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1547 - 1550 Alvise Renier

Relazione|

Relatio vir nobilis Aloysii Rhenerii bayli Constantinopolis recitata in Senatu cum credentia et silentio imposito in executionem legum illustrissimi Consili X. Die VII ianuarii MDL.

Antiqua et approbatissima consuetudine è in questa ben instituta Republica, Serenissimo Principe, ch’al ritorno delli agenti suoi de diverse legationi, habbino a referire in presentia della Serenità Vostra et di questo eccellentissimo Senato quelle cose che conoscerano esser degne di intelligentia sua, però io immitando tal ordine, et obedendo alli mandati di quella, non havendo possuto far questo officio prontialmente rispetto alla licentia datami dalla Serenità Vostra di poter andar di questa città di Costantinopoli al regimento di Candia che la si degnò per sua grazia concedermi. Qual viaggio sarà con menor interesse di quella et assai commodità del servitor suo. Sarà adunque la presente relatione mia annotata in questi scritti, nella quale si dirà per ordine tutti gl’importanti negocii espediti a questa eccelsa Porta nel tempo stiti a tal manezzo. Saranno anco ditte le cose d’importanza da esser advertita la Serenità Vostra a sua maggior instruttione. Né si mancherà di dire delle conditioni et qualitade di questo Serenissimo Signor, figliuoli di Sua Maestà, magnifici bassà, et guberno di questa Porta nelle cose sentiali. Della guerra veramente di Persia per me seriosamente descritta alla Serenità Vostra con ogni veritade per li mezzi ch’io tenni di saper quelli successi, come al suo passo la Serenità Vostra lo intenderà et sarà giustificata essi miei scritti in tal maniera esser stati verissimi. Ben mi parerà darle veridica instrutione a sua intelligenza di dove nacque l’origine della passata guerra di Persia et come fusse atto sugetto lo Alchas fratello del Sophì mover questo Serenissimo Signor con un tanto esercito et apparato a quella impresa, havendomi parlato molti diversamente, si quello fu artificio del detto Alchas o ch’el procieder suo fusse stato reale, sì che al suo passo cercarò di sodisfar la Serenità Vostra in questo articolo per non manchar da ogni debito mio et così in altre cose saranno necessarie di dire alla Serenità Vostra. Fu, Serenissimo Principe, la partita mia dalla sua presentia alli 16 di luglio 1547. Et quantunque fusse mal disposto per la grande malattia patita in quei giorni, non guardai per servitio pubblico ponermi a’ camino nel fervente maggiore del sole, così stringendo l’andata, però che già era venuto commandamento dalla Porta a Vostra Serenità, che la dovesse mandar a poner li confini posti per Uloman bey sanzacco nel territorio di Zara. Si adimandava anco per esso comandamento riffattione de infiniti danni fatti da Uscochi da parte de terra a quelli confini, a diversi sudditi de questo Serenissimo Signor per le querele per loro date et provate, asserendo che essi Uscochi havevano intelligentia con nostri. Adimandavano la relassatione de quelli popoli deti histriani habitanti sopra il contado di Zara, perché dicevano esser suoi et forno desviati al tempo della guerra. Sopra le qual tre importantissime dimande la Serenità Vostra mi espedite con ogni celerità maggiore, dove montai sopra la fusta del magnifico messer Andrea Foscarini fo del clarissimo messer Marco Antonio, che mi fu deputata a condurmi sino a Catharo. Né resterò di dire a quella, iuxta illud proverbiorum qui navigant mare enarrant pericula eius et audientibus auris nostris admirabimur, questo dico, perché nel passar il Quarner fussemo assaliti da una oribile, subita et paventosa fortuna di venti, mare, pioggia et tempesta, con una tale tenebria che apena si vedemo l’uno con l’altro, et fu la vigilia della Madalena. Ma per aiuto de Iddio con molta fatica et pericolo si salvassemo in porto Monicco de Ponto, perché immediate il tempo andò forcevole alla Tramontana, che non havendosi preso porto, convenimo scorrer la notte sopra le rive di Puglia, con manifesto pericolo, et tanto fece forcevole il tempo che fussemo astretti di star per doi giorni et tre notte in esso porto con quanti armezi che havevamo assigurandosi, et patissemo grande fortuna in esso porto per esser mal sicuro. Et veramente remota ogni adulatione, mancheria dal debito mio in non commendare firmamente il valor del magnifico messer Hieronymo Foscarini, fratello di esso magnifico messer Andrea, che per l’absentia di esso magnifico messer Andrea, che de Histria convenne ritornar in questa città per curar l’invalitudine sua, esso messer Hieronimo rimaste a tal guberno sì che certamente superò gli anni suoi per la buona pratica dimostrò havere di marinerezza, et del ditto nobile la Serenità Vostra ne può sperar ogni bene in tal maritimo esercitio. A Zara ritrovai il clarissimo messer Polo Iustinian con le fuste sue molto bene ad ordine, et da sua magnificentia fui accompagnato per alquanto in suso et honorato dal detto per rispetto della Serenità Vostra. Così dal clarissimo messer Zuan Antonio da Cha Tagliapietra, capitano del Colpho, ch’io el trovai in quel luoco volse sua magnificentia accompagnarmi per molta sua cortesia fino a Catharo per sicurtà delle cose della Serenità Vostra nel qual luoco di Catharo gionsi alli 30 luglio con ogni diligentia. Procurai per via di Castelnuovo di haver le cavalcature necessarie, quale poste ad ordine alli 4 di agosto, condotto la sera dalla fusta a quel luoco, il sequente giorno alli cinque si ponessemo a cavallo, et affretai il camino, facendo doi cavalcate al giorno continuamente in quella stagion sì calda, a tale che si gionse in Pera alli 17 settembre. Nell’intrar mio in quella città fui honoratamente incontrato et honorato rispetto alla Serenità Vostra da questi signori turchi, et dal clarissimo mio precessore con tutti li mercanti della natione et altri, li quali tutti secondo il costume allo alloggiamento poi forno corrisposti in fargli buona ciera secondo il costume. Qual cerimonie fornite fui al continuo con esso clarissimo mio precessor dal quale veramente con ogni diligentia et amorevolezza verso le cose della Serenità Vostra fui informato di quanto fu necessario sufficientemente. Comunicai a sua magnificentia la commissione mia, secondo l’ordine di quella, facendoli saper che nel tempo sua magnificentia staria de qui havessamo a negociar insieme, et così procurai di andar a visitatione del magnifico Rusten bassà, et delli altri magnifici bassà per poter dar principio a quanto havea a negociar, furno dedutte queste visite alquanto in lungo da esso magnifico bassà, a tale che alli 21 settembre detto andai a visita di sua magnificentia accompagnato da esso clarissimo mio precessor; nel qual intervallo che s’interpose di andar al bassà, mi fu fatto saper che sua magnificentia era molto alterata, perché la Serenità Vostra non havea voluto dar essecutione al commandamento gli fu mandato di haver fatto poner li confini di Zara, cioè di Nadin et Laurana posti per Uloman bey sanzacco. Così veramente lo ritrovai con ciera molto turbata et come si pò dire con l’arme in mano, perché teniva il commandamento così roddolato. Et salutata sua magnificentia in nome della Serenità Vostra, usandogli quella forma di honorate et amorevoli parole che sogliano far in tal primi ingressi, apena mi lasciò parlare, che subito andò in colera, dicendo a questo modo la Signoria obedisse li commandamenti del Signor et fa sì poca esistimatione de ditti, non volendoli eseguir, per tanti ne sono sta mandati in tal caso, suggiungendomi che poi dir in questa materia che non si habbia inteso. Io con buon animo sapendo che io lo haveria trovato tale, con ogni desteritade, per dar luogo all’impeto, dissi alla magnificentia sua che era stato sopra quelli confini l’anno precedente quando fu mandato uno altro commandamento, ma che però udite le ragioni nostre quelli signori sanzachi et cadì si levarno senza poner altramente confini, et che poteva dirgli molte ragione, che sua magnificentia non poteva così haver udite d’altri, per esser informatissimo di quelle cose; dissi che la Serenità Vostra si confidava nella giustitia di sua magnificentia, la quale pregai che volesse differir l’audientia a un altro giorno, et gli presentai le lettere della Serenità Vostra scrittegli in quella materia, pregandola che la le volesse considerar, et che anco gli daria tutte le ragion nostre in scrittura, il che mi convene di fare, vedendo le molte interruptione che facea al parlar mio et li rebuffi facea alli dragomani, quali mostravano di temerlo; Et però gionto alla habitatione mi puosi a far una scrittura delle ragion nostre summariamente, perché questi non voleno molte parole. Et da poi andato alla audientia di sua magnificentia non si mancò, oltra la scrittura data, de supplire al bisogno, la qual scrittura egli lesse et alquanto la considerò. Ma per  più aggravare la Serenità Vostra entrò a querelare circa le altre doi querele delli danni di uscochi, che volea che de quelli fusseno reintegrati li sudditi del Serenissimo Signor, dicendo essi uscochi havevano intelligentia con quelli della Serenità Vostra. Et così parlò de quelli histriani altamente, che prima erano soggetti a questo Signor, che li havevemo desviati, et di piui aggiunse che spalatini occupavano li terreni che haveva nel contado di Spalato, dicendo tutte queste cose con molto furore et impeto. Al qual con ogni destrezza rispondendo dissi che la magnificentia sua fusse contenta di rissolver queste differentie ad auna ad una, perché la saria giustificata del tutto da me, confidandosi la Serenità Vostra nella buona giustitia della sua magnificentia, la quale si aquetò di udirmi particolarmente sopra tal cause, et così per quel giorno si prese licentia da lei. La quale doppo sei giorni in circa anzi ch’io andasse a basiar la mano al Signor, sua magnificentia mi mandò il chiaus mio deputatomi secondo il solito a portarmi nova, che esso magnifico bassà haveva letta la scrittura mia alla Maestà del Signor, la qual era stata commendata da sua Maestà, et che gli havea molto piacciute le ragion poste in quella, et che però ogni cosa anderia bene, confortandomi, ch’io havesse a star di buon animo. Questa nova ci parse grande ad ambi noi baili, et dete non poca suspicione, suspettando che sua magnificentia ad arte ne havesse fatta dar tal nuova per divertire, che credendo alle sue parole mi astenesse di dar una simil scrittura alla Maestà del Signor, sì come gli dissi che era per fare, in tal materia, oltra che haveno da presentar la lettera della Serentà Vostra copiosissima in tal caso; però di tale suspicione desiderando noi baili sincerarsi, mi parve andar da sua magnificentia et la ringratiai della nova la mi havea mandato a dire, et con buon modo li feci saper ch’io haverei havuto caro prima haver parlato con la Maestà del Signor, et dategli le lettere della Serenità Vostra et la scrittura per me fatta, ma ringratiai sua magnificentia che haveva voluto usar questa cortesia de anticipar et informar Sua Maestà che tanto più facilmente saria inteso da quella. Mi rispose che, havendo havuta occasione, gli parve parlar di ciò con Sua Maestà et leggerli la scrittura li havea data, et mi disse che a mio modo io non havesse a mancare di far tutti quelli