concessione et investitura, s’intendessero esser decaduti dalli feudi et dovessero esser mandati altri in luoco loro, oltre alla concession de beni le fu in gran parte participato il governo con la erettione di molti principalissimi magistrati, così per le materie civili come criminali, a similitudine apunto di questa città dominante, in modo che dovesse quasi quel Regno, col transporto di tanto numero de nostri medesimi cittadini, esser più tosto associato alla Republica, che comandato da quella; la qual però con providenza isquisita conservò in se stessa la superiorità et il dominio, come dalle cose in diversi tempi deliberate è assai facile di comprendere. In ricompensa et ricognitione di queste cavallarie et di questi nobilissimi feudi furono obligati quei primi possessori con li suoi discendenti in perpetuo, alla manutention et difesa di quell’isola, in modo che par che la publica intentione fosse con la libera et assoluta donatione di tanta parte di essa, di poter goder il restante che riservò per se stessa, senza interesse et senza aggravio veruno, se ben poi vi sono nel corso di tanto tempo stati impiegati tanti tesori e tuttavia vi s’impiegano, quanto è notorio ad ogn’uno furono inoltre obligati quelli primi feudati con li loro successori a dover tener per cadauna cavalleria a proprie spese un cavallo da lanza et un primo piato condotti d’Italia, sopra il primo de quali dovesse montar il cavalier feudato et servir con la propria persona et sopra il secondo un scudiere, che così viene nominato di Rito latino, atto a prestar il servitio et le fu poi assignato tempo di un mese et mezo doppo l’arrivo in Regno di provedersi di un altro ronzino per ogni cavallaria, di modo che ogni cavaliere havesse dovuto servir con tre cavalli con la sua propria persona, con un soldato latino et con un altro servitore a sua elettione. Tutte queste santissime deliberationi hanno havuto la mira alla sicurtà di quell’isola, non solo per le invasioni che se ne potessero temere da prencipi esteri, ma per tener in officio li proprii paisani, pur troppo facili all’hora alle sollevationi et ribellioni, che perciò si può creder che fosse mandata la colonia de nostri proprii nobili et cittadini, ugualmente interessati con gl’altri nel ben della Patria, et le fosse ingionto l’obligo di tener per cadauno un soldato di Rito latino, anzi le fu concesso libero et assoluto dominio sopra li loro casalioti, li quali potessero tener come sudditi et schiavi, se ben cessati quelli sospetti et quelle gelosie, furono quelli poveri huomini dalla publica pietà et munificenza vindicati in libertà.
Ho detto avanti che la clausula apposta alla donatione fatta a feudati di non poter disponer et vender li loro beni et feudi ad altri che alli medesimi della colonia, in modo che per nessun accidente potessero uscir da quelli, fu più tosto meravigliosa che savia, replico hora che dall’haverla trascurata et negletta sono nati li disordini tutti; et se bene il rimedio doppo tanto tempo è difficile assai, per non dir impossibile, non vi può però esser partito peggiore che il lasciar continuar l’abuso, rendendolo sempre maggiore; et questo appunto è uno delli pregiudicii principalissimi et fondamentali di molti altri che altre volte ho tocco in mie lettere scritte a Vostra serenità et questo appunto è un di quelli negotii che nelle medesime lettere ho voluto inferir esser di natura tale, che nessun publico rappresentante, ben di eminente et estraordinaria auttorità, haverebbe mai ardito di porvi la mano per regolarlo, ma che doveva la provisione dipender dalla deliberatione del solo eccellentissimo Senato. Ora continuando il proposito dell’ispeditione della colonia, devo dire che previde la publica sapienza che meglio sarebbe stato che questi nobilissimi feudi si fossero mantenuti uniti in tante teste quante erano le cavallarie, come per il più si accostuma in tutti li feudi nobili et grandi in ogni Stato, et conobbe che l’haver in quel Regno gran numero de cavalieri interessati per nascita et per gran commodità di forma nella confermatione di esso et che con la loro auttorità havessero potuto acquistarsi l’amore et il rispetto del resto delli habitanti, sarebbe stata la sicurtà compita dell’isola, ma altrettanto considerò che molti di suoi cittadini di buon sangue et conditione honorata, più difficilmente si sarebbono indotti a lasciar la Patria per condurli in altro paese, quando la loro discendenza tutta non havesse dovuto ugualmente participare delli beni concessili, mentre massime non sono molto in uso in questa città di Venetia le primogeniture, che quasi da per tutto ne gl’altri Stati et massime nelli beni feudali si accostumano. Onde per non levar a quelli l’eccitamento di passar in Candia, pensò per altra stradda ottener l’intento, come in effetto sarebbe mirabilmente seguito, se li abusi non lo havessero impedito, perché se li feudi o se alcuna parte di essi non fosse stata alienata ad altri che a veneti, tutto questo ricchissimo et nobilissimo patrimonio si sarebbe intieramente conservato nella colonia, dove al presente non vi è quasi persona di conditione molto manco che mediocre et fino anco dell’infima plebe, che non ne partecipi, et quanto fosse stato o per vendita o per testamento o per occasione di dote diminuito dalla prima portione dell’uno, tanto sarebbe andato in augumento dell’altro, in modo che tutto questo corpo di beni si sarebbe sempre intieramente conservato nel solo numero de feudati discendenti delli primi della colonia di qui transmessa et poco haverebbe importato al prencipe, che più l’uno che l’altro lo possedesse, niente in nessuna maniera havesse potuto passar in altri. Ma fu anco tanta la providenza di quei sapientissimi padri, che dubitando che col progresso del tempo havessro potuto queste gran facoltà capitar in poche teste et pochi soggetti, né complendo al publico vantaggio che ciò seguisse, si dichiarirono nell’ultima investitura fatta a feudati l’anno 1252, di quella portione di cavallarie situate nel territorio della Canea, nel luoco detto Caospada, che si può creder che sia stato l’ultimo che con forza d’arme fosse rimesso all’ubidienza della Republica, che non potesse alcuno posseder più di due cavallarie, onde havessero dovuto restar per sempre ben compartite in diversi soggetti. Convengo replicare che la deliberazione sia stata più tosto angelica che humana et che non vi sia disordine alcuno che non sia derivato da questa transgressione. Non comple al publico commodo et alla sicurtà del Regno haver molto numero di persone insignite di questo carattere di feudato, soggetti di bassissima conditione, poverissimi et mendichi di nessuna auttorità et del tutto paesani et che manco trahono l’origine da veneti, ma molto più giovarebbe che il numero fosse minore, ma della conditione nobile et honorata che fu di qui espedita. Ogni cavallaria consta di sei serventarie et ogni serventaria di 24 caratti, onde se uno per vendita o per altro havesse smembrato da una cavallaria che prima possedesse una serventaria, per essempio, lui sarebbe restato in cinque et la sesta si sarebbe aggionta ad un altro, et quanto si fosse diminuita la fortuna di quello, tanto si sarebbe avanzata quella dell’altro, la qual però non haverebbe potuto passar all’eccesso quando una sola testa non havesse potuto posseder più di doi cavallarie o almeno se l’occasione havesse portato che vi fossero per heredità o per altro pervenute, vi havesse voluto il particolar indulto del prencipe o di suoi rappresentanti, li quali nel prestarvi l’assenso haverebbero mirato sempre a questi grandi interessi, che però vien detto nella concessione che non possino esser venduti se non a veneti et a quelli ancora con licenza del Duca et del suo consiglio, ma certa cosa è che quando non havessero potuto uscir di questo corpo se non sarebbe fatto un giro, poiché quello che compra il padre, lo vende il figliuolo et quello che una volta si acquista, un’altra volta viene alienato. Ma la cosa al presente è riddota a termine tale che persone, come ho detto, di bassissima conditione partecipano di questi beni, chi ne possede una serventaria, chi pochi caratti, compri con solo fine di sottrahersi da ogn’altra obligatione, onde se non vi si porge rimedio le subdivisioni anderanno all’infinito, si perderanno li feudi et la memoria di essi; et pur il prencipe non ha cosa della qual deva esser più geloso conservatore, che di questa pretiosissima giurisdittione, et al publico danno va congiunta la rovina et l’esterminio delli medesimi fudati. Di qua nasce la difficoltà et la renitenza nel guarnir et mostrar li cavalli conformi alle loro obligationi, perché ben si sa che è più difficile l’essiger il debito dall’huomo povero che dal ricco et dal commodo, et se quello che è diminuito dalla carattada dell’uno fosse entrato in quella dell’altro, con la debita proportione del peso, l’aggravio non solo non le riuscirebbe insopportabile, come alcuni dicono, ma leggiero assai, anzi tanto minore dalla prima impositione, quanto che quelli terreni et beni che all’hora erano sterili et inculti et di debolissima rendita, hora sono riddotti in giardini delitiosi et fertili, né vi è proportione fra l’augumento che hanno fatto li pretii delli cavalli, di che si vagliono per pretesto et ne toccherò qualche cosa qui appresso, con quello delle loro entrate, che si sono oltre ogni credenza avanzate. 
Ma li possessori di beni, nati con quella fortuna niente riflettono che quella le sia pervenuta dalla semplice libera munificenza del prencipe, ma si risentono del peso, quasi che questa non fosse conditione inseparabile da quel fondi, concetto che tanto più si avvanza alle volte, quanto che le viene fomentato et nudrito da chi manco doverebbe, Dio sa con qual fine.
Dell’utilità et neccessità di questa cavallaria dirò qualche cosa, ma non devo tacere che quando ella fosse del tutto superflua et inutile, non sarebbe mai ragionevole che il prencipe diminuisce al feudato la ricognitione stabilita et accordata nella prima investita, ma più tosto doverebbe restar commutata in altra equivalente, per non dir di tanto eccedente, quanto che li loro commodi con la bonificazione di feudi si sono fatti maggiori, ma per il mio debole et riverente senso, credo che non ve ne possi essere alcuna più propria, più utile, di sicurtà et riputatione maggiore et di manco peso a proprotione di questa, et quando questo eccellentissimo Senato risolvesse di commutar quest’obligo in altro aggravio corrispondente, si rendano certe l’Eccellenze vostre, che voleriano le ambasciate per divertirne il pensiero. Trattarò prima di quest’aggravio di cavalieri, poi parlarò dell’altro capo, che è della neccessità di questa cavallaria.
Ogni cavaliero, che posseda sei servantarie che formano una cavallaria, è tenuto per l’obligo accordato nella prima investitura di guarnir tre cavalli: l’uno da lanza, un primo piato et un ronzino, ma al presente, non so se per abuso o per connivenza, con doi soli cavalli supplisce all’obligo, perché il primo cavallo o vogliamo dir corsier [?] serve per quattro serventarie et il primo piato abondantemente basta per due. Onde et la spesa del capitale et l’aggravio nel mantener li doi cavalli in luoco delli tre riesce minore, oltre che quando anco non vi fosse quest’obligo, sarebbero pur constituiti in neccessità i cavalieri per il proprio servitio di mantener qualche numero di cavalli, che perciò si può dire che il peso sarebbe insensibile, quando le cavallarie non fossero state tanto suddivise in piccole portioni, né credo che vi fosse aggravio più volontieri sofferto da nostri cittadini in questa città, che per l’entrata de migliara di ducati che rende una cavallaria et molto più conforme alla bontà de terreni haver obligo di tener doi, tre, quattro et più cavalli, per servirsene a proprio commodo, restando poi del tutto liberi da ogn’altra contributione, come in effetto quelli signori feudati a nessuna altra cosa sono tenuti che a questa, oltre al condur ne fonteghi della città certa poca portione di formento delle loro entrate, che le viene pagato a prezzo di poco inferiore dell’ordinario, peso dal quale anco si sono in parte sotratti quelli di Candia da pochi anni in qua, con l’haver sotto specioso pretesto di publico servitio procurato et ottenuto dall’eccellentissimo Senato un annuo stabilimento di 40.000 misure all’anno, in luoco della giusta portione che erano tenuti di dare, obligando per la condotta di questa summa la communità, che è stata cosa vana, per non dir captiosa, poiché la communità non ha pur un piccolo di rendita, né si può dricciar l’essecutione contra altri che contra li possessori de beni, come si faceva prima, con le medesime difficoltà, non vi essendo altro che l’apparenza et il nome di communità, senza sapersi quale ella si sia o potersi contra quella far alcun tentativo, resta però fermo et certo che nessun altro aggravio sentono quei signori oltre l’obligo del guarnire, che come ho detto di sopra non è a gran gionta proportionato alle loro rendite, restando anco del tutto negletto il tener il scudiero di Rito latino per cavalcar il primo piato, che è punto di gran consideratione, ma valendosi loro in quella funtione della più vil gente del contado, liberandola per questa stradda dell’obligo del servir alle angarie et al remo, il che causa che manco si possi prometter del servitio di questa cavalleria, montata da gente del tutto inetta a quella professione, onde prendono anco occasione li cavalieri di sdegnar con ragione di meschiarsi con questa bassissima plebe, comparer alle mostre et esercitarsi nella profession militare unitamente con loro, che è pur pregiudicio derivato dalla inosservanza delli primi ordini et santissimi publici decreti.
