24 febbraio| 1667 Antonio Barbaro
Relazione|
Relazione di Antonio Barbaro ritornato di Provveditore generale dell’armi in Candia
1667 24 febraro
AS Venezia, Collegio, Relazioni, busta 80
Serenissimo prencipe
Risplende tuttavia sempre più trionfante e glorioso l’augusto nome di questa Republica nell’oriente di Candia ad onta dell’ottomana monarchia, col giusto dominio di quella famosa città che dall’antichità fu decantata per capo d’altre cento, hora con le sue fortezze viene riconosciuta per l’attuale ornamento della corona reale di Vostra serenità, per l’unica diffesa del dominio del mare, per il fondamento severo della publica regia grandezza e per l’antemurale eminente della christianità tutta e della sacrosanta sua fede.
Fastosa la casa ottomana per havere in breve giro di tempo rapito alla Republica tre Regni: di Tessalonica, di cui era capo Sabonichi, della Morea di cui era metropoli Negroponte, e finalmente di Cipro, si è figurata ancora d’ingiustamente farsi padrona di quello di Candia. Ma Iddio custode de Regni e degl’Imperi ha fatto molto bene conoscere per il giro continuato di 24 anni di molestissima guerra, con tanta resistenza in terra et in mare, con tante vittorie e sconfitte date a legni nemici sin sotto l’occhio della loro Regia dominante, nelle quali ancor io ho havuto la fortuna di contribuir li miei deboli talenti, sin da primi anni dedicati alla Patria in quelle cariche, che di grado in grado mi sono state conferite, scrificando ancora più d’una volta il sangue che l’ingiusto travaglio che dalla loro barbaria viene apportato a Stati dell’Eccellenze vostre, non havrà per esito che l’esito ruvinoso e funesto, mentre scolpita ne cuori dagl’habitanti, fedeli e difensori di quella città, la fede verso la sua religione e la costanza nel sostenere gli attentati nemici, propugna vigorosamente contro la temuta loro potenza quel posto, per il quale la maestà publica, havendo più volte aperto le viscere della solita paterna carità con la proffusione de thesori, con il sacrificio del sangue de cittadini e con la espeditione de vigorosi rinforzi di militie e munitioni, ha erretto a se stessa un eterno et immortale trofeo di gloria e di fama fra tutti i potentati del mondo; mentre dunque risoluta la Patria di solevare dal tirannico giogo, al quale sono sogette le alte parti del Regno occupate da Turchi, sotto il manto di amicitia coperta d’inaudito tradimento, haveva ammassate militie et unito un valido sforzo sotto la direttione della virtù dell’eccellentissimo signor marchese Villa, io che mi attrovavo eletto alla carica di Provditor general dell’armi di quella parte, nelle universali aspettationi di veder erretti nuovi trofei all’armi publiche invise [?] con la liberatione di quel Regno, stimolato da quel zelo che sempre ho nudrito nell’anima, non ho potuto contenermi prima d’intraprendere quel governo di comparire a piedi della Serenità vostra, con una divota eshibitione di me stesso, con seguito numeroso di persone, senz'alcun publico aggravio, ben conoscendo non esservi più grato sacrificio che l’impiego delle fortune e della vita nei vantaggi della Patria.
Se bene ritrovai l’essercito della Serenità vostra acampato sotto le mura della medesima città e situato fra le difese della meza luna Moceniga e del Panigrà dalla parte del Giofiro, ad ogni modo doppo qualche vantaggio riportato sopra il nemico, lo vidi ancora ritirato dentro della piazza nel medesimo tempo, onde per aspettare [?] la occasione dell’ingresso alla mia carica, m’ho trattenuto tutta quella campagna a mie proprie spese sopra l’armata a servire la Serenità vostra, sino a tanto che poi capitati i soccorsi di denaro e provigioni per la intrapresa della carica, che ho ricevuto dall’eccellentissimo precessore Priuli, e mentre mi havevo figurato nell’animo di vedere questa volta, con i sforzi fatti dalla publica providenza, scacciati dal Regno gl’ingiusti detentori di quello, vi ho ritrovato il primo visir passato alla Canea e risoluto di agiongere con li sforzi più violenti all’imperio ottomano, con l’aquisto di Candia, anco il resto del Regno stesso; e se bene io ho conosciuto la mia fiachezza nel dirigere tanto peso, mentre ho preveduto dover essere l’attacco fierissimo, dovendo essere guidato dal primo ministro dell’imperio; cosa non più accaduta negl’altri attachi ne meno nell’ultime guerre con la Republica, mentre quella di Cipro fu fatta per i bassà Mustaffà et altri e negl’anteriori due attachi di Candia si contentò il Gran signore, che fossero diretti da due bassà, il primo da Assan l’altro da Cursain, ambidue famosi commandanti de Turchi, ma vedendo hora esservi improvisamente trascorso il primo visir, che vol dire tutta la potenza et auttorità di così vasto impero, formai con raggione concetto che Candia dovesse havere violentissime le invasioni e dovesse essere theatro famoso delle più grandi, celebri et immortali attioni di guerra; ad ogni modo confidato nel Signor Dio del quale sempre con tutta la humiltà ho implorato l’assistenza in ogni mia occasione et in questa la più grande della Patria, mi ha veduto trasmettere vigor tale, che ho ben potuto nel principio del mio ingresso presagire alla Serenità vostra, con mie humilissime lettere, propitio et fortunato l’evento della campagna, nella quale prima ch’entri a rapresentare gli avenimenti memorabili e gloriosi e che hanno eternata la fama a quelle mura, sono chiamato a sottoponere alla intelligenza dell’eccellentissimo Senato le cagioni che mossero questo gran ministro ad invadere doppo tanto tempo si può dire di quiete in Regno, quella metropoli, stimata sempre cosa molto dura e dificile da pratticarsi per la fortezza e sito di quella, reso inespugnabile con tante fortificationi errette dai più famosi et insigni commandanti della Republica. Per quanto con studiosa applicatione ho ricavato da confidenti del Regno et da altre corrispondenze, che in molte parti del Stato turchesco e sino in Costantinopoli ho procurato tenere, premeva molto alla superbia del Gran signore et all’alterigia dei principali commandanti della Porta, che la Republica sola, senza la colegatione con altri prencipi fosse bastevole tanto tempo contendergli l’intiero possesso del Regno, con tanta ruvina dei proprii Stati sottomessi, incendiati e spopolati et in molte parti resi quasi deserti dal vigore dell’armi publiche; e perciò se bene nutriva vivi i trattati di pace con la felice memoria del signor cancelliere grande Ballarino [?] per sodisfare all’universale delle militie e delle genti del suo impero, strache e satie di così diuturna guerra e che sommamente bramavano e bramano la quiete e perciò credevano esser a loro offuscata quella gloria, che presumono tenere in ogni parte per la facilità degl’aquisti di tanti Stati, e resi fastosi e molto più insuperabili per gli ultimi successi nella Germania, ove contro tante forze poderose dell’imperio s’havevano impatronito di forti città e grosse provincie e finalmente ancora costretto l’imperatore a sottomettersi a dure conditioni, vedendo però costante la Republica a difendere il suo patrimonio, si rivolsero con l’animo tutto intento a cogliere le opportunità di condure a fine i loro gravi disegni. Conosciuta dal primo visir la inclinatine del re e d’altri ministri principali, si applicò infervoratamente ad affissarvi ogni spirito, anco per suo particolare interesse e per la sussistenza della sua propria grandezza.
Questo ministro fu assonto [?] alla carica suprema in età giovenile, mentre al presente non sorpassa quella d’anni 35, e questo per la sagacità del vechio primo visir Chipurli suo padre, famosissimo e benemerito della casa ottomana, per haver sostenuto con virtù grande e con fortuna insigne tutti gl’interessi dell’imperio, ridotto perciò esso in stato agonizante, per quanto si tiene da più relationi de confidenti, fu ricercato dal re medesimo a porgergli consiglio qual persona havesse a sostituirli e lui asseverando conoscer sogetto suficiente, ma che poi per il pericolo che sarebbe corso della vita non doveva nominarle, astrinse con tal sagacità il re a prometterli con solenne giuramento di haver in custodia la vita di questo al pari della sua, così denominò il figliolo, che fu assunto alla carica; et il padre poi avanti di morire, doppo haver troncato sotto varii pretesti le teste più grandi dell’imperio per assicurare il dominio al figliolo, gli lasciò per ricordo, che se voleva con la vita conservarsi quel posto, dovesse procurare di star lontano dalla Corte, ove per la gioventù non solo haverebbero cospirato contro di lui molti emuli [?], ma anco nel re medesimo sarebbe nata la invidia. Per questo cessata la guerra di Germania, procurò lui sagacemente di sbornare i trattati incaminati di pace, colta la occasione dei sforzi della Republica, resi vani et inutili incontro a poca gente che li attrovava all’hora nel Regno e specialmente doppo ricevuti i pregiuditii all’armi publiche nel sbarco della Canea, andò insinuando nell’animo dell’imperatore non convenirsi alla riputatione della casa ottomana tolerare l’audacia e lasciar correre una tanta costanza ingiuriosa alla potenza ottomana, anzi esser necessario cogliere la occasione e portarsi con tutti li sforzi in Regno. Da tali cagioni stimolata la Porta, concorrendovi ancora la brama del primo agà de Gianizzari suo congionto e del tefterdar suo grande amico et inimico mortale della pace e de christiani, diede ordine in tutte le parti dell’imperio che fossero incaminati soccorsi di militie e trasportata ogni sorte di provigioni al primo visir, che portatosi con tutto l’essercito a Napoli di Romania, doppo haver fatto precorre quanto ha potuto, finalmente osservata la congiontura di tempo favorevole, con 30 ben fornite e ben armate e velocissime galere se ne passò alla Canea con dissegno da lui, per quanto fu detto più volte dichiarito, che come ne conflitti di mare non sperava sortire alcun progresso sopra le armate venete, sempre superiori e vincitrici di quelle d’oriente, così nei combattimenti di terra, havendo veduto gli essempii del valore delle militie ottomane, si confidava, aggionto il calore della sua presenza, d’haver facile l’aquisto di tutto, preservarsi dalla malignità degl’emuli e sussistere nella gratia del re [?] e nella permanenza di sua grandezza. Tali si crede che fossero le cagioni a provocare la barbarie di questo ministro alla terza e memorabile invasione di Candia, della quale stimarò superfluo descrivere minutamente il rito, le sue parti, la qualità del paese e degl’habitanti, come anco tanti altri successi per l’adietro seguiti in questa molestissima guerra, perché non solo da penne famose, ma da relationi ancora diligenti et accurate dagl’eccellentissimi Capitani generali e Proveditori generali sono state portate sotto l’intendimento della publica sapienza. Io solo però mi anderò restringendo a riferire il stato in cui ho ritrovato la piazza, con sue fortezze et isole adiacenti e subordinate, la costitutione dell’essercito turchesco, sue qualità e disegni per l’attacco destinato, l’acampamento fatto dal primo visir, gli assalti, i tentativi et i sforzi fatti per la parte nemica e dall’altra le contrapositioni vigorose dei difensori, sino al tempo in cui trapassata la campagna ho havuto la gratia doppo vedere respirata la piazza dal travaglio di potermi portare ad humiliarmi all’Eccellenze vostre, nel che parerà conveniente ancora alla mia infervorata divotione verso il ben publico aggiongere e tributare alcuni particolari essentiali per la continuatione della difesa e per la essaltatione della publica gloriosa grandezza; se però in queste mie humilissime rappresentationi non comparisco accompagnato, né da facondia di parole né da splendore di concetti; ad ogni modo attesto all’Eccellenze vostre una pontuale sincerità nella spiegatura naturale delle cose più essentiali, che dev’esser l’ogetto solo d’ogni buon cittadino.
Alla direttione e sopraintendenza dei Generali di Candia resta non solo dalla publica auttorità sogetta la medesima città metropoli, ma ancora le tre fortezze principali del Regno: Spinalonga, Carabuse e Suda, vicine adiacenti, come pure Tine e Cerigo, più lontane che non chiamano minore la vigilanza, oltre Sant’Erini, Nio, Nanfi e Stampalia tributarie.
Nella principale consideratione sono le tre fortezze accenate. Spinalonga importante per essere situata sotto vento di Candia, notabile per il porto, che serve a commodo de legni publici che scorrono per quella parte e che vale a sostenere quelle estremità del Regno. Carabuse a confini del Regno a dirimpetto di Cerigo, fortezza per il sito inacessibile e serve a riguardare il porto, far scoperta nel mare e dar lingua a publici legni portando notitie, che va ricevendo dalla parte del Regno. In fine Suda è di somma importanza per tutte le conseguenze et in particolare la piazza si rende insuperabile per il sito, ov’è costrutta, ha un vastissimo porto che domina le aque di tutto il Regno, è di gran gelosia a nemici, mentre che non potranno mai chiamarsi ben possessori della Canea, insino che si mantenirà sotto il dominio di Vostre eccellenze, che per altro quando il nemico ne fosse possessore formarebbe un asilo a tutto il Levante e Ponenete haverebbe commodo d’arsenali e stabilito ivi il ricetto all’armate imperiali, con il ricovro securo a tutti i legni di mercantia e di corso, sarebbe sempre ancora ripieno di gran numero de legni il porto, che inferirebbe non solo gelosia all’armata che si ritrovasse in Candia, ma sommo detrimento portarebbe a tutti gl’interessi et anco metterebbe in contingenza il resto del dominio di Levante e non lasciarebbe sapere quando Turchi havessero penseri hostili.
Cerigo poi una delle sopradette isole, è un sito che ha la communicatione con il Ponenete, vede tutte le velle che navigano da quella parte, come pure quante passano in Canea che vengono dalle parti della Morea, è fertile e molto popolata e communica gli avisi a tutti i legni publici, ha nelle parti di terraferma commodissimo il brazzo di Maina, dal quale ricava non meno viveri abbondantissimi per il Regno, quanto anco le notitie più essentiali delle mosse e passaggi de Turchi per quella parte.
