1629 - 1633 Giovanni Cappello
Relazione|
1629-1633 Giovanni Cappello
Relazione
Serenissimo Principe.
Porto alla notizia di questo sapientissimo Senato la relazione dell'Imperio Ottomano, e gl'importanti riguardi di Stato o di negozio che seco tiene questa Serenissima Republica. Stimo la gravità della materia sufficiente motivo ad una non inutile attenzione, e mi dispongo alla brevità, per nasconder in essa, al possibile, l'imperfezione del mio dire, e toglierne il tedio all'Eccellenze Vostre.
Dirò: nell'ampiezza degli Stati, la potenza delle forze; nella forma del governo, il genio di Sultan Amurat presente Imperatore, e dei Ministri principali di mio tempo; negli interessi dell'Eccellenze Vostre, le materie e le forme del trattar da me praticate; nelle intelligenze con Prencipi, di quella con la Serenissima Republica, il frutto e la necessità.
Possiede questo gran Principe nell'Europa, nell'Asia e nell'Africa lungo e quasi non interrotto corso di paese; perchè principiata una linea dal confine della Dalmazia, e camminando verso Settentrione, dilungandosi per l'Albania, Ungheria e Transilvania, forma il continente di tutte le altre Provincie dell'Europa fino al mar Negro: dove dalla Moldavia per linea retta passando al Caffà, stanza de' Tartari Precompensi, continua con li confini dei Tartari Asiatici, e voltandosi alla parte opposita del mar Negro nell'Asia, si distende per la terraferma, formando fino al seno Persico il continente non interrotto, con le Provincie di Mengrelia, popoli Turcomani, Curdi, Arzirun, Mesopotamia e Caldea; e tralasciato Ormus, già dell'Imperio, discorre fino all'Oceano Indico, insinuandosi continuamente nel seno Arabico, detto mar Rosso, e di là, portandosi nell'Egitto, rettamente cammina per l'Africa, sino al stretto di Gibilterra; di dove per le marine del Mediteraneo continuamente passa in quelle della Soria, della Caramania, e comprendendo il regno di Cipro con l'Isole tutte dell'Arcipelago eccettuato Tine di ragion di Vostra Serenità, discorre non interrotta per le marine della Anatolia dalla parte dell'Asia, e per il Bosforo fino a Scutari, e di là si porta alle marine del mar Negro, e tutto lo circonda sino a Constantinopoli. Di dove per le marine della Grecia, Morea ed Albania termina nel Golfo dell'Eccellenze Vostre. Confina con Africani, Persiani, Georgiani, Tartari, Polacchi, Ungheri, Alemanni, e con la Serenissima Repubblica; spazio, che per l'ampiezza con la qual si estende, per computo de' pratici, in misura, comprende sopra 15,000 miglia; e per l'immensa quantità de' popoli che include; per l'universal urbanità di tutte le cose; per il sito circondato da mari ed intersecato da molti e più principali fiumi, rende altrettanto possente e forte chi lo possiede. Mentre in esso ha la natura abbondantemente provveduto di quanto in tempo di pace è necessario per la conservazione di tante Provincie, e per la loro vigorosa difesa ancora da chi osasse di assalirle: perchè se si riguarda al vitto e sostenimento de' popoli, (conformandosi quelle genti col genio della natura, che di poco si contenta al loro bisogno) soprabbonda di gran lunga la quantità, con facoltà di soccorrer altri paesi.
A questi soccorsi per il pacifico viver nella prospera fortuna, s'aggiungono li presidj dall'avversa, dalle interne sollevazioni, ed esterne ostilità, con le forze terrestri e marittime.
Le forze terrestri sono le maggiori e le più pronte, perchè del continuo si tengono pagate e obbligate. Queste si formano con genti a piedi ed a cavallo: militano a piedi li Giannizzeri, e li Azamoglani, ambi raccolti nell'infanzia dalle decime de' suddìti cristiani, a determinato tempo, e condotti a Constantinopoli, dove stanno riposti nelli Serragli, e ivi con rigorosa disciplina ritenuti in quelli esercizj, che loro agevolano l'incomodo e le fatiche per sostenerle poi nelle occorrenze militari.
Li Giannizzeri, che ne' passatì tempi ed in particolare sotto Sultan Soliman erano 12,000 ora sono ridotti a 10,000. Nelle spedizioni però alle guerre non se ne compie il numero; perchè restano alcuni nelli presidj, molti sono per indulto e privilegio dispensati, altri in paghe morte, altri dichiariti inabili al servizio; per cui declina il numero, e col numero il vigore ancora; mentre (e sono effetti del tempo, e del commodo) in loro è grandemente declinata quella cieca puntuale obbedienza, che ai passati Imperatori prestavano; fatti morbidi e corrotti, si sono resi non solo meno utili, ma alle volte ribelli e regicidi, come occorse sotto Sultan Osman loro Imperatore. Questa milizia da molto tempo in quà è adulterata assai, mentre in essa s'intrudono per avarizia e per favori molti figliuoli de' Turchi, e altri giovani adulti, li quali non passando per li esercizj ed assuefazioni alle fatiche, appoggiati e protetti con maniera diversa di vivere corrompono gli altri; da che nascono gli effetti sopradetti, ed il cimento nelle fazioni della fiacchezza loro. Questi per prima loro paga hanno aspri tre al giorno; vale in quelle parti l'aspro per l'ordinario tre quarti di una gazzetta di moneta nostra; sì che la prima paga ascende a soldi quattro e mezzo il giorno. In essa poi s'avanzano col merito de' servizj e col favor de' Patroni, fino alli aspri dodici; e questa è la maggiore che si dia a' Giannizzeri ordinarj. Nelle assunzioni delli Imperatori, quelli che tengono pagameno di aspri sette, saliscono a questo segno; ed a chi gode dalli sette aspri fino alli dodici, s'accresce un aspro in quelle occorrenze. Hanno inoltre li Giannizzeri molte prerogative e regali, che rendono buon utile, come la carne a prezzo minore, le guardie delle porte, delle piazze ed altri siti nella città, nelle quali pel transito di tutte le cose si provecciano. Vengono oltre di ciò ogn' anno vestiti. Hanno un capo per loro generale, detto l'Agà de' Giannizzeri, con assoluto comando e autorità sopra di loro. Posto di gran riguardo nel governo per il seguito di tanta milizia, per l'emolumento che ne cava, e per esser, dopo la morte di Sultan Osman, introdotto nel Divano a seder con li Visiri alle Consulte, il che dianzi non si usava. Sono li Giannizzeri in numero determinato disposti da 400 fino alli 500 sotto altri capi detti Cervagi, e questi subalternati all'Agà supremo; portano in guerra archibugio e scimitarra.
L'altro ordine di milizia a piedi, come dissi, è formato di Azamoglani, estratti ed allevati anch' essi conforme alli Giannizzeri. Si applicano al servizio de' vascelli e giardini del Re, delle Sultane ed altri Visiri in numero di 14,000: loro Capo è il Bostangi Bassì, cioè Capo de' Giardini.
La Cavalleria è formata dalli Spahi. Di questi una parte riceve continua paga dal Re; altri servono come feudatarj per Timari, cioè terreni loro assignati a questo effetto.
Li Spahi di paga sono di presente 24,000; numero che nell'uscìta alle guerre di gran lunga s'accresce, conducendo ogni Spahi uno almeno seco ed altri più, per servizio della sua persona e dei cavalli. Non sono li Spahi, come i Giannizzeri, subalternati tutti ad un solo capo, ma divisi in sei squadre; ogni una di esse tiene il suo condottiere, detto Spailaragassi, con dipendenza dal solo primo Visir che sopra di loro tiene il comando. Hanno li Spahi rispettivamente paga minore dei Giannizzeri; tuttavia alcuni principali e veterani di molto s'avanzano per la distribuzione a loro di molti officj nelle città, li quali, con rigorosa avarizia esercitati, apportano molta utilità. Si armano di arco, zagaglia, mazza ferrata, ed in luogo di questa alcuni di pistola, disarmati nella persona per lo più.
Li Spahi di Timaro servono per le assignazioni di terreni acquistati dagl'Imperatori in molte guerre e dati a' soldati benemeriti, con obbligo di un soldato a cavallo per ogni rendita di talleri cinquanta, secondo la stima antica, e così moltiplicando secondo le rendite le obbligazioni si riducono per quanto si può comprendere nell'immenso del paese a numero di 250,000. Da questi in occasion di guerra si eccettuano quelli che stanno a' confini, ove in ogni tempo restano perpetuamente in guardia e guarnigiona. Questi Timari sono anch' essi caduti in molti disordini; perchè dove ne' primi tempi erano goduti e sostenuti da gente atta e pronta all'obbligo ed alle mosse, sono dopo molti di essi capitati in Sultane ed altri soggetti grandi, senza prestar alcun servizio al Re nelle occasioni di guerra; nel qual tempo questi Spahi sono mossi dalli Sanzacchi, cioè Governatori e Capitani delle città; li Sanzacchi dalli Beglierbei, cioè Generali delle Provincie, uno in Grecia l'altro in Anatolia; e li Beglierbei dal primo Visir; e questo dal cenno del Re con prestezza e brevità di tempo. L'obbedienza in questi è pari a quella de' Giannizzeri, declinata dalli andati tempi, e per li sopradetti riguardi minorato il numero. Gode tuttavia l'Imperio un gran privilegio nel servizio di tanta milizia, che universalmente lo diffonde senza interesse di paga, con altrettanto vigore, mentre difendono i confini del proprio terreno assegnatogli, col quale si sostentano. Il presente Re (mosso dalle commozioni delle milizie, con indecoro della Maestà Sua, come scrissi ed a suo luogo dirò) s'era applicato per regolar gli abusi suddetti intorno all'assegnazione di questi terreni con buoni ordini; ma ove si tratti di ferir interessi di Sultane ed altri soggetti, a' quali s'aspetta l'esecuzione, poco utile se ne spera.
Nel corpo della Cavalleria in occasione di guerra, quando esce il Re, entrano più di 2,000 Chiaussi, 1500 Capigi, 500 Muteferagà, li quali come lancie spezzate precedono al Gran Signore, con assistenza continua alla Maestà Sua.
S'aggiungono nella marcia degli eserciti 6000 Armaroli, 4000 Bombardieri, numero grande di Vastatori e di Asappi, che ministrano li servizj di piantar padiglioni ed altre occorrenze. Li Venturieri, Ministri ed officiali della Porta e delli Bassà, che comandano in campo, accrescono gli eserciti anzi di numero che di forze, alterano la disciplina servono per distrugger e consumar le munizioni del vivere, confondere gli ordini, ed impedire i progressi. Da quanto è sopradetto si comprende tener il Re milizia pagata con denaro e terreni in numero sopra 400,000, oltre gli accessorii ed aggiunti suddetti.
Per questa milizia l'Egitto e l'Arabia somministrano li cavalli in numero e riuscita; l'Asia li cammelli e li muli; la Barberia le armi da fuoco; e quelle da taglio si fabbricano in molti luoghi dell'Imperio a sufficienza. Gli acquisti gli hanno dato l'artiglieria in quantità e qualità considerabili, che il lavoro accresce. Il Cairo principalmente somministra polvere perfetta in quantità.
Queste, Serenissimo Principe, sono le forze terrestri che consolidano un tanto Imperio, non ostante l'ampiezza del quale le più remote parti d'esso non mancano di presidio e di calore, se ben alle volte in calore non naturale si converte per le sollevazioni e ribellioni che nascono, ovvero per estorsioni ai popoli che per ciò si risentono, o per ambizione, di chi con soverchia autorità tiene comando nelle Provincie; mentre sospinti oltre l'effetto suddetto, dal timore del rigore del Re sopra i suoi mali portamenti, assumono in sè stessi li governi e l'autorità con eccesso maggiore, se ben per allora men pericoloso, mentre resistono all'autorità con la forza, ed aggravati di colpa di lesa Maestà, restano sovente sottrati dalla pena, ritornati in grazia del Re, se ben non affatto immuni dal pericolo e dal timore che loro sovrasta.
Da quanto ho sopradetto si comprende il nervo delle forze terrestri dell'Imperio, facile in ogni occorrenza a rimettersi per l'innumerabile quantità di gente e per li seminarii in ogni luogo dove vengono educate, in maniera che grande è la quantità di quelli che attendono piazze vacanti negli ordini de' Spahi e Giannizzeri, ne' quali, per esser surrogati, impiegano industria e denaro; e per esser milizia non ausiliaria ma suddita, rigorosamente difende lo Stato, la Patria, li Figliuoli e le proprie fortune: potendosi questi chiamar il braccio destro più valido del Re, col quale non solamente resiste all'aggressioni esterne, ma sostiene lo scettro ed il violento comando sopra tanti popoli di fede diversa ed in continua servitù riposti, e per ciò mal contenti.
Le forze marittime consistono di presente più nella possilità che nel fatto; mentre l'esperienza e le osservazioni manifestano di presente la loro debolezza che di gran lunga s'accresceria, se dal corso de' vascelli ponentini non fosse eccitata alli rinforzi. Ciò non ostante si ritrovano molto fiacche a segno che, in tempo del mio Bailaggio, essendosi il Capitan Bassà con più di trenta galere incontrato con un vascello inglese, in vece del ricercato presente, a segno d'obbedienza, ricevè l'offerta di molte palle d'artiglieria, e convenne allontanarsi per dubio di mal incontro. Questo braccio di forze, che dirò sinistro, infiacchito dall'ozio e dalle corrutele, non è però che non possi occorrendo rinforzarsi a grandi operazioni, perchè è certa e manifesta la comodità che hanno di formar col tempo armate numerosissime. Se si riguarda agli Arsenali uno a Costantinopoli molto grande; sette nel mar Nero, due in Nicomedia, uno alle Camere, altri a Gallipoli e nelle isole dell'Arcipelago, sono in numero assai sufficiente con ogni comodità. Se a' legnami per la fabbrica delle galee, questi in copia grandissima la parte dell'Asia sopra il mar Nero somministra. Se alla condotta, oltre il comodo per aver posto la natura i boschi alle marine, restano descritti molti villaggi per questa sola gravezza, esenti per altre, e per ciò pronti all'esecuzioni. Per la fabbrica delle galee non manca gente, perchè oltre due mille calafati che sono stipendiati nell'Arsenale di Costantinopoli, la quantità de' vascelli che transitano per il mar Negro ed altrove per negozio, mantiene in esercizio numero grande, che in tempo di bisogno saria tutto adoperato con li operai e marangoni di tutta la città di Costantinopoli, li quali in poco tempo fariano gran lavoro. La fabbrica delle galere, per la autorità di chi sopra intende e di chi ne ha l'obbligo, scema in loro la riuscita; perchè posto in opera il legno, fuori di tempo tagliato e non ben secco, dà a questi vascelli poca durazione; e li Rais, cioè Capitani di galera, con cinquecento cecchini, e tredici migliara, di ferramenta, che loro dà la Maestà Sua, il resto ponendo del proprio, scarsamente fabbricano con sola intenzione di uscir quell'anno fuora a provvechiarsi. Li apprestamenti ed altre occorrenze per le galee, come canevi, tele, pegola ed altri simili, sono da proprii luoghi abbondantemente somministrate. Li biscotti da Negroponte, e dal Volo particolarmente; il riso dall'Egitto. La provvisione dei remi, non perchè loro manchi, ma più tosto per non esser da loro conosciuto il legname atto per la fabbrica, si rende alle volte scarsa. Al servizio del remo nelle galere sono applicati li schiavi del Gran Signore, e quelli delli proprii Capitani di galere, ed inoltre di molti particolari che danno li loro schiavi sopra l'Armata, con utile di venti zecchini per sei mesi, che tanto appunto in circa è il tempo della dimora dell'Armata di Costantinopoli in un anno nelli mari Nero o Bianco, secondo l'occorrenze solita uscir dopo san Giorgio ad Aprile, festività de' Greci, se ben sovente ritarda l'uscita e rispettivamente il ritorno ancora.
Altra gente tiene il Re descritta nell'Asia in numero di 60,000 per l'armamento di trecento galee, la qual descrizione viene anco formata nella città di Pera, dirimpetto a Costantinopoli ed in altre della Grecia. Questa descrizione dai Turchi detta Avaris, si eseguiva ne' passati tempi all'occorrenze con gran pontualità nelle persone, con celere armamento di numerose armate, se ben li descritti nella sopradetta maniera nauseando l'onde sovente cadevano; per lo che in ogni tempo il rinforzo degli schiavi è stato conosciuto il nervo dell'armata turchesca; e questi di presente sono ridotti a pochissimo numero per le poche prede di Tartari nelle desertate campagne di Polonia e per il corso dei Barbareschi, principalissime diversioni alla Porta in questo proposito de' schiavi. Ora la suddetta descrizione, detta Avaris, si è mutata per il mancamento sopradetto de' schiavi e popoli abitanti nell'Asia per le guerre che hanno spogliato il paese, e convertita in pagamento di denaro con esborso di zecchini tre per fuoco, computandosi per ogni fuoco quattro case. Questo denaro che si riscuote in somma di più di un milione di zecchini, resta applicato all'Arsenale di Costantinopoli, ed altri bisogni dell'armata, a' quali, l'autorità de' Ministri che convertono in uso proprio quello che si esige per servizio del Re, molto pregiudica, da che sovente nasce, che nell'armamento solito di 30 in 40 galere, che per ordinario escono da Costantinopoli, ben spesso si provano difficoltà.
Le galere fabbricate e provvedute di vogadori si armano di soldati di ventura, detti leventi; oltre li quali l'Armata, dopo la sua uscita di Costantinopoli, si rinforza a Negroponte e nelle marine di Morea, con altri obbligati a questo servizio.
Il numero ordinario de' soldati sopra ogn' una galera è di 80, ben spesso non adempito, e alterabile nel più e nel meno dal beneplacito del Capitan Bassà.
L'artiglieria sopra le galere per numero e qualità poco considerabile si rende, usando i Turchi per l'ordinario tre soli pezzi cioè una colombrina e due altri piccoli, li quali per la forma delle galere che a poppa ed a prova sono molto alte feriscono sovente l'aria: disavantaggio o non conosciuto o non stimato, mentre quantunque abbiano soverchia confidenza nell'abbordo e siano ben armate di gente da spada, ciò non ostante sconcertate con l'artiglieria nemica ne conoscono il pregiudizio.
Tiene il Re quantità grande d'uomini di comando per l'Armata, come Bei, li quali occorrendo portano il fanale, e Rais cioè Capitani di galere, alcuni de' quali attualmente servono, gli altri restano pronti all'occorrenze, e spesso sopra le galere di presente servizio esercitano le cariche de' Comiti ed altri ministeri.
All'Armata comanda il Capitan Bassà con assoluta autorità sopra di essa ed alle marine in ogni parte dell'Imperio. Da lui dipendono li Sanzacchi, che in quelle comandano; levando o rimettendoli a suo piacere con grandi utilità; oltre di che gli viene assegnata dal Re la contribuzione di molte isole di Arcipelago, le quali con introduzioni di presenti straordinarii insoportabilmente estorte, languiscono nella miseria, pel violento esborso di gran somme d'oro.
Le armate del Re consistono in 36 galere di guardia in Arcipelago, Morea ed altri luoghi, le quali stanno del continuo armate. A queste si aggiungono altre 30 in 40 al più, che ogni anno escono da Costantinopoli e ritornano a disarmarsi l'invernata. Formano tutte un corpo di 60 in 70 galere, poco bene all'ordine, e con esse sempre esce il Capitan Bassà.
Sopra l'esperienza e talento di quelli che assumono questa carica in suprema dignità, autorità e comando, farò a questo passo un riflesso che dimostra come il caso e la forza più tosto che la perizia e la prudenza assistano a quell'Imperio. Il Re per uscire a diporto o solo od insieme alle sue donne tiene molti caichi. In questi al remo servono gli Azamoglani del serraglio, dei quali io ho sopra detto, e mentre capitano a vogar nel caichio del Re, posti prima alla parte di prora, succedono uno all'altro nelle piazze vacanti. Giunto che sarà uno al remo vicino alla puppa del caichio dalla parte sinistra, che appresso Turchi è la superiore, e con l'istesso ordine di vacanza surrogato nel primo luogo di quel remo, il Re dal remo lo toglie, e lo fa suo Casichi, che vuol dir assistente al fianco della Maestà Sua, e per altre funzioni del serraglio in breve tempo passando, viene eletto Bostangi Bassì, che oltre il carico de' giardini tiene la cura dei timone nel sopradetto caichio del Re, e dopo questo servizio sovente viene eletto Capitan Bassà; così senza precedente immaginabile esperienza della navigazione passa dall'uso del remo al comando del mar; per lo che nell'ingresso alla carica si scuoprono le debolezze, facili a congetturarsi e le avarizie, con le quali sovente si ammette e permette ogni abuso, e li Ambasciatori de' Principi, specialmente quello di Vostra Serenità, che più d'ogni altro Principe tiene con la Porta gravi interessi ed occorrenze di mare, provano ardui innenarrabili incontri, nelli quali dovendo sostenersi il decoro senza rottura, viene sovente constituita in angusti termini la desterità.
Queste forze di mare che ho sopra narrate per sua natura robuste, se ben per accidente ed abuso di non usarle indebolite, sono però considerabilissime, perchè possono, se ben non senza il benefizio di qualche tempo, rimettersi nel vigore e nell'eserezio de' passati tempi. Da che si può dedurre una massima, che il non provocarle servì a mantenerle in quella debolezza; mentre per altro, a guisa di fiera domestica, che offesa riprende l'innato suo furor, non ha dubio che rinvigorite più non declinassero a tanta viltà.
Quello che si è detto delle forze terrestri, facili e pronte all'occorrenze, non può verificarsi delle marittime; mentre con difficoltà e tempo si ponno metter insieme gran forze per la necessaria fabbrica delle galere, ed armamento di esse di genti, da remo in particolare, per le cause sopradette.
Ma perchè le forze sono il nervo degl'Imperii, ed il denaro il nervo delle forze, instromento degl'instromenti che ben usato dà il moto a tutte le cose materiali non solo, ma agli animi ancora, alterandoli sovente con soave violenza, moderatore di negozii ed anima delle intraprese, di quello che di presente vien compreso dall'entrate del Re brevemente dirò.
Delle rendite dell'Imperio, Rezep già primo Visir così ben affetto ed impresso negl'interessi dell'Eccellenze Vostre, quanto di tempo in tempo scrissi, il penultimo giorno di sua vita meco ritrovandosi, e con la solita confidenza non ostanti le fluttuazioni delle milizie e i sospetti nel Re della di lui complicità, dimostrando certezza del posto nella grazia di Sua Maestà, e perciò in quel dì estraordinariamente contento e consolato, se ben la seguente mattina, per le cause che a suo luogo dirò, chiamato dal Re in serraglio fu per ordine della Maestà Sua strozzato, meco dunque discorrendo questo ministro di molti particolari attinenti al governo dell'Imperio, non mi tacendo li disordini, venuto al capo dell'entrate, confessando il solito privilegio del loro accrescimento dalla fama, disse che non eccedevano la somma di sei milioni di zecchini, con particolar computo che incontrato con particolari informazioni conobbi non essere ostentato da interesse politico, nè fuori della solita sincerità con la quale questo ministro meco trattò con grande profitto dell'Eccellenze Vostre molti ardui importanti negozii.
Trae prima il Re dal carazo, ch' è una gravezza sopra le teste di ogni suddito non Musulmano, ma d'altre nazioni soggette, ch' eccedino l'età di anni 16 un milion e duecento mila zecchini. Per li fondi delle case e possessioni che ogn' uno indifferentemente paga, un milion e quattrocento mila zecchini. La città di Costantinopoli rende di dazii un milion e cinquecento mille zecchini in circa. Le provincie dell'Imperio oltre le necessarie spese in esse, contribuiscono a Sua Maestà in contanti grosse somme di denaro. Da quelle dell'Europa, comprese le Isole dell'Arcipelago, vengono corrisposti ogni anno rispettivamente zecchini quattrocento e novanta mila. Dall'Asia cinque cento mila. L'Africa cioè il Cairo, levati li grossi dispendii in quelle milizie ed il solito annuo tributo per la Mecca, somministra al Re zecchini sei cento mille. Li regni di Barberia sostentano le spese necessarie delle milizie senza corrispondere denaro alcuno al Re, per le corrutele dell'inobbedienza e poca dipendenza, tutto che sudditi dell'Imperio.
