1585 - 1587 Lorenzo Bernardo
Relazione|
1585-1587 Lorenzo Bernardo
Relazione
Serenissimo Prencipe.
Essendo per gratia di Dio, Serenissimo Prencipe, padri, e signori Eccellentissimi, ritornato a’ piedi della Serenità Vostra doppo il travagliosissimo Bailaggio di Costantinopoli, mi resta hora l’obligo, per l’antichissimo e laudatissimo instituto di questa Serenissima Repubblica, di sodisfare all’ultima parte di esso mio Baliaggio, la quale è di riferire a Vostra Serenità sinceramente, e quanto più brevemente potrò, le grandissime forze dell’Impero turchesco, il governo d’esso Imperio, e finalmente la buona e mala intelligenza che quel Gran Signore habbia con la Serenità Vostra e con altri Prencipi a lui confinanti, e con quali habbia alcun altro interesse. Consideratione non solamente de curiose e dilettevoli, ma a questo Serenissimo Senato sommamente necessario perché si tratta di Prencipe di contraria religione, e però di natura nemico; Prencipe confinante con la Serenità Vostra per 1500 miglia, e però per necessità sospetto, e finalmente Prencipe con il quale conviene haver tanti e così travagliosi negotii di corsari, di navigationi, di confini et altro, che però la fanno interessatissima con lui, onde non può ragionevolmente questa Repubblica haver pensieri né più gravi né più ardui et a quali debba essere più intenta e sollecita che quelli da quali dipendon l’attioni turchesche, e perciò l’intenderle di tempo in tempo per relation de suoi Baili non può essere né superfluo né noioso, poiché una delle prencipali cose che faccia sicura e prudentemente deliberare un prencipe delle cose sue di stato è l’havere vera e particolare informatione delle attioni de Prencipi a lui confinanti, e perché l’huomo al’hora doppiamente e perfettamente conosce le cose sue proprie quando bene intende quelle del suo vicino, per il paragone che fanno le cose una con l’altra.
E se è utile sapere et intendere questo di tutti li Prencipi del mondo, utilissimo certo e necessarissimo sarà intendere quelle del Gran Turco, col quale la Serenità Vostra che vostre Signorie Eccellentissime hanno tanti negotii, e più con lui solo che con tutti li Prencipi insieme; perciò è necessario trattare con esso con gran destrezza, con sommo giuditio e con estrema prudenza, havendo un ochio sempre alla sua grandezza e l’altro alla dignità di questo Eccellentissimo Senato. E però essendo io stato in quel Bailaggio trenta tre mesi per commandamento delle Signorie Vostre Eccellentissime, mi sforzarò dir brevemente ciò che con ogni mio studio ho osservato per suo servitio, attenderò alle cose più principali e lasciarò le superflue; così Dio mi dia la forza di saperle esprimere e di poterle imprimere nelle menti di Vostre Signorie Eccellentissime, come spero certo questa scrittura farle un utilissimo e segnalatissimo servitio.
Sultan Amurat, decimo quarto Imperatore della Casa Ottomana, al presente rege e domina la bellicosissima natione turchesca, dell’origine della quale come del 770 uscisse la prima volta da quelle solitudini di Tartaria appresso il fiume Volga, fra il Mare Caspio e l’Oceano Settentrionale, e passando per le Porte Caspie venisse a depredare nelle provincie dell’Asia Minore, non devo hora particolarmente riferire in questo luogo, per non tediare le vostre Eccellenze Illustrissime, potendo ciascheduna di esse intender queste cose più commodamente e particolarmente dalle historie; ma solo le dirò questo per dar forma e principio al mio ragionamento che, havendo li Turchi in progresso di tempo acquistato capi e militia propria, occuparono parte dell’Asia Minore, la quale al’hora governavan per capi da loro eletti, non havendo ancora quella natione alcuno assoluto, né o signore fra di loro che li regesse; ma finalmente nel 1330 nacque tra loro un Ottoman, huom ricco e sagace, il quale con questi mezzi, posto sotto di sé un potente e valoroso esercito, incominciò a debellare prima le provincie de Cristiani a lui confinanti; con che, havendo acquistato credito et autorità tra soldati per il suo molto valore e liberalità, si fece finalmente assoluto signore della sua natione e s’impadronì di tutta l’Asia Minore, la quale si cominciò a dire volgarmente Turchia, per esser la prima provincia acquistata da quella valorosa natione.
Questo Ottoman, havendo dato il nome e principio alla grandezza di questa famiglia, da lui denominata Ottomana, con incredibile felicità acquistando paesi e regni, pose prima la sua sede reale in Bursia, città della Bitinia nell’Asia Minore, e poi li suoi successori passando l’Ellesponto allo Stretto di Gallipoli, il che fu principio della rovina della Cristianità, posero la loro Sedia in Andrianopoli, e finalmente Meemet novo Imperator, havendo quasi del tutto distrutto e sogiocato il nobilissimo Imperio Greco, nel 1452 prese la nobilissima città di Costantinopoli, dove fermò la sua sede imperiale e dove sino al presente rege e domina il regnante sultano Amurat, possessor di tanto Imperio acquistato nello spatio di 250 anni con così perpetuo corso di vittorie che doppo l’Imperio Romano non ha mai alcun Prencipe ridotto a sua obedienza tante provincie e regni quanti questa famiglia Ottomana la quale, simile ad un folgore, trapassandole e sogiocandole con la viva forza dell’armi e con terrore universale, al presente è fatta formidabile a tutto il mondo, et in particolare alla Cristianità.
È veramente cosa meravigliosa il considerare quanti regni siano hora posseduti da questo signore, ogn’uno de quali separatamente in altri tempi ha dato larga materia alli scrittori di celebrare l’eccellenti loro operationi, et hora sono talmente oppressi e sogiocati dalla tirannide di esso che appena si conosce vestigio della loro grandezza, e spesso ci contende anco del loro vero nome con l’antichità. Esempio manifestissimo dell’instabilità della fortuna, la quale in tutti gli altri potentati inalzati a qualche straordinaria grandezza ha lasciato sempre qualche parte della gloria di quella grandezza alla virtù, di modo che molti hanno lodato più la singolar prudenza de’ Romani e la sublimità di Giulio Cesare che la fortuna loro in condurli a quell’altezza dove sono arrivati; ma in questa famiglia Ottomana sola la fortuna ha voluto la maggior parte, et è forse la causa di tanta felicità, mercè delle discordie della Cristianità, le quali hanno aperto una larga porta ad essa fortuna in condurre questa casa a tanta felicità con poco, o forse con niuno, contrasto de’ Cristiani. È certo che chi considera particolarmente il modo tenuto da’ Turchi in conservar tanto Imperio nella persona d’un solo signore, perseguitandosi perciò li fratelli l’un con l’altro con tanta crudeltà, conoscerà miracolo e solo favore di fortuna che per mille accidenti questa famiglia non si sia annichilita, ma si conservi in tanta prosperità solo per li peccati nostri e per flagello della Cristianità.
Circonda quest’Imperio per il giro che fanno le marine possedute da questo Signore più di ottomila miglia, principiando in Dalmazia, confino alla Serenità Vostra, e scorrendo tutto il Golfo e l’Albania, la Morea, la Grecia e tutto il Mar Maggiore, di circuito più di tremila miglia, quasi tutto da lui posseduto, la Natolia, la Caramania, la Soria, l’Egitto e la costa d’Africa sino allo Stretto di Gibilterra. La sua lunghezza dagli ultimi confini nella Persia sarà più di 3.500 miglia, la sua larghezza sarà quasi altrettanto dalli ultimi confini di Tartaria precopense di là dalla Tana, hora del tutto dominata da quella natione, sin agli ultimi termini del Gemen e Regno di Aden sopra l’Oceano Meridionale. Ma quello che rende questo Imperio più ammirabile e forte e sicuro è l’unione di esso, perché ha quasi nel mezzo la sua sede reale Costantinopoli dalla quale, come da centro, può con molta facilità non solo scorrere ma dilatare et ampliare, come tuttavia fa, e per terra e per mare ogni sua circonferenza, né è meraviglia che l’Imperatori Romani, padroni di tutto il mondo, anteposero quella città non solo a tutte l’altre da loro possedute, ma alla loro patria Roma, tanto celebrata, e passassero ad habitare in quella, chiamandola nuova Roma, poiché per il suo mirabile sito pare sia nata solo per dominare.
Questo così grand’Imperio è habitato da varie e diverse nationi. La parte d’Europa due terzi è habitata da Cristiani, Greci, Albanesi, Schiavoni, Ungheresi e Bulgari; la parte d’Asia da Armeni nostrani; la parte d’Africa da Maroniti, Giacobiti et altre nationi, tutte però se bene di varie sette cristiane e malissimo contente del dominio turchesco, poiché sono da quello consumate e distrutte con ogni maggiore crudeltà. Né soli li Cristiani sono da’ Turchi maltrattati e tirannegiati: gli Arabi e Mori, che pure sono della medesima loro religione, sono di maniera oppressi da’ Turchi che governano, che ben spesso hanno più tosto voluto sottoporsi al governo delli Spagnoli che de’ Turchi. Gli Arabi poi, se bene sono Maumettani, poco ubidiscono al Gran Signore, perché sono gente vagabonda et avezza al rubare, e perciò difficilmente possono sopportare la superiorità d’alcuno; e fra loro sono talmente divisi che per potersi offendere l’uno con l’altro la parte più debole si accosta al Gran Signore, per riuscir più potente et opprimere il suo proprio inimico.
Confina quest’Imperio con diversi Prencipi e di varie e diverse religioni e, principiando alle rive della Dalmazia et Albania, confina con la Serenità Vostra; col arciduca Carlo mediante la Croatia; con l’Imperatore mediante quella parte di Ungheria da lui posseduta; col regno di Polonia mediante la Transilvania, Vallachia e Bogdania; col Moscovita mediante le rive del Mar Negro; con i Tartari, Circassi e Mingrelli mediante l’istesse rive del Mar Negro; con i Georgiani mediante le fortezze di Cars, Tumarti, Sildir, Tiflis e Lori, acquistate dal presente Gran Signore in questa ultima guerra persiana; col re di Persia mediante le fortezze di Tauris, Ceneruol, Babilonia e Larsa, per lunghissimo tratto di paese fin sopra il Golfo Persico; con gl’Arabi nel Gemen mediante quella parte di esso che ultimamente è venuta all’ubedienza di Sua Altezza con il Prete Gianni mediante quella parte d’Abirsia posseduta da quel Signore; con diversi Prencipi Mori mediante l’Egitto con la costa di Barbaria, quali tutti confinanti con Sua Altezza sono per necessità malissimo sodisfatti de’ Turchi, perché invero il confinar con loro è cosa insopportabile perché sempre intacano, sempre rubano, e la ragione fanno sempre a modo loro, come ben spesso prova la Serenità Vostra non solo, ma anco l’Imperatore.
Sultano Amurat al presente comanda e domina quaranta provincie, che si possono dire tanti regni, a trent’otto de’ quali manda al governo suoi schiavi con titolo di Beglierbei, o Bassà, e due dà in governo a Christiani, i quali fanno professione di dipendere dagli antichi signori di quelle provincie, e queste sono la Vallachia e la Bogdania, le quali le sono date più tosto in affitto et appalto che in feudi.
Le provincie, overo regni, che possiede in Africa sono quattro, cioè li regni d’Algieri, di Tripoli, di Tunesi et il governo di Cabifli in Abirsia, confine del Prete Gianni, et il Bassà fa la sua residenza in Suachim.
In Asia ne possiede 29: l’Egitto, il regno di Cetimen, nel quale è anco compreso il Regno d’Aden, nell’Arabia Felice il Regno di Babilonia, il governo della Balsera e di Larsa, il Regno di Cipro, il governo di Caramania, di Damasco, di Napoli, d’Aleppo, il governo di Natolia, di Maros, di Camernet, di Cerisvol, l’Impero di Trebisonda, il governo d’Arzirum, di Caffa, della Tana, di Cars, di Tumanis, di Sildhir, di Tiflis, di Soria, di Bernircapi, di Van, di Sumachi, di Stavan, di Sivais e finalmente la città di Megel e paese di Tauris nella Persia, ultimamente acquistate nella presente guerra, che adempiscono l’intiero numero di 29.
Nell’Europa possiede Sua Altezza sette provincie, overo regni, fra quali tiene il principal luogo il Beglierbei della Grecia, chiamata volgarmente Romania alta e bassa, nella quale sono comprese molte nobilissime provincie e regni, e però il Beglierbei d’esso è di magior autorità e riputatione di tutti gli altri, e siede in Divano appresso i magnifici Bassà, in luogo de’ quali suole ordinariamente succedere.
Il secondo luogo in Europa tiene il Bassà di Buda in Ungheria, et il terzo il Bassà di Temisvar, fra quali due è divisa quella parte del nobilissimo Regno d’Ungheria, che sono i quattro quinti di esso posseduto da quell’Altezza.
Doppo di questi è il Bassà di Bossina, introdotto da poco tempo in qua, perché prima haveva titolo di Sangiaccato. Ma fra tutti questi ha forse il supremo luogo il Capitano del mare, il quale non solo è Beglierbei di tutte l’isole di mare, e specialmente di quelle dell’Arcipelago, ma è superiore in tutta la Barbaria, ha il governo di Pera all’incontro di Costantinopoli, e dalla città di Gallipoli allo Stretto di Dardanelli, porta principale di quell’Imperio. Ma quello che lo fa più stimare è che fino che ha quel carico è padrone assoluto del mare, regola e commanda a sua voglia tutte le cariche e cose dell’Arsenale e dispone in chi gli piace molti timari, cioè entrate nella Natolia, come nella Grecia; e questo adempisce il numero di trentotto governi, overo regni, che dispensa a suoi schiavi quell’Altezza.
La Vallachia e Bogdania sono le due provincie date dal Gran Signore a’ Prencipi cristiani di natione Greca, e queste adempiscono il numero delli quaranta regni a quali comanda quell’Altezza; e, se bene alcuni di questi sono solamente terre e fortezze di frontiera del suo Imperio e non meritano nome di regni, niente di meno all’incontro il Beglierbei di Natolia e Caramania e il Beglierbei della Grecia e del Gemen hanno sotto di sé tante provincie e regni che largamente uno per l’altro possono havere il titolo di regno.
Oltre di queste quaranta provincie, Sua Altezza tiene anco tanta e tale superiorità nel Regno di Transilvania che si puol dire quasi padrone di esso, poiché se bene i Baroni del Regno eleggono i loro Re, li eleggono però a piacimento del Gran Signore, il quale li manda lo stendardo in segno di confirmatione e superiorità, per la quale gli paga grosso tributo, sì come gli paga anco quella parte di esso Regno e dell’Ungheria che al presente è posseduta dall’Imperatore.
La città di Ragusi poi si può più tosto nominar sogetta che tributaria al Gran Signore per la maniera con la quale è trattata da’ Turchi; e questo tanto basti d’haver toccato brevemente delli molti Stati di quel Signore in luogo del molto che in questo proposito haverei potuto dire.
Questo sì grand’Imperio, se bene per circuito è paese grandissimo, è però poco habitato e molto distrutto, sì che in molte parti si cavalca sei et otto giornate che non si trova non dirò città grossa, o castello, ma appena una picciola villa, et è comune proverbio fra Turchi che dove zappa il cavallo Ottomano non vi nasce erba; e di più aviene che il paese da un tempo in qua sente molta carestia, la quale procede da contraria causa a quella de’ paesi nostri, perché qui nasce la carestia dalla multitudine de’ popoli e dal mancamento de’ terreni, ma nel paese turchesco è causata dal mancamento de’ popoli e dal non coltivare i loro molti terreni più del loro bisogno, sapendo che l’abbondante vitto li sarebbe levato per forza da’ Turchi.
È fondato l’Impero turchesco nel consiglio e nella forza de’ valorosi schiavi, perché così conveniva che fusse volendo difendere un stato tutto usurpato ad altri al quale non può essere cosa più utile che havere la sua difesa in persone che con premi possono acquistare e con honori e richezze essendo vili et abietti, si possono inalzare et all’incontro con pene severe si possono castigare secondo la volontà del lor Signore senza pericolo di strepito e di sedizione, il che non aviene in quelli che hanno li loro imperi fondati in nobiltà di sudditi et illustrezze di sangue de’ vassalli, e perciò se bene anticamente quattro erano le famiglie illustri per antica origine eguale all’Ottomana, cioè Micalogli, Evreri, Tarcan e Malacocci, ad alcuna però di esse non viene concesso il grado di Beglierbei né di Bassà, ma appena si nominano fra Turchi temendo che il nome di nobiltà non apporti loro qualche dannoso pericolo, perché tanta è la gelosia fra Turchi che il dominio sia in una testa sola, che non sopportano che alcuno possieda pure minima giurisdittione propria, né minimo castello in tutto quell’Impero; né sopporta quell’altezza che alcuno, e sia chi si voglia, serri la sua villa e possessione di muro, ma neanco fabrichi torre o casa più grande o più forte del solito, che è di legname e terra, sì che appena è durabile per il tempo della vita del fondatore, e per ogni minimo sospetto che habbia Sua Altezza di persone alcuna, subito la priva di vita, come ordinariamente usa di fare nel principio del suo Imperio, perché al’hora con estrema crudeltà leva di vita tutti quelli che per linea mascolina descendono dal sangue reale, né permette mai che alcun discendente da quella, etiam per linea feminina, possa ottenere grado, non dirò di primo visir né di Bassà, ma neanco di Beglierbei, et appena gli concede un Sangiaccato molto lontano dalla regia città; e ben spesso si vedono discendenti in terzo o quarto grado del sangue reale per linea feminina in estrema povertà. Dal che nasce la conservatione di quell’Imperio in una sola testa, la quale in questa maniera vive con molta sicurezza dalle sollevationi e ribellioni, non si trovando mai persona alta a far testa in simil occasioni.
Questo potentissimo Signore, sì come possiede grandissimo Impero così supera ogn’altro Prencipe nell’apparato di militia pagata, così da mare come da terra, e così in tempo di pace come di guerra, la quale consiste principalmente in 200 mila cavalli di timaro et in 800 mila soldati pagati de denari del suo tesoro, le paghe de quali escono ogni tre mesi per trattenere non solo soldati a piedi et a cavallo, ma a tutti i provisionati e stipendiati per le cosa di mare.
Li duecentomila cavalli di timaro sono, come diressimo noi, cavalli distribuiti in guarnigione per tutto l’Impero turchesco, e sono chiamati Spai da timaro, cioè cavalieri, che sono trattenuti in certa portione di terreni, sopra i quali vivono e mantengono i loro cavalli. Questi terreni, o altre simili entrate loro assegnate, chiamano i Turchi timari, i quali sono goduti da cavalieri in vita loro solamente, con obbligatione di mantenere tanti cavalli all’ordine quanto importa la grandezza o entrata del suo timaro, la quale si tira o per affitto o per decima, o per impositione d’un tanto per testa, secondo l’antico uso di quel paese. Se quando il timaro fu instituito fu stimato poter rendere aspri 3 mila d’entrata all’anno sino in 5 mila, che all’hora era di 60 in 100 scudi, era in obbligo lo spai comparire con un cavallo armato in tutte le occasioni che era comandato; e da aspri 5 mila in su era in obligo di tenere tanti cavalli quanti aspri 5 mila era in stima il suo timaro, la quale instituzione è nata perché li Ottomani quando acquistano qualche provincia non usano come li Cristiani, i quali lasciano i beni a particolari padroni di essi e si contentano solo del dritto dominio e signoria de’ paesi, ma i Turchi spogliano subito particolari da loro beni, e massime la nobiltà, i quali poi sono da loro divisi e distribuiti in questi timari, e dispensati a soldati chiamati da loro Spai, sopra i quali vivono senz’altro stipendio, di maniera che quanto maggiori acquisti fa alla giornata quel Signore, tanto accresce anche per questa via la militia propria, con soddisfattione e commodo de’ soldati.
Sente lo Spai da questa assegnatione de’ beni per suo trattenimento due grandissimi benefiti: l’una è che essendo la stima de timari molto antica è però molto bassa, et essendo al presente moltiplicato il valore d’ogni sorte d’entrate riceve perciò molto commodo lo Spai, cavando maggior utile di quello importa l’antico obbligo imposto al suo timaro; l’altro beneficio è che havendo per lo più il timaro obbligo di mantenere due o tre cavalli, viene lo Spai per questa via ad haver le spese per due o tre suoi schiavi e servitori.
Riceve Sua Altezza all’incontro due gran commodi e beneficii da questa istitutione de’ timari: l’una è la sicurtà del suo Impero, poiché stando sparsi per esso li Spai l’assicurano da ogni improvvisa invasione; l’altro è che abbandonando ciascuno il paese turchesco per le molte tirannie e crudeltà che li sono usate, resterebbe quell’Imperio disabitato e distrutto, se li Spai per interesse proprio non accarezzassero e trattenessero li contadini per cavar utile da loro timari, difendendoli e facendoli rispettare da altri Turchi che li volessero offendere.
Li benefici poi che dall’esser habitato il paese ricevono i Prencipi sono infiniti, et in particolare quell’altezza cava carazzo et avores, impositioni importantissime, oltre la contributione de’ galeotti, guastatori et altro che si cava dai popoli, talché veramente si può dire che questa sola instruttione sia il fondamento et il nervo di quell’Imperio, non solo per i benefitii sopradetti ma per così gan numero di cavalleria che possiede senza alcuna spesa quell’Altezza quanta niun Prencipe del mondo hoggidì potrebbe mettere insieme, e quando lo facesse spenderebbe più di 25 millioni all’anno per mantenerla. Questi Spai sono compartiti sotto diversi capi, chiamati da loro Sangiachi, li quali hanno il governo delle provincie conl’imperio militare, e quando sono nelle fattioni stanno tutti uniti sotto il suo capo, il quale tiene per insegna al suo padiglione una coda di cavallo in cima ad un’asta. Li Spai d’Europa sono in magior numero, e stimati universalmente li migliori; sono obligati tutti li spai a portare a cavallo la lancia, la targa, la scimitarra e l’arco, che sono sue armi proprie.
Tutti i Sangiachi hanno per loro capo supremo il Bassà, o Beglierbei, della provincia, e fra tutti gli Beglierbei, con ragione quello di Grecia, è stimato il magiore perché egli solo ha sotto di sé ventisei Sangiachi, i quali governano 13 mila timari, che a cavallo due o tre per timaro, sarebbero trenta in quarantamila cavalli. Doppo questo il Bassà di Natolia, del Cairo et altri sono molto potenti per la cavalleria molta che comandano sotto il loro stendardo.
Ma la principale e più stimata militia fra Turchi è quella della Porta, compreso quel numero d’ottantamila huomini pagati de’ denari del tesoro del Gran Signore. Quasi tutta questa gente per origine doverebbe esser cristiana per l’antica loro institutione, e questo per due modi, o per carazzo ogni cinque anni, e più e manco, come piace al Gran Signore, si manda per tutto l’Imperio a far raccolta de’ figlioli de’ cristiani che habitano, e questi subito giunti in Costantinopoli sono fatti Turchi. Per acquisto: sono schiavi del Gran Signore quelli che sono presi in guerra aperta, o che sono rubati o depredati a confini, come ordinariamente occorre in Ungheria et ai confini della Serenità Vostra in Dalmatia, a qual s’agiunge un infinito numero di persone che del continuo sono rubate e depredate da corsari di Barbaria, e qui in Golfo la maggior parte, e specialmente tutti i giovani si fanno Turchi.