Tine si ritorva nelle viscere del dominio nemico, situata nel mezo dell’Arcipelago abbondante d’ogni cosa, anco d’habitanti, e serve di lume degl’andamenti nemici per il passaggio de legni et è di gran profitto a publici interessi.
Restano le altre isole, come dissi, tributarie, quali benché non siano dirette da publici rapresentanti attuali, sono però governate da vechiardi del paese, con la subordinatione totale e con una esata obedienza al generalato di Candia, se bene quella di Stampalia è desolata da corsari, che a pena può suplir alla contributione impostagli di 1.000 reali.
Niò però oltre l’esser utile per somministrar legne, carbon, paglia e carnazi, contribuisce reali 500 se può anco ricavare dalla medesima qualche numero de guastadori. Nanfi ancora paga carazo reali 500, che pure porta qualche altro soccorso in Candia, ma Sant Prini [?] fertile e molto popolata, può non solo suplire all’esborso pontuale che dà di reali 10.000, ma ancora corrisponde varie provigioni da vivere e per il numero considerabile di gente, può anco valere per un numero rilevante di guastadori, come dirò più a basso, havendo a me stesso confessato i vechiardi esservi in quella 16.000 anime in circa.
In tali termini si estende la giurisditione di Candia. Io però arrivato in quella non ho tralasciato immeditamente d’applicare ogni spirito a tutte le incombenze e come alle sudette isole tributarie ho trasmesso ordini per provigioni da vivere e d’ogn’altra cosa e per la esatione de carazi, quali cose poi sono state sempre da esse adempite con ogni pontualità, così a quegl’illustrissimi rapresentanti di Cerigo ser Marin Michiel e di Tine ser Giulio Querini ho incarricata la espeditione di guastadori, mureri e marangoni, che anco in buona parte è seguita, havendo incontrato in essi pontualità con la trasmissione d’huomini 100 per isola e particolarmente il predetto nobil huomo Michiel, con le missioni continue di viveri, con la partecipatione d’avisi e con l’invigilare in ogni occorrenza al servitio publico et ostare intrepidamente ai tentativi del nemico nell’isola stessa sbarcato dall’armata, ha contrasegnato il suo merito. Parrimenti havendo l’occhio alle fortezze del Regno, non ho mancato a quei signori rapresentanti delle Carabuse ser Domenico Diedo, di Spinalonga ser Zorzi de Mezo e di Suda ser Giacomo Barbarigo d’incarricare ogni più vigilante custodia, trasmettendoli non solo nel principio, ma anco continuatamente, ogni più abbondante copia de viveri, come anco somministrandole pronti soccorsi di denaro, havendoli nelle paghe e nelle soventioni sempre pareggiati a quelli di Candia, accioché fossero mantenute contente le militie e mi levasse l’apprensione che potessi havere, in riguardo alle gelosie che potesse il nemico apportare a quelle parti e per non havere occasione di sturbarmi dall’ogetto principale della difesa della metropoli, con le quali forme senza turbatione alcuna, si sono sempre mantenute illese da ogni travaglio quelle fortezze e datomi modo di unire et adunare insieme li spiriti più vigorosi per ribattere in Candia gli attentati nemici. Mutato poi in Suda il publico rapresentante è successo al nobil huomo Barbarigo il nobil huomo ser Lunardo Venier, come questo ha poi ancor lui supplito alle sue parti trasmettendo avisi notabili e nutrendo corrispondenza con i confidenti, così il Barbarigo passato in Candia tutto il corso dell’attacco, è stato uno di quelli che ha seguito la mia persona in ogni luoco. Proveduto adunque a bisogni più urgenti delle fortezze, rivolsi l’animo a considerare i bisogni necessarii per opponere a disegni gravi de nemici contro la medesima piazza principiati e considerando che la difesa consister doveva in tre principali requisiti: militie, munitioni da vivere e da guerra e fortificationi. In primo capo mi sono applicato alla revisione di questi considerando sopra il tutto che li soldati sono il fondamento animato della guerra, ho fatto una generale rassegna et ho ritrovato sotto l’occhio il numero effettivo di 5.870 fanti di diverse nationi divisi in più compagnie d’Oltremontani, Italiani, Oltramarini, Greci, cavalaria, cernide, Caneoti, Retimioti, Caini, stipendiati e bombardieri e mi sono consolato havendo ritrovato questa gente esperimentata e di molto coraggio. Questo numero fu poi accresciuto per l’espeditioni fatte dalla vigilanza singolare e zelo applicatissimo dell’eccellentissimo signor Capitan general Corner d’altre compagnie, con offitiali scielti e di valore, come anco poi successivamente d’altri rinforzi aggionti d’ordine dell’eccellentissimo signor Capitan general Morosini e pervenuti anco da questa città, in modo tale che alla comparsa del primo visir ho rassegnati sotto il mio occhio 8.310 soldati. Al commando di queste militie si è ritrovato l’eccellentissimo signor marchese Villa general dell’infantaria, al quale sempre ho dimostrata tutta la stima e con ogni contrasegno d’honore incontrando ne publici commandi ho certamente stabilita la sua sodisfattione.
Vi era pure il signor tenente general Vertmiller, sogetto di molta intelligenza nella guerra, cavalier Grimaldi Governator della piazza, dotato di degne conditioni per la virtù e per il valore, sargente maggior di battaglia Mota, benemerito e d’inveterata esperienza. Il cavalier Verneda ingegniere famoso e d’intelligenza cospicua, per haversi altre volte adoperto nella difesa della piazza.
Anco li sargenti maggiori Arasi e Baron di Freishen, unitamente con altri colonelli et officiali maggiori huomini valorosi e di grande attitudine, furono da me incaloriti et animati in questa così grande occasione e raccolti tutti questi principali con il resto de gl’altri della medesima piazza, con accomodate parole li dimostrai che si trattava d’una causa di fede di religione. Che servivano un prencipe pieno di gratitudine verso li benemeriti e che contro un nemico altre volte superato e vinto sotto quelle stesse mura, si haverebbero conquistato una corona immortale di gloria. E perché nelle piazze attaccate sopra tutto è necessaria la concordia e la unione de gl’animi, esortai ogn’uno, deposto qualsisia privato riguardo, a concorrere d’un medesimo cuore in una difesa tanto importante in che fu meraviglioso il concorso degl’animi di tutti, in modo tale che continuamente in tutto s’attrovo mentre fui solo al commando non vi fu dissidio alcuno immaginabile, anzi che con un legame di religione e di fede li fecero promessa solenne di sostenere sino alla morte ogni impeto nemico e più tosto rimanere sepolti fra le ruvine di quelle mura, che mai cedere, come infervoratamente, con essempio degno e memorabile hanno dimostrato. È ben vero che havendo ritrovato ancora qualche amarezza passata tra li signori marchese Villa e tenente general Vertemiller sopradetti, con tratti soavi e con destre insinuationi adattate al genio delle persone, il Signor Iddio all’hora mi diede fortuna conciliarli insieme e perch’era di dovere che il signor Vertemiller riconoscesse il signor marchese a mia istanza per atto di stima, si contentò di portargli il nome e così con unanime unione e con vigore non dissimile degl’animi, ogn’uno si dispose ad attendere l’attacco.
Due cose però al quanto perturbarono l’animo mio: il vedere la piazza all’hora con soli 257 bombardieri e con mancanza totale di guastadori tanto necessarii. All’una però et all’altra urgenza hebbi modo subitamente di provedere, perché fra soldati feci scielta d’alcuni che havevano peritia nella professione di bombardiere e così sopragiongendo poi di tempo in tempo li spediti da Vostra serenità è stato suplito alle occorrenze. Per l’altra fontione poi di guastadori adoprai pure le medesime militie, quali nel principio essortati da me concorrevano volentieri, con il donativo alcune volte di qualche lira di biscotto e quache [?] poco di vino, mai poi stabilita dall’eccellentissimo signor Capitan general Morosini e dal signor marchese Villa la contributione a loro di soldi 10 per testa al giorno, questa si è sempre continuata e fu aggravio considerabile alla cassa publica, che restò poi anco accresciuta a soldi 20, 30 e 40 per testa.
In questa tanto premurosa [?] contingenza adoprai anco la gente del paese e le donne e puti et ogn’altro genere di persone habitanti nella piazza, quali in tutto possono consister nel numero di 7.000 e queste concorsero prontamente, senz’altro premio che alcuni con le sole gratie di biscotto, che godono dalla publica munificenza, e tutti attrati dalla brama di conservare a se stessi la libertà, col sostenimento di quelle mura, e devo dire a laude della nobiltà della colonia, che ogn’uno si adoperò molto specialmente con la assistanza delli nobil huomini ser Zan Mattio Dandolo e ser Nicolò de Mezo, che in tutte le parti hanno sodisfatto al proprio dovere.
Successe poi cosa degna di curiosità, perché delle donne fattali capo la moglie del sargente maggior Mota, dona d’animo virile, s’impiegò con esse con grande intrepidezza, esponendosi ne pericoli in modo che colpita nel progresso dell’attacco da cannonata vi sacrificò la vita.
Nel colmo dunque che io versavo in queste così pesanti occupationi, mi sopragiunse altra importante incombenza di dover dare la concia alla squadra di galere ch’erano in porto di Candia, sotto la condotta del fu Proveditor d’armata mio fratello, obligato della proprie indispositioni contratte nel lungo servitio prestato a Vostra serenità, risolver con publicar gratiosa premissione di ripatriare, ove a penna giunto convenne cedere ai rigori del male con la perdita della vita, onde io fui obligato applicare alla restauratione di quei legni et anco mi sortì in brevità di tempo ridursi pronti al bisogno in modo tale che all’arrivo dell’eccellentissimo signor Capitan general Morosini all’armata, essendo tutte alestite immediate le feci avanzar sotto la condotta del signor Proveditor d’armata Corner, che con solecitudine si portò alla di lui obedienza e benché dall’Eccellenza sua mi fosse data permissione di trattenerne alcuna parte per quello potesse occorre alla piazza, ad ogni modo restando con le due sole di guardia, che hanno supplito alle occorrenze, ho creduto più necessario licentiarle tutte per non minorar le forze maritime e dar modo d’impedir i trasporti in Regno tanto perniciosi per le cose publiche. Anco alli due reggimenti del signor duca di Savogia, guidati dalli collonelli Alborio e Porfitio in adempimento delle publiche commissioni e per incontrar insieme le sodisfattioni del signor marchese, procurai di far godere ogni privileggio e vantaggio tenendoli con esborsi di denaro contenti, consistendo questi in soli 300 huomini nel detto tempo di mio ingresso, se bene ricevevano il pane per 600, come hanno sempre fatto, et alla mia partenza erano rimasti circa 200, che però commandati da officiali di valore hanno nel corso dell’attacco prestato sempre buon servitio. E perché punto molto essentiale per la salute delle medesime militie è la provigione de medicamenti, chirurghi et hospitali, ove si curano gl’infermi e feriti, applicando anco alla revisione di questi trovai privatione quasi di tutte le cose e benché siano stati spediti medicamenti e chirurghi, ad ogni modo per la inesperienza di questi e per non esser li medicamenti per ferite valevoli, assai sono periti nel progresso dell’attacco da questa cagione; onde sarebbe bene con le nove espeditioni, che dal coleggio de medici fosse ben essaminata la peritia delle persone e scielti li medicamenti valevoli e non li supeflui, con il solo fondamento delle note che si trasmettono. Circa alle provigioni da vivere e da guerra tanto importanti non tralascio di riferire all’Eccellenze vostre, come in quella piazza non ho trovato e non vi è alcun deposito, né di biscotto né di formenti, e se bene io con il mezo delle tartane francesi, con ordini dati all’isole subordinate, con l’espeditione fatte dall’eccellentissimo signor Capitan general Corner è stata ne primi urgenti bisogni proveduto ad ogni modo non è stato copiosamente supplito, che sino a quando dalla diligenza publica sono state fatte le proprie missioni in abbondanza di tempo in tempo; è ben vero che devo humilmente rapresentare, che per lo più capitano li convogli doppo gran tempo aspettati, onde arrivano in punto di grande indigenza, si che seguono le dispense senza potersene far riserva, il che sarebbe necessario per raggion di buona economia militare provedere e lo sottopongo alla notitia publica per la preventione di requisito tanto necessario, in che può particolarmente la mancanza del biscotto metter in contingenza tutte le cose. Sogiongerò in oltre che il mantenere la cavalleria con frisoppi in mancanza di foraggi et orzi è nutrimento molto debole e non bastante a riparar la sua distuttione, così che havendosi facilità dall’isola d’Arcipelago e dalle parti di Morea, si potrebbe di là estrarne opportunamente tutto il bisogno e massime ne correnti tempi, ne quali è necessario che la cavalaria assista quotidianamente alla fossa. Per quanto poi concerne le munitioni da guerra furono già trasmesse le note de bisogni dall’eccellentissimo signor General Priuli precessore, come anco restorono da me replicate più volte; da quelle a quali mi rimetto osservarà la Serenità vostra il stato nel quale le ho ritrovate, come anco il bisogno per la difesa, al quale dalla generosità publica è stato con opportune speditioni proveduto. È ben vero che la riserva e buona custodia delle medesime costituisce il miglior nervo del publico sostentamento. Io le ho ritorvate in stato molto confuso, così che le guaste et infraccidite dal tempo, essendo framischiate con quelle di qualità più atta, rendevano anco le buone non considerabili e se non del tutto poco meno che inutili.
Per il che ne commandai un accurata segregatione per espurgare quegl’arsenali e ridurle in uso più facile et pronte, massime in tempi di tanta urgenza, ne quali capitato il signor comissario Morosini, ha poi continuato con gran zelo et applicatione le regole istesse, e mentre fui solo, ho lasciato che per la sola sua mano fossero fatti tutti i dispensi con gran publico vantaggio. Né devo ommettere d’haver rittrovato posso dire sepolte in quei magazeni alcune qualità necessaria de materiali, che ne meno erano in memoria del munitionere, che per essere egli in età tanto avanzata si è reso [?] inhabile al servitio e da questa cagione sono provenuti li disordini accennati.
