10 novembre| 1653 Giacomo da Riva
Relazione|
1653 10 novembre
Relazione di Giacomo da Riva ritornato di Provveditore generale delle armi nel Regno di Candia
AS Venezia, Collegio, Relazioni, busta 80
Serenissimo principe
Il Regno di Candia, mirabile per il suo sito et insigne per la grandezza et per tanti opportuni commodi, come tale celebrato nelle memorie dell’antichità, reso in questi calamitosi tempi theatro infelice de i più memorabili accidenti, o combatuto dal cielo con le pestilenze o angustiato dalla fortuna con la fame, e per il corso d’anni nove hoggi mai invaso in gran parte et impugnato dall’armi prepotenti del Turco, sarà il sogetto della mia sincera et breve relatione, commandatami con parte espressa dell’eccellentissimo Senato.
Prego Dio, che come le cose che sono per rappresentare mi scaturirono dal cuore, così al cuore dell’Eccellenze vostre arivino, a comprobare il mio zelo svisceratissimo nel bene della Patria, la mia perpetua ossequenza alla publica maestà e che servano a benefitio e sollievo di quell’afflittissimo Regno.
Il quale quanto s’è consolato d’esser divenuto la gema principale della corona di questo sempre augusto Senato, così adesso travagliato dall’impetuosa frequenza degl’accidenti più terribili della guerra, con prieghi di viscere, con voti di sangue, racomanda tutto se stesso alla grande, alla sola venerata, invocata, protettione e dilettione dell’Eccellenze vostre.
A 4 ottobre 1651 piacque, alla benignissima opinione che Vostra serenità hebbe delle mie debolezze, d’eleggermi Proveditore generale dell’armi in quel Regno et io incontrai con tutta la piena affettuosa dell’animo l’invito che mi faceva la maestà della Patria, a dovermi esporre agl’estremi cimeti, come pure havevo prontamente fatto gl’anni inanzi, a solo fine o di segnalare la vita o d’illustrare la morte mia dentro a pericoli più evidenti.
Mentre m’andavo alestendo alla longhezza del viaggio et al peso gravissimo della carica, mi fu per publico decretto commesso ch’io dovessi partire nel termine di tre giorni, et anteposta la dovuta ubbidienza a qualunque rispetto, partii nel mese di marzo 1652, imbarcatomi sopra il vassello San Giorgio e come se al mio desiderio di servire la Serenità vostra, si fossero acordati con la temperie il cielo e con la prosperità il vento, a 23 aprile susseguente in Candia mi trovai.
L’isquisita e di niuna oblivione capace difesa e fortificatione, preparata dentro e fuori di quella piazza, ha così saldamente preservata la medesima nei doi crudelli attacchi passatti, nei quali il Turco d’ogni forza sua ha ostentata la violenza ed alle fortificationi stesse dato il titolo d’inespugnabili. Ma da chi professa soda intelligenza e peritia nelle fabricationi e machine millitari minutamente investigati li membri esteriori di quel recinto e penetrati gl’arcani dell’arte, vengono osservati molti pernitiosi diffetti, li quali potrebbero persuader il nemico a tentar una sorpresa, overo ad ataccare la piazza con consequenze pericolose. Sarà donque non fuori di proposito ch’io porti alla notitia di Vostra serenità l’essere di quelle fortificationi, le imperfettioni che vi si notano da pratici et insieme li rimedii creduti oportuni. La guerra si fa con l’oro, con l’ingegno e con l’armi, ma a nostri tempi l’ingegno serve a risparmiare l’oro et a rintuzzar l’armi con un sagace alzar de terreni, perché le linee complicate e gl’incontri dei trapassi del canone e del moscheto custodiscono li porti più con l’astutia che con la forza.
Candia dalla parte di terra circonvalata da sette balloardi formali ha nelli loro 14 fianchi una sortita o porta per cadauna. Queste quando restino, com’hora sono, non terrapienate, si rendono esposte ad una sorpresa potendovisi facilmente, non ostante le fortificationi esteriori, aplicare il petardo, massime a quelle di San Giorgio e di San Andrea et alla sortita del Panigrà. Accidenti che se tentati da Turchi havessero luoco (il che cessi Dio) meterebbro la città tutta in contingenze sanguinosissime, che portarebbero tutt’il Regno al tracollo et alla rovina. Per tanto sarebbe oportunissimo il munire di ben sodi terrapieni le sopradette sortite, o porte, e render invalida la forza al petardo, ecetuatte però le doi porte per le quali di continuo si passa, cioè quella di San Giorgio e quella di Bettelem. Et a queste doi pure si doverebbe far un ponte levatore, o doi per ciascheduna, con le sue seracinesche, ad immitatione di tutte l’altre piazze in tempo di guerra.
Dala parte della marina, tutto che non millitino tanti sospetti, starebbe pur anco ben impiegato un ponte levatore alla porta di Tramatà et una seracinesca ancora, come pure riuscirebbe a proposito il continuare la muraglia che pricipiai, restand’ancora in diversi luochi bassa. Imperoché alzata quella muraglia quei di dentro, senza dubbio di male da detta parte, con ogni piciola guardia custodirebbero il porto, ma in caso che fosse fatto dar all’arma dall’inimico altrove, per far diversione, sarebbe poi necessario rinforzarla gagliardamente.