Di questi putti e schiavi si fa la scielta de più belli et atti agli esercitii militari, e questi sono posti ne’ serragli, dove sono nudriti et allevati con grandissima diligenza e cura. Questi seragli sono tre, cioè due in Costantinopoli et uno in Andrianopoli, mantenuti a spese del Gran Turco con bellissimo ordine; e quando i giovani sono pervenuti a certa età, quelli che hanno miglior fortuna sono posti nel Serraglio del Gran Signore, di dove poi possono riuscire grandi e principali di quell’Imperio. Agli altri sono dati carichi di Spai, Giannizzeri et altri gradi militari, secondo il loro merito et attività, o per dir meglio la loro miglior fortuna, talché da questi serragli, come da seminarii, cava Sua Altezza ogni tant’anni non solo i giovani per servitio del suo Serraglio e della sua militia, ma de manco atti e disposti provede anco al servitio de’ suoi giardini et a molti servitii vili ne applica quella quantità che fa bisogno, dandone a’ particolari soldati e marinai per allevarli et insegnarli diverse professioni. E se bene quest’ordine per antico instituto si doverebbe osservare, niente di manco anco fra loro quest’uso et ordine è corrotto perché molti turchi danno i suoi figlioli in luogo de cristiani a quelli che raccogliono il caragio, dando partita per questa via a loro figlioli e ricevendo molto utile da’ cristiani per liberar li loro, per la qual cosa al presente nella militia della Porta sono la maggior parte Turchi nati, e pochi figlioli de’ cristiani, e pochi anco allevati ne’ serragli, e perciò questa militia è assai inferior all’antica, et i gradi per lo più sono dispensati per favori, contro l’antico uso e prima institutione.
L’ordine de’ Giannizzeri fra la militia della Porta tiene il primo luogo, il quale fu instituito da Sultan Amurat, padre di Sultan Meemet, che prese Costantinopoli, né mai si ritrova che poi che fu instituita questa militia sia stata rotta in battaglia generale, anzi col valore principalmente de Giannizzeri esso Meemet prese Costantinopoli e ruppe Vladislao re d’Ungheria, e con la forza di questi Baiezet prese Modone, e finalmente con questi Sultan Selim diede quella gran rotta in campagna a Persiani, perché veramente quest’ordine de’ Giannizzeri era alla similitudine delle legioni de’ Romani e delle falangi della Macedonia, con le quali Alessandro Magno sogiocò tutto l’Oriente, e sempre li Giannizzeri sono stati il nervo della militia turchesca.
Questi vanno sempre a piedi, usan l’archibuso et un mannarino alla cintura, et hanno di soldo aspri quattro sino a nove il giorno, secondo la loro qualità e buona fortuna che s’acquistano. Questi prima erano 12 mila e poi furono ridotti a 8 mila da Ibraim Bassà, per la sollevatione che fecero per ammazzarlo, ma hora sono circa 24 mila con i vecchi et impotenti, li quali sono distribuiti in diverse guarnigioni di poca importanza di quell’Imperio.
Sono distribuiti li Giannizzeri sotto diversi capi, chiamati da loro Agà, de quali è supremo capo l’Agà de’ Giannizzeri, uno de’ principal carichi della Porta, prossimo al Beglierbei della Grecia.
Di questa militia suole servirsi il Gran Turco in tre parti. Una ne tiene in Costantinopoli alla guardia della sua persona, l’altra trattiene in guarnigione ne’ più importanti confini del suo Imperio, la terza parte, più e manco come ricerca il bisogno, manda negli eserciti all’imprese che disegna di fare, non si assicurando mai tenerli o tutti o la maggior parte uniti in un luogo solo, perché sono arditi, insolenti e seditiosi, come seguì in tempo di Sultan Selim, padre di Sultan Solimano, che si sollevarono di maniera che per paura fu astretto fugire incognito per le porte a salvarsi nel Serraglio di Costantinopoli, essendo chi al’hora haveva conosciuto non esser vero Signore; ma da certo tempo in qua questa gente è molto avilita et assai inferiore di valore e reputatione all’antica, perché dove prima tutti eran chiamati figlioli del Gran Signore, allevati ne’ serragli in ogni esercitio militare; hora sono la magior parte entrati in quella militia senza alcuna disciplina ma solo per facione, e però non sono né temuti né rispettati da’ popoli come prima, ma sono fatti gente abietta, povera e vile, che per bisogno e molta povertà servono non solo nelle case degli ambasciatori, ma si accordano al servitio degli ebrei e d’ogni vil particolare, solo per vivere e sostentarsi, e perciò si può concludere che al presente sia perduto in gran parte il suo antico vigore.
Di questi Giannizzeri si eleggono li più belli di corpo e di magior valore, e questi si chiamano Solacchi, i quali hanno carico come di Staffieri, e sono deputati ad accompagnare tanti per banda il cavallo del Gran Signore, tenendo sempre in mano l’arco teso e la freccia sopra la corda, per sicurezza della persona di Sua Altezza. Di questi istessi Giannizzeri anco si eleggono gli Ulofagi al numero di doimila de’ più valorosi, e che habino per qualche prova acquistato nome di valore. Questi vanno a cavallo et accompagnano tanti per parte il cavallo del Gran Signore; e possono entrare in quest’ordine di cavalleria anco i servidori de’ Bassà o Beglierbei, li quali per lunga servitù o per qualche honorata fattione l’habbino meritato.
Tutti quelli che a cavallo accompagnano la persona di Sua Altezza son chiamati sotto un sol nome di Spai della Porta, ma poi sono divisi sotto diversi nomi, a diversi carichi e fattioni, e sono in tutto 15 mila cavalli, compresi li sopradetti 2 mila Ulofagi divisi in sei compagnie, sotto sei capi, con soldo di dieci sino a trenta aspri al giorno per uno; et è da avertire che l’aspro se bene già correva a soldi tre l’uno, hora non corre più di soldi uno e mezzo, per il suo pegiorar della valuta, secondo il qual corso si può contare lo stipendio sopradetto.
Trattiene ancora Sua Altezza al suo soldo settemila Zamogliani, e sono quei giovani rinegati allevati ne i tre serragli sudetti, i quali o non riuscendo d’esperientia, o per loro mala fortuna, sono applicati a diversi servitii vili, tutti pagati dal Gran Signore ad aspro uno sino a tre per giorno, e a questi vien data una veste l’anno di panno Salonichio turchino a spese di Sua Altezza; la qual veste viene anco data a quei Zamogliani che sono posti ad imparare qualche arte o a servitio particolare, a quali però non viene data altra provisione o trattenimento.
Paga Sua Altezza ordinariamente mille e cinquecento armaioli per servitio di nettare l’armi di tutta la militia della Porta. Trattiene mille e cinquecento bombardieri pagati, et altri cinquecento huomini per governar e condurre l’artigliaria, oltre un infinito numero di provisionati per servitio del suo Serraglio, tutti compresi nell’ottantamila paghe del denaro del tesoro del Gran Signore.
Nelle stalle di Sua Altezza, che sono fuora del Serraglio, si suole spesare quattromila cavalli, molti muli e molti cameli, e nella stalla dentro il Serraglio tiene Sua Altezza doicento e più cavalli di rara bellezza et esquisita bontà per uso della persona sua. Ma gran parte de’ cavalli delle stalle di fuora hora si trova alla guerra di Persia, talché nelle stalle di Costantinopoli si può hora ritrovare cinquecento cavalli, e nelle stalle di Filippopoli molti muli et alquanti cameli.
Oltre tutta questa militia, ha quel Signore gli Acangì, popoli d’Europa i quali godono certe esentioni con obbligo di servire Sua Altezza, sempre che fa esercito per Europa, per venturieri e scorritori, per riconoscere e rovinare in paese, trascorrendo avanti gli eserciti, come molte volte ha provato l’Ungheria e l’Austria in tempo di Sultan Sulimano. Questi sono in grosso numero, ma nell’occasione sono anco molto accresciuti da altri popoli, li quali volentieri s’accompagnano con loro per depredare, distrugere e guadagnare.
Ha anco Sua Altezza gli asapi, i quali sono huomini pagati da communi delle ville per servitio de’ guastatori, con soldo di grani tre al mese per ognuno.
Si serve anco quell’altezza de’ Tartari, gente vagabonda e mercenaria, in grossissimo numero per distrugere e dare il guasto a paesi, de quali sempre che vuole ne puole havere a suo servitio, con certa assegnatione di pagamento grossissima quantità.
E questo basti haver detto quanto alle forze che sono trattenute da Sua Altezza per bisogno della guerra di terra. Resta hora che si parli di quelle di mare, delle quali non si può negare che Sua Altezza non habbia magiore apparato e magior facilità di provedere di qual si voglia altro prencipe de Christinità, perché nel suo Arsenale si trovano quasi sempre dieci maone, alla similitudine delle nostre galee grosse, ma d’assai pegior conditione, oltre altre cinquanta e più galera, o galiotte, che stanno ne i mari di Barbaria, et alle guardie sì nell’Arcipelago come nel Mar Magiore, et oltre anco a venti e più corpi di galera che tuttavia si fabbricano nelli squeri dal Mar Negro, e questi sono tutti i vascelli proprii del Gran Signore.
Oltre di ciò si trova de’ particolari Turchi e Greci un grandissimo numero di caramusali, e molte palandrie, che son navigli accomodati per traghettar cavalli, talché molte volte per curiosità ne ho contato nel porto di Costantinopoli doicento e trecento di simili vascelli, senza quelli che del continuo vanno e vengono, cosa certo degna di molto stupore; ma quello che io stimo più considerabile è la grandissima facilità che ha Sua Altezza di fabricare nel Mar Magiore e nell’Arcipelago, dove sono molti squeri vicini a boschi di bellissimi legnami, e si trova quantità grandissima di maestranze sempre occupate nel fabricar caramusali, galeoni et altre sorti di navigli, i quali tutti in bisogno servirebbero al Gran Signore.
Quando Sua Altezza vuol fabricar galere dà il carico al proprio Rais, che vuol dir Sopra comito, al quale fa contare quarantamila aspri per pagar le maestranze e manifattura di essa galera, li concede comandamento di poter havere quaranta huomini per manuali e fachini, li fa consignar dall’Arsenale stoppa, pegola, chiodi et altri ferramenti per la fabrica di essa galea, secondo certa loro himitatione, con le quali provisioni il Rais, accompagnato da un Proto dell’Arsenale pagato dal Gran Signore, va alle rive del Mar Negro, fa tagliar i legnami nei boschi ivi vicini e fabrica la sua galea secondo il sesto che gli è dato dal Proto, con quelle maestranze che si ritrovano a quelle marine; ma di tutte queste provisioni ne avanza il Rais più della metà, perché sollecita l’opera e la fa imperfetta e debole, e per questo non è meraviglia se in brevissimo tempo il Gran Signore può far molto numero di galere, come fece doppo la rotta della sua armata, e certo con stupore universale, et il primo anno del mio Bailagio, senza far alcun moto nell’Arsenale, Sua Altezza fece fabricare ottanta galere con grandissima celerità, come so d’haverne dato particolare conto alla Serenità Vostra.
Di maestranze li Turchi non possono haver bisogno, poiché oltre che ne hanno gran copia, si trova Sua Altezza haverne quattrocento e cinquecento, tutti schiavi, maestri, marangoni, calafati e remeri, de’ quali si serve per acconciare le sue galere nell’Arsenale, e per fabricar anco qualche galera da fanò, come in tempo mio ne hanno fatto alquante con molta celerità, e quando gli occorra bisogno magiore nel suo Arsenale introducono le maestranze Turche e Greche della città, fanno venire i maestri dall’isole dell’Arcipeago, né gli mancano certo molti Candiotti sudditi della Serenità Vostra per la speranza del guadagno, con mio infinito dispiacere.
Pochissimi sono li Turchi che lavorano nell’Arsenale, e de quali il Gran Signore si serve per comandare e guidar le sue armate, ma vi servono de’ christiani rinegati, non essendo ancora fatta propria de’ Turchi la peritia delle cose di mare, ma essendo ancora a loro nova, et alla quale non hanno atteso, se non doppo l’acquisto di Costantinopoli, con tanto maleficio della Cristianità. In questa preparatione così grande delle cose da mare spende pochissimo il Gran Signore, perché non ha spesa ordinaria nel suo Arsenale, ma solo quando li piace introduce maestranze straordinarie, e le fa lavorare per prezzo limitato da un’hora avanti giorno sino ad un’hora di notte, e finita l’opera che vuol fare li licentia con grandissimo suo vantaggio.
Quando i corpi delle sue galere sono innavigabili li fa vendere all’incanto, e sono comprate dai Rais et altri solo per disfare, il che credo sia non molto magior vantagio e benefitio di quello cava la Serenità Vostra facendole disfare nel suo Arsenale. È molto considerabile la grandissima commodità e facilità che ha quel Gran Signore in far prestissima provisione di tutti gli apprestamenti per bisogno di quel Arsenale, cavando dal suo proprio paese alberi, remi, vele, metalli et ogn’altra cosa necessaria per le cose da mare; il che ne fa avvertiti a non fidarsi se alle volte i baili scrivono che quell’Arsenale è sfornito, poiché con tanta facilità ne possono fare subito provvisione.
Trattiene quell’altezza quattrocentocinquanta Rais, cioè Sopracomiti, pagandoli così in tempo di pace come di guerra con aspri otto infino a cinquanta il giorno per uno. Questi hanno il carico di fare di notte le guardie nell’Arsenale, sì come sessanta vechi fanno di giorno, compartiti a trenta per settimana; tutti questi sono malissimi pagati, e vanno grossamente creditori. Tra li Rais molti sono putti, molti vechi e molti inesperti delle cose di mare, sì che appena fra essi ne sono 250 de’ buoni, perché si è introdotto da certo tempo in qua che questo carico è dato più tosto per trattenimento, e passa come hereditario ne’ figlioli in cuna, che distribuito per merito e per valore; e sì come a’ Turchi non possono mancare corpi di galere e apprestamenti di essi, così de boni marinari, ufficiali et huomini da comando convengono havere molta strettezza, poiché oltre la perdita che hanno fatto quando fu rotta la loro armata da quella della Serenità Vostra, essendo horamai passati otto o dieci anni che non hanno mandati fuori grossa armata, et essendo in questo tempo mancati molti marinari vechi per diversi accidenti, né havendoli potuto allevarne de nuovi in quella professione, convengono però havere strettezza d’huomini di questa qualità, perché non è dubio che la peritia delle cose di mare ha bisogno di più longo tempo che la militia di terra, e perciò con magior difficoltà si può havere huomini prattichi delle cose di mare.
Nell’armata si servono d’Asappi per ufficiali e marinari a nove per galera, i quali sono trattenuti con continua paga d’aspri cinque sino otto al giorno; per huomini da spada si servono de’ Giannizzeri e Spai di quel numero che ricerca il bisogno, i quali essendo ordinariamente trattenuti da Sua Altezza, servono però senza alcun suo magior interesse. Di huomini da remo, ha 50 in 60 galere armate di schiavi, che sono il nervo delle sue forze di mare, trattenute parte in Barbaria a spese particolari, e perte alle guardie a spese di Sua Altezza. De marioli, che sono gente di piazza e da taverna, soleva anticamente armare molte galere; hora non sarebbe possibile armarne appena una, perché quando spesso soleva uscire armata questi tali van trattenuti e spesati da tavernieri, sopra la speranza d’esser sodisfatti de’ denari che tocca il galeotto al suo armare, ma essendo hora passati tanti anni che non è uscita armata, questa canaglia licentiata da’ tavernieri ha preso altri partiti, sì che non è possibile al presente armare di gente di simile qualità, come si è veduto per sperienza l’anno passato, che essendo state armate solo diece galere avanti il mio partire, né havendosi potuto interzarle de’ schiavi, e per mancamento de’ marioli, doppo essersi trattenute molti giorni alle Sette Torri, finalmente il capo fu forzato col disarmarne una interzare tutte l’altre, acciò potessero partire. Quando dunque occorrerà al Gran Signore far armata generale, sarà astretto servirsi per la magior parte de’ galeotti comandati in tutto il suo Impero, e perciò di gente inesperta e malissimo atta alle cose di mare.
Questi galeotti sono descritti per ragione di tante teste un cristiano, prendendone più e manco secondo il bisogno, e a quest’obbligo di contributione de’ galeotti concorrono non solo i territorii, come appresso di noi, ma anche le città, lasciando però la libertà a quello a chi tocca di porre in luogo suo un altro pagato de’ suoi proprii denari, oltre la paga ordinaria che dà il Gran Signore, come appunto si usa tra li contadini nostri e l’arti di questa città. Onde si può concludere che se bene li Turchi possono havere magior numero di legni nella loro armata che la Serenità Vostra, saranno però le sue sempre inferiori alle nostre galere di qualità, perché le ciurme loro saranno sempre pegiori delle nostre, e pegio tratate dai loro Rais, i quali non hanno altra mira che d’arricchire, e però spesso i loro galeotti si ammalan e molti ne muoiono, e facilmente infettano la loro armata; onde il magior numero di galee non servirà ad altro, solo a magior confusione. E però al presente hanno perso quel tanto ardire, poiché hanno col esperienza conosciuto non essere invincibile nelle cose di mare, e per gratia di Dio hora è levata a’ Turchi quella superba impressione che li Cristiani li temessero e non fossero mai per affrontarli, poiché hora il timore è dal canto loro, e si sono molto bene chiariti quanto le loro galee siano inferiori alle nostre, così di qualità di gente come d’artigliaria, e molte altre cose necessarie alla navigatione, e loro medesimi confessano che le galere delle guardie, che sono le migliori, tremano di paura quando sentono nominare le galere cristiane, sì come quest’anno chiaramente si è veduto che diece galere armate sotto Giafer Bassà eunuco, essendo uscite per reprimere l’ardire delle galere ponentine per li molti danni fatti da loro nell’Arcipelago fino presso i Dardanelli, et havendo potuto ritrovarle e combatterle con molto vantagio, non hanno però havuto ardire di farlo ma l’hanno fugite, onde sdegnato perciò il Gran Signore lo fece imprigionare nella Torre del Mar Negro il giorno avanti il mio partire da quella città.
È ben vero che le sessanta galere che può havere il Gran Signore armate delli suoi schiavi, e de’ particolari, che sono le galere di corso, che si trattengono in Barbaria, sono molto buone, et il seminario della sua militia di mare; ma nelle battaglie con Cristiani anco queste hanno due grandissimi svantagi: l’uno che essendo li schiavi in buon numero de’ proprii Capitani, o Rais, questi non li vogliono arrischiare alla battaglia, e perciò volentieri si ritirano e fuggono i pericoli, perché persi li loro schiavi perdono l’utilità e la reputatione; l’altro è che affrontandosi le galere Turche armate di schiavi cristiani quelle dell’istessi cristiani sono necessitati li capitani Turchi a metter le manette e ferri alle mani de’ schiavi, o lasciandoli in libertà correre manifesto pericolo che questi sollevati contro di loro per acquistarsi la desiderata libertà non gli levino la galera e la vita insieme, dove all’incontro li nostri forzati essendo della medesima nostra religione, con la promessa della libertà a loro osservata nelle passate occasioni, essendo tutta gente brava e facinorosa, e però molto ardita et animosa in occasione di battaglia contro a’ Turchi fanno prove grandissime, come nella Felice Giornata si è per esperienza molto ben conosciuto.
Si può dunque concludere che le forze Turche maritime, se bene sono in apparenza grandissime per il molto numero de’ vascelli e facilità di provedere d’ogni apprestamento necessario, sono però in effetto deboli, il che si è potuto chiaramente conoscere il Giorno della battaglia navale, et ogni giorno si vede chiaro in altre minori occasioni che, sempre che i Cristiani gli hanno mostrato la faccia, mai hanno in mare ottenuta vittoria. Ma bene all’incontro la potenza e grandezza dell’Impero turchesco consiste tutta nelle forze di terra, perché chi ben vorrà considerare l’institutione et ordine della loro militia, farà giuditio e conoscerà come anco per prova si è veduto, che li Turchi sono stati huomini di molto valore e non punto rozzi, come pare che l’antichità l’habbia tenuti, poiché qual gente è fra la nostra più somigliante a gli ordini della militia romana della a? astinente nel vivere, sofferente nelle fadiche, ubidiente a capi, costante nell’imprese, accorta ne’ stratagemmi e finalmente tanto patiente ne’ disagi della militia, che non hanno mai pretermesso alcuna cosa per dura e difficile che sia stata, solo per vincere e dominare, e perciò sono andati serpendo come un fuoco, il quale va tutta via abrugiando le reliquie della povera Cristianità, la quale per le discordie lasciò passare tanto avanti questa horribile peste, che non prima si accorse della sua rovina che quando vidde li Turchi passare nella Grecia, che al’hora li cominciò a stimare, quando diedero principio alla rovina di quella nobilissima provincia; e però il discorrere sopra i fondamenti delle forze di questa nation è utile per avertire con più accurata diligenza i loro andamenti, avertiti conoscerli e conoscendoli per poter prender rimedio alla loro tanto sfrenata licenza.
E chi vorrà considerare la causa di tanti prosperi successi de’ Turchi troverà essere perché la loro militia è stata superiore alla nostra per tre cagioni: per l’ubidienza, la quale poco si trova ne soldati cristiani, per la religione, per la quale credono che ogn’uno habbia scritto in fronte il quando et il come che ciascuno habbia a morire, il che li fa arditi ad ogni difficile impresa, e finalmente i soldati loro sono tutti sempre meglio disciplinati che li nostri, et avezzi a patire ogni disagio, perché la sobrietà è propria de’ Turchi, con la quale hanno sempre rinfacciato a nostri la troppo deliciosa vita, stimando noi con corrotta opinione mostrar la nostra nobiltà e grandezza d’animo con la lautezza delle tavole, sodisfacendo con esse più tosto all’ingordigia della gola che al bisogno della natura; onde non è meraviglia se i Turchi sono sempre riusciti superiori a nostri, e nel conseglio e nell’armi, e sempre vittoriosi, perché essi sempre e in casa e fuori, hanno affatto bandito quel diletto della gola, come capital nemico della virtù militare, il quale da’ Cristiani all’incontro è con tanto studio ricercato. È ben vero che hora questo antichissimo instituto in tutte le parti si va corrompendo fra loro, il che può esser qualche principio della loro declinatione.
Nelle forze d’un Prencipe, oltre la militia pagata da terra e da mare, e le provisioni dell’Arsenali, si deve anco considerare l’abbondanza o mancamento che habbia di grani, di gente di artigliaria, di polvere e finalmente di denaro, che sono tutti appunto li nervi d’un ben fondato Impero; però anco di queste brevemente discorrerò. De’ grani non può quell’altezza in alcun tempo haver bisogno, perché ne può sempre cavare gran quantità non solo da Negroponte, dal Volo e dalla marine di tutta la Grecia, ma dal Mar Negro, dall’Impero di Trebisonda, fertilissimo sopra ogni altro paese, e dalle marine di Pogdania, da’ quali luoghi si somministra sempre il suo bisogno non solo alla città di Costantinopoli ma ad ogni grossa armata; e se bene pare che da alcun tempo in qua quella città senta molta strettezza e gran carestia de’ grani, ciò nasce dal poco ordine che tengono i Turchi in questa materia, perché vivono a caso, senza tenere alcuna provisione pubblica per questa causa.