Da quanto ho sopra detto si computano per sei milioni di zecchini le entrate ordinarie del Re, applicate tutte alle spese occorrenti delle milizie, Armata ed altre, eccettuati li sei cento mila zecchini del Cairo riservati e riposti nel Casnà di dentro per la Maestà Sua, se ben di quando in quando con sua permissione per necessità sono impiegati anch' essi all'occorrenze, non supplendo alle volte la restante somma, per lo che li Defterdari, che sono li Camerlenghi, incaricati alle esazioni e spese generali, con invenzioni ed estorsioni si fanno strada al supplimento, e per ultimo (se ben con gran riserva e timore) ricercano dal Re per alcun soccorso dal Casnà di dentro per via d'imprestito o di soccorso, cui il Re capita mal volentieri.
Entrano in oltre di dentro al Re altri sessanta mila zecchini, che si cavano dalli giardini di Sua Maesta, li quali capitano nella scarsella del Re per doni alla giornata, secondo il beneplacito della Maestà Sua.
Chi volesse aggregare a questo computo di entrate ordinarie quelle che la Maestà Sua caveria dalli Timari, cioè terreni applicati a duecento cinquanta mila Spahi in vece di paga, in ogni parte dell'Imperio, come ho sopradetto, comprende che, con la stima vecchia di quei terreni, da essi si caveriano sopra quattordici milioni di zecchini, e con rinnovar le stime molto più.
È da considerarsi in oltre, per esser principalissimo a questo passo, la facilità di accrescer quest' entrate ordinarie di Sua Maestà in gravi occorrenze, mentre non pagano li sudditi il carazo, e delle cose attinenti al vivere altro dazio che sul vino; se ben loro proibito, e condotto per solo uso d'altre nazioni, ma in effetto pubblicamente da' Musulmani praticato. Tutto il resto attinente al vitto, come pane, oglio, carne ed ogni altra cosa simile, godono esenti di dazio; onde col sopraponerlo a queste, e con l'esiger il carazo sopra i Turchi ancora, inestimabilmente si accresceriano le rendite in riguardo degl'innumerabili popoli, li quali finalmente sono quelli che producono l'oro alli Principi, a guisa d'inesauste miniere.
A questo passo cade il riflesso, per via di congiettura più tosto che di computo, essendo impenetrabile la notizia certa del Casnà regio di dentro, nel qual per le passate sollevazioni di milizie e cadute di Visir occorse al tempo mio, si può dir, che si sia osservato un considerabile flusso e riflusso d'oro, mentre per frenar la temerità delli Spahi, che posero la stessa vita del Re in forse, con altri eccessi, fu di mestieri che si sminuisce il denaro del Casnà; e per la morte di molti grandi a petizione delle milizie stesse e per decreto di sua Maestà con l'apprensioni delle loro grandi fortune, sì è il Casnà sufficientemente reintegrato. Questo nell'assunzione del presente Imperatore era affatto esausto, mercè il disordinato comando di Mustafà suo zio, e alla profusione d'oro, che per sostenerlo, tutto che inabile, la Regina Madre ed altri grandi fecero in quel tempo, a segno tale che al Re per li soliti donativi alle milizie, spese ed altre occorrenze dell'assunzione, fu necessario di abbassar la lega delli sultanini, fondere argenterie del Serraglio, e con inaudita vile necessità mendicar dagli Ambasciatori dei Principi soccorso d'imprestito. Questa penuria di denaro eccitò nella Maestà Sua l'industria e la applicazione per accrescerlo, ben conoscendo per esperienza, l'Imperator senza proprio denaro esser esposto a incontri di poca stima e minor obbedienza, senza facoltà di superarli, mentre in un comando dispotico e violento, come quello, la forza, che è il braccio destro col quale restano sottomesse le volontà e libertà de' popoli, tiene sovente bisogno del braccio sinistro cioè della munificenza, il qual col scudo dell'oro difende e rende vani gl'innordinati colpi di sfrenata milizia o di disperati popoli e mal contenti, li quali sprezzata la disciplina e sottratti dall'obbedienza invece di umiliar le teste alzano l'armi verso li grandi e contro il capo, con li pericoli delli esempi passati. Oltrechè, se negli Imperatori regnano spiriti generosi e proprii del loro stato, per segnalarsi con qualche intrapresa, questa certo senza particolar impiego del Casnà di dentro non è possibile di eseguire, mentre l'uscita delle persone loro in campagna, li donativi soliti alle milizie, ed altri gravi emergenti in quelle occorrenze ne dimostrano la necessità. Credesi per tanto che di presente nel Casnà regio si trovi una somma di quattro milioni di zecchini, e mentre Sua Maestà è assignatissima nello spendere e sollecita nell'ammassar denaro, si deve ragionevolmente credere, che sempre più si vadi accrescendo, essendo le mani del Re molto ristrette nel dare, altrettanto facili d'aprirsi nel ricevere e rapire. Nel tempo mio li Defterdari hanno con le maniere sopra dette supplito alle spese, senza richiesta di denaro al Re.
Oltre le rendite ordinarie, sono da considerarsi molti estraordinarii provecchi, che trae il Re da quelli che aspirano alli Principati delle Provincie della Moldavia e della Valacchia, mentre l'elezione dipende dal Re, con l'esterminio di quelle infelici Provincie, alle quali l'avarizia toglie quell'ubertà che la natura prodigamente loro concesse; perchè assunti soggetti di basso stato in titolo e nome di Principe, con la forza dell'oro (preso a gravissimo interesse) dato al Re ed a Ministri principali, dubitando come in effetto occorre, breve il tempo del loro Principato per le frequenti mutazioni, che a occasione di nuove contribuzioni e donativi il Re moltiplica, procurano nella brevità del tempo di rifarsi dello speso, e d'avantaggio procacciarsi un comodo stato di fortuna, coll'esterminio di quei popoli a' quali sovrasta non solo l'ingordigia del Principe, ma l'insopportabili estorsioni de' Ministri deputati all'esazion de' dazii: a segno che, discorrendo un giorno meco uno di quelli che in altri tempi tenne carica di esiger le gravezze nella Moldavia, ostentò una orrenda abbominevole avarizia col dirmi, che esatta la gravezza per il Principe, ne toglieva un'altra per esso, e perchè alle volte nella miseria e nudità de' popoli incontrava difficile l'intento, rapiva li fanciulli dal petto delle madri, ponendoli nel rigor del freddo sulla neve, con protesta di lasciarveli perire, se non si provedeva di denaro. Per lo che sovente per esempio di rigore fruttuoso, con barbara inaudita crudeltà, perdevano quell'innocenti creature la vita, che i loro parenti non poteano lor preservare, che con la propria.
Per questi aggravii intollerabili li popoli sovente tumultuano, ma con effetto diverso dalle loro giuste intenzioni, mentre il Re con la deposizione di chi vuole, elegge con suo profitto il successore, e quelli a nuove estorsioni per liberarsi dalle passate restano infelicemente e irreparabilmente esposti. Oltre questi provecchi, che la Maestà Sua cava dalle suddette Provincie, riceve considerabile beneficio dalli continui donativi de' grandi, da molte confiscazioni ed eredità: perchè con la morte violenta per ordine del Re, restano alla Maestà Sua devolute le fortune; e con la naturale senza eredi, cioè senza figliuoli, il Re succede universalmente. Somma, che se ben non può ridursi in certa determinata notizia, può ben dall'intelletto esser compresa, per la frequenza d'occorrenze simili, e per le osservazioni dell'immense ricchezze de' ministri principali, che con la loro caduta e non prima si manifestano, mentre dove regna l'avarizia, l'ostentazione della povertà le conserva: da che nasce l'uso di sottoscriversi dalli grandi col nome di povero. Così fa il presente nuovo Visir, sottoscrivendosi il povero Mehemet, ciò non ostante nella caduta di simili ministri si ritrovano le loro fortune alle volte non minori di un milione di zecchini, oltre quantità di gioie, pelli e suppelletili.
Ho detto l'ampiezza degli Stati e la grandezza delle forze dell'Imperio; riguardi che come a ragione insinuano negl'esteri la propria ben dovuta esistimazione, così in chi lo regge e in chi lo amministra e nelle genti basse ancora cagiona una soverchia confidenza e presunzione che impenetrabile sia; tuttavia se si considera la qualità degli Imperatori, degenerata da quelli delli tempi passati, li quali con la generosità e liberalità conservavano a sè stessi l'amor de' popoli ed il vigor delle milizie, valendosene contro gli altri Principi con grandi acquisti, di presente avari e immersi nel lusso, e nelli propri voleri, si hanno contro provocato le milizie e li popoli loro soggetti. Se si ha riguardo alla quantità delle genti suddite di fede diversa prive di libertà e dell'avere; se all'avarizia di quelli che le governano; se alla rilassazione delle milizie da quel freno che le tenea raccolte nell'obbedienza e riverenza al loro Imperatore; se alla declinazion grande in che si trovano le cose di mare, si può con fondamento discorrere che li accidenti suddetti levino in parte la robustezza del temperamento in questo gigante, onde potria da altra forza essere abbattuto; ben è vero, che questa dovendo esser grande, e per non si trovar in alcun Principe di Cristianità, faria di mestieri si formasse di molti, ma con riuscita diversa dagl'esempi passati e con una precedente pace universale. Termini ben appresi da' Turchi, che con grato orecchio sentono e mirano con occhio confidente la nostre irreconciliabili discordie. Concludo esser questo un grave sasso da moversi con gran difficoltà, e, mosso, con minore da precipitarsi; ma sono questi discorsi, anzi del possibile che del verisimile, per le cause sopradette.
Si regge questa gran macchina d'Imperio, sopra li soliti fondamenti di religione e di stato, con poche ma grandi ruote. Il Re padrone delle vite e delle facoltà di ogn' uno, è il primo motore di esse, le quali poi subalternate prendono una dall'altra il moto.
La Religione della qual fu autore Maometto è compresa nell'Alcorano, col quale tutte le cose si regolano. Capo di questa è il Muftì, eletto dal Re. Questo in ogni importante occorrenza, non di religione solo ma di stato e di giustitia sì civile come criminale, essendo ricercato del suo parere, con breve responso detto teftà, che contiene la pura affermativa o negativa del dubbio, risolve le instanze e le proposte nelle materie suddette. Sono questi responsi fondati sopra l'Alcorano ed altri che hanno scritto della loro legge, e però riveriti ed eseguiti universalmente. Il Re istesso nell'importanti occorrenze ricerca dal Muftì questi tetfà, ed a quelli se ben per l'ordinario conformati al suo volere si accomoda; ben è vero che non potendosi tutti conformarsi con l'Alcorano e con la legge, tengono i Turchi un altro Codice detto da loro Canons che vuol dire uso e consuetudine, che acquista forza di legge, e con questo il Re ben spesso opera quello che la legge stessa non acconsente; da che si comprende l'assoluta dipendenza di tutte le cose dall'Imperatore in una suprema Monarchia, alla qual principalmente mirò Maometto loro Profeta, che diede nella mano degli Imperatori la spada, acciò con quella senz' altre dispute si conservasse e si propagasse la loro setta ed Imperio. Inserì in oltre in essa varie opinioni di Religioni diverse per renderne persuase le nazioni, e per ciò ammettono molte cose del testamento vecchio della nostra santa Religione; credono Cristo Profeta, ma non Dio, dicendo che Maometto è lo Spirito di Dio. Pose una confidenza di certa salute dopo morte, ed il premio del martirio per chi muore in guerra; somministrando in questa guisa l'ardire nelli pericoli e l'obbedienza cieca nel comando. Allettò col senso li popoli, con permettergli l'uso delle mogli in numero di quattro, e con dare facoltà per molte cause di ripudiarle, ed oltre di queste col permettere la pratica delle schiave ancora, con egual privilegio di eredità nelli figliuoli d'ambi. Questo proibì che fossero condotte negli eserciti, dai quali, oltre le donne, con rigore bandì il vino ancora, per sottrar il soldato da quelli due scandalosi impulsi, che, come dice il Savio, fanno apostatar la sapienza stessa. Sono i Turchi zelantissimi della loro Religione. Le orazioni loro sono per ordinario mentali, mentre con poche parole significando alle volte che Dio è un solo, alle volte che Dio è grande e onnipotente, sovente con queste brevi voci applicate per spazio di lungo tempo con affissazione di mente lo contemplano in atto d'adorazione. Credono di mondarsi da' peccati e dalle trasgressioni col lavarsi le mani, le braccia e li piedi, traendo questa cerimonia, ma con sinistra letterale interpretazione, dal Testamento vecchio. Orano i Turchi cinque volte fra il giorno e la notte, e sei il Venerdì a loro festivo, con maniere umiliate. Abborriscono i Turchi in palese le professioni d'inimicizia, a segno che se l'impeto uno contro l'altro trasporta, nell'incontro dopo le offese osservano fra di loro il saluto, il resto rimettendo all'interposizioni d'amici, ovvero decisioni di giustizia. Tra li Grandi, grandemente regna l'apparenza e la dissirnulazione, ma in occulto la detrazione e l'accania, con le quali reciprocamente si cagionano le morti dal Re, traendo in questa maniera dalla distruzione delle fortune dell'emulo, l'accrescimento delle proprie grandezze. Abborriscono la bestemmia, invocando solo il nome di Dio con riverenza, e col riponer in quello gli esiti di tutte le cose dell'avvenire, delle quali mai affermano nessuno pronostico per verisimile e quasi certo che sia, che in esso non v'inseriscano il beneplacito di Dio. Per tanto non si odono quelli eccessi di concetti e parole contro Dio, che, appresso altre nazioni abusati, inorridiscono. Non avventurano fortune in giuoco. Le moschee fabbricate per l'uso delle orazioni sono suntuosissime per la grandezza e per la quantità delle colonne, che ne' loro atrii sono riposte, con aggiunta di altre fabbriche ad uso di pietà verso li poveri. La principale di queste in Costantinopoli è la Chiesa di Santa Sofia eretta al tempo degl'Imperatori Cristiani, di nobilissima struttura, che ha servito per esemplar delle altre, e sono principal ornamento di quella città. Aspirano i Turchi, con supposta certezza, dopo morte a molte delizie, tutte fondate nel senso, con amplificazione in riguardo ad un Dio, che ne fanno l'autore, ed all'eternità del loro asserto godimento, sottraendosi in questa maniera dalla pena che seco porta il pensar al morire. Rezep, primo Visir, solito trattenersi meco, dopo molti discorsi trattando un giorno della loro religione mi disse, che nell'altra vita Dio aveva ad ogn' uno di loro preparata una bellissima donzella, la quale ogni notte dovea accompagnarsi seco, ed ogni mattina ritornar vergine; interpellandomi quello che ne dicevo, a questa fatuità risposi col silenzio. La confidenza grande di questa loro setta, somministra una soverchia esistimazione di sè stessi, a segno che alle volte un uomo della plebe vedendo soggetto grande, e bene accompagnato di fede diversa, lo deride, altri lo compatiscono, ed alcuni rigorosi professori della legge gli ricusano il saluto. Trattano però in universale le persone civili e le grandi con buon termine. Con questo primo fondamento della Religione il Re si sostiene in comando ed in potestà.
Il secondo fondamento dell'Imperio è quello di Stato, che consiste nel governo dei popoli, nell'elezione de' Ministri, nella loro autorità, nella giustizia civile e criminale, ed in quel di più che alle volte la politica permette, tutto che il giusto e la puntualità non lo concedino in un governo, massime nel quale le operazioni tutte dipendono dalla volontà di chi lo regge senz' altro riguardo nè regola, che del proprio genio del Re: il quale come ho sopradetto è padrone del tutto, col supremo innalterabile comando che volendo esercita, e promettendolo trasmette in altri Ministri deputati alle sopradette funzioni, dentro e fuori di Costantinopoli in ogni parte.
Fra questi il supremo e principale è il primo Visir, Luogotenente e Commissario dell'Imperatore. A questo come sostenente la persona del Re fanno capo tutti li negozii, e mentre con la desterità e prudenza s'insinua nel genio del Re, può virtualmente dirsi Imperatore, perchè impera e comanda ad ogni condizione di Ministri, ordina li comandamenti regii e li sottoscrive, e nell'importanti materie dove è solito che intervenghi l'assenso del Re, forma talchis a Sua Maestà, che è una breve narrativa dell'occorrenza, ed il suo senso circa essa. Il Re per la poca esperienza delle cose, e per la relazione del suo Luogotenente supposto pratico ed informato, a quello per l'ordinario acconsente, e sottoscrivendo il talchis, si forma un calacumaiun, che vuol dire ordine di proprio pugno del Re, sopra quell'occorrenza. Questo viene sovente accompagnato da una lettera del primo Visir, più temuta del Re e perciò ricercata dalli interessati, per corrobar l'istessa regia volontà con l'autorità del Ministro. Tutti li gravi negozi dell'Imperio sono maneggiati dal primo Visir, la maggior parte in propria casa, ove ammette gli Ambasciatori e seco tratta e seco risolve quanto occorre senza conferir col Re, al quale difficilmente si può far capitar la notizia di qualche importante affare, per superar in esso l'avverso genio del primo Visir, per dubbio di vano tentativo, con pregiudiciale acquisto di disgrazia.
In occasione di guerra esce il primo Visir col Re, quando la Maestà Sua di presenza v'interviene; se il Re non esce alla guerra, il primo Visir tiene il supremo comando degli eserciti, con assoluta autorità e potestà sopra le intraprese e quella parte d'Imperio alla quale è destinato, sopra le teste delli Bassà, con facoltà del premio e del castigo a'meritevoli, a segno che se un soldato per esercitato valor in alcuna fazione averà dal primo Visir ottenuto facoltà di esercitar alcun officio in Costantinopoli, al suo ritorno tutto che quest' officio precedentemente fosse stato dal Re concesso ad altri, prevale l'elezione del Visir che rare volte dà conto alla Porta di quanto opera; avendo io osservato in tutto il mio tempo del Bailaggio da buoni incontri che Cusref, primo Visir alle guerre di Persia, mentre tanto s'inoltrò nel paese nemico non ha scritto che tre sole lettere al Re, e sovente Rezep allora Caimacan, cioè Luogotenente del primo Visir in Costantinopoli, soddisfaceva la curiosità degl'avvisi con intenderli dalli parenti ed amici di Cusref. Presiedendo dunque il primo Visir al comando, vengono col suo favor eletti tutti li ministerii di dentro di Costantinopoli ed in ogn' altra parte dell'Imperio, concernenti il governo de' popoli amministrazioni d'armate, comandi e rolli di milizie ed altri ufficii infiniti, con suo molto provecchio. Questa suprema autorità nel primo Visir, non è però tale che non sia circondata da gravi riflessi sopra le sue fortune, esposte all'emulazione di chi pretende abbatterlo dal posto, principalmente con le pratiche e favori di quelli che al di dentro del serraglio ministrano le funzioni principali alla Maestà Sua, sufficienti a discreditarlo per l'opportuna occasione che l'assistenza loro continua al Re loro porge di ritrovar Sua Maestà facile a mal' imprimersi di lui, con pericolo di esser abbattuto dal posto e di perder la vita ancora, come seguì a tempo mio di Rezep, primo Visir, che, alla presenza del Re suo cognato, fu da un giovane favorito da Sua Maestà rimproverato che fomentasse le sollevazioni delle milizie, e per ciò meritasse la morte, che pochi mesi dopo seguì, come dirò più a basso.
Tiene il primo Visir particolare riguardo sopra le milizie ancora, che facilmente s'imprimono contro di lui, con addossarli li disordini del governo ed il mancamento del denaro per le paghe, da che nascono i tentativi ed i pericoli. Resta inoltre esposto alle doglianze d'ogn' uno, che con li memoriali presentati nelle mani del Re, quando esce alle moschee si manifestano, per lo che sovente il Re lo ammonisce. Da quanto ho sopradetto si comprende, che in quel governo il più eminente non è stabile, nè in tutto contento della sua fortuna, mentre sovente questa viene mortificata dal timore e distrutta dalla morte.
Si riduce il primo Visir con altri Visiri eletti da Sua Maestà, quattro giorni alla settimana nel pubblico Divano, la mattina per tempo. Qui concorrono quelli che pretendono sollievo e decisioni di diverse materie civili e criminali. In questo luogo di Divan tiene il Re una finestra sopra la testa del primo Visir, alla qual per le stanze di dentro può presentarsi nascosto dietro una gelosia. Qui vede ed ode quanto s'opera, ed alle volte si fà vedere e conoscere con ordini rigorosi, come occorse a mio tempo, mentre ascoltando le querele d'alcuni contro un Spahi, e conoscendole non esaudite al dovere, minacciò la morte a chi mancò di giustizia, e l'eseguì nel reo accusato, facendogli nel proprio Divan levar la testa. In questo Divano sedono li due Cadileschieri della Grecia e della Anatolia, professori della legge e giudici in prima istanza delle cause a beneplacito di chi ricorre e in appellizione di tutto l'Imperio, ove il Muftì manda li Cadì, che sono come li Podestà delli luoghi, le sentenze de' quali si devolgono alte sopra detti Cadileschieri. In questi quattro giorni di Divano due, cioè la domenica ed il martedì, il primo Visir con li altri Visiri entra dal Re, e con breve memoriale espone le occorrenze di quei giorni, toccando e proponendo quello gli pare, senza che li altri Visiri parlino; onde questo congresso dimostra più tosto riverenza, che forma di consiglio, rimettendosi sovente il Re alle deliberazioni del primo Visir.
La giustizia civile sommariamente si esercita, e con la prova di due testimonii si risolve ogn' istanza e negativa, a segno che se sarà ad uno fatta dimanda di un credito e che lo neghi, la prova di due testimonii lo comproba, e di questi contro la verità facilmente se ne ritrova con denari; per le quali corrutelle li Cadì sovente, con rigorose interrogazioni ma senz' altro castigo, non li ammettono. Per lo che se l'oppresso da questo abuso intende sollevarsi dall'ingiusta pretensione, bisogna che con altro abuso si liberi, non negando il debito, ma confessato soggiungendo di averlo soddisfatto, onde a lui incombendo la prova della soddisfazione con li suddetti falsi testimonii, facilmente s'adempisce; alcun' altre volte, con l'istesse maniere si propongono le dimande di converso e si vince la fraude con la fraude; non si procedendo mai contro li debitori o rei assenti.
Per ogni città dell'Imperio si manda un Sangiacco, che sopraintende al governo di essa e del suo territorio, alle milizie ed altri interessi del Re. Nella metropoli risiede in vece di Sangiacco un Bassà, con la superiorità su tutti li Sangiacchi in quella Provincia. Sopra li Bassà sono deputati Beglierbei, cioè Generali: uno nella Grecia, l'altro nella Natolia, con assoluto comando, quello nelli stati d'Europa, questo in quelli dell'Asia, mentre nell'Africa, eccettuato l'Egitto, è perduta l'obbedienza, è smarrita ancora l'autorità, come a suo luogo dirò. Tutte le sopradette cariche sono dispensate in maggior parte dal primo Visir, e le più grandi non senza il suo potente favore e provecchio. In occasione di guerra il primo Visir comanda per nome del Re alli Beglierbei, questi alli Bassà, li Bassà alli Sangiacchi, li Sangiacchi alle milizie, con pronta e celere mossa.
Questo amplo e forte Imperio, retto nella guisa che ho sopranarrato sostiene Sultan Amurat, figliuolo di Sultan Achmet, fratello di Sultan Osman, che prima di lui regnò, e fu morto dalle milizie. Questo gran Principe in età d'anni 26 tiene venerando aspetto in placida natura, se ben gli ultimi accidenti occorsegli dalle milizie, hanno grandemente e questo e quella alterato. Godeva prima delle delizie più tosto che dell'autorità: ora affabile, giusto, temperato, solito concedere la privanza seco a persone di poco credito per trastullarsi, le quali alle occorrenze valevano per male imprimerlo. Dopo, per li tumulti che seguirono, ha convertita il Re la placidezza nell'impeto, il comodo nell'inquiete dell'animo e del corpo, la famigliarità in rigore, la giustizia nella sola volontà, il consiglio nel furore, e, finalmente, la serenità della faccia in un fosco sdegno, cambiando lo sprezzo, in che per le condizioni sopradette lo tenevano le milizie, con altrettanto timore universale, per li frequenti e tuttavia continui esempi di morte per chi sopravvive al folgore del suo irrevocabile comando. Ora, come l'Eccellenze Vostre hanno inteso, è uscito alle guerre e si deve credere che più non ritorni nel placido; mentre ha con esperienza conosciuto, che per non temere fà di mestieri essere temuto e tenere le milizie in opra, togliendole dall'ozio, origine degli eccessi.