Per comprobar poi il beneficio et la riputatione che apporta questa militia nel Regno di Candia et la neccessità di essa, basteria dire che nella prima investitura di quello fatta a cavalieri, ella sia stata stimata tale dalli nostri antichi, sapientissimi padri, li quali mentre potevano aggravar d’ogn’altro gran peso quelli signori feudati, hanno preferito questa ad ogn’altra ricognitione. Si può anche vedere quello che ne discorra il già eccellentissimo signor Proveditor general Foscarini nella sua relatione, alla intelligenza del quale non so se vi sia chi presuma di poter arrivare, massime nelle cose attinenti a quel Regno, per eccitamento del quale tanto vi applicò il pensiero l’eccellentissimo Senato, che deliberò di destinar per capo a quella cavalleria principalissimo gentilhuomo del nostro ordine, con quelle buone regole che vi furono instituite, argomento infallibile della stima che si deve fare di questa importantissima difesa. Ma chi è poi quello che non sappi et non conosca quanto sia neccessario in ogni fattion militare un nervo di cavallaria, senza la quale niente si possi operar di buono, ma perché essendo questa verità palese, né potendo esser negata inanco [?] dalli medesimi signori feudati, vanno procurando d’imprimere dove possono altro concetto a loro vantaggio, che havendo apparenza di buono et essendo portato con termine di publico servitio, viene facilmente imbevuto et fomentato alle volte per acquistarne l’applauso delli interessati et vengono eccitati a dover riccorrer da Vostra serenità per la provisione, sotto varii speciosi et apparenti pretesti, che in effetto poi non mirano ad altro che a sollevar se stessi dall’obligo e distrugger del tutto questa cavallaria, che una volta disfatta et annichillata, sarebbe poi impissibile di poterla mai più rimetter; è neccessario che io scopri l’equivoco, per non dir la fallacia con che si tratta. [“Ridur a danaro” a margine] Dicono alcuni che meglio sarebbe che il prencipe si contentasse di riscoter da cadauno certa annua pensione in contanti, con la quale potesse trattener altrettanto numero di soldati capelletti, che con li cavalli leggieri et lesti fra quelle balze et quei dirupi presteriano servitio miglior, ma credano pur l’Eccellenze vostre che questo concetto non le scaturisce dal cuore, oltra che il publico servitio incontraria notabilissimo pregiudicio, mentre la cavallaria si ridducesse in soli ronzini, come ordinariamente sono li cavalli de capelletti, l’aggravio de quali sopra il paese riuscirebbe insopportabile, come mai mancano le lamentationi de molti per quel poco numero che vi si trattiene, ma non vi sarebbe poi violenza bastante a cavar alcuna summa di denaro dalle mani delli feudati, et chi sa la difficoltà che si prova nella essatione delle condanne contra gl’inobedienti et per qual si sia credito o publico o privato, non ha bisogno di prova per persuaderselo. Onde resterebbero quei signori nel possesso delli loro fondi liberi di ogni aggravio et il prencipe senza la debita ricognitione et privo di questo importante presidio. Altri di spirito forse maggiore et che vedono li contrarii di questo partito, che manco a loro ridondarebbe di commodo, preso pretesto dalli alti pretii delli cavalli della prima conditione et facendosi sponda della qualità dl paese alpestre et improprio, come dicono loro, per la cavallaria grossa, tentano di far foro col procurar di persuader che fosse meglio il conversarla in altrittanti cavalli di conditione inferiore, ma non so bene intender o più tosto loro non si dichiarano, se in luoco di un primo cavallo assentiriano di tenerne doi di questi o in luoco di doi, tre o pur di mantener il solo primo numero, ma di questa inferior conditione. Nel secondo caso perderia la Serenità vostra la metà della dovuta ricognitione mentre le rendite de feudi si sono di tanto accresciute et nel primo il loro aggravio sarebbe di tanto maggiore, quanto che li doi cavalli le costarebbono certo più dell’uno et con maggior interesse si nutrirebbono quelli che questo, da che si scopre la manifesta fallacia della propositione. Ma non sarà mai manco vero, che la cavallaria grossa non sia per riuscir fruttuosa in quel Regno, anzi in occasion di bisogno assolutamente neccessaria, perché non deve servir proportione ripartita, sapevano benissimo quelli antichi sapientissimi padri mirabili in tutte le loro operationi, ma che nella ispeditione della colonia hanno superato se stessi, che in quei paesi circonvicini al Regno di Candia, posseduti all’hora dalla medesima Republica, vi erano de cavalli in gran numero et quantità, ma altrettanto sapevano che non erano atti a sostener l’huomo armato, che però ordinarono et pattuirono che ogni cavalier dovesse condur doi cavalli d’Italia et provedersi del terzo nel paese, perché con questi, come con cavallaria leggiera, si potesse velocemente scorrer per tutta l’isola et condursi a quelle marine con qualche numero d’infanteria in groppa, dove più si potesse temer che l’inimico pensasse di metter il piede in terra et far tutte le altre fontioni proprie di quella militia, ma con la cavallaria grossa armata si potesse poi formar un buon corpo unito all’infanteria atto a difender qual si sia posto et fortezza, o fatta dall’arte o dalla natura medesima, che molte ve ne sono, tener in officio li paesani et resister ad ogni empito et invasione dell’inimico, quando anco fosse sbarcato, e travagliarlo dove accadesse, come manco è stato pensiero dell’eccellentissimo Senato, che ha ordinato la fabrica di tante fortezze in quel Regno, che con tanto interesse le mantiene, che quando non si potesse impedir il sbarco, si dovesse ceder all’impeto dell’inimico et abbandonar il paese, né la difesa certo si potrebbe mai fare contra potente armata, quale doverebbe esser quella di chi volesse tentar l’invasione di quell’isola, senza questo nervo di cavallaria grossa, non mancando li siti et le campagne dove potrebbe et convenirebbe fruttuosamente servire e tanto più quanto che come pur ho discorso avanti, certamente si può presupponer che ogni tentativo dricciato all’acquisto del Regno si farebbe vicino alle città principali di esso et al Marathi particolarmente vicinissimo alla Canea, non alle marine d’Ostro o alle parti estreme dell’isola, et in quei siti la cavalleria grossa armata non presterebbe minor servitio di quello che potesse fare in qual si voglia altro luoco di terra ferma et di piano, et quando questa sia una volta disfatta non basterà la potenza della Republica, né basteria quella di qual si sia maggior prencipe per condur in Regno alle occasioni tanto numero di cavalli di buona conditione, come più facilmente si potrebbe proveder di gente atta a montarli, quando vi sieno li cavalli effettivi. Ho detto che non vi sia altra mira in quelli signori feudati, che di liberarsi da questo peso con la distuttione della cavallaria, et hora lo replico et chi piglierà per mano tutte le instanze fatte a Vostra serenità dalli ambasciatori della colonia in diversi tempi in questo proposito et tutte le deliberationi fatte dall’eccellentissimo Senato per compiacerli, et osserverà quello che ne sia risultato et quanto questa sia andata sempre deteriorando di conditione, lo comprenderà molto facilmente et Dio non permetti che habbiamo a pentirsi a qualche tempo di questa troppo connivenza et che li nostri non habbino occasione di rimproverarcila [?]. Questo solo replico che non si tratta d’introdur novità, ma di conservar al publico la ricognitione accordata nelle prime investiture, che mai è solito che sia diminuita, mentre alli feudati niente si diminuisse del promessole et concessole, che l’aggravio non è maggiore, anzi inferiore a quello che era in quelli primi tempi, havuto riguardo all’accrescimento delle rendite de feudi, et in fine che non vi è alcuno di quei signori che non ricevesse volontieri un altro feudo con uguale et maggior obligatione, come moltissimi del nostro ordine si leveriano dalle loro case per condursi a goderne de simili. Ben è vero che la inosservanza delle leggi et delle publiche deliberationi ha causato che molti restino oltre il dover aggravati et altri senza peso proportionato alli loro haveri, perché dove la ragion vuole et gl’ordini Foscarini chiaramente dispongono, che non si possi per qual si sia imaginabil via far passar da una persona nell’altra alcuna benché piccola portione di questi beni feudali, senza il suo proportionato peso di guarnigione, molti o per avvantaggiarsi nelle vendite o nelle assignationi delle doti, hanno disposto di parte de loro beni, dandogli esenti et ritenendo sopra la parte rimastale quell’aggravio che doveva esser ripartito nel tutto, da che nasce poi che non potendo portar il peso se ne risentono, esclamano et sotto varii pretesti fanno passar le querele a Vostra serenità. Ma perché speciosissimo pretesto et più facile da esser impresso et che però viene sempre portato nel frontispicio di questo negotio è quello delli altissimi pretii delli cavalli in quel Regno et della mercantia ingorda che di quelli se ne facci da publici rappresentanti, è necessario che io ne tocchi alcuna cosa con sincerissima verità all’Eccellenze vostre. 
È verissimo che in quel Regno li cavalli di buona conditione o come chiamano loro da lanza vagliano a prezzo grande, che sarà intorno a 200 cecchini l’uno, poiché pochissimi sormontano questo prezzo, come moltissimi vi stanno al di sotto, ma altrettanto è vero, che questa non sia cosa nova, poiché pur si legge nella relatione dell’eccellentissimo Foscarini, fatta già cinquant’anni, che molti cavalli fino a quel tempo erano stati pagati a questo alto prezzo delli 200 cecchini. È medesimamente vero che questi cavalli da lanza sono per il più condotti nel Regno da publici rappresentanti, che poi li vendono alli signori feudati, ma altrettanto è vero che se li rappresentanti publici non ne conduranno, si disfarà in breve tempo la cavalleria fondata di questa conditione di cavalli, che è quel solo a che aspirano li signori feudati, perché chi sa le difficoltà che si provano nel condur questi cavalli in Regno, li pericoli che corrono et li favori che bisogna procurarsi per farli levar dalli signori sopracomiti o capi da mar, convien concluder che il prezzo di quelli convenga esser molto alto et che non vi siano altri che li publici rappresentanti che possino superar tutti questi contratii, et il dire che se li rappresentanti non ne conducessero, troverebbero quelli la stradda di farne condurre è cosa vanissima et lo riproba il fatto, poiché non bastano tutti li cavalli che conducono li rappresentanti in Regno a guarnir tutte le poste, ma ve ne restano sempre le centinara di vuote, né mai per questo trovano modo di farvi condur pur un cavallo di prezzo per adempirle. Et queste disseminationi indebitamente introdotte, che fanno andar riservati li rappresentanti a condurre, causerà non solo il difetto maggiore delle poste da guarnir, ma l’accrescimento maggiore delli prezzi delli cavalli et il deterioramento della qualità della cavallaria. Ha più volte l’eccellentissimo Senato eccitato quei signori feudati a procurar d’introdur de buone razze de cavalli nel Regno, ma niente ha giovato, poiché pochissima è la loro applicatione et industria in alcuna cosa, non già perché io credessi che non potessero nutrirvisi, quanto in ogn’altro luoco et per me certamente, credo, per l’osservanza che ho fatto di molti luochi nel cavalcar quel Regno, che vi sarebbe luoco proprio quanto in ogn’altro paese per esequirlo. Il creder poi che con la vendita di cavalli si venda da publici rappresentanti l’amministratione della giustitia, che tanto si può dir che sia venduta ad altro prezzo, sarebbe un formar concetto molto indegno di quelli, che quando fossero di natura tale abietta et venale, potrebbono commettere attioni anco peggiori; et pur ha tante volte l’eccellentissimo Senato fatto visitar quel Regno da Sindici et inquisitori generali, né ha trovato a gran gionta gli errori che vengono alle volte decantati con varii et privati fini di proprie passioni et il sparger questi concetti appresso li sudditi, è certo effetto di poca prudenza, per non dir altro, perché quando pur fosse vero qualche difetto di alcuno, che io non pretendo di escusar chi si sia, meriterebbe ben il suo errore d’esser castigato et coretto, ma non per questo ricercheria il publico servitio che fusse derogato alla sincerità et candor de buoni col metter tutti a fascio, renderli tutti odiosi et esosi a i sudditi, levarle la riputatione et il dovuto rispetto et incolpando quasi la publica sapienza, che mandasse a reggere li popoli rappresentanti infetti di mille colpe, più tosto che suggetti degni et sinceri, quali devono esser quelli che amministrano la giustitia. È cosa molto ben nota a chi ha prattica di quel paese, che non vi sia stradda più certa per acquistar l’applauso et il grido di ogn’uno, quanto il dannar l’obligatione del guarnir a feudati, nutrendole la speranza di potersene sollevare, con qualche altra appresso che dirò a suo luoco. Ma altretanto [aggiunto sopra con un'altra grafia] è vero che queste sono troppo dannose al nostro governo et di troppo male consequenze.
Ho detto più avanti che la inosservanza delle publiche deliberationi ha causato il publico danno et accresciuto l’aggravio a signori feudati, mi trovo però in obligo di verificarlo et lo farò con palpabile dimostratione, che però supplico l’Eccellenze vostre ad attentamente osservarla. Io trovo che le cavallarie de feudati contenute nelle tre ispeditioni del 1211, 1222 et 1252 ascendono alla summa di 335 comprese in queste 68 nominate in quella del 1222, che par che siano state aggionte alle prime che erano 132, delle quali non ho potuto haver altro incontro, che quella sola mentione che ho veduto farsi in quella seconda ispeditione. Ora queste cavallarie tutte obligate a guarnir cavalli tre per cadauno, doveriano guarnir 1.005 cavalli; et se devo regolarmi con la relatione dell’eccellentissimo Foscarini, il quale pare che non riferisca che habbino obligo di guarnir più che doi cavalli per cavallaria, forse perché come ho detto avanti con doi cavalli, l’uno da lancia, che supplisce per quattro serventarie, et il secondo per doi, che fanno la cavallaria intiera, possono complire al loro dovere, con soli 670 cavalli adempiriano tutte le poste di tutte le cavallarie, o pur quando anco le cavallarie arrivassero al numero di 395, che tante riferisce l’eccellentissimo Foscarini che vi erano all’hora, se ben nelle ispeditioni, come ho detto, della colonia non ne trovo più che 335, ad ogni modo col calculo ch’egli ne fa, con 790 cavalli adempiriano tutta l’obligatione. Ma perché quel signor eccellentissimo volse che tutti quelli che havessero ben pochi caratti di questi beni feudati fossero tenuti a mostrar un cavallo, se ben di debole conditioni, perciò fa mentione nella sua relatione di haver lasciato in Regno intorno a 1.200 cavalli, ma hora che la benignità publica le ha permesso di poter giontarsi insieme quelli che possedono manco caratti delli 24 che formano una serventaria, il numero de cavalli doverebbe esser molto minore, tuttavia per le divisioni et subdivisioni de feudi, seguite anco da quel tempo in qua, arriva il numero de cavalli al presente oltre alli 1.700, perilché il publico resta pregiudicato, perché li feudi sono passati in persone reiette dalle leggi, et questo gran numero de cavalli è per la maggior parte di quelli che sono pochissimo atti a prestar il servitio et l’aggravio de cavalieri si è fatto tanto maggiore quanto che in luoco di 800 cavalli, che haveriano potuto bastare al peso impostole, sono tenuti di mantenerne forse più del doppio, onde compreso il capitale et la spesa ordinaria di esso, questo numero accresciuto rileva certo la spesa di molte decinne di migliara di ducati all’anno et se non vi si porge rimedio, si anderà all’infinito con l’esterminio de feudi et de feudati e total perdita della ricognitione del principe o certamente almeno con gran pregiudicio della sicurtà dell’isola; et questo è il vero et real fondamento del loro aggravio, per il quale molti di loro convengono et conveniranno più in avvenire cader sotto il peso. Ho detto forse troppo in questo proposito et troppo sarà riuscito tedioso all’Eccellenze vostre, ma non son a gran gionta arrivato al segno che merita l’importanza della materia.
Ora passerò ad altro. Non è forse minore un altro inconveniente attinente pur alla sicurtà et presidio di quel Regno, nato et derivato dalla medesima causa di haver negletto l’osservanza del primo ordine, di non poter passar li feudi in altri che in veneti et lo riferirò con libertà per non mancar all’obligo di buon cittadino et publico rappresentante. Molti di quei signori che hanno trovato più facilità a vender li loro feudi ad altri, di quel che haveriano incontrato dovendoli alienar nelli soli veneti, se ne sono privati, hanno spiantato di là le loro case et si sono riddotti ad habitare in questa città, et dove prima la difesa dell’isola era appoggiata tutta a gentilhuomini del nostro ordine, del nostro sangue et della nostra nobiltà, ugualmente interessati con noi nella conservatione di essa, hora ella resta per la maggior parte raccomandata ad altri, che voglio supponer che siano di sincerissima fede, ma non doveranno certo esser paragonati con quelli; et quello che più importa è che hora molti sono li feudati di così misera fortuna, che nessuna mutation di stato può apportarle pregiudicio, né questo io dico perché mal volontieri io veda quei signori a goder del privilegio della nobiltà riservatale, ma perché non vorrei che se ne valessero con tanto publico danno, anzi tanto è lontano che io stimi publico servitio, che quei cavalieri non dovessero goder il frutto della medesima nostra nobiltà, che volontieri vederei, salvi li publici rispetti et la gran gelosia che si deve havere di non admetter a quella persone macchiate di alcun difetto, più facile il modo della loro prova, senza obligarli a venir tutti personalmente in questa città per provarsi, che dà anco occasione alle volte di trattenervisi et trasportarvi la fameglia, poiché questa tanta strettezza causa che molti o per impotenza o per trscuraggine o per altro rispetto perdono il carattere della nobiltà dovutale per ogni ragione, onde ne vivono poi discontenti et diminuiscono l’affetto verso le cose publiche, non partecipando con gl’altri del medesimo interesse, da che deriva che molti si ridducono ad habitar ne casali et da questi più che da gl’altri patiscono li loro casalioti indebito aggravio, dove che vaglia a dir il vero nelli nobili provati del nostr’ordine et più nelli più grandi et principali, ho scoperto interessatissima la loro dispositione verso li publici interessi, come particolarmente seguì nell’ultima offerta fatta a Vostra serenità delli 40.000 ducati per le congiunture correnti, che fu abbracciata con tutti i voti dalli signori del numero de 18 che passano le prime consulte et confirmata poi con tutti li voti del loro consiglio, riddotto al numero di 60, in che certo grandemente et ardentemente si affaticarono tutti quei signori di conditione migliore de gl’altri, non pregiudicando però al buon affetto di quei nobili veneti et cretensi che vi concorsero, che però merita questa sua prontezza esser tenuta a grado et per me convengo dire che se alcuno di quei signori godendo dell’habitation di questa città, lasciando il padre o il fratello in Regno con la sua casa, vi si condusse, non solo crederei che dovesse esser volontieri veduto, ma che conforme al suo talento dovesse anco esser adoperato, ma quello che mi duole è il veder a spiantar le case del tutto et più ad alienar li beni ad altri soggetti contra li santissimi publici decreti et contra il publico servitio.
Alli altri disordini si aggionge ancora, che essendovi tanti feudati decaduti dalla nobiltà che però ugualmente sono admessi a gli officii con li nobili provati, quelli di conditione più degna poco li curano, onde per la maggior parte si conferiscono in persone di poverissima fortuna et poca attitudine, et che non ritengono altro che il nome di nobili veneti et haveriano mille impedimenti, anzi incontrariano impossibilità nelle loro prove, molti de quali non le tentaranno giamai.
So che havendo io tanto lungamente discorso li abusi introdotti nella colonia nella alienatione de feudi et nell’obligatione imposta a quei cavalieri del guarnire, aspettaranno forse l’Eccellenze vostre che io le proponga qualche rimedio che potesse coregger gl’inconvenienti passati et impedir che non ne seguano de peggiori nell’avvenire. Ma se volessi dir tuttociò che mi è passato per l’animo in questo grava negotio, non supplirei certo con l’apportar altrettanto tedio a questo eccellentissimo Senato, oltra che la gravità del negotio è tale che non vi può esser soggetto, benché di gran talento et intelligenza, non che debole qual io mi professo, che potesse assicurarsi di incontrar nel bene, che però dirà quello che ho detto avanti nel proposito dell’armar le galee, che io reputo che questa ancora sia materia, come ve ne saranno delle altre, che habbi bisogno di più consulte formali, con l’assistenza de più periti et prattichi, et di quel Regno et del nostro governo, nel qual caso quando io ne sia comandato, dirò con la mia humilissima riverenza, il mio riverente parere.