officii mi paressero a proposito con Sua Maestà a tal che fossemo sencerati che la cosa passava realmente; et così con tanto più largo animo intrai alla Maestà del Signor a basciarli la mano per essequir la commissione mia in ogni parte commessami dalla Serenità Vostra sì come io feci, che fu alli 2 ottobre del ’47. Dove che vivamente fu ordinato commandamento che si havesse a mandar a vedere se così era come haveva esposto io bailo, perché Sua Maestà voleva che quelli che si attrovavano al possesso stessero in quello, sì mussulmani come christiani, sì come la Serenità Vostra vide per la copia del comandamento ch’io le mandai. Continuai poi l’altre difficultade delli danni de uscochi, et feci conoscer similmente a Sua Maestà li danni che havevano havuto li nostri per le querele loro date al tempo fui in Dalmatia admesse per il magnifico sanzacco et cadì, che forno deputati a quei negocii, ma però non provate perché non volsero tior le nostre prove, dimostrando che le dimande delli adversarii erano vanie, perché tutte le querele loro erano provate per 4 o 6 testimonii che era impossibile havessero havuta cognitione delle persone et che si havessero possuti ritrovar per ogni luoco, dove sono sta fatti tal danni, et dimostrai la spesa facea la Serenità Vostra da mar et da terra per distirpar tal gente a comune beneficio a tale che forno licentiati li adversarii. Così si difese la causa delli histriani, dicendo che questa litte il signor sanzacco de Clissa haveva veduta in Dalmatia, et cavalcò alla improvista sopra li luochi delle habitationi de ditti histriani a sugestione di uno Fercat sclavo che dava intender la Serenità Vostra haver sul suo territorio molte di queste fameglie. Et esso magnifico sanzacco non ritrovò si non alcuni pochi de ditti homeni, dicendo che di ciò esso magnifico sanzacco ne fece arz alla Porta di quel tempo, acciò s’intendesse la sinistra informatione era sta data de tal homeni, et che esso Fercat sclavo fusse punito, si come poi io ritrovandomi de qui lo feci levar via da quelli confini. Queste espeditioni sequitero, come è sovradetto alla Serenità Vostra alla qual dinotai il tutto per mie di 9 ottobre dell’istesso millesimo. Et perché la essecutione delle cose di Zara par che rimanga imperfetta per tal mia narratione, però si ben essa espeditione è seguita in ultima de tutti li negocii mei, et che di ciò ne habbia data recente notitia alla Serenità Vostra per le mie de dì 6 luglio prossimamente passato, però per non star a reiterare tal materia ne dirò una parola a questo passo, che nonostante il mandar del secretario et dragomano in Dalmatia, che fu con consiglio del magnifico bassà et lo acconciarmi con il magnifico Bosdogan cadì, che era de qui, che ci havesse a far l’arz favorevole, pur quello che si operò in Dalmatia fu lume assai et dechiaratione al bassà di quanto havea proposto per la verità a sua magnificentia, facendo egli capitale de esso Bosdogan cadì, et tanto più prestò fede all’arz del ditto cadì; ma vi fu quel disconcio del sanzacco che parlò con mal animo, et più tosto contrario che altramente, che non si advertite a sodisfarlo, al qual se gli proferse ducati 300 che apena pagava la biava di cavalli suoi nel camino, non che remunerarlo per lo arz si preferiva di fare, et siami perdonato se più fiate ho detto questo, imperò che la causa che per quella via così ordinata si poteva espedire a man salva, si puose in tanta litte, come è stata con manifesto pericolo di perder il tutto, onde si sussitò quel potente adversario de Sinan bassà bellerbey del mare, fratello del magnifico Rusten, favorezante questo tal sanzacco che ne scrisse contra, et similmente dava favore a 200 de quelli bossonesi confinanti a quelli luochi, con mover querele di Sabbà rays, torre de papali, sasso, accusar de castelli fatti in absentia del Signor, che fece veramente confonder il bassà non che me medesimo assalito da tanti adversarii. Dalle quai controversie io me andai scrimendo al meglio che puoti, et in fine ogni cosa operata in Dalmatia fu divertita, essendo però il magnifico bassà ritrattato un novo modo che per quel Sathalogi cadì orbo fusse detto il parer suo sopra tal luochi, come quello che havea già descritto quel paese, al quale doppo lunghe dispute fatte con il detto il bassà ordinò che si havesse a dedure tutte le cose operate in essa causa, perché disse sua magnificentia che quello che lui cadì decideria saria fatto. La Serenità Vostra intese quanto esso cadì in principio mi fu contrario con quelle sue oppinioni, et la pote anco comprender quanto fusse la fatica et opera di superar esso cadì, et farlo adderire alla parte nostra, che infine naque quella così ordinata et chiara decisione da un tal celeberrimo huomo et nominatissimo presso questi: il che quanto sia preciato si può comprendere dalli honoratissimi titoli gli dà la Maestà del Signor in quel commandamento di tal confini, ch’io mandai alla Serenità Vostra con le mie lettere di 6 luglio ultimamente scritte a quella. Questa poca narratione ho voluto far di tal caso, per dire alla Serenità Vostra che non ostante li tanti travagliati havuti sempre però per molte manifeste evidentie ho conosciuto il magnifico bassà haver dato favore alla causa et haverla voluta sustentare, et però procedendo io realmente nel scriver alla Serenità Vostra li dava intentione di bene di essa causa per tai avedimenti. Vero è che in fine si poteva dubitare, che in tal spazzo non vi fusse apposta delle cose da loro promosse di Spalato, il che con l’aiuto di Iddio successe liberamente senza altro impedimento, come rechiesi al magnifico bassà, che così in conformitade del buon animo suo in tal espeditione operò secondo la dimanda mia, et però concludendo, danda est magnificentia Domino Dei nostri perfecta sunt opera et omnes vie eius iudicia, che così in vero non si poteva haver più sicura decisione, ad honor di Vostra Serenità, con essergli sta’ donata quella villa de Blachiana dalla Maestà del Signor con tanta larghezza di animo, che fece stupir ogn’uno. Successe poi estraordinariamente si come suol occorrer a questa Porta che mai mancano travagli da diverse parti, che venne querela del castellano della Parga, che dava recapito a ladri, di che molto il bassà se ne dolse. Promisi a sua magnificentia de scriver alla Serenità Vostra che essendo così lei gli provederia castigando esso castellano. Par che si aquietasse et mi ordinò havesse a scriver e, ma da poi alquanti giorni mi mandò a chiamar et mi dete uno commandamento che la Serenità Vostra dovesse mandar a rovinar esso castello et che quando la manderia li suo homeni per tal effetto anco loro manderiano li suoi, et a me dete esso commandamento che ge lo dovesse mandare, si come io fici per farle noto fedelmente quanto teneva di dover dire alla Serenità Vostra benché la defesa mia in tal materia per inanzi fu tale, come dinotai a quella per mie de 18 novembre del ’47 che sua magnificentia mostrò remaner sodisfatta, havendoli promesso che la Serenità Vostra provederia al tutto però si ha advertire che tal commandamento era ordinato da sua testa senza saputa del Signor, perché essendo sta previsto che fu levato quel castellano, il che havendogli fatto saper rimaste sodisfatto, né parlò altro circa al commandamento. Et per non haver più causa di reintegrarli quanto al secondo assalto mi fu fatto de tal castello, sì come per mie de 23 marzo del ’48 le diedi notitia, fu che havendo questi desposto di far un sanzacco alla Gianina per rispetto delli albanesi, che gli inferivano danno a quei confini, dessegnarno a rechiesta del sanzacco eletto de dargli il castello della Parga per habitare per sua segurtade, et così molto inconsideratamente il bassà mi fece tal richiesta, dicendo pur che la Maestà del Signor lo havea ordinato per commandamento; feci la difesa in tal mie contenuta et li dimostrai che per li capitoli della pace tenivamo quel luoco; mandò a dirmi che io gli mandasse li capitoli in Divano, quali veduti si rimosse et fu dato ordine che il sanzacco si facesse un castello in quel suo sanzacato per sicurtà del detto, a tal che l’una et l’altra differentia di tal castello terminò in bene. Ma perché questo luoco della Parga gli è negli occhi per uno impedimento, raccordandomi le parole che in tal proposito Sua Maestà mi disse che in quella riviera il tutto era possesso del Signor ma che se teniva quel luoco come cosa scandalosa, però si ha advertire di buon governo a tal castello et sopra è necessità di ben vicinare con quel sanzacco lì propinquo, usandogli qualche cortesia, acciò non havesse a scriver male alla Porta, non volendo almen scriver bene; però non mancando di mandar homeni da bene da Corphu a tal governo, che nel ben vicinar faccia il debito con tenersi benivolo esso sanzacco si pò sperar che le cose passeranno quietamente. Seguite che appropinquandosi la partita della Maestà del Signor per andar in Persia, vennero quelli ultimi giorni de qui Salà rays sanzacco de Rhodis deputato alla custodia di questi mari, contra il quale di ordine della Serenità Vostra feci querela circa al caso della nave Leona, et fra lui et me forno fatte molte parole alla presentia del bassà, il qual cercò di giustificarsi, che la colpa fusse stata del padrone della nave, perché non volse darsi a conoscer et mainar le velle, ma che doppo bombardata, essa nave facendo aqua, et havendola conosciuta per venetiana la remurchiò in porto, et consigliò che la si havesse a discargare, dubitando, rispetto alli gottoni, havendo penetrata la artellaria in ditti, non si attaccasse il fuoco, ma che il padrone non volse tior il suo consiglio, et che però lui scapolò molti passaggeri et regimenti erano sopra, havendoli condotti a Rhodi, et in questo si dilatò molto offerendosi giustificar quanto diceva. Fu deduta la causa in Divano, dove fece la istessa difesa, si ben gli fu risposto sufficientemente, rebatendo queste sue ragione, fu di ciò fatto arz alla Maestà del Signor in quel istesso giorno et per il magnifico bassà mi fu dato risposta che Sua Maestà havea inteso il tutto, et che havea giudicato questo caso fusse stato uno accidente de fortuna, et de disgratia, suggiungendo il Signore havrà grato che non se ne parli altro, et disse ivi in Divano, dove io era et esso Salà rays, «si voi bailo, tuoghe quella vesta che ha indosso perché non ha altro al mondo», sì che si vide chiaramente che gli prestò favore, perché dal detto sua magnificentia era stata presentata, et così in quel giorno istesso el ditto Salli bei presentò la Maestà del Signore sì che con tal occasione il bassà fece arz al Signore sì così fece ch’io nol so, il che inteso da Sua Maestà mostrai di aquietarmi ad ogni voler suo, non possendosi far altro. ma po’ non mancai de recuperar dal ditto Salli molti schiavi havea sopra le sue galee, di quali mi fu data notitia a tal che continuamente in quei pochi di giorni che il Signor era per levarsi et in tanti affari di cose fui al continuo in Divano et al bassà, sì che gli trassi schiavi 46 che fu la domenica delle Palme, perché zobbia di Santo Sua Maestà levò; quali condussi con me in Pera con molte honore della Serenità Vostra, come per mie de dì 25 marzo del ’48 dinotai a quella; fra li qual schiavi vi erano alquanti di detta nave Leona, dalli quali