Pur dalla parte della marina tra San Pietro e la porta del Molo s’è fatta, per la caduta d’un pezzo di muro, una gran brecchia, la qual bisogna rimepire, per tutti li rispetti, potend’oltre il dubbio de tentativi nemici da quella parte, per di là fuggir li soldati con ogni facilità maggiore.
Si dovrebbe pur anco, per mio humilissimo sentimento, serrare et unire al castello la muraglia del molo, perché per l’appertura che di presente c’è può passare chi vuole, sbarcati massime prima con barcheta alla porporela. Potendo di più facilmente applicar fuochi a vasselli che sono in porto e causare gravissimi inconvenienti.
Stimarei appresso che fosse molto a proposito murare a botta di petardo e munire la porta del castello verso il mare, perché non essendo quella fianchegiata, né veduta dal canone in alcuna parte, potrebbesi facilmente rompere dall’inimico e la guardia del castello prima rimaner sottomessa.
Candia è piazza di così formidabili conseguenze, ch’ogni minaccia è dignissima di riflesso. Però io voglio haver detto tutte le cose in una materia la maggiore che chiamasse già mai le publiche accoratezze e gelosie.
Per le maniere descritte può il Turco tentar Candia per sorpresa di pie piano, non essendo però del tutto impossibile il tentarla con la scallata, e questo per [?] causa delle piazza basse, se bene con molto pericolo delle sue genti. Per oviare a questo male la mia riverendissima opinione sarebbe, che si facessero palificate e steccate e riparare le rovine delle terze e quarte piazze fatte da nuovo, sopra le quali adesso si può montare facilissimamente [ꝋ simbolo nel testo].
A tutte o al meno a qualche parte più importante delle cose predette haverei apportato il riparo e se non del tutto equivalente al bisogno, al meno in termini di qualche proprietà, se non havessi patito il mancamento del dannaro. Male pessimo sopra tutti in ogni tempo, ma in guerra, in assedio, in contingenza d’atacco, tra le faragini delle difficoltà e le penurie d’ogni salute, il non haver dannari è una similitudine viva della stessa morte. Et il vedersi che per mancamento d’oro si cessi dall’operationi fruttuose e necessarie, degrada la riputatione agl’esserciti et incodardisce il cuore alle genti.
Ma passando più oltre riverentemente esprimo all’Eccellenze vostre la campagna o spianata che cinge la città di Candia è ripiena de fossi, sendo la maggior parte di questi reliquie delle trinciere abbandonate dal Turco. Questi tutto ch’apianati con fatica, non di meno la pioggia, trovato il terreno mosso e novo, ha escavato ancora le fosse medesime e rese vane le impiegate fatiche. Per queste escavationi può il Turco con precipitosa celerità valersi commodamente di mezo per ritornare sul fosso di Candia, ma in particolare dalla banda della Sabbionera sino alla contrascarpa, della qual v’è un fosso fatto da rovine d’acque, per via del quale può arivare il nemico di notte tempo ben coperto fino sopra l’orlo del fosso di quel balloardo. Ivi s’è sempre proposto di fare una meza luna per ostacolo a simili impeti e d’incamisare e ridur a termini migliori la falsa braga, ch’a quel balloardo s’atrova, la qual hora è meza rovinata.
Per riempire et apianare le fosse antedette, io stimo vano il pensiero, non ch’ardua l’impresa, potendosi in questo azardo perdere quantità d’huomii e poi l’opera fatta esposta di bel nuovo all’ingiurie della staggione niun profitto ci aportarebbe.
Ad uso molto migliore sarà donque la fatica impiegata, se si perfetioneranno le steccate alli rivellini et alle fortificationi esteriori et in particolare in parte dell’opera corno di Jesù, fortificare di pallificate le strade coperte et mettersi più che sia possibile in sicuro dall’improviso assalto del Turco.
Quattro sbocature nel fosso della città verso il balloardo Vitturi, fatte dal nemico nell’attacco passato, son ancora apperte et è necessario che restino rimepite.
Le strade sotterranee, che dal fondo del fosso della medesima città si portano in campagna, sono poco inoltrate verso la medesima in diverse parti, sarebbe però necessario alungarle per agevolar a nostri il modo di fare volar il nemico con le solite mine. Uso moderno di sepelire il fuoco in terra, perché amazzi in aria le genti.
Queste cose tutte con fidelissimo zelo io rappresento a Vostra serenità, a fine che per il publico bene ne sia fatta dalla prudenza publica quella stima che sarà creduta propria e conferente alla Patria, così altamente interessata in quel Regno.
Ma perché avvanti che partissi di Malamoto mi pervenero lettere di questo eccellentissimo Senato, nelle quali m’erano ingionte molte commissioni, tra queste osservai più rimarcabili et importanti la moderatione all’esorbitanze de i prezzi delle monete, chiamate grimani o salvatori, la diversione alle fughe delle millitie, il purificare il vero numero d’esse e la preservatione degl’hospitali, così che subito arivato in Candia applicai tutt’il fervore del mio spirito per ben essequire in primo luoco questi ordini, con premura così particolare alla mia cura incarricati.