Sarebbe però molto conferente a publici interessi che la prudenza dell’Eccellenze vostre ordinasse, che fosse destinata altra persona attiva e d’habilità a quell’impiego. Anzi devo dire che la moltiplicità delle munitioni stesse richiede che a parte a parte siano riposte e d’ogn’una chi sia il custode, mentre in tal forma restarebbe sotto l’occhio il tutto più facilmente et oviato alle fraudi, che nell’immenso di quella incombenza, per la impossibilità di riveder i conti di gran tempo non fatti, possono esser commesse.
Ne tralascio ancora a questo passo di rapresentare alla Serenità vostra la mala qualità di moschetti e pistolle, che di qui furono espedite, mentre che alli primi tiri il scopiavano non solo con danno et offesa di chi li maneggiava, ma ancora col render vani gli esperimenti pratticati contro Turchi, come pure delle polveri, ch’erano di mala conditione et hanno pregiudicato nelle fattioni.
Di queste cose però havendo ancora portate le mie riverenti notitie, suppongo che dalla publica prudenza saranno state stabilite regole per troncar il disordine, tanto più quanto che negl’ultimi tempi ho veduto le armi e le munitioni stesse essere trasmesse di conditone migliore, è ben necessario che per la buona custodia di tutti li requisiti sopradetti, resti stabilito con positiva deliberatione, che la dispensa fosse fatta da un solo commandante, mentre ho havuto occasione di vedere un disordine grande, che molti facevano mandati di dispensare armi, pistolle et ogn’altra cosa e così molte volte uno non sapendo dell’altro si faceva doppia la dispensa, si dava materia alle fraudi e quando poi la urgenza portava, mancava la provigione, che però il decretare che ad un solo in avenire sia appogiata questa incombenza con la la [ripetuto nel testo] prohibitione a qualisia altro, sarà molto utile e necessaria. In fine rivedute le artigliarie e sue attinenze ritrovai pezzi 616 di diversi generi, fra buoni e cativi, come nelle note trasmesse, et applicatomi con la diligenza e zelo del signor Vertmiller furono scielti li più buoni e disposti conforme al bisogno. Con il progresso poi dell’attacco, capitati li maestri espediti di qui, si è rimediato al difetto di molti per quanto si è potuto, ma essendo li maestri medesimi particolarmente li più valorosi periti, sono restati molti inutili, de quali nella mia partenza furono spediti molti a questa parte, ma essendone restati in buon numero ancora, sarebbe bene farli trasmettere per fonderne con quel metale [?] degl’altri.
È molto considerabile la materia de letti di artigliaria, ne quali anzi si è afaticato ad acquistare li vechi in riguardo alla mancanza d’operarii e delle cose necessarie. Devo in ciò riverentemente ricordare, che se bene alle volte si sono mandati legnami e materiali per fabricarli, con tutto ciò sarà sempre più utile mandarli fabricati di qui, per non esservi caireri [?] suficienti, nel che è necessario haver mira di ordinarli che siino di legname doppio e le ruote [?] siino ben forti, perché ne sono capitati di costruttura così debole, che a primi tiri del cannone andavano in pezzi. Resta per chiudere questo capo la materia delle fortificationi ritrovate e quelle da me fatte aggiongere e costruire, nelle quali veramente si vede, che con ammirabile forma l’arte adoprò ogni potere per stabilire una famosa fortezza.
Sette sono li baloardi reali, che coronano la piazza, il primo de quali commincinado dal porto si denomina la Sabionera e successivamente seguendo per la parte da terra: Vitturi, Giesù, Martinengo, Bethlem, Panigrà e Sant Andrea, mentre il restante tratto viene dal mare difeso. Questo pure sono riguardati da una fossa, che in continuata linea li circonda, sopra il margine della quale vi sono molte opere essentialissime che in ogni lato dano a conoscere la inespugnabilità della piazza. Il baloardo Sant Andrea tiene all’incontro un picolo ridotto. Il Panigrà un’opera a corna, che ha preso la denominatione dal baloardo stesso. Il Bethlem una meza luna detta la Moceniga. Il Martinengo un’opera a corna detta Santa Maria. Il Giesù altra a corna detta la Palma. Il Vitturi l'opera detta il Crepacor col forte grande San Dimitri, quale con le sue linee e con l’opera Molina copre il baloardo reale di Sabionera.
Queste sono le fortificationi esteriori poste a dirimpetto, come sopra alli sudetti baloardi reali. Queste anco si trovano rinforzate da cinque considerabili revelini denominati: San Spirito, Panigrà, Bethlem, San Nicolò e Priuli. Non mi estendo troppo ne posti interiori della piazza, che per verità adempiscono tutti i numeri de più acurati studii militari, perché come sono molto ben noti a cadauna dell’Eccellenze vostre, così non sono stati al presente e non saranno mai, col favor del Signor Dio che predilige questo serenissimo e religiosissimo dominio, in alcuno cimento, mentre che nella passata campagna con tante perdite et incessanti fatiche li nemici, come anderò più abasso discorrendo, non hanno potuto avanzare, se non con poche e piciole sbocature nelle fosse, dove [?] spero anco haveranno a ritrovare il loro sepolcro.
Non starò meno a rapresentare le altre circostanze più minute di dette fortificationi, ma solo desiderio di far vedere all’Eccellenze vostre li miglioramenti considerabili, che in questo proposito sono stati costrutti dal giorno del mio ingresso sino al giorno dell’attacco. Nel dubio che in queste agitationi si haveva del posto, ove prima fosse indrizzata la più vigorosa invasione, andai considerando e meditando alcuna per una tutte le parti, per non lasciare luoco alcuno, il quale per la debolezza potesse porger speranza al nemico. Mi affritai subito al posto della Sabionera costituito in molta debolezza, contro del quale correva all’hora la fama che fossero fisse le intentioni de nemici. Mi sono però accinto [?] per ridurlo in istato di poter resistere a tutti gl’insulti. Fu questa materia molto discussa e ventillata altre volte e sempre conosciuta, anco con l’opinione dell’istesso signor marchese Villa, difficile da intraprender et effettuare si per le oppositioni che poteva fare il nemico, che poi da me intrapresa anco gagliardamente le ha fatte, come perché si credeva non poter ridurla al tempo opportuno a perfettione. Io ad ogni modo applicatovi ogni studio, trasferitomi con la persona stessa a commandare di giorno e di notte sopra il luoco, mi è sortito con il continuato lavoro di 36 giorni con la profondatione della fossa sino all’aqua sorgente, col perfettionare le false braghe, contrascarpa e stradda coperta, con insensibile publico aggravio riportarne l’intento, non havendo a gl’operarii contribuito denaro di sorte alcuna, essendo ogn’uno alettato dal zelo e dall’ardore della difesa. Fu anco avalorata questa parte con la errettione d’un cavaliere, che copre anco gli arsenali, come pure di formare una ritirata all’opera Molina e due meze lune reali dentro il forte grande San Dimitri a suo maggiore sostenimento, per ilche non ardirono da quella parte tentare la impresa.
Con li riflessi pure a violenti sforzi pratticati da nemici ne precedenti attachi alla parte del Crepacore, luoco a loro d’infausta ricordanza per le rilevanti stragi ivi riportate sotto il commando della felice e sempre gloriosa memoria dell’eccellentissimo signor Capitano general Alvise Mocenigo Porcurator, contribuii eguale ardenza di spirito per convalidarlo, come seguì havendovi stabilito la frezza che lo riguarda, essendosi pur fatta formare al fosson una strada coperta, col spalto che scopre il nemico, quale per avanti si avanzava coperto ad aloggiare sopra il bordo del fosso medesimo. Nemeno trascurai di far levar il terreno, che veniva ad unirsi col baloardo Vitturi e con una indefessa assistenza stabilire le retirate, che non vi erano alli baloardi di dentro et all’opere di fuori con la contrascarpa dal revelin San Spirito sino al mare, dilatando pure le contramine così attorno la città per tutta la fossa, come fuori di tutte le fortificationi esteriori, quali avanzandoli molto in campagna furono fatte ad agosto di tener lontan il nemico, come ne sortì anco l’effetto. Opere tutte che hanno coronata la piazza e Dio mi ha dato modo di perfettionare avanti l’attacco supplendo, per quanto hanno potuto le mie debolezze, alla mancanza de palli et altri apprestamenti e sogiacendo solo a tutto il peso, per l’assenza all’hora del signor marchese Villa, che in tal tempo si alontanò dalla piazza, richiamato con lettere del signor duca di Savogia, come fino all’hora avanzai pontuali i raguagli alla Serenità vostra. E perché quanto espono in queste mie humilissime righe sia ancora sotto l’occhio vigilantissimo di cadauna dell’Eccellenze vostre, presento unite un disegno formato dal cavalier Verneda e segnato non solo delle opere sudette fatte novamente, ma ancora di tutta la facia della fortezza, avanti che vi fosse pure tentato l’attacco, nel quale si scorge distintamente e con l’occhio stesso la vera sembianza di tutto. Osservaranno pure l’Eccellenze vostre tre tagli, overo retirate, proposte al presente, la prima principiata, le altre due solo poste in consideratione, sopra le quali al presente non discorò, ma per non interrompere il filo dell’acampamento e stato dell’inimico, che susseguita, mi riservo ad altro passo portarne i miei sincerissimi, se ben deboli sentimenti. In questo tempo fatti li sudetti preparamenti non havevo pretermesso ancora di premunirmi, come si sopra ho accennato, di confidenze nel Regno, come anco inviando esploratori nella Morea, fatta già piazza d’arme del nemico, spingendole anco più in dentro e sino in Costantinopoli per ricavare tutte le deliberationi et operati de nemici e risepi [?] delli trasporti fatti dal capitan bassà e con questa occasione restò permesso al signor segretario Padavino [?] rimasto nel ministerio de trattati di pace, per la mancanza del signor cancelliere grande Ballarino, di trasferirsi alla Canea, dove gionto io l’havevo prevenuto e restò molto consolato con le mie lettere, che gli furono immediatamente presentate con il mezzo de confidenti, havendo seco stabilità un occulta communicatione tanto per somministrargli, quando per ritrahere lumi degli andamenti nemici. Non havendo in essecutione de publici ordini mancato ancora di farli tenere con le più accurate cauetelle 1.000 cechini ricercatimi. Tale prattica riuscì molto proficua a gl’interessi di Vostra eccellenza mentre che come in tutte le cose, così in questa corrispondendo questo degno e benemerito ministro con pontualità pari alla diligenza, mi faceva sempre pervenire distinte rimarcabili et essentiali notitie degli andamenti de nemici, come pure da confidenti da me aquistati, mossi da natural divoto istinto verso la Republica, mi fu fatto proietto essentialissimo rapresentato da me a magistrato supremo, il qual proietto dimostrò ne medesimi confidenti ardente la brama, sincera la fede verso i publici interessi, e per tutto il corso nel quale mi hanno servito in così importante necessaria fontione, non è in tutto restata soccombente la Serenità vostra, che al solo esborso di reali 500, come si vede da miei, spesa di poca consideratione a paragone d’altre che per far passare una semplice lettera gli sono stati contribuiti sino 100 cechini.
Disposte però e stabilite tutte queste essentialità necessarie alla difesa, trovai in universale un cuore intentionatissimo a propugnare le glorie di Vostra serenità sino all’ultimo spirito, restando animate le militie coll’accrescimento d’un mezo reale per testa al mese e coll’haver uguagliate le soventioni a quelle d’armata, con l’assenso però dell’eccellentissimo signor Capitan general, come anco delle speranze de premii et honorate ricognitioni a chi havesse più segnalatamente nel publico servitio marcato se stesso et istillato ancora in ogn’uno ambitioso coraggio, per capo di religione, di debito e di sostener il nome di Vostre eccellenze, da tutti acclamato ordinai la distributione ne posti tanto delle militie quanto de publici rapresentanti e capi da guerra, che furono ripartiti per dare con la loro assistenza augumento maggiore alla difesa, così elettoli l’eccellentissimo signor marchese il baloardo Giesù, restò destinato al signor Proveditor Pisani il Bethlem, al signor tenente general Vertmiller il Sant’Andrea, dove pure segnalò se stesso il nobil huomo ser Lorenzo Donà con proprio distinto merito. Al signor duca pure Battagia quello di Sabioneta. Alli nobili della colonia il Vitturi, alli signori commissario Morosini e cavalier Grimaldi le due coltrine del baloardo Panigrà, che scielti alle mie debolezze, mentre correva voce che contro questo fremette l’ostinata risolutione del primo visir, per rendersi da quella parte trionfante con l’aquisto della piazza.
Mentre tali cose si facevano in Candia il visir non tralasciava alcun studio per alestirsi all’attacco, hebbe lui avanti il passaggio in Canea mira principale di trasmettervi ogni sorte di provigione da vivere e da guerra, del che è fama che si trovasse munito in modo che sino le chiese fossero piene, provando però scarsezza di cannone e di morteri da tirar bombe e sassi, aspettò prima della sua mossa di ben provedersi, mentre ne furono trasmessi con le galere del capitan bassà, con navi e con ogni sorte de legni, come anco havendo fondatori et ingegnieri francesi stabilì una fondaria appresso Candia nova, dove ne fabricò molti pezzi di smisurata grandezza, con quali forme levandone anco da Retimo e Canea, havendone pure sin al numero di 120 di balla e 14 morteri, che tiravano sino bombe da 700, si figuravano nell’animo suo di far gran brechie e sottometter la città, prevedendo ancora il grande consumo della polvere, non solo operò che di questo materiale ne fosse trasportata quantità grande, ma ne fece pure fabricare in Candia nova e nel progresso dell’attacco, essendole più volte mancata, convene non solo sfornire Canea e Rettimo, ma ancora le fortezze della Natolia e della Grecia, facendola trasportare dalle galere. Revide il numero delle militie, tanto quelle che si ritrovavano avanti il suo arrivo, quanto le condotte da lui e le ritrovò ascendere al numero di 20.000 e perché havendoli rapresentato li vechi del Regno la qualità del sito inespugnabile della piazza e le contrapositioni vigorose de difensori si andò trattenendo, sino che con legni d’ogni sorte le furono trasportati tanti soccorsi che arrivò al numero, compresi li guastatori, di 35.000, come da gli avisi del signor segretario Padovino e de confidenti si è ricavato e fu da me notificato di tempo in tempo alla publica sapienza.