Trattiene la Serenità vostra in Regno sei compagnie di soldati Capelletti, con un governator, ripartite per cadun territorio di quello: doi alla Canea, una a Rettimo, doi in Candia et una in Scitthia. Queste al tempo del verno alloggiano a quartiere nella città et l’estate si mandano alli luochi più esposti alle invasion de corsari.
Alla Canea questa militia non ha proprii alloggiamenti, onde convien restar proveduta delle case de particolari et quelli che soccombono a questo peso sono sempre li più poveri et più infelici, onde ne ho sentito le esclamationi che arrivavano al cielo. Vi ho applicato il pensiero et alla offerta fatta dalla medesima città di qualche summa di denaro per la fabrica di questi alloggiamenti, ho aggionto la summa d’intorno a 40.000 perperi, che dall’illustrissimo signor Nicolò Venier, che sia in cielo, all’hora Rettor di quella città, erano stati avvanzati dalla compreda alla vendita di formenti nel calmier del pane, ne ho creduto che questo denaro, cavato dalla bocca delle persone più povere, havesse potuto esser più fruttuosamente applicato che per redimerle da questo gran peso, ho lasciato la materia in gran parte preparata et credo che l’eccellentissimo signor mio successore haverà fatto dar principio et darà forse compimento all’opera. Il numero di questa militia è poco rispetto all’ampiezza de territorii et la moltiplicità de luochi che haveriano bisogno d’esser guardati, non è però ch’ella non presti assai fruttuoso servitio et che non serva di freno a vasselli di mal fare et di eccitamento a paisani di concorrer al luoco del bisogno nelle occorrenze. Altrettanto però è il discontento che ricevono i sudditi da loro per qualche aggravio che sentono nel provederle del viver de carnazi et altro, che se ben da loro deve esser pagato conforme a gl’ordini che così dispongono, all’uso però della loro natione, o lo fanno scarsamente o molte volte ancora non ne fanno alcun pagamento, ma sopra tutto si dolgono gli habitanti della biava che pigliano per uso de suoi cavalli, perché se bene intorno a ciò vi sono molte provisioni, l’osservanza però di quelle è assai negletta et non è così facile il farla essequire. Quasi tutti quelli che servono in questa militia sono paesani et casalini, che però trahono l’origine parte da Modonei et Napolitani et parte da Crovati et Albanesi, ispediti già molto tempo dalla Serenità vostra in quel Regno, servono però effettivamente con li cavalli conforme al loro obligo et credo che sia mente publica di volerle usar questa carità, poiché se ben è disposto per legge che ogn’anno venga mandato il cambio di una compagnia, passano però le decinne d’anni che non se ne ispedisce alcuna, anzi il medesimo eccellentissimo Senato ispedisce alle volte et li capitani et il governator medesimo sopra le compagnie vecchie, come è pur ultimamente seguito in mio tempo.
Alle altre difese che ha voluto la Serenità vostra haver in quel Regno si aggionge quella della militia italiana, che vi mantiene. Questa in tempo di pace doverebbe esser di 4.000 fanti, se ben per ordinario resta in qualche parte diminuita, ma ad ogni modo supplisce ragionevolmente alla custodia delle città et fortezze, alle quali sole in tempo di quiete questa è destinata. Qual numero poi potesse esser neccessario in tempo di guerra, tanto n è stato discorso et da publici rappresentanti e da soggetti della professione, con la distintissima narratione di tutti i luochi dove ella dovesse esser impiegata, che sarebbe superfluo il repetirlo, solo dirò in ristretto che communemente è tenuto che non vi volessero manco di 20.000 fanti per supplir al bisogno. È disposto per legge che ogn’anno siano mandati in Regno cinque capitanii, con le loro compagnie di 150 fanti l’una, per dar cambio a quelli che havessero finito le loro condotte, con che nel corso di ogni cinqu’anni resteriano tutte mutate, ma la congiontura de tempi corsi et la neccessità che ha havuto l’eccellentissimo Senato d’impiegar le militie ad altra parte, ha causato che nelli quattro anni ultimamente corsi in luoco di 20 compagnie che haveriano dovuto esser mandate in quel Regno, non ve ne siano andate più che cinque, che però non è stato possibile il rafinar questa militia conforme alla publica intentione, di che ne ho più volte dato riverente conto a Vostra serenità.
Non è dubio che fra quei soldati che doverebbono esser tutti italiani ve ne è qualche numero de greci, che con nome suppositi et mentiti si fanno descriver ne rolli, altri se ben italiani, fatti casalini di molto tempo hanno anco altro essercitio che di semplice soldato, molti si accommodano a servir questo et quell’altro, chi nell’uno chi nell’altro esercito; et perciò ve ne sono molti che pagano le fattioni, ne le fanno personalmente, dalli quali li capitani ricevono qualche commodo et però volontieri li fanno rimetter nelle loro compagnie. Questi inconvenienti et disordini sono in effetto veri, né si possono rivocare in dubbio, ma creda pur la Serenità vostra che non sarà mai possibile l’impedirli compitamente, perché la paga del soldato è così tenue, che non è più di doi reali al mese, con li quali senza industria non è possibile che egli possi campar la vita, onde alcuno col far altro essercitio et far far le sue fattioni da un altro meglio può supplire al suo bisogno, et quello che non ha altra professione col supplir alle fatitoni del primo trova pur modo di poter viver. Li capitani ancora per far una compagnia per Candia si snervano et si consumano fino alle midolle gionte in Regno et nel viaggio le morono molti soldati, molti ne fuggono, molti ne sono condennati alle galee, onde quando non havessero qualche altro commodo oltre la paga, non vi sarebbe mai certo chi potesse applicarsi a questo servitio. Il pensar poi di dar augumento di paga, così alli capitanii come a soldati, così come sarebbe un aggravio certissimo che ne risultarebbe al publico, così temerei che non ostante ciò dovessero continuar li disordini, perché il deliberar et comandar le provisioni è assai facile, ma ben spesso l’esecutione è impossibile. Io vi ho applicato il pensiero quanto merita l’importanza della materia e certamente so che li disordini in tempo mio non sono stati maggiori che in tempo d’altri, ma chi havesse voluto star sopra questa puntualità di non rimetter soldati mentre di qua non venivano compagnie nove, haverebbe disfatte le vecchie, né vi saria stato il modo di supplire alle neccessarie fontioni. Ho però rigorosamente voluto che nelle tramute che ho fatto dalle città alle fortezze delle compagnie, tutti seguitassero indifferentemente le loro insegne, senza dispensarne pur uno dall’obligo; al qual proposito delle fortezze voglio pur dire che in quelle di Spinalonga et della Suda si espedisce un capitano per cadauna con una compagnia per cinque anni, il che pur si fa anco a San Todero, alla Canea et al Paleocastro di Candia; che per me non so se sia regola di buon governo, quando ogn’uno sappi che un capitanio si habbi a trattener per tanto tempo in un posto et se bene non vi è dubio che quando il generale ricevesse qualche ombra, doverebbe tramutarle, non è però che non potessero esser machinate le insidie, senza che pervenissero alla notitia del generale, né per le cose che ho già discorso temerei di altra potenza, che da quella del Turco, per altra stradda che per questa insidiosa maniera d’itelligenze secrete in qualche piazza per tentarvi la surpresa, a che ben si sa che altri prencipi più vi applicano l’animo che li Turchi. Un altro importantissimo disordine trovo in questa militia italiana che non haverà così facile il rimedio, quando l’huomo non vorrà sodisfarsi d’applicarglielo solamente con la publicatione di un ordine, se ben sia certo che non sia per sortirne l’effetto più tosto che sperarne l’essecutione, il che è stato sempre da me abbhorito, perché il comandar le cose impossibili, fa perder l’ubidienza et la riputatione et fa poi negliger anco le ragionevoli. Questo è che dovendo li capitanii nel far le levate per Candia in questa città sovvenir li suoi soldati, et per li vestiti et per il viver, prima che d’inalborar l’insegna o che le cominci a correr la paga si fanno tutti questi grossissimi debitori al capitanio, né potendo doppo arrivati in Regno andar diffalcando il debito, per la poverissima paga che hanno, anzi accrescendosele molte volte per nova sovventione o d’habiti o d’altro, si trovano nel fine della condotta del capitanio et al tempo della sbandatione della compagnia talmente aggravati di debito, che in luoco di potersi condur alla Patria, convengono rimettersi in altra compagnia, il capitanio della quale pagando il debito al precessore, subintra creditore del soldato.
Il voler metter li soldati non ostante il debito in libertà di partire causarebbe che li capitanii li lasciarebbono andar spogliati et mezi nudi, onde col pregiudicio della riputation publica, vi concorresse anco il danno delli medesimi soldati, et il comandar al capitanio che dovesse in ogni modo vestirli, anco con certezza di doverne perder il credito, sarebbe cosa poco ragionevole et certo poco essequita. Ma il lasciar continuar l’inconveninte di sopra espresso, rende quelle militie non meno suddite et schiave de capitanii, di quello che siano le ciurme delle galee a i loro padroni, che però come ho detto il rimedio è grandemente difficile. Doverebbe esser compensata la poca paga di quei soldati con qualche agevolezza che le è stata assignata dal già eccellentissimo signor General Foscarini nelle cose del vitto, ma vaglia a dir il vero tutte queste ridondano più tosto a beneficio de gli officiali delle compagnie, per non dir delli capitanii et de capi maggiori che de poveri soldati, né manco questo ha così facile il rimedio effettivo et essecutivo, perché poche ne capitano le indoglienze al Generale, il soldato teme l’officiale, l’officiale il capitanio, il capitanio il sargente maggiore et il sargente maggiore il governatore. Onde quando questo non voglia del tutto tenersi lontano da ogni provicchio et mirar più al vantaggio de poveri soldati che de capitani o al suo proprio, sarà più tosto impossibile che difficile che la gente minuta senta quel beneficio che le è applicato per legge. Et maggiore riuscirà sempre l’incommodo de sudditi et massime nella essattione della decima del vino applicata a soldati, di quel che sia il commodo che ne ricevano le militie, che è pur cosa che merita gran riflesso et intorno alla quale, quando l’occasione lo porterà, dirò il mio riverente senso, che troppo tedioso sarebbe il farlo al presente; ad ogni modo moltissime certo saranno le cose da me rappresentate in questa relatione, che haveranno bisogno di matura consulta et provisione, che non le haverà potuto esser applicata da altri che da questo eccellentissimo Senato medesimo. Questi sono li abusi et li disordini che hanno quelle militie italiane, nelle quali però si assicuri Vostra serenità che non si faccino passadori di alcuna sorte et se diversamente sarà stata informata, creda certo che la relatione sarà stata diversa dal vero, et se per confirmarla si è divulgato che nell’hospedal de soldati di Candia per longo corso di tempo non vi sia morto alcun soldato, questo è stato un supplanto che si è voluto far per imprimer qualche mal concetto de publici rappresentanti nell’animo dell’Eccellenze vostre, perché li soldati morti all’hospitale non si dano in nota all’officio della sanità, col qual fondamento si è fatta questa disseminatione, ma li soldati che muorono in quello si dano in nota nella secretaria del Generale et per mano del secretario se gliene fa il segno nel margine del suo nome con la nota del giorno della sua morte et il priore del medesimo hospitale ne conserva la nota appresso di sé, che pur la tiene da forsi 20 anni in qua, che egli vi attende. Onde chi havesse cavato la fede d’altro luogo, sarebbe per appunto un levar fede dall’officio della Cecca di no haver debito in quella, mentre l’huomo per essempio fosse debitor all’officio delli tre Savii et chi farà cavar la fede dalla secretatia del Generale et dal prior dell’hospitale delli morti in quello, nel tempo medesimo che per la fede della sanità si volesse persuadere che non ve ne fosse morto alcuno, ne troverà li centinara, che farà manifesto l’equivoco che si havesse voluto prender et ne considerino l’Eccellenze vostre il fine.
Ho trattato fin qui delle militie da piedi et da cavallo, così proprie et naturali del Regno, come mandate dalla Serenità vostra per il presidio et difesa di quello, ma perché non stimo che vi sia sicurtà maggiore che quella che dipende dalla volontà et propensione dell’animo de sudditi verso il suo prencipe, di questa ancora ne dirò brevemente quello che ho potuto osservare nel corso del mio Generalato, al qual proposito stimo che mi si convenga di riferire il stato in che si trova la religione dell’uno et l’altro Rito latino et greco in quel Regno, come cosa stimata da me forse sopra tutte le altre, non solo per il zelo che deve haver il principe christiano della sua conservatione et augumento, ma per quello che è proprio di ogni savio et prudente prencipe per la sicurtà de suoi Stati et per il buon governo di quelli. Poiché non è dubio che più lega gl’animi de sudditi questo incentivo di religione, che obliga le conscienze et statuisce pena et premio eterno, che qual si voglia altra legge, che con pena temporale et momentanea regola le estrinseche operationi, non mai le volontà de gl’huomini, non vedute dal prencipe né penetrate da lui.
E tanto deve esser maggiore questa consideratione nel Regno di Candia che altrove, quanto che la diversità delli due Riti latino et greco, se ben ambdue cattolici et come tali permessi et honorati dalla publica volontà, causa qualche avversione nell’animo di quei sudditi, né si può negare che gl’uni a gl’altri non portino qualche mal volere.
Convengo però dire in primo luoco con dispiacere, che l’uno et l’altro Rito si trovi in poco buon stato, anzi in termine di deterioramento continuo, et che se dalla publica pietà non vi si applica il pensiero et non vi si porge [applica cancellato] opportuno rimedio, si può dire che si camini a gran passi all’ateismo et alla perdita dell’uno et dell’altro.
Ho detto che se dalla publica pietà non vi si porge rimedio, perché a Lei stimo che si convenga il farlo, così per la ragione, come ho detto, di buon governo, come perché havendo Lei fin da principio, che fece l’acquisto di quel nobilissimo Regno, introdottovi il Rito latino et prefisso li suoi termini all’uno et all’altro, a gloria di Dio et sicurtà di esso, non devono né possono per il mio debil senso pretender altri che con mano più severa o contra il proprio commodo sia questo avvantaggiato sopra di quello, ma alla publica sapientia tocca di ordinare ciò che può complire al servitio di Dio con la publica sicurtà, il che non può esser meglio conosciuto da alcuno, che dalla isperienza invecchiata di chi presiede a questo sapientissimo governo; anzi che gran merito può certo pretender la serenissima Republica con la chiesa latina, havendo introdotto tanti prelati di questo Rito nel Regno et applicatole le rendite, che prima erano godute da prelati greci, con assignamento di molte cavallarie et beni che tuttavia sono da loro goduti. Come pur ogni ragion vorrebbe, che il prencipe dovesse haver la collatione et il iuspatronato di tutte quelle chiese, iure dotationis, che forse per qualche buona ragione, che non devo al presente discorrer, sarà stato dalla publica sapientia negletto. Replico adonque che a questo eccellentissimo Senato sta l’applicarvi il pensiero et la provisione.
Li Greci che vivono senza capo et prelato del loro Rito, per quelle importantissime cause che mossero la prudenza de nostri antichi padri a dover così ordinare, vivono involti in così grande ignoranza et così libera dissolutione, che non si può esprimer. Le chiese communemente, parlo nelli casali, eccettuati sempre alcuni monasterii de calogeri et qualche altro, che rispetto alla multiplicità de gl’altri si possono dir pochissimi, sono così mal tenute et li sacramenti così mal amministrati et conservati che rende horrore, le loro superstitioni sono scandalosissime, le usure familiari et ben spesso accade che l’usuraro del casale sia il prete, contra il qual non vi è chi reclami, tanta è la riverenza che le viene portata et il timor che hanno tutti della escommunica, onde li terreni di quello come cosa sacra vengono riguardati et a gara ad ogni richiesta di lui lavorati, restando preferito da ogn’uno questo ad ogni benché neccessario lavoro nelli proprii beni. Questi anco hanno tanto l’aplauso et la dipendenza delli loro casalioti, che a loro volere ne dispongono et sariano seguitati alla cieca in ogni loro attione. Ma quando poi v’interponessero l’auttorità del reverendissimo loro patriarcha di Costantinopoli, anco senza ordine, ma usurpata né appoggiata ad alcuna fondata verità, li conduriano nel fuoco, che è punto di gran consideratione et di consequenze altissime, massime essendo li Greci di natura facilissimi alle sollevationi, come ogni giorno si prattica.