veramente fui certificato che dal patrone successe il danno di quella nave, dicendo che il patrone si volse confidar sopra un poco di vento che gli mostrava alquanto propicio, sperando de fugger, ma che se gli mostrava segno di riverentia et haverli mandata la barca, come consigliava tutti e passeggieri non vi saria sta mal alcuno, il che non ho voluto manchar di dire, perché molti scandoli si potriano schivar quando fosseno considerati dalla prudentia delli huomeni. Et quanto allo effetto della recuperatione delli schiavi la Serenità Vostra ha inteso il tutto. Non mancai con ogni maggior diligentia possibile in procurar di ottenere il commandamento che la Serenità Vostra mi commesse, che questi havesseno a dechiarire quelli che se intendessero capitanei di questo Serenissimo Signore alla custodia del mare et con quanti legni, acciocché eccettuati detti gli altri si potessero conoscer per leventi, et che non gli valesse escusationi con dir esser schiavi del Signor et che fossero trattati da corsari, sopra il che havendo prima parlato con la magnificentia del signor bassà, sua magnificentia fece alquanta resistentia, allegando molti desordini, che potriano occorrer, perché li nostri con tal commandamento non essequiriano li capitoli della pace, di presentar de qui li homeni che prenderiano, et che gli ammazzerebbero. Molte ragioni fu ditte per me in contrario di tal sua opinione, mostrandoli che sol dalla fama che si spargeria de tal ordine li corsari stariano nelli suoi termini et non haveria a seguir scandolo alcuno, però sua magnificentia da sé non volse dar altro ordine, ma dedusse la cosa in Divano, dove havesse a far tal dimanda, la quale per me esposta, vi forno fatte molte contention, et massime da Mehemet bassà, aggiongendo fra l’altre cose che erano cose contra la loro fede et prohibito di dar libertà a christiani di prender et ammazzar mussulmani, né per all’hora fu risolta la cosa altramente. Ma con il favor demostratomi dal magnifico bassà non mancai sollecitar la materia con sua magnificentia a tal che lo persuasi, et promessemi che lo faria, et essendo sua magnificentia sotto la partita per Persia con la Maestà del Signor, pur sollecitando, mi disse che lo haveva ordinato ma che no lo haveria possuto reveder, a tal che la partita di sua magnificentia fu inanzi potesse haver hauto tal commandamento, né mancò di esso commandamento né sperava più altro; et tanto più che intisi che dall’agente del Serenissimo re dei Romani per nome della Maestà dell’imperator gli era sta dimandata una simile dechiaratione desiderando di saper chi resteria alla custodia in quelli mari di Ponente, per poter, esclusi li dichiariti, trattar li altri da corsari. Havendogli la Maestà del Signor promesso per li capitoli delle triegue di non lasciar corsari sopra il mare, qual dechiaratione questi non volseno concedergli, ma come ho sovradetto, havendo sua magnificentia promessomi tal commandamento; infine la sera che si partisse, perché si levò la matina seguente, essendo stato a sua visitatione ge ne volsi replicar una parola, qual mi rispose che non haveva havuto tempo di revederlo et che me lo mandarebbe et, se ben poco crediti per le ragioni dette, pur passati da sei giorni in circa fui mandato a dimandar dal magnifico Hembrain bassà gubernator, mi fu dato esso commandamento, che fu nella forma desiderata dalla Serenità Vostra; qual commandamento mandai a quella con le mie de dì 28 marzo del ’48 Et in questo grande effetto veramente è da considerar il molto favor prestatomi da esso magnifico bassà in nome della Serenità Vostra. Molte altre espeditioni tra questo tempo mi fu concesse inanzi la partita di sua magnificentia et liberatione di schiavi, ch’io non starò a raccontar ogni minucia per non attediar troppo la Serenità Vostra, havendomi restretto nel dire le cose sentiali et degne di intelligentia di quella, non permettendo tacer la liberatione che sua magnificentia fece a mia istanza di quel pacienevole del navilio della Cania, nominato ser Pietro Vidali, pregionato con cinque suoi homeni per suspitione che havessero accompagnato a fuggir il conte di Rochandolph, perché in quel giorno che esso conte fugite, questi poveri per sua sorte andorno alli castelli con una barca armata per ritrovar il suo navilio, quale essendo levato, convenero ritornar indrietto, che era cosa suspetta a questi; li quali poveri forno presi dalle barche, furno mandate drietto a ditto conte et stavano in termini di mal capitare; pur con lo aiuto de Iddio forno relassati da sua magnificentia senza alcuna spesa, sì come anco dell’affettione di sua magnificentia che fu in farmi havere quel schiavo bressano tenuto da uno coza, homo di conditione, et benché lo tenisse indebitamente, sua magnificentia per compiacermi et non dispiacere ad esso coza gli dete uno dei suoi schiavi et mi mandò sino a casa esso bressano, sì che ponendo fine a questi demostramenti molto grandi in admiratione di ogn’uno non ne dirò altro, essendo ripiene le lettere mie scritte alla Serenità Vostra delli molti favori datimi da sua magnificentia in diversi tempi. Partite la Maestà del Signor alli 28 di marzo da Costantinopoli per andar alla impresa del Sophi, qual passò sopra la Natolia a Scutari et ivi dimorò per tre giorni, sì che venne a partirsi il primo di aprile anticipando il tempo che il solito suo fu sempre ponersi a cavallo il giorno di San Zorzi. Questo fu fatto con il consiglio dello Alchas, perché si avanciasse questi giorni qual persuadeva et instava che si fusse andati molto inanti per assalir il Sophi fuor di tempo aspettato da lui, sapendo la usanza del tempo suol cavalcar questo Signor et per non perder tempo consigliò che l’herba non si havesse a dare alli cavalli sino non si havesse fatto buon camino et penetrato nel paese. Ma perché li apparati grandi vogliono tempo assai non si puotè avanzar del tempo, se non quel tanto che la Serenità Vostra ha inteso. Del proceder di quel Signor in Persia, che vi andò con ogni celeritade, et delli effetti sequiti in quella impresa, io non starò a contar quella historia havendo il tutto di tempo in tempo particolarmente scritto a quella per mie lettere separate da ogni altro negocio, che solamente trattavano le cose della guerra, havendo volsuto tener quest’ordine. Ben questo attesterò alla Serenità Vostra, che tutte le cose scritte in quella espeditione sono state verissime per haverle havute, come hora che la intenderà, che fu da persone veridice, che non si poteva se non esser certissimi di quanto rifferivano, et dirò così se io fusse stato al campo et immediate propinquo alla Porta, non haveria senza dubbio possuto esser sta meglio informato de quelli successi, perché, quando mi havesse ritrovato in uno esercito sì grande, haveria convenuto star discosto, che mai si haveria possuto udir nova, non che intender come fussi passata puri una scaramuzza massimamente con questa gente suspettosa, et non succedendo le cose a suo modo, lasciando de dire la incommoditade, spesa grande et pericolo perché l’orator di Francia che vi volse andare con quella sua arte che dinotai alla Serenità Vostra, havendo fento con il re suo che era sta adimandato da questi di andar con il Signor et de qui disse a questi signori che il re gli commetteva che dovesse andare con la Maestà del Signor in campo; il qual orator stete talmente a drieto, che mai dete alcuna nova al suo re, ma da poi dalla relatione de molti fece un summario de tutti quelli fatti; però dovendo io alla giustificatione delle cose descritte a quella la saperà che, essendo rimasto al guberno de Costantinopoli il magnifico Hembrain bassà, habbi modo per il negociar mio alla Porta di sua magnificentia di contraher amicitia con il cancellier suo, a tale che non sapendo esso magnifico Hembrain né legger né scriver et venendi li avisi spesi dal campo, quali erano letti al bassà dal detto cancellier, io per questa via era avisato del tutto, oltra che era homo che havea piacer discorrer di quella guerra, perché haveva opinione contraria, che non si fusse andati a tal impresa onde tanto più largamente parlava, approbando la sua opinione et io più largamente veniva a conseguir il desiderio mio di saper assai in quella materia. Usai ancho il mezo di Zaffer agà, fu schiavo del quondam Barbarossa, conosciuto dalla Serenità Vostra che è Catharino figliol che fu del quondam Zuanne Segoni, qual in Catharo ha altri fratelli, l’uno di quali è saliner in quella città, et sono benemeriti della Serenità Vostra, et esso è molto affettionato di quella, il quale et cetera per rispetto di uno suo germano era al servitio mio, che è domino Benedetto Segoni teniva per quadernier figliol de messer Steffano, scrivano della Camera fischal di Catharo; qual essendo persona sufficiente et fidatissima la adoperai in mandar a intender tutte le nove haveva esso Zaffer, schivando il detto per sui rispetti di non esser veduto a venir spesso da me; qual domino Benetto fidelmente mi reportava il tutto, et faceva con il detto Zaffer insieme le tradution delle relationi del turco mio Catherin, ch’io mandai più volte in Persia. Qual Zaffer per inquirir le nove occorrenti alla giornata, havendo egli pratica in casa de molti grandi, et precipue essendo familiarissimo delle donne furno del quondam Barbarossa, nel Seraglio delle quali entra familiarmente; queste havendo li mariti et parenti al campo, dalli quali havendo spesse lettere, lui Zaffer ge le leggeva, et per tal via intendeva molte cose da novo, che era uno incontro a quello mi diceva il sopradetto cancellier, dal qual Zaffer anco per la pratica tiene con molti di conditione sottraheva quanto era da novo da detti, et mi facea saper il tutto, havendo tolto questo carico volentieri di servir la Serenità Vostra, sì che con più testimonii era giustificamente scritto quanto io dinotai alla Serenità Vostra la quale della historia scritta di quella guerra per li mei scritti la ne può esser certa esser sta scritto il tutto con ogni possibil veritade per la molta cura che puose il servitor suo in tal negocio, convenendosi scriver a un tanto Senato et in tanta importantia de fatti, il che sarà detto a sodisfattion della Serenità Vostra. Rimase a questo guberno con suprema auttoritade il magnifico Hembrain bassà, huomo di etade presso 80 anni, eunucho et molto saputo par suo, persona di pochissime parole et risoluta, nelli giudicii suoi procedendo rettamente, severissimo nel punir e tristi, secundo veramente si conviene alla bestial natura di questa barbara gente, et talmente si fece obedire et temer in un subito, che fece star ogn’uno nelli suoi termini et invero non vi voleva altro huomo a tal guberno, massimamente nella discoperta si fece di quel trattato de assamoglani, talismani et altri che volevano poner a sacco Costantinopoli et Pera, havendo prima dato ordine de molti fochi artificiati posti in diverse parti della città, ma per voler de Iddio et industria di esso bassà fu scoperta la cosa che già se ne mormorava publice, et ogni uno stava sul salvarsi al meglio che potevano; però per alquanti giorni et notte si stetero in grandissima suspitione et con molta guardia, ma da sua magnificentia fu dato subito modo de provisione al tutto, destribuendo per tutta la città gente assai per causa