Consistevano queste militie, che formavano il deto numero. per quanto si è inteso, in Rumellioti 6.000; di Natolia 8.000. La corte del primo visir 2.500. Le corti d’altri 12 bassà a 6.5000, gianizzari 7.000. Missiali, cioè soriani 2.000, Bulve [?] spahi 1.000, spahi del Regno 1.500, servitori senza timari 2.500, a cavalo 1.600 e guastadori 2.000, la qual gente comprendeva anco quello dei presidii del Regno, essendo militia buona e particolarmente li presidii della guerra di Germania da lui condotti e ben considerando anco il barbaro l’aversione che havevano li soldati a questa guerra e li spaventi che la fama divulgava per tutto, che quelli i quali passavano in Regno non ritronavano più alla Patria, fu riferito che contribuisse a loro paghe anticipate e sempre poi per animarli generosamente si dice haver a loro fatte somministrare le paghe.
E perché conobbe che il numero de guastadori era inferiore al bisogno, fece sbarcare le ciurme delle galere Zaccale [?] e finalmente parte con pocernii [?] e promesse e parte con la forza si valse de villani del Regno, ch’è stato scritto nella continuatione dell’attacco haverne adoperato il numero di 10.000.
Tali forze erano dirette da commandanti et officiali di valore. Capi principali eran il primo Agà di Gianizzari, huomo in età avanzata e di matura prudenza, parente congionto dell’istesso primo visir et il tefterdar, ch’è thesoriere dell’imperio, suo confidente inimico de proietti di pace e che all’hora per l’incendio del palazzo del Re dubitava della sua gratia e per questo e l’uno e l’altro seguivano questo partitio. Sono pure nominati altri tre agà de Gianizzeri, il visir del campo, il catrizogi al numero delli sudetti 12 bassà et altri sei, et officiali, ingegneri e minatori armeni di molta esperienza, de quali a suo luoco ne farò nell’acampamento et al passo opportuno mentione.
Questo primo ministro, se ben dissi giovane d’età, possede ad ogni modo una sagacità naturale molto grande, amaestrato ancora dal vechio visir suo padre sagacissimo, con li documenti del quale si regola. È dotato di qualche intelligrenza di lettere, contro il costume ordinario della natione, e benché non habbia sortito gran cuore d’incontrar li pericoli, ad ogni modo la superbia et il desiderio della gloria e l’ambitione di conservarsi il grado, al quale s’attrova inalzato, lo move alla costanza negl’azzardi et a tolerare le fatiche; consiglia con pochi, più frequentemente di tutti con li due sopradetti, ma spesso opera da se stesso con secretezza e con il proprio consiglio accompagnato in tutte le sue attioni dall’inganno e dalla fraude. Questo huomo con tali qualità, con tali forze, avanti di promovere la sua mossa diede mano ai strattagemi, operò che con l’armata fosse traghettata in Regno la madre, la moglie, i figli, i suoi più congionti a la famiglia tutta, facendo diseminare, che con il mezo della medesima madre, riputata per dona maliarda, volesse danificare i christiani, valendosi anco di questa vanità per atterire la gente semplice e crudele, ma per quanto fu penetrato dai più speculativi, fu ad ogetto di havere appresso di sé tratte le cose sue più familiari e care, cosa che ha fatto credere essere il suo pensiero rivolto a non stancarsi nell’invasione e con la lunga sua permanenza diuturnare [?] i travagli alla piazza sino alla consecutione de suoi iniqui fini. Fece spargere ancora disseminationi di rivogliere prima le sue arme contro le fortezze prima di Spinalonga e poi di Suda, ma si conobbe essere questo artificio per distrahere le forze, di vertirle in più parti e lusingare gli animi de difensori di Candia. Diede fuori in fine voce, per incoraggire le militie, d’haver intelligenze nella città e che la natione francese, che si trovava al soldo della Republica, haveva promesso, che subito intrapreso l’attacco gli haverebbe dato in potere un forte della piazza, e notificata a me da confidenti e dal signor segretario Padavino, che disse haverla ricavata dalla bocca del dragoman Panagioti essistente in quella Corte, benché io conoscessi questo essere un tratto dell’ordinaria sagacità del primo visir, quale pure essercitava atti generali et humani contro il costume de barbari verso li fuggitivi, con speranze che servissero d’alettamento ad altri d’abbandonare la difesa, riuscite però vane, per le vigilanti guardie fatte prestare nei posti, et esser nientedimeno una dannatissima falacia del Panagioti medesimo, per introdur dissentioni e mala fede ne difensori, quale se bene di religione catolico, essendo ministro accortissimo d’un infedele, a cui per li avisi anco trasmessi alla Serenità vostra era molto partiale, voleva nascondere la sua felonia col manto di religione e mostrarsi inclinato alla christianità. Non lasciai però cadere l’aviso senza preparare gli antidoti proprii al veleno che potesse istillarsi, con procurar negl’animi delle militie il stabilimeto d’un fedele servitio e prevertire ancora le perfidie, se per aventura nelle menti di tal’uno si concepissero, come del tutto restorono opportunamente raguagliate e con tutto ciò che questa infetitone procurasse trasmettere nella piazza in tutto il corso dell’attacco, facendo gettar lettere nella medesima ripiene di simili concessi e facesse ancora dalla Canea condurre al campo quel secretario del signor marchese V,illa rimasto schiavo nel sbarco già fatto a quella parte, per valersi del medesimo et altri in simili affari et altri fini non penetrati, facendosi scriver lettere fatte volare con le freccie per ingannare il presidio, ma la providenza Divina, che sempre ha custodito i suoi fedeli, non ha permesso mai che queste insidie facessero impressione alcuna immaginabile, sempre ridedosi ciascuno di queste scelerate et empie pravità, et io fatte più inquisitioni non ne ho potuto ricavare fondamento veruno.
Disposti adunque il visir con simili sagacissime arti li suoi dissegni, squadronato tutto l’essercito fuori della Canea, andò egli stesso da commandanti, capi, officiali et anco a natione per natione, come fu scritto, animandoli coraggiosamente ad abraciare l’impresa.
Diceva che si racordassero della gloria di se stessi, militia avezza a vincere in ogni guerra. Dalla grandezza del Gran signore per cui per capo di religione erano tenuti a sacrificare la vita. Che si trattava doppo haver superato tutto d’impatronirsi di pochi sassi e di poca terra, dentro cui si erano ricovrati i difensori, fuggiti l’anno avanti all’aspetto di pochi mussulmani et ivi dentro per timore rinchiusi, ma che hora che vi era la sua persona con il più fiorito sforzo de commandanti ottomani e che havevano pochi mesi avanti sogiogate e vinte le truppe dell’imperio di ponente e si trattava in fine con questo aquisto terminare la gloria della guerra e godere la beneditione della pace, non cadeva dubbio d’evento propitio e glorioso. Infiammati in tal modo gli animi di ciascun ordine, commandò che a lui dovesse precedere il primo agà di Gianizzari con parte dell’essercito per raccogliere il cannone, li morteri in Candia nova et ogni altro materiale sparso per unirsi al visir del campo, sogetto d’ingegno, ma cauto, di natione spagnola, rinegato che governava come superiore tutto il Regno, amatore della quiete, inclinato alla avaritia et ad accumular denari e che ha con dispiacere sentito la comparsa del gran visir. A questi diede le commissioni per disponere gli ordini tanto per l’acampamento dell’essercito, quanto per l’attacco della piazza, come fecero finalmente seguì la sua comparsa al campo il giorno di 22 maggio passato, et incontrato dal medesimo visir del campo e da tutte le genti con acclamatione et altissimi gridi d’applauso, condotto sotto un baldachino di color bianco in forma di carozza, s’andò incaminando al suo campo, ma in vicinanza tale alla piazza, che hebbe occasione di favorirlo e salutarlo col cannone, in modo tale che passatoli i tiri molto vicini, fremendo per sdegno ,fu obligato rivogliere [?] per altra stradda e fu detto che iratamente esclamasse con il visir medesimo del campo, dicendo che stupiva che li Giaur havessero tanta audacia di bersagliare un sogetto della sua sorte, al che rispose l’istesso visir che quando comparirà sotto la città tentavano colpirlo prima d’ogn’altro. Portatoli poi in Candia nova, ove disfatti prima i borghi lasciando ileso il semplice recinto che circonda la moschea, per obligare ogn’uno alle trinzere e far vedere alle militie, che in ogni modo bisognava disperatamente combattere et espugnare la città o per qualunque altra sua militare consideratione, non penetrata, doppo haver usato molti strattagemi, si con haver fatto passare più volte le genti, come nell’haver fatto estendere padiglioni superflui, per mostrare più numeroso l’essercito, doppo haver fatta una generale rassegna di tutti et essersi la notte portato intorno la piazza, come si conobbe per la quantità di lumi e fanali per riconoscer il sito e posti più deboli, in fine un mercordì, giorno 25 del sudetto mese di maggio, si presentò a fronte della piazza dalle parti del Giofiro con formidabile acampamento di tutto il suo essercito, che si estendeva dalla parte di Santa Maria sino al mare e trascielto a se stesso il sito all’incontro il baloardo Pamigrà e revelino San Spirito, come posto più pericoloso, con li Rumelioti assistito dal primo Gianizzer agà e dal beilerbei Peliccan bassà, ivi s’attendò, con lo stesso ordine d’un esata obedienza in tutti, com’è proprio d’ella militia turchesca, distribui a commandanti i loro posti. Al visir del campo Agmeto [?] bassà et al secondo agà de Gianizzari Sulificar agà con i Missirli [?] o Soriani il posto all’incontro la meza luna Moceniga e revelin Panigrà. Contro il revelin Bethlem furono poste le militie di Natolia, sotto la direttione del medesimo Agmet visir del campo. Alla parte di Sabionera verso il lazaretto vi colocò il Catrifogli [?] Caraman beilerbei, sogetto notorio e ch’è intervenuto in varie fattioni del Regno, famoso per esser stato confinato nel medesimo Regno come ribelo del Re in Natolia, e fu accompagnato da Ibrahim bassà beilerbei d’Adona e del Tornazi Basi quarto agà di Giannizzari e così divise gli altri posti dal Martinengo sino al Sant’Andrea verso il mare, al Chieragia bei de Gianizzari. A Caia Mustafà beilerbei pure di Natolia et altri capi principali, rinchiudendo nel mezo il Bethlem e Panigrà, destinati bersagli de loro hostili attentati; e perché nel progresso dei fatti furono cambiati i posti e mutate batterie, et acciò che si trovi sotto l’occhio di cadauna di Vostre eccellenze il vero aspetto dell’attacco, unisco alla presente mia riverentissima relatione un altro diligentissimo disegno, nel quale si osserva, oltre la pianta della piazza, suoi baloardi et ogn’altra cosa delineata nel sudetto primo disegno, anco questo famoso accampamento con le batterie, avanzamento del visir, linee, aprochi et ogn’altra operatione più curiosa, la sembianza della quale si vede descritta sino al tempo di mia partenza.
Fu discorsa la cagione per la quale s’indusse il primo visir a riversare tutti li suoi sforzi contro li detti baloardi Panigrà e Bethlem e fu riferto da confidenti, che doppo haver circuito la città ridusse la consulta dei principali e discorsero qual parte più facilmente si potesse attentare. Dissero non la Sabionera, perché con le nuove fortificationi era inespugnabile ridotta, non il San Dimitri, perch’era cosa troppo dura et aquistata si ritrovavano poi nelle prime dificoltà per ritrovarsi fuori della fossa. Non al Vitturi, perch’erano memori delle straggi funeste nei altri attachi provate al Crevacore et opera Palma. Non al Giesù, perch’era in mezo del Martinengo fortissimo. Non allo stesso Martinengo, perché oltre la propria fortezza ha il cavaliere, che validamente lo difende. Non al Sant’Andrea, perché non havendo terreno per avanzare coperto, essendo luoco sassoso e pieno di grote, onde bisognava che si portasse scoperto et esposto a gran straggi, potendo solo servirsi del mezo di gabioni e di sachi, oltre che da un lato viene difeso dal mare. Si restrinsero dunque per le consulte a colocare le loro vane speranze contro il Bethlem e Panigrà e questo perché videro d’haver terreno suficiente a coprirsi in modo tale, che si posero poi loco a venire incontro a quei posti con montagne di terra, e perché anco crederono, che quei posti medesimi fossero i più mal quarniti di galerie, ma in ciò rimasero delusi, perché prevedendo il bisogno e la debolezza del posto dalla mia persona per essempio assunto a difendere, ordinai che fossero fabricate dalla diligenza singolare del signor cavalier Verneda, come seguì e si vede dal suo primo disegno, che può da ogn’uno essere osservato, e che anco valsero le medesime galarie a tenere per si lungo tempo il nemico lontano. Fatti dunque questi posti bersaglio memorabile di tutti li sforzi di questo primo ministro dell’ottomana potenza, senza fraponer dilatione, doppo haver aperte le trinzere e sfidata la piazza con il sbaro di sette grossi cannoni dentro la medesima, piantò quattro batterie. Una all’incontro il Martinengo, altra al Bethlem e due al Panigrà, quali anco nella prosecutione del tempo andò sempre augumentando sino al numero di 17 dall’opera Santa Maria sino a Sant Andrea, montate con 55 pezzi di cannon grosso, oltre altri pezzi minori et 11 morteri da bombe, ma dall’esito poi si videro tutti gl’altri attachi finiti e costrutti per dividere le forze, ma che il solo ogetto mirava alli sopranominati, perché anco la batteria erretta al lazaretto, era commandata al sudetto Catrizogli, fu trasportata come dimostra il disegno medesimo.