Li grimani o salvatori, monete che furono introdotte in Candia con prudentissimo provedimento per l’urgente necessità del dannaro, sono state abusate dall’iniquità degl’huomini, che ardisce fondare pestilenti radici anco dentro alle buone regole, nel seno santissimo delle leggi. Così a poco a poco sopra queste monete illimitata e detestabil mercantia si praticava. Ond’il rico e benestante, fabricando guadagno a se stesso con i materiali lachrimabili dell’altrui [?] povertà, cresceva gl’ingiusti haveri a cumulo immenso. Inconveniente ben osservato dal provido seno di Vostra serenità, commettendo in diversi tempi molte profittevoli rifforme, ma perché li rimedii tutti sono per loro natura più tardi all’operare ch’i mali et il disordine da picioli principii in corrutella passatto non può così tosto radrizzaiarsi al bene, non ostante le rigorose applicationi in ciò e gl’ordini severi e rissoluti de miei zelantissimi e prudentissimi precessori, erano tuttavia li grimani e salvatori predetti in grave disordine con eccedenza esorbitante di valore, che causava tanti pregiudicii e sconcerti agl’iteressi publici, com’è ben noto all’Eccellenze vostre, correndo il prezzo de reali sino a lire [?] 2.200 l’uno in oppressione pure privata; io non di meno subito gionto in Candia feci publicare proclami di tenor severissimo, perché le monete si riducessero al pretio commandato da Vostra serenità, che fu che la moneta grande non valesse più d’un soldo e la picciola un bezo, col raguagliar il scudo e reale a lire 12 soldi 19 l’uno, prohibendo pure il comertio di detta moneta di rame in quelle Camere. Dove per l’adietro non ne fu più ricevuto e si pagò con l’oro et argento speditomi dalla publica munificenza; ed ho havuto fortuna o per meglio dire godei l’assistenza del Signor Iddio, ch’ubbiditi universalmente li miei proclami in questo proposito, per tutt’il corso della mia carica non s’è sentita alteratione di prezo, ma il tutto passò in conformità delle sodisfattioni della Serenità vostra.
Quando alle fughe delle millitie io feci publicare ordini di tutta efficaccia, et a guardie in tutti li luochi et a posti in ogni sito, perché fossero impedite, commettendo ch’i fuggitivi o vivi o morti fossero tratenuti. E toccò a tre soli temerarii pagare la pena con la vita della loro meditata et in parte essequita fugga, la pena a quelli tre trasgressori servì di freno agl’altri, così che per tutt’il tempo del mio Generalato li fuggiti non ecedono il numero di 80 e questi o favoriti dalle tenebre o dall’astutia coperti hanno potuto abbandonare l’insegne.
Essequite queste doi publiche commissioni, m’applicai alle rassegne di tutte quelle milliie, anullando gl’absenti, levando ogni minima fraude, li provecchi et in fine purgandole puntualmente, acciò il publico non sentisse altr’aggravio, che delle persone effettive e così s’è con diligenza stillato nel corso tutto della mia carica, con grandissimo avantaggio della Serenità vostra.
Passando oltre nel provedimento delle cose necessarie, vidi con l’occhio proprio quegl’hospitali et introdussi nelli medesimi molte regole, che stimai proficue [?] al servitio di quegl’infelici, che cadono in infermità. E primieramente feci fare proviggione di tutte le cose bisognevoli all’alimento et alla cura non solo, ma al commodo etiam Dio di quelli poveri amalati, per quanto però comporta la guerra e l’assedio in un paese de longhi anni hoggi mai maltrattato da un inimico potente. Procurai appresso ch’il perito dell’hospitale con suoi aggiutanti sempre fosse assistente a qualonque occorenza degl’indisposti, somministrando dannaro continuamente, perché non mancassero a quegl’afflitti le cose apropriate alle loro indispositioni, ordinando di più a quattro medici et a sei cerugichi, che sempre fossero pronti a qualunque esigenza. Et io medesimo ho visitato tre volte alla settimana quegl’hospitali et feci che l’illustrissimo signor Marco da Riva, nobile in Regno, ogni giorno rivedesse quei luochi, né di ciò contento diedi ordine con pene rigorosissime a tutti li capitani et officiali, che subito discoperta la malavaletudine di qualonque soldato, non fosse tratenuto al quartiere, ma quello all’hospitale condotto e rissanato o al meno convalescente che fosse, ordinai che per lo spatio di giorni otto fosse in luoco apartato tratenuto in governo, sin a tanto che restituito al primo vigore potesse poi esercitarsi nelle neccessarie fattioni. Con questa direttione, accompagnata dalla gratia della Divina maestà, 380 soli ne morirono di 6.400, che quasi del tutto disperati di vita negl’hospitali sono capitati, medicati, oportunamente assistiti con amorevolezza e somministrate loro le cose corrispondenti al bisogno ad una valida sanità, si sono ben prestamente restituiti. Regole fruttuosissime c’hanno pur avvantaggiato la Serenità vostra, per esser state levate le fraudi a capitani di tenir oculta la morte de soldati nei rolli per i loro provechi.