delli fuochi, come per li tumulti. Il qual magnifico bassà hebbe nelle mani alquanti capi di tal sediciosi, a quali subito fece tagliar la testa nell’Ippodromo, non permettendo le feste publiche che si havevano a fare per il bayrano per tal respetti, li asamoglani redusseno con certa arte nel Seraglio, et la notte ne fece anegar molti delli principali, a tal che sedò quel pericolo in un subito, molti fochi forno amorzati, che si scopersero in diversi luochi et non fecero danno, salvo che a Scutari in una bellissima fabrica del magnifico Rusten, che mai alcuno haveria pensado che sino in quel luoco, che è sopra la Natolia fossero andati a poner fuochi. Iddio onnipotente ci prevalse da sì grande pericolo mediate la diligentia usata da questo bassà del qual, Serenissimo Principe, non posso se non summamente lodarmi di haver havuto tanto favore nelle cose negociate dinanzi sua magnificentia che maggior non havrei saputo desiderar, et per non pretemetter qualche cosa opperata presso sua magnificentia ne dirò alcune poche, et delle più segnalate, che fu lo haver ottenuto commandamento da sua magnificentia per il garbuglio de quelli vicini turchi a Zara, che volevano levar di quel territorio quelli suoi sudditi histriani, et vi erano venuti homeni a posta con lettere di quel sanzacho di Clissa, et con uno di quelli histriani posto suso da detti turchi, che parevano che assentissero a questo, qual materia dedutta al Divano, dove disputata con li adversarii, fu ordinato uno commandamento sotto gravissime pene, che alcuno non havesse a desviar detti huomeni habitanti sotto la Serenità Vostra che in vero non si poteva haver il migliore, essendo stati licentiati li adversarii. Questo commandamento si pò adoperar sempre che se sia molestati per tal causa. Questo dico perché la Serenità Vostra scrisse ultimamente a gravame del clarissimo Reggimento di Zara rispetto ad uno Cerches vaivoda, che tentava de sviar tal homeni, del che ne fu detto per el clarissimo oratore et noi baili una parola al magnifico Rusten del mal officio del detto Cerchies; sua magnificentia rispose che bisognava intender se quelli huomeni fussero stati del Signor da prima, et che non fussero stati dalli nostri desviati, a tal che la cosa si pose quasi in pericolo, perché havendo quel primo commandamento et sì quando fatto in contraddittorio li bastava usar quello, pur fu tanto detto che fu ordinato esso commandamento in buona forma, adderendosi al primo che fu fatto in tal materia, nel qual fu nominado esso Cerches vaivoda. Questa causa di tal histriani bisogna trattarla con desteritade, perché in vero prima erano sudditi di questo Serenissimo Signor, et facilmente si potria haver qualche fortuna, et si come già scrissi alla Serenità Vostra, necessita dar modo alli detti che possano viver sotto l’ombra di quella et zaratini non gli hanno a mancar de accomodarli, hora che con la grazia de Iddio hanno ottenuto tanto paese. Si hebbe poi commandamento circa alli confini di Sibinico, che non fossero lassiati molestar li antiqui confini di quella città, segnando al primo commandamento che si ha perduto il qual non è modo di poterlo haver de qui, come dinotai alla Serenità Vostra perché questi non hanno registro di quel tempo, ma con tal commandamento mediante la desteritade del clarissimo messer Bernardo da Cha da Pesaro, conte et capitano, quel luoco spero conserverà essi confini, sì come sua magnificentia ultimamente mi dete intentione che sperava di fare col favor di tal commandamento che gli mandai. Per il qual luoco di Sebenico si ottenne anco commandamento che fusse ruinati quelli molini che pretendevano fare quelli turchi di Scardona presso quelli della Serenità Vostra. Poi ottenni con molto favore la regolatione del viaggio de Alessandria per le galeazze sue, sì come fo preso in questo suo eccellentissimo Senato, et esso commandamento mandai a quel magnifico vice consule Prioli, et fu essequito con molta sodisfattione sua, sì come scrisse. Molte infinite et altre importanti espeditioni fono fatte sotto esso magnifico bassà, che in tutto il rimanente del tempo son stato de qui non credo haverne fatte tante, senza essermi sta mai recusata dimanda che io facesse a sua magnificentia, sì come per gratia de Dio non hebbi mai repulsa de cosa che habbia negociata a questa Porta, che in vero fu cosa rarissima et grande, dono dalla Maestà de Iddio a favore di quel eccellentissimo Dominio. Tra questo termine et spatio che la Maestà del Signor stete alla impresa di Persia negociando quanto alla giornata accadeva. Successe che dal proveditor dell’armata Mulla hebbi lettere da sua magnificentia de 12 et 20 april del ’48; nelle prime era avisato del prender de Sabbà rays, et nelle seconde della sua morte et dal modo et forma del suo scrivermi comprisi chel vi fusse seguito disordene contra la forma di capitoli della pace, et che perciò questa fusse materia che potesse parturire gran scandolo, et di molta importanza; qual nova de qui non era divulgata da niuno, et però considerai in tanta materia importante che inanzi che tal nova fusse data de qui da turchi, la qual a loro modo havriano ampliata, io prima doverla pubblicare, accusando esso corsaro haversi ritrovato con Dragut al prender della nave Tristana, accusandolo haver disobbedito il Serenissimo Signor, dal qual essendo stato eletto già mesi sei capo delli asapi della Vallona et fatto schiavo di Sua Maestà, lui havesse con Dergut fatto un tal eccesso, non però dicendoli per all’hora altramente della morte del detto corsaro, reservandomi ad altro tempo, perrò che quando non fusse stato primo a dar tal nova, et loro havendola havuta per altra via, saria stato lo accusato, con havermi tratto al Divano con chiausi, che sarebbe stato con ignominia pubblica et qualche pericolo di retentione, sì come suol avenire in simel furie. Considerai anco che fusse necessario de darne subito aviso al magnifico Rusten al campo, et così immediatamente espediti a sua magnificentia. Il che primo fatto deliberai il seguente giorno che era Divano, de andar a dar tal nova, sì come feci, armandomi di buon animo et considerando che vi sariano stati de romori assai, come che furno, dove permessi alcuni altri negocii che io aveva da fare, quali espediti, dissi in fine la nova, come l’havea hauta dal detto proveditor, aggravando detto corsaro con molte parole, le quale mal ascoltate et interpretate, si divenne in tanti gridori et strepiti, massimamente per il magnifico bellerbey del mare, che era molto interessato, come la Serenità Vostra intese dalle mie del 7 mazo del ’48. Et veramente si passò quel atto con manifesto pericolo, perché il Divano si faceva nella intrata della prima porta lì sotto, sì come è il solito di farsi quando la Maestà del Signor è fuori, et però al strepito vi erano concorsi una infinitade de turchi, che stavano fra le doi piaze di quella porta, a tal che licenziato con molte parole sì hebbe gran fatica a uscire, né volevano li giannizzari nostri in farni far strada, così ci calcava la gente con dirne molte parole ingiuriose nel passar che si andavano alle cavalcature, desiderando di allargarsi da quella bestial turba, che in vero un sasso che si havesse levato contra de noi da qualch’uno eravamo mal trattati con pericolo della vita. Ma il pericolo non si considera in vero dove è una dispositione di animo per far un effetto. Però perché la fama si sparse immediate delle alterationi furno in Divano, et delle parole furno ditte da una parte et l’altra. Dubitava la natione di qualche travaglio, volsi il giorno istesso andar al Divano del bassà, che ogn’uno mi vedessero, et per fargli animo, et per doi effetti, che intenderà la Serenità Vostra. Et così ito a sua magnificentia, dalla quale fui accolto all’usato, subito mi dimandò se teniva altro da novo di quello li haveva detto la matina; al qual risposi che pensando io per li grandi strepiti della matina sua magnificentia havesse possuto mal intender quanto gli haveva esposto di tal caso, il qual mostrando di haver inteso il tutto, dissi che non mi accadeva fargli altra replica, ma che era anche venuto da sua magnificentia perché scrivendo quella alla Maestà del Signor, come scio che la era per fare la si degnasse di dire quanto l’ha inteso da me, non havendo lei altra nova, pregandola a voler considerar li danni ne ha fatti il detto corsaro et altri, et che la volesse nel suo scriver non aggravar la cosa più del conveniente. Nel che mi usò assai buone parole. Da poi mi dolsi assai delle parole ingiuriose usò verso di me il bellerbey del mare, di che sua magnificentia largamente mostrò di haverne hauto dispiacere, essortandomi che non havesse advertir a parole di uno giovene. Molto mi fu grato questo raggionamento che passasse così queto, et mi confortai alquanto, perché non se repplicò alcuna cosa molesta delle ditte la matina, onde mi licentiai dalla magnificentia sua. Et havendosi subito inteso che da sua magnificentia havea hauta grata audientia gli animi delli timidi se aquietorno. Sua magnificentia scrisse al campo, cioè al Signor, et caricò il fatto molto diversamente dalla nuova gli havea data. Il bellerbei scrisse ancor lui diverso dal scriver del bassà, affirmando che Sabbà non era stato alla presa della nave Tristana. Io scrissi primieramente quanto mi occorse al magnifico Rusten, come dinotai alla Serenità Vostra havendole mandata la copia di dette lettere con mie de 25 zugno del ’48. Et Iddio onnipotente favoregiò il camino del messo mio, che el detto gionse prima giorni cinque che gionsero le lettere de loro Signori a tal che il bassà tolse la prima informatione et impressione dalle lettere mie, che in vero esso mio messo, che quel mio turco Catherino usò grande diligentia nell’andar, et è per la fedeltà sua benemerito della Serenità Vostra qual desiderando venir alla fede spera esser admesso dalla buona gratia della Serenità Vostra tanto più volentieri quando sarà la occasione. Qual messo instando la risposta delle lettere mie al magnifico bassà, et essendo sopragionto il chiaus con le lettere di questi Signori disse che per lui manderia la risposta, la quale quanto si havesse aspettar molesta ogn’uno per sua prudentia poteva considerar. Ma Iddio onnipotente riguardando il buon animo mio con che così affettuosamente mi puosi a preveder a tal caso per quello puoti, inspirò quel Serenissimo Signor veramente di nome giustissimo che udita la diversità delli avisi ordinò commandamento deretivo a questo magnifico bassà gubernator, che mi havesse a commetter che io havesse a giustificar quanto havea scritto alla Maestà Sua, mandandogli le proprie lettere mie, et giustificando volea che esso Sabbà fusse punito nella vita. Di questo ordine il bassà rimase mal sodisfatto, et così il bellerbei del mare, quali speravano haver ordine di far inquisitione a loro modo et farne arz al Signor di quello gli haveriano paruto, con far volar chiausi alla Serenità Vostra et mandar le liste di reffatione de danni, sì come fu nel caso delle fuste di Barbarossa con grave danno di quella; però mediante lo agiuto de Iddio, con il modo si tenne la causa terminò qui, da esser constato quanto mi havea proferto. Mi offersi far la giustificatione a sua magnificentia et massimamente che Sabba era stato al prender