Li preti latini sono pochi. La chiesa di Candia per il più resta senza la residenza del prelato, l’istesso molte volte succede nelle altre, onde questi ancora di poca intelligenza et dottrina et per altro di qualche scandalo, non dano il buon esempio che doveriano.
Li frati senza capo di auttorità, lontani per tanto tratto di mare, vivono ancora loro con qualche libertà, che haverebbe bisogno di riforma.
L’arcivescovo non è loro capo o superiore, se non per accidente et come visitatore apostolico, et per riconoscerlo tale vi sono state delle renitenze, onde non vi è chi possi coregger li suoi errori, né questi certo sono senza bisogno di rimedio. Così tutte le cose caminano al disordine et alla confusione, per non dir al precipitio et alla perditione.
Io stimo sopramodo neccessaria la residenza de nostri prelati in Regno et tale si vede esser stata la publica volontà nelli tempi andati, che ha fino ordinato l’arresto delle entrate di quelli, che non vi dimoravano.
È però neccessario che questi procedano con la debita circonspettione, bene s’intendano con li publici rappresentanti, non innovino mai cosa veruno che possi offender quelli del Rito greco, ma conservino a sé la dignità et le preminentie che hanno goduto per il passato, debite et giovevoli, perché così come il conservarle è facile. Così quando per la loro absenza sono interrotte, il ritornarle in pristino riesce di mala sodisfattione, massime a Greci facili alle commotioni et altrettanto gelosi del loro Rito.
Li Greci, come ho detto et è ben noto all’Eccellenze vostre, non hanno prelati in Regno et mal volontieri vedeno l’arcivescovo latino ingerirsi in alcuna cosa spettante a loro, come pur è neccessario che segua et si è sempre accostumato per le cose pure ecclesiastiche, che non possono esser decise et giudicate del foro laico, né questa renitenza procede tanto dall’avversione che hanno al prelato latino, quanto perché conoscendo loro che la serenissima Republica per la sua pietà non vorrà certo metter la mano in materie di questa natura, sperano col sottrahersi dal giudicio del prelato latino, poter ottener un giorno li prelati del proprio Rito, che è quello che le sta grandemente fisso nel pensiero et a che particolarmente repugnano le moltiplici publiche deliberationi. Di qua nasce che ben spesso il loro reverendissimo patriarcha di Costantinopoli, riverito più a segno d’iddolatria che di riverenza et devotione da ogn’uno, manda qualche suo interveniente, nominato epitrope, secretamente o sotto pretesto di ricercar qualche elemosina, ma con libera facoltà di assolver da escommuniche, di dispensar matrimonii et altro, et alle volte anco manda le patenti secrete per questo effetto ad alcuni di quelli medesimi habitanti in Regno. Li epitropi per publica deliberatione non vi possono venire, né essercitar quest’autorità et doveranno sempre li publici rappresentanti havervi l’occhio, per il troppo credito che portano seco rappresentando il patriarcha, et le patenti secrete quando si sono publicate, sono state fatte restituire per ordine pur di questo eccellentissimo Senato; et se ben potrebbe parere che li tempi presenti fossero diversi assai da quei primi nelli quali la Republica serenissima hebbe il dominio di quell’importantissimo Regno, non caminando al presente le gelosie de prencipi vicini di quel Rito, onde manco si possi temer di commotioni et di scandali, è però vero che li Greci sono facilissimi alle seditioi et a ciò bisogna sempre avvertire, non permettendole manco per cause che potessero haver aspetto di ragionevoli et giuste alcuna redduttione [conventione cancellato] o conventicola, ma impedendone sempre li principii con qualche rigore, oltre che la loro dipendenza da suoi prelati, anzi dalli semplici papa delli casali è così cieca, che si lascieriano dall’auttorità di quelli condur ad ogni grande attione, né si può sapere quali concetti possino esser sparsi far loro a nome del patriarcha, che ha la sua residenza in Costantinopoli, et quali possino esserle suggeriti col tempo, come pure è notorio che al tempo della passata guerra turchesca molti villani del territorio di Rettimo, condotti da suoi papa, andarono ad offerirsi all’armata nemica, che si trovava alla Suda, et l’eccellentissimo signor Marin de Cavalli, che si trovava all’hora Generale in Regno, col publicar il perdono a quelli et col far appicar li papa, estinse l’incendio che poteva farsi maggiore; et però ho detto da principio di questa relatione, che io non credo che vi sia da temere in quel Regno di altra potenza che di quella del Turco et al comando di quello, certa cosa è che con manco renitenza si accommoderiano di Greci che li Latini, havendo in quel Stato il loro capo spirituale et da per tutto li proprii prelati che non possono haver nel Regno di Candia. Onde quanto stimo neccessario il tener consolati li sudditi del Rito greco, honorandoli et accarezzandoli, tanto stimo debito di buon governo politico, il non lasciar in minima parte pregiudicar al latino, che è riddotto così poco che si può dir che camini alla perdita totale, poiché il passar dal Rito latino al greco, se ben assolutamente et severamente prohibito dalle leggi di Vostra serenità, è fatto così familiare, che è cosa incredibile, oltra che li latini et li feudati medesimi, che in gran numero habitano per la loro povertà lontani dalle città nelli loro casali, non vedono mai esercitio di Rito latino se vanno alla messa, la vedono alla greca et se si amalano, ricevono li sacramenti da preti greci, et mentre vivono sani o poche volte o mai si confessano né alla greca né alla latina et in somma poco obligati al rigor delle quaresime, ma quando perdono poi il carattere di questa nobilità et disperano di poterlo più havere et cadono in qualche strettezza, si dicchiarrano liberamente di quel Rito, né da quelli più si può pretender o promettersi di quello che si può sperare da medesimi Greci nativi. È anco vero che alcuni di Rito greco, prima di poca fortuna, quando vanno accrescendola si accostano al Rito latino, onde communemente dicono che quando uno aricchisce diventa latino et quando impoverisce diventa greco, ma come ordinariamente si vede che per uno che avanzi la sua fortuna, 100 ve ne sono che la deteriorano, così per uno che del Rito greco passi al latino, 100 passano da questo a quello, et chi potesse vedere quanti nati del nostro sangue et delle nostre viscere, derivati da quei primi che furono mandati con la colonia per la sicurtà di quel Regno, habbino col progresso di tanto tempo mutato Rito, ascenderebbono a tanti migliara, che tanti non credo che siano li habitanti di esso, né però mi posso persuadere che quelli primi che con le loro famiglie si levorono di qui per andarvi, habbino mai creduto che la loro discendenza havesse dovuto far questa trasmigratione, che stimo certo non vi sariano andati, perché per quanto il Rito greco sia buono et santo, in che io non entro, mi assicuro però che niuna dell’Eccellenze vostre vorrebbe abbandonar il suo per accostarsi a quello, né permetteriano che li suoi figliuoli lo facessero. Quali poi siano state le publiche deliberationi in tutti li tempi et antichi et moderni per augumento del Rito latino, è facile di vedere dall’havervi mandato la colonia de nostri nobili et molti altri di altro ordine et haverle assiganto ricchissimi feudi, dall’haver levato le prelature a quelli et datole a questi, dall’haver statuito che niuno potesse esser dell’ordine di cancellaria, che non fosse latino, se ben hora si prattica tutto il contrario, dalle preminenze permesse a prelati latini sopra li greci, dalle prerogative date alli protopapa, che dovessero esser del numero delli papa cattolici, così chiamati a distintione de gl’altri, accioché quelli come non dipendenti dal partriarcha di Costantinopoli havessero dovuto servir come per esploratori di ogni avanzamento, che havesse potuto procurar di fare quel prelato nel Regno contra la publica intentione. Ora se ben paresse che non vi fosse occasione di viver con quelle gelosie che si viveva altre volte, il prencipe però et la Republica è quella medesima che è sempre stata di Rito latino et se non vuol riddur le cose all’osservanza di prima, non deve permetter che si accrescano li pregiudicii di esso.
Il numero anco delli papa et calogeri in Candia è sommamente moltiplicato et la vicinanza del vescovo di Cerigo ne da quotidianamente l’occasione, che se dovessero andar ad ordinarsi dal vescovo del Zante et Ceffalonia, come facevano prima, con l’impedimento et pericolo che al presente vi è di corsari, il numero si sarebbe di tanto diminuito, quanto contra la publica intentione et contra il ben publico è accresciuto; et pur questi per questa stradda si liberano dall’obligo delle galee et delle angarie et godono un predominio assoluto sopra gl’altri con quelle grandi prerogative, che ho detto avanti.
Concludo questo importantissimo discorso col dire che bisogna honorar il Rito greco et quelli che lo essercitano, né permetter che né in publico, né in privato le sia mai fatto o pregiudicio o rimprovero et che riddur le cose al stato di prima in tutte le parti sia più tosto impossibile che difficile, senza dover incontrar la mala sodisfattione di quei sudditi. 
Che il pontefice non può dolersi, se alcuna cosa le paresse che si relassasse in questo proposito, perché ogni introduttione et avanzo del Rito latino in quel Regno viene dalla Republica che lo ha havuto tutto di Rito greco, che perciò può pretender gran merito et se le devono gratie della Chiesa latina. È però altrettanto neccessaria l’osservanza rigorosa del non lassar passar li sudditi dal Rito latino al greco sotto qual si voglia pretesto, conservar questo et augumentarlo con suavità, perché certo più abbhoriranno li Latini che li Greci il dominio di Turchi, né di altri potentati vi è da temere. Le prerogative alli protopapa sono neccessarie et questi doveriano esser se non cattolici, come li chiamavano li nostri padri, almeno manco scrupulosi et manco dependenti dal patriarcha, per dover avvisar li rappresentanti publici delli tentativi che egli pensasse di fare o col mezo di epitropi o d’altri. Conservar la dignità et auttorità delli prelati latini con desterità, senza però far innovatione veruna, come ho voluto che segua in mio tempo, non potendo negar di haver trovato ogni corrispondenza più pronta in quel reverendissimo arcivescovo, al quale ancora io ho fatto ogni maggior honore et lo ha stimato tanto più neccessario, quanto che per non esser egli dell’ordine della nostra nobiltà, vi erano delli spiriti inquieti de quali abonda il paese, che con troppo licenza procuravano di scemarle la stima et il concetto, senza mirar al servitio publico et del Signor Dio, et senza rifletter che egli a quella chiesa sia stato dall’eccellentissimo Senato preferito a quelli della nostra medesima nobiltà; né voglio restar di dire a questo luoco, che havendo questo eccellentissimo Senato decretato, che il crociferario dell’illustrissimo arcivescovo dovesse preceder al signor cancellier grande, come hora si osserva, che però non riesce nell’uso molto proprio, non havendo l’uno con l’altro minima simpatia insieme, crederei che la cosa si potesse con reciproca sodisfattione accommodar in forma migliore. Li canonici al presente [?] et il vicario archiepiscopale non vengono alle solennità per il disparere che passano con li secretarii ducali pur per rispetto di precedenza, poiché et questi et quelli pretendono il luoco più vicino al Duca et al prelato. Io per me vorrei che come nelle Dieci [?] ceremonie solenni delle processioni in Padova et altrove caminano a due a due un dottor et un canonico, precedendo questo, così caminassero in Candia un nodaro o secretario et un canonico, precedendo il canonico, et quando così fosse ordinato non potrebbe poi ricusare l’arcivescovo, che il suo cruciferario non caminasse avanti al suo clero, poiché il clero et l’arcivescono formano un solo corpo, come in cadauna religione, se ben il priore ha l’ultimo luoco, il penello camina avanti a tutti, perché quella è la sua cornetta, per così dire, la qual è seguitata da tutta quella banda de frati o de preti, et in questo modo restarebbe poi il luoco al signor cancelliere, vicino al Duca, senza la compagnia del cruciferario, che certo è cosa disdicevole da vedere. Io dissi il mio pensiero a monsignor illustrissimo arcivescovo, doppo venuto l’ordine dell’eccellentissimo Senato, poiché quando nacquero li dispareri io mi trovavo alla visita del territorio della Canea et ho mostrato di non dissentirvi, ho voluto anco rappresentarlo all’Eccellenze vostre, che potranno farvi sopra quel riflesso che stimeranno più proprio.
Altrettanto è necessario trovar modo che le chiese de Greci siano vedute et visitare in qualche maniera, perché è scadaloso il vedere come si tengono et si essercitano li sacramenti, come pur certi caporioni, che si tirano dietro gran consequenze per adherenze et dipendenza di molti, non sono da permetter, ma in qualche maniera destra et di sodisfattione procurar di rimoverli dal paese, quando ve ne sono, come altre volte si è fatto. Che è quello che ho stimato mio debito di dover riferire all’Eccellenze vostre in questa gravissima materia.  Fatta questa necessaria digressione replicarò che io ho conosciuto benissimo intentionati verso le cose publiche quei nobili nostri della colonia, dalli quali non posso negare di non haver ricevuta compita sodisfattione, et se ben so che molte volte a questo eccellentissimo Senato sono stati rappresentati molti di loro per huomini inquieti, scandolosi, caporioni et poco meno che tiranni, convengo dire, o che quelli che solevano esser di natura tale siano mancati o che quelli che al presente vivono habbiano mutato costume, perché in effetto nel corso di tanto tempo non sono occorse nella città di Candia risse o dispareri di alcun rilevo, et se non fusse stato qualche homicidio seguito fra le militie, haverei più tosto creduto di esser in un monasterio di religiosi, che in città grande, ripiena di cavalieri di qualche conto, di tanta varietà di persone e di Rito et di professione diversa, come pur anco devo liberamente riferir all’Eccellenze vostre, che quelle grandi estorsioni che vien detto esser inferite a poveri del contado, sono del certo magnificate più assai di quello che siano in effetto, non dico già che non ve ne siano, che così piacesse a Dio, ma queste sono più usate dalle persone più povere et cavalieri di poco polso, che riddottisi ad habitar ne casali, maggiormente affliggono li poveri loro casalioti, che da più potenti, come ho pur detto avanti, chi ha però qualche prattica di quello che osservano li cavalieri principali del medesimo nostro Stato di terra ferma et e gl’altri ancora, et come trattino nella vita, nella robba et nell’honore li contadini del paese, confessarà certo che non vi sia ben piccola proportione fra quello che questi accostumano et quello che osservano quelli di Candia. Li nobili cretensi et li altri cittadini habitanti nelle città, credo che siano della medesima buona volontà delli nobili veneti, io però certo per il mio reverente senso molto più mi assicurarei nella volontà di questi che di quelli; et a questo luoco devo anco dire che li nobili cretensi, che doveriano esser di honoratissima conditione, sono in gran parte diversi, poiché molti ve ne sono che per leggerissimo merito sono stati honorati di quel grado per gratia, senza l’osservar gl’ordini per giustificar li requisiti neccessarii, da che nasce che non è quel grado tenuto in quella stima che si doverebbe, mentre participano de gl’honori et carichi che si dispensano alli medesimi nobili del nostro ordine. Per tener questi ben affetti insieme con tutta l’altra gente minuta habitante nelle città, è sopramodo neccessario che li publici rappresentanti con carità le amministrino la giustitia civile et criminale et che nelle provisioni del viver et del pane particolarmente siano molto ben accurati, tenendosi in tutto lontani da qual si sia suspittion d’interesse, dalli quali punti dirò pur qualche cosa a suo proprio luoco. Li habitanti del resto del Regno fuori delle città et lontani dal circuito di quelle poca altra superiorità riconoscono che della loro cavalieri et delli papa del casale, onde quanto questi saranno ben animati verso le cose publiche, tanto vi concorreranno col medesimo affetto li loro villici. Ho detto che l’esecitio della giustitia civile et criminale habbi da esser quello che habbi da render consolati gli animi de sudditi et renderli ben affetti al prencipe, devo hora discender a qualche particolare di quello che si osserva nell’amministratione di essa et considerar qualche inconveniente, perché dalla publica auttorità vi sia applicato il rimedio. 