Ridottoli perciò tutti i spiriti più fervidi a questa parte, di fuori ad oppugnare, di dentro a ribattere le oppugnationi, è materia degna di una parte di funesta memoria, per le tante straggi seguite e per il numero grande delle militie che vi hebbero la sepoltura, ma dall’altra fu ammirabile il vedere pratticarsi tutte le forme che si possono escogitare di guerra in offesa e difesa, delle quali cose vi vorrebbe troppo lungo volume per riferire gli avenimenti. Io però supplico Vostre eccellenze permettermi, che possa solo rappresentare li più essentiali e cospicui. Horrido fu prima il combattimento per l’una parte e per l’altra sopraterra, ma più fiero e spavantevole fu quello sotto terra. Nell’uno e nell’altro modo si pugnò.
Nel primo non molto. Nel secondo lungamente, perché il nemico sagace mutò forma di guerreggiare per sottrarsi dai danni, riponendo più che nel canon, nel moschetto e nella sabla [?] alla zappa le sue speranze, In questi sforzi ostinatamente però adoperati da lui, furono fatte le più valide contrapositioni. Si erressero subito contro le sue altre controbattere, dalle quali da tutti li posti della città restò continuamente di notte e di giorno infestato dal cannone, dal moschetto e bombe, in modo tale che ricevendo considerabile il danno e grande l’incomodo, convenne trasportar li padiglioni più lontani, per eshimersi dalle offese che gli erano inferite, mentre non havendo oppositione sopra terra si andava avanzando verso le fortificationi. Per questo fu ordinato, che le due galere di guardia, sotto la diretitone l’una del nobil huomo Francesco Badoer, che in questa et in tutte le occasioni essendo sempre meco si diportò valorosamente, l’altra con il nobil huomo Giovanni Giacomo Farsetti, che ancor lui prontamente concorse al servitio, e dalla parte del mare portati nella maggior vicinanza, ov’era il nemico attendato, lo bersagliorono vigorosamente con qualche mortalità di quei barabari, come avisarono i confidenti. Nell’istesso tempo in quel luoco havendo veduto due galeote, che audacemente erano capitate a quella parte, le fugarono sino a Paleocastro, inseguendole sino sotto la fortezza ove investirono in terra.
Più d’ogni altra riuscì molesta la batteria piantata al lazaretto assistita da Catrizogli soppranominato, mentre contendeva l’accesso al porto di legni carichi di viveri in soccorso della piazza e perché passi anco venivano dificoltati dall’isole d’Arcipelago, perché dal primo visir con protesti crudeli era alle medesime stato inhibito e perché caminava gran spavento per li frequenti passaggi in quell’aque delle galere nemiche, se bene furono minorate le angustie per li soccorsi diligentemente spedite da Cerigo e dalle Tre isole all’eccellentissimo General Valier e Proveditore Loredano, come con alettamenti [?] procurati d’altrove, ad ogni modo non respirò mai copiosamente la piazza, se non quando, sfornito quel posto per le continue perdite di genti che faceva il nemico e ridotto in debolezza, la trasportò Catrizogli alla parte del Panigrà, dove premevano le affissationi, dubitando d’esser invaso da nostri e perdere per la poca guardia il cannone; e sarebbe per aventura seguito, come io proposi, ma non vi fu d’altri applicato. Incessanti però continuavano i tiri di cannone e bombe da baloardi, con rilevante vantaggio e ricambiati con altretanta frequenza de tiri nemici, da quali bersagliata horridamenta la sfortunata città, si è fatta lacrimabile spettacolo, quella che già fioriva d'ogni’bene, hora piena di luto, vedova de cittadini, diroccati gli edificii, conquassate le case, scossi e caduti li monasterii e le chiese, e dalla parte del Panigrà tutta atterrata e distrutta, onde deformato l’antico aspetto di quella, se bene commove gli animi a compassione, non già fu valevole a frangere la costanza immutabile degli habitanti di difendere sino alle ceneri la loro Patria, ma perché la povera piazza li ritrovava mancante affatto di pali, da me partecipato all’eccellentissimo signor Capitan general Morosini e non vedendone provigione, come mi violentò nel principio a restaurare le fortificationi, a commettere il disfacimento d’alcune case le più incomode, col pieno assenso de patroni, stimando meglio costruir ripari alle mura che tener in piedi le habitationi, così nella prosecutione in fine con troppo licenza invase e diroccate da nostri, accrebbero l’horrore e fu di scontento a miseri nel vedersi senza alcun ritegno dentro nella piazza spogliati delle reliquie di loro sostanze, infelice avanzo delle batterie e delle crudeltà lontana de Turchi. Mentre adunque presumesse [?] il nemico fretolosamente con il suo essercito avicinarsi alle fortificationi vide i discapiti ricevuti dal cannone, moschettarie e bombe, et osservando sotto l’occhio le continue perdite de suoi si diede ad amministrare, con diverso ma pesato consiglio la guerra e deliberò di tentare insidiosamente per sottoterra libero l’avanzamento di sue truppe, che non ardì continuare alla scoperta, mentre troppo grande riceveva la stragge. Fu considerato all’hora che in più modi il nemico si poteva tenere lontano con il cannone, ma questo beneficio presto si perse, quando il nemico ha tempo di avanzare con la terra coperto. Con le contramine e queste, come dissi, da me fatte prolongare sin nel principio del mio ingresso, come dai disegni si vede, fecero il loro effeto sino a quel segno che l’arte può permettere il dilatarsi, ma non potendosi estendere per lungo tratto in campagna, anco questo beneficio, come quello del cannone, non era molto durabile. Restava anco da pratticarsi li contrapprochi con i quali coperti et assistiti dal calore delle opere esteriori, andandosi incontro alli approchi de nemici, con il rischio di poca gente si haverebbe più lungamente conteso il terreno e forsi ritardata assai più l’approssimatione alle fosse, essendo massima militare che con le ritirate non si preservano le piazze, come in mie riverentissime anco dinotai all’Eccellenze vostre, perché quando altro non manca alla piazza finalmente manca il terreno che si difende, ma queste forma di difesa da me e dal signor cavalier Verneda proposta non si pratticò, perché non fu d’altri approvata, da che derivò libero l’avanzamento del nemico alle nostre galerie, per acquistare le qual havendo moltitudine d’operarii seco condotti e paesani, come dissi di sopra, con acuratissimi periti minatori et ingegneri, la maggior parte christiani con vergogna del christianesimo, li pose in opera profondando all’incontro del Panigrà e del Bethlem otto pozzi, con quali con fatica ostinatissima, sconvogliendo et escavando il terreno con l’uso de fornelli, benché con grave danno, sempre corrisposto da nostri, si andò portando doppo più attentati sforzi sopra terra con i ripari sin sotto l’opere medesime,, come soggiongerò più a basso.
Alle applicationi del primo visir pratticate nel campo, ugali corrispondevano le diligenze del capitano bassà nel trasportar soccorsi in Regno e con tanto franchezza, che non havendo alcun ostacolo, ardì far più volte approdare le sue galere in faccia dell’armata di Vostra serenità in poca distanza di Candia per il loro discrico, come pur frequentemente capitavano nelle parti di Girapetra et altrove altri legni anco christiani carichi di munitioni, li capitani de quali sono prontamente concorsi, mentre che se bene restavano sorpresi, non risentivano però altro discapito che di perdere li capitali nemici.
Nel mentre che li Turchi erano intenti ad avanzarsi coperti et ilesi dalle offerte del cannone sotto il Panigrà, io vedendo il temerario loro avanzamento applicai tutti i miei studii per assalirli con improvise sortite. Due principalmente furono stabilite, mentre in quel tempo erano molto giovevoli per sturbare i lavori del nemico, l’una fu diretta dal valore di Monsù Sabanò, che proseguendo in ogni atitone con intrepida virtù, chiuse poi colpito di moschettata gloriosamente la vita, l’altra dalli signori sargente maggior di battaglia Motta e dal baron di Freichen bravissimi huomini e se ne riportò all’hora fruttuoso il servitio, non solo per il danno inferito al nemico, che per il coraggio dimostrato, che accresceva l’ardire a difensori, oltre di che non ho io stesso mai mancato di essercitare in ogni parte il mio debole impiego, accorrere assiduamente da per tutto, invigilare, inanimire con ogni fervore, per cooperare che fosse rintuzato l’orgoglio inimico. Fui di continuo seguitato dal nobil huomo Polo Nani, che con gran spirito e con zelo adoperandosi sarà certamente capitale pretioso della Patria. Anco il nobil huomo Giovan Giacomo Farsetti mostrò quanto bramava consacrare la vita nei vantaggi publici, havendo rilevate due ferite nelle fattioni ardue che seguirono; nelle quali pure si cimentò sempre il nobil huomo Francesco Badoer sopranominato e con valore li nobil huomini ser Alvise Contarini, ser Alvise Marcello e ser Antonio Pasqualigo; né mancò ancora l’illustrissimo Giustiniano, commissario capitato nella piazza, di decorare il suo merito con tutti gli atti di zelo e di coraggio et io stesso l’osservai con armi alla mano in contingenza pericolosa.
Nell’essercitio di tali studii per rendere delusi li pensieri del nemico, sopragiunse nella piazza l’eccellentissimo signor Capitan general Morosini con tutta l’armata sottile, che fu poi anco seguito dalla grossa, fuori che alcune poche navi restate alla dirrettione della virtù dell’eccellentissimo signor cavalier Capitan delle navi Grimani verso Capo Salomon, con altre tre che si dirigevano dal zelo dell’illustrissimo signor Nicolò Lion, che intieramente sempre ogni sua parte ha adempito.
Alla compartita dell’Eccellenza sua con la suprema riverita autorità humiliai i miei arbitrii alle sue dispositioni, portandomi subito alle dalle [?] galere col signor marchese Villa a rassegnarmi e portargli le chiavi della città e per comprobarle quanto havevo promesso, non solo avanti havevo conferito ogni favore a suoi congionti et altri dependenti, ma nell’ingresso suo ancora con apparratti d’archi trionfali et altri segni di stima e di giubilio, ordinati con qualche mia spesa, l’incontrai al molo e servitolo sino al palazzo, procurai imprimere nel suo animo la mia divotione, alche sempre ho invigilato, ben conoscendo essere questo l’unico bene della Patria, il quale mi è stato sempre solo nel cuore, se bene poi non fui secondato dalla fortuna.
Doppo revisti gli affari della piazza nel modo che parve all’Eccellenza sua, mi commise la ridutione della consulta da terra, per intendere se fosse stimata bisognosa la permanenza di tutte le forze d’armata nella piazza. La materia delle consulte serenissimo prencipe è molto importante e merita i publici riflessi, mentre alle volte il manto della consulta copre publici rilevanti pegiuditti. Per le leggi la publica Maestà ha ordinato che il numero dei consultori con voto deliberativo non trapassi cinque né sii minore di quattro in armata e tre in Candia, ma alle volte confuso questo ordine vengono assonti alla consulta di quelli che non possono prestare che il solo consiglio, con la esclusione di quelli che hanno il voto legitimo e ciò per superare nelle consulte quello che alle volte prima si delibera, che si propone; tale disordine si nell’alteratione del numero, come nell’assontione de sogetti, havendolo veduto pratticare in Candia, non ha potuto il mio zelo tralasciare di riferirlo alla prudenza publica, che prescrivendo il numero e le persone votanti espresse ancora nelle commissioni, che brevi dovessero esser i discorsi per evitare le confusioni e le alterationi de pareri. Chiama però questo punto la publica discussione, se forse bene che come per consiglio si può chiamare ogn’uno, così con il voto deliberativo non li potessero mai escludere, ma sempre chiamare quelli che naturalmente lo godono, non potendosi sostituire se non in solo caso che fossero i votanti lontani o circondati d’altre impossibilità.
In essecutione per tanto del detto supremo commando, ridotta la consulta di terra: consistente nella mia persona e nelli due proveditori in Regno Battagia e Pisani, aggregandovi due voti consultivi Duca Battaglia e commissario Morosini, dissi in voce et in foglio miei sentimenti, che furono all’hora di fermare nella piazza due galeazze, che stimai valevoli in quel stato di cose alla difesa, unite alle due galere di guardia e che il rimanente li portasse in traccia de legni nemici, che con poco decoro e danno dell’armi publiche frequentavano i loro passaggi e con vive ragioni li persuasi ad annuire alla mia debole opinione, a cui si espressero di assentire, a conditione però che si dovesse anco ridure insieme la consulta da mare, con che unendosi la persona del medesimo signor Capitan general proveditor estraordinario Moro, Proveditor d’armata Corner, Capitan estraordinario delle galeazza Navager, destinati con voto et assunti altri, fu deliberato che tutta si trattenesse alla Standia, lasciando me solo in opinione, come sino a quel tempo restò difusamente raguagliata la Serenità vostra con la trasmissione delle consulte, quali suppongo siino state lette all’eccellentissimo Senato. Questo mio reverentissimo parere fu solo detato dal zelo, perché se all’hora havessi conosciuto più valevole l’armata in Candia che in altro luoco, sarei stato cativo cittadino a non bramarla, et ad ogni dubbio che vi fosse stato della piazza, non si può presumer mai che io non havessi chiamato con altissimi protesti l’armata per correr insieme l’istessa fortuna. Varie altre consulte poi sopra puto di tanta rilevanza furono ridotte e non vi fui avisato consultando con altri, se bene io quando fui chiamato sempre modestamente dechiarai il mio senso. Accadè un giorno che convocata la consulta con l’intervento dell’eccellentissimo signor marchese Villa, che per l’adietro non era solito chiamarsi, con il Proveditor general dell’armi, con il quale per avanti conoscendo il genio del signor marchese, assai inclinato a questi complimenti di precedenza, essercitavo un tatto che molto l’obligava, perché publicamente facendo nascere qualche casuale congiontura l’obligavo al luoco sopra di me, mentre io non havevo posstigli [?] ma solo miravo al publico servitio, come sempre mi sono espresso, ma nella detta consulta chiamatovi il medesimo marchese Villa, mentre io ero disposto di rassegnarmi a quanto havesse terminato l’eccellentissimo signor Capitan general, si deliberò di licentiarmi dalla consulta, né avanti o doppo le riverite commissioni dell’Eccellenze vostre schivai di portarmi alle consulte, come si vide da ogn’uno, mentre anco dal principio dell’attacco sino al fine mi sono trovato col signor marchese nelle occasioni tutte che occorrevano de bisogni della piazza, solo lagnandomi che mi fosse levato il modo di obliggarlo, come prima havevo principiato.