Tiene Sua Maesta due figliuoli nell'infanzia, d'incerta riuscita. Ha due fratelli, li quali, non ostante l'uso contrario della morte nell'assunzione degli Imperatori, vivono tuttavia; il maggiore di nome Orcan è in età di anni 19 con concetto di buon talento. Il Re sovente seco tratta con umanità, permettendogli la barba, privilegio riserbato alla sola persona del Re in serraglio; credesi per tanto che possi sottrar la vita dalla violenza con estenderla fino alli confini della natura. Sono queste indulgenze della sopravvivenza de' fratelli del Re pericolose. Il secondo fratello di nome Baiazet è trattenuto anch' egli nella stessa maniera. Vive la madre del Re, circassa di origine, donna, che con l'età e con l'esperienza ha acquistati talenti di prudenza e buon consiglio. Questa che al presente Imperatore impetrò da Sultan Osman suo fratello la vita; il simile persuade a lui per gli altri fratelli, per oggetto che, in ogni caso di morte del presente Imperatore senza figliuoli, succedendo uno degli altri, lei si mantenesse nel posto di madre del Re. Per ciò a tempo mio era concetto universale che, con effetto contrario per li suddetti interessi, procurasse la morte alli figliuoli, che al Re nascevano, mentre alcuni di essi terminarono la vita nelle fascie, per levar la maternità a chi li partorì. Ora questi ultimamente nati si conservano, se ben con incerto pronostico della lor vita.
Vive Sultan Mustafà, fratello del padre della Maestà Sua, nella stolidità sua naturale, dai Turchi interpretata elevazione di spirito a Dio. Stà, si può dir, sepolto nel serraglio, in stanza abbietta, conversando in sè stesso.
Quattro sorelle tiene Sua Maestà, tutte maritate in Visiri: una in Bairan Bassà, ora Caimacan col Re al campo; una in Mustafà Bassà, fatto Beglierbei della Grecia: una in Mortesà Bassà, che è al campo in Persia: l'ultima in Chinan Bassà, di presente Caimacan di Costantinopoli. Questo uso da poco tempo in qua introdotto di dare ai grandi le Sultane, viene osservato e tollerato mal volentieri dalle milizie, e popoli; mentre queste donne fabbricano a' mariti soverchia autorità con la quale, come tanti Re, esercitano le avarizie e le estorsioni, togliendo in questa guisa ad ogn' uno la facoltà del ricorso, e la speranza del sollievo. Solevano queste in altri tempi darsi a Bei di galere, che più non salivano. Non è però che per questi matrimonii li mariti delle Sultane si preservino dalla morte violenta per decreto del Re, e che li discendenti da esso ricevino carattere immaginabile di qualità di sangue, ovvero accrescimento di dignità: perchè, quanto al primo capo, tanto è vero, quanto che una delle sopra dette Sultane sorelle della Maestà Sua, ha veduta la morte violenta per ordine del Re di quattro primi Visiri suoi mariti; e li dipendenti da esse mancano di prerogative, non sono posti ad alcun comando, e sovente si vede che tenendo un Bassà figliuoli con la Sultana, ed altri con la Schiava, questi vengono più tosto adoperati che li primi, con l'oggetto sopradetto di non trasmettere in loro alcuna pretensione, per sangue, di grandezza, o, per ambizione, d'autorità.
Sotto il presente Imperatore nel tempo del mio riverente servizio all'Eccellenze Vostre, ho praticato alla Porta tre primi Visiri in quattro mutazioni, tre Capitani Bassà, due Muftì, ed in molti altri importanti ministeri molte alterazioni. Da che, stante l'improprietà de' termini nell'avarizia e la inesperienza delli assenti, la prudenza di questo Sapientissimo Senato, che opportunemente le intese, può facilmente comprendere le difficoltà, le angustie e le spese che necessariamente ne conseguitano. Ritrovai al mio arrivo Rezep allora Caimacan cioè luogotenente di Cusref primo Visir con l'esercito in Persia. A Rezep successe Caffis; dopo il quale fu riassunto Rezep suddetto in qualità di primo Visir, ed a questo Mehemet, che di presente è con l'esercito in Persia, restando suo Caimacan Bairan Bassà col Re in campo, ed in Costantinopoli Chinan Bassà per Caimacan. Queste frequenti mutazioni, originate dal furor delle milizie ed eseguite dal violentato consenso del Re, credo che a questo passo mi diano opportuna occasione, e per l'Eccellenze Vostre licenza, di dirne le cagioni e le conseguenze, perchè da quelle si comprende quanto alle volte s'arroghino le milizie di temerità contro il proprio Re, e come facilmente il Re resti mal' impresso de' Grandi. Per lo che niun stato di potenza in quell'Imperio per eminente che sia, tiene così ben fondate le radici, che l'impeto d'avversa fortuna non possi svellerle, nè sradicarle.
Ritrovavasi, nel 1632 nel mese di Febraio, l'esercito in Persia, sotto Cusref primo Visir, ed in Costantinopoli Rezep Caimacan, suo molto confidente. Era Cusref soggetto di gran talento nella professione militare. Questo dopo varii tentativi sopra la piazza di Babilonia, resa di presente inespugnabile per le molte fortificazioni accresciutele nel di dentro, s'inoltrò nella Persia, e con molte scorrerie diede guasto al paese, trattenendo in questa guisa le milizie applicate nell'esercizio e contente nelli bottini. Queste finalmente, che per spazio d'anni sette avevano militato in quelle parti senza profitto nell'impresa principale, stanche e risolute al ritorno ed al riposo, tumultuarono incamminandosi verso Costantinopoli. Pervenuta di questa mossa la notizia al Re ed alli grandi, procurorno con ogni possibil termine di stornarla, presaghi delle conseguenze che ne nacquero. E perchè la persona di Cusref non era dal Re istesso veduta volentieri in Costantinopoli, per il talento suo e seguito delle milizie, timidamente lo stimava, e molto più li Grandi per dubbio di soverchia autorità sopra di loro. Fra questi Caffis cognato del Re, il Defterdar, ambi i Visiri, ed Assan Caffan allora in serraglio e dopo Agà de' Giannizzeri, che godeva il privilegio di privanza principale appresso il Re, deliberarono fra di loro di distrugger la fortuna di Cusref, perchè le rovine di quella cadessero nelli fondamenti della loro grandezza, per maggiormente stabilirla. Conclusero dunque fra di loro d'insinuar nell'animo del Re la gelosia di Cusref, come quello che, con l'affetto delle milizie e con l'alterigia del suo animo, averia potuto non solo alterar il governo, ma poner in forse la corona sopra la testa della Maestà Sua; esser però necessaria la sua morte che sola poteva rimuover il verisimile delli scandali sopradetti. Con queste ed altre suggestioni ottennero l'intento, perchè il Re persuaso dichiarò Caffis primo Visir, soggetto d'età, esperienza e molta accortezza, e nel tempo stesso spedì Morlesà Bassà con un Hatscerif, che vuol dir ordine di propria mano di Sua Maestà, col quale comandava che fosse levata la testa a Cusref, come seguì, mentre giunto Mortesà al campo nella fortezza di Tocat, e convitato a pranzo da Cusref, gli diede dopo la sentenza del Re, alla quale umiliandosi si sottopose, se bene non senza tumulto nelle milizie, che per ordine di Mortesà con l'uso delle artiglierie fu represso.
Restò al comando dell'esercito Mortesà senza però poter trattenere la moltitudine, dal ritorno in Costantinopoli. Questi ordini del Re, sopra la vita di Cusref, e l'esecuzioni furono ignote in città per tutto quel tempo che necessariamente la distanza de' luoghi frappone e impedisce la notizia: perchè Caffis in quel breve tempo si preservò nel posto, libero ben dalle pene delle sue interessate suggestioni, ma non già dal timore che nella sua macchiata coscienza gliele presagiva e le denotava nella presenza ancora; mentre si dimostrò del continuo timido, irresoluto e di mente molto fissa, procurando d'insinuarsi con le milizie che erano in città, dalle quali come occorse prevedeva il colpo sopra di lui: ed ignaro ancora se eseguita fosse la morte di Cusref, mentre non ritornava il Cavallerizzo Maggiore spedito dal Re in campo per ricevere il sigillo che il primo Visir teneva, con gran ragione ponea sè stesso e le sue fortune in forse. Rezep, che per l'elezione di Caffis restò deposto dal Caimacanato, e per conseguenza offeso, per qualche notizia che ebbe agli ordini del Re sopra Cusref, sollevò (per quanto molto tempo dopo si scoperse) alquanti Spahi di quelli che erano in città, perchè operassero quanto dirò. Alli 2 di Febraro l'anno 1632 (mentre io ero uscito di casa per ritrovarmi con Caffis primo Visir, ed ivi resister agli impeti di varie pretensioni contro il Rappresentante di Vostra Serenità, frà le quali erano per principali quelle di Girolamo Pasaneo e dei Ragusei protetti da molti Spahi, che per la perplessità del Visir avevano ridotte le cause a stretti termini, nelli quali quel giorno dovevo con gran disturbo cimentarmi, se ben con l'aiuto del Signor Dio dopo furono risolte nella forma che scrissi, e me ne ritornai in casa), intesi per la via quanto occorse, ciò è che Caffis suddetto nell'ingresso del cortile del Divano fu da alquanti Spahi offeso con le pietre e caduto da cavallo (che subito fu spogliato) ferito in testa si salvò al di dentro dal Re. Il fatto per sè stesso e la fama che veloce l'accrebbe, ingombrando la città, accrebbero il timore e il tumulto. Li Spahi, in maggior numero radunati, concertarono li progressi maggiori e più ordinati alli loro voleri; così che ritornati al serraglio in numero sopra 12,000 gridarono la presenza del Re. Fu aperto il portone per il quale li Visiri e li Ambasciatori entrano a Sua Maestà, la qual circondata dalla maggior parte de' Visiri ricercò alle milizie la causa di tanta mossa, rimproverando loro l'eccesso sul primo Visir. Dissero li Spahi voler le teste del primo Visir, del Defterdar, dell'Agà de' Giannìzzeri, e la deposizione del Muftì, il tutto compreso in un Arz, cioè memoriale che presentarono a Sua Maestà. Il Re ne ricercò la cagione, e se ciò pretendevano per giustizia. Reclamarono le milizie, volerli e conoscerli degni di morte. Insorgendo per tanto il tumulto e la Maestà sua ritirandosi, fece serrare il portone. Allora con grida e proteste di scandali maggiori, ramemorarono le milizie al Re la morte che diedero a suo fratello Sultan Osman. Nel ristretto del tempo e nelle angustie de' partiti, fu brevemente considerato dal Re con li Visiri, come si potessero acquietar le milizie. Il Re inclinava alla costanza, propria d'un Imperatore contro li suoi schiavi, ma li Visiri tutti protestarono vane le più rigorose intraprese, ed evidente il pericolo della morte della Maestà Sua, per il qual dissero, non dovere alcun di loro ricusar di morire: soggiunse Rezep con interessato consiglio, doversi conceder Caffis alle milizie, e che se sarà egli ancora addimandato, si getterà da sè stesso all'armi, dovendosi allora per necessità declinar il decoro all'Imperio, per risarcirlo poi opportunamente, ed intanto salvar la vita all'Imperatore. Caffis, del quale si trattava, mentre gli altri richiesti non si trovavano allora in serraglio, si offerse prontamente dicendo, che, settuagenario, di brevi giorni la natura avrebbe differita la sua vita, se ben schiavo di Sua Maestà esaltato dal niente al sommo apice del governo, ben conosceva avergli la fortuna preparato più da vicino il precipizio che prontamente incontrava per trarne la salvezza di Sua Maestà. Scrisse alla moglie sorella del Re, poche parole con caratteri del sangue che fin allora avea sparso, ed il Re per l'evidenza del pericolo, persuaso al contentamento delli Spahi fece aprire il portone, e presentatosi al cospetto delle milizie ordinò che fosse tratto fuori Caffis primo Visir, il quale, postosi in ginocchio per attender dal carnefice il colpo del violentato ordine del Re, le milizie impazienti, sfodrate tutte l'armi fulminarono con esse le grida e gli effetti della morte. Si pose Caffis le mani sopra gli occhi; queste furono le prime che il ferro fece cadere, acciò a questo supremo infelice Ministro, oltre la pena della morte, s'aggiungesse quella di essere spettatore del suo orribile spettacolo, ed immediate fu trucidato alla presenza del Re, che fortemente turbato impallidì. Quel giorno terminò con la morte di Caffis, ed il seguente ebbe principio con maggior concorso di Spahi al serraglio, li quali replicarono l'istanze del Defterdar, dell'Agà dei Giannizzeri e del Muftì. Questo a petizione delle milizie fu subitamente deposto. Il Re promise anche gli altri ritrovati che fossero, e fu eletto Rezep in primo Visir. Corsero alquanti giorni di quiete, fino che pervenuto l'avviso della morte di Cusref, con la testa di lui, che fu portata in Serraglio, le milizie per il concorso dal campo accresciute di numero, scorrendo la città, col chiudersi delle botteghe, e rinserrarsi di ciascheduno nelle proprie case, la ridussero in forma di diserto, se non in quanto esse sole praticavano le vie con l'armi in mano. Divisi li Giannizzeri dalli Spahi, che pretendevano la morte del loro Agà, proponevano fra di loro un orribile cimento con pericoli estremi, irreparabili, universali ad ogni condizione di persone, niuna eccettuata, se non avessero finalmente ricreduto li Giannizzeri, ed unitisi con li Spahi procurata la morte al loro stesso Capo; per ritrovar il quale, speditisi dal Re li Visiri in ogni parte, venne Bairan Bassà in quella di Galata con rigorosi protesti ad ogni nazione e condizione di persone, dell'esterminio delle vite, delle case e delle chiese a chi tenesse celato l'Agà. Chiamò li Dragomanni degli Ambasciatori, loro dicendo lo stesso, e che trattandosi della vita del Re, non si averia avuto riguardo alla vita delli Ambasciatori. E perchè allora io ero circondato dalli sopradetti ed altri mal' affetti, con ogni tentativo fastidioso furono suggeriti pensieri nel Bassà, ed udite altre voci ancora che l'Agà de' Giannizzeri era ricoverato nella casa di Vostra Serenità per la confidenza che meco teneva, mentre era in serraglio. Così, fatto manto del vero alla menzogna, perchè la confidenza era vera, ma falso il ricovero, alterato il Bassà, proruppe col Dragoman Grillo a rigorose proteste con ordine di celere avvertimento e risposta. La prudenza di questo Eccellentissimo Senato che in quel tempo n'ebbe la notizia, di presente può comprender le mie angustie: perchè se ben il fatto non comprendea verità, nè verisimiglianza, l'impeto delle milizie commosse contro il proprio Re, l'impression del Re e suoi Ministri contro questa casa, somministravano ragionevole dubbio d'irreparabili impetuosi mal incontri; ma avanti la giustificazione, la qual però con l'aiuto di Dio opportunamente seguì con ordine al Dragoman Grillo che dicesse al Bassà in nome mio, esser la casa di Vostra Serenità, casa del Re, mentre in essa risiede, chi rappresenta Principe per tanto tempo e riguardi amico sincero della Maestà Sua, e non negai la confidenza con l'Agà mentre era in grazia, dalla qual decaduto altro affetto seco io non tenea, che dalla pena decretatagli, non doversi accreditar le voci di mal affetti, ma conservarsi la confidenza fra li Ministri de' comuni Prencipi, collegati anzi per la difesa reciproca.
In tanto fu ritrovato l'Agà, e, condotto nella piazza dell'Ippodromo, trafitto, appeso per un piede ad un arbore. L'istesso pochi giorni dopo seguì del Defterdar, e di quel giovane favorito dal Re, del qual dianzi dissi li arditi concetti contro Rezep primo Visir alla di lui presenza, e nel cospetto di Sua Maestà, la qual con pena estrema espose questo giovane alla morte, il quale fu pur appeso anch' esso all'arbore istesso nella piazza dell'Ippodrorno, teatro vicino alla casa di Rezep, dalla quale egli godè vedere tutti li sopradetti atti tragici rappresentati nelle persone de' suoi più capitali nemici. Sodisfatte le milizie nel sangue richiesto, ed assicurate delle vite delli fratelli del Re, (però senza vederli, per dubbio che uno di loro non fosse gridato Imperatore) capitò (caso o artificio che fosse) un Cervagì da Persia con avvisi che Persiani s'erano portati a Mussul, con pericolo della perdita di quella piazza. L'avviso fermò, e pochi giorni dopo furono inviate molte milizie a quella volta con opportuna diversione. Dunque fattosi punto agli eccessi per allora, vedutosi Rezep ben stabilito nel posto di primo Visir, entrò in sospetto il Re della di lui connivenza con le milizie negli effetti sopradetti, e sempre più persuadendoselo, deliberò di levarlo di vita, mentre altrettanto lontano ed immune si credea quanto che con frequenti esperimenti di grazia pochi giorni prima da Sua Maestà, la sorella, già moglie di Caffis, gli era stata in secondo matrimonio promessa. Io il giorno precedente alla sua morte, ritrovatomi seco in affabile congresso, lo vidi in quelle estremità di contento e consolazione, che sogliono sovente essere occupate dal pianto, come occorse; perchè la mattina seguente chiamato in serraglio dal Re, e prevenutovi con pompa straordinaria, non veduta la Maestà Sua nel luogo ove era solita di attenderlo, previdde l'innaspettato pericolo e fu strozzato. Furono apprese le sue fortune sopra un milione e mezzo di zecchini, quantità di gioie, pelli e suppellettili; ed eletto in successore Mehemet, presente primo Visir. La morte di Rezep ha privato l'Eccellenze Vostre di un buon capitale alla Porta, ed io della sua ottima volontà ho fatto e scritto molti utili esperimenti.
Il presente primo Visir, di età di anni quaranta in circa, nel principio del suo governo, ignaro de' termini e della condizione dei Principi, come sovente occorse, mi si mostrò fuori di modo difficile. Nel progresso io con la desterità ed egli con le informazioni del posto e della potenza della Repubblica e della di lei utile e sincera amicizia con la Porta, e con altre insinuazioni formate da'suoi confidenti, de' quali acquistai l'affetto, e sopra tutti del Chiaus Bassì, che in altri tempi per le controversie con Ragusei fu spedito in questa città, acquistai l'animo di questo supremo ministro, a segno che dal rigor e dalle male impressioni portatosi alla soavità e buona opinione della Serenissima Repubblica e del suo rappresentante, ha favorito sempre le parti di Vostre Eccellenze, e represso l'ardire di chi procurava il contrario. Nel progresso della carica, con l'applicazione e con l'esperienza ha dato saggi di prudenza, desterità e giustizia, e di rigore contro li Spahi per gli eccessi commessi, de' quali fatta strage ha estinti per ora li pericoli. E perchè ora si ritrova in Persia con l'esercito, nominò prima per suo Caimacan Bairan Bassà, che di presente si ritrova Caimacan in campo col Re. Io visitai questo come Visir senza altra carica; fu da me conosciuto soggetto di buon termine e di placida natura, ben affetto all'Eccellenze Vostre, dalle quali nelle sue basse fortune dipendette come Giannizzero del già Dragomanno Haon della Repubblica. Per l'assenza di questo, resta Caimacan in Costantinopoli Chinan Bassà, cognato del Re, di poco peso, niuna esperienza, facile commozione, verboso e povero.
Ritrovai nel mio ingresso alla carica Assan Bassà Capitanio del mare, uomo di buon talento, superbo, non bene affetto a Vostra Serenità. Poco tempo dopo fu deposto e sparito in Grecia per servizio del Re, ove non senza sospetto di veleno, terminò la vita; medicamento col quale sovente li Grandi sanano le loro passioni, procurando dalla corruzione delle fortune del compagno, trarre l'essere e l'origine delle loro prosperità. Ad Assan successe Mustafà Bassà, allora cavallerizzo maggiore, molto favorito dal Re. Questo fu figliuolo di Giambolar, che nelli passati tempi fattosi padrone di Aleppo, col seguito di gran parte della Soria, dove li suoi goderono fortuna di comando, pose l'Imperio in grandi disturbi; dopo fu fatto morire. In quel tempo si ritrovava Mustafà suddetto in età di anni dieci nel castel di Aleppo, dove la buona di lui fortuna lo consegnò in mano delli nemicì, acciò da questi finalmente con la schiavitù ottenesse quelle grandezze, che col dominio e colla forza non potè il padre conservargli. Così torti riescono alle volte li sentieri alla gloria. Questo ministro nel principio del suo Capitaniato mi si mostrò di natura placida e ben inclinata; ma dopo il primo viaggio con l'armata mal' impresso dalli Bei che non amano le buone intelligenze de' loro capi con li Baili, mutò gli effetti in sommo rigore, che praticai in molte gravi occorrenze. Fu deposto avanti la mia partenza; è però in stato di nuova salita, per la quale devesi stimar e procurar l'affetto suo.
Fu surrogato nella carica Iafer Bassà, dianzi Bustangi Bassì. Questo, che tuttavia continua, è soggetto di buona mente, poco talento, professa buona disposizione verso la Repubblica, con abborrimento del corso. Quando può non essere osservato beve sovente il vino, che lo trasporta agl'impeti, dopo li quali si rende assai trattabile.
Nella dignità di Muftì, ritrovai prima Jaia Effendi, sogetto di buona mente, pratico della legge, poco atto, nel resto, al maneggio e intelligenza di stato. Questo nelli tumulti de' nemici sopradetti, fu deposto a petizione di quelli, ed in suo luogo eletto Cussein Effendi ministro di trent' anni di servizio alla Porta, savio, di buona dottrina nel suo rito, e per gran tempo molto stimato dal Re che seco conferiva le più gravi occorrenze dell'Imperio.
Questo, Signori Eccellentissimi, fu del continuo ottimamente impresso verso li loro interessi, e n'ha sempre dati manifesti segni. Mi disse un giorno ch' io scrivessi e promettessi a Vostra Serenità che durante la di lui vita non dubitasse alterazione alcuna nell'amicizia del Re. Ciò non ostante, per li avvisi dell'Eccellentissimo mio successore un tal benemerito ministro, con ingrato ingiusto decreto del Re, ha corso la fortuna ordinaria di quelli che arrivano alle supreme cariche dell'Imperio, e per la di lui violenta morte è stato surrogato Jaia Effendi sopradetto.
Con li primi Visiri, Capitani Bassà, e Muftì ho rispettivamente avuto grandi e spinosi negozii, risolti conforme alle intenzioni e servizio di Vostre Eccellenze, con la protezione del Signor Dio, confessando altro di mio non aver impiegato in essi, che una continua applicazione per il buon esito, la quale mirabilmente mi giovò; conoscendo per esperienza che l'intelletto nostro non è terren che produca a determinato tempo, ma col continuo agitar in esso l'immaginazione, somministra sovente improvvisi ottimi pensieri, mentre congiunto ed unito al temperamento del corpo, per alcun' accidental difetto di questo si lascia ben spesso alterar; onde sovente diverso da sè stesso non può un giorno apprender quello che il seguente dì comprende. Così un duro sasso con l'acqua spesso cadente si ammolisse, e con le continue affissazioni s'illumina l'animo per le operazioni fruttuose.
Fu da me per utile sempre esperimentata la desterità, accompagnata dalle cortesie opportunamente, mentre il rigore inasprisce, ed il termine placido o frange l'ira, o rimette a più opportuno tempo il negozio col Visir. Ho creduto non dovermi mai partir da lui ed altri Grandi con l'affetto loro esacerbato, ma conosciutolo tale procurai prima di sedarlo, e quando non si potè, per divertire l'altercazione e li pregiudizii maggiori del negozio, introdussi affare di natura e riuscita diversa; dopo in altri congressi di miglior disposizione incontrai nella materia istessa fortuna migliore. La soavità ed affabilità con li ministri e favoriti de' Grandi riesce molto fruttuosa, purchè questi che li assistono di continuo possono valersi nell'opportunità per inspirar i proprii sensi e con maggior credito, per non esser interessati nei negozii, come sono li Ambasciatori. Alla desterità cammina del pari la cortesia: sono per l'ordinario sotto quel clima inseparabili; una senza l'altra rare volte opera; sono indivise fra sè stesse, opportunamente unite fanno mirabili effetti. Ho usato esercitar i termini cortesi sovente in tempo che non tenevo negozio col Visir; ho creduto, e me ne son confermato che le cortesie fuori del bisogno dimostrano affetto in chi le porge, e lo eccitano con obbligazioni e esibizioni in chi le riceve; non sono ostentate da interesse; sostentano il decoro nel maneggiar de' negozii, che si devono spuntar con la forza della ragion e della giustizia e non dell'avarizia. Il dono lontano dal bisogno dipende più dal beneplacito di chi lo fa, ed in altra congiuntura dalle pretensioni di chi lo riceve. Li primi sono effetti di munificenza e liberalità; li secondi segni di debolezza e dubietà. Ha però questa regola, come tutte le altre, le sue eccezioni in riguardo alla diversa natura di quelli con cui si tratta; la prudenza distingue i tempi e le persone, addattando al temperamento d'ognuno le insinuazioni proprie. Col favor de' ministri, e con minor interesse ho declinato ben spesso l'animo del Visir, astenendomi da presentarlo. Certa cosa è che senza l'affetto di chi lo circonda molto più costose e meno utili si rendono le negoziazioni. Con queste forme e riguardi ho maneggiato li affari del mio tempo, e per esperienza ho conosciuto che la desterità ed il cibo opportunamente usati, addomesticano quelle fiere, che nodrite nelle selve dei pini del Serraglio escono ignare, fameliche e furiose.