Di gente quell’altezza non può, se non per molte rotte continuate, cascare in necessità, perché a’ Turchi per tre cause moltiplica la gente in grandissima copia. La prima è per la loro religione, che loro permette poter havere in un istesso tempo quattro mogli, e quelle ripudiarle, e prenderne dell’altre a suo beneplacito, oltre di ciò possono tenere per servitio loro quattro schiave, che possono comprare de’ loro proprii denari, talché per questa moltitudine di donne hanno commodità di generar molti figlioli. La seconda causa è il gran numero de schiavi che acquistano in guerra aperta e nelle continue depredationi, de’ quali la maggior parte si fa della loro religione. La terza è il carazzo che riscotono del continuo di tanti figlioli de’ Cristiani che habitano in quell’Imperio, e l’infinito numero de Circassi, Rossi, Mingrelli et altre nationi che ordinariamente sono condotti con vascelli a vendere per mercantia in Costantinopoli ne’ pubblici mercati, come appunto si usa in queste parti vender li animali; li quali sono da’ Turchi comprati per servitio loro, non essendo chi serva per premio, ma communemente ognuno si fa servire da’ proprii schiavi, de’ quali la magior parte si fanno finalmente Turchi, i quali essendo poveri e miseri, procurano col favore de’ padroni haver qualche trattenimento e soldo dal Gran Signore, talché non muore un stipendiato di Sua Altezza che immediate non siano molti che con donativi e con favori procurino ottenere il suo luogo, dal che sentono molto utile tutti li grandi della Porta.
Di polvere ha grandissima quantità quel Signore, perché li terreni di Egitto, e massime l’isola delta et altre rive del Nilo, sono proportionatissime a fare salnitro, né manca in altre parti di quell’Imperio commodità grandissima di far l’istesso, perciò di polvere non possono li Turchi haver verun mancamento.
Resta per ultimo a parlare dell’entrate e tesori di quell’altezza, ne’ quali pare che consista la magior parte delle forze d’ogni Prencipe, il quale capo divideremo in due considerationi: nella prima trattaremo dell’entrate ordinarie, nella seconda del denaro accumulato che si può trovare Sua Altezza.
Se nell’entrate ordinarie vorremo comprendere l’entrata di tanti timari che dispensa quel Signore, non solo alli spaii per mantenere li 200 mila cavalli, ma anco per trattenimento di tutti li Bassà, delle Sultane e di tutti i ministri della Porta, senza dubio l’entrata ascenderà a tanta somma che non dirò Prencipe alcuno, ma tutti i Prencipi assieme, non si potrebbe comparare al Gran Signore; et in questo modo si potrebbe più tosto arbitrare la quantità di essa che con verità saperla. Lasciando dunque questa entrata de timari da parte, e parlando solo di quella che è riscossa in contanti, questa dividerò in due parti, cioè in quella del Kasnà, cioè tesoro, di fuora, e quella del Kasnà di dentro.
L’entrata del Kasnà di fuori è riscossa e spesa da due Tefterdari, e consiste principalmente in datii, carazzi, miniere, affitti, livelli, pensioni, tributi, sopravanzo dell’entrata delle moschee, ben de morti et avaris, delle quali tutte nominate, et altre che per brevità tralascio, può cavar Sua Altezza circa otto milioni e seicentomila scudi all’anno, né voglio tediarle con discorrere particolarmente la qualità di ciascuna di quest’entrate ma solo mi restringerò a parlare delle quattro ultime da me nominate, le quali stimo che più particolarmente siano intese da vostre eccellenze come le più importanti, e spesso nominate nelle lettere de’ suoi baili.
L’avaris è una gravezza ch’era solita esser riscossa quando il Gran Signore voleva mandar fuora grossa armata; può rendere circa doicentomila scudi, et è riscossa in ragione di aspri quaranta per testa da’ Cristiani et Hebrei, e di aspri quaranta per casa di Turchi, e se bene questa impositione era posta per la spesa che si faceva in mandar fuora l’armata, è però hora fatta talmente ordinaria che alle volte si commuta anco in altra gravezza, come al presente per la guerra di Persia è stato permutato l’obbligo dell’Avaris a popoli dell’Asia, aggravandoli di provvedere l’esercito de’ viveri con altre cose necessarie per quella impresa.
L’entrata de’ beni de’ morti è importantissima e molto incerta. Questa è riscossa da alcuni ministri che i Turchi chiamano Pettomagi, e sono come appresso di noi i Cattaveri. Questi, sparsi per tutto l’Impero, hanno cura di confiscar tutti li beni de’ forastieri che muoiono in quel paese, eccetto però i sudditi della Serenità Vostra e i Francesi, per le capitulationi che si hanno con quella Porta. Ma se però occorre la morte anco d’alcuno di questi, e che in quel luogo non vi sia alcun Rappresentante di questa Repubblica, i Pettomagi subito s’impadroniscono della sua robba, e si provano infinite difficoltà per rihaverla. Questi istessi Pettomagi prendono anco tutti i beni de’ Turchi che muoiono senza fratelli o figlioli, perché di questi il Gran Signore s’intende esser egli l’herede, e non i più prossimi parenti, sì come anco si fa herede di tutti li schiavi, de’ quali sono de richissimi a quella Porta, e di tutti i principali e più richi di quel governo, come in tempo mio è occorso più d’una volta.
L’entrata delle moschee sono applicate a tutte le spese d’esse, e quelle che ne ha la cura si domanda Naucaveli, il quale ha obligo di render conto ogni anno al Mufti, che è come Papa o Vescovo appresso a noi, tutto quello che (detratte tutte le spese) sopravanza è entrata propria del Gran Signore, la quale un anno per l’altro può importare cinquecentomila scudi all’anno. Li tributi e pensioni che si riscotono a quella Porta sono dell’impositione per quella parte d’Ungheria e Transilvania che possiede talleri quaranta cinque milia, oltre quasi altrettanti che per obbligo Sua Maestà Cesarea manda a presentare al Gran Signore et a’ grandi di quella Porta. Dalla Transilvania quindicimila zecchini et alcune verghe d’oro e d’argento, in tutto ventimila zecchini. Dalla Vallachia si riscuote all’anno settantamila. Dalla Bogdania scudi trentaquattromila all’anno. Dalla città di Ragusi all’anno dodicimila zechini, oltre molti presenti ordinarii e straordinarii, che portano i sopradetti che importano più di altrettanto. Dalla Serenità Vostra si paga all’anno per mano de’ suoi Baili a quella Porta mille e cinquecento zechini per la pensione del Zante, de’ quali zechini c inquecento sono per antico tributo che pagava quell’isola all’Imperador di Costantinopoli, nelle ragioni del quale è successo il Gran Signore, e zechini mille furono accresciuti alla pensione antica per occasione della pace fatta doppo quest’ultima guerra col Turco.
Il patriarca de’ Greci paga all’anno dodicimila zechini, e più d’altrettanti spende in presentare Sua Altezza per le molte vanie che sono levate a quella natione, hora tanto abietta e vile, a cui un tempo è stata levata per far moschea la propria sede patriarcale e la loro suprema dignità, ch’è il Patriarcato, è fatta pubblicamente vendibile a chi più offerisce, per sigillo di tante loro miserie et ignominie di quella natione, per non dire anco di tutta la Cristianità.
L’entrata dell’Asnà di dentro consiste principalmente nell’entrate dell’Egitto, che importano circa seicentomila zechini l’anno, e quelle del Gemen e Regno d’Aden, che importano circa zechini ottantamila, oltre de’ quali si tirano da vendite d’offitii, da donativi, da compositioni per far pace, da vanie et i beni de’ particolari Bassà e grandi di quella Porta de’ quali il Gran Signore si fa herede sotto diversi pretesti, come in tempo mio è successo d’Osman Bassà, d’un Cadilescher, del Capo del mare e d’altri, talché di questa ragione è entrato in Asnà più di ottantamila scudi, essendosi ritrovati in contanti in tanti ori del Regno di Fez solo al Capo del mare trecentomila zechini.
La provisione hora che Sua Altezza possa havere in contanti discorendo in generale, posiamo dire che conviene esser molta perché così come a tutti gli altri Prencipi la provisione del denaro è molto difficile, non solo per li straordinarii bisogni della guerra ma anco per l’ordinario trattenimento della pace, e perciò ben spesso il mancamento de’ denari ha causato agli altri Prencipi molti disordini, così al Gran Signore questo non può occorrere perché, essendo egli assoluto padrone non solo del proprio denaro ma di quello delle moschee e di ciascun particolare, chiara cosa è che mai può havere non dirò mancamento, ma ne anco strettezza alcuna.
Ma per venire al particolare in questa materia, cosa certa è nel castello delle Sette Torri, dove anticamente gli Imperadori Turchi conservavano li loro tesori, al presente non si trova cosa alcuna. Nell’Asnà di fuora poi ognuno sa che l’ordinaria entrata non supplisce alla spesa ordinaria nonché straordinaria, come poco appresso dirò. Resta dunque che tutto il denaro accumulato si trovi nell’Asnà di dentro, il quale hebbe principio, se bene in poca quantità, sotto Sultan Selim, et hora sotto il presente Signore è arrivato a somma tale che è opinione commune che si trovi in esso grandissima quantità di oro, tutto riposto in alcuni vasi di rame e l’argento in cassoni di pietra viva sotto terra, come appunto sepolture, per quanto mi ha riferito persone che l’ha veduto, et in particolare manegiato. La stanza dove si conserva tanto tesoro è sotto la camera dove dorme il Gran Signore, et a parte sotterranea, e quando alcuno di quei vasi di rame o cassoni di pietra sono pieni, si sigillano per mano del capo Agà col proprio sigillo di Sua Altezza. Il volere hora penetrare con discorsi nella vera quantità di esso sarebbe un volere più tosto far l’indovino, poiché altri che il Gran Signore et il capo Agà non lo può con verità sapere nonché penetrare con vero fondamento la certa quantità d’oro.
Spende Sua Altezza per l’ordinarie paghe de’ soldati e stipendiati della sua Porta cinque millioni et ottocentomila scudi all’anno, la quale spesa conviene molto variare sì perché continuamente muoiono li stipendiati, e ne sono rimessi di nuovo in luogo loro, con minor paga, come per l’accrescimento che fanno a’ soldati et a’ generali degli eserciti quando vogliono far qualche importante impresa, e da Sua Altezza quale quotidianamente fa gratie a’ diversi, il che causa notabile alteratione nella detta spesa. Spende oltre a questo Sua Altezza nelle provisioni del suo Arsenale, in fabriche, nel vivere delli suoi Serragli et in quelli de’ Zamoglani, nelle stalle e ne’ straordinarii da mare e da terra molti danari perché dona dieci zechini per galeotto, e scudi venti per testa a soldati della Porta, sempre che occorra d’armar galere o mandar la militia della Porta alla guerra, senza la presenza di Sua Altezza; ma quello che al presente importa più è la spesa che hora si fa in Persia in più di ventimila soldati tenuti in guarnigioni a’ confini nelle fortezze fatte da quel Signore, e queste sono oltre le ottantamila paghe già dette, che ordinariamente sono trattenute da Sua Altezza, nelle quali tutte spese un anno per l’altro spende nove millioni e quattrocentomila ducati d’oro, che sarebbero ottocentomila più dell’entrata dell’Asnà di fuori, e però non supplendo provede in una da due maniere al mancamento, overo introduce nuove gravezze, come in tempo mio il datio del vino e l’impositione sopra li frutti, overo acresce datii, come fece quello della mercantia; l’altra maniera tenuta da Sua Altezza per supplire alla spesa, fu per ricordo d’alcuni Tefderdari fare augumentare la valuta del zechino, col qual modo ha avanzato la metà della spesa, perché essendo tutti pagati a tanti aspri il giorno, quanti più aspri si spende il zechino da aspri sessanta fino a centoventi.
Causa anco la strettezza del denaro infinite estorsioni et avanie che da’ ministri sono commesse, e tollerate dal Gran Signore, onde vengono levate molte volte le facoltà a pupilli et a vedove indebitamente, le heredità di poveri forestieri che muoiono in quelle parti sono immediate poste nel fisco, se bene contro l’espresse capitulationi, e finalmente si tollerano infinite estorsioni e tirannie solo per causa di cavar denari per pagarli o donarli al Gran Signore; ma se pure talvolta per mancamento di denari nell’Asnà di fuori non si può provedere alle cose necessarie, in tal caso supplisce Sua Altezza col tesoro di dentro, prestando denari a Tefderdari con obbligo di restituirli quanto prima, come è occorso in tempo mio più d’una volta per spedire gli eserciti in Persia.
Si suole anco per queste strettezze di denaro del Asnà di fuori alle volte trattenere le paghe alli stipendiarii da mare, portando il tempo avanti, con universale mala sodisfatione; e se viene proposta occasione di spendere o in Arsenale o in armata, malvolentieri Sua Altezza ascolta simili proposte, stando tutta intenta al presente alla sola guerra di Persia, e nel resto procurando di risparmiare quanto più pò per arrichire il suo Asnà.
Di tanto e di così ricco Imperio e di così gran forze è hora solo et assoluto Signore Sultan Amurat, il quale per successione di sangue con perpetua felicità regna e domina con la forza dell’armi et con la sua buona fortuna per le continue discordie della Cristianità, e con gli inganni et esempi d’estrema crudeltà conserva unita la grandezza di tanto Impero nella sua sola testa. È certo che si può dire con verità che la natura di questa Casa Ottomana habbia fatto uno sforzo di sé medesima troppo grande e meraviglioso, poiché in quattordici che si nominano per linea retta continuati dalla successione Ottomana non si trova alcuno di loro che declinando da’ suoi magiori habia sin hora dato principio alla rovina di quell’Imperio. Ma se uno è stato grande l’altro ha procurato di farsi magiore, e se uno ha acquistato l’altro ha procurato di acquistare molto più, il che non si lege esser mai avvenuto in altri Imperii. Sultan Amurat dunque, padrone di tanto Imperio, è d’anni quarantatré in circa, e regna già tredici anni; è per natura religioso et osservante della sua legge; è collerico ma non è crudele; è avaro, di poco animo e mostra ingegno nel deliberare; è irresoluto et instabile, ma nell’eseguire è ostinato e non si fida d’alcuno; per natura è superbo e per lo spatio d’anni diciotto fu continente, e si contentò della sola Sultana per moglie; ma hora è fatto talmente lusurioso che non si contenta di trenta e più donne al servitio del suo corpo, e dorme ogni notte con due o tre di esse, e le sorelle, la figliola e l’istessa moglie a gara procurano di trovargli le più belle schiave che possino havere per acquistar la gratia sua. Patisce alle volte di mal caduco, et alle volte dolore in una orecchia, né si sa che mai habbia bevuto vino per causa di religione. Sta quasi sempre nel Seraglio in mezzo donne, nani e buffoni, né si diletta molto di caccia, e rare volte fa esercitio e però e più tosto gonfio che grosso; è di statura più tosto picciola che grande, ha il naso aquilino, è di guardatura grave e severa, e doppo che è Signore non si è mai allontanato da Costantinopoli, e si tiene che ciò faccia per timore di qualche sollevatione della militia della Porta, dalla quale sa non essere amato come il Prencipe suo figliolo, mancando egli di quelle parti che fanno stimare un vero Prencipe, che sono il valore e la liberalità.
Sultano Meemet il Prencipe suo figliolo al presente è d’anni venti; dalla presenza mostra spirito, è bello e gratioso d’aspetto, con che si rende molto grato a’ popoli; mostra finezza et ardire, et ogni giorno acquista maggior gratia et amore de’ soldati, e però vive il padre con molto sospetto di lui e lo tiene con pochi danari, acciò con quelli non si faccia strada alle sollevationi. Mi haveva concesso Sua Altezza licenza di mandare il mio segretario a visitarlo in nome di Vostra Serenità, ma essendo per partire mi revocò la licenza, solo per dubio di metterlo per questa via in troppa riputatione; ma lui all’incontro, col consiglio della madre, procura di dare al padre ogni sodisfatione, vivendo ritirato alla similitudine del padre nel suo Serraglio tra donne, nani e muti, havendo abbandonato la caccia et ogn’altro esercitio militare, il che causa che ogni dì magiormente avilisca di corpo e d’animo, il che voglia Iddio che così habbia a continuare per benefitio della Cristianità. Ha finalmente due figlioli maschi, Sultan Selim e Sultan [***] e molte femine, di molte schiave, che tiene al suo servitio.
Al governo di quell’Imperio al presente si trovano nove Bassà, quattro de’ quali risiedono alla Porta e cinque sono fuori in diversi carichi militari, de’ quali tutti brevemente parlerò. Siaus bassà è primo visir, risiede al governo di tanto Imperio, et è quello in mano del quale per antica consuetudine dovrebbe essere la somma di quel governo; ma hora è diminuita assai questa tanta autorità de’ primi visiri, mostrando chiaramente il Gran Signore di non si fidare di lui, massime ne’ negotii de’ Prencipi cristiani, da’ quali sa molto bene quanto facilmente possa essere corrotto, e perciò gli ha come si suol dire gli occhi alle mani, conforme si vidde chiaramente nelle trattationi delle tregue col re Cattolico, che havendole lui prontamente concluse per li donativi hauti, il Gran Signore rimise poi questa negotio al suo coza et al Capitano del Mare, li quali dissuasero Sua Altezza mostrando ch’erano con poca dignità trattando con un semplice servitore d’un ministro di quel Re, senza lettere di credenza, talché fu licentiato il Terrai senza alcuna conclusione, con non poca vergogna del Magnifico Bassà. È di natione Croatto d’assai nobile sangue; fu preso essendo putto mentre accompagnava con la madre e fratelli una sua sorella a marito, e vogliono che suo padre fosse padrone d’un castello o giurisdittione a quei confini; è di bello e gratioso aspetto, grato e cortese nel parlare, si è mostrato sempre amorevole di questa Repubblica, anzi per dir meglio de’ suoi zechini, perché è molto avido de denaro. È di natura piacevole e gioviale ma tanto intento al guadagno che non ha rispetto anco di domandare, et è come lo struzzo che appetisce molto e facilmente digerisce il metallo, però pare che volentieri nutrisca le vanie et i gabargli per havere da quelli occasioni facili di mangiare. Lodarei di trattenerlo con donarli, ma poco e spesso, per sodisfare in parte a questa sua tanta avidità. Essendo garzone nel Serraglio era creatura di Sultan Selim, il quale doppo haverlo goduto ne’ suoi giovanili anni gli diede per moglie la figliola, sorella del presente Signore, la quale da lui essendo grandemente amata lo sostenta in questa dignità, perché essendo stato privato una volta di questo carico di Primo Visir per la sua natural avidità, col favore della moglie è stato ritornato al suo primo grado, nel quale di presente si trova, e dalla molta autorità dell’istessa sua moglie appresso il Gran Signore è continuamente difeso dalle calunnie e querele che sono fatte da’ suoi emuli contro di lui, provando deprimerlo et abbassarlo. Appresso lui ha qualche autorità il dottore Breneviste Ebreo, per una antica amicitia di più d’anni dicidotto; il quale, essendo molto astuto, sagace e consultore e mediatore di tutte le magagne del Visir, et è commune opinione che la prattica di questo Ebreo habbia corrotto l’ottima sua natura; onde hormai tre volte esso Ebreo è stato in grandissimo pericolo della vita per commandamento di Sua Altezza, essendo stato confinato a Rodi, scacciato da Costantinopoli, et in tempo mio finalmente confinato nella torre del Mar Negro, non mancando mai gli emoli del Bassà di querelarlo appresso il Gran Signore, non potendo altri sopportare la grande autorità di lui appressa Sua Magnificentia. Pare però che da certi mesi in qua, doppo liberato di torre, si sia alquanto ritirato dal frequentar quella casa, come soleva; s’intromette però come prima segretamente ne’ negotii, e pare che il Magnifico Bassà non sappia vivere senza la sua prattica e conversatione, le quali cause indussero Vostre Eccellenze di trattenere la persona di questo Ebreo con provisione di cinquecento zechini all’anno, da lui poco stimati per la sua molta ricchezza; e se fa alcun servitio aspetta sempre straordinaria recognitione, e sarà sempre bene darli qualche honesta sodisfatione, perché il medesimo è fatto dal re Cattolico e dall’Imperadore, più tosto per il male che potrebbe causare che per il bene che da lui si potesse ricevere nell’occasioni.
Ibraim Secondo Bassà, genero del Gran Signore, è di nation Raguseo e si tiene di bassissima conditione, e che sia stato preso mentre pasceva gl’animali. È d’età d’anni trentotto in circa, di non molto bello aspetto; è però cosa di stupore come quest’huomo il quale né per bellezza di corpo, né per belle qualità d’animo, né per valore si può acquistar gratia appresso alcuno habbia potuto acquistare tanto l’animo di Sua Altezza, che habbia risoluto darli la propria figlia per moglie, se questo sogetto non fosse tanto vano per non dir pazzo nel negotiare, cosa facile sarebbe che col favor della moglie potesse anco riuscire Primo Visir. È huomo di poco giuditio, ignorante, superbo e fa professione di nemico de’ Cristiani; non ha mai veduto guerra et è pochissimo intelligente delle cose del mondo; è di natura bugiardo e vano, sì che parla molte volte, quello si è imaginato per vero. È tenuto in reputatione per esser genero del Gran Signore, ma communemente stimato da ognuno per pazzo; è però piacevole nel conversare e poverissimo, e perciò Sua Altezza li ha donato il Capitanato del mare, del quale possa arricchire, ma a quel carico da ognuno è stimato inettissimo, per non dire anco ridicolo, per le molte pazzie che si lascia uscir di bocca; in quella professione è debitore più di centocinquantamila scudi ad Isdrael Celebi, figliolo di Salomone Tedesco Ebreo, molto ben noto a questo Senato per li travagli da lui patiti, onde è in preda di questo Ebreo. Trovandosi poverissimo et havendo a sostenere una figlia del Gran Signore, talché vive in estrema passione et avidità, essendo anche poco aiutato da Sua Altezza per la sua misera natura. Questo mostra esser ben affetto verso questa Repubblica, mosso per quanto si può credere dalla speranza de’ donativi; però stimo possa esser impiegata ottimamente qualche cortesia che se gli userà.