In questo mentre capitò alla Standia la squadra aussiliaria del pontefice, di Spagna e di Malta sotto il commando del signor general prior Bichi e direttione delli signori domino Gianetino Poria e Duca di Ferandina, ma prima subito che arrivorono [?] nelle aque di Cerigo fecero precorrre lettere esprimendo che l’unico bene del Regno era l’impedire li soccorsi che però starebbero aspettando l’armata, per cogliere unitamente qualche vantaggio sopra l’armata nemica. Restorono però chiamati in Candia e capitati alla Standia si consultò ciò che li dovesse fare con tanta armata: 20 galere d’aussiliarii, 27 della Republica, oltre le due della guardia, sei galeazza e 20 navi.
Stimai ancor io di esponere in voce et in scrittura molte raggioni, che mi persuadevano alla partenza delle medesime armate. Che lasciando [?] in Candia sette nostre galere, oltre le sopradette di guardia e due galeazza, che nella costitutione d’all’hora credevo che fossero valevoli a propulsare gli attentati del nemico, perché se poi havesse bisognato altre forze maggiori, non sarei stato tanto trascurato di supplicare, acciò che a parte a parte fosse mandato dal zelo dell’eccellentissimo signor Capitan general qualche altro rinforzo. Dissi che il dimorare delle armate a Standia, ch’è un scoglio lontano di Candia 12 miglia, inculto,, pieno di s,assi vuoto d’habitantori con aque salmastre e di mala qualità poste nel margine del mare e che fu sempre la sepoltura non solo degli huomini, ma anco degl’istessi animali, sarebbe stata cosa pernitiosa e funesta, oltre che la dimora in quelle aque danneggiava e ruvinava quei legni corrosi dalle bisse, com’è seguito. Portai l’essempio degl’altri due attuali, mentre quando il gloriosissimo Mocenigo difendeva Candia con l’armata sottile e grossa, si ritrovava la virtù degl’eccellentissimi signori Antonio Bernardo procurator, all’hora Proveditor general da Mar, e Bernardo Morosini capitanio delle navi ai castelli nel primo attacco e nel secondo pure stete sempre l’armata fuori ad inseguire la nemica e solo ne maggiori bisogni vi accorse il valore dell’eccellentissimo signor Giorgio Morosini cavalier, all’hora Proveditor dell’armata, con le galere sottili, onde o fuggati o intercetti i soccorsi gloriosamente si solevò dal travaglio la piazza.
Considerai che il spavento solo che le nostre armate campeggiassero era valevole a trattenere i trasporti e quando li havesse impedito un solo soccorso, o di polvere o di genti o d’altro,, quando come più d’una volta successe, si rittrovava il visir in bisogno,, poteva facilmente o alontanare o almeno molto minorare l’attacco.
Ricordai che da confidenti era stato avisato, come anco più volte portai le mie humili notitie all’Eccellenze vostre, che Canea e Retimo si ritrovavano sfornite di cannon, munitioni e genti trasportate al campo, essendo rimaste con il solo pressidio di 200 soldati. Che però si poteva tentare qualche diversione da quella parte, che se non fossero riuscite le sorprese, almeno sarebbe stato il visir per buona regola militare costretto a dividere le forze et in consequenza abbandonare l’assedio e sarebbero adheriti a queste opinioni li signori ausiliarii, mentre in particolare il Doria, sogetto d’inveterata prudenza in mare et in terra, avido di gloria maggiore, anhelava di segnalarsi in qualche grande impresa. Conclusi infine che non bisognava abbandonare il dominio del mare sempre conservato dalla Republica con tanto sangue sparso de sudditi e cittadini, che il lasciar derelitto il mare era un offerire alle fauci del capitano bassà l’isole non solo nostre, ma ogn’altra dell’Arcipelago, che somministra soccorsi alla piazza, e mettere anco in contingenza tutto il Stato maritimo e la libertà istessa; che sempre chi ha dominato il mare è stato anco parone della terra, come dagl’essempi dell’antiche Republiche si dimostra. Che però per capo di solo zelo sacrificavo queste considerationi, che ristrette in carta avanzai anco a piedi della Serenità vostra, considerando in oltre che se Sua eccellenza voleva rimanere nella piazza per supplire a miei difetti, poteva almeno spedire l’armata con l’eccellentissimo signor Proveditor estraordinario Moro, ma fu risolto di smembrar solo 10 galere, quali si espedirono unite alle aussiliarie sotto la direttione del signor commissario Pasqualigo per impedire i soccorsi, ma doppo breve spatio di tempo ritornati in Standia li signori aussiliarii, non havendo altro, che operare partirono, lasciandovi il zelo del signor Bichi [?] una compagnia di 100 fanti. A questo passo non posso pretermettere di considerare all’Eccellenze vostre, che doppo che si è tralasciato di conferirsi con le armate della Republica a Dardanelli, pare che ciò habbia invigorito il nemico e sia stato quasi un principio dell’abbandono del mare, abbandonato poi totalmente l’anno passato. Nel tempo istesso pervenne pur nella piazza il signor segretario Giavarina per gli affari noti all’Eccellenza vostra, quale anco pochi giorni doppo il suo arrivo, per deliberatione sola dell’eccellentissimo signor Capitan general, fattasi più volte bandiera bianca e parlamentato col nemico, fu spedito al campo dalla parte di Grofiro e condotto nell’habitatione del Catrizagli, ove dal barbaro sagace fu ristretto, permessogli solo che seco si unisse il signor secretario Sudavino [?], quali ivi senza mai esser stato admesso all’audienza del medesimo primo visir, insuperbito per così inopinata speditione dalla città bersagliata, in che però mai mi è stato permesso portare le mie humilissime considerationi, chiusero finalmente nel publico servitio la vita; ministri degni di gran talento e che servivano di gran capitale al suo principe.
Avisorono all’hora i confidenti che tale repentino passaggio servisse per inditio di debolezza a nemici e supposero che dal medesimo signor Giavarina con la resa della piazza venisse dato fine alla guerra, ma avedutosi del contrario, lo divulgorono in ogni modo per le militie ad effetto di sedare i loro tumulti, per il desiderio che tengono di respirare con la pace dalle fatiche e dall’effusione del sangue. Alla fama poi di così celebre attacco, ch’è il terzo, ma il più vehemente intrapreso dall’armi ottomane contro la città di Candia, vi accorse il signor Conte d’Arcurt [?] della celebre casa di Lorena, figlio di quel gran padre, con seguito di 12 cavalieri di Malta, avido molto di gloria. Io lo accolsi con atti d’honore e di rispetto e mentre impiegava i suoi generosi talenti nell’opera Panigrà in occasione di assalto restò colpito di moschettata nella faccia, aggiongendo in tal forma novi freggi a se stesso, che parti poi con gli aussiliarii. Anco il signor general Vragel con tal fine vi è intervenuto, non ommettendo alcun punto che potess’essere proficuo all’interesse di Vostre eccellenze.
Pertinacemente in tanto seguiva giorno e notte li suoi esperimenti il primo visir e mentre non ostante le rilevanti perdite riportate con una indefessa fatica e con il ponersi lui stesso negl’approchi e ridotti, per dar animo con la sua presenza et essempio alle militie, correndo anco fama che stato ferito lievemente in un braccio, e con intermittenti voli de fornelli andò avanzando con tali forme tanto il suo essercito, che li sorti di far brechia all’opera Panigrà e dati ad essa con ardore il più incrudelito replicati vigorosi gli assalti, che troppo saria lungo di questi riferirne i particolari, mentre trionforono l’armi gloriose di Vostre eccellenze, perché furono sempre coraggiosamente respinti, assistendovi sempre la mia debolezza, né partendomi punto, se non quando era di necessità accorrere all’altre parti attacate, stimando bene e salutare al servitio farmi sempre comuni con le militie stesse i pericoli. In questa parte pure accorrendo ai bisogni il signor sargente general Baroni sacrificò a Dio et alla Republica la vita.
Nell’istessa forma con questi strattagemi sotterranei avenne al nemico di avanzare ancora sotto l’opera Moceniga, dirimpetto al Bethlem contiguo a Panigrà, ove fece pur brecchia, il sagace visir diede una notte l’arma falsa alla Moceniga, ma rivolse poi l’armi verso il Panigrà, vi diede così ostinato l’assalto che vi piantò sopra una bandiera, ma accorsivi i difensori con la mia persona restò bravamente respinto, essendosi all’hora adoprato ogni sorte d’armi a petto aperto. All’incontro il giorno susseguente data pure un’arma falsa al medesimo Panigrà per ingannare i nostri, drizzò poi contro la Moceniga i più violenti attentati. Fu questa una gran giornata et io con la mia corte accorso a si furioso assalto, mentre haveva fatto il nemico larga la brechia, bisognò sin che confluissero gli altri, come poi seguì, che disperatamente la mia corte istessa si cimentasse et in quella occasione protetto dal signor Dio rimasi ileso, benché perdessi 14 della medesima mia corte, che hebbero la sepoltura nell’orlo stesso della brechia. Furono mortalmente feriti in questa grande occasione il signor Domenico Lioni nobile padovano et il signor Antonio Antonini pur nobil del Friuli di famiglie cospicue, che mi assistevano come venturieri, ma il primo non hebbe fortuna ricuperasi, ma con la morte lasciò questa degna memoria alla sua casa. L’altro risanatosi si riserbò a nuovi ben meritati sevitii per l’Eccellenze vostre.
Accorso pure il signor marchese Villa nella retirata dell’opera medesima colto da una zola di terra nella faccia rimase offeso con accescimento del suo merito, né da malevoli poteva a me essere rimproverato d’havermi con l’armi alla mano tramischiato fra soldati, perché anco i reggi con tali essempi ricuperano posti deplorati e poi ad un cittadino di Republica convien far tutto, perché in ogni modo in luoco di quello ha sempre commodo di sustituirne uno migliore.
Con tutto ciò, benché il primo visir medesimo conoscesse esser vani tutti gli esperimenti, obligato da stimoli pervenutigli, con ostinata risolutione portava avanti la essecutione de suoi pravi dissegni e con il beneficio del terreno, che di sotto e sopraterra andava movendo a palmo a palmo, faceva i progressi, mentre nella piazza haveva osservato non esser stata pratticata altra difesa che con le ritirate, come predissi, non essendosi però mai tralasciato l’uso de fornelli, che dall’una parte e l’altra con gran danno però de nemici sono stati volati, contandosi dalla nostra parte sino al numero di 210 e da quella dell’inimico 155 per far volare il Panigrà e mezaluna e far crepare le nostre galerie, né posso abastanza rappesentare all’Eccellenze vostre le solertie e sagacità di questo primo ministro, non mai a suficienza espresse né descritte, mentre veduto in deietione l’essercito per le valide nostre resistenze, disseminò ultimamente una guerra di Persia per obligare li soldati malcontenti a sogiacere più tosto a cimento in Regno, che portarsi ad una guerra creduta la più aspra che intraprendi l'imperio ottomano.
Tra gl’altri motivi capitatigli dalla Porta hebbe in dono dal Gran signore una veste et una sabla [?] geroflifico di premio e di castigo per suo insegramento [?] di non desistere dall’impresa, mentre che la veste da loro è interpretata per simbolo d’accoglimento e la sabla [?] contrasegno di minacciata capitale ruvina.
Per tali impulsi stimolato il visir a continuare i più sfonzoli conati sino all’ultimo spirito, tentò ostinatamente l’aquisto delle dette due opere. A quella del Panigrà si ritrovava destinato, come posto più pericoloso e di maggiore impiego, l'ingegner cavalier Verneda, che non ha pari nella professione e mentre vi fu lui furono le galerie già fabricate dalla diligenza e virtù dell’eccellentissimo signor Proveditor general Bembo e tanto importanti vigilantemente custodite, ma capitato nella piazza l’eccellentissimo signor Capitan general e distribuendo lui tutti gl’ordini, doppo ch’è stato a guardare per sue indispositioni molti giorni la casa e s’haveva poi portato ad aloggiare sotto il baloardo e cavalier Martinengo, gli parve di rimoverlo et applicarlo altrove, sostituendovi l’ingegner Castellavi [?] che vidi un giorno senza mia previa notitia comparire in quel posto, quale conosciuto di poca esperienza nell’arte, com’è notorio alle militie et ad altri ingegnieri, in una notte per la poca sua avertenza perdè tutte le galerie in una volta occupate dal nemico, che doppo essergli stata a palmo a palmo validamente contesa fu da nemici con incendio delle palificade, più volte attentato, fatta l’opera tutta volare. Esito contrario provò la Moceniga, che assistendovi il medesimo Verneda vigilantemente [?] custodì le galerie stesse et il nemico convenne vergognosamente retrocedere. In tali sforzi a detta parte ritrovandomi con l’illustrissimo signor Lorenzo Pisani, già Proveditor in Regno, osservai da lui essere adempite le parti d’un valoroso cittadino, quale anco poco tempo doppo nell’essercitio de suoi impieghi colto di cannonata commutò questa vita con la gloria di vivere immortale nel cielo e nelli registri cospicui della Patria.