Patiscono li poveri del contado et che habitano le parti più rimote del Regno et più lontane dalle città notabilissimo aggravio nelle cose civili, perché non potendo per la loro povertà venir a ricercar le loro ragioni tanto lontano, convengono ceder alla volontà et arbitrio de più potenti. Così ho osservato nella visita che ho fatto nel territorio della Canea et ne ho dato riverente conto a Vostra serenità. Soleva che non sono molti anni l’illustrissimo signor Duca di Candia andar in visita per il territorio, come pur per li altri territorii ancora vi andavano gl’illustrissimi signori Rettori, parve alla sapienza di questo eccellentissimo Senato, che nessun publico rappresentante vi si potesse condurre fuori che il Generale, come pur è permesso al solo illustrissimo signor capitan Grande di Candia di andar alla visita della campagna del Lascithi, che a lui viene particolarmente raccommandata. Io stimerei la publica deliberatione proportionata al commodo di quelli habitanti, quando li Generali potessero supplir al bisogno, ma tante sono le occupationi che li trattengono nelle città e tanti gl’incommodi et patimenti di viaggi, che difficilmente si può sperare che possino li Generali far questa funtione et l’effetto lo comproba, perché doppo presa la deliberation in questo Conseglio, non vi è stato altro Generale che habbi potuto visitar qualche parte del Regno che io, che mossomi con pensiero di visitarlo tutto, nel corso poco meno di cinque mesi non ho potuto visitar altro che il solo territorio della Canea, gran parte del quale non è stato visitato da altro Generale che dall’eccellentissimo Mocenigo, che vi fu già più di trent’anni, et tanti sono stati li patimenti et incommodi che ho provato, che mi tirorno adosso una pericolosissima indispositione, che m’impedì il poter continuar l’istessa visita per li altri territorii del Regno. Ora dico mentre il Generale non può certo supplire, non credo che vi sia partito peggiore, quanto il lasciar la povera gente senza modo di poter ricercar il suo dovere. Nelle altre isole di Levante vanno alle visite li proveditori con l’auttorità tutta del reggimento et fino al Theacchi ha comandato Vostra serenità che vi vada ogn’anno uno delli clarissimi signori Consiglieri di Ceffalonia, onde io per me certo credo o che sia neccessario rinovar il primiero uso o ritrovarvi altro ripiego, senza del quale le cose camineranno sempre al peggio et la medesima visita che ho fatto io del territorio della Canea, risulterà più in aggravio che in sollievo de poveri sudditi.
Non è minore il peso che sente la povera gente per quello che spetta alle cose criminali, l’esser ben spesso proclamati, anco in molto numero per cause leggiere, et il dover venir ad appresentarsi le è troppo gran danno et insopportabile il venir a deponer come testimonii citati li 30 et 40 miglia lontano, le riesce pur di notabilissimo aggravio et di qua ben spesso nascono le contumacie de molti, che anco per leggieri cause restano absenti et si lasciano più tosto bandire che andar a consumarsi alle prigioni, da che ne risulta che moltiplicano tanto i banditi in Regno, cessa il commodo al prencipe, che doverebbe ricever da i sudditi, et resta pregiudicata col mal essempio la publica dignità. L’eccellentissimo signor General Zane, havuto riguardo a questo grandissimo inconveniente, ha ordinato che nelli casi leggieri et nelli quali non s’ingerisce pena di sangue, dovessero li rei haver le difese per procuratore o pur esser citati semplicemente a difesa conforme alla qualità de delitti, ma riusciendo l’ordine di poco gusto et manco commodo di cancellieri et di chi si essercita in quel ministerio, poco viene osservato, et se il Generale ne vorrà commetter l’essecutione non mancheranno di quelli che anderanno suscitando concetti di dispareri et discordie et pretenderanno che il Generale ecceda li limiti delle sue commissioni. Ma poiché son entrato a parlare di questa materia di cancellarie è pur neccessario che io tocchi qualche cosa della cancellaria ducal di Candia, che è da me riputato negotio gravissimo, di gravissime consequenze et è pur uno di quelli che ho scritto et accennato esser delli maggiori del Regno et che al pari di ogn’altro ha bisogno di qualche regola, et della particolar et specifica provisione di questo eccellentissimo Conseglio.
È instituita la cancellaria ducal di Candia ad imagine per appunto di quella di questa città. L’eccellentissimo Maggior consiglio vi elegge di tempo in tempo il cancellier grande, che gode le prerogative nell’habito, nel luoco et quasi in ogn’altra cosa ad imitatione di quello di questa cancellaria ducal di Venetia, alla sua cura, alla sua fede et alla sua sopraintendenza sono raccomandate tutte le scritture et publiche et secrete di quella cancelleria, a lui sono subordinati tutti li secretarii et nodari, che servono in quel luoco, onde convenirebbe egli esser interamente versato, così di quello che si osserva in questa cancellaria di Venetia, per quello che spetta alla custodia delle scritture importanti che in quella vi sono, come delle materie civili et criminali per li processi tutti dell’una et l’altra sorte, che passano per le mani di quei nodari et ministri, ma vaglia a dir il vero nell’elettion di ministro a quell’importante carico non vedo esser fatto riflesso dell’attitudine, che egli possi haver ad essercitarlo, da che poi nascono et sono nate le confusioni et li disordini, perché non basta che l’huomo sia di buona mente, di condition honorevole et nato di sangue benemerito, ma vi vuole la prattica et l’isperienza, massime in quelli che hanno da servir per norma et per regola ad altri di ben operare. Io ho voluto veder gli archivii di quella cancellaria, nelli quali vi sono antichissimi documenti sommamente importanti alle ragion publiche et de privati, molti de quali sono talmente corrosi et guasti dalla polvere et dalla pioggia e tenuti con tanta confusione e disordine, che rende compassione.
Ho veduto delle rubriche che chiamano libri et scritture, che per diligenza che vi habbi fatto usare, non si sono trovate, et pur le rubriche sono recenti et di pochi anni, onde bisogna che quelli che pratticano nella cancellaria le habbino traffugate et è commune opinione che le cose ben principali et esentiali si trovino nelle mani di qualcheduno di quell’ordine, o sia per nasconderle o sia per valersene con fine di proprio vantaggio alle occasioni. È però cosa certa che questa confusione riesce di commodo di quei ministri, perché la difficoltà del trovar le scritture ricercate da questo e quello, le da pretesto di ricercar in luoco di poche gazette, che sarebbe la sua giusta mercede, le reali et li cecchini in buona quantità. Fu venduto il disordine et conosciuto il luoco poco atto a custodir cose di tanto momento dalli eccellentissimi signori Proveditori generali et ordinorno che fosse aggionta altra fabrica di luoco capace, ma niente era stato essequito.
Vi si è però dato principio in mio tempo et credo che fino a quest’hora quella fabrica, che non doveva esser se non di poca spesa, possi esser riddotta a fine. Ora tornando alla persona del cancelliere grande, io crederei che a quella carica così importante et di tanto honore non dovessero esser admessi altri che quei che fossero dell’ordine della cancellaria ducal di Venetia, li quali allevati in questa potessero riddur et conservar quella alla medesima norma. Crederei anco che fosse bene, che dovesse il cancellier grande condur seco uno delli nodari dell’Avogaria di questa città, per quello che possi accader nella formatione de processi importanti, per fuggir li grandissimi inconvenienti che ho veduto pratticarsi in quella cancellaria, et quando fosse trovato buono questo pensiero, io crederei che nella ridduttione di quel onsiglio di dieci, del qual pur dirò qualche particolare, non dovessero intervenirvi altri ministri che il cancellier grande, il secretario del Generale, per scriver le lettere o qualche cosa publica che accadesse, et il nodaro predetto dell’Avogaria, per la formatione delli processi, né doveriano quelli dell’ordine della cancellaria ducal di Candia restar con poco gusto esclusi da quel consiglio, mentre l’eccellentissimo Senato non ha voluto che v’intervenghino manco li Avogadori, che pur sono gentilhuomini della colonia, del nostro ordine et di honoratissima conditione, riuscendo per il vero di poca sodisfattione di quei signori, che l’eccellentissimo Senato habbi mostrato di haver manco confidenza in loro, di quello che habbi in quelli dell’ordine della cancellaria, li difetti et mancamenti de molti de quali sono pur troppo noti a loro et ad altri. Io ho desiderato et procurato quanto ho potuto di saper l’origine et il fondamento di quel Consiglio di dieci, del quale nelli ordini tutti del già eccellentissimo signor General Foscarini et nella sua relatione, che tocca tutti li ponti della amministration della giustitia et altro in quel Regno, non ho veduto farsene alcuna mentione, né vi è stato persona per prattica che ella si sia che me ne habbi saputo dar lume, solo si vede esser stato prestato l’assenso dalla Serenità vostra et approvate le cose da quello operate, che però mai viene nominato dalla bocca publica con titolo di conseglio di dieci, ma con solo titolo di conseglio del duca, che prima soleva esser di quello solo et suoi consiglieri, al qual poi vi fu aggionto il Capitanio di Candia et ultimamente la persona del Generale. Ora sia come si voglia, il continuar questa forma di governo et questa ridduttion di consiglio, credo che non possi esser se non bene, come però non credo che convenga né al decoro di quello né alla sodisfattion de sudditi, né stimo conforme alla publica intentione, che siano in quello abbracciate tutte le cose che al presente par che si abbracciano, né io vorrei che quella ridduttione si facesse così frequentemente o si essercitasse l’auttorità et Rito dell’eccelso Consiglio di dieci di questa città, fuori che nelli soli casi proprii di quello, perché credano pur certo l’Eccellenze vostre che l’essercitar il Rito del Consiglio di dieci in Candia et l’essaminar testimonii con secretezza, sia de maggiori pregiudicii che possi ricever la Giustitia, et il dilatar l’auttorità di quello et assumer molti negotii, nasce il più delle volte dall’eccitamento et stimolo di quelli secretarii, che di questa maniera si rendono più riguardevoli et sono riveriti et stimati da i più principali soggetti et ne cavano molto commodo, se non per altro, per le tanse molto ingorde che vengono fatte delle loro mercedi nelle ispedition de processi, poiché non hanno alcuna tariffa; et se ben gli eccellentissimi signori Inquisitori le hanno applicato certa portion di utile della cancellaria, più che a quelli che servono fuori di quel ministerio del conseglio di dieci, che si può creder che sia stato fatto perché li secretarii di quello, ad imitatione di quelli che servono all’eccelso Consiglio di questa città, non havessero ad haver alcun pagamento per la formation de processi, si prattica nondimeno tutto in contrario et ho veduto le tanse et le applicationi fatte a secretarii per processi che non arrivavano a 100 carte, sotto pretesti di cavalcate, spese et altro, per la summa di 300 et più cecchini d’oro. Quale sia l’auttorità di quelli che servono nella cancellaria di Candia et quale il rispetto che le venga portato da ogn’uno et quanti siano li loro difetti, lo riferisce l’eccellentissimo signor General Foscarini nella sua relatione, et io per quello che ho dovuto vedere delli processi da loro formati per essecutione de publici comandamenti, né ho trovato l’incontro molto maggiore della credenza di ogn’uno. Conobbe quel sapientissimo senatore il pericolo che correva la Giustitia per la mala qualità de ministri, non solo in Candia, ma in tutto il Regno, et il pregiudicio che potesse risultarne a gl’interessati et vi applicò per quanto puote il rimedio, poiché trovandosi nella città di Rettimo, ordinò che all’essame de testimonii ne casi criminali dovesse sempre assister uno de signori Proveditori, eletto per questo effetto, et sottoscriver alla depositione di quelli, onde havessero ad un certo modo dovuto supplir in luoco delli Avogadori di commun di Candia, che devono assister alla formation de processi in quella città, per assicurarli dalle fraudi; et se nelli negotii di manco rilevo non ha voluto quel gran senatore assicurarsi della fede di quei ministri, manco credo che sia ragionevole il farlo in negotio di momento maggiore, che perciò formandosi li processi con il Rito et auttorità del Consiglio di dieci, non vorrei mai che se ne scrivesse pur una riga senza l’assistenza di un publico rappresentante, mentre gli Avogadori restano esclusi. Ho anco veduto che poco gusto ricevono quei nobili della colonia di Candia mentre veddono che li casi anco leggieri commessi da alcun di loro, sono abbracciati dal consiglio di dieci et trattati et maneggiati col Rito et sicurezza, il che non si osserva nelle altre città del Regno, dove pur vi sono soggetti di eguale conditione a quelli di Candia, contra a quali si formano li processi servatis servandis, se glie ne danno le copie et possono difendersi con li loro avvocati a loro sodisfattione, né certo questa disparità di trattare nella medesima parità di soggetti può esser sentita con gusto o merita di esser continuata.
Quello poi che io ho osservato in tanti processi formati in quella cancellaria, che mi sono passati per le mani, mentre ha piacciuto a questo eccellentissimo Senato di aggravarmi di peso, il maggior forsi che sia stato commesso ad altri suoi cittadini, dal quale le mie humilissime instanze o preghiere efficacissime non sono state bastanti, non dirò per liberarmene, ma ne anco per poter ottener la compagnia d’altri, è tanto et di tal natura, che difficilmente può esser inteso da chi non l’ha pratticato, né può esser certo creduto da chi non l’ha veduto et tocco con mano; et ben spesso ho voluto creder d’ingannarmi, né senza haverne prima havuto la certezza, ho voluto restar persuaso di quella verità che vedevo con gl’occhi et toccavo con le proprie mani. Ho fatto quanto ho potuto per sostener la dignità et riputation della Giustitia et la fede de ministri, né prima l’ho voluta revocar in dubio, che ne habbi havuto violente presuntione o più tosto prova in contrario; et se vi è stato chi si sia compiacciuto di dire, che per la sola retrattatione delle depositioni de testimonii repetiti et de rei, io habbi levato la fede a publici ministri et constituito quelli in figura de rei, è stato un grande equivoco, poiché alle retrattationi di quelli non ho dato alcuna credenza, fino a tanto che non ne ho havuto incontro molto più concludente, di quello che admettono tutti li criminalisti esser bastante per revocar in dubio la fede de ministri et prestar la credenza alle retrattationi delli rei et delli testimonii, ma nelli negotii che io ho maneggiato, non era manco neccessario che io osservassi questa puntualità et questo rigore di ordine, che ho voluto essequire, poiché per levar la fede a i primi processi, alli testimonii in quelli essaminati et alli ministri che li havevano formati et per neccessitarmi a dover repetir li testimonii, bastava la sola dicchiaratione di questo eccellentissimo Senato, che me li mandò in copia con espressa commissione, che io me ne dovessi valere come di semplice assertione delle parti, non come de processi, che tali non erano da lui riputati. Onde non io son stato quello che le habbi levato la fede et il vigore, ma l’eccellentissimo Senato medesimo, che così ha decretato; il qual però lo ha fatto non solo con isquisita prudenza, ma per violente neccessità, poiché le cose medesime et un fatto istesso che non poteva certo esser seguito che in un solo modo, le era stato da più parte variamente rappresentato et la rappresentatione, se ben di cose più tosto contrarie che in se diverse, era stata corroborata con essami de testimonii et formation de processi, che non potevano certo convenir insieme et contener verità.
Io ho proceduto nelle essecutione de gl’ordini publici con ogni puntualità et risserva maggiore et ho formato li processi servatis servandis, perché non dovessero restar secreti, che però non vi è stato cosa che più io habbi desiderato, quanto che fossero publicati ad ogn’uno, come santamente ha ordinato l’eccellentissimo Senato, perché mi assicuro certo che a me ne risultarà comendatione et honore et conosceranno l’Eccellenze vostre di esser state canonicamente ubidite.
Ora se io volessi discender a tutti li particolari delli inconvenienti che ho trovato nelli processi formati in quella concelleria ducal et da quei ministri, sarebbe un voler apportar troppo longo tedio in cosa troppo molesta et dispiacevole all’eccellentissimo Senato et sarebbe forse ascritto ad altro oggetto che a solo fine di publico servitio, che però me ne astengo, dovendo la verità apparire a suo tempo, né io restarò di procurare che sia comandato da quello eccellentissimo Senato, che quella le sia portata o dicchiarita da altri più tosto che da me; solo dico che quando la publica indulgenza non voglia passar a castigo contra a chi havesse commesso gli errori, è neccessario almeno che trovi ripiego tale, onde nell’avvenire si eserciti la Giustitia con sincerità a commodo et sicurtà de poveri sudditi.
La conditione di quelli che servono in quella cancellaria è molto diversa al presente dalla publica intentione, dicchiarita in diversi tempi in molte publiche deliberationi, lo conobbe anco l’eccellentissimo signor General Foscarini et lo riferisce nella sua relatione, ma havendo veduto che li disordini erano tanto passati avanti et li publici decreti andati in abuso, trattandosi di materie di gran consequenza, non ardì mettervi la mano per farmi la neccessaria riforma, ma solo disse di haver avvertito alli publici rappresentanti, che in occasione di elettione di soggetti a quel ministerio, dovessero haver mira che restasse essequita la volontà publica. Gli eccellentissimi signori Inquisitori Generali ancora fecero qualche buon ordine, perché queste elettioni dovessero cader nelli soggetti migliori, né vi potessero havervi interesse. Io però non mi assicuro dell’essecutione, come manco chi volesse puntualmente essequir gl’ordini antichi, che riuscirebbero utilissimi, vi sariano soggetti in tanto numero capaci et che havessero li neccessarii requisiti, che potessero supplir per adempir li luochi tutti di quell’ordine.