della nave Tristana con Dorgut insieme. sua magnificentia non mostrò curarsene molto, né mi fece altra instantia, ma di piui con il spazzo del commandamento a Salà rays, capitano alla custodia del mare, che non havesse a dar molestia alcuna alli sudditi della Serenità Vostra; rispetto al caso seguito de Sabbà, commettendo al bassà che subito gli havesse a mandar tal commandamento per uno legno armato, sì come immediate fece esso magnifico bassà. Mi fu mandato con detto spazzo uno commandamento che il sanzacco solo de Clissa con Bosdogan cadì havesse a veder quelli confini di Zara, che prima era stato commesso a doi sanzachi tal essecutione, li quali per quelli impedimenti occorseno non potevo andare. Et ritrovandomi il secretario et dragomano in Dalmatia non possendo far quelle espeditioni per tal impedimenti, mi scrisse che io vedesse di ottenere che uno sanzacco solo havesse con il cadì ad essequir il commandamento de quelli de confini, nominandomi quello di Clissa ivi vicino, perché la materia si espediria più presto, et con quella occasione molesta, che mi occorse scriver al magnifico Rusten volsi fargli tal dimanda, se ben poco sperava in tal tumulti ottenir altro, rispetto che per il Signor era sta commessa la causa a doi sanzachi; pur la magnificentia sua mi esaudite, et mi mandò tal commandamento, qual indrizzai al secretario con il mezzo di uno mio amico andò a quelle parti, schivando che si mandasse per chiaus, che saria sta con molta spesa. Questi tre singulari effetti venuti dal campo forno grandi a tale che a pena io che haveva udito tutte quelle ordinationi, dubitava si così fossero, che in vero forno segni di grande giustitia della Maestà del Signor, et di haver voluto procieder quietamente con la ragione, non mancando di proveder alli scandoli haveriano possuto occorrer. Procurai infine di haver le fede da Modon, quale hebbi in ottima forma, che forno tre, dal desdaro, dal cadì, et del capiagà de iannizzari di quel luoco, et se aquistò quella difesa alla causa, che fu di molta importantia. De tutte le qual cose ne detti particolar aviso alla Serenità Vostra de tempo in tempo, sì come se ottenivano, le quali ho voluto più per mia sodisfattione repplicare che per bisogno occorresse, espurgando quello che fu detto ch’io havesse fatta retentione delle lettere che quella indrizava al magnifico Rusten da essergli mandate per me, che era contra quello havevo negociato et ottenuto in tal caso, ritrovandomi sul provar quanto havea ordinato la Maestà del Signor, et non havendo la Serenità Vostra possuto haver receputo le mie lettere per la ragion del tempo a tal sua deliberatione. Et inteso le cose ottenute, mi parve di sopraseder di mandar tal lettere sino che la Serenità Vostra havesse veduto ogni cosa operata, acciò l’havesse possuto deliberar quel più havesse paruto alla sapientia sua, perché quando che prima non gle havesse descritto in che termine la materia si attrovava inanzi la amissione di tal lettere, mi pareria haver fatto un grave errore degno di correttione et castigo. Considerai anco che ad essequir tal deliberatione sua non vi era altro che un poco de interpositione di tempo, che era doi mesi ad summum, nel qual termene non si poteva correr pericolo alcuno né da terra né da mare. Da terra per le occupationi di quella guerra, nel che era impedito il Signor. Da mare per l’ordine dato da Sua Maestà al suo capitano che non havesse a molestar le cose della Serenità Vostra, però non fu fatto da me retentione de tal sue lettere, come fu scritto, che voglio creder fusse detto ex lapsu lingue del scrittore che da chi ordinorno quelle. Ma si poteva immediate rescrivermi il voler di quella circa tal lettere, ch’io immediate l’haverei mandate, et mi fu detto in esse sue che poi mi saria data notitia del suo voler, et mai più mi fu scritto altro. Et continuamente venendo dal campo infinite espeditioni di quanto mi occorreva alla giornata, come forno li molti commandamenti repplicati alle marine per causa de corsari. Il cassar che fece il magnifico bassà il sanzacho di Clissa, che ne scrisse contra in quelle cose di Zara, che seguite dal scriver mio a sua magnificentia contra di lui. Il haver ottenuto, secondo la deliberatione del Senato, che il consolo di Soria potesse stantiar in Aleppo, che fu cosa de importanza, della qual espeditione la Serenità Vostra vide le lettere che esso magnifico bassà mi fece scriver a Mamut dragomano, della qual deliberatione del Senato ne diedi notitia al clarissimo consule, il magnifico messer Francesco Soranzo, acciò l’havesse a favorire de lì quanto havea scritto al bassà, nel che sua magnificentia non mancò di affaticarsi con molta sua laude. Hebbi anco quella grata risposta da sua magnificentia de includer la Serenità Vostra nelle tregue si adimandavano di prorogarle dalla Maestà dell’imperator et re de Roma come quella intese il tutto, et così di quel ordine che io diti in quella materia che gli fu gratissimo. Né cessando io di querelar al campo di ordine di quella contra a leventi, fu talmente udite le querele, che la Maestà del Signor scrisse sue lettere alla Serenità Vostra che prometteva a quella di fargli provisione. Assetai la furia di quel primo bellerbei del mare, per quel suo protogero era sopra essa fusta, che fu morto, qual lui dicea haver mandato a scuoder suoi danari, che per ciò poteva oltra il danno dell’huomo haver adimandato quanti danari gli havesse paruto, qual bellerbei intisi da poi che haveva patito per la morte di Sabbà uno altro interesse, che essendo stato lui la causa di farlo accettar schiavo del Signor et farlo far capo de assappi della Vallona, lui gli haveva promessi ducati mille, delli quali non hebbe altro che 500 et seguito il caso del detto ha perduti ducati 500 che era il suo restante, sì che assetatomi con il detto, gli fu scritto quelle amorevoli lettere che si teniva sodisfatto della Serenità Vostra offerendosi et cetera, qual lettere mandai alla serenità Vostra con le mie de dì 2 zugno del ’49. Queste tutte cose operate dal servitor suo, Iddio onnipotente sa, che è cognitore delli intrinsichi humani, a che fine mi condussi a defensar tal causa, come io feci per schivar le furie et per non mostrarmi servo suo inutile de qui, concorrendosi lo interesse di quella et fu per pura affettione et amore della patria. Qui quidem amor fundatur in radice charitatis et non propria communibus sed communia propriis ante ponit, et questo fu il fine dell’operar mio. La qual causa terminò de qui in bene, sì come la Serenità Vostra haverà inteso dalle lettere nostre. Et fu veramente cosa honorevole di reputatione delle Serenità Vostra presso ogn’uno et molto necessaria de haversene cavati a piedi de un tanto travaglio, havendo hauti li tanti contrarii che si hebbero da maligni, et del tutto si ha rengratiar Iddio. Ritornò la Maestà del Signor dal campo alli 21 decembre nel modo che dinotai alla Serenità Vostra havendo opinione ferma di alloggiare la vernata in Aleppo, dove ste l’anno innanzi, ma per gratificar alli spachi et altri soldati desperati di quella guerra, celandosi questo suo disegno di alloggiamento fu dato intender che si veniria in Constantinopoli, et essendo pervenuti alla strada che potevassi così andar in Aleppo, come venire a Constantinpoli, questi marchiando con tale desiderio si puose in camino per de qui, quali non fu remedio affermarli sì che il Signor fu sforzato, dirò così, per men vergogna venir drieto loro, sì ben poteva con li gianizzari et molta altra gente star in Aleppo lontanissimo dallo inimico et sicuro, providendo poi come gli havesse paruto al bisogno suo. Et che fusse il vero che Sua Maestà dessegnasse di star fuori quella vernata in Aleppo, già per inanzi si havevano fatte provisione grande per quel luoco per un tale effetto, et de qui de ordine del Signor fu dato ordine ad Hebraim bassà gubernator che alle marine della Natolia qui propinque et in altri luoghi lontani non havesse a lassar passar alcuno, che però non si puote oviargli perché multiplicò tanto la gente da ogni parte che li mandati per tal effetti forno maltrattati, et convenero ritornarsi indrieto, et fu anco necessario perché morivano da fame sopra le rive de dargli poi modo di passar. Et così passò al continuo tanta gente, che era uno stupore a vederla et admiratione grande, come erano transfigurati et mal trattati da tal viaggio, siché il Signor seguendo loro contro il suo volere, fingendo da prudente fu detto che prese tal moto in buon auguro de ritornar alla imperial sua sede, concorrendo una dispositione sì grande de tutti i soldati, che però erano necessitati di far quanto fecero. Ma subito gionta Sua Maestà fece troncar la testa a diversi, li corpi delli quali forno veduti giacer in terra nell’Ippodromo, ma le teste erano state asportate, che alli habiti si giudicò esser homini di conditione, capi de soldati. Et perché di questa venuta del Signor ne scrissi a pieno alla Serenità Vostra non starò a dirne altro. Questo solamente pondererò alla Serenità Vostra in proposito del caso di quel Sabba, che sì ben il magnifico Rusten dal campo non me ne scrisse alcuna torta parola, etiam che dapoi intendesse la morte del detto, almen subito gionto de qui havendo alcuna intentione di dolersi, lo haveria fatto senza rispetto alcuno, et non star mesi cinque doppo il suo gionger a parlarmi, provocato da me in molte occasioni che ne poteva dirne assai. Ma quando hebbe a dire ultimamente come scrissi a quella fu a sugestione del bellerbei suo fratello per disturbare la materia de Zara. Nel qual tempo della venuta del Signor fino alla fine del reggimento mio negociai con sua magnificentia amorevolmente, non ostante le perturbationi de Sinan suo fratello, et certo dirò così haver conosciuto esso bassà havendomi hauto qualche rispetto. Lascierò de dire le communicationi la mi fece sì delle cose successe al campo come per inanzi quelli tanti secreti mi dicea, di che ne diedi particolar aviso alla Serenità Vostra, che sariano cose innumerabile a raccontarle et però ponerò fine a queste attioni. L’origine et cagione della passata guerra di Persia fu la venuta de qui del Alchas fratello del Soffì, sopra il qual articolo premisi nel principio del parlar mio parlarne alla Signoria Vostra quello che fu l’opinione de molti che discorevano utrum che esso Alchas fusse venuto de qui con arte et astutia per ingannar questo signor o pur da dovero et che gli fusse stato bastante di mover il Signor a tanta impresa, veramente lasciando la varietade delle opinioni, si comprende il proceder dello Alchas esser stata reale, causato dalla timiditate del Soffì suo fratello, non vedendosi da sé esser sufficiente de difendersi se ne convenne fuggire del regno di Servan, concessoli da esso suo fratello. Et perché come re de tal regno pertendendo usar della autorrità sua, non parendogli così obedire al fratello in ogni cosa, fu tolto suspetto che non havesse a farsi maggiore con il favore di qualche suo aderente, perché si vedea che volea mover guerra alli vicini al regno detto de Servan, che era contro la mente del Soffì. Ma questo Alchas come huomo armiggero et di gran coraggio volea mostrar la virtù sua et quel suol far e principi par suoi, onde il Soffì suspetando che il detto Alchas non si havesse a