Resosi in tanto li nemici con la fortuna predetta il campo aperto di sboccare da quella parte della fossa del Panigrà, per avanzarsi solecitamente frequenti fecero volare i fornelli, anzi che nell’esalare d’uno d’essi coperto l’illustrissimo signor Nicolò Giustinian, già commissario de viver in armata, che accorreva sempre con gran coraggio a tutti li momenti, doppo consumati tutti li suoi giorni fruttuosamente con gran merito nel publico servitio, rese il suo spirito con dolore universale, cittadino la cui vita molto haverebbe giovato alla Patria. Nel mentre che il primo visir a tutto studio procurava li progressi maggiori al campo, il capitan bassà libero e baldanzoso vagando con l’armata per le isole incendiò a Sant Erini et altrove alcuni legni spediti per il carico a soccorrere le fortezze e sacheggiata Pareti, isola adoperata per la concia dell’armata, ardì temerariamente sbarcare a quella di Cerigo, divertiti li suoi fini da quell’illustrissimo Proveditor Michiel et intimorito dalla scoperta delle navi del nobil huomo Ottavio Labia, che a quel tempo ha convogliato in Candia con decorosa celerità e diligenza i soccorsi al suo zelo dalla Serenità vostra raccomandati, trattenutoli anco la campagna per proprio istinto nella piazza, con molto suo merito fu detto all’hora, che il capitan bassà vedendo le armate publiche sorte in fossa con la solita giattanza della natione, sparse voce che i nostri ivi si trattenessero per imbarcar le genti e bagaglio per l’abbandono della piazza. Con l’armata però verso il Gioliro [?] fu ordinato che per infestare i padiglioni nemici gl’illustrissimi signori Proveditori dell’armata Corner, Capitan estraordinario delle galeazza Navager e Capitanio di Colfo Magno si conferissero a quella parte e sortì il molto dannegiarli essendosi valorosamente e coraggiosamente diportati.
Si fecero anco varie sortite, nelle quali variarono gli effetti, ma sempre le assistite dal Mota e Mattiazzo hebbero il pregio et in fine nel corso tutto della campagna medesima, con infinità di lavori, altro non hanno potuto conseguire i nemici, che di sboccare nella fossa in tre parti, l’una al fianco sinistro della meza luna Moceniga, l’altra a lato manco del revellin Panigrà e la terza tra il revellin San Spirito et opera Panigrà.
Né senza quantità di sangue si sono a tal segno avanzati e se havessero ardito combattere con l’armi bianche alla mano, le loro maggiori perdite le sarebbero state testimonio cospicuo ne nostri di quel coraggio, per il quale ciascuno imbracciò l’armi per la publica difesa.
Inoltratisi finalmente sino alla metà della fossa li nemici verso il Panigrà e negl’altri due lati delle contrascarpe della fossa medesima, non riportarono tale avanzamento senza straggi considerabili, anco de principali commandanti, tra quali Carà Mustafà beilerbei di Natolia et il nuovo rumeli beilerbei, con molti altri e più vlaorosi officiali et ingegnieri e minatori specialmente d’Armenia, il principale de quali tenuto in gran stima appresso il visir volò con un fornello de nostri.
Certamente in questo crudele attacco fu numeroso l’eccidio de Turchi e se bene si usorono diligenze per ricavarne il vero numero, ad ogni modo da lettere de confidenti asserite esorbitanze e variando ancora le assertioni, non si potrà ricavare il preciso, ma bene si comprende dal numero de nostri mancanti, asceso alli 6.000 comprese le ciurme, che il numero di 700 al più a vicenda cambiato si sbarcorono, compresi li morti da indispositione naturale nella piazza e da patrimenti alla Standia, inclusi ancora 800 officiali, che vigorosamente pugnarono per la religione e per la grandezza della Republica, che tutti si deve credere che a proportione habbiano moltiplicato le loro vendette nel sangue dell’inimico. Da altri contrasegni ancora si deprendono le straggi nemiche, perché non ostante la continua confluenza de soccorsi, capitatigli per tutte le parti del Regno, pervenuti anco li bassà di Sivas e d’Aleppo, fu necessitato il primo visir sin dal principio si può dir dell’attacco levare la maggior parte del presidio di Retimo e Canea, lasciandovi in essi soli 200 soldati, come ho antedetto. Contrasegni che devono riempire di giubilio l’Eccellenze vostre e porgere fondate speranze di conservarsi questo loro giustissimo patrimonio sostenuto con tanti hostili discapiti a gloria del Signor Dio et ad essaltatione maggior del nome augusto di Vostra serenità. Avanzata finalmente la staggione, che favorì anco le militie del presidio con un intemperie incominciata de tempi, dando qualche respiro alle fatiche restò obligato il primo visir, avilito senza dubbio per le memorabili perdite risentite, overo almeno non più con quell’ostinato coraggio, con quale haveva intrapeso l’attacco con una certa speranza, a ritirar dalla fossa il suo essercito, contento solo di riguardare i progressi col tener in piedi alcune batterie, per riservarsi ad altra staggione il terreno occupato e impedir forse a nostri la restauratione de danni nelle fortificationi.
In tal tempo apunto dalle molte agitationi dalle quali mi vedevo involto, fui astretto a chiedere benigna licenza di ripatriare all’Eccellenze vostre, ben credendo in faccia del mondo tutto e della mia adorata Patria, havendo adempito a tutte le parti di buon cittadino, essendo state tutte le mie attioni ben ventillate et accuratamente essaminate, onde spero purificate siano in modo che occhio perquisitore, benché sempre fisso et inbenché [?] non vi habbi potuto adittare macula o neo di qualunque sorte. Se le mie attioni sono state buone, il mondo le ha giudicate e la Patria stessa mi ha dato modo di farle con imprimere in me stesso il carattere d’una carica tanto pesante [?] in tempi così molesti, ne quali solo la providenza divina mi tenne in salute, et anco con l’horrido sembianza della morte, che per ogni lato mi caminava vicina, preservato et ileso. Se però con questo mio humilissimo servitio mi havessi aquistato alcun merito, che tutto fu della divina bontà, mi sottoscriverò sempre che il premio d’ogni mia fatica e sudore sia questa gratiosa licenza, qual confido che inchiodata la ruota della sorte m’habbia con questa generosa gratia ridotto in porto di quiete e preservato d’aspra fortuna, subito ricevuta detta sospirata permissione, nell’istesso giorno rinotiai la carrica, i denari publici et i rolli delle militie all’eccellentissimo signor Capitan general sempre da me altamente riverito.
Mi consolai molto havendo lasciato nella mia partenza un numero di militie nella piazza ascendente alla summa di fanti effettivi 11.134, ch’è una parte grande della ventura difesa, e subito capitato a questa parte non trascurai di portare sotto l’occhio vigilantissimo dell’Eccellenze vostre il fondamento, con le note distinte trasmesse fatte estraher dai rolli auttentici essistenti nella segretaria di Candia, dalle quali minutamente haverà osservato la loro virtù, come nel principio del mio ingresso alla carica ho ritrovato alla rassegna un numero di 5.870, divise in più compagnie d’Oltramontani, Italiani, Oltramarini, Greci, cavalleria, cernide, Caneoti e Rettimioti, Caini, stipendiati e bombardieri, a quali poco doppo dalla vigilante applicatione dell’eccellentissimo signor Capitan general Corner fu aggionto un corpo di 33 altre compagnie di fanti Oltramontani et Italiani al numero di 2.212, quale poi restò anco rinforzato dall’eccellentissimo signor Capitan general Morosini con la espeditione di 14 compagnie al numero di 988 fanti e sotto li 21 luglio d’altre 24 fatte sbarcare di fanti 1.612 e sotto li 15 agosto di altre 23 compagnie di fanti numero 1.270, come pure d’altre 27 parte espedite da Vostra serenità e parte capitate da Dalmatia per la diligenza dell’eccellentissimo signor Proveditor general Corner al numero di 2.438, quali tutte summe unite formano un corpo di 18.440; et aggionte anco a questo le compagnie di cavalarie di fanti smontati spediti da Tine e Cerigo, come anco li guastadori dell’isole e banditi restituti nella publica gratia, ascende in tutto a fanti 15.792, e come più minutamente haverà osservato la Serenità vostra dalle note di sopra trasmesse, quali anco accompagnai d’altra nota estratta nel tempo della rinontia della carrica dalli auttentici rolli, ne quali ho fatto pratticare tutte le più possibili diligenze a divertimento del publico pregiuditio, che potess’esser inferito da capitani con piazze morte, e dalle medesima distintamente si vede, come all’hora s’attrovavano effettivi li sopradetti fanti 11.134, essendo la maggior parte de rimanenti mancati all’occasione dell’attacco, quali uniti alli galeoti et altri che sono ne rolli della commissaria da mar ascenderanno appresso al numero di 6.000 persone, questi come dalla nominata trasmessa nota si vede restar divisi in 109 compagnie d’Oltremontani di fanti numero 5.293. In 62 di fanti Italiani al numero di 2.882. In 12 di fanti Oltremarini di numero 418. In 4 di feudati di numero 205. In 12 di fanti Greci di numero 392. In cernide di numero 407. In sei di guastadori e banditi spediti dall’isole di numero 372. In 13 di cavalleria di numero 510. In una di bombardieri e scolari al numero di 337 et in altre 11 compagnie de quali erano i rolli nella commissaria da mar al numero di 319, che formano il sudetto numero, oltre quelli che s’attrovano sopra l’armata, se ben non voglio credere in gran numero. Questo fatto risulta evidente dai rolli stessi, da quali ho fatto estraher le note predette e verificato da pagamenti che di mese in mese si andavano contribuendo, quale anco in maggior summa furono fatti dall’eccellentissimo signor Capitan general doppo la mia renontia della carica, come havevano osservato dalla copia di nota pure trasmessa e sottoscritta da Francesco Coressi ragionato fiscal, al quale d’ordine suo furono consegnati li rolli, e se bene queste particolarità nelle mie lettere sopraccennate ho portato sotto la intelligenza dell’Eccellenze vostre, ad ogni modo ho voluto ripeterne la memoria, perché questa non fu mia vanità, né alcun huomo d’honore in ogni luoco mai l’ha rivocato in dubbio non mi facendo mentire il testimonio istesso dell’eccellentissimo signor Capitan general con le rassegne ultimamente fatte e con quanto ho veduto il signor Proveditor Battagia, havevo avisato, vederanno l’Eccellenze vostre con il confronto de rolli e con le compagnie ritornate sopra l’armata doppo la mia partenza, nel numero non vi sarà diferenza. Anco in questo facendo conoscere havere io sempre seguito la verità e non la bugia mascherata con gli habiti di quella.
A tutto il numero preaccennato di militie nel corso intiero di mia regenza ho convenuto soccombere, così commandato dall’eccellentissimo signor Capitan general, quale se bene ordinò di doversi trasmettere nella commissaria da mar tutti li debiti della cassa [?] di Candia, ad ogetto per quanto si espresse di solevarla dagli aggravii, ad ogni modo molto più pesanti gli sono stati accresciuti coll’obbligarla a sodisfar come sopra tutte le dette millitie, tanto di presidio, quanto le sbarcate dall’armata, e ciò con le sole summe che dall’infinita providenza dell’Eccellenza vostre mi sono state espedite, quali in più tempi ascendono a ducati 661.611 moneta di Candia, questi sono stati dispensati nel modo seguente e benché siano stati con diligenza al possibile risparmiati, non di meno nell’urgenza dell’occasione, bisognando tener contente le militie et animarle con il spirito vivificante del denaro, ho convenuto fare sei paghe, nelle quali sono stati consunti ducati 287.747. In quatro soventioni ducati 31.592 et fan terzi 29 ducati 253.088 come dal computo e dalle note ancora ultimamente trasmesse a Vostra serenità distintamente si vede e potranno l’Eccellenze vostre osservare, che oltre la summa delli reali 58.000, che mi fu inviata dall’eccellentissimo signor Capitan general, furono da me spesi per il servitio dell’armata medesima più di ducati 200.000, nel che anco è notabile che non si vedrà che fuori che a publici rapresentanti non ho pagato ad alcuno in una volta summa maggiore che di reali 100; quello poi che mi è rimasto dalle preaccennate summe e dalle altre spese per le occorrenze della piazza, ho consegnato al medesimo eccellentissimo signor Capitano general in summa di 68.475, oltre altri ducati 6.000 riscossi dall’isola d’Arcipelago, come appar dalla copia di partita estratta dal giornal mandata sotto l’occhio di Vostra eccellenza, il giornal poi medesimo con tutti li miei conti ho già presentato al magistrato eccellentissimo de Revisori e regolatori alla scrittura.
Dalla publica generosità mi furono anco trasmesse sei collanne e 15 medaglie d’oro, per distribuire a quei sogetti nei quali il merito et il valore li rendessero degni di questo publico testimonio, le ho distribuite a quelli che negl’incontri più ardui con i sudori e con il proprio sangue segnalarono il loro impiego nel publico servitio. Però al cavalier Verneda, al colonel Marini, al collonello baron Adolfo d’Egenfelt, al colonello Profitio Tore Savogiardo, al colonel Rados et al colonnel Imberto diedi una colanna per ciascuno. Al collonel Antenorii, al collonel Venturini, al detto colonnel di Brusasco, al tenente colonel Ceola, al tenente colonello Mattiazzi, al tenente colonello Taverna, al governator Motta, al maggior Luca Grandii, al capitan carlo Vinletto [?], al tenente colonello Delignon, al tenente colonello Alessandro Corningen Savogiardo, al capitan Aldimiro Mnisenesschi [?], al tenente colonello Vigines, al tenente colonello Felice Parma, al capitan Giovanni Latré, al governator Portari et al colonello Hierich Vielmo Aslan, maggior della piazza, diedi una medaglia d’oro per cadauno; sogetti tutti che con l’occhio proprio ho veduto cimentare il loro valore et ho voluto nominarli, perché questo serva per attestato della loro benemerenza, havendo fra questi terminati i loro giorni sacrificati all’Eccellenze vostre l’Antenori, Mattiazzi e Grandii, che in tutte le fattioni meravigliosamente si diportarono.