Meemet Terzo Bassà è cognato di Sua Altezza. È di natura suberbo, di natione schiavona, d’anni trentacinque in circa; huomo di poco giuditio, ignorante e che mai è uscito di Costantinopoli per veder guerra, e però è in pochissima stima a quella Porta e se non havesse la sorella del Gran Signore per moglie non sarebbe in alcuna consideratione. Questa donna fu prima moglie di Piali Bassà, il favor della quale l’ha portato avanti a questo grado, e lo sostenta nelle sue disgratie, essendo in tempo mio privo della dignità che haveva di Secondo Bassà per le cause che so haverle avvisato, e per il favor di questa donna pochi mesi doppo è ritornato al grado di Bassà, ma in terzo luogo, se bene la persona sua resta in poca gratia di Sua Altezza. Con lui mi sono trattenuto con qualche galanteria e l’ho trovato sempre favorevole alle cose della Serenità Vostra. Il Beglierbei della Grecia, per nome Meemet bassà, in quarto luogo è il più favorito d’ogni altro appresso Sua Altezza, e però per gratia speciale li concede che possa tenere due dignità, cioè Beglierbei di Grecia e di Bassà, il che sì come apporta gran pregiuditio a quelli che aspirano a quel grado, così a lui torna molto commodo e facile il ritrovarsi spesso col Gran Signore, il che non è lecito a’ magnifici della Porta, cioè a’ Bassà. È di natione Armeno, di conversatione piacevole e gratiosa; è ardito et animoso nel parlare, faceto, vivace et accorto; si diletta di caccia e d’ogni altro esercitio militare, il che li dà causa di ritrovarsi in stretti ragionamenti spesso con Sua Altezza invitandola a veder la caccia, il che apporta alla persona sua molta reputatione, e perché egli conosce benissimo la propria autorità, sprezza ognuno, il che lo fa odiare da tutti li grandi della Porta e stimar molto dall’universale, facendo lui spesso prova d’ottenere dal Gran Signore quello che a tutti gli altri sia stato negato, per far conoscere la sua molta autorità con la quale è sostentato e si sostenta in gratia sua, non ostante molte persecutioni haute, e specialmente da Ibraim Bassà, del quale parla con molto spirito, confidato nel suo molto favore. Conosce egli benissimo l’humore del Gran Signore, e procura con facetie e vivezze d’ingegno rendersi grato a Sua Altezza; sa che è avido di denari, e però spesso li dona gioie, o altra cosa simile di molto valore; procura per ogni via cavare denari solo per donarli a Sua Altezza perché non havendo lui figli poco si cura d’arrichire. La casa sua è sempre piena di quelle cose che ad un Prencipe vero si convengono, e veramente è molto amato da quell’altezza. Mostra esser ben affetto verso le cose della Serenità Vostra, e mi sono trattenuto con lui con cortesie quanto più grato ho potuto, e lodo che si debba continuare, perché questo è sogetto del favor del quale più si potrebbe valere nell’occasioni di questo stato che d’ogni altro, perché si fida molto di lui il Gran Signore e li commette li più importanti negotii, e perciò potrà finalmente divenir Primo Visir e giovar per molte vie alla Serenità Vostra.
Questi sono li quattro Bassà che risiedono al governo di quell’Imperio. Resta hora parlare de’ cinque che sono in diversi carichi militari. Ferrat Bassà è Capo generale in Persia; huomo d’anni cinquantadue, di natione Schiavona, stimato crudele et avaro, è stato due volte generale, ma universalmente ha più tosto nome di buon Ingegniere che di buon Capitano, come per esperienza si è veduto nelli anni passati, che più tosto ha attesa a fabricar fortezze che a combattere con Persiani. È stimato avido del denaro, e si tiene che la prima volta che fu generale in Persia ne convertisse molto in proprio uso, per la qual cosa alhora fu privato con animo di darli anco castigo; ma li grossi donativi che fece e la strettezza, anzi la necessità, che ha quell’Imperio d’huomini per generali d’eserciti, l’ha sostentato, e per la morte d’Osman bassà l’ha fatto ritornar alla dignità di generale.
Sinan Bassà, detto il Cigala, nobile [***] è di età d’anni quarantaquattro; molto ardito et animoso, è però anco molto invidiato per il suo valore; non si fidano però di lui per essere italiano e di sangue nobile, e però si servono della persona sua solo nelle guerre di Persia, et è generale nella provincia di Babilonia, verso quei confini.
Iafer Bassà si trova nell’importantissima frontiera di Demircapì, nel paese de’ Giorgiani, e fu fatto bassà per haver difeso valorosamente quella fortezza.
Arsan Bassà di Bossina è huomo di sessant’anni; si trova Generale in [***] contro gli Arabi, dove fa molti progressi, con che si è acquistato questa dignità.
Iafer Bassà eunuco è alla custodia di Tauris, principal città di Persia acquistata ultimamente da Sua Altezza, e perché l’ha difesa e conservata contro i Persiani è stato riconosciuto con questo grado di Bascià.
Oltre tutti questi nove Bassà ne sono tre dismessi, due de’ quali sono stati anco Primi Visir, e l’ultimo di essi è Marsich Bassà, il quale in tempo mio fu fatto Primo Visir e sei mesi doppo gli fu levato il carico, come eunuco e vechio, e però poco atto al governo di tanto Imperio; è stimato universalmente huomo giusto e non avido di denaro, e per il tempo che ho negotiato con lui si è dimostrato sempre ben affetto verso la Serenità Vostra, e fu lui quello che accomodò la cosa della galea di Ramada Bassà, il che non così facilmente e con così poca spesa sarebbe seguito per mano d’altri Bassà.
Barsà Albanese altre volte fu Primo Visir, ma essendo incolpato d’haver segretamente procurato la pace in Persia senz’ordine di Sua Altezza fu però privato d’ogni dignità e confinato in una sua villa poco lontana da Costantinopoli. È stimato huomo di molto valore, nemico de’ Cristiani, barbaro di costumi e di creanze, è però tenuto generalmente quasi per pazzo e subitoso et avaro, et è amato non solo dalla Sultana ma anco dal Prencipe suo figliolo. E però essendo successa la morte di Osman Bassà generale di Persia, e giudicanto il Gran Signore poter haver bisogno della persona sua in quel carico, quando per qualche accidente mancasse Ferat Bassà, si è risoluto pochi mesi avanto in mio partire di rimetterlo in gratia sua, nel che è stato molto favorito dalla sultana per esser di nation Albanese l’un e l’altra. Talché per ordine di Sua Altezza un giorno improvvisamente ritornò in Costantinopoli e gli baciò la mano presentandogli molte vesti, et al’hora fu fatto Bassà di Damasco e di tutta la Soria, e si vede certo che presto ritornerà alla prima dignità, e se non in tempo di quest’altezza almeno in tempo del figliolo; però sarà sempre bene servirlo et accarezzarlo. Il Nisangì Bassà è huomo di sessant’anni, molto pratico et intelligente del governo delle cose di stato perché fu discepolo e creatura di Sultano Solimano, et in tempo suo servì per cancellier grande, e per la fadica e valor suo fu fatto da lui Bassà; ma doppo, havendo ricusato di torre per moglie una sorella di questo Signore fu privato di quel grado. È huomo che ha piacere di vivere libero, e però non ha voluto mettersi in servitù prendendo Sultana, cioè donna di sangue reale per moglie; ha bellissimo ingegno et è osservantissimo della sua lege; fa professione d’huomo giusto, e se bene è nemico de’ Cristiani, nulla di meno si è sempre mostrato molto affezzionato e favorevole a questa Repubblica. Con esso ho avuto grandissima confidenza e passativi di tempo in tempo cortesissimi ufficii, conoscendo quanto possa giovar questo huomo nelle più importanti occasioni. Fra tutti questi che a quella Porta potessero far bene e male a questo Senato è la sultana moglie, uno de’ principali mezi appresso il Gran Signore. Questa è di natione Albanese, molto savia e prudente, si è mostrata da un tempo in qua molto bene affetta alle cose della Serenità Vostra, e però mi son trattenuto con lei con alcune galanterie di poco valore, perché non si mostra avida né ha causa di essere tale perché è ricchissima. Il suo favore non solo è da stimare al presente, ma molto più per l’avenire, in tempo che regnasse il Prencipe suo figliolo, appresso il quale è di molta autorità. È d’età d’anni 38 in 39, e sono anni 25 ch’hebbe commercio col Gran Signore col quale per anni 18 continui hebbe molti figlioli, de’ quali al presente ne vivono tre solamente, cioè Meemet Prencipe, la figliola maritata in Ibraim Bassà et una figliola che hora è da marito.
Il mezzo potentissimo appresso la Sultana è la cherazza, la quale entra liberamente in Serraglio, servendosi di essa per causa di trovar i belletti et altre cose simili donnesche. Questa serve per mezzo a Baili per portar polize dentro, e si mostra molto ben affetta verso questa Patria; è vero che quando gli fu levata la gratia del letto molto mal sodisfatta, et io altrettanto travagliato, perché seguì appunto il tempo che da quel tristo della Scaruoli io ero grandemente travagliato, pure con li destri uffizii e con mezzi l’acquietai alquanto, sì che l’ho lasciata in bonissima dispositione verso le cose pubbliche, e credo che gioverà molto il tenerla in qualche maniera gratificata. Oltre la Sultana, il Capiagà è potentissimo a quella Porta se volesse usar la sua autorità, perché è sempre pronto all’orechie del Gran Signore. È nostro Venetiano, et eunuco; fu preso essendo putto insieme con Maria Franceschina Michiel sua madre mentre andavano a Budua, sendo il padre defonto stato Cancelliero in quel loco. Se questo sogetto volesse potria apportare magior benefizio d’alcun altro perché è sempre presente al Gran Signore, vede e sa tutto quello che si tratta et è molto amato da Sua Maestà, il quale per particolar favore gli lascia godere due de’ principali carichi del suo Serraglio, cioè d’Odabassì, che vuol dir governatore della sua Camera, ma lui o per timidità o per prudenza non si vuol ingerire in negozii per conservarsi e fugir li pericoli che sovrastano a chi s’intromette in simil manegi; fuge principalmente di trattar negotii de’ Cristiani, et in particolare della Serenità Vostra, per non dare sospetto alcuno come Venetiano. Ho procurato con questo trattenermi con qualche presente per haverlo se non favorevole almeno non contrario alle cose di questo Stato: è di natura avida, e però il donare a lui alle volte credo che potria molto più giovare che a molti altri di quella Porta.
Appresso la persona del Gran Signore, oltre al Capiagà, pratticano a suo servizio tre giovini, cioè il Silitar, il Chiodar e il Chiopatar, oltre pochi altri di pochissima consideratione. Quasti tre al presente non hanno alcuna autorità, pure essendo in strada per ascendere a’ gradi maggiori. Si devono molto stimare, oltre che al presente anco trovandosi loro dentro, con altri mezzi appresso Sua Maestà possono apportare molto beneficio alle cose publiche.
Il Silitar, che è il primo quando piacerà al Gran Signore di licentiarlo dal Serraglio potria uscir Agà de’ giannizzeri, o magior dignità dalla quale successivamente ascendono al grado di Bassà, e poi di Primo Visir, e però l’acquistar l’animo di questo sarà sempre ottimo consiglio per l’occasioni che hanno a venire. Questo è di natione Bossinese; ha al presente carico di custodir l’armi e portarle sempre dietro al Gran Signore. È d’anni quaranta, si diletta molto d’astrologia, d’orologi e cose simili, col qual mezzo si potria alle volte gratificarlo.
Questi sono quelli, Serenissimo Principe, che col consiglio e coll’arme, come principali di quella Porta, governano l’Imperio turchesco e servono a quella Maestà, il governo del cui Imperio in generale et in particolare hora brevemente discorrerò, tornando per opinion mia questa parte a molto benefizio nelle trattationi e consulte di questo Eccellentissimo Senato.
Il governo adunque dell’Imperio turchesco generalmente parlando, non ha altri ordini e legi che il suo Alcorano, e sì come il maneggio dell’armi è tutto quasi riposto in mano de’ figlioli de’ Cristiani, così la loro lega e governo di giustizia è posto tutto in mano de’ figlioli de’ Turchi nativi, i quali allevano i loro figlioli nei studii e nel servitio delle loro moschee. Di questi poi si creano li Cadì, che sono come appresso di noi Podestà, e da Cadì ascendono a Cadalischierì, che sono Giudici d’appellationi di suprema autorità, e finalmente da Cadalischierì il Gran Signore elegge il Muftì, che è come appresso di noi il Papa capo della loro religione, il quale ha suprema autorità in ogni materia civile e criminale, e spesso anco nelle cose di stato, et usa dare i suoi consegli per via di risposta, la quale chiamano fetfà, perché se alcuno ha qualche causa o civile o criminale pone in scritture in poche parole per via d’interrogatione il suo caso, sotto il quale il Muftì fa la sua risposta, la quale appresso ogni giustizia e tribunale è stimata infallibile, è come appunto una risposta d’oracolo; e quando il caso è stato rappresentato conforme la verità, non è lecito al giudice contravenire a quella decisione, sì che col parere del Muftì è del tutto terminata ogni causa civile o criminale. E quando anche pare a Sua Altezza di voler deliberare qualche impresa, mette in scrittura la ragion di essa e la manda al Muftì il quale accomodandosi alla volontà del Gran Signore ordinariamente risponde secondo il desiderio suo; onde divulgandosi il parere del Muftì fra popoli s’accresce riputatione grandissima a quell’impresa, tenendola ogn’uno per giusta, e però che morendo in essa acquisteranno la gloria del Paradiso.
Il governo particolare dell’Imperio turchesco è fondato tutto sopra la volontà sola del Gran Signore, col consiglio dei Bassà ma principalmente del Primo Visir. Soleva Sua Altezza, anzi, per meglio dire, solevano i suoi antecessori, nei casi più importanti far Aiaz Divan, cioè Divan a cavallo, dove toglievano prima il parer di ciascuno delli Bassà separatamente l’un dall’altro, e poi risolvevano quello che più li piaceva; hora pare che ciò non sia più in uso, ma che tutte le cose di stato siano consigliate da tutti i Bassà nel pubblico Divano, e poi riferiscon l’opinion loro al Primo Visir, al quale solo è lecito di parlare quando il secondo e quarto Divano, che son la domenica et il martedì, tutti li Bassà entrano a baciar la mano a Sua Altezza. Suole anche spesso per via di polize intendere anco il parere d’altri, et essere informato sino da’ schiavi di qualche nome a quella Porta, ai quali dà libertà di scrivere le polize per intendere le cose del mondo, et anco della sua città, talché il negotio e consiglio di quella Porta, è fatto in trattato quasi tutto per polize, per la qual via si risolvono quasi tutti i più importanti negotii.
È certo, che è cosa degna di molto stupore, come un huomo che quasi sempre sta serrato tra donne, immerso in tanta lascivia, senza alcuna prattica o esperienza delle cose del mondo, e senza haver altri consiglieri che giovani usciti dal Serraglio senza alcuna esperienza o valore, possa governare una sì grande monarchia d’Imperio, e con tanta felicità.
Soleva prima la somma de negotii esser in mano solo del Primo Visir; hora Sua Altezza l’ha compartita non solo in tre Bassà, cioè Sciaus, Ibraim e il Goglieleti, ma anco ne fa parte al suo Cozà et Nissangì, e spesso anco soleva communicare li più importanti negotii con il già Capo del mare, il che certo rende molta difficoltà et insieme anco pericoloso quel negotio.
Quest’Imperio, chi ben lo considera, troverà che nel suo principio ha havuti quattro gran fondamenti, sopra li quali fondandosi ha potuto ascendere a tanta altezza e felicità. Questi da principio senza dubio sono stati tre: la religione, la disciplina e l’obedienza; dalli quali poi in breve tempo è nato il quarto fondamento, che è la forza e la potenza. La religione li ha fatti arditi, l’obedienza uniti e la disciplina atti e disposti ad ogni importante impresa, con li quali mezzi, havendo poi acquistato la forza tremenda, hanno potuto superare ogni potenza e vincere ogni difficoltà.
La religione nei Turchi nel principio del loro Imperio, e per molti anni doppo, è stata una sola, secondo la dottrina di Omer, discepolo del loro profeta Maometto, e per questa religione sono obbligati credere che sia scritto in fronte a ciascuno come e quando debba morire; e però tengono che l’uomo senza alcuna consideratione si possa esporre ad ogni pericolo perché se all’hora non deve morire certo non morirà. Il che li ha fatti arditi ad ogni difficile impresa, perché da ogn’uno era creduto per verissimo che quando combattevano alla presenza del Gran Signore morendo all’hora andassero in Paradiso.
Dall’apparenza esteriore della loro falsa religione io son restato confuso, vedendo con quanto studio oservano i riti, e principialmente quello di far oratione cinque volte il giorno, non solo nelle loro moschee ma nelle case private, e massime dai Bassà, anteponendo ciò ad ogni altro importante negotio, e frequentando ognuno con molto concorso le dette moschee tenute da loro con tanta nettezza e politezza; e quello che ne deve più confondere, con tanta veneratione e discretione che fanno vergogna a noi altri Cristiani.
Ma se ben quell’Imperio ha havuto questi tre fondamenti della grandezza sua in tal maniera che pareva che da essi potesse sperar l’eternità, niente da meno li Turchi medemi confessano che questi li vanno mancando e sono molto indeboliti dell’antico vigore, perché hora la religione fra loro è molto divisa, seguitando quasi tutta l’Asia la religione Persiana, secondo la dottrina d’Alì discepolo di Maometto loro comun profeta, e quelli che seguitano quell’opinione sono da’ Turchi chiamati Chisillas, cioè cresta rossa, perché questi tali sogliono portare in testa certa fascia rossa per esser conosciuti dagl’altri. In Africa poi vi sono gli Arabi e Mori li quali, se bene sono Maomettani come sono li Turchi, sono però in molte cose differenti d’opinione, ed ognuno di loro stima essere della sua opinione vera. Gl’Arabi però non vogliono entrare nelle moschee de’ Turchi d’Europa per far loro orazione, stimando che siano di religione corrotta, e come si suol dire bastarda.
L’opinione poi che per la loro fede solevano tenere che l’huomo non possa fugire il suo destino e che non vaglia la prudenza humana per guardarsi dalli pericoli, in loro al presente è grandemente mutata perché con la longa esperienza hanno chiaramente conosciuto che Dio ha dato la prudenza all’huomo per sapersi guardare, onde come prima pazamente li Turchi correvano all’aperta morte, sì nelle guerre come nell’occasioni di peste, così hora non solo il Gran Signore et li Bassà, ma il loro proprio Muftì, che insegna la legge agli altri, nel tempo del sospetto, che è stato nel mio Bailagio grandissimo, fugì da Costantinopoli e si ritirò nelli giardini circonvicini. Dietro l’opinion di questi grandi camina il volgo, talché al presente ognuno procura salvarsi così dalli pericoli della guerra come dalla peste, et usano ogni studio e diligenza per star in casa loro; talché questo fondamento di religione è ne’ Turchi al presente molto indebolito.
Il secondo fondamento che ha inalzato tant’alto l’Imperio turchesco è stato senza dubio la gran obedienza di quella natione al suo Signore, della qualità de’ sudditi, della grandezza dell’Imperio e della qualità de’ confinanti.
Li Turchi per origine sono quasi tutti schiavi e vilmente allevati, e però non è meraviglia se sono facili ad obedire, e per questa causa la religione loro comanda che distrugga tutta la nobiltà solo per conservar l’obedienza tanto necessaria a chi vuol regnare. Causa anco l’obedienza in quel governo l’esser tutti non solo schiavi, ma schiavi d’un sol Signore dal quale solo depende la facoltà, la vita e l’honore, onde da altri non hanno da sperar salute, honore né facoltà, e però facilmente si risolvono d’obedire per ben servire a quel Signore. Aiuta quell’obedienza la grandezza de’ confini di quell’Imperio, nel quale non includendosi alcuna giurisditione pur minima d’altro Signore, non possono li delinquenti sperar di salvarsi; dal che nasce che fra Turchi rarissimi son l’homicidii, di raro si feriscono l’un l’altro, ma per lo più con pugni o col bastone decidono fra loro le questioni. E finalmente giova molto all’obedienza de’ Turchi l’haver tutti i Prencipi confinanti col loro Imperio di diversa e contraria religione, siché li delinquenti non possono sperare da quelli né favore, né aiuto, né sicurezza.
Queste in gran parte sono state le cause che hanno reso li Turchi tanto obedienti al suo Signore, dal che è causata tanta forza unita a benefizio di quell’Imperio, con che facilmente hanno potuto vincere e superare ogni difficoltà.
Ma al presente anco questo fondamento dell’obedienza è grandemente fra loro diminuito, perché non solo ognuno parla liberamente contro il governo e contro l’istessa persona del Gran Signore usando parole ingiuriose et insolenti, ma negli eserciti anco li soldati si fanno lecito assaltar li padiglioni de’ grandi e generali, et a viva forza costringerli alla loro volontà. E se vorremo considerare l’obedienza per il frutto che nasce da quella che è l’unione, certo che non fu mai tanta discordia fra quelli del governo quanto a tempi presenti, perché hora non è il governo, come soleva in mano d’un solo Primo Visir, ma molti hanno parte in esso, e però ad altro non aspirano che a deprimersi l’uno con l’altro, con molto odio e rancore fra loro. Lascio di considerare la natural ambitione e concorrenza che naturalmente suol essere tra eguali per dominare, e le molte occasioni che hanno questi tali di sfogare le loro interne passioni per il mezzo delle loro Sultane, tutte congionte di sangue e dipendenti dal Gran Signore, le quali ad altro non mirano che alla depression de’ contrarii de loro mariti, calunniando presso Sua Altezza.
Il terzo fondamento della grandezza turchesca senza dubio è stata la buona disciplina e sobrietà, propria veramente di quella natione patientissima a sopportare li disagi perché si contenta del solo riso et acqua, e spesso vive solo con la carne di cavallo; anzi li Tartari solo col sangue di essi si sostentano salazando li loro cavalli quando vogliono mangiare, con mirabile esempio di sobrietà, il che gli rende facile ogn’impresa per difficile, anzi impossibile, che sia contro la Cristianità.
Né solo in questo è parco e sobrio il Turco, ma anco in ogn’altra cosa necesaria e commoda al vivere humano, perché non edifica sontuosamente, né spende in mobili, né gioca a carte, né a dadi, ma la spesa sontuosa ch’egli fa è in cose pubbliche, come moschee, bagni, ponti e calvaserà, che sono come sono come fondachi e frottarie publiche, nelle quali fabriche spende il Turco larghissimamente, costituendo sempre questi edifici all’eternità, sì come all’incontro la fabrica della loro casa a pena serve a tempo della vita loro, i suoi mobili di casa sono per lo più due tappeti e quattro cuscini, et i suoi giochi sono l’arco et il cavallo, et al più il gioco de’ scachi, o altri simili giochi d’ingegno; ma tutta la spesa e gloria del Turco è nel haver molti schiavi benissimo vestiti e nel haver bellissimi cavalli, spendendo senza misura nell’ornamenti di esso e nel vestir superbamente la persona sua, tutte cose che ritornan a molto benefitio et ornamento del suo Signore.
Ma hora anco questa disciplina nei Turchi è molto alterata, perché se nel principio soleva quella natione esser molto atta al patire et al sopportar volentieri ogni incommodità, perché era gente povera e vagabonda (condizioni che sogliono far gli huomini industriosi et arditi ad ogni pericolosa impresa) movendosi ferocemente per prendere e regnare con un vivo esercitio dell’armi, con le quali gli huomini si sogliono far la buona fortuna, et usando crudeltà e poca fede, hanno ridotto con tal mezzo l’Imperio loro a tanta grandezza. Hora che quel Signore e tutti i grandi di quella Porta con l’occasion di tanti regni debellati ha convertito in sé tante ricchezze, non ha potuto fugire anco quella natione la corruttione che sogliono portar seco tante ricchezze e commodità, essendo che niun altra cosa mortifica magiormente quella gloria che s’acquista coll’armi quanto il lusso e le delizie, sì come per esperienza si è veduto in molti imperii, e specialmente in quello d’Assiria, in quello di Persia e nell’Impero Romano. E però hora col esempio del Gran Signore tutti i Bassà e grandi della Porta procurano con favori e doni fugir d’andare alla guerra per poter meglio godere le loro commodità, sperando acquistare magior gradi et honori coll’adulare stando appresso la persona del Gran Signore, favoriti dalle loro Sultane, che andando alla guerra con esporsi a’ tanti pericoli, acquistarsi con le fatiche e meriti i gradi e le dignità. Coll’esempio di questi grandi caminan li Capitani e soldati privati, per ogni via procurando di stare a casa, come in tempo mio è occorso più d’una volta.