Oltre il Visir, il Capitan Bassà ed il Muftì, è necessario tenersi ben affetti li Cancellieri grandi, a' quali aspetta la forma dei comandamenti del Re, che espressi, piu in una che nell'altra maniera, hanno diversi effetti. Al tempo mio la confidenza che tenevo con quello d'allora e con li scrivani da lui dipendenti, permetteva che prima di ridursi in buona forma li comandamenti, io ne vedessi l'abbozzo per regolarli al servizio dell'Eccellenze Vostre. Altre volte uscivano prima dalla Casa di Vostra Serenità informati al bisogno, e così senza alterazione alcuna erano spediti con la semplice traduzione dello scrivano.
Con li Defterdari, che riscuotono li dazij, e tengono la cura e l'uso del denaro del Re, opportuna ma altrettanto difficile si rende la buona intelligenza delli Rappresentanti l'Eccellenze Vostre; perchè se ben seco, per quanto al pubblico s'aspetta, altro negozio non si tiene, che dell'annuo esborso di zecchini mille cinquecento, stante il Capitolato sopra l'isola del Zante, la nazione e li sudditi sovente, per occorrenze del negozio, tengono bisogno della pubblica protezione. Sono questi ministri avidi, impetuosi, spesso manchevoli di denaro per tante occorrenze, timidi dell'ira del Re, con pericolo della deposizione e della vita, quando non si provvedi opportunamente alle paghe delle milizie, e perciò pronti ad ogni più ingiusta maniera per ritrovar denari.
Le intelligenze nel serraglio con alcuno di quelli che circondano il Re, riescono di gran profitto; sono però necessarie le circospezioni col riguardo di non disgustar il primo Visir nel sospetto, che si vogli senza di lui spuntare nei negozj, ed alle volte per disgusti seco inspirar pregiudiciali concetti della sua persona nell'animo del Re; ben conoscendo il di lui ministerio quanto più eminente, tanto più esposto alle mosse.
Li Bostangi Bassì, carica principale, che più d'ogn' altra gode la conferenza col Re, sono da tenersi in stima e confidenza grande, perchè col loro mezzo può facilmente ed utilmente esser ben impresso il Re in ogni negozio.
Giova inoltre un buon concetto nell'universale del Rappresentante Vostra Serenità, mentre con questo alle volte si riceve considerabile beneficio, col mezzo di persone ben inclinate da sè stesse, se bene a pena conosciute.
Le intelligenze con li ministri ai confini sono più che necessarie, e con li principali particolarmente, dai quali per ordinario dipendono quelle de' loro Principi, li quali per non poter da lungi scorger quanto occorre, si servono di questi come d'istrumenti, che di lontano portano all'occhio gli oggetti, se ben secondo la tempra del vetro alterati. Per tanto l'affetto e la confidenza col Bassà della Bossina si rende molto considerabile, perchè presiedendo egli con grande autorità a tanto confine degli stati dell'Eccellenze Vostre, ed essendo nella di lui facoltà l'esecuzione di tutti i Regj comandamenti in quelle parti, può più in una maniera che nell'altra operar e riferir alla Porta, e se tiene mal talento, mal' imprimer e cagionar disturbi. Così fanno gl'Imperiali col Bassà di Buda loro confinante, tenendolo ben contento, acciò nelle occasioni di scorrerie ed altro, riferisca e eseguisca quanto loro compie: perchè in questa maniera, con manco spesa e minor tempo, s'aggiustano i negozj, senza che ne pervengano alla Porta le querele, che esacerbano l'animo de' grandi con pregiudizio grave in altri affari. Oltre che in tutti li maneggi, le buone relazioni de' ministri accreditano l'istanze del pubblico Rappresentante. Così stilano per ordinario li ministi dei Principi con li ministri d'altri Principi, col mezzo de' quali alterano le intenzioni de' loro padroni, o fanno sortir gli effetti diversi da quelle. Così fa chi non può piegar l'arbore nel tronco, lo declina nei rami per coglierne il frutto; perchè se ben originalmente a quelli il tronco somministra la virtù, questi finalmente col diffondersi d'ogni parte fruttificano, e facilmente s'inclinano a chi di piegarli non di romperli s'ingegna.
Li accidenti d'armate e prese di vascelli sono pietre di scandalo, nelle quali può incorrer la Repubblica con pericolo di caduta dalla buona intelligenza con la Porta, e le frequenti occasioni, risolte con somma d'oro, dimostrano l'evidenza del pericolo, in tempi massime di ministri mal' affetti e di Imperatori rissoluti.
Le materie che mi sono occorse di trattare, furono molte e gravissime, resermi altrettanto difficili per le frequenti mutazioni dei Visiri, Capitani Bassà ed altri principali ministri del governo, ignari nel principio degli affari de' Principi, e perciò difficili da praticare; ciò non ostante con l'aiuto del Signore Dio ho veduto di esse l'esito conformato alle publiche intenzioni.
Li giorni primi del mio riverente servizio feci carcerar un Turco principale, indiziato nello svaleggio delle galee a Durazzo, per il qual pagò con la morte, decretata dal Visir a mia petizione, il meritato castigo.
Ho di tempo in tempo sostenuti vigorosi assalti di molte pretensioni indebite, come ho scritto, che per ciò non replico, tutte con speranza di provecchio intruse nella commozione delle milizie in città. Mi diedero grave disturbo, perchè tentate prima in vano tutte le vie di ferirmi con la sopraffazione e con la forza, voltatesi a quella della giustizia dei Cadileschieri, alla quale, se ben con resistenza costante non ho mai assentito, non è però che in stretti termini non si constituisca l'affare per il riguardo sopradetto, che tiene apparenza d'onestà; mentre i Turchi tengono per assurdo grandissimo il ricusar gl'effetti di giustizia, e, l'esempio degli altri Ambasciatori e di quello di Vostra Serenità ancora ne' passati tempi, maggiormente accreditano questo concetto. Me ne sono sempre astenuto fortificandomi col segno Imperial, ottenuto dalla felice memoria dell'illustrissimo Signor Cavalier Giustiniano, e con le commissioni dell'Eccellenze Vostre che non potevo nè dovevo trasgredire. Tenni sopra di ciò, un giorno, lungo proposito con Cussein Effendi, allora Muftì, del qual ho sopradetta l'intelligenza ed esperienza nel governo, e l'affetto costante verso l'Eccellenze Vostre. Meco egli chiaramente s'espresse non doversi alcun sottrar dalla giustizia dei Cadileschieri, alla quale il Re istesso si sottopone. E per il segno Imperial separato dalla prima capitolazione, ottenuto per avventura, con poco riflesso del Re, con opera de' ministri beneficiati a questo fine, in quanto contenga pregiudizio alla giustizia, non doversi osservare, ma più tosto ritrattare. Queste istanze dette di giustizia alle quali sempre deve resister il Bailo, per le cause sopradette cagionano sovente nel primo Visir indignazioni, che pregiudicano ad altri gravi negozj, mentre non ammettendo anch'egli questa renitenza, ed essendogli dai particolari reiterate l'istanze di giustizia, ne apprende l'onestà, con desiderio di rimetter a' Cadileschieri le molestie e liberar sè stesso, mentre con non farlo, dubita esser creduto subornato con doni e sospetto di parzialità, come sovente viene rimproverato. Così appunto in simili occorrenze molte volte mi dissero Rezep primo Visir, e il presente ancora, con li riguardi propri sopra le loro sempre instabili fortune.
La revision generale de' confini nella Dalmazia pretesa da Abbassà, allora Bassà nella Bossina, con mossa di gente, stornai con la deposizione del Bassà istesso: conoscendo esser questa una importante materia da fuggir quanto si può, atta a suscitare umori, con peggiori conseguenze; mentre nel merito di questo negozio da ogni parte si troveriano le alterazioni, e in materia gelosa come questa, difficilmente s'aggiustano i Principi, ed i Turchi in particolare, per la forzosa presunzione di sè stessi. In ogni caso che divertir non si possi, doverà sempre proporsi il principio dal territorio di Zara, come quello nel quale Vostra Serenità resta certamente pregiudicata, e così col far primo capo dalli pregiudizj della Porta, potriasi ritornar questo affare, la salute del quale consisterà sempre in non medicarlo ma lasciarlo nell'imperfetto esser suo. Non ostante le sopradette difficoltà nella presente materia, ritrovansi nel territorio di Traù sedici ville intersecate e sovente contese dai Turchi, per lo che nel 1619 fu ordinato che alla Porta si procurasse la dichiarazione a favor di Vostra Serenità. L'importanza della materia, della quale i Principi sopra ogn' altra con ragione fanno sommo capitale, trattandosi di materia di stato, s'oppose all'intento a segno che a pena si fecero l'istanze, che in tutto declinò la speranza dell'avvenire, nudrita da posteriori frequenti commissioni dell'Eccellenze Vostre, le quali finalmente impostone alle mie debolezze il cimento, dalle confidenze mie con Rezep primo Visir e col Cancellier Grande, senz' alcun interesse di spesa, ottenni un comandamento del Re alli suddetti confinanti, che desistessero dalle molestie, affermandosi nel comandamento tutte le sedici ville, che feci particolarmente nominare, esser di ragione della Repubblica. A questo Eccellentissimo Senato inviai due autentici trasunti del comandamento del Re, acciò qui ed in Dalmazia valessero in ogni caso per la notizia e decisione del negozio.
Ho sopite molte querele per moti ai confini e fatto distrugger in quei tempi le fuste di Castelnovo, accidenti di male conseguenze quando non si sopprimano.
Per la galeotta abbattuta al Valapano col panò del Re, col qual io stesso lo vidi uscir da Costantinopoli con l'armata, sostenni con Mustafà Bassà, cognato della Maestà Sua e Capitanio del mare, gravi disturbi, come è noto a questo Eccellentissimo Senato; mentre, oltre gli altri che taccio, questo barbaro ministro un giorno soprafatto dall'impeto nel racconto della galea suddetta, percosse con la mano in mia presenza il dragomanno Grillo. Sostenni in quel punto l'offeso decoro di Vostra Serenità, con levarmi sul Capitan Bassà in posto di giusto sdegno, affermando l'atto inumano, indegno d'uomo grande, ed asceso il cavallo me ne andai a drittura al primo Visir, che, circondato da molti, intese da me con le maniere proprie l'accidente seguito con offesa di rappresentante Principe grande, potente, sincero amico della Porta. Gli dissi d'averne prima voluto dar notizia a Sua Signoria Illustrissima per farne poi Arz a Sua Maestà. Detestò pubblicamente l'eccesso del Capitan Bassà, promise di apprender e risolver a segno del dovere questo incontro; ed ai replicati miei detti del ricorso al Re, soggiunse di voler egli prendere sopra di sè il negozio, e che perciò potevo in esso riposar, lo sapendo ben, che con il ricorso al Re contro il gusto del primo Visir, col qual in ogni caso la Maestà Sua averia fatto capo, non potevo se non pregiudicarmi nell'esito, e perchè l'apprension del negozio nel primo Visir era quel più che in quel punto desiderar potessi, accettai il partito, considerandogli che, come Luogotenente e Commissario del Re, potevo credere aver fatto capo con la Maestà Sua istessa, la qual potea dirsi offesa, per la offesa grave da suo principal ministro fatta alla Repubblica nella persona d'un suo dragomanno alla presenza di chi (vaglia a dir il vero) con universal soddisfazione la rappresenta, e nell'avvenire ritirato attenderà i proprii ripieghi per le risoluzioni proprie. Mi replicò il primo Visir che sopra di sè toglieva questo negozio e mi promise le sodisfazioni dovute, che procurai con le circospezioni al segno del possibile. Però fu ripreso in pubblico Divano il Capitan Bassà, con termini assai liberi dal primo Visir, da che si può comprender che ciò seguisse con facoltà, se ben occulta, del Re, e perchè me ne pervenissero, come segni, le relazioni di chi vi si trovò presente. Dopo il Capitan Bassà mandò ministro suo principale in mia casa a chiedermi perdono con la confessione del trascorso. Disse desiderare di vedermi per onorarmi e rendermi a pieno soddisfatto. Corrisposi con quei termini di gravità e decoro che stimai necessarii e conferenti, astenendomi, per allora, dalla visita, per la qual fattemi replicar l'istanze e avendomene tenacemente pregato il primo Visir, accertato prima di quanto seguì, lo sodisfeci, essendo venuto nella casa di Vostra Serenità altro ministro principale del Capitan Bassà per accompagnarmi a lui. Giunto, levatosi in piedi mi disse: ho fatto male mosso da collera, confesso, vi prego di escusarmi. Dissi in poche, ma seriose parole che l'atto non fu proprio, e mentre viene da Sua Signoria Illustrissima confessato e riconosciuto per tale, volevo scordarmelo per compiacer il signor primo Visir ancora, e che sopra quanto seguì potrà dimenticarsi per l'avvenire. Soggiunsi che per l'istanze fattemi dal signor primo Visir, e per il desiderio di Sua Signoria Illustrissima espressomi col mezzo de' suoi Ministri, ero venuto a visitarlo, per continuar più che mai con sua Signoria Illustrissima i primieri segni d'affetto e di sincerità. Levato in piedi di propria mano mi soprappose una veste, e motu proprio diede la libertà ad alcuni schiavi, sudditi dell'Eccellenze Vostre, e mi partii, avendo risoluto il sopradetto spinoso negozio in pochi giorni.
Queste sodisfazioni piacquero a questo Eccellentissimo Senato, che ben conosce quello che da barbara e potente nazione può in casi simili (salvi gl'altri importanti pubblici interessi) da un Capitan del mare, cognato del Re, nei torbidi tempi d'allora per la Serenissima Repubblica, anzi desiderarsi che riceversi, e li accidenti ultimamente seguiti nelle persone degli Ambasciatori di presente esistenti, alla Porta, chiaramente lo dimostrano.
Nelle urgenze della Repubblica, in tempo dell'ingresso de gl'Alemanni in Mantova e nello Stato dell'Eccellenze Vostre, con altre gravi conseguenze, mi fu commesso di procurar quel più che di soccorso e di riputazione fossero da quelle parti per ricevere le armi di Vostra Serenità; ottenni una protesta del Re in ampla forma all'Imperatore, con la qual si dichiari di movergli le armi contro, quando l'Eccellenze Vostre dall'armi sue restassero offese. Questa protesta fu per espresso Capigì inviata al Bassà di Buda, che l'espedi a Vienna, di dove vennero le risposte che Abassà Bassà istesso significò con lettere a Vostra Serenità, la quale me le trasmise per notizia. Ad una sì aperta dichiarazione, nel cospetto de' Principi e nel torbido de' tempi per mio debol credere molto opportuna, ottenni d'aggiungere ordini del Re al Bassà di Bossina per insoliti potenti soccorsi alla Repubblica, con quella maggior quantità di gente che fosse richiesta in aperta maniera; la qual gente occorrendo e cosi ricercando Vostra Serenità si ponesse sopra l'armata della Repubblica, e quando l'occasion lo ricercasse, facesse sbocco ancora sopra gli stati del Cattolico. Furono da me espediti i comandamenti con lettera del primo Visir all'Eccellenze Vostre in ottima forma; le quali se ne valsero col beneplacito della loro prudenza, non avendo in affare di tanta importanza esercitata la facoltà impartitami di spender grosse somme di denaro corrispondenti al bisogno, ma soli cento e venti reali nel viaggio delli due Capigì in Bossina ed a Buda per li effetti sopradetti, come scrissi, per li quali oggetti mi furon concesse ample commissioni per estrazioni di genti e di grani in ogni parte, se ben alle volte eseguiti con incontri molesti, come fu quello del collonello Festamini fatto prigione a Negroponte e liberato con li miei uffici. A questo passo convengo riferire quello che riscontrai: che le levate di genti in Arcipelago riescono altrettanto costose, quanto poco utili, per il poco numero, con molto strepito, gravi interessi ed indignazione delli Capitani Bassà in particolare, che se ne risentono, nè v'acconsentono mai, per la depopulazione dell'isole d'Arcipelago, dalle quali traggono il profitto, e perchè minuendosi i popoli, li restanti maggiormente aggravati non possono sostener le gravezze del carazo, oltre che per esser vicini quei siti alla città di Costantinopoli, ivi sovente capitano le querele dei parenti dei soldati che vengono al soldo di Vostra Serenità, con l'instanze del ritorno, con pretesti di violenza che loro si usi; termini, che esperimentati da me, tengono più che mai in noioso esercizio l'Eccellentissimo Signor Bailo, come appar da sue lettere, ed impediscono gl'ordini per l'avvenire in altre parti. L'estrazione de' grani parimenti da quelle parti si rende sempre più difficile e pregiudiciale, mentre per il numeroso concorso de' vascelli ponentini a questo effetto, essendo li ministri avvertiti, e conoscendone il pregiudizio, difficilmente acconsentono, ascrivendo ben spesso li eccessi dei sopradetti vascelli ponentini a quelli della Repubblica. In altri tempi solevano li grani dai vascelli dell'Arcipelago portarsi spontaneamente in Candia con minor spesa e maggior comodo; li vascelli forestieri ne divertiscono di presente l'effetto: ogni allettamento, perchè ritorni, se non del tutto in parte il pristino, sarà molto proficuo, e le levate di gente dalla Dalmazia e dall'Albania molto più facili, meno dispendiose e utili sempre si renderanno. Mi sopravennero dopo le angustie della perfidia di Girolamo Fasaneo, che prima suddito, dopo contumace di Vostra Serenità, fatta lunga dimora a Napoli, passò banda e si fece turco, con pensiero di gravemente offender gl'interessi di Vostre Eccellenze con la pratica che tenea dello stato e degli affari con Turchi; soggetto d'esquisito ingegno con intenzioni pessime, appoggiato da principio ad Abassà Bassà in Bossina, di dove lo feci condurre a Costantinopoli. Ivi con varie fortune lo combattei e fu combattuto, mentre intruso nel tumulto delli Spahi, mi pressò del continuo appresso li primi Visiri e Capitani Bassà. Procurò di assalir la casa di Vostra Serenità di notte tempo con molta gente, alla quale prometteva parte dei 50,000 zecchini vanamente pretesi dall'Eccellenze Vostre per facoltà toltegli. Fu stornata nel tempo del fatto stesso l'aggressione dalla mano di Dio, per opera di un turco mio molto confidente, come scrissi. Compose e fece poner nell'idioma turco un libro con non improprii raccordi ed allettamenti di altrettanta utilità alla Porta, quanto maggiore saria stato il pregiudizio della Serenissima Repubblica. Questo libro capitato nelle proprie mani del Re ebbi privilegio di vedere, tenere e trasmettere a questo Eccellentissimo Senato, con la traduzione. Tentò le porte de' Grandi con varia fortuna e mio continuo travaglio; non fu esente dalle mortificazioni mie, tutto che allora non sortissero l'ultimo intento, al quale più d'una volta le addrizzai. In fine quando piacque a Dio di castigar le sue tristizie e scansar li pericoli, che da quel scellerato col tempo ed in opportune congiunture e pratiche sopra stavano a Vostra Serenità, partito da Costantinopoli ma accompagnato senza che se ne avvedesse, giunto alli confini di Clissa, gli fu tolta la testa e le scritture, che furono consegnate qui coll'avviso in un tempo istesso della sua morte, e con l'arrivo di mie lettere di Costantinopoli, che vicina, per concerto fattone, la predicevano. Furono di qui pure riconosciuti li cooperatori, astenutomi di farlo precedentemente con le facoltà che in ciò ample tenevo, acciò la speranza del beneficio dasse all'opra impulso maggiore di quello che per avventura fatto avrebbe la gratitudine.
Le continue querele e pretensioni de' Ragusei con frequenti ambascerie mi trattennero dal principio al fine del Bailaggio in continuo noioso esercizio, mentre insinuandosi anch' essi con le maniere proprie appresso li Grandi, ed uniti a tutti i mal contenti e mal' affetti alla Casa di Vostra Serenità, esagerando la miseria loro, eccitarono sovente nell'animo de' Grandi male opinioni, come che da Vostra Serenità fossero oltra modo angustiati nel Golfo e pregiudicati con atti violenti di possesso nello scoglio di San Marco ed altri luoghi. Io li ho sempre sostenuti con frutto e con decoro, e due volte stornata la missione di un Chiaus e Capigì Bassì, che in diversi tempi furono eletti dal Re per venir in questa città a trattar questo negozio, il che saria riuscito con poca riputazione, molta spesa e gravi pubblici pregiudizii. Feci apparir il supremo dominio di Vostra Serenità nel Golfo: massima che ho bene impressa, e con essa dedotte le conseguenze della libera esazione de' dazii in esso, e il scoglio d'indubitata giurisdizione della Serenissima Repubblica. Dissi nel resto la di lei disposizione ad udirli ed esaudirli nelli termini del giusto graziosamente. Procurai discreditarli con le intelligenze continue che tengono con li Principi inimici della Porta, e con le macchine che fabbricano gli Spagnuoli contro i sudditi dell'Imperio.
Serenissimo Prencipe, Eccellentissimi Signori, questo gravissimo negozio maneggiato del continuo dai Ragusei, potria un giorno apportar gravi disturbi. Così appunto mi disse Rezep primo Visir, non ostante la sua buona inclinazione, compatendoli e pregandomi per pietà, se non per altro del loro sollievo. Viddero un giorno il Re con occasione di presentargli il tributo, che di 12,000 zecchini ogn' anno pagano alla Porta, piansero e si batterono al cospetto della Maestà Sua, che non intendendo la loro lingua addimando a Rezep primo Visir la causa di queste lacrime. Questo buon ministro pratico di quell'idioma, le interpretò tenerezza di cuore ed eccesso di consolazione nel vedere la faccia dei loro Imperatore, esercitando in ciò il solito suo buon talento verso il rappresentante l'Eccellenze Vostre. Così a punto mi riferì il presente primo Visir, che allora v'intervenne. Ma non sempre s'incontrano, Serenissimo Prencipe, questo singolari confidenze, anzi sovente il contrario, da che contrarii effetti si possono dubitare. Non ha dubio la necessità di stornar il loro negozio in Ancona, che con diversione considerabile mortalmente ferisce quello di questa città, onde prudentissime riescono le deliberazioni di questo Eccellentissimo Senato. Ma è certo ancora, che ogni giorno più deliberando, e finalmente annichilandosi le fortune de' Ragusei, quando lor sarà affatto impedito in ogni luogo il negozio, confinando la loro breve città senza territorìo con l'avarizia de' ministri turcheschi, dai quali vengono di continuo estorti, potranno ridursi all'estremo della disperazione con precipitose deliberazioni; termine facile da comprendersi, e dalli Ambasciatori stessi, dopo ch' io resi vani i loro forzosi tentativi, venuti d'ordine del presente primo Visir nella casa di Vostra Serenità per pregarmi di buon officio appresso Vostre Eccellenze, espressomi con lacrime e con asseveranti proteste d'esser vicini a darsi affatto con la città loro in poter assoluto del tiranno, così chiamandolo, non ostante che meco convenissero, quanto importi una simile, non impossibile, deliberazione, che facilmente succederà nei casi sopradetti.
E Vostre Eccellenze, con la somma loro prudenza lo comprendono, per il sito della città e per il porto di Santa Croce, capace di grossissima armata, e per le altre conseguenze del golfo.