Adempito sin hora con questi miei humilissimi caratteri a quanto ho riputato di mia incombenza in attacco tanto celebre e famoso, nel quale a gara le nationi e finalmente tutti, de quali ho tralasciato la mentione per non troppo ingrossare il volume, hano contribuito il loro debito.
Conosco finalmente proprio del mio ferventissimo zelo che devo alla Patria [?], rifelettere col debole mio humilissimo sentimento a quei ripieghi che fossero valevoli per sostenere in avenire le grandezze di Vostra serenità col mantenimento di Candia.
In tre modi viene affermato potersi liberare dagl’attachi le piazze. Uno col scacciare il nemico a viva forza, o con vigorose sortite o con incontrarlo e combatterlo, e perché l’Eccellenze vostre non sono in stato d’adoperare tale sforzo non è questo ripiego considerabile, né meno sarebbe atto prudente il commettere tutto all’arbitrio della fortuna e la forza in fine non sarebbe valevole per il sito nel quali Turchi si ritrovano acampati. L’altro con il difendersi, com’è succeduto l’anno passato, con il petto, col valore e contendergli a palmo a palmo con le ritirate il terreno, ma mentre si vede che il visir é ostinato e non ostante il rigore della staggione continua ad aloggiare ne posti occupati, si deve certo credere la continuatione dell’attacco nell’anno venturo, complendo anco questo molto a proprii suoi privati interessi et alla conservatione di sua vita, onde maneggiando lui la guerra con forme sagaci pretende menarla alla lunga, consumare la Republica e con il mezo della zappa aquistarla; e se bene gli sarà sempre contesa e lungamente, tale sua prova intentione ad ogni modo, quando non vi ha altro ripiego che le sole retirate, tutte le piazze a palmo a palmo doppo lunghezza di tempo si prendono, mancando quando tutto abbondasse in fine il luoco che si difende, come di sopra accennai. Succede il terzo, che consiste nella diversione et impedimento de soccorsi, la diversione portata nelle parti dell’inimico, per li essempii e per le buone regole della guerra, è stata sempre salutare a tutte le piazze e come questo rapresentai in più mie all’Eccellenze vostre, così anco motivai che la certa conservatione della piazza di Candia dipendeva dall’impedire li soccorsi in Regno, ne quali soli fonda il visir le proprie speranze et è certamente vero, che mentre questi gli saranno contesi, haverà forza di necessità, per la debolezza nella qual s’attrova costituito, di retirarli dall’impresa et abbandonare l’attacco; tenendosi in questo proposito relationi de confidenti, che per bocca del Pantagioti, hanno ricavato che non faranno Turchi nell’anno venturo maggiori armata del passato e con dificultà non siano per mettere insieme di gente inesperta, facendoli Gianizzari che cinque in 6.000 persone et a disfare la Morea da 4.000 spahia, come anco in tutto non hanno per raccogliere che 4 in 5.000 guastadori. In modo tale che costituite le cose turchesche in questo stato, se gli fossero poi in parte levati questi soccorsi et impediti i viveri con il divider le loro forze ad altra parte importante, non è dubbio che si farebbe l’effetto di liberare la piazza e se la congiontura lo portasse per aventura progredire anco più oltre. A tali fini fa di bisogna l’impiego dell’armata, in ch’è necessario adoperarvi ogni sforzo per ridurla in stato di habilità. Prima di tutto è necessario proveder la piazza di guastadori, per non haver occasione di sbarcar galeotti, ravivo in ciò all’Eccellenze vostre il mio debole sentimento altre volte portato a loro notitia, che questa provigione di ritrarebbe dall’isole subordinate al Regno nominate di sopra. Da Cerigo si potrebbe levare 250, da Tine 400; da Sant’Erini isola tributaria 800. Dalle altre cioè Nio, Nanfi e Stampalia 200, che costituiscono in tutto il numero di 1.650 guastadori e si potrebbe levare numero maggiore, per essere molto popolate et abbondanti di genti atte et assuefatte al clima et alle fatiche, ma per non darli incomodo maggiore e farlo facilmente e con celerità, conforme al bisogno, questo numero sarà proprio e conveniente, né saranno pregiudicati gl’interessi della difesa di Tine e Cerigo, perché con il numero molto grande d’habitanti possono a suficienza supplire. Il pagamento poi di queste genti potrà cavarsi dalli carazzi dell’isole medesime tributarie, che saranno bastanti per il bisogno. Il numero sopradetto, aggionto a quanto sarà mandato dall’isole di Corfù, Zante e Cefalonia, senza dubbio basteranno alle occorrenze della piazza. Circa i galeoti pure necessarii a rifrancare l’armata, credo che il bisogno possi essere estratto dalle medesime isole dell’Arcipelago dalle più vicine, che sono Nascia, Pariti, Milo, Sifanto, Andro, Miccone, Termia, Sira e Zia popolatissime e questi facilmente si possono disponere con la cortesia e soavità e con il pagamento assegnatogli del corpo de carazi alle loro case.
Dalle altre isole poi più lontane potrebbero esser levati per essere statti distribuiti nelle galere e galeazze, con quel riparto ad ogni buon fine che fosse dettato dalla prudenza di chi ne haveva la direttione. Né sopra questi può cadervi alcun dubbio, mentre oltre l’esser di contraria religione a nemici tramano la conservatione del Regno, che in ogni tempo a loro serve d’asilo securo contro le violenze de Turchi, oltre che l’armata vien commandata d’armiragli, officiali e marinari tutti nativi d’Arcipelago, che sempre con tutta fede hanno pontualmente servito; et in ciò bisogna seguire l’essempio dell’inimico, che si è valso quest’anno delli villani del Regno e si deve credere che havendo prima adoperato questi, de quali ancora non sono pacifici possessori, habbino poi a valersi delle genti d’Arcipelago, quando dalla Serenità vostra non fosse fatto prima; ond’è partito di necessità il farlo, si perché quello che lascieranno Vostre eccellenze pigliarà certo per se stesso il nemico per continuare contro Candia la guerra, come perché ogn’altra provisione resterà tarda e mal atta all’urgenza. Oltre di ciò si potrebbe commettere espressamente che le genti d’ armata che sono in corso ne bergantini e galeote a privato beneficio, fossero restituite alle nostre galere, essendo massime de migliori, come pure tolti da petachi corsari quelli che da essi sono sviati e che fuggitivi in gran numero da loro hanno il ricovro. Dell’armata grossa poi non toccarò cos’alcuna, mentre suppono,, che l’eccellentissimo signor Capitan delle navi cavalier Grimani haverà portato all’Eccellenze vostre i suoi prudentissimi sentimenti, come anco l’eccellentissimo Molino, che attualmente essercita la carica et ha sempre servito con frutto e valore la Serenità vostra. In tal modo dunque risarcita l’armata sottile tanto necessaria e munita con il rinforzo d’un numero di 3.000 fanti in circa, crederei che si potessero pratticare le operationi accennate a solevo della causa publica.
Per mantenere poi ben munita la piazza di militie, considero bastante alla difesa, come pure mi sono espresso continuando l’atacco un corpo di 10.000 persone, dovendo però esser rimesse secondo il travaglio e le perdite che fossero fatte, com’è stato pratticato la campagna decorsa dalla prudenza publica, dovendo però esser inviati a parte a parte et in Candia et in armata qualche corpo di bombardieri, mentre che la maggior parte di quelli sbarcati nella piazza sono rimasti estinti.
Per le altre occorrenze poi della piazza medesima dirò humilmente alla Serenità vostra, che mentre restarà soccorsa, com’è stato pratticato la campagna passata, tanto di munitioni da vivere quanto da guerra resterà abbondantemente munita, dovendo però esser prescritte regole d’una pesata economia, per non ridursi in perniciosa mancanza, come seguì della polvere nel maggior fervore dell’attacco, da me humilmente rappresentato alla Serenità vostra.
Devo anco aggiongere che si rende necessaria la espeditione di buon numero de minatori, maestranze, bombisti e mastri da fuochi e complirebbe grandemente al servitio che a quelli che ivi si attrovano fossero aggionti almeno quattro ingegnieri di singolar esperienza, mentre la guerra al presente viene essercitata col mezo de loro impieghi anco dalla parte nemica.
Resta solo però conclusione di questa parte, che consideri che cosa siano li bagli [?] o le ritirate comminciate e proposte [?] e quali i loro effetti e delineate sono nel disegnio, che come dissi di sopra ho unito alla presente, perché il tutto sia osservato con l’occhio.
Queste sono tre; una principiata al Panigrà e questa fa l’effetto che in caso che il nemico facesse volare il baolardo, vi sarebbe modo di difender quel terreno e tener il nemico lontano dalla città, e come questa è opera giovevole, così essendo stata principiata senza alcuna mia imaginabile notitia, quando l’havessi havuta vi haverei considerato la imperfettione, che consiste nell’esser troppo vicina al baloardo, come affissando l’occhio nel disegno chiaramente si vede.
La seconda ritirata o taglio proposto è di fare una retirata reale dentro ne baloardi Bethlem e Panigrà, comminciando il taglio con un nuovo recinto dal Martinengo sino al mare vicino a Sant Andrea, che per ogni sinistro che potesse accadere segregarrebbe li baloardi Bethlem e Panigrà sudetti, rimmanendo all’hora li medesimi in qualità di fortificationi esteriori. Questa sarà aperta che accrescerà vigore alla piazza et impedirebbe il nemico a proseguire più oltre, ma dovendo esser il taglio largo e profondo, e vi vorrà grande impiego d’operarii e di fatica, sarebbe stato bene molto prima ad ogni buon riguardo darvi mano per premunirli, nel che non ha mancato la mia debolezza di opportunamente sugerirne i motivi, mentre considerai sopra tutto che con questo taglio le militie haverebbero havuto un nuovo franco ricovro.
Il terzo taglio finalmente sarebbe pregiudicialissimo et un principio di abbandonare la piazza, mentre tagliarebbe fuori tutti li baloardi e le fortificationi esteriori e si ridurrebbe solo alla città vechia, che vol dire prossimi ad imbarcarsi, onde in ogni modo dev’essere escluso.
Oltre queste mie riverentissime considerationi concernenti la guerra,, mi concederà licenza la Serenità vostra, che sottoponghi a suoi prudentissimi riflessi particolare essentiale partecipato dai confidenti attinente alla pace, ch’è il fine della medesima guerra. Ho risaputo da questi et altrove, che in Costantinopoli tenghi il primo luoco della gratia de un giovane nominato Calogli [nome di difficile lettura] qual ivi fa il carico del medesimo primo visir et altro non gli manca che il bollo Regio, quale anco ricercò che fosse mandato a pigliare, ma non fu fatto per essere il visir sotto la piazza. Costui è inimico del visir medesimo et aspira a levargli la carica. Per questo il medesimo visir, che teme della testa, procura tenersi lontano dalla corte, nutre la guerra, nasconde la verità alla Porta, a cui ha scritto havendo aquistato due fortini [?] e da speranze dell’aquisto di tutto; e se bene il Gran signore ha mandato in campo uno del suo serraglio ad esplorare il stato delle cose, ad ogni modo ha usato ogni strattagema per coprir tutto. Se la verità delle cose e gl’artificii del visir fossero svelati a questo Calogli, potrebbe informare il Gran signore, e palesando il vero tenuto occulto e gl’inganni fatti credere alla Porta, potrebbe con il mezzo delle forme adattate a guadagnarlo far inclinare il medesimo re alla pace. È dunque proprio della prudenza dell’Eccellenze vostre il considerare, se fosse bene che oltre il ministro di cui sono proprii questi trattati da trattenersi alla Suda o in Candia, mandarne un altro alla Porta in Costantinopoli che insinuasse i mezi e le aperture per stabilire la pace, le benedittioni della quale prego genuflesso sua Divina maestà che quanto prima facci apparire a questo Stato.
In qualità di segretario, nelle cose communicabili però per non essere dell’ordine della cancellaria ducale, mi ha servito il fedelissimo Giovanni Gavardo, il quale alle parti commendabili di fede, virtù e diligenza ha pure unita quelle di coraggio, mentre oltre infinite fattiche a quali ha convenuto indefessamente soccombere nel proprio ministerio, ha voluto testimoniar la sua svisceratezza verso la Patria col cimentarsi più volte contro nemici.
Questo è di famiglia benemerita e due suoi fratelli, uno dell’ordine della cancellaria ducale e l’altro condotto, hanno sacrificata la vita nell’attuale servitio di Vostra serenità e Pietro, pure altro suo fratello, condotto portatosi al servitio in Candia in tutte le occasioni sotto il mio occhio con gran coraggio ha prestato fruttuoso il servitio, onde per ogni capo si rende egli degno della publica stimatissima gratia e di qualche contrasegno dell’aggradimento dell’eccellentissimo Senato.
Concludo serenissimo prencipe coll’implorare dalla regia mano di Vostra serenità gl’indulti di benignissimo compatimento, se queste mie divote espressioni non comparissero adornate come conviene alla maestà del luoco, perché certo sono accompagnate se ben da imperfettione, ad ogni modo da un vivo zelo di giovar in tutto alla Patria, alla quale mentre io ho votato ogni mio essere, sarò sempre pronto a porgergli in divoto holocausto il residuo de miei giorni, come si conviene a buon cittadino. Gratie
Antonio Barbaro ritornato di Proveditor generale all’armi [?]