E perché la piazza di Candia haveva qualche bisogno de monition de viveri, intrapresi con solecito studio tutti gl’espedienti per riparare a questo gravissimo sopra tutti gl’altri mali et fatti chiamar li giustitieri della città, unii ad essi un collegio et un capitanio, facendo riveder tutto quello si ritrovava in città ad uso comestibile, ordinai che fossero regolati li prezzi in forma tale che restassero li patroni di tartana et altri che conducevano viveri ben consolati, a fine che potessero continuare alla condotta delle vittuarie. Aggiongendo ordini rissoluti, perché non fosse a questi patroni usato alcun mal constume, né levato loro niuna cosa sotto titolo di regaglia o di donativo, così che questi buoni termini ed aletamenti, non solo conservassero in officio quelli ch’in Candia le cose necessarie al vito portavano, ma che divulgata la fama di queste agevoleze si moltiplicasse il numero di chi portasse vittuarie in benefitio di quella piazza; e la pratica di queste massime ha introdotto il concorso così grande et abbondante, che quei popoli n’hanno conosciuto il benefitio e goduta la pieneza d’ogni desiderata afluenza, che sino 40 tartane in una sol volta producessero a gara proviggioni da viveri nel porto di Candia.
Mi diedi a riveder il negotio delle monition di ragion publica, così da viveri come da guerra, e mi portai di persona a tutti quei fontici e magazeni. In quelli dov’erano riposte le monitioni da guerra, che sono 40 in circa recri [?] di tutte le cose ch’in esse erano colocate, quali da poco dirò fedeli ministri tenute in tanta difusione, ch’il pregiuditio non poteva esser maggiore et assai dificile trovar il fondo di quello haveva Vostra serenità in quella piazza. Io li feci regolare et riordinare di tutto ponto, havendo stimato servitio publico l’introdure l’uso d’una distintissima nota a cosa per cosa, acciò che non solo ad un semplice giro d’occhi sopra il registro delle monitioni et aprestamenti si potesse vedere il loro numero et qualità, ma perché ad ogn’emergente si sappia in un ponto dove por mano, perché con pronteza sia ogn’occorenza come si conviene servita. Fattura veramente incredibile, ma di rilevanza e di frutto ben corispondente alla qualità di questi dificilissimi tempi, li quali non hanno bisogno d’altro, che di subbite e presentanee proviggioni.
E perché il gran consumo che si fa in una piazza assediata di polvere, balle da moscheto et altre cose non riuscisse con publico disavantaggio, ho voluto che nel dar fuori la robba tutto prima passi con un mandato sottoscritto da me, che sia poi consignato al sargente maggior del porto, il quale non possa haver altra polvere, balle o michia o cos’altra veruna, se prima non havrà portato nota distinta del consumo della già havuta et in che tempo et in qual’occasioni, et che detta nota sia portata alla segreteria generalitia, ivi registrata, perché continuamente apparisca il consumo che si fa. Et in questo modo c’ho sempre voluto che s’osservi, furono levate l’occasioni di qualonque fraude che potesse in simili cose esser praticate.
Ho riveduti appresso li magazeni de i biscotti e li fontici publici, dove ho scoperto la continuatione de mali modi tenuti da quei ministri et visitati con acuratissima diligenza li loro maneggi, ho trovato intacchi di consideratione tale, c’ho fatto carcerare, così il monitionere dei biscoti, come quello degl’utensili da guerra. Et ripassatta la mano al maneggio del fontico, pure penetrai che con sotilissimo e quasi inretrovabile inganni hanno dilapidato il publico per somme grandissime; et al presente si va perfetionando la revisione di detti conti dal mio ragionato rimasto [?] in Candia, in ordine a commandi della Serenità vostra, a piedi della quale tosto doverà capitare. Et quei tristi da un pravo eccesso ad un peggiore a man salva procedevano coperti, e da una felona e detestanda speranza lusingati, che cadendo la piazza di Candia rimanessero nel sacco e nell’incendio perduti li libri et incenneriti li conti, sepolte l’iniquità, e che in tanto tocasse loro goder in figura d’utilità privata il sangue avidamente asorbito dalle publiche vene. Come di ciò diedi conto distinto con lettere di 6 novembre 1652 alla Serenità vostra, anco agl’eccellentissimi signori Inquisitori di Levante, con avisarli ove s’atrovavano li capitali di consideratione di debitori, che sono stati pure da quelli officiali [?], abbraciand’il frutto della mia diligenza, fermati a benefitio publico; e nel monte di pietà scoperto un intacatore di 20.000 ducati, questo ancora rimane priggione.
Mi portai a quelle degl’arsenali ed osservai un grandissimo disordine, tenuto con tanta rivolutione e così poca regola agl’interessi della Serenità vostra, che mi convene far vuotare tutti li magazeni e sendo scoperto ogn’uno di loro, per levar li danni che inferivano a quei capitali le pioggie, restaurati, disposi anco in questi un registro a cosa per cosa di quanto in essi s’atrovava, perché in ogni tempo et occasione se ne potesse valere secondo il bisogno e sempre haver sotto l’occhio distintamente tutto ciò che s’atrovava in quei publici magazeni; feci ridur a terra quattro arsili ch’erano nel porto esposti a qualonque ingiuria, per disagravar la Serenità vostra dalla spesa continua che correva alli seccatori, perché non s’afondassero, come rappresentai all’Eccellenze vostre, alle quali dirò il mio humilissimo senso, che stimarei molto bene fossero riveduti minutamente li conti di detti arsenali, che riuscirà di grand’avantaggio e servitio alla Serenità vostra.