Oltre di ciò non si contenta più il Turco della maniera dell’antico suo vivere con tanta sobrietà, ma gli piace molto il vino e lo guastano le delicate vivande, onde spende in molte cose come l’Italiano, et in somma a poco a poco bandisce la parsimonia et introduce il lusso et il delitioso vivere al pari dell’Italiano.
Dalli sopradetti tre fondamenti dell’Imperio turchesco, in breve spazio di tempo è nato facilmente il quarto, che sono le potenti e gagliardissime forze turchesche, che l’hanno inalzato a tanta grandezza, le quali consistono principalmente nella moltitudine, nel valor de’ Giannizeri e nella molta facilità di trovar danari; con le quali condizioni hanno potuto superare tanti Prencipi, sogiocar tanti regni e vincere tante difficoltà.
E se bene queste forze turchesche da principio furono formidabili, ed hora senza dubio sono grandemente accresciute in numero, niente di meno sanno le Signorie Vostre Eccellentissime che in qualità e valore sono grandemente diminuite, perché la guerra in Persia per dodici anni continui, e la rotta dell’armata gl’ha levato quasi tutti li buoni soldati et il fiore della loro milizia. Perché non è la guerra di Persia simile all’altre, che il soldato possa acquistar prattica et esperienza, perché li Persiani non combattono in campagna a giusta battaglia, non sanno assediare e combatter con l’arti solite una fortezza, né la sanno difendere, ma sol scaramucciano alla sfugita et si ritirano, et abbandonano il paese e le proprie città fugendo e salvandosi ne paesi più lontani; e però mai hanno saputo o potuto recuperare, né per forza né per assedio la città di Tauris; talché in questa guerra un soldato non può imparare, né esercitarsi nella professione militare imparando a ben alloggiare un esercito e con avantaggio di sito saper ben ordinarlo, per saper con ordinanza appresentar con vantagio la giornata all’inimico, far una batteria, una mina, o dar un assalto ad una fortezza, con quelli rispetti che si conviene. Par che queste non siano state le fattioni nella presente guerra persiana, nella quale senza dubio sono morti più Turchi di freddo, di peste e di fame che d’armi, il che procede dal viaggio tanto lungo et incommodo di due e più mesi continui di camino, per paese tutto distrutto e deserto da tant’eserciti che per esso sono passati, talché il tempo di guerreggiare si risolve solo finalmente in quindici giorni di fattione nel fine di agosto e principio di settembre, nel qual brevissimo tempo può la Serenità Vostra considerare che occasion possa havere un soldato d’imparare perché, passati poi essi quindici giorni, principiano poi non solo i freddi acutissimi in quei paesi, ma le nevi grandissime, e gli eserciti convengono ritornare; onde con verità si può concludere che in essa guerra siano stati consumati più tosto i migliori soldati di quella Porta che fattione de’ nuovi prattichi nelle cose militari.
Oltre di ciò rende molto debole l’Imperio turchesco il grosso numero de’ Cristiani, malissimo contenti, che si trovano in esso; li Mori e gli Arabi mal sodisfatti del presente governo i quali, se ben sono gente bassa e vile, quando però fossero guidati da animi risoluti che si scoprissero tra loro e gli venissero somministrati impulsi dalla Cristianità e favoriti da’ Prencipi grandi, potriano moversi ad ardir tale che apportarian qualche pregiuditio notabile a quell’Imperio; e tanto più perché il loro paese si trova tutto aperto et con molte parti distrutto e disabitato, e però si potria condur presto, senz’impedimento l’inimico et li Turchi all’incontro con molta difficoltà potriano opporsi se non con un grosso esercito in campagna, e la grandezza dell’Imperio per la distanza delle frontiere si renderia difficile e quasi impossibile il poter a tempo opporsi all’inimico nell’entrata di esso, tutte considerationi importanti alla sua sicurezza.
Talché si può concludere che se bene li tre fondamenti d’esso da principio erano validissimi e questo quarto potentissimo, poiché le forze turchesche non si può negare esser di gran lunga superiori a quelle d’ogn’altro Prencipe, niente di meno è anco verissimo che ogn’uno d’essi perde ogni giorno il suo antico vigore, e per diverse cause si può sperare di veder presto principio di declinatione in quell’Imperio.
Se è dunque vero, come è verissimo, che un Stato et un Imperio si consumano con mancarli li mezzi con quali è fondato et accresciuto, si potria con ragione discorrere che mancando l’ali con le quali è volato questo tant’alto, potesse ancor lui col tempo cascare.
È vero che queste mutationi non si fanno in istanti ma in lungo spatio di tempo, come s’è veduto nella monarchia et Imperio Romano, perché non è dubio che tutti i stati hanno agumentato stato e declinatione, e si vede per esperienza che quelli Imperii che presto cascarono sono come le piante, che presto mancano e si seccano, perché questa è cosa naturale che la fortuna o il tempo causi queste alterationi, come s’è veduto in tanti altri imperii che in maniera restarno estinti, che appena i nomi loro sono rimasti alla posterità.
Il declinar di quell’Imperio, Serenissimo Principe, potria succedere per una di tre cause, o che per buona fortuna della Cristianità nascesse in quello qualche importante dissentione, o il tempo entroducessse in esso, e soprattutto nella persona del Gran Signore, tanto lasso di vivere in tante delizie che scordandosi del governo de suoi maggiori, tutto immerso ne’ piaceri desse principio alla sua declinatione, o l’una o l’altra di queste cause insieme congionte fossero principio di quell’alteratione.
Potria causar la dissentione la sua rovina, perché se l’unione l’ha condotto a tanta grandezza, la discordia lo potria rovinare, la qual potria nascere o nella successione dell’Imperio per mali accidenti, o per molto numero de’ fratelli che in un istesso tempo concorressero all’Imperio, il che è più facile, o per concorrenza fra i Bassà al governo d’esso, come hora se ne vede principio.
Il tempo potria introdurre nei Turchi quel lasso che suol seguitare finalmente alle molte richezze e commodità che ogn’hora vanno in loro accrescendo, e di ciò se ne è veduto chiaro principio in Sultan Selim il qual degenerando in questo da Sultan Soliman suo padre, s’è dato in preda alla crapula et alle lascivie talché, deviando dalla strada tenuta da’ suoi magiori, principiò a non voler andar in persona all’imprese per poter goder le sue commodità, il qual ha lasciato poi quell’heredità a Sultan Amurat suo figliolo, presente Imperatore, e si spera che ancor questo lo trasmetterà a suo figliolo, talché si farà questa hereditaria opinione, che la vera felicità d’un Prencipe sia il star ne’ serragli, fra donne, nani, muti e buffoni, sodisfacendo a proprii capricci et appetiti, e godendo i piaceri del senso e della carne, stimando pazzia l’uscir in campagna con eserciti, esponendosi a tanti pericoli, e provando tant’incommodità, ma che il vero Imperadore possa far quell’imprese per man de’ suoi schiavi, come mi disse Nasic Bassà, tutto contrario all’antico uso de’ suoi magiori.
Quell’opinione è anco favorita dalle donne per proprio interesse loro, non solo per godere dei piaceri femenili e della carne, stando i mariti appresso di esse, ma perché godono anche parte di quel governo, usando molti il mezzo loro per ottenere per ottener gratie, dal che ne ricevono molta soddisfattione et utilità; talché, se piacesse a Dio che caminasse avanti questa corruttela, si potria sperar al sicuro il principio della declinatione di quell’Imperio, con molto benefitio della Cristianità poiché, vivendo il Gran Signore nelli serragli fra schiavi, donne e buffoni, non potrà havere né consiglio, né valore, oltre che la presenza dell’Imperatore nelli eserciti dà reputazione incredibile all’imprese, dà vigore et ardire a soldati et è occasione di riconoscere sicuramente il valor di ciascuno, escluso ogni favore; e dove prima di questa maniera si dispensava il grado di Bassà, dandolo a chi haveva fatto imprese honorate, hora si dà a chi stando nel Serraglio appresso la persona di Sua Altezza meglio l’ha sodisfatto e l’ha saputo adulare, il che ne’ valorosi soldati induce disperatione e li fa risoluti con ogni suo potere tornare a casa, sperando per questa via conseguir maggior utile e dignità.
E se l’Imperio turchesco è venuto a tanta grandezza, perché fin a Sultan Selim tutti gli Imperatori sono andati con gli eserciti in persona all’imprese, e se quell’antico uso hora è dismesso et in luogo che prima attendevano alla gloria, nelle cose militari, hora attendono alla lussuria, alla crapula et alla commodità, e se ciò cominciaranno a far li Signori che han da venire, lascerò il giuditio alla Serenità Vostra et alle Signorie Vostre Eccellentissime di quello si possa sperare.
E se bene si vede ancora prosperar quell’Impero, e per l’acquisto del Regno di Cipro e di Tunesi, e per il molto progresso fatto nella Persia in tempo del presente Signore, niente di meno hanno anco da considerare la lunghezza del tempo speso in queste imprese, e genti, e paesi consumati, e la rotta segnalata che hanno ricevuta i Turchi in questo tempo dalla Cristianità; talché si può concludere con ragione che la loro prosperità ancor possi continuare, come suol fare appunto una ruota mossa con grande impeto da gagliarda mano, la qual rimossa quella forza comincia però molto tempo a correre per il vigore e forza già ricevuta; così appunto mi pare che continuino hora le presenti loro prosperità, portate senza dubio da quell’antico valore et eseguite per il gran numero loro senza molta disciplina militare, ma se (come si deve sperare) questa anderà del tutto mancando, mancarà insieme anco questa tanta loro prosperità.
E s’assicura la Serenità Vostra che li Turchi medemi temono grandemente la loro rovina da una general guerra contro di loro di tutta la Cristianità nella quale come corvi saranno spogliati dell’altrui penne; e però intanto vivono sicuri, in quanto vedono non solo continuar ma crescer magiormente ogni giorno le discordie fra Prencipi cristiani, sì come continuamente pregano nelle loro orationi, e per ogni via e modo procura quell’Altezza di fomentarle, e per questa causa si trattiene con Francesi e con la regina d’Inghilterra, mostrando di stimarli solo per accenderli contro la Cristianità.
E se bene i Turchi fanno vista di non haver paura, siano però sicure l’Eccellenze Vostre che sono come quelli che vanno a caccia de’ leoni, i quali se ben gridando mostrano di non haver timore, temono però grandemente e dal gridar procurano di prender animo da sé medesimi, e di mostrar ardire.
Né queste cose da me son dette, Serenissimo Prencipe, perché io voglia concludere che i Turchi non siano formidabili, o che le loro forze non siano grandissime e che però non s’habbino da stimare. Questa non è la mia intentione e la supplico a non voler creder questo, né in questo senso prender le mie parole; ma ben più tosto le credino e tenghino per certo, che io voglio concludere e dire che questa Serenissima Repubblica deve metter ogni suo pensiero per conservarsi col buon consiglio e con le vive provisioni, per dar tempo al tempo, e non si perder d’animo, perché con il tempo Iddio ci aiuterà, e però operiamo di maniera che, conservando con ogni mezzo possibile la pace con quel Signore ci assicuriamo della guerra, preparandosi alla difesa di questa nostra libertà con forze et animo tale che se pure li Turchi disegnassero d’offenderci (come è più sicuro consiglio di dubitare) conoschino e provino che noi col favor di Dio siamo pronti et apparecchiati per difenderci e mantener questa nostra libertà, la quale conservandosi è la più felice e gloriosa che mai sia stata e per conservatione della quale dobiamo valerci delle più gagliarde provisioni che si possino usare, conforme fanno li valenti medici negl’importanti et estremi casi della vita, usando allora i più violenti rimedii che sappino ritrovare, e sì come sogliono far anco li più valenti marinari nelli disperati casi di fortuna di mare, che scordati al’hora de’ loro proprii interessi prontamente si privano delle loro facoltà gettandole a gara nel mare per salvare il vascello e la vita. Così noi per quasta nostra libertà non dovremo mai guardar d’esponere le cose a noi più care e più da noi stimate, che sono queste ricchezze e questa nostra facoltà, acciòché in un punto, con somma nostra infamia e con estrema miseria, non habiamo a perderle con la vita e con l’istessa libertà.
Questo solo e non altro rimedio può frenar ogni cattivo pensiero che i Turchi havessero d’offenderne, e con questo solo si può metter tempo al tempo, sino che questo gran monte della potenza turchesca pian piano si possa andar spezzando, e per ciò con tutti i spiriti e forze nostre dovemo attendere a queste provisioni, essendo sicuro che Dio per sua misericordia non ci abbandonerà.
Mi resta, Serenissimo Principe, l’ultima parte della mia relatione, la quale sì come è la più dilettevole et importante, così senza dubbio è la più difficile da trattare, perché non è cosa più fallace che conoscere e penetrare nel cuore non dirò di un huomo ma d’un Prencipe infedele per saper la buona o la mala volontà e dispositione sua verso tutti i Prencipi del mondo. Pur essendo huomo mi devo contentar di far la parte mia come huomo, che è di discorrere con congetture quello che ragionevolmente si può e deve credere, lasciando alla maestà di Dio la parte sua propria, che è penetrare l’intrinseco, e saper il cuore del huomo e di conoscer infallibilmente la verità.
Con Meemet, detto per sopra nome Cadalende, cioè schiavo di Dio, al presente Re di Persia, il Gran Signore ha già undeci anni ardentissima guerra, et il medesimo ha con i Georgiani popoli, a quel Regno confederati e confinanti. E perché fra tutti i potentati è molto odiato da’ Turchi il Persiano, col quale si può dire che habbia naturale et antichissima guerra, e col qual regno questa Serenissima Repubblica altre volte ha hauto strettissima intelligenza et ha ricevuto non mediocre favore et aiuto contro il comun inimico, però stimo che non la debba esser discaro intender brevemente la qualità e forza di quel Prencipe e de loro confederati Georgiani per saper quanto in qualche tempo degli aiuti loro si possa sperare.
Gli antichi confini della Persia in tempo d’Ismael, actavo del presente Re, erano il fiume Nigris, il Golfo Persico, il Mar d’India, i fiumi Indo e Jaserre, il Mar Caspio e li Georgiani, fra i quali confini erano comprese le nobilissime provincie dell’Assiria, Mesopotania, Parti, Media, Armenia, Persia e Cocapan, delle quali Sultan Solimano dello 1535 prese l’Assiria colla grande e famosa città di Babilonia, la Mesopotamia, hora detta paese d’Harlech, e li Parti, hora detti Chiodi; popoli che si governano da per sé, e prima solevano esser confederati da’ Persiani, hora sono fatti tributarii di quel Signore, ma sono gente vagabonda, e tutti ladri, i quali non osservano fede né ad amici né a nemici, ma rubano et assassinano tutti indifferentemente. Nella presente guerra il Gran Signore ha levato al Regno di Persia gran parte della Media, detta hora paese di Servan, parte dell’Armenia e la principal e Regal Sedia, che è la città di Tarasis, talché al presente resta solo ai Re di Persia parte della Media e dell’Armenia, il gran paese della Persia, che s’estende verso il Mar d’India, e tutto il paese del Cocazan.
Il governo di questo Regno, ritrovandosi Meemet Cadalende sudetto Re vechio, orbo et impotente, lo ha rinontiato ad Emis Ermissan, cioè Emis Prencipe suo figliolo, il quale solo s’intende esserli restato de’ molti che ne haveva, tutti morti per diversi accidenti, come so particolarmente haver dato conto alla Serenità Vostra.
Si governa questo Regno diversamente, e tutto contrario a’ Turchi, perché i Persiani amano la nobiltà e da loro è tenuta in gran prezzo, e fra loro sono in gran stima molti nobili e grandi di quel Regno, dove all’incontro da’ Turchi la nobiltà è perseguitata e distrutta. Tra Persiani sono molti Signori e Prencipi del paese qual passano per heredità ne’ loro figlioli, riconoscendo però il Re loro per principale e sovrano signore, come appunto i Prencipi di Germania l’Imperatore; e questa è la principal causa delle loro dissentioni, dove all’incontro fra’ Turchi non si conosce altro che un solo Signore, e questa è la causa della loro unione.
Li Persiani sono per natura non solo amatori della nobiltà ma anco della nobile civiltà, perché sono cortesi et attendono all’arti liberali, dove all’incontro i Turchi sono gente fiera et incivile, né fanno profession d’altr’arte o esercitio, che della guerra, nel che mettono il loro studio principale. Hanno Persiani maravigliosa cavalleria, ma non hanno alcun ordine di fanteria né di militia pagata. Da poco tempo in qua usano l’archibugio, ma non vogliono o non sanno introdurre fra loro l’uso dell’artegliaria. Possono fare circa a 50 in 60 mila cavalli grossi e legieri, secondo il bisogno, e molto migliori soldati usano armarsi loro et i loro cavalli di finissime armature azamine; le armi che sogliono usare sono la lancia, l’arco e la scimitarra, con le quali armi mostrano grandissimo valore. Di tre sorti di soldati sono li eserciti Persiani, cioè soldati della Guardia, Comandati e degli Aiuti.
Li soldati della Guardia sono quelli della casa e della guardia del Re, pagati e spesati da quella Maestà.
Li soldati Comandati sono i feudatarii e nobili del Regno, i quali possono essere da 40 in 50 mila cavalli.
Li soldati degl’Aiuti sono quelli de’ popoli confederati, quali per capitolazioni fra loro sono obbligati nei bisogni communi di guerra soccorrersi l’un l’altro, e questi sono i Georgiani, i Turcomani e gl’altri popoli confederati.
E di qui nasce che sono le forze persiane di più sorte, però sono molto deboli, né il Re ha quell’obedienza che faria di bisogno contro la potenza turchesca. Sono però li Persiani nel generale gente di molto valore perché combattono per l’honore e per la libertà con molto ardire, talché 200 Turchi non sono bastanti a resistere a 100 Persiani, i quali quando havessero ordine di militia pagata, come ha il Gran Turco, e qualche apparato d’artigliaria, sariano atti a fare ogni importante impresa. È vero che difficilmente i Persiani faranno mai grandi o lontane imprese, perché sono genti che amano molto le proprie commodità, e mal volentieri si allontanano dalle loro mogli, come si legge di quelli antichi Re che le conducevano nell’eserciti contro Alessandro Magno, come appunto in un trionfo, ma anche perché il re di Persia non havendo alcuna entrata publica né autorità di poner gravezze ai popoli, non hanno però il modo d’haver un corpo di militia pagata, il che suole essere il manco de gli eserciti perché appena hanno 800 mila scudi d’entrata, e però sono molto poveri, et appena possono sostentare la spesa della loro casa e della guardia della propria persona.
Confine al paese de’ Persiani si trova il Mar Caspio, overo il Mar di Sacri di forma acuta e di grandezza quasi eguale al Magior (levata però la palude Meotide), sopra il qual mare li Turchi hanno acquistato due principalissimi posti. Il primo è quello di Tauce, dal quale ha preso nome quel mare; il secondo è quello di Temircesti, dette da noi le Porte Caspie, o le Porte Tenee, et è quel passo importantissimo che conosciuto da Alessandro Magno fu fortificato e gli furono poste le porte di ferro, perché per questo possono passare commodamente li Tartari settentrionali nelli paesi dell’Asia Minore. In queste nostre parti è un sito posto alla riva di quel mare, che da una banda ha monti altissimi, detti li Monti Caspii, e dall’altra il Mar Caspio, siché non lascia altro che una stretta strada per dove si possa passare.
Quell’importantissima fortezza era prima d’un signor Giorgiano, il qual ingannato da Osman Bassà avanti fusse Primo Visir e Capitano Generale, ma essendo particolar capo in quella parti, sotto pretesto di tor moglie una bellissima figliola di quel signore levò dalle mani del suocero quell’impostantissimo loco e lo diede in poter del Gran Signore, il quale acquisto come fu grandissimo non solo per la qualità di questo importante sito, ma anche per la molta utilità che cava da quelle parti per la grossa rendita delle sete e della vena, o miniera d’oglio, che nasce in gran copia in quella parti; e però è luogo di molta consideratione, e da’ Turchi con molta diligenza custodito tenendo in esso un Bassà della Porta con molta reputatione.
Per questi due porti li Turchi si sono impadroniti quasi del tutto di quel gran mare, il quale né da Persiani né da’ Tartari è navigato, né con armate né con navigli grossi, perché son privi quei popoli non solo dell’uso delle vele e di molte altre cose necessarie alla marinareccia, perché usano navigar solamente con alcuni piccioli navilii di carico costegiando sempre le marine, e con lo scandaglio in mano, non si ponendo a rischio non solo di traversar quel mare, ma neanco di allontanarsi molto dalle rive d’esso. Dappo’ che il Gran Turco è fatto padrone di questi due porti, ha messo alquante galeotte in esso di 14 banchi ma non havendo ritrovato incontro di sorte alcuna, poco doppo l’ha fatte disarmare; ma sempre che vorrà mettere un’armata in mare in quelle parti lo potrà fare facilmente, e sarà assoluto padrone d’esso, il che è di molta consideratione non solo per le molte commodità che poterà havere d’unirsi con i Tartari da quella parte, ma anco per la facilità che per quella via haverà d’offendere i Persiani.
Li Giorgiani sono popoli che habitano nei monti fra il Mar Magiore et il Mar Caspio, così detti perché hanno in molta veneratione e per loro protettore San Giorgio; sono di religione e lingua greca, e sono diversi signori e padroni di quel paese, li quali si governano alla similitudine de’ Svizzeri, e possono far fra loro 20 in 30 mila cavalli. Questi sono antichi confidenti de’ Persiani, per antica amicitia, e comun interesse contra il Turco, e nella presente guerra gli sono stati di grandissimo giovamento e benefitio perché rompono le strade ai Turchi e gli levano le vettovaglie quando passano in Persia, e massime al passo stretto di Tiplis. Fra loro sono tre principali e più nominati signori, cioè Sinan, capital nemico de’ Turchi; il Careogli, cioè figliolo della vechia, e della vedoea, il quale altre volte pose alla devotione de’ Turchi e di poi si è levato, et il Leventi. Questi facendo del continuo molti danni alle genti di questo Signore si ritirano poi nelle montagne in sicuro in siti aspri et inacessibili, come è successo ultimamente che hanno dato due rotte a’ Turchi e poi si son ritirati; e però si crede certo che il Gran Signore quando anche facesse pace con i Persiani si vorrà però vendicare contro di loro.