Da quanto ho sopradetto, voglio inferire, che non potendo i Ragusei sostenersi senza negozio, non dovendosi permetter loro quello d'Ancona, l'agevolare ad essi quello in questa città, saria di minor pregiudicio; oltre che tenendo loro qui parte delle fortune, più circospetti procederiano verso i pubblici interessi alla Porta ed altrove. Alla somma sapienza di questo sapientissimo Senato riferisco i miei riverenti sensi, che il zelo della patria mi fa con ardita confidenza proferire.
Ho procurato il commodo e l'indennità a mercanti sudditi, con decoro. Fu morto da un polacco messer Girolamo Agosti mercante, in propria casa; il giorno stesso il reo ritenuto, fu da me constituito e condannato alla morte; la mattina seguente uscito dalla casa di Vostra Serenità fu condotto al supplizio nel mezzo della città di Galata di rimpetto alla casa dell'Agosti, con innumerabile concorso di popolo ed ammiratione delli Ambasciatori residenti; mentre una simile suprema autorità di esercitata giustizia nella vita di soggetto non suddito, nelli stati e sopra la faccia d'altro Principe, fu vacua d'esempio.
Ho ottenuta la libertà a schiavi per quanto ho potuto; essendo questa per le capitolazioni la più giusta, ma per li privati interessi la più ardua intrapresa. Ho sostenuto con la mano di Dio, e difeso il culto della nostra santa Religione in Gerusalemme, ove quelli santi luoghi furono constituiti a tempo mio in evidente procinto di perdersi, colle vite di quei buoni religiosi, che perciò si ritirarono in pericolo di perire. Così m'è successo, in altri luoghi dell'Imperio ed in Costantinopoli, delle Chiese che in quel tempo stettero per cadere. Ho sottrati dalla pena della morte più d'una volta Religiosi ed altri sudditi di Vostra Serenità, alcuni innocenti, altri non senza colpa, come di tempo in tempo scrissi e non replico, non essendo di mia intenzione l'ostentar, ma il riferir, e della relazione il fine essendo l'utile, non l'ambizione.
Una sola natura di negozj trattati da me, non è mai riuscita, nè riuscirà, stante le cose come stanno, mercè che in essa vana si rende l'autorità di chi comanda, mentre è perduto il rispetto in chi obbedisce. Questi sono gli affari attinenti alla Barberia circa il castigo de' Corsari, e la ricuperazione delle prede fatte a sudditi di Vostra Serenità, sendo gl'uffici sempre in vano eseguiti; mentre a questi contrappone il Visir le vicendevoli offese che li vascelli di Barberia ricevono da quelli dì Vostra Serenità, che dissi meritate, per le continue insopportabili aggressioni loro, e soggiungo non aver Barbareschi capitolazione con la Repubblica, quasi che non fossero come sudditi dell'Imperio nella capitolazione con la Porta compresi, a segno che dopo le suddette deboli difese, il primo Visir ed altri Grandi convinti confessano aver perduta l'obbedienza in quelle parti, e che per ricuperarla altra forza, che di un comandamento del Re, fa di mestieri, com' è in effetto: mentre divisi quelli Regni possono dirsi non corrispondono alla Porta denaro, si reggono con ordini particolari, ricevono il Bassà più tosto perchè fra di loro una parte non superi l'altra, e per il pagamento delle milizie, che perchè eserciti autorità e comando, ma più tosto corre pericolo della vita. Feci in due tempi per commissione dell'Eccellenze Vostre due espedizioni in quelle parti di ministro del Re. La prima fu per ricuperar le genti e robbe del preso vascello Pessebrun, al qual' oggetto espedii un Capigì in Tunisi ove senza più cambiò col venen la vita. La spesa fu fatta da me per addossarla d'ordine pubblico sopra gl'interessati nell'affare, nel che ho fatto la parte mia. La seconda espedizione commessami, fu d'un Chians ed un franco suddito di Vostra Serenità, per il grave eccesso della presa delle robbe tutte e della famiglia dell'Eccellentissimo signor Ambasciator Cornaro nel passaggio alla Corte di Spagna.
Questi subito giunti, furono fatti partir con gravi comininatorie d'esser posti al palo. Capitato di ritorno il franco in questa città, rifferì quello che non replico. Il Chiaus a Costantinopoli mi riportò l'istesso che allora scrissi. Così occorse alli altri Principi, gli Ambasciatori de' quali del continuo si querelano con proteste di rottura, come fece Monsieur di Marchioville Ambasciator di Francia ultimamente fatto partire; il qual protestò al Capitan Bassà, per nome del suo Re, la guerra alla Porta per il corso dei Barbareschi, ed il Capitan Bassà gli rispose, che di questa guerra il Re averia data la cura all'istessa Barberia. Così dissimulandosi da' Turchi la inobbedienza di quelle genti per non perderle affatto, ricevono in buona parte le loro offese a Principi Cristiani, perchè con queste resta interrotta quell'intelligenza che potriano seco tener in pregiudizio della Porta, e si converte in altrettanta avversione, della quale possono i Turchi, occorrendo, valersi contro la Cristianità; oltre che dai vascelli di Barberia restano difesi i mari del Re: perchè mentre l'Armata passa in mar Negro per le guerre contro i Polacchi e le incursioni de' Cosacchi, da loro dipendenti, l'Arcipelago (fatto ne' tempi presenti si può dir porto de' vascelli di Ponente in numero e qualità considerabile) saria corso con facile infestazione dell'isole fino alli Dardanelli, se li vascelli di Barberia non vi capitassero ben armati, e quando l'armata vien in mar Bianco servono a considerabile rinforzo. Concludo vano ogni altro tentativo di rifacimento, che quello della forza, nell'incontro dei vascelli di Barberia, e perciò sommamente necessario il miglior armamento de' nostri per scansar li pericoli, giacchè non si possono risarcir li danni; e sopra il tutto preservar quella parte di stato che è più esposta alle incursioni di costoro, che sono i mari e le isole di Levante ed il regno di Candia alle marine.
Le intelligenze de' Bei e Sanzacchi alle marine, della Morea particolarmente, con partecipazione delle prede, fomentano il corso con totale esterminio della marinarezza, nervo delle armate, e con diminuzione dei popoli, che per ciò rendono le isole più deboli e più esposte. Gli uffici del Bailo di Vostra Serenità per stornare le connivenze de' ministri Turcheschi con quei di Barberia, e per il castigo d'alcuno, sono più che necessarii. Il presente Capitan Bassà a mia giusta petizione levò la galea al Valapano, che di nuovo scorreva le acque del Zante e della Ceffalonia, se ben costoro, mentre non restino affatto estinti, presto si rimettono in grazia e sovente nel servizio del Re. Oltre il buon governo e la custodia di quelle parti è necessario di impedire il ricovro alle galee di Malta ed altri vascelli di Ponente, che corseggiano quei mari, mentre i Turchi molto se ne risentono per la commodità che lor si permette dei porti, viveri ed avvisi, senza i quali li nemici loro non potriano fermarsi in quelle parti, da che nascono le alterazioni degli animi, e nascer possono gravi disturbi e pregiudiciali pretesti: come di presente s'intende aver perciò il Capitan Bassà posto una guardia a Navarin con alquante galee, che causeranno pregiudiciali effetti, mentre da questi si procurerà di riconoscer, non senza provecchio, i vascelli di Vostra Serenità nel passo per Levante, e se questi per sottrarsene si teniranno più allargati in mare, possono correr altri pericoli, e se le nostre galere in quelle s'incontreranno, segua che si vuole, tutto sarà male: perchè battute soccomberanno con danno e poca riputazione, battendo potriano cagionar gravi inconvenienti.
Ho detto le parti che costituiscono e consolidano l'Imperio, che sono le forze terrestri e marittime. E perchè non con queste solo ma col consiglio ancora si sostentano gli Stati, avendo di questo tocca quella parte che ha riguardo al Governo e comando dei popoli, mi resta quella che mira all'intelligenza coi Principi, mediante la quale si rendono più sicuri li dominii in sè stessi, e più forti contro li loro aggressori. Con questo ultimo capo, principale e necessario, chiuderò la mia relazione. Supplico questo Eccellentissimo Senato, che a quella pesante carica mi sottopose, e con proprii e sapientissimi documenti in essa mi sostenne non infruttuoso, mi sostenghi nell'obbligo ancora di questa restante breve considerazione, nella quale non abuserò il tempo, nè la benignità, stimandole cose preziose.
Tiene la Porta con li Principi della loro setta varia intelligenza. Col Re di Persia, che è il più forte, e secondo loro, scismatico per le diverse interpretazioni sopra Maornetto, sono i Turchi, per tanti passati successi ed in particolar per la sorpresa di Babilonia, in aperta guerra. Questo Principe se ben non ha forze comparabili alle Ottomane può però col valor delle milizie e loro disciplina resistere far progressi considerabili. Hanno i Turchi per spazio d'otto anni continui procurato di ricuperar quella Piazza, ma con lunga esperienza sotto diversi primi Visiri, con eserciti innumerabili ed immensa spesa esperimentato esser inespugnabile per le fortificazioni fattevi dopo da Persiani nel di dentro. A quei confini di presente si ritrova il primo Visir con l'esercito in stato più tosto di difesa per le aggressioni del Persiano sopra Van. Capitò a tempo mio Ambasciator di Persia per il negozio di pace e fu onorato e ben trattato ma insistono i Turchi nella restituzione di Babilonia, a che i Persiani non acconsentiranno mai, perchè oltre il momento della Piazza, in essa si conservano le ossa di Alì, che dopo Maometto riveriscono per verace commentatore delli sensi di quello, per li quali dissentono dai Turchi. Non si mostra però il Gran Signore alieno dal negozio, come tuttavia s'intese dalle lettere dell'Eccellentissimo Signor Bailo, averne proposta la consulta. Questa guerra con Persiani è la più stimata dai Turchi come di forte incontro, ed alla qual con grande incomodo s'incaminano le milizie, perchè avanti che giungano al confine, corrono tre mesi, e capitando in paesi diversi si constituiscono sovente in molte necessità.
Dopo il Re di Persia vi sono i Tartari confinanti ai Persiani, a' quali la Porta in altri tempi, e in quelli di Usbech in particolare, con il fondamento di questi inferiva gran danni; dopo si frapposero le diffidenze.
Li Tartari Precopensi sono più facili ad unirsi con Turchi contro Polacchi e Persiani, come fecero al tempo mio.
Per l'istesso riguardo dei Polacchi, e per il confine ancora, conserva la Porta buona intelligenza col Gran Duca di Moscovia, del qual viddi gl'Ambasciatori, che vennero a Costantinopoli, per ricercar aiuti nelle mosse contro Polonia.
Dopo queste vi son quelle, che più tosto dir si possono dipendenze, che intelligenze, della Moldavia e Vallachia, con obbligo di contribuzione di genti in occasione di guerra alla Porta. La Transilvania, tutto che in essa il Principe venghi eletto dalli Grandi e dal Consiglio della Provincia, dipende però con annuo tributo dalla Porta, con quelle conseguenze, che li fatti di Bettelen Gastor ne' tempi andati dimostrarono.
Fra' Principi Cristiani, contro i quali Maometto commette una continua insecuzione con l'armi, e per ciò non potendo, per legge, la Porta conservar amicizia e intelligenza, lo fà per canon, da loro osservato in casi simili, come ho sopradetto.
Tengono in esistimazione il Pontefice, non tanto per il dominio e forze temporali, quanto perchè lo credono, per sovranità e dignità, sopra gli altri atto ad unirli contro l'Imperio.
Con la Casa d'Austria in generale conservano talenti di gelosia, esistimazione ed emulazione alla Monarchia. Tuttavia di presente con l'Imperatore conserva la pace, se ben da continue reciproche scorrerie sovente alterata. Rezep primo Visir a tempo mio era molto inclinato a conservarla, dicendomi, che il Re non averia senza provocamento rotto il giuramento di essa. Anzi che ingelosito questo ministro dei progressi dei Svedesi, non inclinava al loro, tutto che remoto, avanzamento. Dopo capitò alla Porta un Ambasciator del Re di Svezia, che unitamente con quello delli Stati ivi residente, impressero il presente primo Visir, che volontieri ode i loro progressi, e quando l'Imperio fosse libero da altre guerre, inclinerebbe a quella coll'Imperatore; quello che senza provocamento di presente non risolvono i Turchi di fare: perchè sì come una guerra all'Imperio Ottomano si rende più che necessaria, mentre oltre le speranze di acquisti, trattiene le milizie in esercizio, lontane da quegli eccessi, che l'ozio, il numero e la certezza della paga loro somministrano, onde serve per cauterio, e purga dai nocivi mali umorì, così molte volte difficilmente possono sostenersi; da che si deduce il verisimile, che non continuino quelle di Persia e di Polonia, ma una di esse si termini facilmente. Quale di queste due, difficile è il pronostico; mentre in quella i Persiani forti ed aggressori si sosteniranno vigorosamente con speranza di prosperi successi, stante la debolezza delle vicine e la diversione delle remote nemiche forze; ed in questa di Polonia l'assistenza della stessa persona del Re, pone la Maestà Sua in obbligo maggiore all'insistenza ed alle intraprese, che più agevoli e più accette si rendono alle milizie per il commodo e vicinità del confine.
Col Re Cattolico continuano gl'effetti d'inimicizia, scorrono le armate li mari reciprocamente con aggressioni e con prede regnano più che mai le diffidenze opportunamente nodrite. Nel tempo mio, non scopersi alcun negozio di tregue; ciò non ostante, con buona occasione, discorrendone io con Rezep, primo Visir, mi confessò li tentativi d'altri tempi per parte dei Spagnuoli, e le accessioni della Porta, ch' io dissi ed egli affermò pregiudiciali ed insidiose, con fine di coprirsi, e sotto il manto d'amicizia praticar li Stati, sovvertir li sudditi, e sopraffare l'Imperio.
Il Re di Francia è tenuto in confidenza, e stima, chiamato da loro con la parola Padissà, che vuol dire Imperatore, ed alle volte il nome de' Cardas, che significa fratello, tenendosi per tradizione le memorie di matrimonio seguito fra un Imperatore Ottomano e Donna Francese di buon sangue, tenuta in schiavitù. Denominansi tutte le nazioni Cristiane sotto nome di Franchi alla Porta. Si conserva la memoria delle impese Francesi in quelle parti e dell'istessa Città di Costantinopoli. Conoscono contrappesarsi dalle forze francesi quelle del Cattolico. Tengono i Turchi un colonnello Francese con cento dell'istessa nazione, del continuo pagati alla Porta. Questi con mala apparenza obbligati ad uscir alle guerre sono famigliari nella Casa del Signor Ambasciator di Francia, il quale per l'ordinario altro affare non tiene, che di protezione sopra la nazione ed il negozio.
Il Re d'Inghilterra per il quale pure risiede un Ambasciator in Costantinopoli, col mezzo del negozio viene conosciuto e praticato, mentre poderosissimi vascelli con pannine, stagni, azzali ed altro, sovente capitano in quella Città, senza altra relazione o maneggio di momento alla Porta.
Col Re di Polonia, che tengono per confidente ed unito con la Casa d'Austria, i Turchi di presente hanno rotta la pace, che sovente sturbano i Cosacchi alli confini, parte dei quali dipendenti da quel Re e difficili da contenersi in officio cagionano di presente la rottura. Questi a guisa d'Uscocchi già infesti alla Repubblica, ma in numero molto maggiore, abitando le rive e marine del fiume Boristene, entrano nel mar Negro con quantità di barche dette Saiche, e ritornano in casa senza poter essere seguitate dalle galee per l'angustia delle barche nella fiumana. Hanno i Turchi da alcun tempo in qua fabbricato galeotte più proprie all'insecuzione. Queste genti sono, in numero e per ordine considerabili, uscite alle volte con trecento saiche, penetrate nel canal del mar Nero sei miglia lontan da Costantinopoli. Divertiscono in questi casi l'Armata dal mar Bianco, e tengono le forze di mare in esercizio. I Tartari a quel confine frenano alle volte le mosso di questi, con le scorrerie nelle vicine campagne di Polonia.
Il Gran Duca di Toscana entra nelle istesse diffidenze del Cattolico appresso i Turchi; con segni d'aperta inimicizia infesta i mari con vascelli, galere, ed ultimamente con galeazze. Teneva in Saida grande confidenza con quell'Emir, che di presente resta debellato. Con questo Principe alcuna volta s'introducono i negozii di pace, li quali, conosciuti annessi a quelli del Re di Spagna, conservano l'istesso poco credito e inclinazione.
Gli Stati delli Paesi Bassi, da pochi anni in qua, per l'accrescimento de' negozii hanno introdotto un Ambasciator, il quale oltre l'assistenza alla nazione e al commercio, si maneggia e introduce, con insinuazioni nell'animo delli Ministri principali, concetti molto conferenti agli interessi de' suoi Signori, e poichè per lo spazio d'anni quattordici egli dimora in quelle parti ed è pratico della lingua e del paese, non riesce infruttuoso.
La religione di Malta è del continuo infesta a' Turchi, li quali oltre il danno, si risentono in veder che un breve scoglio che stimano meno di uno dei loro Sanzacati, inferisce loro tante molestie, osservando con mal' animi il ricetto e fomento che da altri Principi riceve.
Tiene il Re con la Serenissima Repubblica pace e ottima intelligenza fondata sopra le capitolazioni, coltivata con le assistenze dei pubblici Rappresentanti, nodrita con dimostrazioni cortesi e concetti proprii di stima che senza di lei non possano unirsi li Principi Cristiani contro la Porta. Resta in oltre corroborata questa Pace col negozio a Costantinopoli ed altre scale dell'Imperio. Quanto importi questa amicizia e buona intelligenza all'Eccellenze Vostre, lo dice il sito delli stati di mare constituito in confine con quello dell'Imperio, la frequente vicinanza delle comuni armate, il soccorso de' grani per l'isole del Levante e per la fabbrica dei biscotti, l'utilità del negozio, dal qual per la maggior parte si traggono li proventi delli dazii in questa Città e col quale s'accrescono le facoltà de' privati, che finalmente sono il fondo dell'avere dei Principi. La facoltà che tiene la Serenissima Republica con la quiete da questa parte, d'attender alla sicurtà dello stato in Terra ferma, senza una sì potente diversione anzi con rinforzo di genti suddite dell'Imperio, e come dianzi ho detto con dimostrazioni e dichiarazioni aperte, e patenti d'unione seco nelli casi estremi, nelli quali opportuni si rendono li estremi partiti, e con aver li mari aperti, e non sospetti al fine suddetto, sono termini che chiaramente le dimostrano il frutto e la necessità. Dall'altra parte, la potenza, le forze terrestri, numerose, sempre pagate e pronte ad ogni confine; le maritime facili a rimettersi ed aggrandirsi; il Regno di Candia, argine forte agli altri stati di Vostra Serenità, porta marittima d'Italia, antemurale della Cristianità, che del continuo mirato, si può dir, dal Serraglio del Re, vien conosciuto per il più proficuo acquisto, e per la più addattata Corona, che sopra tant' altre possa l'Imperator ponersi in testa. In oltre se si ha riguardo alle forze della Repubblica, insuficienti per sè sole a resister ad una mossa de' Turchi, riuscendo per esperienza dubie, deboli, tarde e sospette quelle di altri Principi, alcuni de' quali volontieri la vederiano constituita in bisogno di loro da questa parte, ed in ardua potente diversione dall'Italia, dove mai volontieri vedono la Republica sostener con le forze e col consiglio sè stessa e la Provincia in libertà, sono termini che fanno apparir, doversi questa sopra tutte le altre amicizie conservar con puntualità, nutrir con sincerità e confidenza, preservar con le dissimulazioni, e con scansar e supprimer l'occasioni di rottura negli accidenti, che sovente occorrono a' confini e nelle armate: perchè come facilmente da queste potria trarre origine una guerra, come occorse nel 1537, così difficile e infausto si renderia il fine, come li esempi delli tempi suddetti lo dimostrano; mentre dopo immemorabili dispendii, diffidenze, pericoli e perdite, la pace si concluse con volontaria capitolata consegna di stati, ed esborso di gran somma nell'ultima guerra del 1571, la perdita del Regno di Cipro fu detta vittoria, e la vittoria nel conflitto non ebbe il beneficio dell'uso, ma bene della preservazione degli altri stati di Vostre Eccellenze che molto maggiori possedevano nel Levante in sè stessi più forti e vigorosi. Ora nello stato presente delle cose pur troppo note, quanto fia di mestieri il scansarne l'occasioni, ed operar con tutta circospezione per non risentirsi da quella parte, alla somma sapienza di questo Eccellentissimo Senato, stimo superfluo il dirne più. E per ciò passerò sotto silenzio quella parte, che mira alli necessarii movimenti, e presidii per l'avversa fortuna, che la mala disposizione de' ministri, ovvero il genio degli Ambasciatori potesse cagionar; per lo che la pace con la Porta dove esser armata, o provveduta per armarsi.
Il negozio di Costantinopoli ed altre scale del Levante, è molto declinato. Le prime cause della perdita del Regno di Cipro, della pratica delle Indie, e del ricapito delle nazioni forastiere non possono rimuoversi, da che nasce, stanti le cose come stanno, la impossibilità del suo ritorno in pristino. Il rimedio per non estinguerlo, è la conservazion della navigazione, il buon armamento dei vascelli, la perfetta fabbrica dei panni in questa città, in tal caso sempre a gl'altri preferiti, e la conservazione della scala di Spalatro; il resto attender dal tempo e dalle congiunture. Per questa declinazione di negozio li Cottimi si rendono assai scarsi, e quello in Constantinopoli in particolare che di gran lunga non supplisce al pagamento dei stipendìati, mentre ridotta la maggior parte del negozio in Turchi ed Ebrei, che al Cottimo non vogliono esser sottoposti, a pochi si restringe con diminuzione continua. Se si facesse esigerlo di qua, più facile saria che gli Ebrei vi concoressero, essendo riscossa la gravezza nelli stati di Vostra Serenità ove non potriano ricusarla per levar le loro mercanzie. S'erano introdotti nelle case de' nostri mercanti giovani forestieri, li quali, con le corrispondenze in Germania, Fiorenza ed altri luoghi, introducevano il negozio proibito a sudditi di Vostra Serenità per le scale forastiere, con notabile pregiudizio di questa piazza. Oltre che in occasione di prede fatte dai Vascelli di Fiorenza, o altri nemici della Porta, possono le case de' nostri mercanti, e le fortune dei loro Maestri, ricever sinistri incontri, per le pretensioni che i Turchi potessero aver in esse, stante la coabitazione di gente forastiera, e della nazione che avesse commesso l'eccesso in corso. Scrissi per tanto a questo Eccellentissimo Senato l'uso di fresco introdotto, e mi fu commesso di comminar ai mercanti sudditi l'astenersene, avendone Vostre Eccellenze formato il decreto. Così feci col farne uscir alcuni, e registrar la parte nel capitolar del Bailaggio per la sua utile e necessaria esecuzione.
Vostra Serenità tiene alla Porta nel ministerio di Dragomanno li più sufficienti soggetti che si ritrovino in quelle parti, così nel parlare come nel leggere e scrivere elegantemente, e negoziare.
Quanto importi questo impiego è facile il comprenderlo, mentre alla fedeltà e talenti loro si rimettono le forme del dire nell'idioma Turco, ignoto al Bailo, che dall'effetto solamente ne conosce il frutto, senza altra previa cognizione che quella che l'esperienza e la divozione di questi ministri alla Serenissima Repubblica li somministra. Per esser aggregati in questo numero, alcuni nati in quelle parti, figliuoli e dipendenti da Dragomanni; altri di questa città con profitto si vanno disciplinando della lingua nella Casa di Vostra Serenità. Questi vagliono col tempo a rimettersi nella professione suddetta, la qual come alla Porta, ove questi vengono disciplinati, può mantenersi facilmente; così alle scale di Aleppo, Alessandria, Smirne, sovente mancano li soggetti, ed in Dalmazia in particolare, ove tenendo Vostra Serenità tanto confine, e negozio con Turchi, saria di mestieri che del continuo assistessero dei Dragomani, uno de' quali particolarmente tenesse la facoltà di leggere e scrivere, mentre sovente per l'imperizia di questi tali le scritture vengono maneggiate da Ebrei ed altri non stipendiati dalla Repubblica.