E perché niuna cosa è più importante e per consequenza deve esser più vicina al cuore de publici rappresentanti, che la custodia del dannaro, ho procurato che tutta la scrittura così di Camara, delle publiche monitioni et di arsenali, che per tanti mesi era stata trascurata da ministri, in essecutione parimente delli prudentissimi ordini lasciatimi dall’eccellentissimo signor Inquisitor Bragadino, fosse posta giù, perché apparisce giornalmente ne publici libri il speso del dannaro, com’il consumo delle robbe, in che travagliorono giorno e notte li ministri, per il poco numero de quali non è seguita l’intiera perfettione. Onde sarebbe di grand’avvantaggio alla Serenità vostra spedir in Candia alcun fedel ministro, che ne tien quella Camera incessante bisogno.
E perché in 13 mesi della mia carica non ho havuto altro dannaro che 170.000 ducati, speditimi da Vostra serenità. Questi sono stati spesi nelli soli pagamenti delle millitie, come distintamente ho sempre mandato in publico li ristretti, a fine che da Vostra serenità fosse veduto il vero numero de i soldati et la distibutione del dannaro, con tutta la più schieta puntualità.
Non ho dato alcun aggravio al publico, né de porti di lettere, de pagamenti de bregantini, de libri de vasselli, di niuna lettera di cambio, né d’altro et nelle fortificationi non ho speso che 160 reali in circa. Non ho agravato il publico parimenti né d’acrescimenti a stipendiati, né a condotti, né a capitani, né ad officiali, ma con soli 13.000 ducati al mese ho sostenuta tutta la piazza di Candia, con 4.000 fanti che vi sono dentro, e tutte le fortezze di Suda, Spinalonga, Garabusse, Seleno, Cerigo e Thine e pure gl’eccellentissimi miei precessori n’hebbero chi 60 chi 80 chi 100.000 al mese, apparendo chiaro dalli conti spediti in publico, andarvi necessariamente ducati 60.000 al mese. E qui devo dire ch’il Signor Dio, scruttatore de i cuori, scoprendo la mia anima fedelmente intentionata al ben della Patria, ha voluto favorire li miei prieghi, perché tutte le millitie stessero a segno et li collonelli, officiali et capitani hanno patientato sotto di me sei mesi con il solo biscotto et acqua, dove sa Dio le mie vigilie e le passioni soferte, perché in una stretezza così grande e continua non nascesse qualche sconcerto stravagante.
Maggiore [?] poi per havermi più volte ridotto la penuria della provigione a 15 et ad 8 soli giorni di biscotto da vivere, che la pura misericordia di Sua divina maestà in stato tale ha sufragato con l’arivo di qualche vascello la piazza.
Ho sudato giorno e notte, con infaticabil esercitio dell’animo e del corpo, per tenire tutte le cose nel proprio dovere e nell’affetto e fede verso la publica maestà, et conservare in riputatione l’armi della Serenità vostra. Nel tempo del mio generalato seguirono cinque sortite, ma prima ben maturate e preordinate, in maniera tale ch’in tutte cinque si vide risplendere il vantaggio et il decoro dell’armi stesse; et nella prima toccò a me il lasciarvi del sangue, perché portatomi alla muraglia in sito eminente per osservare la scaramuza, una moschetata mi colpiì di passaggio e nella tempia destra lievemente mi offese. Né mi portò in quel sito la semplice curiosità, ma il desiderio d’osservare qual bisogno potesse nascere sul fatto di soccorrere li nostri, il che non sucesse, perché il tutto passò con insigne vittoria de i nostri medesimi.
Hora devo rappresentare a questo gravissimo Senato qualche cosa di più, perché la mia narratione, per quanto s’estendono le mie forze, in alcuna cosa non manchi et habbia pieno luoco il commandamento di Vostra serenità.
Il Turco è fatto padrone della campagna in tutti tre li territorii principali del Regno, cioè di quello di Candia, di Rettimo e di Canea, di maniera tale ch’al presente è necessario considerar il modo non solo di conservare la città di Candia, ma come da posti circonvicini dileggiar il nemico.
Candia è una piazza che può esser sostenuta vigorosamente da 4.000 fanti pagati, i quali uniti con quelli del paese formarebbero un corpo di 6.000 fanti e quando quella città non sia ataccata dal Turco, le sopradette millitie possono a suffitienza guardarla e custodirla con tutte le fortificationi esteriori, ma in caso d’attacco sariano certamente necessarii altri 2.000 fanti pagati.
Io vederei che riuscisse molt’espediente al publico vantaggio il tenir 1.500 fanti a Corfù et altro corpo alla Cefalonia ed al Zante. Questi prenderebbero l’aria del paese, s’assuefarebbero al clima adusto [?] et ad ogn’occorenza sarebbero pronti in caso che la piazza di Candia fosse ataccata, levandone 1.000 per isola, ch’in pochi giorni sarebbero condotti a necessarii porti et in questo modo e Candia e l’altre piazze del Regno ben provedute.