La neccessità che ho havuto di maneggiar così lungamente questi negotii, che non è successo ad alcun altro mio precessore, mi ha dato occasione di veder più di quello che haveranno potuto veder gl’altri, qualche prattica, che per li carichi da me esercitati, ho convenuto prender delle cose criminali, mi ha fatto conoscer questi difetti, l’obligo del mio carico, il zelo della giustitia et il desiderio del ben de sudditi et della consolatione del Regno, me gli ha fatto rappresentare. Alla sapienza dell’eccellentissimo Senato resta di applicarvi l’opportuno rimedio et alla sua benignità il condonarmi il tedio che le ho apportato, in materia che certo non cede ad alcun altra d’importanza et di consequenze.
Devo anco aggionger che l’uso introdotto del far gl’inventari delle facoltà di quelli che morono et di loro haveri, riesce ben spesso di mala sodisfattione et altrettanto danno de gl’interessati, perché sotto pretesto di custodir la robba, o delli pupilli o delli absenti o delli forestieri, non è quasi alcuno che possi redimersi da questo interesse, né vale il far testamento, lasciar commissarii et alcuna volta anco che il testar espressamente dicchiari di non voler che sia fatto inventario, perché non ostante queste cose si ha essequito et si essequisce il contrario et si fanno gl’inventarii rigorosissimamente, anco delli scritti et crediti che non sono in esser et forse inessigibili, et per le mercedi dovute alla cancellaria si estraze sempre il meglio della facoltà, che per farne il denaro si vende al publico incanto con notabile disavantaggio, che causa grande mormoratione.
Vi è il coleggietto di Candia per li atti interlocutorii delle altre città del Regno, che a quello si devolvono in appellatione. In questo oltre li publici rappresentanti vi entrano anco li avogadori di commun di quella città et qualche d’un altro magistrato, con questa propositione però che essendo quel coleggio del numero di nuove, bisogna che almeno sei siano li publici rappresentanti, perché il numero di questi prevaglia di molto a gl’altri, tuttavia gli anni adietro che li comerlenghi erano quasi tutti della colonia et havevano il medesimo interesse che hanno gl’altri di quei nobili, prevaleva il numero di quelli ben spesso alli rappresentanti. Onde l’haver accresciuto il salario alli camerlenghi, con che si è data occasione a molti di spiccarsi da questa città per andar ad essercitar quel carico, è stata prudentissima deliberatione et sopramodo neccessaria et doverà produr buon effetto, mentre quelli subintrano nel luco delli clarissimi consiglieri o infermi o absenti et sono anco admessi in quel consiglio di dieci et suppliscono nelle occorrenze al luoco delli consiglieri di Rettimo et Canea, se ne succede la vacanza, al qual proposito voglio anco dire, che più volontieri vederei honorati quei signori della colonia di qualche officio in questa città o altro reggimento in queste parti, che vederli andar nelle medesime città dove sono nativi et hanno tanto interesse, come è pur ultimamente successo, né ho voluto restar di farne questo moto a Vostra serenità ad ogni buon fine, con tutto che conosca benissimo non me ne poter da ciò risultar se non pregiudicio.
Gl’atti interlocutorii del reggimento di Candia restano inappellabili et mentre tutti tre li rappresentanti di Rettimo et Canea non possono far alcun atto, che non sia sottoposto all’appellatione del collegio di Candia, se ben concordi doi soli del reggimento di Candia lo rendono tale anco quando non vi concorra il parere dell’illustrissimo signor Duca, che riesce di qualche discontento a i sudditi et massime quando si tratta di cause fiscali o simili, nelle quali i rappresentanti tengono qualche interesse.
Le sententie pur et li atti tutti del Duca solo et del capitolo, per le materie spettanti a cadaun di loro, non hanno altra appellatione che in questa città, per disordinate che siano; oltre che anco nel merito non è cosa difficile che l’huomo solo possi haver mala opinione et il riccorrer per il rimedio a Venetia riesce impossibile a poveri, non giova nelli atti interlocutorii né per le cause civili, che non siano di gran valsente, mette conto il condursi tanto lontano, onde restano per il più inappellabili et guardi Dio che a quelle cariche vi fossero soggetti o di poca intelligenza o di non buona mente, che mal stariano quelli poveri sudditi, che pur come cose grandemente importante ho voluto portarla alla censura dell’Eccellenze vostre. Conosco benissimo che il discorer di queste materie sarebbe più proprio d’altro rappresentante che del Generale, tuttavia perché in questi coleggi egli ancora v’interviene et perché ho havuto neccessità di veder et maneggiar molte cose operate nella cancellaria ducal, non ho stimato di poter ommetter di parlarne.
La persona dell’illustrissimo signor Duca è grandemente riverita et è tenuta in somma veneratione nella città di Candia, rappresentando per apponto in quel Regno la Serenità vostra, eguale era stima per il territorio di quella, quando vi si conducevano alle visite et ne gl’altri ancora a tempi precedenti, quando da per tutto si estendeva la sua auttorità, ma hora che come ho detto altri che li soli Generali non possono visitar li contadi, par che a quello ogn’un rivolga le sue speranze per ottener la giustitia, ma non potendo quello supplire, come ho predetto, è certamente neccessario non lasciar quelli poveri popoli del tutto abandonati, sarà però sempre effetto di singolar prudenza il destinar a quel reggimento soggetto di grande intelligenza e virtù, di giustitia, independente et di animo candido et immaculato, per conservarle quella prerogativa che debitamente se le conviene, che gioverà a render ben affetti quei sudditi verso gl’interessi di Vostra serenità, dipendendo da quello l’amministratione principale della giustitia et l’alimento del populo, che alla sua cura viene particolarmente raccomandato.
Nel tempo che io mi son trattenuto in Regno, ha piacciuto a Dio benedetto di consolar ogn’uno con una estraordinaria abondanza di formento, oglio et vino et di tutte le cose, et dove che al mio arrivo trovai il formento valere fino a 20 et più perperi la misura, in pochi giorni, sopragionta la nova raccolta, quello decade alli otto, sette et sei perperi, et a manco prezzo ancora se ne sarebbe trovato et così si è conservato fino al mio partire. L’oglio ancora valeva fino a 14 lire il mistacchio, cosa insolita, sopragionta però la nuova raccolta, quello ancora è declinato alla metà et meno. Io ho pratticato, cosa non mai creduta da me, che mentre della raccolta precedente al mio arrivo non vi era pur un grano di formento vecchio et con tutto che la semina fosse stata assai scarsa per l’impotenza di ogn’uno, tanto fu ubertosa la rendita che supplì abondantemente al bisogno, senza che ve ne concorresse pur minima quantità di forestiero, il che pur successe anco l’anno seguente, che mi diede occasione di poter metter nel deposito intitolato delli 30.000 cecchini, 100 et più 1.000 misure di formento, havendo di qual poco che vi era al mio arrivo fatto fabricar tanti biscotti, incorporando con altro di qualità migliore; e tutto quel formento che io ho compro, lo ho voluto pagar a un solo prezzo di pereri sei la misura et l’haverei anco potuto havere a prezzo inferiore, quando così havessi stimato dover complir a gl’importanti publici interessi, perché non havendo quelli cavalieri et altri dove farne esito e tenendo loro somma neccessità di danaro, sarebbono stati neccessitati a darlo anco per cinque et forse quattro, ma havendo io considerato che le sole condotte per gli animali le costavano un perpero et forse più per misura, havuto riguardo alla lontananza delle stradde, quando havessi voluto pagarglielo a così basso prezzo, sarebbono venuti li patroni in così poco capitale delle loro entrate, che molto meglio sarebbe stato per loro il riddur li terreni a vigne o far seminar quantità grande di bombaso, che metterli a grano, però mi risolvei di pagarlo a questo prezzo, che viene a risponder 10 lire et doi gazette in circa del staro di questa misura di Venetia, valitando il reale a lire 9 soldi 10 l’uno, che è prezzo così vile che io mai vorrei vederlo, per li rispetti predetti a valer meno. Il formento è montato doppo alli 14 et 15 perperi, onde quel capitale si può dir che sia in così breve tempo più tosto triplicato che dupplicato. Se la terza annata rispondeva all’espettatione, io havevo dissegnato di accrescer il deposito alle 200.000 misure, facendo fondar delle altre buse per questo effetto, ma la scarsità delle pioggie diminuì la raccolta et fe riuscir vana la mia speranza. Io però crederei che con prima opportunità non potesse esser se non bene il riddurlo a quella summa, con pensiero poi di rinovarne ogn’anno la quarta o la quinta parte, che sarebbe sempre senza discapito et per il più con avvanzo considerabile, et nel corso di quattro o cinque anni, che per tanto tempo il formento si conserva benissimo nelle buse, resterebbe tutto rinovato; l’essecutione sarebbe facile, perché la fabrica de biscotti ne consumerebbe una buona quantità, si potrebbe dar a soldati la ratione del pane, come si accostuma in altri Stati, et finalmente col passar buona intelligenza con l’illustrissimo signor Duca et concorrer unitamente al publico servitio, se ne farebbe opportunamente questa dispensa. Et questo deposito così augumentato et maneggiato et rinovato di questa maniera, sarebbe bastante a tener a freno li più avari et ingordi, che desiderano il soverchio inalzamento delli pretii del grano, perché così come non vorrei che mai questo valesse meno delli sei perperi, così crederei che questa provisione non lo lasciasse mai ecceder li 10 o 12 al più; et questo solo deposito basterebbe per il mio riverente parere senza introdurvene d’altri, che io stimerei seminario di discordie et di pretensioni fra publici rappresentanti, et fra li popoli et le militie, con qualche consequenza anco peggiore. Et perché sopra quel deposito, fondato prima col solo capitale di ducati 1.000 in circa di ragion di condanne dall’illustrissimo signor Duca Zen et accresciuto poi fino alla summa di 16.000 et più ducati dall’illustrissimo suo successore, io più volte mi son posto in obligo di portar qualche cosa alla notitia dell’Eccellenze vostre et Elle, con lettere scritte a quel signor illustrissimo sotto li 25 agosto 1622, si dicchiarirono di non volervi prestar l’assenso fino che con la mia andata in Regno, che era vicina, non ne havessero havuto informatione da me, ne dirò brevemente et riverentemente il mio senso. Ho detto che questo deposito hebbe per fondamento ducati 1.000 in circa, lasciativi dell’illustrissimo signor Zeno, applicati a quello dalle condanne di debitori di quarti [?], per accrescerlo poi vi applicò l’illustrissimo successore qualche piccola portione della medesima ragion di condanne, ma il capitale maggiore è stato dall’augumento de pretii dal costo de formenti de quarti [?] alla vendita di essi et dal medesimo augumento fatto in altra partita de formenti, mandata da Vostra serenità in Regno, l’uno et l’altro de quali accrescimenti per ogni rispetto era dovuto alla cassa publica di Vostra serenità et si può dir che sia stato da quella estratto per riponerlo in altro scrigno, perché quanto a quello de quarti [?], si è sempre pratticato con ragione, che essendo quelli pagati dalla casa publica, tutto il ritratto che se ne è fatto è ritornato nella medesima cassa; et è ben di dovere che se la Serenità vostra per render consolati quei sudditi et far che habbino prontamente il prezzo de loro grani, si contenta d’incommodarsi delle decinne et trentenne et più di migliara di ducati, perilché è constituita in neccessità mentre non ne puol far l’esito, di pigliar li denari a cambio con tanto suo disavantaggio, per li pagamenti di quelle militie, ogni commodo che se ne possi ricever habbi anco a ridondar a publico beneficio. Nel tempo che io son stato in Regno ho convenuto pagar molte bolette a creditori de quarti [?] precedenti, che per la strettezza del denaro non havevano potuto haverne la sodisfattione. Ho poi pagato li quarti [?] di doi anni intieri e tutto questo formento all’arrivo dell’illustrissimo signor Duca Foscolo si trovava in esser nel fontico, poiché per le raccolte abondanti non vi era stato bisogno di dispensarne a pistori; onde se la Serenità vostra ha tenuto così longamente morto tanto capitale et ha patito l’intera iurio [?] de cambii, haverà dovuto per ogni ragione sentir anco il beneficio che gli ne possi esser risultato dalla vendita, per ristorarla in qualche parte del danno patito. Nel formento ancora andato da Venetia, la Serenità vostra ha perso quell’utile che haverebbe goduto, se havesse mandato il denaro effettivo per l’avanzo delle monete, che però a Lei si deve ogni vantaggio che se ne sia fatto nella vendita. Il fine dell’haver instituito et augumentato quel deposito, pare che sia stato per haver pronto capitale per far compreda de formenti all’occasione de bisogni, senza haverne a ricercar al Generale, quasi temendo che quello che è tenuto di somministrar danaro per questo effetto a tutte le altre città del Regno et supplir alli bisogni di tante fortezze, fosse per mancar della medesima provisione all’illustrissimo signor Duca et volesse veder la città dominante, dove egli ancora di ordinario si ferma, in bisogno senza soccorrerla. Credano però certo l’Eccellenze vostre che questi siano instigationi di persone troppo vivaci et amiche di novità et che non hanno gusto, né possono per li loro interessi patir la superiorità del Generale in Candia. Altre volte hanno procurato di eriger un fontico et lo hanno ricercato con ambasciarie, ma il Senato non vi ha voluto prestar l’assenso, hora per altra stradda indiretta vorriano tentar d’introdurlo. Qualche altro particolare intorno a questo deposito et al maneggio che se ne è fatto, sarà neccessario che sia inteso dall’eccellentissimo Senato, ma riuscirà più ispediente, che questo ancora con altri molti le sia portato in altra maniera che dalla mia relatione.