Ritrovai al mio arrivo alla Porta che l'Eccellentissimo Signor Sebastiano Venier, di presente Procuratore, sosteneva la carica con somma dignità e decoro dell'Eccellenze Vostre, e con quei profitti che furono di tempo in tempo appresi da questo Eccellentissimo Senato. Fui dall'Eccellenza Sua onorato quanto non meritai, se non in quanto dovea rinunciarmi la carica di Rappresentante la Serenissima Repubblica in quelle parti; carica ineguale al mio debole talento, che tuttavia procurai di sostenere con quel maggior decoro che potei nel maneggio de' negozi, ne' quali ritrovai nudrite le buone intelligenze e disposizioni de' Ministri grandi del governo, appresso i quali l'Eccellenza Sua lasciò degno concetto della sua virtù.
Ho ricevuto l'onore della successione dall'Eccellentissimo Signor Pietro Foscarini, opportuno potente soccorso agl'interessi di Vostre Eccellenze, mentre con la prudenza, costanza, desterità, affabilità, splendore, e con le utili conferenze in piena e decorosa maniera rappresenta questa Serenissima Repubblica Principe grande, potente, amico sincero della Porta, come Vostre Eccellenze in fatto conoscono, ed io in quei brevi giorni, ne' quali ebbi l'onore d'essergli obbligato, previdi ed esperimentai. Ricevè da me ogni segno d'ossequio ben osservato e decoroso nel cospetto degl'altri Ambasciatori. Apersi in oltre all'Eccellenza Sua tutta la confidenza e conferenza delle mie deboli esperienze al più compito segno; termine sommamente necessario a' pubblici interessi.
Seco capitarono a Costantinopoli gl'Illustrissimi Signori Alvise Paruta fu dell'Illustrissimo signor Alvise, soggetto di sodi talenti, degni d'impiego a pubblico profitto. Tommaso Contarini figliuolo dell'Illustrissimo signor Gasparo, che, con degna vivacità di spirito ed inclinazione, forma di buona riuscita ottime speranze. Andrea Valier figliuolo dell'Illustrissimo signor Giulio che colla intelligenza somministratagli dallo studio previene l'età, e con la curiosa pratica d'alieni paesi si prepara al migliore servizio di Vostre Eccellenze. Questi Signori con splendore comparsi, e con nobili maniere trattenutisi alla Porta, hanno illustrato i loro nomi, e decorata la Patria, onorando la persona mia fino in questa città.
Meco di qua partì Lorenzo mio Nipote, figliuolo del signor Andrea mio fratello, il quale dopo il corso delli studij s'è applicato a quelle mosse, che instituiscono a ben servire. Li disagi del cammino lo condussero (posso dir) dalla Patria alla sepoltura, e la mano di Dio lo preservò. Ritornato, si portò da sè stesso alle Corti di Germania, Francia ed Olanda, di dove ricevuto l'onore di servire gli Eccellentissimi Ambasciatori della Serenissima Republica, passò in Inghilterra, ritornò in Francia, dopo si condusse a Roma con le osservazioni proprie, necessarij decorosi dispendij, con oggetto e con brama di non riuscir inutile alla Patria.
Mio Segretario fu Messer Angelo Alessandri, ben noto a questo Eccellentissimo Senato, per molti utili servizj alle Corti, e alla Porta appresso cinque Rappresentanti Vostra Serenità. Le condizioni del soggetto sono appunto quelle che ricerca il ministerio, la modestia, la fedeltà, la diligenza, e la sufficienza, con le quali si rende degno della publica grazia. Per ordine di Vostre Eccellenze restò coll'Eccelientissimo signor mio Successor, che con l'esperienza stessa ne dirà l'istessa sodisfazione, che del suo servizio compita confesso aver io ricevuta.
Messer Vettor Bon fu mio Coadiutore, indefesso nello scrivere, ed elegante, quei buoni talenti con li quali ha adempito li numeri del suo servizio, dopo molti altri in altre occorrenze. Ora destinato alla Corte di Spagna accresce il suo merito, e col merito la confidenza nella grazia di Vostra Serenità, mentre potendo ella promettersi il frutto stesso, egli di presente spera gl'effetti della pubblica munificenza, che non abbandona mai chi ben serve.
Quanto alla persona mia, Serenissimo Principe ed Eccellentissimi Signori, dopo aver riferito quanto conosco e praticai degno della pubblica notizia, tacerò con rossore quello che non ho operato per deficienza di talento, assicurando questo Eccellentissimo Senato, che ne faccio rigorosa penitenza col dolore. Supplico dunque d'esserne iscusato, compatito ed assolto, con la legge che viene adempita dall'uso di quanto si può e dal desiderio di più poter, come ho fatto io in continue applicazioni, agitazioni, angustie e penosa cognizione de' miei fiacchi talenti per esse. Con questi ho procurato di eseguir gl'ordini di questo Eccellentissimo Senato, di tempo in tempo trasmessimi, con ogni puntualità e col risparmio di quella spesa, che in molte delle sopra narrate occorrenze ben sortite, tenevo in grande facoltà e non esercitai, avendo del continuo applicato l'animo alla riserva nell'ordinario dispendio per Vostra Serenità in quelle parti, ed in particolare nell'utilità delle monete, per la quale, come appar da distinto conto resone, Vostra Serenità resta beneficiata de ducati diecimille. Quando speravo di goder dopo tante fatiche necessario riposo, mi vidi, appena giunto, posto nell'impiego del Sindacato ed Inquisitorato nel Levante. E mentre in questa funzione vengono munite le debolezze mie dall'assistenza di due prestantissimi Senatori, soccombo al peso prontamente, come sempre farò in servizio della mia Patria, alla quale tutto devo, perchè tutto confesso aver da essa ricevuto.
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Costantinopoli Pietro Civran 1682
Serenissimo Principe.
Sebbene alla Corte Ottomana tutti i maneggi dei Ministri del Principe riescano difficili, e quasi impenetrabili gli arcani politici, per la fierezza e barbarie di chi regge e amministra l'impero: l'autorità delle leggi non mi esenta dall'obbligo di riferire in questo augustissimo luogo le più notabili osservazioni fatte dalla mia debolezza sopra quel governo, fondato sopra le rovine di tanti regni e provincie, accresciuto per le discordie de' Cristiani Principi, asceso a posto di così elevata grandezza, che qual altra terrena Deità esige da' sudditi più adorazione che ossequio, e come monarca più grande, che abbia sede in Europa, occupa sopra ogni altro potentato la maggioranza: effetti tutti lagrimevoli delle fatali discordie dell'afflitta Cristianità, lacerata del continuo da' propri figli, sempre più, esposta ai furori dall'empio voto, che con forze non inferiori al disegno, stimola gli Ottomani alla distruzione totale del Cristianesimo.
La maturità di questo Eccellentissimo Senato, per fatale disavventura, dopo il corso di due secoli e mezzo avezzo a sentire i morsi velenosi di così fiero mostro, e che mai s'azzuffa seco, senza perdite deplorabili, obbliga ì suoi saggi cittadini a moderare la generosità de' cuori tra la coltura di una ancorchè malsicura pace con quel fiero irreconciliabile nemico del nome Cristiano, a mantenere con sì lodevole fine del continuo a quella Porta un suo Ministro, ma con troppo duro svantaggio di chi è destinato di tempo in tempo a servire in quel spinosissimo impiego.
Troppo è dura quella necessità che obbliga un cittadino a vestire la figura dell'ambasciatore spogliato dell'immunità del carattere in ogni altro luogo, ma qui inutilmente protetto dall'inviolabile ragione delle genti; aver obbligo di servire di vivo legame del commercio, di animato istrumento della corrispondenza de' Principi, e trovarsi poi trattato da ostaggio per render conto anche ad ogni più vile plebeo di qualunque privata contesa, vittima del continuo esposta all'impeto di barbaro ed inumano furore, vivere in paese ove il violare la fede a' Cristiani è costume legittimato dalla religione, ove gli ufficii ed i trattati incontrano sempre ostacoli di venalissime intenzioni presso un Monarca che, conoscendosi arbitro della guerra e della pace, vuole essere assoluto interprete delle capitolazioni e paci medesime, a misura del proprio genio o servigio, che non impose altra legge alla sua ambizione, nè altra meta a' suoi desideri che d'estendere la dominazione, che le congiunture, o la speranza delle più vicine o più utili conquiste e delle più certe vittorie.
In quella miserabile scuola ho pur troppo a mie spese imparato che è vero, ciò che ha lasciato scritto cittadino qualificato, che tutte le altre legazioni ed ogni altro più grave pubblico impiego, sono ombre o sogni in paragone del Bailaggio di Costantinopoli. Devo io dunque riconoscere puro effetto dell'assistenza divina l'uscita da quei stretti labirinti, la preservazione della Patria dalle più terribili ben note contingenze, ma sopratutto il sollievo decretato alle mie debolezze, mediante l'invio dell'Eccellentissimo Donato soggetto di gran virtù, dotato di elevatezza d'ingegno, di costumata esperienza acquistata tra i maneggi più gravi nel corso di tanti anni dall'Eccellentissimo Collegio e ripieno di tante altre rare qualità che adornano la di lui dignitosissima persona; fu egli servito da me col più divoto ossequio della più sincera e piena partecipazione di quelle notizie, che ho creduto appartenere al riverito servizio di Vostra Serenità. Nella soddisfazione adunque del debito della presente benchè imperfetta Relazione, per minorare al possibile il tedio all'Eccellenze Vostre, restringerò la vastità della materia a tre soli essenzialissimi capi:
Nel primo considererò brevemente l'intrinseca forma di quel governo, le persone che lo reggono e amministrano, e con quali massime;
Nel secondo farò i dovuti riflessi sopra la qualità delle sue forze, genio e costumi dei popoli;
Nella terza toccherò gli interessi che corrono fra gli altri principi e l'impero ottomano, e specialmente di questa Serenissima Repubblica.
Mehemet quarto, regnante da 34 anni in qua, pervenuto oramai all'età di anni 42 incirca, è Principe di statura mediocre, di colore olivastro, di barba rossa, di placido genio, alieno dalla crudeltà, di corpo mediocremente robusto, dedito al piacere del senso e della crapula, con suo notabile nocumento manifestato nella debolezza degli occhi e delle gambe; abborrisce l'uso del vino, e si mostra osservantissimo della sua falsa credenza. Vani effendi suo cappellano fomenta li suoi scrupoli, suggerisce motivi d'odio contro i Cristiani, e va il Re maggiormente nutrendo queste maligne impressioni con la lettura continuata delle imprese de' suoi maggiori; l'avarizia lo tiene del continuo immerso nell'applicazione d'accumular tesori, studio che lo rende più facile a lasciar correre indistintamente avarie. La debolezza de' suoi talenti deturpa la regia condizione facendola troppo familiare co' suoi domestici, troppo indulgente nel lasciarsi usurpare dalla sagacità de' suoi ministri la totale dispotica amministrazione dell'Impero.
La Validè, cioè maggior regina, come sotto tutti i Monarchi Ottomani, occupa gran parte nel governo, sarà d'età d'anni 62. È donna di gran spirito ed esperienza per il lungo maneggio degli affari politici; tra lei e la sposa del Re che è la Regina, passano fiere gelosie, se ben simulate, aspirando ambedue di dominare il genio facile del sultano; ed uniscono queste due regine le loro intenzioni nella bramata depressione dell'attuale primo Visir; e sebbene la madre sempre ha esatto dal figlio ogni rispetto, da due anni in qua prevagliono le arti della regina sposa, ajutata da secrete insinuazioni del primo ministro per farla tener lontana dalla Corte in Adrianopoli, con suo amarissimo sentimento. Al credito di questa donna, benchè matrigna di due fratelli del Re, veniva attribuito l'esempio raro della loro sopravvivenza.
Solimano il maggiore, Principe che dicono abbia sortito dalla natura doti singolari di altissimo spirito, amato e stimato da ogni ordine di persone, e particolarmente dalle milizie.
Orcano il minore, tutto dedito alla crapula non merita alcun riflesso; sono odiati dalla Regina sposa e dal primo Visir, per il timore che il gran spirito della Validè possa, in deficienza del Re presente pretendere e conseguire di sollevare al trono Solimano, ad esclusione della discendenza del regnante, con inevitabile conseguenza della caduta di esso primo Visir. La Regina regnante trae l'origine da Rettimo, ed è opinione che sia di sangue nobile fatta prigione nelle prime aggressioni di Candia. La di lei vivacità di spirito scusa gran parte de' regii arbitrii, e viene amata e temuta dal Re per il posto elevato che sostenta a distinzione di qualsivoglia altra sua pari, portata dalla fortuna a tanto favore. Con gran finezza mostra rispetto e venerazione alla Regina suocera, si finge aliena da ogni negozio; nel tempo medesimo usa tutte le possibili maggiori arti, le ragioni e le lusinghe non solo per aver gran parte nelle deliberazioni, ma per conservarsi in ogni caso con la posterità del Regnante sola nell'autorità del comando.
Gran numero di schiave tiene il Re nel serraglio destinato al servizio della Regina, con altre mille e cinquecento e più riservate alle sue regie compiacenze; sei sole destinate e sollevate al posto di Odalische, cioè favorite, soggette però a rimproveri frequenti dalla gelosia della regina, non senza indizio della somma bontà del Sultano che tollera nella regina li sfoghi di sì violenta passione. Da queste Odalische non aveva il Re potuto allevare al mio tempo altro che femmine, una delle quali d'anni sei, si diceva destinata in moglie al primo Visir, causatone però l'effetto dalla Regina, che non ama veder altri generi del Re, che il suo Musaippo, marito di una sua propria figlia. Non stimai mal impiegate le industrie mie nel procurar le possibili aperture per farle arrivare grato il nome Veneto; mi fu ricercato il medico della Casa da un suo domestico Eunuco, per consigliare il modo come potesse la Regina conseguire a rendersi più grata al Re, feci pure a di lei richiesta espressa espedizione per via di Spalato per la fabbrica di un drappo, che ha volato donare al Re medesimo. Si pregiava molto di possedere la prerogativa tra tante donne di esser restata l'unica radice della regia mascolina successione.
Due soli erano allora li figliuoli maschi di quel monarca, il primo denominato Mustafà in età d'anni 20 circa, di nobilissima indole, di maniere dolci e soavi, gioviale amato dal Re, che con tenerezza sopporta qualche sua giovanile, intemperanza, fa di lui frequente mostra al popolo, conducendolo, seco alle moschee ed altri luoghi pubblici, contro l'uso degli altri Sultani, per conciliargli forse applauso e benevolenza, a scontro del concetto in che è tenuto il fratello Solimano.
Il secondogenito per esser cadetto, e per la sua minor età di soli anni otto, non è per anco in considerazione veruna.
Nella seconda sfera di quel barbaro cielo risplende come luminare della maggior grandezza l'autorità del primo Visir Carà, per l'altezza del posto già più soggetta ai folgori ed ai precipizi, ma ora resa sicura dalle massime seminate dal vecchio Chiupurlì. Protestò costui al Re presente che le frequenti sollevazioni delle milizie procedevano per cotante e così improvvise mutazioni di primì Visiri, che in poco tempo d'amministrazione non potevano apprendere le arti di ben governare; che ciò procedeva per le maligne suggestioni portate al Re dagli Eunuchi del serraglio, ed altri suoi domestici; che però se voleva regnar felicemente chiudesse affatto le orecchie alle insinuazionì de' suoi famigliari, e lasciasse ai Visiri disporre il suo miglior servizio. Queste massime ricevute e religiosamente custodite dal Monarca assicurano la tirannia di Carà Mustafà attuale primario ministro di quel grande impero. Costui è nato in Trebisonda, di bassissimo lignaggio, ha servito lungamente il vecchio primo Visir Chiupurlì; introdotto dal suo favore nel serraglio, si è condotto per varii gradi all'apice della presente elevata fortuna. Sarà d'età d'anni 55, è uomo di bell'aspetto, in apparenza umano e religioso. Nell'interno ateista crudele, avaro e superbo, cupo ne' suoi pensieri, di prima impressione, sagace e sopratutto implacabile nemico dei Cristiani, sostiene con assoluto dominio tutto il peso ed il comando dell'Impero, puntuale nelle proprie incumbenze, sbriga ogni negozio con dispotica autorità, più da tiranno assoluto che da ministro subordinato. Nella politica ed economica direzione di così vasto impero e nell'amministrazione della giustizia civile e criminale impiega meno della terza parte della sua applicazione. Impiega tutto il suo spirito ed il residuo del tempo nei raggiri del suo gabinetto per difendersi dall'insidie degli emuli, nello studio di abbatterli e di sostenersi arbitro della volontà del Sovrano. Si mantiene in riputazione presso dei popoli con ostentar lustro e famiglia non ordinaria, composta di più di trenta mìla persone, e con stalle fornite di oltre mille cavalli. Si tiene fermo nella grazia del Re a forza di regali, secondando il genio suo avidissimo; sà che le due regine l'odiano, ma non cessa di cercar di rendersele benevole con preziosissimi doni; estende quest' arte medesima col Muftì per tenerlo propizio e dipendente, e, sino per raddolcire i suoi più fieri nemici, profonde con larga mano. Viene anco da essi corrisposto colle maggiori finezze, ma non bastano a tanti dispendii le ordinarie rendite della carica, tuttochè dicano ascendere ad un milione di Reali all'anno, meno le suo private opulentissime facoltà, frutti di fierissime oppressioni, ed è forzato a ricorrere a mezzi estraordinarii e più violenti, estorquere da tutti e particolarmente dalle nazioni Cristiane le più copiose contribuzioni col mezzo delle più fiere avanie nelle quali, come sprezzatore ardito delle maggiori Cristiane potenze, non accetta ragioni nè risposte, nè servono ad altro le reticenze che ad accrescere le pretensioni e per esser veìcolo a più pericolosi precipizii.
L'esempio tanto recente di Francia, Principe così temuto e remoto, insegna abbastanza quali sieno li veri ed unici mezzi per placare quella furia d'inferno. Gran sventura dei Ministri destinati a trattare con sì avaro genio, ma gran vantaggio dei Principi confinati, che avendo gravi interessi e molto da perdere, abbiano modo di assicurar con denari il godimento degli Stati: essendo assai minor male in occasione di rilievo perdere qualche migliajo di Reali, che con più grande ed infelice dispendio soccombere alla perdita dei medesimi. Il suo Choja, che era quello che a raggirar le più fiere avanie fu fatto strozzare dal Visir, allora che dai suoi furono fatti arrivar a notizia del Re le sue praticate estorsioni, fu empia ed inumana la risoluzione, ma molto accorta ed opportuna: adossò al defunto tutte le colpe, anzichè col di lui spoglio che ripartito col Re medesimo placò i mai concertati furori, e fa il più efficace mezzo per rimettere il Ministro con più radicata insistenza nella pristina grazia del Monarca.
Dopo questa burrasca, che in pochi momenti lo fece incanutire, si mostrò il Visir tutto cangiato di massime e di costume; scelse per suo chaja soggetto più umano che professa equità di maniere tali, che pareva la Corte tutta diversa da quello era prima e da quel terribile aspetto che, per mia infelice sorte, a me toccò di sperimentare.
Li altri Bassà di Banca sono, si può dire, quasi senza autorità; non è per ordinario sollevato a quel posto chi non è, o non si mostra di poco spirito, mai ardiscono proferire sentimento diverso dalla palesata intenzione del primo Visir; cauta e necessaria riserva per non fabbricar a se medesimi rovinosi precipizii. Per questo fu sempre giudicato dover ogni Ministro in quella Corte impiegare tutto lo studio per conciliarsi la buona disposizione del primo Visir, nelle cui mani stà la guerra e la pace, che è quello che con autorità assoluta dispone di ogni cosa, particolarmente sotto l'attuale primo Ministro, che è il promotore delle buone e rie inclinazioni del Monarca, unico moderatore e fautore di quelle pur troppo frequenti doglianze, facili ad ogni Momento a sturbare la pubblica quiete.
Fra gli altri più riputati Regi Ministri spicca per il favore e per la grazia del Re Mustafà Bassà di Banca suo genero e favorito; aspira col favore anche della regnante suocera al Visirato supremo, ma i suoi talenti sono inferiori al sapere ed alla fortuna di Carà Mustafà dominante. La natura superba di costui mostra poco curarsi dei regali dei Ministri de' Principi: gradì però molto due sedie di velluto con altre galanterie fattegli da me capitare in congiuntura opportuna che attendeva il Re e la Regina nel suo giardino.
Ibraim Caimacan del Re, è di quelli che parimenti aspirano al supremo comando, sebbene si tiene amico del primo Visir, più per la conformità di genti e di costumi, che per legge di vera amicizia essendo ambedue troppo amici del proprio interesse.
Gireguerliglia, fratello e figlio rispettivamente degli ultimi defunti primi Visir, sollevato al grado di Pascià della Banca in tempo che era vacillante la fortuna del primo Visir, viene da lui tenuto lontano in Adrianopoli, sotto specioso pretesto di servire la madre Regina.
Apti pascià allora di Bossina e già del Cairo, è in concetto di buon soldato ma inimico del Visir, a cui convenne sacrificare 3 Mila borse, che sono 150 mila Reali, per sottrarsi da più fiera vessazione; lo tiene lontano e depresso perchè lo conosce capace e bramoso d'intentar qualcosa di grande contro la sua fortuna.
Gli altri pascià non fanno gran figura.
Dopo li Pascià succedono li due ministri Ibraim cioè cavallerizzo maggiore del Re, ed il Mostangì Pascià suo timoniere; il primo per terra, il secondo per mare, sempre accanto della sua regia persona ne' suoi viaggi onde fanno giungere varie notizie ed insinuazioni; la sola fama della loro amicizia opera qualche contegno anche nei Primi Visir; con questi ho coltivato la più stretta e sontuosa confidenza che possa desiderarsi con Turchi, e ne ho riportato corrispondenze civili ed utili vantaggi per la Patria.
Ministro confidente e domestico del Re è pure il Gislar Agà capo degli Eunuchi e supremo direttore di tutte le entrate delle Moschee, ascendenti a molti milioni di Reali. È difficile da coltivarsi, sprezzando quell'imperfetta condizione d'uomini ogn' altra umanità, ed alle volte può essere più di danno che di utile il suo favore. Può bensì portare qualche buona insinuazione, scoprire le vere intenzioni del Monarca, e la notizia può servire per regola di negoziati, motivo quindi che quando maneggio d'importanza fosse scoperto dal Visir da lui protetto, rovinerebbe ogni negoziato, troppo essendo geloso il Visir medesimo della sua autorità e troppo fiero nemico del Moro, e sebbene reciprocamente si lusingano con ricchi doni non intermettono di tendersi vicendevolmente insidie.
Il Cancellier grande è il vero Ministro di Stato, maneggia tutti i negozii. Ho pure con lui trattato, e trovatolo di buon genio e pieghevole.
Nelle pubbliche udienze del Divano e nelle private ancora del Visir, il Giaus Pascià fa la funzione di maestro di camera, ma con molta autorità introduce non solo, ma parla ed informa alle volte il Visir; è di buona natura, fu assai mio amico, ed ogni negozio, che gli ho raccomandato, ha sortito termine favorevole agli interessi di Vostra Serenità.
Tra i più intimi famigliari del Re vi sono i suoi paggi divisi in 4 Camere, a 50 per cadauna; passano graduatamente dall'una all'altra sino alla prima dalla quale per ordinario non escono se non Pascià, e però da non mettersi nell'ultima, considerazione. Con questi pure ho nudrite utilissime confidenze.
Ma quell'imperio che è composto di rapine e di desolazioni non può nutrirsi di cibo differente dalla sua composizione, nè sostentarsi con massime diverse. Un tiranno intento tutto al proprio interesse niente è applicato al bene dei suoi sudditi. Acquistato, un paese subito lo vuol devastato e desolato, le cariche tutte annue e veniali, i popoli umiliati col mezzo di una falsa credenza, depressi coll'ignoranza, e finalmente oppressi con l'avanie e soggetti sempre alla forza delle sue armi del continuo agguerite. Con la desolazione si assicura il tiranno dalle sollevazioni, difende molti regni e provincie con poca milizia, la sterilità del paese non invoglia gli stranieri ad acquisti di deserti. Con la vendita e mutazione frequente delle cariche, riempie gli erarj; li ministri impiegati con le vive sostanze dei sudditi o volontarj coll'acquisto di nuovo comando le depositano al Sovrano, o, violentati, le sacrificano per esimersi dalle avanie, empie invenzioni per ridurre nelle rapine del tiranno tutto il più prezioso delle fortune, de' sudori e degli averi di quei miserabili sudditi. Con l'ignoranza dei popoli dispone più cieco il tributo dell'obbedienza; questa dà maggior vigore alla volontà del Sovrano. Per convalidar nel tiranno la monarchia, per reprimere gli spiriti che non arrivino a distinguere gl'insani di quella non men falsa che politica credenza, gli animi meno amolliti più ritengono di quella antica ferocia, che tra l'armi ha stabilita sì vasta dominazione. La religione, in ogni luogo fondamento dei governi, forte legame dell'umana società, quì è serva della politica, e come tale sostenuta dai Monarchi ottomani perchè assogetta il libero arbitrio alla volontà del principe, fa creder predestinazione la cieca obbedienza, martirio la morte in suo servizio. Tendono i suoi precetti alla guerra ed all'armi, per maggiormente assicurare le redini della dominazione e dilatarla con nuovi acquisti. Moltiplicano perciò le Moschee, Costantinopoli solo ne avrà 5 mila e più con grosse rendite e con buon numero di ministri e serventi, cinquecento sono le più cospicue con altrettante opere loro congiunte, cioè ospitali alloggi per pellegrini e scuole per erudire giovani studenti della legge, dalle quali escono poi Cadì, cioè Giudici delle terre in numero considerabile, con li due Cadileschieri superiori a tutti, uno di Grecia e l' altro di Natolia.