La fortezza della Suda, il cui porto è capace d’ogni più numerosa armata, è importantissima et ha bisogno di 500 fanti continui; Garabuse 50 e Spinalonga 400. Queste piazze provedute de monitioni da guerra e da vivere non devono temere qualonque armata, ma bensi sostentarsi bravamente contro ogni tentativo nemico.
La conservatione delle millitie è l’ottimo di tutti li beni migliori, perché con queste [?] il publico risparmia pesantissime summe d’oro nel fare nove levate, come s’è praticato fin hora. E perciò io ho posta cura che gl’hospitali siano ben assistiti e proveduti per la recupera degl’infermi, così che loro non manchi né cibo proprio, né medicamento necessario, secondo la qualità dell’indispositioni. Però si conviene appresso ch’il soldato ne quartieri habbia il comodo dovuto. Sarà però effetto della carità e prudenza di quest’eccellentissimo Senato il commettere le proviggioni suffitienti di schiavine, pagliazzi e di legname. E si potrà far portare dall’isole dell’Arcipelago molte cose, che saranno conferentissime a questi bisogni.
Per alimento de i 4.000 fanti antedetti è necessario che vi siano in pronto 2.000 stara di farina al mese et riuscirà di grandissimo benefitio mantenir con le rationi di pane il soldato, havendosi praticato che nel dispensargli il biscotto, non contenti a pieno, molti ne sono fuggiti. Et fu osservato che per il più il frisoppo causa loro male di bocca et altr’infirmità pernitiose. Quanto al pagamento d’essi, se gli si daranno otto paghe all’anno, tutti indiferentemente resteranno contenti. Ma bisognarebbe che questo dannaro in doi volte fosse mandato in Candia, perché fosse loro ateso quello ch’è deliberato dal publico e divertire le male fortune c’hanno provato gl’officiali e capitani, stando sei mesi continui senza paghe di sorte alcuna, con il semplice biscotto, con pericolo di qualche pregiuditio dannosissimo.
Sarebbe conveniente che sempre in Candia vi fossero almeno 100 coraze e 200 cavalli leggieri e di questi se ne potrebbe havere anco qualche numero dall’Arcipelago con gran facilità, simile cavalleria tenirebbe in freno il nemico e negl’atacchi molto a proposito. Per il mantenimento d’essa chiaro è che senza incommodo della Serenità vostra si cavarebbe il foraggio dall’Arcipelago, con l’auttorità degl’eccellentissimi Capitani generali, perché la maggior summa desiderabile si potrebbe havere a conto di carazo, per il sostentamento non solo delli sopradetti 300 cavalli, ma d’avantaggio assai abbondando de foraggi quell’isole.
È bisognevole appresso una spedita provigione de travi e isole per riparar a buon numero di case da far quartieri, perché delle tre parti d’habitationi in Candia, doi sono scoperte e disfatte e li poveri soldati stano all’aria dormendo in terra, con quei pregiuditii che possono ben esser compresi.
L’Eccellenze vostre restino servite di mandar ogn’anno in Candia robba per fare 2.000 mude de drappi e 4.000 para di scarpe, con qualche numero di camisie, fodri e pontali da spada, perché di simili cose non solo ven’è penuria e carestia, ma un mancamento assoluto. E dall’Arcipelago comodamente si possono far venir vini, carnazi, legne, carboni, palli per le fortificationi, calzine e foraggi per la cavallaria, come s’ha detto.
Può l’Arcipelago parimenti somministrare formenti per le rationi del pane, che però il mandare vasselli nel mese d’agosto a carricar in Cassandra [?] formenti riuscirebbe utilissimo. Percioché pagate le spese, nolli et ogn’altra cosa il formento medesimo venirebbe a costare la metà meno delli formenti spediti da Venetia. Verità praticata che servire di considerabil risparmio massime nell’ecessivo diluvio e nell’imensurabil abisso de i dispendii necessarii al sostenimento di tanta e così longa guerra, nella quale così abbondante sangue e de sudditi e de cittadini s’è sparso. Cosa maravigliosa che da questa sola metropoli si cavano capitali equivalenti a contrastare con chi abbonda dalle corone de tanti regni e possede incredibile somma d’oro.
In Candia dovrebbe esser del continuo un deposito di 2.000.000 di biscoto, che per tutti gl’accidenti servir potesse alle millitie, popoli et all’armata ancora. Perché in un anno più volte si sono ridotte le cose in termini di deploranda strettezza.
Io confesso che nel dover rappesentare a questo gravissimo Senato un altro particolare di tutte le rilevanze più grande, sento tremarmi la pena in mano.