far maggiore, deliberò di andar sopra di lui, et scacciarlo del Stato. Né vi fu causa, come molti vanamente dicevano, chel Soffì innamorato della moglie del fratello tentasse di scacciarlo per levarglila. In però che, vedendo lo Alchas la grande furia gli veniva adosso, assicurò la donna con altre sue schiave in uno suo castello alquanto lontano fuor di tal suspitione, che dapoi se ne fuggite, come veramente se intese, el Soffì confermò esse donne nel suo honore non havendo voluto alcuna vendetta contra a dette donne, luoco et havere, mostrando summa giustitia in lui, sì come è il gran suo nome, a tal che per questa virtù de giustitia che suol esser principale nelli principi è adorato come un Dio dalli suoi populi. Il qual Alchas non volse passar nel paese et Stato del Signor dalle barette verde, che è suo socero signor potentissimo dal quale poteva sperar aiuto, overo qualche compositione. Ma questo Alchas de alto animo volse fuggire da chi aiutandolo poteva farsi maggiore di quello che era stato, o almen di essergli dato honorato viver, così si partite con molti suoi huomeni segnalati, prendendo una strada nova per via de Trabesonda et venne de qui per via de Mar Maggiore in pochissimi giorni, che dete maraviglia ad ogn’uno de questi, et massimamente che venne all’improvvisa senza haver fatto moto ad alcuno con una sicurtade de animo grande. Il qual gionto de qui havendo fama di huomo eloquentissimo, sì come sono i persiani oltra la molta astutia regna in loro, si giudica sì come puote esser che questo demostrasse la causa della sua venuta et persuase che essendo soccorso dalla Maestà del Signor gli bastasse l’animo non solamente rehaver il suo, ma anche deprimer lo inimico fratello, et veramente, come fui certificato dal magnifico bassà nelli ragionamenti fatti di detto Alchas, mi hebbe a dire che lui Alchas non adimandò lo aiuto personale di Sua Maestà ma che persuaso dalle parole del dotto, parendogli haver fatto un grande aquisto di uno personaggio simile, il quale contra di lui haveva esperimentato nella penultima guerra che egli Alchas ruppe et fugò un bassà, essistimando il valor di questo huomo grandemente et desegnando Sua Maestà a gran cose, come suol far e potenti principi, disse immediate la opinion sua che volea andar in persona a tal impresa con questa occasione, sì ben la oppinione fusse diversa da tutti li altri magnifici bassà, li quali consigliavano che più tosto si havesse quell’anno star a veder li moti dell’imperator nelle cose di Alemagna, over far la guerra contra Hongaria, adoperando prima esso Alchas in qualche impresa. Ma Sua Maestà ha questa fama, che dove dispone di far un effetto non vi ha luoco il disuaderla con quante ragione si possa addure, perché vuol sodisfar all’opinion sua. Però dove intendosi questo Alchas haveva voluto usar artificio alcuno per questa sua venuta, si dice dalli più intendenti chel detto non si haveria assicurato di venirsene così alla destesa senza salvacondutto su la fede di questo Signor, come egli disse di esser venuto, aggiungendosi che poteva sperar egli di poter mover un Signor di questa qualità con un tanto esercito per quella impresa. Et se ben il detto Alchas havesse voluto usar alcuna fraude, domente fusse stato nell’esercito, poteva considerar che a lui non haveriano dato carrico dell’esercito, né parte notabile di quello, ma gli sarebbe state date forze conveniente per ogni rispetto. Molti danni il detto Alchas conferite al fratello, essendo egli stato principale causa di farli perder il castello Dinan, perché ritornato di Tauris dette fama che il Soffì era sta rotto et quelli del castello credendo ad esso Alchas si reseno nel modo che quella intese. Molte valorose imprese fece contra el Soffì suo fratello, che fu il saccheggiar di quelli castelli, dove fece honorati butini, et presentò ricamente il Signor et il bassà, sì che si conclude quanto a ditto Alchas, il precieder suo esser stato realissimo [***] per le ragioni sopradette, il che ho voluto discorer alla Serenità Vostra che io non gli sarà ingrato haver inteso tal particolare. Sogliono, Serenissimo Principe, li ministri suoi ritornando dalle legation sue refferir nelle relationi loro della qualità de prencipi presso quelli sono stati et quanto sono conosciuti favorevoli verso la Serenità Vostra. Questa parte non si pò così refferire di questo Serenissimo Signor, perché non si vede principalmente Sua Maestà che doi fiate, cioè nel venire et nel partire di quella città, che se gli bascia la mano, et sì ben per nome della Serenità Vostra si espone alcuna cosa a Sua Maestà, non però alle cose proposte dà mai alcuna risposta, sì che si potesse dal giudicio di Sua Maestà comprender alcuna qualità sua, ma dalla resposta, che è data dal magnifico Rusten bassà, si pò giudicar della giustitia et bontà di Sua Maestà, la qual in vero ha questo nome di giustissimo, né mancando che le cose gli siano refferte legalmente dependendo il tutto dal bassà, et sel vien fatto qualche torto ad alcuno che spesso occorre, imputano al bassà non haver refferto il giusto al Signor escusando Sua Maestà per il buon nome conosciuto de giustitia che è in lui et con patientia sopporta il tutto. Sua Maestà è di faccia gratissima et veramente degna de Imperio, huomo di persona grande ben proportionato et alla fisionomia dimostra humanissimo principe. È di ettate de anni 65 in circa, bel cavalcator et assai gagliardo della persona, usa spessissimo di andar a diversi piaceri da mar et da terra, né mai sta ocioso, essercitando sempre la persona, et tal essercitio gli conferisse molto. Ha figlioli quattro mascoli nati de doi donne, l’uno che è il primogenito con la prima moglie cercassa nominato Mustaffa. Questo è sanzacco in Amasia, homo valorosissimo nell’arme, liberalissimo, bellissimo giovene quanto pol far natura. È di etade de anni 36 et è tanto amato da giannizzari et finalmente da ogn’uno che generalmente da tutti è adimanandato per Signor per tal rare qualitade sono in detto prencipe, qual tien corte grandissima et finalmente spende ogni cosa con soldati. La madre è con lui al suo guberno, la quale si dice lei stessa fargli il mangiare et la credenza, dubitando non sia velenato. Li tre altri figlioli ha Sua Maestà sono della rossa tanto amata, tolta per legitima moglie, et in vero questa diletta moglie con la figliola, che è moglie del magnifico Rusten è fama che fano fare quanto voleno al Signor, de donde depende la summa auttorità et stabilimento presso il Signor del magnifico Rusten temuto et reverito da ogn’uno. Si giudica, come è anco ragionevole, che per la molta affetione che il Signor porta a detta moglie così siano amati li figlioli; oltra per evidente segno si vede che quando Sua Maestà andò in Persia puose sultan Selin, primo delli tre con questa rossa, alla custodia di Andrianopoli et della Gretia. Questo sultam Selim è huomo de etade de anni 26, disoluto, ha fama de embriacarsi et esser de poco intelletto. È favorito dal magnifico Rusten suo cugnato con tutti quelli mezi che può imaginarsi per redurlo con l’occasione al principato di questo Imperio, mutando tutti li grandi che gli pò far fortuna nelli magistrati hanno et va ponendo persone che dependeno da lui et in vero non vigila ad altro che a questo con ogni suo studio. Questo sultan Selim è sanzacco di Megresia, però sopra la Natolia molto vicino alla marina verso Constantinopoli. L’altro che è il secondo nominato sultam Baisit ha il sanzaccato suo in Chietaglia. Il terzo è nominato Giahanzir, questo stantia nel Seraglio con il Signor, giovene de 16 anni è gobbo et assai astuto del quale il padre ne ha piacer grande per le sue argutie et dove va Sua Maestà lo mena seco, lo menò al campo et fra poco tempo lo trarà del Seraglio et li darà grado, come ha dato agli altri. Alla morte del Signor è commune opinione né pò esser altramente, che non habbi a succeder grandissimi moti per le differentie de questi figlioli, aspirando ogn’uno a tal dignitade, il che si starà a veder pregando Iddio che redduca le cose per il meglio de christiani. Li magnifici bassà a questa Porta sono quattro. Il primo visier è il magnifico Rusten bassà, huomo di quella autorità et grandezza, noto alla Serenità Vostra; è de etade de anni 55 in circa, ma non mostra il tempo per esser spanò, facendosi radar spesso la barba; è rigidissimo di natura et molto pericolosissimo negociatore, ma conoscendosi la natura sua, et modo di procieder, bisogna accomodarsi con lui al meglio si puol con respondergli con ogni humanitade et dimostrargli le ragione che si hanno, et se così alla prima non si ottene le cose adimandate si opera un’altra fiata quanto si vole; sopra tutto bisogna usar una certa desteritade con lui accompagnata con molta pacientia. Sua magnificentia mostra di esser assai inclinata alla Serenità Vostra et spesso ha havuto da dire che lui mantene la pace tra questo Serenissimo Signor et Vostra Serenità, che già saria sta rotta si non fusse stato lui alle querele venute de qui et tanto era detto a fine de esser conosciuto et che sia favorevole a quella et consequentemente di esser riconosciuto et più fiate apertamente ha detto che era poco respettato da lei la qual non facea differentia da lui alli altri bassà in alcuna cosa et che lui era quel che si sa, stando nelle mani sue il bene et il male, et se ben non se gli mancava in darle conveniente risposta, ma il fine è che desidera esser reconosciuto per fautore della Serenità Vostra nel modo che questi desiderano et in vero non vi fu mai più bassà a questa Porta maggiore di questo. Il secondo bassà è Hacmat bassà, huomo di etade de 60 anni, persona veramente valorosa nell’arme sì da mare come da terra, et è Signor molto honorevole et giusto, ha perfettissimo nome et per quello ho possuto comprender nel parlar suo mostra esser affettionato della Serenità Vostra. Il terzo è Hembrain bassà, eunucho de etade de anni 80; questo rimase gubernator di Costantinopoli al tempo il Signor andò in Persia; è saputo par suo per le cose già dette di lui in quel guberno et ha sempre dimostrato far estimatione della Serenità Vostra, perché m’aricordo quando li dava le nove da esser mandate per sua magnificentia al Signor più volte mi hebbe a dire queste sono nove che non possono fallir per esser delli amici del Signor. Il quarto è Chaidar bassà, eunucho, novamente creato bassà; homo de 50 anni era capiagà nel Seraglio, familiarissimo del Signor che giocava a scachi con Sua Maestà, ma con l’artificio de Rusten, havendolo suspetto per questa domestichezza per li respetti suoi, fece sì che lo levò con farlo far bassà. Questo signor bassà è persona molto allegra di natura, et fa bona ciera ad ogn’uno. Vede li representanti della Serenità Vostra volentieri, alla qual dimostra esser favorevole. Questi quattro bassà sono al governo di questo regno per l dispositione delli ordini ma però il governo depende dal magnifico bassà in ogni cosa. Sue magnificentie si reducono al Divano giorni quattro principiando il sabbato, dove dano audientia summaria a chi la dimanda et fanno infinite espeditione summariamente. Le cose veramente che si convene far arz entro al Signor, il magnifico Rusten receve le suppliche, facendole legger al Signor, et poi aparense, decide quelle differentie