Le ridicole superstizioni dell'Alcorano sono con tale e così accolta coltura venerate che in cinque volte tengono per 4 ore del giorno divertiti quei popoli in orazione, lontani da altre unioni o conventicole dal Governo, con somma cura abborrite e proibite.
Non moltiplicano i Turchi in nuove leggi, perchè con la trasgressione di quelle di poca conseguenza non s'avezzino li sudditi a violare le più Importanti, meno ammettono distinzioni di leggi civili e canoniche il tutto consiste nell'interpretazione dell'Alcorano.
Il Muftì che è il capo supremo della Religione, l'unico interprete della legge, decide con i suoi responsi che diconsi Teftà li punti di ragione; i fatti si dilucidano non con scritture ma con testimonj, escono tutti li giudizìi sommarj e definitivi.
Nelle materie grandi però il Muftì è bene spesso obbligato a rispondere a compiacenza del Re e del suo primo ministro. Necessità di conservarsi e la carica e la vita tiene in tal soggezione anco quel supremo sacerdote. Il più forte e tenace vincolo maneggiato da' Turchi, per incatenar la fede e devozione dei sudditi e per tenere in apprensione i confinanti, è il loro costume di tenersi sempre armati senza aggiungere nuovi aggravj agli erarj.
Sono quelle milizie di due condizioni: cavallerie e infanterie cioè Spahi e Giannizzeri.
Ventimila Spahi tirano paga dal Gran Signore, la più debole è d'aspri 20 e la maggiore di 150 al giorno. Gli altri si raccolgono dai Timari, ossiano fedeli, a spese dei feudatari obbligati a servire in guerra con quel numero d'uomini a cavallo che è prescritto dalle loro investiture, il minore è d'un uomo a cavallo, il maggiore è di venti al più; alcuni sono investiti con prerogative di militare sotto il re solamente altri con obbligo di servire sotto ogni altro comandante. Quando fosse raccolta tutta questa milizia potrebbe arrivare al numero di 100,000 cavalli, oltre li seguaci e venturieri che in numero considerabile concorrono, tirati dalla speranza di subentrare ne' feudi in occasione di vacanza o deficienza degli investiti.
Li Giannizzeri, istituiti ad esempio delle legioni romane, erano già due mila solamente e tutti estratti dalli sudditi cristiani, furono accresciuti fino a 40,000, numero che venne però indebolito dalle morti dei vecchi e graziati. Sono la maggior parte turchi nativi, sostituiti con donativi fatti dai cristiani ai ministri e ai padri loro, che volentieri li contribuiscono colla speranza di vederli un giorno avanzati nei gradi di quella riputata milizia. Si dividono in 160 Camere sotto i loro capi e colonnelli eletti, ai quali loro capi spetta di castigare gli eccessi dei soldati medesimi, non ingerendosi nemmeno il Visir supremo nella loro giudicatura, ma sono rimessi al Giannizzero Agà e da esso ai capi subordinati. Servono con stipendio di aspri 3 al giorno, che col merito e tempo del servizio può accrescersi fino ai nove aspri. Contribuiscono alli loro capi 5 reali, e con essi sono provveduti poi tutta la campagna del vitto, essendo anco privilegiati nella comprita delle carni. Generale di questa milizia è il Giannizzero Agà, che tiene un suo luogotenente chiamato Chiaia Bej. Quel gran comando è sospetto al governo per le ben note e funeste prove dei monarchi ottomani; non lo conferiscono se non a persone del serraglio e del tutto confidenti; nè le lasciano durare molto in esso con sommo sentimento delle milizie medesime prive di speranza di giungere a quel supremo grado, e avvilite sotto capi per lo più inesperti e male informati del merito e valore dei soldati.
Quello dei Bombardieri detti Jupici è di dodicimila, quello degli armaroli è di seimila con tremille acquaroli, tutti con con capi riguardevoli che hanno autorità di premiare e castigare i loro soggetti. Il Tupicì bassà, in particolare, sopraintende al getto dell'artiglieria, di che abbondano quegli infedeli fatti pratici dai rinnegati Cristiani. Li guastatori si raccolgono a misura del bisogno dalle più vicine provincie. Vi sono poi Chiaia e Capigì cioè messaggeri, lancie spezzate, dette Muteferagà, che col seguito grande dei bascià rendono più numerosi gli eserciti, ma però più d'apparenza che d'essenza. L'estensione dei padiglioni e dei tanti vivandieri e bottegari fa bene spesso credere che ove saranno accampati ventimila soldati ve ne siano cinquantamila, ogni corpo è soggetto alle sue indisposizioni, tanto più pericolose quanto più ha grande la sua mole. Le marcie dei passivolanti restano fuor di modo diminuite, ma molto più la disciplina militare, e sopratutto è notabile la deficienza dei capi: diffetti molto accresciuti negli ultimi tre anni di pace, ma dai Turchi più conosciuti e deplorati che riparati. Li bascià ed altri obbligati a comparire al Campo con numero determinato, fomentano il disordine per risparmiare le paghe, assicurate da rarissimo esame di rassegna e dalla totale disapplicazione del Re presente e del defunto, che hanno lungamente regnato con genio diverso dagli antecessori feroci e guerrieri.
L'armata di mare per ordinario è composta di 50 galere, la metà incirca Beilere, più ben all'ordine delle altre, più particolarmente 4 ovvero 5 diconsi ben ciurmate di schiavi, mentre le altre lo sono di ciurme collettizie. Dieci passano per ordinario in mar Nero a portare soccorsi e provvigioni a quelle fortezze; con le restanti esce il Capitan bascià nel mese di maggio in mar Bianco col motivo d'inseguire i corsari Cristiani, ma in effetto per esercitare le più avide rapine sopra quei miserabili sudditi.
Gli arsenali sono sparsi in varii luoghi nel mar Nero, nel golfo di Marmara; ma il più ragguardevole è quello di Costantinopoli con 127 volti aperti dalla parte di mare, cinti di muraglia da quella di terra, quasi tutti diroccati con poca applicazione a rimetterli, ed i suoi depositi sono tutti o vuoti o deboli.
Il bagno del gran Sultano già fornito di sei in settemila schiavi, ora sterile appena ne capisce 800, da che procede la scarsezza delle ciurme. Alcuni pochi Cristiani schiavi servono di timonieri, gli ufficiali sono pochi, inesperti e timorosi, li migliori sono i presi dalle isole dell'Arcipelago. Questa è quella parte che in occasione di rottura, che Dio tenga lontana, bisogna invadere con risoluzione, impossessarsene, distruggerla affatto, non solo per levar ai Turchi questo comodo, privi del quale le loro galere senza i Greci sariano inabili alla navigazione, ma per ferirli nelle parti più vive o più interne degli Stati.
Ho veduto più di una volta uscire l'armata sotto l'occhio del Gran Signore, con navigazione disordinata e confusa, indicante le debolezze de' suoi comandanti, e de' legni che spiccano più nell'apparenza esterna, che nella sostanza dell'armamento. Tutte di legnami mai stagionati, con poca e debole fattura, con egual resistenza e durata.
Alla loro uscita li corsari Cristiani mai si ritirano, cercano anzi d'incontrar quell'armata, e questa fugge i cimenti de' bastimenti, che non siano piccoli o deboli. Li Maltesi, dopo che la loro squadra è comandata dal generale francese nipote del Signor di Colbert, pensavano di unire alle loro galere qualche bastimento ben armato, ed attaccare in luogo opportuno tutta l'armata ottomana, con speranza di felice riuscita. Il Signor di Ghilierghe ambasciatore di Francia alla Porta, famigliare alla casa Colbert, teneva con pratiche e con avvisi animato quest' attentato.
Non è però da far gran fondamento sopra le debolezze apparenti in mare, o sopra la declinazione benchè considerabile delle sue forze in terra. Se il Signore Iddio, per castigo delle colpe de' Cristiani, suscitasse, come è facile e forse prossimo, un re guerriero, non vi sarebbe altro rifugio che il pentimento di aver perduto l'occasione e le congiunture di vincere quel formidabile mostro. Può questo facilmente rimettere nel suo vigore l'antica ferocia, che non è morta, ma addormentata, l'abbondanza de' boschi, la comodità dei trasporti dei legnami e d'ogni altro materiale dai siti e luoghi ben noti di quel vastissimo imperio, ha ben più volte fatto conoscere quella potenza abile in pochi mesi ad allestire numerosissima armata anco in mare; vastità d'impero e violenza di comando può operare gran cose in momenti.
Basta ai Turchi che i loro legni servano per sbarchi, non si azzardano ai combattimenti, ma soccorrono con frequenti e copiosi trasporti di milizie e provvisioni. Il Capitan bascià è al presente uno dei paggi del Re, che portava la sua spada; senza esperienza, si lascia regolare dal suo Chiaià e dal Provveditor dell'Armata, che è poi Chiaia dell'arsenal e seconda persona dopo il Capitan bascià; non sarà se non fortuna pubblica che la debolezza di quest' uomo sussista nel supremo comando del mare, essendo non men veneratore degli ordini regii, che osservante delle capitolazioni coi Principi.
Dell'ampiezza dell'impero Ottomano tralascierò di riferire ciò che scrivono gli storici e descrivono le carte geografiche; basta solo sapere che è diviso al presente in sopra 40 bascialaggi, ognuno dei quali costituirebbe un regno della più stimabile e reputata potenza, oltre le provincie tributarie di Valacchia, Moldavia, Transilvania ed altre di dipendenza dei Tartari, tanto infesti ai principi cristiani confinanti e parati ad ogni cenno della Porta.
La popolazione non corrisponde alla immensità degli Stati; gli uomini sono più quelli che si ritirano nelle città che quelli che abitino le campagne. Costantinopoli solo capirà 800,000 anime incirca, numero considerabile ma non è adequato all'ampiezza del circuito che colle sue dipendenze. In Europa ed in Asia forma al di fuori uno spettacolo il più maraviglioso di ogni altra città del mondo. Chi considera le parti dell'imperio le trova poco popolate, tanto più che alla coltura del terreno quasi li soli Cristiani sudditi restano applicati, li traffici sono per la maggior parte in mano di Ebrei, e servono negli esercizii bassi gli schiavi; li Turchi tutti applicati alla milizia, li giovani e piu vigorosi al giuoco della zagaglia e zarit o tirar sassi; ogni turco vigoroso, è soldato; quante sono le abitazioni tanti sono li quartieri del Gran Signore; li vecchi e men vigorosi se la passano sedendo a fumar tabacco; tutti sono predominati dal senso a cui si danno in preda con maggiore rilassatezza, perchè la legge lo permette e la politica lo fomenta; sono quei barbari per natura superbi ed indomabili, ma nelle avversità pieghevoli e mansueti. Chi è debole di forze sappia pur conservarsi in concetto da poter resistere, e si maneggi poi con mano più liberale che armata, che frenerà facilmente con i trattati i furori di quei barbari non meno vili che superbi, e perciò più atti ad essere guadagnatì dall'interesse che superati dalla forza.
Considerata la forma intrinseca del Governo, le massime, i costumi e le forze dei Turchi, possiamo fare qualche breve tocco anche delle regie rendite.
Esse si dividono in due ragioni, una è maneggiata dal Tefterdar grande ossia tesoriere, l'altra entra nel Casnà di dentro nel serraglio.
Le entrate, maneggiate dal Tefterdar grande, derivano dai Carazzi pagati dai forestieri e dai sudditi d'aliena credenza, e dai dazii.
Pubblicano che da queste fonti derivino 20 milioni di reali all'anno, ma la voce più comune li riduce al terzo, tanto più che eccedono di gran lunga le spese; e bene, spesso il Re è sforzato per supplire agli ordìnari trimestri delle milizie, o per spedire le sue armate, di mare, a fare delle prestanze che non vengono sempre restituite.
Le rendite più floride sono quelle dei dazii pel commercio degli stranieri; ma molto più per le estorsioni sopra di essi in più maniere esercitate, se questi desistessero di confluire nella Turchia, l'erario regio si renderebbe, puossi dire, quasi che esausto. Sono le suddette rendite, assegnate al mantenimento della casa reale, in che molto si spende in fabbriche ed in altre compiacenze dei Sultano; si cavano da quelli gli ordinarii trimestri delle milizie e se ne impiega qualche porzione nel provvedimento delle galere Zaccali, ed in altre più minute occorrenze, che per brevità tralascio. La gravezza straordinaria del Suzat, che porta ai popoli, in aggravio di 10 in 12 milioni di reali, è introdotta in luogo dell'obbligo della condotta nel campo dei foraggi, ma nonostante li popoli più vicini agli eserciti, convengono forzatamente contribuire anco le vittuarie.
Nel Casnà, ossia tesoro di dentro del Gran Signore, passano le rendite dei feudi, delle pensioni e dei tributi, con altre rendite che non sono di molto rilievo, le rapine, che in oppressione dei grandi si frequentano, lo riempiono più copiosarnente. Rare volte sotto questo re si sono vedute spogliazioni di sostanze funestate colla morte dei Grandi; frequenta il Re la visita dei loro Chioschi, mai parte senza reali proporzionati alla sua grandezza, e, con apparenza di affabile benignità, minora li mali umori più sospetti dei sudditi e riempie il suo tesoro di ricche e continuate spoglie, a segno che si calcola che dal solo primo Visir esiga più di 120,000 reali al mese, poco meno dal gran doganiere, e il più che puote da tutti i più ricchi benestanti.
È incerta la notizia del fondo di questo Casnà di dentro, maneggiato dal solo Casnadar e d'altro ministro che ne tengono il conto assai confuso, ma, dalle maniere avide del monarca e dal suo studio d'accumulare e dalla riserva nel dare, si calcola che in tant' anni di regno potrà aver riposto da parte gran somma d'oro, oltre la molta quantità di gioie d'inestimabile valore, che ogn' anno si ripongono e si conservano, col contante, in stanza terrena e ben forte nel gran serraglio.
Dei tesori lasciati dagli altri Sultani, la fama poco ne discorre, perchè in effetto furon di poco momento, o consumati nelle occorrenze dei sussurri dai loro antecessori con le loro rendite e tesori del presente Monarca, la di cui grandezza non è però da misurarsi con le suo rendite e tesori, ma dalla facilità di unire le più valide forze, sempre pagate e sempre pronte dalla sicurezza sin che vive, di non esser mai da qualsivoglia potentato attaccato e dal suo antico costume di non lasciar mai le sue armi senza impiego, per non alterare, l'interna sua civile tranquillità, e per godere delle frequenti opportunità, che la fortuna e la Cristianità disunita gli porge d'aggrandire l'imperio, e finalmente dalla notizia che ognuno ha che egli, purchè abbi modo di acquistar una pare, pretende anco esser munito di sufficiente ragione, avendo per nulla la divisione dell'Imperio e ogni donazione fatta in suo pregiudizio, e, sebbene sono ingiusti questi pretesti, con tante e più valide forze va tirando avanti il disegno della monarchia universale.
Dopo questi riflessi parmi che cada opportuno un brevissimo esame degli interessi che corrono tra l'Ottomana potenza e gli altri principi del nostro conosciuto mondo, ultima ma più essenziale parte di questo mio imperfetto ragionamento. A studio di brevità ommetterò quegli stati che vivono sotto aperta soggezione, come tributarii alla Porta e mi ridurrò a due soli capi. Parlerò nel primo dei principi più remoti così Monsulmani che Cristiani, d'ogni rito, che non hanno confine colla Porta; nel secondo dei confinanti e particolarmente di Vostra Serenità.
L'unico potentato maomettano che non confina cogli Ottomani è il Gran Mogol, dell'India, che apportò nei tempi passati qualche diversione ai Persiani, nel resto non vi corrono altri interessi che di semplice traffico, esercitato dalle carovane dì telami, indaco, diamanti grezzi ed altro, la maggior parte anco divertito dalle navi di Inghilterra e di Olanda, senza che i Turchi vi pensino.
Fra' principi Cristiani che non confinano, non è posto nell'infima considerazione il Pontefice, lo credono atto a componere qualche lega tra' Principi Cristiani, unico più temuto freno degli infedeli; attribuiscono a' fomenti del Papa gli insulti frequenti dei corsari ponentini, maltesi, maiorchini, provenzati e livornesi; nelle osservazioni dei Visir sopra gli atlanti che fa tradurre non sono piccoli i riflessi, sebbene non per anco maturi i disegni che va facendo sopra lo stato Ecclesiastico il sito d'Ancona e le riviere di Puglia.
I Genovesi ritengono un debolissimo traffico con un residente pagato dai negozianti, impegnato dalla violenza dei Turchi, che senza sostituirne non lo lasciano partire, per avere un pegno indeficiente delle continuate apprensioni ed avarie con le quali tengono soggetto anche quel debole traffico, che perciò hanno risolto di abbandonarlo. In tal caso li Francesi aspirano a tirarne il residuo sotto la loro protezione.
Gli Inglesi e gli Olandesi sono pure senza interesse di confine, ma sebbene cessano i negoziati di stato, moltiplicano le occorrenze del commercio. Tutti con gara reciproca si trovano impegnati con grossi capitali, in particolare di pannina di lana, gli Inglesi assai più degli Olandesi, calcolandosi di ragione dei primi in diverse scale del Levante sparsi più di cinque milioni di effetti; ricavono grossi emolumenti anco dal negozio delle monete mediante l'introduzione delle isolette e leoni fabbricati in Olanda, moneta di assai bassa lega, ma la più usuale in Turchia, non praticandosi altro stampo di moneta d'argento, che minuta, e qualche sultanina d'oro che chiamano scriffo.
Il ministro d'Inghilterra è proposto dalla compagnia di Levante eletto dal re, decorato da lui coi titolo di Cavaliere, soggetto di prima riga della camera alta, gode il titolo ed il posto d'ambasciatore.
Ebbi occasione di trattare col signor Cavaliere Tinch, il quale per essere stato lungamente in Padova e Venezia, riteneva una affezione particolare per Vostra Serenità; la nostra buona corrispondenza fu di comune consenso degli altri ministri dei Principi gradita molto, nell'insorgenza di qualche sconcerto nato tra lui ed il ministro di Francia, il ministro di Vostra Serenità vi fu di mezzo, con sommo concetto e soddisfazione di amendue, e con professato particolare gradimento del pubblico rese composte le controversie. La verità è, Serenissimo Principe, che i ministri della Repubblica, per quanto han potuto debolmente praticare, se hanno avuto la fortuna di maneggiarsi con soavità e desterità, godono gran privilegio nelle mediazioni a Costantinopoli, ove concorrono ministri di tante nazioni, e riportano confidenze giovevoli, per le notizie essenziali che essi ricavano non solo dalle corti dei Turchi, ma dalle altre corti d'Europa, necessarie a chi serve in ministerio grande, potendo illuminare assai una parola combinata con qualche altro lume.
Spreme il Visir o dell'una o dell'altra di queste due nazioni, somme considerabilissinie di danaro.
Nel solo tempo breve, che io mi fermai a quella parte, gli Inglesi furono obbligati a pagare poco meno di 300,000 reali, oltra le altre avarie trovate sotto i bascià o ministri ottomani in tante scale della Turchia; soccombono in proporzione anco gli Olandesi, ma sempre con sprezzo e discredito della nazione, niente giovandoli il riferire alla Porta le novità tutte d'Europa, niente li frequenti regali, sino degli Atlanti, nè li continuati avvertimenti e provvisioni che somministrano a' Turchi in pregiudizio dei Cristiani.
Giornalmente protestano ambedue le suddette nazioni di voler abbandonare quel traffico, ma non sanno risolversi per le loro gare, per gli impegni di grossissimi effetti e per la gelosia che i traffici loro sieno da altri intrapresi. Così, per fatale disavventura di tutti, ogni nazione, ogni potentato soccombe, se è confinante esposto anco alla invasione, o se remoto soggetto allo spoglio delle più preziose sostanze; ognuno geme, ma niuno se ne pente o ardisce di risentirsene.
La nazione francese è più considerata che amata in Costantinopoli, la moltitudine dei suoi nazionali, applicati al corso, le concita odio e può avere scemato il suo concetto, per le insistenze senza conclusioni, e per le minaccie senza effetto del Signor di Duchen sopra la materia del Sofì.
Il traffico dei Francesi in quella imperiale metropoli non è di molta considerazione, consiste in zucchero, droghe e carta che conducono, pelami e poche lane che estraggono. In Aleppo in sete ed altro, in Cipro e Smirne levano quasi tutto e con effettivo contante, sul quale spesse volte molto profittano colle monete adulterate. Nel Cairo sono restati quasi soli nel traffico, essendosi levati gli Inglesi e gli Olandesi pelle frequenti avarie, ed essendo quasi distrutto il commercio di questa piazza, di modo che tengono appaltate le principali droghe e dicono di far buoni negozii non esenti però anche essi dalle avarie.
Tengono altro più recondito interesse alla corte i Francesi, gli affari d'Ungheria loro stanno del continuo a cuore; quel ministro Achia, di condizione ordinaria ma di abilità grande, come avvisai nei miei umilissimi dispacci, passato in Transilvania, ha operato gran cose coi suoi raggiri per tenere vivo il filo delle corrispondenze coi ribelli, nel somministrargli fomenti ed aiuti.
Stuzzicano la Porta in favore dei ribelli medesimi; li Turchi ricevono ciò che loro comple senza mostrare di muoversi per l'altrui consiglio o servizio, ma solo a misura del proprio comodo e vantaggio. Quel Signor di Guiglieraghe ambasciatore del Cristianissimo alla Porta ha di buone amicizie, le maneggia con grande arte, con la sua abilità e sapere serve bene il suo sovrano.
Pretende quella nazione che il suo re aver debba la generale protezione sopra tutte le chiese latine del Levante, e perciò alla predetta generalità siano subordinate anco quelle che sono concesse e protette particolarmente da Vostra Serenità, in che hanno avuto comodo di estendersi nel tempo dei passati disordini della guerra.
Molti scabrosi incontri sono accaduti nei tempi passati, simulati o scansati con desterità dell'Eccellentissimi Baili precessori a me pure è accaduto quello dell'ordine di San Francesco, ma la buona sorta anco d'aggiustarlo con tanto pubblico decoro e soddisfazione; s'avanzò di più nel tempo di mia permanenza a quel ministro il rispetto del pubblico nome, essendosi introdotto di pregare per Vostra Serenità pubblicamente nelle chiese dei Cappuccini e Gesuiti francesi, nel tempo che ci assisteva il suo ministro, cosa mai più praticata prima; esigendosi con soavità e con destrezza anco dalle nazioni più elate cortesie e riputazione al ministero, decoro e vantaggi ai pubblici riguardi, essendomi pure riuscita la ricupera delle scritture pubbliche, riposte in salvo dall'Eccellentissimo Soranzo nella casa di Francia nei primi moti della passata guerra di Candia, e allora sino al mio tempo tenute occulte, anzi sempre negato dai precessori di questo Signor di Guiglieraghe che candidamente me le ha restituite.
Le commissioni particolari di quel ministro sono di tentare non solo la ricupera dei Santi luoghi di Gerusalemme, ma in forma tale, che apparisca sola l'interposizione della corona di Francia, a esclusione dell'ingerenza e del nome di ogni altro principe cristiano. Il zelo di quei buoni padri di San Francesco ne ha promesso a tutti i trattati, nonostante il solo ministro di Vostra Serenità ebbe la sorte di essere a parte di ogni negoziato, anzi fu nelle sole sue mani ogni più secreto maneggio; e se a Dio avesse piaciuto di consolare tutta la cristianità, Vostra Serenità vi avrebbe avuto quel posto che degnamente merita, senza indegnazione del suddetto ambasciatore.