In Candia sono al presente 10 in 11.000 [?] persone, sudditi fidelissimi di Vostra serenità, la maggior parte de quali ha sachrificato chi il padre, chi li figliuoli, chi il fratello e parenti sopra quelle mura, et dal fulmine della guerra perdute le sostanze et li ricovri in campagna, hanno ridotto la loro mendicante fortuna tra l’assediato recinto di quella città, fra queste saranno 6 in 7.000 donne, fantiuli e vecchi, chi per il sesso invalido e per l’età o incapace o impotente, escluse a fatto dal numero delle millitie, sono aggravii et infelicità sparse per le contrade in apparato funestissimo e sopra tutte l’oscurità tenebroso. Gl’altri che saranno 1.500 in circa possono adoperare l’armi e tutto che sia dispensato biscoto da 70 in 80.000 lire al mese, non di meno questo riesce poco soglievo a tanti atenuati dal bisogno e divorati dalla fame. Per tanto io supplico Vostra serenità altamente riflettere sopra questo particolare, perché non è da disprezzarsi il dubbio, che quella miseranda gente, che di calamità in calamità va dissipando la vita, possa disperatamente fuggir al Turco o forse (ch’è horrendo il pensarlo) potrebbono coloro in qualche improvisa rivolutione d’accidenti venir a rissolutioni tumultuose, imperoché la maggior parte d’essi tiene o fratello o nippoti o parenti ch’o per necessità o per elettione sono in campagna caniarate [?] del Turco. E può essere che tra questi o passi clandestina intelligenza, overo che la povertà patita dagl’uni che sono dentro e le proferte spetiose che possono segretamente far passare gl’altri, che sono di fuori, compongano o aguati o insidie, e che mentre li rappresentanti di Vostra serenità fanno compartire il pane a quei disperati, li disperati medesimi convertano il pane in offese abbominande contro [?] chi così benignamente li pasce e li sostenta; la povertà è atta a persuader tutti li mali, chi niente posiede e che per non haver capitale non ha dati hostagi alla fortuna, può facilmente rissolversi alle seditioni. In negotii simili il temere anco sovverchiamente non è viltà, anzi il dubbitare del pessimo può porvi li rimedii proprii per soffocare il male nelle sue prime radici, la onde tra 70 in 80 miara di biscoto, ch’alle costoro necessità si somministrano ogni mese: 10 miara a Spinalonga, 20 miara alla Suda, 8 miara alle Garbuse, 9 a Thine et 8 miara a Cerigo. Questi ripartimenti che non possono scemarsi con alcune diminutione, rendono proprio il mio riverente raccordo de i 2.000.000 sopradetti, per poter sovvenire di tempo in tempo all’occorenze de i bisogni. E se Vostra serenità resta servita di vedere quanto sia aggiustato questo riverente racordo del deposito prenarrato, si compiacia considerare, che quando questo non sia pronto, bisogna aspettare il soccorso quotidiano o dalla pertinatia de i venti o dall’insuperabilità dell’onde. Perché può succedere che mentre la contrarietà della staggione rende non navigabili li golfi e non trattabile il mare, la città di Candia cada in un hora sotto la tirranide della fame.
Tra le osservationi havute in quel Generalato, m’è caduto sotto l’occhio praticarsi nel Regno, ch’a cadaun soldato sia corisposto di 10 in 10 giorni per il suo terzo [?] mezo reale d’argento e che per il resto del credito computata la ratione del pane si sopplisca con drappi, minestre et altre robbe.
Di più ch’a capitani non siano fatti li ristretti delle loro compagnie, ma ben sia dato credito alli stessi soldati. Dove in questo modo il capitanio non ha più da render conto di quello ricevessero li soldati, per il che si disobliga dal prestargli minimo soglievo, e per quello si vede fa un effetto pessimo e di gran danno a Vostra serenità. In apparenza con tre mesti [?] reali si paga mensualmente il soldato avvantaggiatamente, ma penetrando più oltre causa ch’il soldato, perduto il rispetto al proprio capitanio, governandosi a suo modo, che gran parte di loro sorbend’il mezo reale in tanto vino lo stesso giorno del terzo, rimanendo gl’altri senza un soldo, onde o dalla disperatione poi se ne fugono al nemico o dal patimento di non esser vestiti, particolarmente in Candia, che sono tutti spogli e gialli si butano in caie, in fine il pregiuditio non può esser maggiore, oltre ch’il capitano non è più attualmente riconosciuto dal soldato, né come si conviene nell’occasioni ubbidito; il mio reverendissimo parere sarebbe che s’osservassero gl’ordini antichi, ch’al capitano fosse dato il ristreto con il debbito e credito della compagnia pienamente di tutta la paga del soldato, perché havendo di già tre mezi reali, che sono lire 18 soldi 15 al meze per testa, 10 lire importa la ratione [?] del pane, che fa tra tutto lire 28 soldi 15. Dove sino alla compita sodisfattione delle lire 36 di paga se gli darebbe o scarpe, habito o minestre, et in questo modo li capitani haveriano cura delle loro compagnie, li soldati sarebbero ben governati e quello che più importa senza alcuna recalcitratione sarebbero ubbidientissimi.