secondo ha ordinato il Signor. In esso Divano vi entra il bellerbey della Gretia et del mare, il defterdar grande, che è il camerlengo, doi cadilaschieri, che sono giudici per le cause litigiose, che toccano a loro di espedire. Vi è il deputato uno de detti giorni al scoder, venendo danari li quali concorreno da tante parti che è uno stupor a vedere. Et veramente non si pò arbitrare la quantità dell’oro et argento, che al continuo intrano in questo Casnà. Non starò a dir la summa della intrada che dicono haver questo Signor perché per la bocca del magnifico bassà havendomini di ciò ragionato scrissi il tutto alla Serenità Vostra che in questo l’huomo si può ingannar dal più al manco, et da diversi curiosi lei più fiate l’ha inteso. Questi danari che si scodono di essi si fano nota dal defterdar et altri scrivani da 5 over 6 che hanno tutti li suoi libreti a anno per anno, dove si vede in un subito quanto thesoro è nel Casnà, et per altri libreti quanto si traze essendovi sempre così nell’intrar del danaro come nel trazerlo la presentia delli bassà defterdaro et scrivani, osservandosi questa essatione del danaro con molta diligentia et con uno ordine circa al tenir quelli conti, che il tutto si vede espeditamente et con molta facilitade, senza volgersi tanti libri al che sono diligentissimi ministri esistimando il Thesoro esser il principal fundamento del regno, imperò che secondo il savio lo diffinisse instrumentum vite, et quod unusquisque indiget sed multo magis rex, qual danaro accumulandosi et conservandosi nell’herario pubblico è adoperato propter necessitatem regni vel regis. Di questo guberno vi ho voluto dir una parola uti in exemplo. Quanto alle altri parti del poter et forze di questo Serenissimo Signor non mi estenderò molto per essere la Serenità Vostra instruttissima, havendolo sentito in molte imprese. Questo oltra l’oro de sovra detto, è potentissimo de infinita gente che è innumerabile, et se ben alcuna fiata patisse iattura di quelle, sì come fece nella passata guerra et pestilentia seguita, la quale fu così oribele et paventosa et di tante gran strage che la pensar paventa l’huomo, non che havervi detto la oribeltade di quella; però questi hanno il modo di presto reffarsi della perduta gente perché ogni quattro anni mandano a decimar il paese et accolgono tanti gioveni fatti huomeni si pò dire, perché ora li pigliano grandi, sì che si reintegrano in un subito, li quali a diversi esercitii et se ne serveno de ditti a suoi bisogni. Ha Sua Maestà obedientia grande dalla sua gente per esser tutti dal grando al minimo suoi schiavi et gli honori et il bene hano, reconoscono da Sua Altezza, onde sono inclinati ad una fedel servitù a Sua Maestà che maggior non se potria esprimer, essendo costumati sotto una disciplina de religione, che tanto più par che gli facciano uniti, orando come fano sì ferquentemente Iddio per tante volte al giorno, che certo è cosa molto religiosa, pregano anche per il suo Signore, et con questi mezzi si fanno affettionatissimi servi, ponendo in oblivione padre et parenti, attendendo con l’essempio d’altri suoi pari, che vedeno inalzati di poter pervenire a tal gradi, sì che hanno modo di servirsi di questa gente che voleno. Nel stato finalmente di Sua Maestà principiantur viri bellatores et omnia ad potentiam et ad belum direxerunt. Questo si vede per la esperientia del viver loro, vestire, mangiare et dormire, che tutto fanno come se fossero in campo et come si ogni hora havesseno a montar a cavallo, sì che con questa consuetudine sono poi tanto più pronti alle fatiche et al guerrizare quanto bisogna. Quando che la Maestà del Signor cavalca per conto di far essercito è il solito suo far cavalcar quanta gente ha, siché la fortezza sua contro lo inimico è di superarlo di numerosa gente a gran vantaggio. Procede Sua Maestà con grande ordine che li doi bellerbey di Natolia et Gretia caminano in doi corni, over ale, dall’una e dall’altra banda dell’essercito et per la moltitudine grande delle genti sono sotto tal bellerbei veneno a cenzer lo essercito et la estremità de corni nella fronte si vene a largarsi tanto che vi procede quel spatio de 30.000 cavalli per antiguarda partiti in doi bataglie, poi succede una grossa banda de ianizzari sagitari il forzo, armadi di arco et simitara, segue poi la Maestà del Signor con la guardia delli sui ianizzari che sono da trentamille et camina in forma quadra poiché da tutte quattro le face ha più mano de artellaria minuta et grossa posta ad ordine, siché occorrendo da qual’una delle parte destar essa artellaria hanno da prevalersi di quattro ordeni di artellaria, che volge il quadro; nel mezzo poi vista la sua persona a cavallo, il capiagà de ianizzari inanzi, li bassà più lontani adietro con le sue particolar gente et schiavi benissimo ad ordine. Segue poi la retroguardia a tutti questi, che è spachi eletti da cavalli quarantamille, quali sono della corte di Sua Maestà, et pagati questi mensualmente. Questo modo di ordinanza si fa in campagna, dove si puol esser assaliti dal nimico, et è modo di preceder, di aspettar più tosto esser assaliti che assalir altri, sì come da alcuni spachi mei amici narrandomi tal modo hebbero a dire, et per questo mi refferitero che Sua Maestà mancava de homeni da guerra, laudando il Signor che era di grande animo et molto prudente nell’ordinar le cose della guerra et apartinente al campo, ma che però erano mal esseguite dalli ministri. Comendano molto Hacmat bassà esser valoroso nelle armi. Alcuni anche hanno laudato il magnifico Rusten haversi dimostrato animoso in alcune scaramuzze occorse essendo state agiutate dal virtù sua, che altramente le cose sariano andate di male, ma perché è tanto odiato da soldati che pochi parlano bene di lui, perché non volse far dar una soventione alli spachi da scontar delli suoi timari, che fu causa di farne crepar una infinitade con li loro cavalli, et forsi di havergli posti in disperatione come fecero di venirsene de qui disobedientemente. Et questo sia detto quanto alla potentia di Sua Maestà da parte da terra. Quanto veramente alle forze maritime, questi hanno l’Arsenal suo sopra questa parte di Pera, il qual beve nel mare et è molto murato solamente da terra, con assai debile et vergognose mure tutte di terra et tutte ruinose. Hanno in quello volti 113 tra de legnami et piera assai ineptamente composti, et mal assetati, nelli quali vi sono entro galee il forzo et qualche fusta, et molte di esse galee sono fatte alla antiqua, et vi sono de innavigabile. In aqua vi stanno al continuo galee 17 con quella del Signor de cinque remi, le quale stano mal trattate perché consumano li armizi et li corpi delle galee per esser malissimo coperte, per non haver commoditate di legname, cioè di tavole. Ho sotratto da alcuni a quali si pò prestar fede che di tutto quel numero a gran pena se ne potriano servir di cento. La difficultà poi consiste di haver le zurme, de armarle perché per la penuria hano de schiavi non si crede che a pena ne armeriano 30; il resto, tollendosi della Natolia gente molto greza et villana, sariano molto triste galee. Non si parla de corsari, perché aggiunto alle armade suol far questo Signor se gli pone e corsari, che non mancheriano Dragut et compagni, il numero de quali non se pò particolarmente saper, et in vero questi leventi fano potenta e sicura l’armata di Sua Maestà. La difficultà poi consiste, come ho detto nel ritrovar di ben armarle, che per conto de schiavi usadi si ha opinione che non si haveria al numero di sopradetto. Et quanto a nave che volessero scriverse, benché si possano haver molte da diversii, sariano cose mal atte per un tal bisogno, et in questo proposito di nave dirò alla Serenità Vostra che quelle sue nave che vennero de qui al mio tempo deteno una maraveglia estrema la sua bellezza a tutti questi Signori a tal che il bellerbei del mare vi volse montar sopra di una per meglio vederla. Vi andavano ogni giorno proti a pigliar mesure, benché mai aggiungeranno a una minima parte per immitar quelle, essendo dono de Iddio dato a quella illustrissima città di far simel vasseli, delle quali la Serenità Vostra si pò servire in una armada al giudicio de periti con molto nome, beneficio, et reputatione, però si ha a dar modo che se ne faccia delle altre, et così di sustentarle secondo la laudevole opinione del clarissimo messer Battista Nani, auttore di tanto bene et sempre sarà da commendar ogn’uno che presterà favore a tal buona opera. Circa veramente de capi che questi si possano servir sopra una armada, discoreno molti che si adopereria Hacmat bassà. Altri fano opinione del re d’Algier, fu figliolo di Barbarossa, et alcuni voleno che si daria una banda grossa di galee a Dragut, adderendolo con leventi alla armada. Di Salla bey, sanzacho de Rhodis, di questo è fatta poca essistimatione per esser homo di mal nome, sì che in vero da mare stano anche mal condicionati de huomeni. Ma di questo bellerbey, fratello del magnifico Rusten, al quale per il grado tocheria di esser capo, benché sia impratico, l’auttorità del fratello pol assai; et forse che mandandolo lui saria un voler de Iddio, accioché pericolasse l’armada, et tanto sia detto a intelligenza della Serenità Vostra circa alle loro cose maritime. De fortezze de cittade et castelli che io habbia veduto in tanto camino de paese che si fece a venir de qui, non ho veduto alcuna cosa di condicione, ma che già forono cittade al nome, et hora a pena si vede le vestigie, del che non se ne ha a parlare. Veramente quella parte da me cavalcata non si vede altro che campagna in gran parte dishabitata, reducendosi i poveri contadini a costiera delle montagne et fra monti per fuggir la tirania de Turchi, qual contadini sono la maggior parte uno tutti christiani. Della città de Costantinopoli non si può reputar esser da niuna parte forte; da terra si pò batter da mille luochi propinqui, et è fatta la schala dalle proprie muraglie di poter entrar entro; da mare le doi parte di quella che beve sopra il mare è riputata forte rispetto alli doi castelli del stretto, che si convengono passare con qualche pericolo, che però si supereria tal pericolo, come dicono alcuni periti, che non starò altramente a discorer tal fatto dovendo passar da ditti castelli quali vedevo et più informatamente né saperò vender ragione. Il sito veramente di questa città è bellissimo et raro nel mondo; è posta in triangolo, a sei miglia per faccia, volge miglia 18; è posta sopra uno angulo che finisse questa Gretia, padrona di un sì notabil stretto et così di quello del Mar Maggiore, di dove non si pò andar né venire che non si convenga passar per stretti et dinanzi essa città, nelli qual mari fra tal stretti vi sono tante notabile insule; fuori poi subito delli castelli per Levante vi sono tante honorate insule nel Arcipelago, che già forono le delicie delli antiqui greci, dove vi stano anchora delli edificii et ruine antique che dimostrano la grandezza di quelli honorati tempi, et hora Turchi vano deguastando il tutto per far le loro moschee, che in questo questi Signori fano grandissime fabriche et di molta spesa, et al presente la Maestà del Signor ha dato principio a far la sua moschea sopra un colle eminente verso la parte da mare, che si dice per commune