Con li Persiani e questi popoli Georgiani ha havuto con tinua guerra già tanti anni il Gran Turco nella quale, se bene ha speso molto tempo, perduta molta gente, massime nel ritorno da Tauris, e finalmente se bene ha distrutto molto paese, ha però acquistato più di 150 miglia di longhezza del paese de’ Georgiani, con alquante fortezze fra le quali Caros, Sildir, Tiflis e Loro, per le quali ha breve e commodo viagio per passare addirittura in Persia senza passar per il paese de Chiurdi, publici ladri; è ben vero che questo paese tolto da’ Turchi a Georgiani non è molto in larghezza, confinando da una parte con l’altissimi monti de’ Georgiani e dall’altra parte con i Chiurdi e parte col paese de’ Persiani, ne’ paesi de’ quali il Gran Signore ha acquistato nella presente guerra gran parte del Servan e dell’Armenia Maggiore, e la gran città di Tauris la quale se bene fu acquistata anco da sultan Soliman, niente di meno fu poi abandonata e ridotto il confin turchesco 150 miglia più in qua, all’ultima fortezza di Van. Ma al presente i Turchi fortificando di passo in passo le terre e castelli che vanno acquistando, et hanno per questa via acquistato, et assicuratosi non perder l’acquistato, et hanno dilatato i confini per molte miglia in lunghezza; il che facilmente l’hanno potuto fare perché i Persiani non usando artegliarie non hanno avuto il modo d’espugnarle, onde ogni picciol riparo che i Turchi hanno fatto, o di terra o di legname, ha potuto supplire al loro bisogno, come s’è veduto in Tauris, che in 35 giorni solamente l’hanno fortificata, e niente di meno i Persiani in sei mesi non l’hanno potuta espugnare.
Il guerreggiare de’ Persiani, per timor dell’artegliarie, è più tosto un scaramucciare che combattere con battaglia reale; e però si è veduto che da un tempo in qua il danno che li Persiani hanno fatto ai Turchi è stato sempre nel ritorno dando nella coda e seguitandoli, come successe dopo la presa di Tauris.
Ma se piacesse a Dio che un giorno li Persiani fossero aiutati dal Re Cattolico d’artegliaria e capi di guerra, con qualche numero di buoni soldati, e che fra loro fossero uniti e concordi, sia sicura la Serenità Vostra che i Persiani potriano far grandissimo progresso contro i Turchi, da’ quali sono molto temuti per molte cause.
Conoscono benissimo li Turchi la molta dificultà che hanno nella guerra di Persia, per la lontananza del paese, tutto distrutto e rovinato, e per esser mancata in questa guerra la miglior parte della loro militia, e quello che più li fa temere è che molto ben conoscono che quando havessero qualche importante rotta da’ Persiani potriano provare qualche pericolosa sollevatione nell’Asia, tutta quasi conforme di religione alla persiana, talché per queste cause i Turchi non solo aborriscono la guerra ma desiderano sommamente la pace, perché i popoli sentono intolerabili incommodi per le continue nuove gravezze che li sono imposte, oltre che patiscono danni inconsiderabili da’ soldati che continuamente già tant’anni caminano per ogni parte di quell’Imperio, da quali li sono usate infinite estorsioni e tirannie; la carestia poi d’ogni cosa, l’alteratione notabile della valuta d’ogni sorte di robba, le spese eccessive che ogn’anno convengono fare, i soldati, i danni, l’interessi che patiscono per questa causa, et altre infinite oppressioni che del continuo provano riduce ognuno alla disperatione.
Li Bassà poi, et i grandi della Porta, che sono adoprati in questa guerra, non posson hormai tollerare tanta assenza dalle case loro, vedendosi anco poco riconosciuti, e premiati delle loro fatiche. Quelli poi che risiedono alla Porta sono in continuo travagli e vivono in continuo timore che, o per morte o per altro accidente che occorre ad alcuno dei Bassà che sono in Persia, non siano mandati in luoghi lontani, et astretti a partire dalle case proprie et abandonar tante commodità che godono e la dolcezza del comando e governo di quell’Imperio. Il Gran Signore finalmente è stanco e satio di così lunga guerra e però desidera ancor lui sommamente la pace, perché vede e conosce la ruina de’ popoli, la distruttione della sua militia e la desolatione de’ suoi paesi; intende anco da ogni parte la disperatione de’ soldati e sa benissimo il pericolo che corre di qualche notabile sollevatione. Ma quello che più li preme è il convenir patire molte indignità da diversi Prencipi cristiani, come è seguito li giorni passati avanti che mi partisse, che quasi in un istesso giorno hebbe molte nuove che grandemente lo perturbarono, come l’elettione del re di Polonia, contro la volontà sua, essendo la persona di Massimiliano d’Austria grandemente da lui abborrita; che le galere di Malta habino svaligiate e condotte via diversi navigli su la fossa delle galere turchesche vicino Costantinopoli; che i Cosachi habbiano distrutto Uscia, castello al confine de’ Tartari, e che li Ungari habino preso il castel di Caporna e poco doppo data una segnalata rotta ai Turchi a quei confini; tutte cose che hanno dato incredibile dispiacere al Gran Signore et occasione ai popoli di parlar liberamente contro la persona sua. Ma a Sua Altezza convien sopportar tutte quelle indignità e dissimularle per non poterle hora, per la guerra persiana, vendicare; e però parendoli che si tratti molto male la sua dignità, brama e desidera in estremo la pace, ma non la vorria che con quelle conditioni che li tornariano commode, e che son solite dell’Imperio Ottomano che è di non ceder loco alcuno acquistato, né passo di terreno che habbia calcato il suo cavallo. Però non si viene mai a conclusione di pace, se ben tutti la desiderano, né sì presto compare nuova di Persia che subito il desiderio universale riempie ciascheduno di speranza di pace, e se ne ragiona publicamente. Il medesimo desiderio si puol dire che sia anco dal canto de’ Persiani di far pace con i Turchi, e quanto al popolo, e quanto ai soldati, e quanto alla persona del re, perché tutti hormai sono stanchi et afflitti, e quel re molto travagliato per le discordie civili. Ma questi signori Persiani, che sono padroni de’ paesi sopra i quali li Turchi hanno fabricato le loro fortezze, a questo non vogliono assentire, perché non intendono restar privi delle loro facoltà, le quali tuttavia godono, se ben con qualche travaglio, perché i Turchi stanno rachiusi nelle fortezze loro, come in tante galere, non restando però i Persiani di seminare e godere li loro terreni, e però non vogliono assentire alla pace per non privarsi con essa de loro beni; e se bene i Turchi minacciano ogn’anno d’andare in Persia, stanno però in speranza i Persiani o che non vadano, come spesso occorre, o se pure vanno sono certo che non possono ferirli se non in un luogo solo, né possono trattenersi in quei paesi che quindeci o al più venti giorni, talché poco danno possono fare alle loro entrate; onde li signori Persiani che introvengono al governo di quel Regno per consultare, come nella Polonia, non vogliono assentire alla pace in modo alcuno, perché sanno che la superbia turchesca non rilascia mai l’acquistato e che i territori convengono seguitare la fortuna delle fortezze o delle città principali; e però mettono tempo al tempo, sperando che i Turchi, finalmente strachi e distrutti, siano astretti retirarsi da quell’impresa, e darli per questa via commodità di recuperare le loro terre perdute, overo siano astretti dalli disagi et incommodi della guerra contentarsi di più honeste conditioni, overo finalmente per qualche accidente o di guerra che di fuora fusse mossa da’ Cristiani, o per morte del Gran Signore, o per altro simil caso, i Turchi convengono abbandonare quell’impresa, dalle quali speranze nudriti i Persiani vanno portando il tempo avanti, ingannando ben spesso i Turchi con speranza di pace per raffreddarli da quall’impresa e tener lontane le loro armi, come hanno fatto hora con mandar Ambasciatori a promettere il figlio del Re in ostagio al Gran Signore, e poi gli hanno mancato; come sempre li Turchi hanno dubitato, li quali conoscono chiaramente che il concluder la pace con i Persiani con la conditione che ognun tenga l’acquistato saria impossibile che lungamente si conservasse, perché i confini sono talmente confusi et intrigati che non si poteria vivere in pace lungamente, e però prima ricercorno che fusse posto un confine notabile di là dal Tauris, e poi si contentano che li Persiani gli cedessero Oringie e Carabai nella Media, e finalmente non havendo né meno in questo acconsentito, s’erano contentati li Turchi che i Persiani gli cedessero solamente li territorii delle terre acquistate e gli dessero il figliolo per ostagio, sperando che l’importanza dell’ostagio li potesse tenere in freno e contenere il rispetto verso di loro; ma i Persiani con queste speranze sono andati trattenendoli di tempo in tempo sino al presente, et è comun giuditio che non sia per seguire per hora la pace, che in questi tempi li Persiani procurino d’accomodarsi fra loro per mettere insieme forze per resistere ai Turchi e ricuperare Tauris, ma il tempo scoprirà la verità.
Con il Re di Persia nel 1470 la Serenità Vostra hebbe lega e buona intelligenza contro la Casa Ottomana, e però mandò Ambasciatori a quel Re, il quale al’hora era Ussan Cassan, e furono gli ambasciatori Cattarin Zen e Iosafat Barbaro, con li quali accompagnò molti Bonbardieri e gli mandò a donar molti pezzi d’artegliaria et altri presenti, mandando il tutto per la via di Soria, con tre galere grosse, perché al’hora quel paese era del Sultan di Cair; ma di poi nel 1505 havendo Ismael sofì successore ad Ussan Cassan mandato Ambasciatore a questa Serenissima Repubblica per rinovar la lega contro li Turchi, et havendo la Serenità Vostra recusato di farla perché al’hora era occupata nella guerra di Lombardia, e poco avanti haveva fatto pace con Sultan Baiazet, non s’è doppo continuata amicitia con quel Regno; anzi havendo la Serenità Vostra nell’ultima passata guerra con i Turchi procurato con sue lettere d’unirsi con lui mandando per quest’effetto Vincenzo d’Alessandro, non s’è veduto effetto alcuno. E veramente hora è molto difficile il poter passare a quelle parti per trattare simili importanti negotii, perché hora il Gran Turco, fatto padrone della Soria e di quella parte di Persia, e de’ Georgiani confinanti al Mare Caspio, leva ogni commodità di poter passare a quelle parti senza manifesto pericolo della vita; e restano hora due sole strade da poter mandar Ambasciatori in quelle parti, overo per via di Moscovia e Tartaria, con infinite difficoltà, dovendo passare il Mar Caspio et il paese de’ Tartari infedeli e collegati con i Turchi, o per via della flotta di Portogallo che vanno nell’Indie Orientali ad Ormus, per la qual strada passano gli Spagnoli con molta facilità per sbarcar gli Ambasciatori et altri aiuti che designassero mandare al Re di Persia, confinando il paese d’Ormus nel Golfo Persico, con quel Regno, e però sarà molto facile e di molta utilità in tutta la Cristianità che la Maestà Cattolica applicasse l’animo ad una tanta e sì lodevole impresa.
Oltre i Giorgiani popoli dei quali ho già parlato, confina il Signor Turco con i popoli Mingrelli, Circassi e Tartari Precopensi alle marine del Mar Maggiore dove sua altezza ha fabbricato una fortezza chiamata Tras, ai confini d’essi Mingrelli per tenerli in freno. Habitano questi popoli nei monti fortificati dalla natura coll’asprezza e siti inaccessibili, opponendosi i Turchi colla difesa che li ha concesso la natura. Sono i Mingrelli per il poco loro valore, per ubbriachezza e per latrocini infami, di niuna stima, vivono colla religione greca e poco pratticano i Turchi perché hanno paura di essi, ma stanno rittirati alle cose loro, onde con essi si può dire che il Signor Turco non habbia né pase né guerra, essendo universalmente poco stimati. I Circassi habitano 500 miglia di paese per lunghezza e questi sono tenuti valorosi, avvezzi ad ogni disagio, velocemente corrono e si governano in comune fra loro come appunto i Svizzeri e sono di buona natura e vivono di rapine più uno dell’altro, essendo lecito fra loro rubbarsi un fratello coll’altro et il padre vendere le proprie figliuole a’ Turchi che ordinariamente le vanno a levare con i Caramussali e le vendono a Constantinopoli come tanti animali a vendere ne’ pubblici mercati; e perché questi popoli sono tenuti in pochissima consideratione, però non occorre discorrere se il Turco vogli né pace né guerra con loro.
I Tartari che sono in Europa al fiume Tanai e Caffa, e questi vennero nel 1512 da quelle solitudine di Tartaria settentrionale ad habitare in quelle parti vicine al Mar Negro, dove per un tempo si ressero da sé medesimi con un proprio loro re, ma hora sono tributarii al Signor Turco, il quale li domina e regge a suo volere, havendo per ostaggio un figliuolo et un fratello di quel re. Questi popoli vivono di continue depredationi che fanno i Polacchi e i Russi sudditi del Moscovita perché il loro proprio essercitio è il robbare.
Colli Principi Arabi e Mori in Africa il Signor Turco ha più tosto perpetue scaramuccie che guerra aperta e però tiene nel [***] un Bassà, il quale del continuo combatte con parte di loro, altri sostenta col favore della contraria parte, la quale per batter la sua nemica si serve del favore e forza del Bassà, il quale con quella occasione procura ridurre il paese all’obbedienza di quel Signore; e fa progressi grandissimi; per le quali operationi vien poi fatto bassà della Porta.
Col Re di Fez tiene il Signor Turco poco buona volontà perché sospetta che habbia secreta intelligenza col Re di Spagna. E però pensano i Turchi un giorno di assicurarsi di lui con far quell’impresa la quale era grandemente desiderata e procurata da Luzzalì, già Capo del Mare, et hora da Assan Bassà, per la pretensione che ha sopra quel Regno per il figliuolo del fu già Re, morto nella battaglia col Re Sebastiano di Portogallo, il quale ha appresso sé assieme colla madre, la quale al presente è moglie di esso Assan; e però desidera quell’impresa sperando per questa via ingrandirsi d’esso Regno con nome del figliuolo, col favore de’ Gianizzeri di Algieri, da’ quali è sommamente desiderato.
Il papa non è molto stimato da’ Turchi perché sanno che non ha forze, ma però l’odiano sommamente; e se bene non havendo con lui né confine né commercio però non l’hanno in consideratione; ben sanno che è capo della nostra religione e che è instrumento attissimo, coll’autorità sua, per unir tutta la Christianità contro di loro.
Dell’Imperadore conoscono le forze esser deboli molto, perché sanno benissimo le discordie e i dispareri della Germania per causa della religione e però sì come per questo rispetto non lo temono, così quando quella nobilissima provincia deponesse un giorno le perniciose sue dissensioni e li Prencipi di essa si accordassero a quella vera unione che gli apporterebbe somma sicurezza et in somma et infinita gloria e metteriano la grandezza di quell’Impero in gran pericolo. Hora fra questi due principi alli confini di Ungheria vi è sempre una sospetta et inquieta pace, nodrita dalla contraria religione, dall’emulatione del nome di Imperatore e dalli molti disordini che continuamente succedono a quelle frontiere, i quali sono da’ Turchi artificiosamente nodriti per l’occasione che ne cavano di rubbare, e beneficio che sentono dalle depredationi continue con ruine di quei poveri Christiani che habitano in quei confini; e sia sicura la Serenità Vostra che se questi disordini, come hanno principiato ad esser, andassero continuando a maleficio de’ Turchi, com’è seguita una o due volte questi ultimi giorni, essendo stato preso Coppan e dato notabil rotta a’ Turchi nella Croatia, potriano indubitatamente causare qualche importante novità e dar causa a’ Turchi di pensare a qualche impresa, come ultimamente più volte se n’è ragionato, e certamente seguirà quando le cose di Persia prendessero camino alla pace; ma durando quella guerra stimo che difficilmente veranno a questa rissolutione, né si moveranno se non per estrema necessità a romperla con quella parte, perché essendo i confini di quella molto allontanati et il paese molto distrutto, con difficoltà i Turchi condurranno esserciti a quelle parti.
L’amicitia tra il Signor Turco et il re Christianissimo nasce dalla riputatione che ciascun di loro spera cavare da essa appresso li Prencipi christiani et è facilmente conservata per la lontananza dei confin, per causa dei quali non può nascer fra loro occasione di mala sodisfatione. Non è però fatta molta stima al presente di quel Re da’ Turchi, anzi spesso li vengono date male sodisfattioni et usati mali trattamenti verso quell’Ambasciatore, come più volte è occorso in tempo mio, perché molto bene conoscono che hora quel Regno per le continue guerre civili è talmente indebolito che così come dalle sue forze il Gran Signore poco si può promettere, così è vero che per altro la sua amicitia non è procurata da quel Re che per conservarsi in riputatione e tenere in gelosia il Re di Spagna et in rispetto verso di lui.
Verso il Re Cattolico hanno i Turchi cattivissimo animo per la concorrenza che gli pare che lui solo tra i Prencipi christiani gli faccia di forze alla monarchia e però l’hanno per capitalissimo nemico. A questo s’aggiungono i continui danni e depredationi che gli sono fatte da’ vascelli ponentini e specialmente maltesi, tutti attribuiti a Sua Maestà Cattolica; oltre di che si rissentono molto delle novità tentate gli anni passati dai vascelli spagnuoli nel Mar Rosso, dove conoscono che difficilmente potriano resistere ad armate che vi fossero mandate, non havendo loro il modo di mettere galere in quel mare per molte cause; stimano anco molto il danno e vergogna che riceverono per l’impedimento che li fu fatto al passar de’ navilii dell’Indie al Cairo, per interesse dell’entrate di sua altezza et ai navigli della Mecca per causa di religione, oltre che quando gli Spagnuoli potessero entrare in quei mari, poterino coll’intelligenza delli Arabi mal sodisfatti di loro, impedirli per quella via felici progressi e grossi acquisti che fanno ne’ paesi di Germania; e però si rissolsero fabricare con ogni diligenza venti galere al porto del Suos per sostentare con esse il possesso di quel mar; ma se fra tanto i Spagnuoli non abbandoneranno quella impresa, sia certa la Serenità Vostra, che potranno darli molto travaglio in quelle parti con grande beneficio della Christianità; non resta però ogni anno Sua Maestà Cesarea di trattenere i Turchi con speranza di tregue e con promessa di mandar huomo per trattare a quella Porta, e i Turchi all’incontro mostrano desiderarlo, ma l’uno e l’altro Prencipe sta sopra vantaggio mettendo tempo al tempo per haver beneficio di scoprire i dissegni dell’altro e fra tanto sicuramente attendere al fatto suo, quello alla guerra di Persia, e il Re Cattolico alle cose di Fiandra; e però quando Giovanni Pietro Ferrari agente di Spagna venne a quella Porta e si certificò che per quell’anno non usciria l’armata, si tenne poco sicuro, se bene gli furono notti i vuoti dissegni, e disvolte le sue trattationi come ho detto, e si partì senza rissolutione alcuna.
Colla Regina d’Inghilterra mostrano i Turchi tener al presente stretta amicizia e intelligenza perché così al presente gli torna commodo, sperando che essendo lei discordevole di religione in guerra col Re di Spagna difficilmente mai si possa unire in lega con i Prencipi christiani contro quell’Imperio. Conoscono anco ricevere molto beneficio da quel Regno, havendo mosso l’armi contro i Spagnuoli, con che restarono loro assicurati dal timore dell’armi christiane, mentre sono occupati nella guerra di Persia, però fomentano questi dispersi e gli danno ogni sodisfattione almeno di parole e promesse di concederli che i Turchi mai si rissolveranno di far spesa di momento per far venire armata ad istanza della Regina di Inghilterra, ma ben proveranno con far noti i preparamenti, tener quanto più potranno i Spagnuoli fra la speranza e il timore per divertire le sue forze dai danni del Regno d’Inghilterra. E però non si crede che l’anno venturo habbia ad uscire armata di momento, se bene si sentono molti strepiti a Costantinopoli ma il tutto è fatto ad instanza d’Inghilterra per insospettire i Spagnuoli, tornando già commodo all’una e all’altra parte. E se bene per avanti la Regina d’Inghilterra era da loro poco stimata come donna e padrona di mezza un’isola solamente, niente di meno hora fanno molto conto d’essa, vedendo che ha havuto ardire di mover guerra offensiva al Re Cattolico e perché da ogni parte intendono le sue molte forze per mare. E però l’Ambasciatore suo hebbe l’auttorità e potere di sturbare le tregue già concluse col Ferrari agente di Spagna, servendosi del mezzo del Cozà del Gran Signore, mostrando di farlo ad istanza degli Inglesi, se bene il proprio interesse mosse quell’altezza a non volerli acconsentire.
Col Regno di Polonia i Turchi hanno pace, se bene molto sospetta e turbata; due sono le cause che nudriscono male soddisfattioni fra questi popoli: l’una e principale sono le continue depredationi che fanno i Cosacchi banditi dalla Polonia, i quali insieme con gli altri fuorusciti d’altri paesi, essendovene anco molti Italiani e Francesi, si sono fortificati in alcune isole e paludi del Mar Negro di dove spesso escono in grosso numero, come appunto fanno gli Uscocchi, depredando e ammazzando i viandanti Turchi e Rossi, con molta crudeltà; et ultimamente hanno havuto ordine di prendere e distruggere Usico, fortezza de’ Turchi di molta consideratione a quei confini, il che tutto è attribuito a’ Polacchi come appunto i danni de’ Uscocchi alla Serenità Vostra.