La prova da a conoscere che niuna cosa riesce di maggior pregiuditio alla città di Candia et all’armata stessa, che questa sverni alla Standia per le raggioni patenti. La Standia è un scoglio horridissimo, sassoso, sterile di tutte le cose, che produce anco acqua salmastra e pessima. Questa per necessità bevuta dalle millitie e galeoti nel tempo che colà si ferma l’armata, continuamente se n’infermano e muorono in quantità. E l’armata non havend’altro con che sostentarsi, se non di quello che con tartane e vasselloti vien condotto in Candia, causa l’alteratione de prezzi delle vittuarie per il doppio più a benefitio de mercanti, con grandissimo pregiuditio delle povere millitie di Candia e dell’armata ancora, oltre li misfatti che sono commessi in quella città, con tanta inquietudine coprendosi quelli d’armata con quelli di Candia e questi con quelli dell’armata, non mancando mezi per divertirsi dall’ubbidienza de fori. Il loro proprio di svernare et aconciar l’armata serenissimo principe sarebbe, per mio humilissimo parere, Milo e Acoxa [?]; Milo 100 miglia lontano di Candia; Acoxa [?] 150 miglia. Dell’uno e dell’altro di questi luochi li porti sono manzi [forse marrzi] e senza nissun pericolo si può stare ed aconciare l’armata, sendo facile l’espeditione degl’arsenali di Candia a detta parte di tuttociò vi fosse per l’acontio di quella, la quale si conservarebbe ottimamente bene, per l’abbondanza c’hanno quelli luochi di carnami, vini, minestre, legne, ma di più sempre dall’autorità soprema degl’eccellentissimi signori Capitani generali da mar potrebbe esser soccorsa Candia di molte provigioni e le fortezze ancora capitandovi, se non in tempo d’atacco alla piazza, per potersi valere e delle millitie e delle ziurme nelli lavori.
E qui conosco mio debbito far humilmente qualche tocco sopra lo stato dell’armata di Vostra serenità e del nemico, perché dalla gran virtù dell’eccellentissimo Senato ne provenga la consideratione che sarà stimata più propria.
Nel mio venir a ripatriare trovai l’armata della Serenità vostra a Cerigo, in tempo che l’eccellentissimo signor Capitano generale Foscolo era andato per le sue indispositioni in Candia e discorrendo molte hore con quei eccellentissimi signori commandanti, mi rappresentorono l’estrema debolezza, così [?] de i remiganti, come delle millitie, scematessi per le fughe, seguite ne i sbarchi, molti morti da malatie ed altri dal ferro. Il che chiama la sappienza publica ad un provido vigoroso soccorso, con ogni celerità, poiché l’armata nemica al mio partire essisteva a Sio con 25 vasselli, 70 galere sotili e 6 galeazze. Et se la ventura campagna dalla Serenità vostra non sarà con buon numero e nervo de navi rinvigorita la nostra armata, per star a fronte della nemica et anco meterla in obbedienza, come s’è fatto gl’anni passati, onde (che Dio mai lo permeta) per la debolezza nostra s’avvanzassero Turchi ad impedire li soccorsi alla città di Candia. Questa in momenti periclitarebbe [?] con tutte l’altre piazze del Regno, le quali si sono sostentate con la sola padronia che la Serenità vostra hebbe libera di detti mari.
Aggiongerò non esservi cosa di maggior riputatione, ch’il serrar il nemico dentro a castelli. Dove la speditione per tempo almeno di 20 navi a quella parte, sarà il perfetto servitio che possi avantaggiare l’Eccellenze vostre, non havendo Turchi più grande morificatione che vedersi chiusi. Et ne parlo con esperianza per essermi fermato la tre campagne et un inverno intiero.
Quest’è quel poco ch’io posso, con schietezza purissima d’animo candido e nel servitio della Patria infiammato, portare alla notitia dell’Eccellenze vostre. Rendendo cumulatissime gratie a Dio, che la mia vita e le mie attioni nel cospetto del mondo e di questa venerata Patria seguite, siano state conosciute sempre innocenti. Io certamente tutto che canuto e carico d’anni, non ho pretermessa mai occasione nella quale habbia creduto di poter giovare agl’interessi di Vostra serenità. E s’alla volontà non sono procedute l’opere corispondenti, il diffetto delle forze non deve ingerire o machie nell’animo o nei nella devotione. E se non m’è toccata in sorte una stragge honorata di me medesimo, ho portata (e sia detto senza giatanza) una nobile invidia alli defonti, le anime de quali acresciuto in paradiso il numero de martiri, porgono sempre santissime preci a Dio, perché difendendo la causa sua nella causa della Republica la preservi dalle sachrileghe incursioni e rapine de barbari.
A questo passo dovrei largamente estendermi nelle comendationi de tanti eccellentissimi e preclantissimi rappresentanti c’ho havuto l’honor di servire, ma crederei più tosto parlando adombrarne il merito e defraudare la conspicua virtù che gl’illustra, di quello che tacendo sottoscrivere con un modesto silentio alle virtù et alle glorie di si prestanti e riguardevoli soggetti, che risplendono per loro medesimi senza bisogno delle fiachezze della mia penna.
Io poi serenissimo principe debole più d’ogn’uno ho travagliato per tutt’il corso di questo guerra in varie cariche, con animo sempre uniforme, ambitiosissimo di sachrificarmi alla Patria, in servitio della quale fino ch’io viva bramo con ansietà cordialissima di fondere le reliquie di tutt’il mio sangue. È ridotto anco alla morte portarò meco in sepoltura non estinti gl’ardori d’una riverendissima gratitudine, la quale non potrà mai incennerire con l’ossa, ma sarà heredità decorosa, patrimonio illustre a miei posteri. Gratie.