Nel tempo di quelle gran carestie de gl’anni precedenti al mio arrivo in Regno, per le descrittioni delle anime che ho fatto far diligenti, ho trovato esser mancati nelli soli territorii di Candia et Scitthia intorno a 20.000 persone et se nelli altri territorii di Rettimo et Canea fosse seguito il medesimo, sarebbe montata la summa vicino alli 50.000 che io scrissi a Vostra serenità, che correva voce esser mancate in tutto il Regno, ma in quelli territorii per le descrittioni pur che vi ho fatto fare, non le ho trovate di punto inferiori alle precedenti, ne ho incontrato che siano morte persone o dalla fame o dalli patimenti di quella. Questo è il più pretioso capitale che possi haver la Serenità vostra et se vorrà sapere in questa così gran iattura di esso vi sia concorso qualche mancamento de suoi rappresentanti, non le sarà difficile il penetrarlo. Io vorrei poter far di meno di toccar questi punti, ma mentre li conosco troppo importanti et troppo essentiali, so di non poter tacerli senza declinar dall’obligo del mio carico et di buon cittadino della mia Patria. Fin dal principio del mio arrivar in Regno conobbi che la conservatione di quei poveri sudditi per la populatione dell’isole era il più caro tesoro che potess havere il prencipe, che tanto maggiormente doveva stimarsi, quanto che per li mali incontri che ho detto, quello si trovava in gran parte diminuito, ne diedi però riverente conto a Vostra serenità, che col proprio della sua benignità si compiacque per due anni suspender l’armamento di quelle galee et commetter che il terzo ne fossero armate doi sole, le quali non dovessero manco partir del Regno. Inoltre trovai che molti di quelli habitanti et massime nelle parti di Scitthia, cacciati dalla fame, erano passati in Alessandria, Roscetto et Damiata, onde ordinai che fosse usata ogni severità maggiore nel far le cerche alli vasselli nella loro partenza per veder se al ritorno alcuno vi mancasse et massime de figliuoli di poca età; cessata la carestia molti ne sono tornati in paese, ma non è dubio che quante volte haveranno il mancamento del viver, tante conveniranno andarselo a procacciar altrove. Trovai pure che molti di quella povera gente erano stati in quei tempi condennati alla galea et in quantità molto maggiore erano stati banditi, la maggior parte de quali erano stati condennati per occasione de furti commessi nel tempo di quelle gran penurie, per necessità di campar la vita. Per quelli che erano nelle prigioni et in un arsile a questo destinato, poiché le prigioni non erano capaci et le galee che havevano d’avantaggio il suo numero non li potevano ricever, mosso da compassione ne diedi parte alla Serenità vostra, che benignamente condescese anco a dispensarmi, che io potesse commutarle la pena della galea in altro servitio, ma tardò la deliberatione tanto a comparere, che molti ne erano di già morti et altri erano pur stati dispensati nelle galee, onde pochi goderono il frutto della publica gratia. Per quelli che erano stati banditi io le usai di quella medesima benignità che le è stata sempre usata da miei precessori et è stata approvata da Vostra serenità et dall’eccelso Consiglio di dieci, che è l’haverle concesso li soliti mandati di realditione per doversi andare ad appresentare davanti alli medesimi publici rappresentanti che li havevano prima banditi, onde constituitisi nelle loro forze havessero dovuto o giustificarsi delle loro imputationi o trovarsi presenti a ricever quel castigo che le fosse stato dovuto. Et perché questo negotio di realditioni et salvacondotti è negotio di qualche momento et ha bisogno di qualche riflesso, è neccessario che io ne porti l’intiero alla notitia dell’Eccellenze vostre et dirò prima che l’eccellentissimo signor General Foscarini considerata l’importanza del non metter li sudditi in disperatione in quel Regno et la neccessità di non dishabitarlo, ordinò che non potesse alcuno esser bandito per qual si sia anco grave errore, senza che nella sua sentenza le fosse riservato un luoco nel Regno dove potesse riddursi ad habitare. Ora stante questa prima massima et stante la cura, che è particolarmente commessa alli Generali della buona custodia del Regno, della sicurtà di quello et della consolatione de sudditi, hanno sempre osservato, quando li rei si trovano contumaci et absenti, di concederle di poter andar ad appresentarsi et giustificarsi. Si è anco osservato alle volte di conceder qualche salvacondotto et di tramutare qualche confine da un luoco all’altro, il che però poche volte è stata essequito et per qualche ragionevole et importante rispetto. Alcuna volta vi sono stati de publici rappresentanti che hanno voluto contender a Generali quest’auttorità et particolarmente in tempo del già eccellentissimo signor General Capello, il reggimento della Canea di quel tempo si oppose alla tramuta di alcuni, che erano prima stati da loro relegati in Scitthia et erano stati tramutati nella fortezza delle Granbusse, ne diedi parte quell’eccellentissimo signore all’eccelso Consiglio di dieci, il quale mal intendendo la renitenza di quelli signori del reggimento, non solo ordinò che fosse essequita la tramuta fatta dal Generale, ma con lettere assai risentite rimproverò a quei signori la disubidienza et scrisse al Generale in comendatione dell’operato, aggiongendole che anco in avvenire dovesse far il medesimo, quando lo stimasse di publico servitio, concludendo nel fine della lettere di conoscer neccessario di sostener la dignità et auttorità del Generale in quel Regno, senza permetter che le fosse diminuita. Il medesimo eccellentissimo signor general Capello, che trovò le cose de Papadopuli et Sfacchioti in grandissima confusione, si condusse si presenza in quelle parti, li riddusse all’ubidienza, alcuni ne condannò all’ultimo supplicio, altri alla galea et gl’altri tutti ricevé in gratia, tagliando di questa maniera annullando, commutando et alterando le sentenze che erano stati prima fatte dalli illustrissimi reggimenti, di che tutto avvisato questo eccellentissimo Senato restò sommamente contento et glie ne scrisse lettere di molta comendatione. In tempo ancora dell’eccellentissimo signor General Venier, mio precessore, che sia in gloria, deliberò l’anno 1620 l’eccelso Consiglio di dieci, che tutte le sentenze de banditi che da qual si sia publico rappresentante, niuno eccettuato, per qual si sia stradda o di salvacondotto o di realditione fossero state alterate, dovessero restare nel suo primo rigore, annullando ogn’atto che intorno ad esse fosse seguito et restringendo l’auttorità a cadauno di poterlo più fare nell’avvenire, capitò questa deliberatione in Regno, mandata all’eccellentissimo Generale; egli giudicò bene d’informar l’eccelso Consiglio delli contrarii che ne sarebbono derivati in quelle parti, onde li fu rescritto col confirmarle l’auttorità essercitata da precessori et col mandarle in copia le lettere scritte al reggimento della Canea et all’eccellentissimo General Capello, che ho detto di sopra, aggiongendole, che eccettuati li casi che per espresso ordine et delegatione dell’eccelso Consiglio di dieci di questa città fossero stati ispediti, nelli quali non voleva che fosse posta la mano, in tutti gl’altri anco che per parte generale del medesimo eccelso Consiglio di dieci fossero abbracciati, dovesse esercitar la medesima auttorità; et quanto alli casi espediti dal consiglio di dieci di Candia, che chiamano conseglio del duca, intervenendo anco in quello la persona del Generale, si dicchiara l’eccelso Conseglio, che dalli medesimi possino esser gratiati dalli quali erano stati ispediti. Poco doppo il mio arrivo in Regno hebbi notitia che in tempo di vacanza del Generale, per la morte del precessore, dall’eccelso Consiglio di dieci era stato comandato a quelli illustrissimi Rappresentanti la essecutione della parte predetta del 1620, onde io ancora mi risolvei di render informati quei signori eccellentissimi delli publici pregiudicii che ne sarebbono derivati et hebbi in risposta la confirmatione della medesima auttorità, esercitata sempre da Generali; et se bene per persuadere la neccessità et utilità di quella, bastaria dire che l’eccelso Consiglio di dieci, più volte ben informato et instrutto, l’ha decretata, tuttavia perché anco in questa materia molti de quei ministri d’animo inquieto in quelle parti, per li loro interessi, vanno suscitando qualche seme di disparere et pretensione fra publici rappresentanti, stimo neccessario il renderne anco la ragione all’Eccellenze vostre. Replico adonque che moltissimi restano contumaci et absenti per la loro povertà et per li grandissimi aggravii delle cancellarie, che quando li sudditi sono banditi, se partono dal paese non possono se non apportar danno et pregiudicio al publico, poiché pochissimi sono quelli che si contentino di star nelli luochi riservatili, che per il più sono molto ristretti, et se restano nel paese vi stanno con publica indignità et in sprezzo delle loro sentenze, né so però ben determinarmi se sia manco male che li migliara d’huomini banditi caminino per il Regno o pure che caminassero in altro paese. Ora sia come si voglia, mentre stanno in Regno et sono banditi non prestano alcun servitio al prencipe, non servono alle angarie né alla galea o al remo o con la spada, et in somma godono maggiori privilegii d’og’altro et servono di stimolo et di eccitamento a gl’altri per farsi bandire. È anco da considerar grandemente che il difficoltar alli rei in quelle parti le realditioni, li fa tanto più facili al ricorrer al sufragio delli eccellentissimi signori Baili in Costantinopoli, che non è punto da esser posto in poca consideratione, né io per me vorrei che li nostri sudditi di quel paese di Rito greco havessero così facile il riccorso a quella Porta, dove risiede il loro patriarcha, per molti degni rispetti che possono esser molto ben ponderati dalla publica sapienza.
A che si aggionge che li salvocondotti che ottengono dalli eccellentissimi signori Baili, li habilitano per via di gratia a ricondursi alla patria et goder della libertà, con qualche leggerissima pena in rispetto delle loro colpe et delle loro prime sentenze, dove che per quest’altra via delle realditioni caminano per la stradda della giustitia, vanno a constituirsi pregioni de publici rappresentanti, riconoscono la superiorità de reggimenti et possono ricever ogni castigo, quando siano stimati colpevoli, onde il continuar l’antico uso, stabilito dalla publica autorità, credo che sia per riuscir sempre sommamente giovevole al pubico, perché in tutti i luochi non si può tener la medesima misura et è neccessario diversamente regolarsi in Levante, di quello che si facci nello Stato di terra ferma; et ho pur osservato che qualche strettezza maggiore, introdotta da qualche tempo in qua nel ricever in gratia li banditi nelle altre isole del Levante, di quello che prima si osservava, le ha poste in confusione et ha messo la Serenità vostra in neccessità di applicarvi il pensiero per il rimedio, et fino dal tempo che io ritornai Proveditor della Ceffalonia, intorno a questi particolari dissi il mio riverente parere, che tuttavia si trova in una scrittura che presentai all’hora nelle cancellaria secreta di Vostra serenità; et quanto alla mala sodisfattione che possino ricever li sudditi offesi dal veder gl’inimici con tanta facilità rimessi in gratia, questo per il più succede per via di salvocondotto, perché pochi tentano le realditioni, che non si siano prima riconciliati con le parti, et li publici rappresentanti nelle loro ispeditioni hanno sempre la mira di tenerli lontani dalla faccia de suoi nemici, quando ve ne siano, o da quei luochi dove hanno commesso li delitti.
Dalla descrittione delle anime, che diligentissima ho ordinato per tutto il Regno, che non posso però assicurarmi che sia riuscita tale in effetto, ho trovato esservi in tutto, compresa ogni condition di persone, di ogni età et sesso, poco meno di 200.000 anime. Questo numero veramente mi è riuscito maggiore di quello che io credevo et mi era stato riferto che haverei trovato, et se piacerà a Dio benedetto di tener lontani quelli flagelli di fame et peste, che l’hanno travagliato per il passato, et che questo eccellentissimo Senato con la sua carità trovi ripiego di preservar tanti di quei sudditi, che non periscano miseramente nelle galee, anzi possino moltiplicar in figliuoli, se ne potrà sperar in breve tempo augumento notabile, che è tutto quel maggior bene che si possi desiderar in esso et per il publico et per il particolar interesse. Havendo io per isperienza veduto la povertà grande di ogn’uno in quel paese, poiché pochissimi sono quelli che habbino qualche commodità, et havendo all’incontro udito raccontar communemente da tutti, così in questa città come fuori, la ricchezza, che già qualche tempo vi si trovava, mi son reso curioso di andarne investigando la cagione; et dirò prima che certamente credo che questa voce avvanzasse di gran longa l’effetto, perché quando pur si discende a particolari di alcuno che godesse gran facoltà nelli tempi adietro, vedo che tutti si ristringono nelli medesimi pochissimi soggetti, come pur tuttavia anco al presente ve n’è alcuno che abonda, se non di contanti almeno di grossa entrata, ma parlando in universale è cosa certa, che si come nelle facoltà private quello arricchisce che manco spende di quello che siano le rendite delle sue entrate, et quello per il contrario impoverisce che ben poco eccede con la spesa le sue fortune, così non altrimenti quel Stato convien esser ricco et ubertoso, che più produca di quelle merci o altro che sopravanzando al suo neccessario consumo, con la estrattione di quelle introduca maggior quantità di denaro et quello che più haverà bisogno, che le cose neccessarie le siano sumministrate d’altrove col trasmetter il suo danaro per haverle, conviene riddursi col progresso del tempo in strettezza et povertà; è però vero che alcuna volta il sito del paese sarà tale et l’industria delli habitanti tanta, che potrà compensare la sterilità del luoco et renderlo commodo et riccho.
Quanto alla prima parte certa cosa è che non producendo il Regno di Candia per poter esser asportato fuori, altro che una buona quantità d’ogli et qualche quantità di moscati, formagi et gottoni. Et havendo all’incontro bisogno di provedersi di tutte le cose neccessarie per il sustentamento delli habitanti, credo che non vi sia proportione fra l’entrata et la spesa. Et credo che di molto sopravanzi il valsente delle robbe che s’introducono ordinariamente in Regno, al denaro che si cava per quelle che si estrazeno; e tanto più quanto che in occasione di qualche strettezza di grano, tanto si conviene in una sola annata investir in formenti forestieri a pretii molto alti, quanto certo non cavano dalla vendita de loro grani in tre annate ben abondanti; et se non fossero li contanti che Vostra serenità di continuo v’impiega, credo che fino a quest’hora si troverebbe del tutto essausto. Si aggionge che la raccolta de moscati è da qualche tempo in qua diminuita, che però li pretii ascendono al doppio di quello che prima si pagavano et per me credo che la causa sia derivata, perché per molti anni pochissimi vasselli sono capitati di ponente a caricar vini in Regno per quelle parti, forse perché durante le tregue et le paci in quelli paesi con la corona di Spagna, havevano maggior commodità di provedersi de vini altrove, né poteva questa città portar più cibo di quello che bastasse ad esser consumato dal suo stomaco. Onde è successo che molti che hanno mandato li vini a Venetia, poco più ne habbino cavato che le sole spese, ma se in questa parte ne ha ricevuto qualche nocumento il privato, resta però assai supplito alla publica intentione, che dovesse esser diminuita la quantità delle piante delle vigne et accresciuta la coltura et i seminati de grani; et se li rappresentanti di Vostra serenità anderanno riservati nel conceder le licenze di poter piantar vigne, come riservatissimo sono andato io, che non credo certo di haver permesso l’impianto di un solo campo di vigna, non vi sarà bisogno di capitar a nove deliberationi di sradicarne in parte, come altre volte è seguito et ha ordinato questo eccellentissimo Senato, se ben credo che sia stato poco esseguito. L’impianto delli olivi si è ben di molto avanzato et in questo ne godono quei sudditi et ne goderanno in avvenire sempre maggior avantaggio, in che non mi estenderò a questo luoco, poiché essendo tenuto per commission di questo eccellentissimo Senato, di far la relation in scrittura di questo negotio, sodisfarò all’obligo separatemante. 
Quanto alla seconda parte che contiene il capo dell’industria, io non ho osservato che in quel Regno ve ne sia d’altra che di un poco di telarie, che quasi tutte sono consumate nell’isola, anzi ordinariamente accade che molti astretti dalla neccessità nelli tempi delle penurie, si disfanno di questa sorte di mobili a vilissimi pretii et sono comprati da chi se le porta altrove et loro sono neccessitati di rimetterli con altrettanto interesse. Quello che altre volte può haver fatto quell’isola più abondante, se pur è vero che fosse tale, bisogna che sia stato la commodità de vasselli ch’ella teneva, con li quali viaggiando e da per tutto negotiando, venivano i suoi cittadini et i suoi habitanti a ricever in se stessi quelli commodi che hora vengono goduti da gl’altri. Solevano i vasselli proprii del Regno condur tutte le mercantie di quello, non solo in questa città, ma le portavano ancora in Ponenete, passando alle Scale d’Inghilterra et di Fiandra, altri conducevano quantità grande de vini non solo a Costantinopoli, ma per il Mar Negro entravano nel Danubio et se ne andavano fino alli confini di Moldavia et di Valacchia, da dove poi passavano in Polonia et altre parti più settentrionali. Ora questo negotio è del tutto perduto, perché o sia l’infestation de Cosachi o li troppo aggravii de datii o quel si sia altri rispetto, non vi è più chi si avventuri a questo viaggio; et quanto all’altro per Ponenete et per questa Città, le tante infestation de corsari che corseggiano quelli mari, l’ha del tutto distrutta, di maniera tale che quel latte proprio con che doveva esser nodrito quel Regno, che non era se non per apponto tanto quanto le potesse sufficientemente bastar per alimentarlo, si può dir che le sia stato del tutto tolto e bevuto da forestieri, con che loro restano privi et dell’utile che cavavano del tratto delle loro mercantie, vendute fuori del paese dove più valevano, et di quello de noli de vasselli et altri commodi con che si nutriva et sosteneva gran numero di marinarezza, essendosi hora riddotti ad un ristrettissimo traffico di pochi migliara di ducati per Alessandria, Roscetto et Costantinopoli, dove mandando qualche quantità di vini et qualche contante ne riportano lini, cuori et pesce per il proprio bisogno; et questa navigatione ancora è resa tanto difficile per rispetto de vasselli da corso, che non vi essendo assicuratori, si accostuma di dar il danaro a rischio di nave con 30 per cento d’interusurio [?] per quel brevissimo viaggio; et se i bertoni di Malta non frequentassero quei contorni, più difficile et più pericolosa sarebbe ancora la navigatione, né li marineri o patroni de vasselli aspettano sicurtà maggiore per far le loro partenze, che l’intender l’avviso che siano stati veduti li vasselli di Malta intorno a quelle rive. Da che possono l’Eccellenze vostre comprender quanto sia difficile l’impedire, che nelle parti estreme dell’isola et più rimote dalle città, non le sia sumministrato qualche rinfresco contra la publica intentione et contra li rigorosissimi proclami de publici rappresentanti.
Ma continuando la causa della povertà in che è constituito il Regno di Candia, devo considerarle che notabilissimo è stato il danno che hanno sentito quelli popoli et più li più poveri, per la prohibitione che fu fatta delli quattrini, di che tuttavia si risentono. Seguì la prohibitione prima in questa città, onde quantità immensa ne fu portata in quel Regno et quello che più importa era senza proportione più quella de falsi che de buoni. Onde convenne prima l’eccellentissimo signor General Capello, di memoria gloriosa, abbassarle il prezzo dalli tre alli sei alla gazetta, poi assolutamente prohibirli, pagando solamente li buoni, come era di dovere et ricevendo li cattivi a semplice peso di rame. Ora se li buoni che si trovano in esser in quelle Camere ascendono alla summa di 180.000 et più ducati, compresi quelli che per publica commissione sono stati inviati in questa città di ordine dell’eccellentissimo signor General Moresini, il numero de cattivi che certo eccedeva il doppio, viene a rilevar la summa di 360.000 ducati, summa che cavata dalle persone più povere, nelle quali industriosamente era stata fatta capitar da più commodi, ha partorito il loro esterminio et le lacrime che tuttavia le cadono da gl’occhi; si che non è da maravigliarsi che aggionto questo grandissimo flagello alla perdita di tutti li negotii, alla distruttion de vasselli, all’infestation de corsari, alle penurie grandissime sofferte in questi ultimi tempi, si trovi quel Regno riddotto nell’ultima miseria et povertà.