L’altra causa di mala sodisfattione de’ Polacchi verso Turchi è il caso seguito già due o tre anni dalla morte d’un suo Ambasciatore, il quale per istrada fu assalito e fatto morire d’ordine del Gran Signore nel suo ritorno da Costantinopoli, sotto pretesto che fusse venuto alle mani col Datiaro per causa di cavare alcuni cavalli da quel paese e condurli nel Regno di Polonia; ma la vera causa fu per la mala sodisfattione e sdegno di Sua Altezza contro i Polacchi per certi danni all’hora cagionati da’ Cosacchi; questa notabile ingiuria fu all’hora dissimulata ma però non scordata. Essendo per queste cause gli animi loro molto alterati e sopragiunto hora questo nuovo accidente della morte di quel Re il quale, come ha posto i Polacchi in gran timore, così ha suscitato molti humori e pensieri ai Turchi contro quella nobilissima provincia sopra la quale i Turchi pretendono haver certa superiorità, fondata sopra possesso che gli pare haver acquistato di denominare il Re, come fecero il Re Enrico di Francia et il Battori di Transilvania, onde vuole et intende il Gran Signore che anco al presente che i Polacchi eleggano quel Re che da lui sarà nominato, et a questi ha significato questa sua volontà per una o due mani di chiaussi, e ciò ha fatto con lettere e minaccie tali che più tosto si convengono a’ sudditi che a confederati, accompagnando poi questa sua volontà con ordini dati al Re di Transilvania e a’ Prencipi di Bogdania e Valacchia et ai Tartari confinanti che si mettano in arme per spaventare i Polacchi nel fare questa elettione e per astringerli di questa maniera a sodisfare alla sua volontà. Esclude Sua Altezza da quel Regno tutta la casa d’Austria et esclude il Moscovita e diversi Prencipi che non sono di sua sodisfattione, e i Polacchi all’incontro non possono tollerare questa tanta arroganza turchesca, se bene temono grandemente non irritarsi contro; non fa per loro dare occasione i Turchi d’entrare in quel Regno per le discordie civili che in quell’elettione convengono nascere fra di loro e però procedono con molto rispetto e timidità con i Turchi, mostrando da un canto desiderio di compiacerli, ma dall’altro non volendo in modo alcuno sottomettersi, né acconsentire che il Turco habbia la denominatione del loro Re, né alcuna minima superiorità sopra di esso. Professano bene buona amicitia e vicinanza con quella Porta, e perciò mandarono in tempo mio come Ambasciatore loro il signore Christoforo Boricher, persona prattica et intelligente delle cose turchesche, per essere allevato da putto in quella Corte, per mezzo del quale fecero quelli officii d’ossequio e riverenza verso quell’altezza che gli parvero convenienti, non obbligandosi però ad alcuna cosa ma con molta prudenza dissimulando la superbia turchesca, hanno procurato conservarsi l’amicitia di quel Signore in tempo di così importanti loro travagli. Con quell’ambasciatore io ho havuto buona amicitia e buona intelligenza per quel poco tempo che si tratenne in quella città, e mi ha fatto sempre parte di tutti i suoi negocii, sfogando meco la passione che sentiva della tanta arroganza turchesca, che dove prima i Signori passati solevano scrivere al Re di Polonia con titolo di amici e fratelli, che sono espressioni di parità, hora pretendono sovranità in quel Regno il quale, se bene per grandezza e nobiltà è considerabilissimo, non ha però quei fondamenti della propria severità che sariano necessari ad un così potente vicino, perché è tutto piano e però esposto all’incursioni de’ cavalli turcheschi e da’ Tartari loro capitali nemici. Non è munito né fortificato alle frontiere, ma tutto aperto; e finalmente non ha ordine alcuno di militia straniera, né propria, pagata, ma tutta comandata da feudatarii e signori poco obedienti in simili occasioni, onde per le discordie loro sono in manifesto pericolo e la difesa propria riesce debole e pericolosa; quelle imperfettioni di quel Regno molto ben conosciute da’ Turchi li fanno arditi contro di esso, e desiderosi di novità e sia sicura la Serenità Vostra che se Dio per sua misericordia non permettesse che la guerra di Persia continuasse, certo non perderiano questa opportunissima occasione di penetrare da quella parte della povera Christianità e lo poteriano facilmente fare sotto pretesto di vendicare l’ingiurie ricevute dagli Ungheri questi giorni passati e per assicurarsi che da’ Polacchi non sia eletto Re alcuno di casa d’Austria contro la loro volontà. Questo è il modo che si può credere che habbia a seguire, se bene per molte cause e per diversi accidenti che possono occorrere è molto difficile poter discorrere; pur dirò che se i Polacchi eleggeranno Massimiliano d’Austria in loro Re quando non siano tutti concordi, il che difficilmente si può sperare, il Gran Signore in tal caso non perderia l’occasione e entraria in quel Regno sotto pretesto di favorire la parte contraria a quell’elettione, sperando che d’esso caso possa seguire quello che in Ungheria successe quando furono chiamati i Turchi da Giorgio [***] contro l’Imperatore Ferdinando, onde entrando in quella provincia se ne impadronirono affatto non lasciandone che una minima parte, che è la Transilvania, in godimento di quel Re, con risservarsi anco sopra di essa la superiorità; ma se continua in la guerra di Persia e che i Polacchi non invitino e chiamino per le discordie loro i Turchi in quel Regno, dissimularà per hora il Gran Signore l’ingiuria che le faranno se eleggeranno Re contro la sua volontà, sinché li parerà opportunità; ma sia sicura la Serenità Vostra, che non se la scorderia.
Confinano colla Polonia nella parte della Livonia vicino il Mar Maggiore i Tartari Precopensi, i quali con continue scorrerie infestano quella e altre parti di detta provincia e ruinano tutti quei paesi, e però i Re passati si contentarono pagarli zecchini 30 mila all’anno di pensione acciò si astenessero da simili depredationi, ma la natura loro è sì inquieta e rapace che non si possono contenere; del che sente piacere il Signor Turco, potendole con questo mezzo tener in freno et in timore quella natione, onde spesso i Polacchi negano pagar il tributo ad essi Tartari e però nutriscono fra loro molte male sodisfattioni.
Con il Granduca di Moscovia, se bene ha pace, il Gran Signore confida però poco di lui, conoscendo il suo mall’animo e temendo la sua molta potenza, perché è opinione che possa far più di 150 mila cavalli, se bene di non molta bontà; fa però 40 mila e più buoni archibugieri et è Prencipe ricchissimo di denari e d’artiglieria, perché ha grande abbondanza di metalli e se piacesse a Dio che questo prencipe si unisse un giorno o con i Polacchi o con i Persiani senza dubbio metteria a’ Turchi grandissimo timore. Procede questo Duca alla grande col Signor Turco, perché non vi tiene Ambasciatore e quando gli occorre trattare alcuna cosa negocia con molta riputatione e ordine e però è da lui temuto, come si vidde quando tentò di fare il taglio per il quale dal fiume Volga si potesse passare nel fiume Tanai sotto pretesto di facilitare la strada dalle mercantie, ma in effetti per aprire la navigatione del Mar Negro nel Mar Caspio e farsi padrone di quel mare e di tutte le miniere di Moscovia, Gardaria e Persia e facilitare l’imprese sue in quelle parti dove che hora, per via di terra solamente, si può con molte difficoltà penetrare e se bene all’hora i Turchi furono non solo sturbati ma combattuti e morti da’ Moscoviti, non se ne hanno però mai voluto vendicare. È vero che il presente Granduca in particolare è poco stimato da’ Turchi, essendo voce universale che lui per mancamento di cervello sia impotente a quel governo, stimano però le potenti forze di quel Regno col quale stimarei di molto beneficio che, o per via di mercanti o per altra causa e destra maniera, questa Serenissima Repubblica havesse qualche buona intelligenza, sì come stimo che facilmente si potrebbe introdurre, perché nelle guerre con i Turchi quell’amicitia ne potria molto giovare e, se non in altro, almeno per servirsi del mezzo suo e del transito libero per passare in Persia a quella persona che per simile occasione, sì come altre volte ha fatto, volesse anco nell’avvenire mandare a quel Re per stabilire intelligenza e unir le forze contro il comune nemico.
La Serenità Vostra è in buona pace con quel Signore, almeno dal canto suo, e il medesimo doveria anco essere dal canto de’ Turchi, se si havesse da discorrere con ragione perché conservandone la pace mantiene la fede, bonifica il suo Imperio, l’assicura da ogni danno, ha lui solo il dominio del Mare, cava d’utile più di 400 mila scudi all’anno da mercanti Venetiani e finalmente ha commodità e facilità d’accrescere con acquisti et imprese contro altri Prencipi il suo Imperio; ma queste non sono ragioni che con i Turchi habbino il debito luogo, né che sopra d’esse la Serenità Vostra s’habbia punto d’assicurare perché se vorremo fare fondamento sopra la fede e sopra il giuramento o sopra la loro utilità, che speranze potremo havere dall’esperienza delle cose passate? E se sopra di questa non potemo far fondamento, qual dubbio si può haver maggiore de’ loro pensieri? I Turchi sono gente bassa e vile e però non conoscono honore né parola, onde non è meraviglia se fanno delle ingiustitie e se mancano spesso di fede e del proprio giuramento perché finalmente la violenza, la tirannia e la subornazione sono le loro naturali conditioni e però così com’è facile il giudicio del mall’animo loro contro di noi, così sarà sempre pericolosissimo l’assicurarsi della loro volontà.
Di questo cattivo animo de Turchi verso questa Serenissima Repubblica sono alcune cause generali e alcune particolari. Le generali sono la diversità della religione, la natura pessima de’ Turchi e la commune ambitione de’ Prencipi. Le cause particolari sono perché non stimano alcuna impresa, né più facile, né più commoda, né più ricca, che quella contro la Serenità Vostra, restando ancora fresca la memoria della facilità di quella di Cipro e della molta ricchezza ritrovata nel sacco di quell’infelice Regno; desiderano anco i Turchi l’impresa contro la Serenità Vostra perché gli pare che lei sola se gli possa opporre colle molte sue forze da mare alla patronia di esso et alla monarchia universale e perché l’imprese da mare gli sono molto più facili per esser vicine che quelle da terra; però desiderano principalmente queste e contro la Serenità Vostra per esserli più vicine, più commode e con manco di difficoltà.
Ma oltre tutte queste cause del mall’animo loro questa è la maggiore contro Vostra Serenità, la gloriosa vittoria navale, la quale quanto di gloria e riputatione ha aggiunto a questo stato, tanto ha scemato a loro per il segnalato danno e vergogna che hanno ricevuto, onde maggiormente sono eccitati alla vendetta di tanta infamia, poiché non possono sopportare quell’istessa vergogna, che più volte li ha fatto l’armata della Serenità Vostra, unico esempio di danno e vituperio alla Casa Ottomana. Oltre queste cause universali e particolari haveranno sempre i Turchi molti falsi pretesti e false cause di romper la fede alla Serenità Vostra, sempre che lo vorranno fare, perché oltre che conservano fresca memoria della presa della galea di Ramadan Bassà, i danni continui che fanno gli Uscocchi e Rensulmani, i danni che gli fanno le galee ponentine, attribuiti tutti ai sudditi della Serenità Vostra, tutte queste cose nutriscono nei Turchi malissime sodisfattioni contro di lei, sì che appena entra in speranza di pace con i Persiani, che si ragiona d’assaltare Candia e Corfù, come due volte è occorso in tempo mio.
Credo che fra le persone principali sono poste tre cose in consideratione che gli danno molta materia da pensare e di non correre precipitosamente a questa rissolutione. La prima è l’opinione che hanno che tutte le piazze da lei possedute siano ottimamente fortificate, e che l’essempio di Cipro habbia fatto più accorte l’Eccellenze Vostre in meglio provederle e più cautamente custodirle in tempo di guerra, il che faccia Dio che così sia in effetto, come i Turchi possono haver in opinione.
Seconda, tengono i Turchi per certo che tutti, o la maggior parte de’ Prencipi christiani in ogni occorrenza di questa Serenissima Repubblica siano per unirsi e collegarsi con lei contro di loro, havendolo hormai più volte esperimentato, con che questo stato possa supplire d’avvantaggio alla disuguaglianza delle forze loro con le nostre.
E finalmente molto preme ai Turchi la riputatione accresciuta a questa Serenissima Repubblica nelle forze da mare, perché avanti la vittoria navale la pace con loro era fondata sopra la loro utilità e non sopra la riputatione o cognitione che i Turchi havessero delle forze nostre da mare, e però le stimavano deboli perché non le havevano ancora provate e perché era commune opinione che non si havesse mai havuto animo di affrontarli a battaglia navale, il che era anco confermato dal timido nostro procedere nel negotiare, il quale nasceva in parte dalla poca cognitione che noi havevamo delle deboli forze che i Turchi hanno nelle cose di mare, per molte loro imperfettioni et anco dall’abbassare più del dovere le nostre proprie, le quali hora che i Turchi l’hanno provate e conosciute, molto le stimano e se per i peccati nostri non si seppe all’hora usar la vittoria, considerano però il pericolo corso e quello li poteria succedere in altra simile occasione.
Ma con tutto questo, Serenissimo Principe, bisogna procedere con i Turchi con gran destrezza fra queste due vie di farle e non farle la guerra, bisogna non farla certissimo, ma però che non credino che non si possi fare, non bisogna farla perché a tanta prova non conoschino che soli non habbiamo tante forze che la possiamo sollecitare e che dalle forze d’altri non ci posiamo fidare, ma dovemo tenere i Turchi quanto più si possa fra la speranza e il timore.
Per conservar la pace col Signor Turco prima, sopra ogni altra cosa, dobbiamo ricorrere con le buone e divote orationi a Sua Divina Maestà, perché nisi Dominus custodiens et cetera; di poi dobbiamo usare i mezzi umani che per opinione mia sono due: la reputatione e il negocio.
La reputatione ha tanta auttorità che ben spesso si vede che, mancando quella, le forze restano annichilate et all’incontro col favore della reputatione prendono le forze tanto augmento che con gli effetti suoi si superano alle volte le forze maggiori.
La riputatione nascerà a quest’Eccellentissimo Senato da due cose principali: l’una se si troverà sempre in buona amicitia et intelligenza con i Prencipi christiani e massime con sua maestà Cattolica, da’ Turchi al presente molto stimata e temuta; l’altra se sarà questa Repubblica ben provista e munita delle cose necessarie alla guerra contro di loro; però, Signori Eccellentissimi, dovemo procurare di stare in amicitia et opinione quanto più si possa con Sua Maestà Cattolica, senza però offesa del Signor Turco, et ancora con l’imperatore per far credere ai Turchi che in ogni nostro bisogno saremo da loro aiutati e favoriti, sì come torna conto a questo stato servirsi anco delli Spagnuoli et Imperiali, dell’amicitia che tenemo col Turco, acciò da loro siamo rispettati e stimati, e questa sarà la prima causa della nostra reputatione.
L’altra causa sarà se teneremo ben munite e fortificate tutte le nostre isole e frontiere di Levante, con le vive e gagliarde provisioni fatte opportunamente in questo tempo di quiete, levando ogni speranza ai Turchi di poterle facilmente espugnare, perché contro di loro bisogna far le proviste da timidi e difendersi da animosi et arditi, né attendere alle vane e dannose bravate di quelli che non stimando i Turchi bravano avanti che vengano alla prova; ma bisogna temererli, se non per l’esquisito valore, almeno per la tanta potenza colla quale possono facilmente superare ogni difficoltà.
Bisogna haver pronta una grossissima armata, non solo di numero di galere et altri vascelli e de’ suoi apprestamenti, ma di huomini da remo e da comando et esser provisti d’ogni altro bisogno delle cose nostre da mare; ma quello che più importa è necessario mettere ogni nostro pensiero in accumular danari per havere nei nostri bisogni una grossa provisione di essi, ricordandosi di quelle parole che scrisse nel principio della guerra passata Meemet Bassà, savio huomo della Serenità Vostra, che non si dovesse confidare nel suo tesoro, perché nella guerra il denaro corre come l’acqua nel fiume; però bisogna attendere ad accumulare sì come per gratia di Dio e per il prudente raccordo de’ prestanti primi Senatori a’ quali si deve haver grand’obbligo si è incominciato a fare; nel che dovemo poner ogni studio come in principal fondamento della riputatione nostra e della nostra libertà e se procederemo di questa maniera, stando sempre ben provisti potremo sperare che i Turchi ci rispettaranno; ma se faremo altrimenti sarà certo non perderanno l’occasione di offenderci per il mall’animo che hanno contra questo Serenissimo Stato.
È vero che questa pace tanto più facilmente si potrà conservare, se procureremo di haver da fare con i Turchi manco che sarà possibile, perché o abbrugiano o scottano, e però si attendi a conservare i nostri confini in Dalmazia con quiete e senza difficoltà; e se pure ne nascerà alcuna alle volte, si procuri d’accomodarla più tosto con quei Sanzacchi confinanti che con i Bassà della Porta, che sempre ci costerà con questi molto più. Dovemo anco assicurare i nostri naviglii che navigano nel Golfo in maniera tale che le fuste non habbino da scorrere perché meglio è far ogni cosa per non perdere, che perdendo haver poi da recuperare, perché i Turchi intendono et osservano le capitolationi come li piace e come li torna più commodo per la loro naturale superbia.
E se con questi e con altri mezzi procureremo conservar la pace con i Turchi conservaremo anco la nostra riputatione, e sia certa la Serenità Vostra che essendo la causa principale di concludere gli accordi e far la pace tra i Prencipi la sola utilità, et essendo solito de tutti i Prencipi il mantenere la parola per honore e per propria dignità, il Signor Turco solo non tiene questi termini d’honore né stima l’osservanza della sua parola, ma tutto ciò dipende solo dalla sua volontà; e però s’ha da attender solo a tener questa ben disposta, il che facilmente si otterrà se procuraremo d’andarli per le mani et haver da fare con loro manco che sia possibile.
Nuoce anco molto alla riputatione di questo stato la facilità che hanno i Turchi d’essere del continuo avisati dagli Hebrei di tutte le cose della Christianità e di questa città in particolare e le false relationi di questo Stato, come de’ banditi e fugittivi dalla Christianità, perché questi non solo rifferiscono la verità, ma ben spesso il falso per vero con maleficio universale.
Il negocio è il secondo mezzo col quale havemo da conservare la pace col Turco e questo si può considerare in due modi: l’uno è la maniera che havemo da tenere nel trattare con i Turchi, l’altro è il modo e misura che dovemo tenere nel donare ai Turchi, dell’uno e dell’altro dei quali io tratterò.
Mi pare che bene intendono quelli il negociare con i Turchi che l’assomigliano al gioco della palla di vetro, la quale essendo da uno de’ compagni mandata con forza, non bisogna né violentemente ribatterla, né timidamente lasciarla cadere in terra, perché nell’uno e nell’altro modo senza dubbio la palla si romperà; così appunto succede nel negocio con i Turchi perché o troppo arditamente o troppo timidamente rispondendo, il negocio senza dubbio pericolerà; ma se destramente si risponderà alle ragioni dette da’ Turchi, o senza timidità, il negocio si terminerà con riputatione e sicurezza, perché chi fa altrimenti e con furore tratta con la superbia e ignoranza turchesca, fa come quello che soffia tutto il fuoco; e chi sopporta con indignità l’arroganza loro, movendosi come negocio timido e vile, altro non fa che aggiungere legne all’alterezza del fuoco turchesco. Ma se si trattarà con loro con destrezza e senza timidità vivamente parlando non si accenderà il fuoco, ma sarà il vero modo di negociare.
La causa perché i Turchi sono tanto arditi colla Serenità Vostra è perché loro tengono per certo che lei mai sia per muoversi contro di loro, per la sua debolezza e per la discordia della Christianità, e però sarà sempre il fuggire d’usare con i Turchi quelle parole che sono piene di timidità per non confermarli maggiormente in quell’opinione; non dico però che si habbia da parlare con loro altamente perché dovemo conoscere quanto potemo, ma dovemo star sempre nel mezzo virtuoso della mediocrità.
Ma quando con ingiustissima sprezzatura i Turchi vadino tanto avanti che non corrispondino almeno in qualche parte alla pace et amicitia che devono tenere colla Serenità Vostra e che sfacciatamente neghino l’osservanza de’ capitoli; all’hora è necessario parlar con loro vivamente e non si lasciar calpestare, acciò non far dire che a noi sia impossibile l’assicurarsi e difendersi e che siamo astretti come i Ragusei a vivere a modo loro, perché altrimenti tanto saria haver forze et armi proprie quanto non haverne, perché sariano sicuri per il timido nostro procedere che mai in alcun tempo siamo per adoperarle contro di loro.
È certo, Illustrissimi Signori, che poiché è piaciuto a Dio vivificare con quella segnalata vittoria il valore dell’armi di questa Serenissima Repubblica e conseguentemente la riputatione a questo Stato, dovemo procurare di conservarla non meno col vivo e destro, che non prudente, negocio. Ho detto che il negociare con i Turchi si considera in due maniere, o nel modo del trattare, o nel modo del donare; havendo parlato del primo come s’habbia da negociare, hora discorrerò brevemente del donare.
Il donare ai Turchi è così necessario, che chi volesse trattare con loro senza questo mezzo, li levaria il proprio nutrimento, perché talmente è posto in uso appresso loro il ricever doni, che è convertito in propria natura, né si può sperare d’ottener da loro cosa alcuna, o almeno facilmente ottenerla, senza il donativo; e però presupposto per chiaro il dover donare, più tosto s’haverà da discorrere come si habbia da usare quest’attione per non incorrere in qualche indignità o termine servile come usano tra loro i Turchi, che sono tutti schiavi, accioché usando maniere convenienti et havendo riguardo al tempo delle persone et alle qualità de’ doni che vorremo usare possiamo con dignità cavar da quell’atto quel beneficio che si deve pretendere da noi che pur siamo Prencipi, poiché così piace a Dio che dobbiamo fare.
Il donare per tema e quando s’ha ragione, come fanno i Ragusei, è cosa servile e chi introduce quell’uso e non continua a donare senza dubbio perderà l’amicitia et haverà speso il suo senza alcuna utilità, e però quando mi è occorso ricuperare schiavi presi in tempo di pace contro le capitolazioni mi sono valso della ragione e del negocio e non de’ donativi, stimando che saria uno scordarsi della propria dignità.
Non è il donare solamente che faccia a quella Porta ottenere quanto si desidera, ma la riputatione di questo Stato, anzi il voler donare per ogni negocio distrugge la dignità e ne fa parere deboli e come tributarii; oltre di che quando il Bailo è facile al donare, non vi è bottega più avviata della sua casa, e chi apre questa porta ai Turchi bisogna aprire lo scrigno di Vostra Serenità; che però è necessario da principio far buona fronte e pavento e disviare questi aventori e liberare la borsa publica da simili sansughe, perché i Turchi, quando trovano il terreno tenero calcano e rodono sino all’osso, onde è bene da principio farsi una trinciera davanti, acciò non possino penetrare, perché, sia sicura la Serenità Vostra, che chi non scampa non ha chi li corre dietro; e però bisogna alle volte quando si ha gran ragione, fermarsi, star forte, e non donare perché a questo modo si conservarà meglio l’amicitia e la publica dignità.
La maniera, mò, che si deve tenere nel donare, sarà il trattenersi colli grandi in buona amicitia, con l’usarli alle volte qualche cortesia, donandoli qualche bella veste o qualche gentilezza di non molto valore, il che giovarà anco con il Gran Signore al quale laudo alle volte si debba presentare e qualche numero di girifalchi, qualche bellissimo cagnolo et altre simil cose di non molta valuta, ma che a loro sono gratissime; quali cortesie usate in questa maniera con dignità possono molto giovare e perché non lascino porgere così facilmente l’orecchie alle false ralationi e sinistre informationi che altre volte sono date a maleficio di questo Stato.
Resta, Eccellentissimi Signori, che consideriamo quale sia il vero tempo di donare, perché il dono è come la medicina la quale presa in tempo debito dà la vita e fuor di tempo può accellerare la morte; sono adunque tre tempi ne’ quali si può donare: avanti il bisogno, nel bisogno e da poi. Il donare avanti il bisogno è mettersi in servitù et in una continua spesa; l’aspettare la necessità non è altro che procurare con indignità i travagli et angarie; nel primo caso non può riuscire altro che danno e qualche interesse alla borsa di Vostra Serenità; nel secondo non avanzando il danno e spesa si dà maggior occasione de’ travagli con pubblica indignità; e quello si dice nel secondo caso del bisogno si può anco dire nel terzo, doppo passata la necessità, perché questa è cosa certa, che ne’ travagli che si hanno a quella Porta il trattare compositioni non si può fare senza intacco della dignità di questo Serenissimo Dominio; però si può ragionevolmente concludere che sia più honorevole partito il donare alle volte i Bassà avanti che sopravenga il bisogno, ma cose gratiose e che gli possino per la qualità esser care, più tosto che per il molto valore, perché di questa maniera si trateranno ben sodisfatti et in buona dispositione, con dignità pubblica.
Questa è la maniera che ho procurato d’usare mentre l’ho servite a quella Porta, colla quale so anche haver avanzato molte migliaia di zecchini, perché mi hanno dato commissioni più volte di donare zecchini 8.000 et io le domando humilissimo perdono se in questo non ho essequito le loro commissioni perché gli ho risparmiato zecchini 4.000, oltre buon numero di vesti, né ho voluto promettere al Begerbei di Grecia il donativo che mi havevano comandato, non havendo conosciuto necessità alcuna di farlo.