opinione che spenderà quattro miliona de ducati senza lo aiuto de marmi et di collone che fa portar da tal loghi. Concludesi che è città de sito et aere temperato et ha quanto dé havere per convenientem habitudinem ad figuram celestem et ad loci dispositionem. È consueto, anci necessario nelle relationi che si fano nel suo ritorno di reverentemente dire alla Serenità Vostra quelle cose che pareno necessarie et utile per il stato et rispetto al longo manezzo che per tre anni continui son stato al servitio suo, procurando lo imparar questo termine di negociar tanto variato et differente da ogni altro, al che attesi con ogni mia diligentia et que mihi fuerunt lucra hec arbitratus sum. Dico adunque che essendo summo desiderio della Serenità Vostra et di quel eccellentissimo Dominio che si habbia con ogni spirito a invigilar di conservar la pace, et questo è il fine de tutti e negocii, però raccordo che si habbia a far elettione a questo carico di persona da bene et atta a tal servitio, soccorrendomi quel consiglio che David dimandò a Gettro suo cognato, qual David essendo stato fatto da Iddio grande re in quelle parti orientali et oltra il guberno de tanti regni adimandò anche come si havesse a reger con li principi estranei, qual rispondendo disse: «Provide viros sapientes et timentes Deum. In quibus sit charitas et qui oderint avaritiam et constitue ex eis tribunos quinquegenarios, decanos, qui iudicant populum omni tempore et cum extraneis regibus prestarent que necessaria erunt pro regno». Sopra il che sapendo la buona mente della Serenità Vostra et di quell’eccellentissimo Dominio non dirò altro. L’altro raccordo sarà che conoscendosi ogni giorno esser accresciuta maggiore la suprema autorità del magnifico Rusten in questo Imperio, et che perciò si fa tanto insoportabile d’ogn’uno perché in vero in un subito da lui pò proceder gran bene et gran male, che è cosa spaventosa a chi vedesse il modo del suo proceder, saria ottima cosa intertenerlo estraordinariamente, che non saria molto un cechini mille all’anno ma che gli fusse dati al tempo limitato ogni anno, il che devenendo da una cortesia dell’animo di quella verso di lui veramente se gli faria affettionatissimo che poi quello si dà apar si ha de besogno di lui, non gli ha accetti et si fa pagar il dopio, et in vero mai se gli ha donato niente estraordinariamente. Et nelli presenti fano li clarissimi oratori et baili è trattato di numero di veste come gli altri bassà, et di questo molte fiate si ha doluto et lo disse alla presentia del clarissimo orator Zen con molte alte parole che non era conosciuto il poter suo da Vostra Serenità. Il qual clarissimo orator ben non mancò honoratamente risponder a sua magnificentia dimostrandoli quanto era conosciuta da quella la grandezza di sua magnificentia; dimostrò anche, con altretante parole accommodate come suol far in tutte le sue trattacioni publice, quanto la Serenità Vostra faceva cavedale della magnificentia sua et benché certo le parole dittegli da sua magnificentia lo placò et adolcì molto. Questi vogliono li effetti susseguenti et questo è il fine loro. Et veramente considerando le infinite spese introdutte in tanti donativi da chi non si ha pur una parola di favore, né manco poleno giovarci in alcuna cosa, che meglio saria stato quella spesa haversi riservato a farla in persone più necessarie, ma non so a che fine si habbia posta questa pessima usanza, la qual è irrimediabile hora a rimoverla. Et però questo suo povero baylazzo et cottimo non pò sustentarsi alle spese ordinarie et estraordinarie senza lo agiuto della Serenità Vostra vengano quante nave et navilii che possano venire, et si la Serenità Vostra manderà qualche danaro di tempo in tempo sarà con molto suo utile per schifar il danno grande la pateria del cambio, che in tutto il mio tempo procurai di non darle interesse de cambii. Questo dico per il beneficio suo et acciò di tempo in tempo la vadi soccorrendo il suo bailo, acciò possi negociar li servitii della Serenità Vostra. Seguendo l’aricordi mei si ha grandemente advertire de negociar con desteritade con il magnifico Rusten bassà, et se ben alcuna fiata darà risposta fantastica, come gli veniva voglia, non bisogna rispondergli se non humanamente et devertir con buon modo quelle dimande di quel giorno, perché poi a un’altra giornata si ottene quanto si vole. Questo signor non bisogna darli materia de alterarlo, perché poi con desteritade et pacientia si vene. Et si ha summamente advertire che nelle cose d’importantia si ha a proceder con scrittura fatta in turco, il che ho ritrovato singular rimedio a far saper li bisogni occorenti, che altra fatica non si ha de qui che di potersi far intender al bassà, che è grandissima pena de negociatori, qual articolo ho conferito tra l’altre cose con il clarissimo mio successor. Si ha anche a intertenirsi con il magnifico Ianus bei dragomano, parlando quando fusse in termene di potersi essercitar che in vero non gli vedo troppa speranza di lui perché sua magnificentia si ha sempre dimostrata favorevole alla Serenità Vostra, et in vero ho veduto il bassà far cavedale della persona sua. Il qual Ianus bey quando vol agiutar li amici suoi, lo fa con destro et gentil modo. Si ha anche ad intertenirsi benivolo il magnifico gran cancellier, perché, occorrendo alcuna espeditione de importanza, ne presti favore passando il tutto per le sue mani, per esser persona intelligentissima al qual molto nelli comandamenti si riporta il magnifico bassà et molto è estimato per la molta sufficientia sua. Ho considerato, Serenissimo Principe, nelli tanti trattamenti occorsemi de importanza molto importar haver persona nella lingua turca, che fusse atta di esprimer il concetto nostro et che apprehendesse li termini et defese di una causa che si trattasse, et si ben si adoperano li dragomani che si hano, quali fidelmente si adoperano et non si pò se non commandar il suo buon voler; et perciò quando paresse alla Serenità Vostra di far venir de qui di quelli gioveni de cancellaria, che già alquanto sono desgrezadi nella lingua per la disciplina del quondam Civran fu suo dragomano, iusta l’ordine sopra ciò fatto per il clarissimo messer Hieronymo Pollani dottor conoscendo il bisogno che si ha di questa lingua per la pratica che si conviene tener a questa Porta, che veramente fu ottima deliberatione, perché facendosi star de ditti giovani qualche tempo de qui, con dargli modo di poter star commodamente, appareno il modo di proceder a parlar come fano questi per far la espositione delli sensi nostri, che tutto il magisterio consiste in questo trovar che la forma del dir in turco de questi corresponda con la espositione nostra, né vi accade troppo legger, né scriver, et fariano come scontri a questi dragomani in supplir a quello mancasseno de dire, et per mia opinione saria util cosa remettendomi però al suo sapientissimo parere. Et perché omnibus debitores sumus, et molto maggiormente a quelli che sono benemeriti per molte fatiche fatte in servitio pubblico; non voglio restar de dire quanto son tenuto del secretario mio domino Marco Antonio di Franceschi, il quale non sparagnandosi ad alcuna fatica andò in Dalmatia, per far che fusse essequito il commandamento della Maestà del Signor circa li confini di Zara; sopra il qual negocio sta da mesi 13 rispetto a quelli disturbi et morte de sanzachi, nel qual caso non mancò d’ogni diligenza, sì come sempre ha fatto in tutti altri negocii pubblici, operando il tutto legalmente a beneficio della Serenità Vostra. Il quale imitando il fratello suo messer Piero, conosciuto dalla Serenità Vostra in molti negocii pubblici, et dependendo questi suo servitori dal magnifico gran cancellier di quella, esempio di singular bontà, sotto la disciplina del quale essendo stati allevati, non si po’ sperar se non ottimo frutto et servitio, sì come attesto alla Serenità Vostra di esso mio secretario havendolo praticato per tre anni a questo carico. Et non voglio restar de dire quanto mi soccore che questo ordine secretario è pars necessaria politie onde parlando con ogni debita reverentia, la Serenità Vostra è tenuta di pubblico herario mantener abondantemente essi secretarii, accioché non occupandosi in altro vil lucro per aquistar il loro vitto possano attender con ogni spirito al servitio di quella, et similmente fra loro si hano a participar delli honori secondo li meriti et per quello è l’ordinario a concedersi secondo il solito della città; però havendo veduto la grande et continua loro servitù et esser come posti in uno Seraglio fra quelle honorate mure di quel suo palazzo al servitio di quel eccellentissimo Dominio giorno et notte, li raccomando generalmente alla Serenità Vostra. Ma nel particolar quella supplicarò che la non abbandona esso mio secretario, dimostrandoli della gratia sua in honorarlo et beneficiarlo come merita di che sempre ne restarò obbligatissimo alla Serenità Vostra reputando a me stesso esser conferito quanto dalla benigna gratia sua li sarà concesso. Ho consegnato ad esso secretario una vesta di raso d’oro cremesino, bellissima opera, la qual mi è sopravanzata delli presenti ordinarii mi forno consignati, nelli quali non hebbe luoco de darsi, et havendo inquirito circa a tal vesta, ho ritrovato che la Serenità Vostra era solita mandarla al quondam Barbarossa, sì che dal tempo della sua morte in qua si ha continuato a darla alli bayli, però ge la ho voluto mandar acciocché, accompagnandola con altri presenti accaderano, la ne venerà a sentir tanto manco interesse quanto sarà lo amontar di quella et cetera. Et così gli ho dato la lettera bollata d’oro andava a Rusten. Et per non mancar a me medesimo di quello me se convene come fedel et affettionato servitor della Serenità Vostra dirò, Illustrissimo Prencipe, quello che sincieramente et liberamente posso dire di esser stato di ardente animo in servir la Serenità Vostra nel carico commessomi, né guardai nelli mortal pericoli della pestilentia et altri molti che ci soprastavano de non negociar le cose di quella con molto desiderio, facendo buon animo in tanta oribiltà di cose che veramente, quando simili pericoli fossero stati considerati da me, mi haveria perduto più fiate che haveriano paventato quel maggior anemo del mondo, tanto era il stupore della gran strage facea essa pestilentia. Ma l’onnipotente Iddio coadiuvò la retta volontà mia in servirla et mi preservò al servitio della Serenità Vostra. Però, Serenissimo Principe, essendo stato a questo manezzo per tre anni continui, dove sono occorse infinite cose come in parte ho narrate a quella, essendoli stato alquanto tedioso et possendosi in molti negocii massimamente de importanza tanto più facilmente errare, conoscendomi huomo et debel sogietto a tanto peso, voglio creder haver mancato uti homo debilis et minor ad intellectum veri iuditii, però si quid male, vel minus bene actum fuit veniam peto, correptionem sustineo, supplicando la Serenità Vostra con quell’eccellentissimo Dominio che con la solita sua benignitade la se degni havermi escusato alla quale et a tutti quelli Eccellentissimi Signori con tutto il core inchinevolmente basciandole l’honorate mane in sua bona gratia mi raccomando.

AS Venezia, Collegio, Relazioni b. 61, n. 207, cc. 95v-121v.