L’altezza ancora delle monete, per il mio riverente parere, riesce di notabilissimo danno a quei sudditi, poiché non è dubio, che con manco quantità d’oro et d’argento vengono estratte le mercantie di quel Regno, come all’incontro convengono molto discapitar nelle medesime per mandar a provedersi di quello che le bisogna di fuori; è però vero che quanto il privato se ne risente, tanto ne riceve il publico maggior beneficio, poiché con manco quantità di denaro supplisce alli pagamenti di quelle militie, che è cosa considerabile. Questo è gran negotio et merita il prudente riflesso dell’Eccellenze vostre. Io più volte lo ho tocco nelle mie lettere et espressi già il mio riverente senso in una lunga scrittura, onde il replicar le medesime cose riuscirebbe di troppo tedio a questo eccellentissimo Senato, solo dirò quello che più volte ho riverentemente raccordato, che sia neccessario il stabilir un prezzo fermo alla moneta d’oro et d’argento, acciò questa non habbi a far alteratione a solo capriccio de più commodi et danno de poveri, et che sia medesimamente neccessario il proportionar tutte le valute l’una con l’altra, accioché possino indifferentemente correr a commodo universale. A questo aggiongo che così come l’haver mandato qualche quantità di moneta di rame in quel Regno, è stata prudentissima deliberatione et adequata al bisogno, così quando questa moltiplicasse più del dovere, causerebbe de mali effetti et farebbe d’avvantaggio alzarsi il valore della moneta d’oro et d’argento, a danno sempre maggiore di quelli habitanti. Trovai al mio arrivo alla Canea che il reale correva lire nove soldi dieci, et il ducato della Cecca di Vostra serenità non era quasi che conosciuto, et havendone io havuto la summa di 24.000, mi veniva affermato che non li haverei spesi più che a lire sette et soldi diese, come correvano in questa città, perciò mi risolvei prima di mettervi mano nel spenderli, di far publicar un proclama senza stabilirvi prezzo nervino, col quale si dicchiariva esser il ducato del cugno della Cecca di Venetia, avvantaggioso di peso et migliore di liga del reale, onde non era conveniente che quello dovesse esser speso con disavantaggio da questo, che però si faceva sapere ad ogn’uno che in avvenire dovesse riceverlo al medesimo prezzo, non stimai però bene il prefigerglielo o determinarglielo, il che rimessi alla deliberatione di questo eccellentissimo Senato. Partorì buon effetto il proclama et accreditò di maniera il ducato di Vostra serenità, che nel corso di pochi giorni questo era più volontieri accettato che il reale, come di tutto riverentemente avvisai questo eccellentissimo Senato, che approvando l’operato da me et conoscendo l’avantaggio che ne risultava al publico, me ne mandò altri 27.000 nella summa di 33.000 ducati, che mi espedì, li quali poi tutti sono stati spesi col dovuto avvantaggio di Vostra serenità, come è seguito di ogn’altro denaro che mi fu consignato dalla Cecca al mio partire et che ho havuto dalla Camera di Levante, speso sempre nelle mededesime [?] valute perappunto nelle quali l’ho ricevuto, come si può veder dalli miei conti essistenti nell’officio de gl’illustrissimi signori Regolatori sopra la scrittura, con publico vantaggio per l’accrescimento delle monete, per tutto il tempo del mio maneggio, di ducati 50.692 lire 5 soldi 10, che è pur cosa che desidererò che con le altre sommamente importanti sia da altra voce intesa dall’Eccellenze vostra che dalla mia.
Le entrate pubbliche in Regno, di qual si voglia ragione, non sono bastanti a gran gionta per le neccessarie spese, onde per supplir a quelle neccessariamente bisogna o che il danaro sia effettivamente mandato da questa città in quel Regno o che di là sia proveduto et fattene le rimesse in lettere di cambio a Vostra serenità. In tempo mio scarsissima è stata la provision del danaro che ho havuto, onde altrettanta ho convenuto esser la summa del denaro che mi è bisognato pigliar a cambio. Trovai al mio arrivo in Regno, quello che è molto ben noto ad ogn’uno, che le lettere di cambio di Candia si facevano per dover esser pagate in questa città di valuta di Cecca, onde ne risentiva il danno l’erario publico di 20 per cento et più per il laggio della moneta. Rissolvei subito di voler liberar il publico da questo esorbitante interesse, potendo ben di vantaggio bastar a quelli che dano li danari, l’avantaggio che ricevono per l’altezza delle monete in Regno più di quello che corrono in questa città, onde quando il publico non dovesse ricever il commodo et l’utile non mandando il denaro effettivo, non havesse almeno dovuto sentir questo notabilissimo danno; et perché conoscevo che l’aspettar di riddurmi alla neccessità di dover mandicar il danaro, mi haverebbe difficoltato l’intento, mi risolvei pigliarne alcune piccole partite poco doppo il mio arrivo alla Canea, per dover esser pagate al corrente per introdur quest’uso, come mi riuscì di poter fare et ho continuato fino alla fine con avvantaggio publico di forse 70.000 ducati, che sariano stati gettati se si fossero pagate le lettere alla valuta di Cecca, come si era sempre fatto precedentemante; che aggionti a quelli dell’avantaggio del lazo, che ha havuto Vostra serenità della moneta avanti detta, importa sopra a 124.000 ducati.
Ho detto che le entrate de datii et di altra ragione non suppliscono a gran gionta alla spesa; devo anco dirle quel che più volte ho avvisato, che questa materia, nella città di Candia particolarmente, è riddotta a mal termine, perché pochissimi sono quelli che attendono a questa prattica et quasi tutti falliti, il voler star sul rigore senza admetter quelli o li loro piezi, causa che tutti li datii restano disafitatti, vanno per conto publico et restano grossamente defraudati, che così è seguito di molti prima del mio arrivo, con notabilissimo publico danno; et il deliberarli a persone deboli et poco sicure causa la difficoltà nel riscuoterli, che però stimo manco male che il non deliberarli, né io certo ho mancato di applicarvi ogni mio pensiero, che è pur riuscito di qualche publico profitto. Oltre le rendite de datii vi sono alcune entrate di livelli annui, che si riscuotono in quelle Camere per ricognitione de beni di ragion publica, delli quali in diversi tempi molti sono stati investiti, che per me credo che siano di quella portione che il prencipe riservò per se stesso, quando diede le cavallarie a feudati et assegnò diversi beni alle chiese, ben credo che essendo molto tenue questa ricognitione, non vi sia certo proportione fra il valor de beni et questa poca entrata che se ne riscuote, ma essendo le cose antichissime sarebbe assai difficile il poter alterarle, come pur anco questa ricognitione così tenue, con difficoltà si riscuote, et molti sono li debitori, con pericolo appresso che col progresso del tempo, si perda anco la memoria delli beni obligati al pagamento; al mio primo arrivo alla Canea feci quella provisione et diedi quelli buoni ordini che stimai neccessarii, che però non hanno havuto se non in poca parte l’essecutione, né io ho potuto far d’avantaggio mentre son stato privo tutto il tempo del mio Generalato di ragionato, atto a potermi servire, poiché quello che dall’Eccellenza vostre mi fu inviato non è certo soggetto di alcuna attitudine, quando anco non fosse sospetto di quelli mancamenti, che l’eccellentissimo signor General Moresini scrive di haver in lui scoperti, et quello di chi haverei potuto valermi, che certo è persona di sufficienza et conosciuta buona et fedele, da quei eccellentissimi signori Giudici delegati da questo eccellentissimo Senato, come sarà stato inteso dalla sua sentenza di assolutione, mi era stato reso suspetto con fromation di processi, onde manco di quello ho stimato dovermi valere et so che il publico ne ha ricevuto gran pregiudicio, mentre certo l’operar senza ministri in queste materie riesce del tutto impossibile.
La campagna del Lascithi rende pur al publico entrata d’intorno a 14.000 misure di formento più et meno conforme alla ubertà et strettezza del raccolto et questi sono applicati alla fabrica de biscotti, è quella campagna particolarmente raccomandata a gl’illustrissimi signori Capitanii di Candia, a quali anco è commesso di dovervi andar alla visita mentre a tutti gl’altri rappresentanti, fuori che al Generale, questo è prohibito. Del stato di quella campagna io devo riferirmi a quello che più distintamente viene rapportato a Vostra serenità a quei signori illustrissimi di tempo in tempo, tuttavia havendo pur veduto anco quella, se ben per poche hore, mi par di poter con fondamento considerare, che io temo che l’haver voluto troppo accrescer li pretii a quelle affittanze, causa che molti di quelli habitanti siano andati a male, da che ne deriva poi che molte bovine restano disaffittate et grossissimi rimangono li debiti inesigibili da doversi riscuoter, in gran parte però antichissimi, et molto più delli recenti. Io crederei che molto più dovesse giovar al publico l’affitarli meno et procurar di affitarli tutti, con che certo l’utile publico si faria maggiore et più commodamente vi potriano viver li particolari.
Innumerabili sono le cose che hanno bisogno di buona regola et riforma in quel Regno, parte imperfettamente espresse da me et parte ommesse per non riuscir di soverchio tedioso et se ben potesse parere che havendo io veduto et conosciuto li disordini, havessi anco dovuto applicarvi gli opportuni rimedii, mi rendo però certo che ponderati dall’Eccellenze vostre li contrarii che ho provati grandissimi in quel governo, conosceranno per loro prudenza, che io habbi quasi superato il possibile per operar quanto ho fatto a publico beneficio. Ma perché le cose non caminassero al peggio, come si potrebbe temer che dovesse succeder, anzi si ridducessero in tutte le parti a quel termine che ricerca il servito publico et la consolatione de sudditi, io stimerei neccessario, che doppo il corso di tanto tempo, dovesse questo eccellentissimo Senato capitar in risolutione di espedire in quel Regno Senatore di eminentissima conditione, coll’auttorità et prerogative apponto tali quali furono date al già eccellentissimo signor Proveditor General Foscarini, perché al presente non ve ne è certo manco bisogno di quello che all’hora vi fosse, il quale fermandosi in esso per qualche tempo, potesse osservar li disordini et sapesse et potesse rimediarvi et prestar questo fruttuosissimo servitio alla sua Patria o quando pur non restassero contente l'Eccellenze vostre dell’elettione di un solo soggetto, crederei neccessario eleggerne doi, dovendovi entrar per terzo il Proveditor general ordinario, che vi si ritrovasse, per sostener la dignità di quello, da quali uniti potesse esser complito a quanto richiedesse il bisogno. Et quando questa elettione ancora incontrasse qualche difficoltà, stimerei che almeno dovesse in questa città esser formato un coleggio de senatori, per la maggior parte prattichi et  isperimentati delle cose di quel Regno et del nostro Governo, appresso li quali fatto diligente riflesso sopra tutte le cose che havessero bisogno di regola in esso, dovessero andarle portando alla censura delli eccellentissimi signori Savii et poi di questo eccellentissimo Senato, uniti o separati, come più a loro piacesse. Ma sia nell’uno o nell’altro modo, non è certo possibile differir il rimedio a tante cose importanti, che io ho tocco di sopra, et a molte altre che non saranno forse state vedute dalla mia debolezza o che non ho stimato neccessario di dover aggionger in questa scrittura, che pur troppo vedo esser riuscita prolissa.
Prima di chiuder questa mia longa relatione, conosco che saria di mio debito il referir con encomio di laude il merito di quei signori che hanno servito all’Eccellenze vostre in tempo mio in quel Regno. Et di quelli ancora che mi hanno honorato del commodo delle loro galee nella mia andata et ritorno, con tanta mia obligatione, che non potrà certo esser mai da me corrisposta con altro che abondantissimo affitto di prontissima volontà. Ma se io volessi farne la commemoratione di tutti nominatamente, so che mi sarebbe ascritto a complimento et adulatione, alienissima dalla mia natura, oltre che sarei neccessitato di riempir molti altri fogli, et se di alcuno parlando tacessi de gl’altri, potrebbe questo esser mal inteso et sinistramente interpretato; che però mi basta di dire in universale, che piaccia a Dio, che la Serenità vostra habbi sempre nelle sue città e fortezze di quel Regno et nella sua armata soggetti delle conditioni di quelli che l’hanno servita in mio tempo et se l’Eccellenze vostre rifletterà sopra le persone et conditioni di cadaun di essi, conosceranno facilmente che io le dico la semplice verità.
Ho havuto per mio secretario messer Marc Antonio Pozzo, ben conosciuto dall’Eccellenze vostre, havendole egli servito lungamente in varii et importanti carichi, egli è soggetto di buona attitudine et intelligenza et volontieri si adopera dove viene impiegato. Molte sono state le sue fatiche, perché oltre le ordinarie della sua carica ha anco servito nella formatione del processo voluminoso, che io formai alla Canea per il corso di quasi tre mesi continui con incessante fatica. Egli se ne è ritornato alla Patria povero quanto il Generale a chi ha lui servito et merita la benigna gratia nelle occorrenze dell’Eccellenze vostre.
Di me medesimo non saprei che dir altro, solo che di haver sempre così abondantemente goduto della munificenza di questo eccellentissimo Senato et del supremo Maggior conseglio, che non è mai stato lasciato luoco, non dirò al mio desiderio, ma ne anco alcun stimolo di ambitione, onde ho sempre convenuto per tutto il corso della mia vita affaticarmi per corrisponder in parte alle gratie che havevo ricevuto, più tosto che procurarle o ricercarle per ricompensa di mie fatiche. Mi concedano però l’Eccellenze vostre che io dica, che se potesse mai un cittadino creder o presupponer di haver pagato il suo debito con la Patria, tanto è stato l’impiego perpetuo et incessante del mio poco talento nel publico servitio in questa gran carica, i tanti li travagli et tormenti che ho sofferto, che potrei io ancora pretender di haver sodisfatto alla parte mia, tuttavia perché ogn’uno è debitore alla medesima Patria d’ogni suo havere et della vita istessa fino all’ultimo suspiro, confesso io ancora il medesimo debito né altro me ne ritarderà mai che la sola impotenza per il debole stato della mia fortuna, la quale nelle cariche che possono esser stimate di qualche commodo da me sostenute, non ha certo mai ricevuto verun sollievo et me ne glorio et in quelle che portano seco neccessario dispendio ha patito gravissimo detrimento.
Prima che io partissi di Candia il clarissimo signor Zorzi Cornaro, nobile della colonia, di padre provato del maggior Consiglio et che nella sua prova non ha minima difficoltà né altro bisogno che del semplice colleggietto, soggetto di conditioni honoratissime et conosciuto tale da tutti li publici rappresentanti, mi ha voluto honorare di un modello, fatto di rilevo, in forma molto grande di tutto il Regno, diligentissima opera delle sue proprie mani et mi ha aggionto in un libro in dissegno tutte le città, fortezze, porti et spiaggie di quell’isola distintissimamente. Io ho voluto ricever il favore et con ogni gelosia maggiore ho fatto condur il modello col passaggio delle galeazze fino a Corfù, per non avventurarlo sopra vasselli a qualche mala ventura, essendo cosa che troppo importanza et che merita di esser gelosamente guardata, et stimando io che l’una et l’altra di queste fatture habbi da esser più propriamente riservata et custodita nel publico che nelle case private, esposte ad ogn’uno che volesse osservarle et che col progresso del tempo Dio sa in mano di chi potessero capitare, ho risoluto privar me stesso di quel gusto che haverei potuto alcuna volta ricevere col riveder nel modello quei siti, che diligentemente tutti ho osservati sopra il proprio luoco et preferire a quello che ho giudicato dover complire al publico servito, che però et il modello et il libro ha fatto portar in questo palazzo et restano alla dispositione della Serenità vostra et di questo eccellentissimo Senato, né ho voluto tacerle il fabricatore dell’opera per non defraudar quel signore del merito et per render palese la sua virtù, che certo è singolare in quelle parti. Con che ho stimato di render anco a lui quella ricompensa maggiore che per me si è potuto di favore che tanto ho aggradito.

NdC: nel testo sono presenti dei numeri romani nelle pagine a sinistra, che non si ritrovano però in nessun indice. Non sono stati trascritti.