La mi comise che io dovessi donare zecchini due mille a Mesich Bassà quando entrò nel luogo di Primo Visir perché così era il solito di fare in simili occasioni; et io che conobbi che quel signore non era rapace né avido di danaro e che il suo Stato non era sicuro, sì che presto si potria mutare; mi rissolsi risparmiare questi danari e tanto più facilmente mi rissolsi a questo quando che per gratia di Dio non havevo alcun negocio travaglioso a quella Porta, poiché havevo accommodato il garbuglio che mi era stato mosso domandandomi zecchini 60 mila per i schiavi liberati dalla galea di Memender bassà con l’esborso solo di zecchini mille in circa, e però feci questa rissolutione di non continuare l’uso già introdotto che i Turchi dimandano canam di donare al Primo Visir al suo entrare nel governo, parendomi specie di servitù e mi successe bene perché pochi mesi doppo esso Mesich fu fatto utrac, cioè dismesso fu ma con sua dignità, acciò essendo vecchio potesse riposare.
La Serenità Vostra mi commise anco che dovessi donare zecchini 2.000 per accommodare il garbuglio della nave catalana carica di formenti presa da Acmet Bassà e doppo ricuperata dal Clarissimo Proveditore d’Armata; trattai il negociare con ragione in maniera tale che acquietai non solo il Bassà, ma anco il Capo del Mare e con donare alcune vesti ad Acmet per mezzo di un medico hebreo me lo resi talmente affetionato che non solo mi promise non parlar più d’essa nave, ma che mentre staria al suo governo di Tripoli non haveria mandato galere in Golfo né fatto danno a’ sudditi della Serenità Vostra, come fin hora ha eseguito; e se continuarà di questa maniera laudarò ogni cortesia che se gli usarà perché sarà certo benissimo impiegata.
Hebbi anco ordine dalla Serenità Vostra di donar zecchini 2.000 a Siaus bassà Primo Visir per occasione del suo ingresso a quella dignità, ma havendole io poco prima usate alcune cortesie e desideroso di levare quell’introduttione, stimai bene diferire l’essecutione di questa sua commissione sinché con opportuna occasione, havendo esso liberato la nave Ragazzona del Bruti Dragomano che era stato posto in mano di Chiaus, mi parve bene riconoscerlo di così amorevoli operationi con publica dignità et insieme renderlo benevolo in altre occasioni.
Mi commise finalmente Vostra Serenità che donassi zecchini 2 mila a Ibraim Bassà, 50 vesti alla Sultana e che prometessi un donativo al Beglierbei della Grecia per la liberatione del Bruti Dragomano; ma io mi servii solo di parte di quella libertà che li era piacciuto di darmi et ho ottenuto non solo quanto mi haveria commesso, che era la liberatione di esso Bruti, ma quello che lei mai haveva sperato, perché donai solo zecchini 500 e 30 vesti ad Ibraim Bassà, zecchini mille al Beglerbei della Grecia e zecchini 500 al Primo Visir, avanzando alla Serenità Vostra, oltre le 20 vesti, il donativo del Beglerbei che m’haveva dato la libertà di promettere, gratificando non solo Ibraim ma tutti i grandi di quella Porta ad un tratto per mezzo de’ quali ho ottenuto, se bene con molta industria et infinita difficoltà, non solo un comandamento amplissimo per il quale la Serenità Vostra e li Baili successori perpetuamente restino liberi e sicuri dalla molestia di quel tristo de’ Scaruoli, quale gli addomandava zecchini 10 mila per datio, overo appalto, di Valona aspettante al Gran Signore, ma anco con maraviglia e stupore d’ognuno lo feci pubblicamente castigare facendolo condurre in catena alla mia casa e per tutti i publici sestieri e poi entrare in una strettissima prigione dove, ad istantia mia, fu tenuto molti giorni finché infermò a morte, con tanta publica dignità che ad ognuno pareva incredibile che tanto si potesse ottenere dalla giustitia di quella Porta havendosi mai più veduto che di danaro che pretende l’Asnà del Gran Signore non solo si faccia comandamento di liberatione e sicurtà che non si possi mai dimandarlo, ma che uno che deve havere, o pretenda credito giusto o ingiusto contro un altro, non solo perda il suo credito e gli sia levata ogni attione ma che sia anco castigato publicamente come con li mezzi predetti e con il destro et assiduo negocio finalmente ho ottenuto, se bene con estremo travaglio et infinite difficoltà per li molti favori e temerario ardire di costui.
Questo castigo sì come è stato molto importante alla dignità e beneficio publico, così gli ha portato molta sicurtà a quella Porta perché spaventati tutti gl’Avaris da questa dimostratione ho goduto per dieci mesi grandissima tranquillità de negocii et ho lasciato un bailaggio quietissimo al Clarissimo mio successore; e così voglio sperare habbia a continuare, perché per molti anni resterà quell’essempio a quella corte con tanta publica reputatione che spesso di esso si rissentono gli altri Ambasciatori per provare che nel medemo modo siano trattati quelli che gli danno qualche molestia, ma non lo possono ottenere; e veramente non solo io ho provato molta difficoltà per le cause sudette ma per le discordie e dissensioni che sono fra i Bassà i quali per l’emulatione loro difficilmente si accordano nelle rissolutioni, però l’haverli potuti indurre a concorrere tutti unitamente in questa rissolutione fu certo arduo e difficile negotio ma, lodato Dio, il tutto si è superato a gloria di Vostra Serenità.
Questi sono i donativi che mi ha commesso che dovessi fare e quanto con esso ho operato e quello ho avanzato. Resta hora che gli dia riverente conto delle richieste che mi sono state fatte dai grandi di quel governo, alle quali non havendo con destra maniera assentito, vengo ad haver avanzato grossamente alla Serenità Vostra.
La Sultana per occasione delle nozze della figliuola in Ibraim Bassà mi fece dimandar molte pezze di panno d’oro per la valuta di più di 20 mila zecchini. Io scusai la Serenità Vostra con dir che in questa città non si fabrica simil sorte di drappi ma in Fiorenza e che vi saria il bisogno del tempo di molti anni; la liberai dal travaglio e dalla spesa e posi silentio a così indiscreta richiesta.
Dalla medema mi fu dimandata una gran quantità d’oro cantarino per la medema occasione di nozze, et io scusandomi che simil merce viene d’Alemagna e che per la via d’Ungheria saria più facile haverne mi liberai da questa dimanda.
Ibraim bassà mi fece dire che desiderava haver panni di seta per fornir alcune stanze per occasione delle sue nozze nella figliuola del Gran Signore et io con destra maniera mi mossi e liberari da questa e da molte altre dimande che mi sono state fatte di tempo in tempo da tutte le sultane, in modo tale che ho liberato anco la Serenità Vostra da molte spese e gli ho risparmiato molto danaro per questa causa.
Mi sono partito da quella Porta, né per gratia di Dio ho lasciato alcuna promessa da me fatta che habbia da sodisfare il clarissimo mio successore, cosa che rare volte suole occorrere, e credo certo con tutto ciò esser partito con buona sodisfattione di tutti i grandi e principali di quel governo, perché non ho mancato tenerli gratificati con quelle cortesie che ho stimato poter loro usare senza intacco della publica dignità, non ascoltando l’ingorde voglie di molti, né l’artificiose inventioni di Ebrei; ed in quanta riputatione habbi lasciato al partir mio le cose di questa Serenissima Republica a quella Porta assai chiaramente s’è veduto dall’estraordinario favore che mi fu fatto nel licentiarmi dandomi il banchetto nel publico Divano, il qual honore mai fu concesso ai Baili, ed alcune volte negato anco agli Ambasciatori, essendo stato da’ Turchi spontaneamente offerto alla persona mia per causa di Vostra Serenità, il che apportò molta ammiratione a tutti gli Ambasciatori de’ Prencipi ad incredibile riputatione di questo Stato.
Ho procurato, Serenissimo Prencipe, di sodifar quanto più brevemente ho potuto a quanto nel principio gli promisi dover dire, ed ho adempito fin qui per quanto ho potuto l’obligo che sostenta la persona del Bailo, come d’Ambasciatore; mi restaria qui dir alcuna cosa del proprio carico ed antico de’ Baili che è di proteggere le mercantie e mercanti di questo Stato, nel quale proposito haverei molto che dire e molte cose da ricordare per beneficio di quel cottimo e Bailato, che si succede di ragione della Serenità Vostra, ma perché non la voglio più lungamente né abusare la molta sua benignità in havermi concesso fin qui sì grata udienza, rimetterò questa trattazione a tempo più opportuno.
Precessor mio è stato il Clarissimo signor Giovanni Francesco Morosini, hora Reverendissimo Vescovo di Brescia, il nome del quale sì come a tutte le corti de’ Prencipi dove è stato per servitio di Vostra Serenità vive e viverà eternamente, così a quella Porta è in somma laude e riputatione e perché parlar d’un sì noto soggetto saria un attediarla impertinentemente, però mi rissolvo che più tosto tacendo sii inteso il modo che potrei e dovrei dire in lode della persona sua, che parlandone imperfettamente scemar parte alcuna delle sue debite lodi.
Successor mio è stato il Clarissimo signor Zuanne Moro, il quale non così tosto è comparso a quella Porta che ha dato chiarissimi segni del suo molto valore, prudenza e destrezza nel negociare, le quali honoratissime sue conditioni accompagnate dalla molta sua cortesia e liberalità assicurano la Serenità Vostra dover ricevere un ottimo e segnalatissimo servitio dalla persona sua. Con Sua Signoria Clarissima mi sono trattenuto alquanti giorni, non solo per far le solite visite e darli quell’istruttioni ordinarie che si sogliono dare, delle quali per sua molta prudenza non haveva bisogno, ma anco per introdurli in casa tutte quelle amicitie che mi furono lasciate dall’Illustrissimo mio precessore e che da me sono state acquistate, delle quali stimo necessario ch’io gli dia particolar conto acciò l’Eccellenze Vostre non solo siano sicure che di tempo in tempo gli ho dati avisi certi e con fondamenti sodi, ma anco l’istesse lettere havute di Persia e d’altri luoghi che gli ho mandate siano state le vere e le originali, e non finte e simulate come forse alcuni hanno creduto.
Una delle principali cause che fanno che il suo Bailo sia bene e frequentemente avisato d’ogni successo di quelle parti sono le cortesie che alle volte da lui vengono usate e l’haver ognuno libero adito in casa sua et alla sua tavola. Io ho procurato di tener questo stile nella casa mia per ben servire la Serenità Vostra perché ho accarezzato e gratificato molti capi et altri huomini da mare da’ quali sono stato informato d’ogni particolare di quell’Arsenale. Ho havuto anco la famigliarità d’un Candiotto bandito da questa città, il quale per esser indoratore del continuo era adoperato dal Capitano del Mare; e però da lui con facilità ero informato di quanto s’operava, e lo stesso mi ha promesso che farà col Clarissimo mio Successore.
È vero che delle cose di quell’Arsenale poca informatione è necessaria al Bailo perché lui medemo ogni giono può andare in persona, o mandar il suo segretario, a veder galera per galera tutto quello che s’opera in esso Arsenale, essendo libero et aperto ad ogni persona dalla parte di mare, come appunto se fussero le galere tirate in terra al longo le fondamenta della Zueca, che senza alcun rispetto ognuno andando in barca per suo piacere le potria vedere e considerare.
I comandamenti poi che si spediscono per far le provisioni aspettanti alle cose di mare n’erano di tempo in tempo dati ad uno dei scrivani che ha questo carico, sì come continuarà anco col mio successore.
Tutti i negocii di tregua col re Cattolico ordinariamente m’erano communicati con ogni sicurtà da Orem Bei, Dragomano grande del Gran Signore, il quale è provisionato da quel Re e alloggia in casa propria gli agenti che per tal causa sono mandati da quella Maestà. È huomo sagace et accorto e molto intelligente, non solo di quella Porta, ma anco di tutte le cose del mondo, e però è anco stipendiato dalla Serenità Vostra e molto famigliare de’ suoi Baili e stimo ottimamente impiegata ogni cortesia che li sarà usata di tempo in tempo per il molto servitio che si può aspettare dalla persona sua. Dallo stesso Orem Bei suole il Bailo esser anco informato de’ negocii dell’Imperatore, delle cose che seguono in Ungheria et altri accidenti che occorrono in Christianità.
Della persona del Gran Signore e delle cose del Serraglio di dentro è parimenti avisato di tempo in tempo dalla chierazza ebrea per mezzo di Samuel Alentacon.
Delle cose di Persia, che hora sono in tanta consideratione per li mezzi certi e sicuri che ho procurato d’havere, so non haver scritto mai cosa che non sia uscita vera, né mai cosa importante che doppo habbia ritrattata, perché tenevo amicitia con tre scrivani del Cancellier grande, uno dei quali ha cura del sacchetto nel quale si conservano le lettere et espeditioni più importanti; gli altri due le scrivono et ingrossano et ho havuto amicitia con questi separati l’uno dall’altro, sì che ognuno concorreva alla mia casa senza saputa del compagno, ma ad hore stravaganti e di nascosto per le cortesie che gli usavo; da ognuno de’ quali havevo l’istesse lettere che erano scritte di Persia et altri luoghi e ch’erano rescritte in Persia et a diversi Prencipi da quel Signore; et molte volte ho havuto le proprie originali massime scritte da’ Prencipi christiani delle quali poi tradotte in Turco ne fanno poca stima, e però me le hanno anco lasciate e l’ho appresso di me; le quali presentarò a suo tempo agli Eccellentissimi Signori Capi et avanti che io mi assicurassi di mandar alcuna di esse lettere degli avisi di Persia alla Serenità Vostra, procuravo per più modi certificarmi non solo da uno o due di questi giovani del Gran Cancelliere separatamente l’uno dall’altro, ma anco per un mezzo sicurissimo che havevo nel Serraglio, ch’era quell’Alì Agà Chiodar del Gran Signore Anconitano, del quale ho di sopra parlato et è uno dei tre giovani che assistono sempre al servizio del Gran Signore dal quale, non solo in questa, ma in molte maggiori occasioni questa Serenissima Repubblica potria sperare importantissimi avisi concernenti la salute di questo Stato; e però stimo questo uno dei principali acquisti che habbia fatto in questo mio Bailaggio e qualche importante amicitia voglio credere che il mio Successore con ogni studio procurarà di conservare. In proposito delle quali lettere da me mandate più volte alla Serenità Vostra, non devo restar di dirle poiché so che alcune volte hanno dato causa di dubitare della verità di esse per la diversa forma e frase dello scrivere turchesco dalla nostra italiana, che quando vengono lette dal Gran Signore sono per lo più presentate al Primo Visir, le quali da lui aperte e fatte sommariare, nota sotto il poter suo di quello gli habbia da rispondere e operare in quella tal materia, e poi viste e considerate dal Gran Signore comanda quanto le piace, con nota di propria mano o d’alcuno de suoi scavi la sua volontà con brevissime parole, la quale subito rimandata al Primo Visir è da lui essequita, formando da quel brevissimo ordine il Gran Cancelliere la lettera o comandamento coll’ordinarie clausule e maniere molto prolisse e lunghe che i Turchi nelle loro scritture sogliono usare, come dalle lettere che a lei sono state scritte da quell’altezza chiaramente si vede, che ben spesso due o tre volte replicano un’istessa cosa e con molti giri di parole fanno riuscir le lettere molto lunghe e tediose; e però questa maniera di scrivere non deve metter in dubbio la fede e diligenza de’ suoi Baili, che così facilmente si lasciassero ingannare mediante lettere finte e falsi avisi in cose di tanto rilievo quanto sono i successi di Persia e tutta la Christianità.
Tutte queste amicitie avanti il partir mio ho introdotto in casa del Clarissimo mio Successore e son certo da sua Signoria saranno anco conservate et accresciute a beneficio di questa Serenissima Repubblica.
Io mancarei grandamente al debito mio se in questo luogo non rendessi il debito testimonio del molto valore, cortesia et intelligenza delle cose da mare de’ magnifici signori Tomaso Contarini del Clarissimo signor Bernardo, che mi condusse colla sua galera a Ragusi, e del Magnifico signor Vicenzo Querini, che mi ha ricondotto colla sua galera da Ragusi in questa città, i quali due signori sempre superano certo in tutte le parti la loro età nella professione delle cose da mare e danno ferma speranza di riuscir presto ottimi Capitani, a quali si possa sicuramente confidare ogni importante impresa.
In tempo mio la Serenità Vostra ha havuto tre Dragomanni a quella Porta, perché otto giorni soli avanti che io arrivassi era morto messer Marco di Scassi, all’hora suo Dragomanno, grand’huomo molto intelligente, prattico, e quello che più importa, gran huomo da bene, e fu gran disgrazia la mia e di servitio della Serenità Vostra ch’io non mi potessi trovare almeno sei mesi con lui per informarmi dell’uso e de’ negocii di quella Porta, tanto diversa e lontana dall’uso commune dell’altre corti, per la qual cosa ho convenuto caminar, come si suol dire, a tastone colla mazzetta per ritrovar la verità delle cose con non poco travaglio.
Quando arrivai alla Porta trovai esser stato eletto dall’Illustrissimo mio Predecessore messer Ambrosin Grillo, Perotto, in Dragomano grande, del quale mi servii per alquanti mesi, ma havendo usato lui quei termini di poco rispetto verso questo Serenissimo Dominio, che so haverle dato particolar conto, fui costretto venir alla privatione di esso et in luogo suo mi servii di messer Christoforo Brutti, giovane della lingua, fino che dalla Serenità Vostra fu fatta elettione di messer Stefano di Giovanni, il quale al presente serve, di maniera ch’ella ha havuto in pochi mesi tre Dragomani grandi a quella Porta, tutti privi e nudi, non solo d’amicitie, ma anco della prattica di quel governo, il che a me è stato di quel travaglio e a lei di quel disservitio che può imaginare. Messer Stefano di Giovanni è huomo di buona età e di bella presenza, persona discreta, destra e prattica della lingua Turca, Araba, Greca e Franca, à qualche poco leggere e scrivere Turco, ma ogni giorno va molto avanzando, perché essendosi dedicato tutto al suo servitio ha applicato l’animo a tutte quelle cose che lo possono rendere più atto et intelligente della sua professione.
Giovani della lingua in tempo mio ho havuto messer Christoforo Bruti, figliuolo del Cavaliere Bruti da Dolcigno, molto ben noto alla Serenità Vostra; questo è giovane molto entrante e molto prattico per l’età sua a quella Porta, ha molte amicitie, parla benissimo Turco, Albanese, Schiavo e Franco, sa qualche poco la lingua Greca e Latina, scrive e legge turchesco più che mediocremente, e però mi son servito di lui. Questo ha un suo nipote che è venuto ad accompagnarmi in questa città; sa la lingua Turca, Albanese, Schiava e Franca come sua naturale, ha principio della lingua Greca et impara a legger e scriver Turco et è soggetto del quale la Serenità Vostra può molto sperare in servitio suo.
Messer Gerolimo Alberti è ultimamente venuto in casa al mio partire per voler continuar il suo studio della lingua Turca, e mostra gran desiderio di voler imparare.
Zenesin, figliuolo di Mateca Salvago, fu ultimamente condotto a questo servitio per giovane della lingua; questi è di spirito molto vivo; ha la lingua Turca, Greca e Franca, e però farà ottima riuscita.
Ho havuto per Segretario messer Marco Ottobon, soggetto molto ben noto alla Serenità Vostra e meritevole della sua gratia, non solo per i servitii in ogni tempo prestati dalla sua casa, ma anco per le proprie sue fatiche e per il proprio suo valore dimostrato per dieci anni continui nei quali ha servito per coadiutore ai Clarissimi Michiele Donato, ambasciatore in Germania, il Clarissimo messer Sigismondo de’ Cavalli pur in Germania, et il medemo Clarissimo Donato a Roma, e finalmente è stato Segretario in questo mio pericolosissimo e travagliatissimo Bailaggio, né solo ha fatto conoscere il molto suo valore in questa occasione, ma havendo portato la necessità per diversi accidenti che sia restato solo un anno continuo in Germania e Roma, ha dato tal saggio delle sue qualità a quel Illustrissimo e Eccellentissimo Senato che son certo che il parlar hora della persona sua altro non sarebbe che attediar superfluamente la Serenità Vostra, ma solo le dirò che non ho potuto desiderar nella sua persona maggior prudenza nel trattare, maggior modestia nel conversare, maggior patienza nelle fatiche e finalmente maggior prontezza nel servitio della Serenità Vostra di quello ho conosciuto in lui in questo mio Bailaggio.
Ha servito per coadiutor messer Zuanne Rosso, nepote et herede dei molti meriti di messer Andrea Rosso suo avo, il quale 40 anni continui peregrinò per la Serenità Vostra, e basti dir questo solo, che sia stato Segretario in campo e prigion de’ Francesi colla felice memoria del Serenissimo Gritti. Questo suo nipote imittando le vestigie di suo avo ha servito già undici anni continui la Serenità Vostra per secretario coi Clarissimi Canal e Salamon, Proveditori d’Armata, et hora per coadiutore in questo mio Bailaggio, al quale appena gionto d’armata et ancor infermo venne con tanta prontezza non guardando né a pericoli, né alla conditione di coadiutore che le apportava molta spesa senza alcuna utilità o salario. Io so che la Serenità Vostra è solita, nel fine delle relationi degli Ambasciatori, dar segno della grandezza dell’animo suo e della sua molta liberalità con farli libero dono di colana o altro che gli vengono supplicate, testimonio che il servitio suo gli sia stato grato; questo adunque supplico, che sia controcambiato in assegnare al sudetto Rossi una ricognitione di ducati 12 al mese per sovvenire a proprii bisogni, trovandosi aggravato d’una grossa famiglia.
Di me non so che dire; ma pur dirò questo solo, che havendomi la Serenità Vostra mandato in luogo tutto diverso dalla professione e natura mia et a servitio tanto contrario all’inclinatione propria, so che è stata da me mal servita ma non so chi di ciò hab bia più colpa, o io che vi sia andato o la Serenità Vostra che mi ci ha mandato; questo è chiaro che ambedue siamo in colpa et ambedue anche meritiamo qualche scusa: l’Eccellenze Vostre che l’hanno fatto con buona intentione et io che con pericolo dell’honor mio e della mia vita sono stato più obediente di quello forse ricercava il suo servitio, stimando che a me si convenisse più tosto obedire che il giuditio di me medemo. Per questo capo adunque gli addimando humilmente perdono, e di quanto havessi mancato e non sodisfatto all’aspettatione e desiderio suo et all’ufficio di buon Bailo, supplicandole voler più tosto ricordarsi del buono e divoto animo mio, con che sono andato a servirle in tempo sospettosissimo per il caso della galera di Ramadan Bassà, scordandomi di tanti carichi e travagli di casa mia, che dell’imperfette operationi mie in questo Bailaggio, le quali poiché la sua molta benignità ha voluto haver accette e grate dandomi così largo segno della sua molta bontà e liberalità, con vestirmi di questa veste di tanto honore e dignità, la ringratio con ogni affetto maggiore, offerendomi in quel tempo che piacerà a Dio concedermi, e che mi avanza al suo servitio, quando mi comandaranno cosa che sia di mia professione e che sappia meglio servirle, di ricompensarle di quello che hora per poca prattica et esperienza forse le ho defraudate. Grazie.
1590
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Codici Barberini latini, n. 5522.