Questo punto geloso merita riflesso ogni volta che si credessero avanzati quei passi che pensavano quei religiosi di rinnovare, abbenchè le loro attenzioni incontrano sempre insuperabili difficoltà.
Dopo li principi che non confinano, succedono li confinanti e per seguitarvi l'ordine principiato dirò prima del persiano ancor lui della setta di Maometto, benchè discorde nell'interpretazione della sua legge. Quel Re sarà di età di anni 33 in circa, di spirito debole e pacifico, poco considerato da' Turchi, e per la debolezza de' suoi talenti, e per la distanza del suo stato terminato da vastissime campagne deserte, che s'intrapongono tra i loro confini, cosicchè al presente da quella parte sono sicuri da qualunque altravolta temuta e provata diversione.
Tra i principi Cristiani che confinano con il Turco è il Re di Spagna, benchè con rimoto confine e debole in Africa, e perciò non tiene suo ministro particolarmente alla Porta; ma per gli avvisi ed altre occorrenze si vale di quello di Cesare. Successe al mio tempo l'arrivo di quel marchese messinese, capitato a mercantare la schiavitù della sua patria: suscitò l'attenzione di tutti, invaghì il Re di elevati progetti, ma il Visir con più sodo intendimento giudicò tutta vanità per ora, ed io ciò seppi con fondamento, che pressato un giorno il Visir medesimo sopra questa materia da un gran ministro a considerare le regie inclinazioni, francamente rispose, che prima di applicare all'acquisto di Messina e della Sicilia bisognava acquistare Corfù, e che allora non era tempo. Tengono intanto colà quel disperato con lievi assegnamenti, per servirsene un giorno se lo giudicheranno opportuno.
Il Moscovito, principe assai potente per ragione di Stati e di sudditi, altre volte ha dato assai da pensare ai Turchi; ma in quest' ultima guerra con eserciti numerosissimi ha fatto spiccare un debolissimo talento; gode della fortuna che i Turchi mal volentieri militano in quella remota parte, sotto clima diverso ed in paese sterile, ove dicono che non apprendono arte militare, nè trovano paese grato per acquistare. Al mio partire da Costantinopoli pareva che le cose dovessero restare senza positiva pace, e senza fazioni di guerra, ma ora si sente negata la ratificazione della pace dal Moscovita, punito con la perdita della testa il suo ambasciatore per preteso eccesso di commissione, e rinnovate dal canto suo le ostilità ai confini contenziosi. Il tempo scoprirà le disposizioni del Cielo.
I Polacchi erano già più considerati dai Turchi di quello sieno al presente; furono dalle ultime guerre, ma più dalle paci spogliati delle due più vaste provincie Podolia ed Ucrania, già fertili e ben munite, ora deserte e desolate, senza che servano si può dire ad altro che di vasto limite tra' Turchi e Moscoviti; li primati palatini ed altri soldati senza stati e senza rendite, discreditano molto il corpo riguardevole di quella nobiltà. Il Re per le aderenze della moglie è rimasto lungamente dipendente dagli arbitri della Francia, invaghito con questo appoggio di spuntare la successione del figlio alla corona, pare ora mutato di massime e più confidente negli Austriaci, accortosi che a troppo caro prezzo vendeva le maggiori conseguenze della sua patria. Intanto le arti del Signor di Bethune hanno causata la caduta dei trattati, tanto tempo dibattuti, dell'unione tra Polacchi e Moscoviti, affinchè i Turchi restino già liberi per apportare gelosie nell'Ungheria, punto dai Francesi di continuo studiato e coltivato, per quei fini che ora si scoprono; l'internunzio di quel Re a Repubblica è il Signor Samuel Proski cavaliere di nascita, inclinatissimo al nome di Vostra Serenità: si gloria di aver servito capitano di una compagnia nella piazza di Candia; la sua più sincera e cordiale confidenza mi ha fatto arrivare a lumi e notizie di sommo rilievo nelle più importanti direzioni dei pubblici maneggi.
Cesare finalmente si trova insidiato assai nell'Ungheria. Corrono tre anni che il Visir attentamente considera quell'impresa, come avvisai negli ultimi miei dispacci Vostra Serenità. Ora pare che egli la vada mettendo in esecuzione, e li ribelli guidati dal Tekely con notabilissimi progressi s'avanzano. I Turchi grandemente li fomentano e si interessano nell'impresa. Il fuoco è acceso, arde, e distrugge le reliquie di quel vasto infelice regno. Li negoziati della rinnovazione di tregue, maneggiate con tanto calore da Caprara e sommamente desiderate da Cesare, piuttosto invogliano che diminuiscano le brame, e mostrano fine poco plausibile. Io conobbi li ministri di Cesare di genio adattato alla nazione, facili a persuadersi, mal serviti dai Dragomanni ed ingannati dai Turchi; la carità cristiana ed il pubblico interesse più volte mi indusse ad avvertirli di particolari molto essenziali, e ne riportai gradimento, confidenza e stima non ordinaria al ministerio. Dubito che se Cesare non armerà con più potenti eserciti i suoi Stati, da quella parte, ogni negoziazione di Caprara sarà languida, tanto più che si deve dubitare insidiata. Soffiano troppo i venti dell'altrui interesse, e la congiuntura è troppo favorevole pei Turchi. Se il maneggio intavolato d'unione tra Cesare e i Polacchi riuscisse, si potrebbe sperare più fortificato l'argine a questo torrente. Ma parmi di vedere inclinato l'imperatore a comprare a troppo caro prezzo la quiete momentanea a quella parte, punto di gran riflesso anche per gli interessi di Vostra Serenità. Non mancano parti ai Turchi per far progressi, sa Dio ciò che sarà il fine del Tekely e dei suoi seguaci, è credibile che dall'appoggio dei barbari non sia che per cadere ìn eredità di miseria. Nella Transilvania il Visir studia altre macchine, tiene con sommo artificio vive le speranze dell'Abbaffy, ascolta, non abbandona, e sostiene li malcontenti di quella provincia; stà però sempre apparecchiato per atterrarli tutti, non avendo altra legge di amicizia e di gratitudine che la più confacente al proprio interegse, Il Re non inclinerebbe a rottura, ma il Visir continuando le suggestioni adopera ogni mezzo anco d'altri per indurvelo fino per capo di religione. Vede che l'ozio presente notabilmente pregiudica alla disciplina delle milizie, le tiene allestite da due anni in qua con le provvisioni necessarie per la guerra, ed ora arriva pur troppo vera la voce strepitosa del più considerabile armamento che da più anni in quà abbiano ammassato i Turchi. Dio sa dove anderà a cadere sì gran turbine, solito a colpire la meno minacciata parte.
Tra i pochi principi cristiani condotti da sorte maligna a confinare con così vasta e barbara potenza, questa Serenissima Repubblica rimane la più esposta, come la più debole a resistere e la più prossima alle invasioni, la più facile a soccombere, e perciò la più obbligata ad invigilare sopra ogni accidente che risvegliar possa la pur troppo inclinata attenzione de' Turchi, per ricavare vantaggio.
Viene da quelli infedeli risguardata questa patria con quell'odio comune che conservano a tutta la Cristiana Religione; considerata per il confine assai temuta in mare per il valore delle sue armate, ma nel resto sbilanciata collo scandaglio dei suoi stati tanto eliminati, e dalla fortuna iniquamente aggregati a quella fiera tirannide quattrocento miglia di confine disteso fra la Dalmazia e la Albania, con tante piazze ancora da Vostra Serenità colà possedute; produce per necessità varietà d'accidenti, più facilmente promossi dalla fierezza dei confinanti fra di loro inimicissimi, onde non possono non essere frequenti e fastidiose le inevitabili molestie dei Baili, per il ricorso alla parte sempre con pena ed aggravio dei bailaggio. A me ne sono toccati di gravi, felicemente superati senza pubblico aggravio, per essere avvenuti in congiuntura d'altri precedenti considerabili esborsi che avevano, come è ben noto, guadagnata la buona disposizione del Visir, come pare per essere sempre stati con ammirabile prevenzione difesi quei confini dagli Eccellentissimi Signori Generali di quelle provincie Pietro Valier e Gerolamo Cornaro Cavalier le di cui zelanti applicazioni e fama de' loro giusti e prudenti governi, valsero a superare ogni più fastidio se emergente.
Le tre isole del Levante e le fortezze del regno, come quelle che sono o circondate dal paese nemico o restate tra le fauci de' Turchi, non portano minori conseguenze, massime Corfù per la fama delle sue vecchie e nuove fortificazioni riputata antemurale d'Italia e dell'Europa Cristiana.
Tine e Cerigo sono in qualche buona opinione per la resistenza opposta nella passata guerra, ma sono due gran pesi pelli Eccellentissimi Baili e per i pubblici riguardi atti a somministar sempre materie per nuovi disturbi, attesa la permanenza continuata nell'Arcipelago de' corsari cristiani odiosissimi dei Turchi pelle continue rappresaglie dei loro legni ed averi; non possono li Turchi batterli e cercano di addossare il male a quelle isole, come seguì di Tine nel mio soggiorno a Costantinopoli, allora che Capiam bassà per difendersi dalle accuse di non aver battuto i corsari, ma atteso a scorticare li sudditi isolani, discreditò tanto l'isola suddetta appresso il Re, mandò a Costantinopoli corsari schiavi acciò disponessero un pieno e libero ricovero nell'isola stessa de' corsari e robe predate. Allora riconobbi che la sola misericordia del Signor Iddio, decreta alla patria un fierissimo turbine, perchè non fu certo opera umana, che io avessi modo con attentissima prevenzione di preoccupare la mente, muovere gli affetti del Visir, e che mi trovassi in possesso di confidente tale che valesse ad insinuare, che le introduzioni di Capiam, trovassero disposto il Visir a ricevere le studiate impressioni che il confidente medesimo diversificasse le disposizioni de' corsari schiavi, che il Nisir per battere il Caplam bascià sostentasse questa pubblica causa avanti il Re medesimo, il tutto con divino favore senza veruna pubblica spesa felicemente conseguito. Sopra sì gravi materie e sopra ogni altra pubblica occorrenza ho portato la dovuta partecipazione all'Eccellentissimo Cavalier Gerolamo Grimani procurator generale da mar, e spedindogli anco espressamente comandamenti della Porta contro i corsari, avendo praticato il medesimo anco per il poco tempo che ebbi la sorte di corrispondere coll'Ecellentissimo Signor Andrea Corner procurator favorito pure dalla loro benigna e zelante attenzione di reciproche notizie con opportune espedizioni nelle premure del pubblico riverito servizio.
La stima maggiore che resta appresso ai Turchi delle forze marittime di Vostra Serenità durerà fino che sia proscritta la memoria delle gloriose resistenze della passata guerra, a segno che ardirci dire che conservandosi il vigore di queste forze senza violenta necessità d'insorgenza di accidenti, possa la prudenza dell'Eccellentissimo Senato, e la desterità di chi in quella gran corte maneggia gli interessi della patria, andarsi schernendo per ora da nuove rotture. A questo fine sarà sempre applicazione propria delle Eccellenze Vostre il promuovere la disciplina e il vigore dell'armata di mare, e con esse guadagnar tempo e sperar dal Signore Iddio che qualche interna risoluzione o mossa esterna alteri la complessione di quel corpo gigante, disponga il precipizio di quel gran colosso, e sotto le sue rovine apra la via alla ricupera del perduto. Ma nel mentre non bisognerebbe che i legni guidati da ciurme perdessero affatto, col disuso, la pratica della navigazione dell'Arcipelago, come costumano le navi, e se non si volessero far inoltrare in quelle acque le galere sottili, si potrebbe farlo con le galeazze, o nell'occasione dei trasporti a Suda e Tine di milizie o nella condotta degli Eccellentissimi Baili fino ai Castelli, come si praticava per il passato, altrimenti per le future, pur troppo un giorno inevitabili occasioni, non avranno quei legni ufficiali pratichi dei siti, dei fondi e di mille altre circostanze a quella difficile navigazione congiunte, massime per condurre quei legni da porto a porto, a differenza delle navi che si tengono per lo più in mare nei porti; oltrechè due di quei poderosi legni tanto temuti da' Turchi, ben armati e guidati da prudente condotta, i quali possono mantenere vivo il nome pubblico, la riputazione delle sue armi, ed esigere ogni maggior vantaggio in quella parte alla patria.
La materia dei corsari turchi porta gravi agitazioni al bailaggio di Costantinopoli, per le frequenti commissioni di ricercare restituzioni di prede, d'impetrare comandamenti contro i corsari medesimi. Ho trattato più volte, con più reputati ministri della Porta sopra sì fastidiosa materia, e sempre dalla loro viva voce ho riportato aperte dichiarazioni, che si battessero pure sopra il mare i corsari, che il Gran Signore l'aveva accordato e comandato nelle sue capitolazioni della pace, che non si doveva aver riguardo a farlo; onde per mio debolissimo senso crederei che si potessero animare li capi di mar, tanto con le loro navi quanto con le galere, in occasione di bonaccia, a rinnovare gli antichi instituti di batterli nei nostri mari, e liberarli da tali e tante infestazioni; lo stesso osservando pure con le fuste di Santa Maura, Lepanto e Dulciano; tanto più che il presente Visir si mostra tanto acceso a concedere comandamenti per l'incendio di quei legni, come praticò il defunto Visir con l'Eccellentissimo Signor Cavalier Querini, nel tempo che io serviva Vostra Serenità debolmente in Dalmazia, e che mi toccò quella scabrosa e difficile esecuzione dell'incendio dato a 13 fuste di Dulcigno.
Con qualche altra industria crederei pure proprio di farle incendiare nei loro porti, massime per causa dell'odio che ben spesso conservano i Turchi.
Abbracciai io e praticai in Dalmazia, con frutto, anco qualche simile incontro, che sento pure ora esibito e maneggiato della virtù dell'Eccellentissimo Capitano in Golfo; per altro li comandamenti poco o niente vengono obbediti, nè servono che per autenticare e corroborare con profitto la loro disubbidienza.
Il concambio de' schiavi è una delle incombenze da Vostre Serenità strettamente comandata agli ecellentissimi Baili; ma è anco materia odiatissima dai Turchi, stimando essi più uno schiavo cristiano che cento musulmani. Superai io di far decretare il concambio di diciotto schiavi cristiani con altrettanti turchi che esistevano sopra le nostre galere, ma per gli officii del Bey ed altri ufficiali Turchi ora vedo la pratica ridotta a soli otto: ciò deriva per lo scarsissimo numero delle ciurme e perchè essi vogliono dei nostri schiavi nei servizii dai marinari, scrivani e sino timonieri.
In prima di mia partenza in vece di cavallo inutile o d'altro solito dono, impetrai il riscatto libero di dodici miserabili sudditi caduti in schiavitù nella passata guerra, e tenuti nel bagno del gran Signore e come tali a di lui sola disposizione soggetti; per il chè ci fu necessario il di lui imperiale assenso e sottoscrizione di proprio pugno, che è stato l'unico bene che a gloria del Signore Iddio e decoro di Vostra serenità ho riportato da quel barbaro paese.
Le confidenze in quella barbara corte sono difficili per la diversità della lingua e per non esservi la libertà della pratica, ma sono utili; le insinuazioni sogliono essere sempre sospette: ad ogni modo quando i Turchi piegano alla confidenza non sono infedeli. Di quelle che ho procurate e coltivate, ne ho ricavate prove forse mai più praticate; spesse volte con la penna fui avvisato dei più interni importanti affari di Stato, ed in luogo supremo ho rassegnato gli originali per prove della mia attenzione e della venerazione alle leggi. Dovrei soggiungere qualche motivo dei disturbi che seco porta quel difficilissimo ministero, nell'obbligo d'accudire sopra le tante occorrenze de' mercanti ed altri che servono colà sotto la pubblica protezione, della famiglia e dei giovani di lingua e Dragomanni, ma per maggior brevità tralascio, tanto più che circa i Dragomanni con altra scrittura a parte, ho soddisfatto al debito che mi correva con Vostra Serenità in sì gelosa materia. Le spese del bailaggio non sono da porsi nell'infima considerazione atteso massime la ristretteza de' cottimi; ho di tempo in tempo rassegnato sotto i pubblici riflessi i miei trimestri, e sebbene mi è toccato in meno di due anni soccombere al pagamento di tre pensioni del Zante, ad ogni modo la pubblica maturità può accertarsi e conoscere con quanta carità e distinzione sia stata anco in sì grave materia della mia fede e del mio zelo servita.
L'illustrissimo Signor Alessandro Bon, negli impieghi appoggiatigli dall'autorità dell'eccellentissimo provveditor generale da mar, ha fatto tra que' barbari spiccare la generosità del suo cuore.
Il nobil uomo ser Nicolò Erizzo, venuto ad aggiungere lustro alla rappresentanza, ha fatto conoscere la sua grande abilità, il suo zelo e la devozione che conserva alla patria, dimostrata in più occasioni di vari ed ardui cimenti come degno erede de' suoi gloriosi antenati. Il nobil uomo Signor Tommaso Marcello si è trattenuto meco tutto il tempo di quella mia agitatissima permanenza: ha il merito di essersi con patimenti e disagi aggiunto alla propria virtù con esperienza e cognizione, le quali possono rendere più fruttuosa alla patria la sua devozione, e mi fu compagno con tre miei figli nelle afflizioni.
Fui pure onorato dalli nobili uomini Signori Gasparo Bragadin, Tranquillo Bollani, Ser Manne Pizzamano che tutti diedero saggi di modestia e di zelo verso il pubblico servizio.
Ha servito la carica per segretario il fedelissimo Martin Imberti, e per coadjutore il Fedelissimo Iseppo suo figlio. Io non mi estenderò nel rappresentare all'Eccellentissimo Senato il merito, l'abilità e le degnissime condizioni del soggetto, la sua età consumata nel generalato di Dalmazia, in tante segreterie di questi eccellentissimi magistrati, i suoi talenti ed i frutti tante volte goduti della Pubblica Maturità più assai ne parlano di quanto potessi dire, che pure dovrebbe essere assai se io volessi soddisfar con la verità la mia coscienza.
Quanto grande sia il suo ingegno e la sua fede, altrettanto ristretto di fortuna, nella molteplicità in particolare di numerosa figliaria, che coltiva con esemplarità per renderli capaci del riverito servizio di Vostra Serenità, merita l'amore e le grazie dell'Eccellentissimo Senato, anco per l'esemplare abilità del figlio suddetto, che oltre l'andarsi incamminando nel sentiero modesto e virtuoso del padre, ritiene merito particolare ed impegno della pubblica gratitudine, per il faticoso Indice da lui principalmente formato, sotto la direzione paterna di più di trecento Volumi di Scritture, Mazzi, Filze e Libri, parte ricuperati da me dalle Case di Francia, e parte che esistevano nel Bailaggio, che presento in obbedienza delle loro riverite Ducali 21 Decembre 1680.
Di me, Serenissimo Principe Eccellentissimi Signori, dirò se forse quel silenzio nel quale or ora mi resero attonito le mie disavventure si potrà svogliere, neppure al cimento presente, di aver servito con zelo ereditario, palesato da' maggiori, da' fratelli, da' figliuolì sacrificati alla pubblica grandezza, contribuito da me in altri impieghi dalla Serenità Vostra benignamente aggraditi, attenzione de' maneggi coi Turchi, diligenza nell'indagare gli arcani, desterità nel divertire i pregiudizii e le insidie, applicazione a coltivare buona corrispondenza coi ministri delle altre Corone, e studio di apportare reputazione al veneto nome, anco nelle mediazioni degli altrui interessi, economia e risparmio del pubblico danaro, disciplina nel contegno de' sudditi e di numerosa famiglia, furono gli oggetti fervorosi e perpetui della mia mente divota. Non vi fu, Serenissimo Principe, ombra che denigrasse il candore della mia fede, e che oscurasse la limpidezza di un ossequio inalterato, ancorchè destino fatale mediante positivo decreto dell'Eccellentissimo Senato mi costringesse a, viaggiare in due navi di pubblica ragione, che erano state in simile occasione altre volte a quella Metropoli, e provveduto di quelli Ufficiali capitani e milizie istesse, che seppero nelle precedenti occasioni rapire gli schiavi in quella città e che imprudentemente ne conducevano alcuni alla vista di quella Reggia, delle quali appoggiato il comando dello Eccellentisimo Signor Provveditor generale ad altro cittadino che nelle antecedenti congiunture ne fu parimenti il Direttore, io vi fui in condizione di semplice passeggiero. Destino fatale che sebbene dopo lo sbarco ed il mio ritiro alla residenza tre miglia distante dalle navi, mi fece risentire l'afflizione della loro recidiva, con nuovo ricovero dato a quei fuggitivi, in tempo che ignaro di quanto sopra le medesime si operasse ed escluso da ogni partecipazione, era intento al riposo ed alla quiete dell'individuo pregiudicato non solo dai disagi della navigazione ma da notabile infermità che mi aggravava, la ferocia degli interessati, le pretese della restituzione, le richieste di considerabili capitali che si asserivano trafugati, i tumulti, le commozioni e disprezzi, gli assedj, le invettive, le indignazioni dei comandanti e dei ministri del Gran Signore, li pericoli delle nostre persone, della pubblica dignità, dei legni, delle insegne della patria, la sicurezza perduta, il decoro oltraggiato furono tormenti che lacerarono il mio cuore, e quello dell'Eccellentissimo Procurator Morosini a cui ebbi l'onore di succedere, ora defunto, che mi fu conforto e compagno nelle sciagure.
Nè carceri, nè ceppi, nè le catene, nè l'imminente spada del manigoldo, non sono martirj che valgono di riscontro alle nostre angosciose ferite e riportate infelicità; siamo usciti dalla voragine che minacciava di assorbire non solo noi, la rappresentanza, i congiunti, ma questo glorioso Governo, con la tolleranza ed ajuto di Dio che sempre protegge la pubblica necessità; la prosperità dell'esito ci fa infausta in questo solo che questo Eccellentissimo Senato non abbia comandato o comandi con rigorosa investigazione che si penetri nei minuti accidenti dell'accaduto, perchè, come io faccio con riverenza, avressimo maggiormente adorati i flagelli anco nella perdita delle sostanze e rischio della riputazione, se ella non trionfasse illibata, nel bel seno della verità.
Perchè avrebbero Vostra Serenità e Vostre Eccellenze ricavato e ricaverebbero con certezza se noi siamo stati gli autori delle agitazioni, se, nell'età e nel ministerio nel quale eravamo costituiti, abbiamo voluto senza alcun fine esporre ad evidente precipizio la vita, i figli, il credito, la Repubblica; oppure se con maraviglia e commiserazione degli Esteri, abbiamo esercitato costanza tale, che meritò dai Rappresentanti degli altri Principi innumerabili commendazioni. Se li schiavi siano stati prima conosciuti e scoperti dai Turchi che da noi, e se noi avvisati dello sconcerto ne abbiamo ricercato la certezza dai Capitani delle navi che ci fa dolosamente occultata. So dopo la prima visita delle navi fatte dai Turchi, riuscita per noi felicemente alle replicate istanze di quei comandanti abbiamo ancora replicato severissime perquisizioni. Se resi certi dopo molto intervallo della nascosta scelleraggine abbiamo pensato per ricoprirla, e abbiamo sospeso il castigo dei delinquenti per questo solo di non confessare colla punizione la colpa, ed esporsi ad irreparabile eccessivo risarcimento. Se ritrovato nella seconda visita dei legni, fatta da' Turchi lo schiavo Napoletano, l'abbiamo allettato con le speranze, atterrito con le minaccie, munito coi sacramenti, perchè negasse al Visir con fermezza l'errore e i compagni. Se dopo che l'indegno confessò ai Turchi la raccolta degli altri, mentre colla scorta di lui si accinsero ad indagar de' restanti, ci siamo disperatamente portati sopra le navi dove divertimmo lo scempio che era per nascere, essendo già i soldati preparati ad ostile resistenza.
Avrebbero veduto e vedrebbero Vostre Eccellenze se noi abbiamo con i rimproveri e con l'efficacia delle parole e dei fatti reso il Napoletano così stordito che non seppe additare ai Turchi quel luogo nelle venete navi nel quale era stato più volte ricevuto e nascosto. Se in occasione così avventurosa abbiamo superato e depresso l'orgoglio e l'ira del Chiaus pascià, abbiamo procurata la custodia in quei cimenti delle navi, proibendo a chi si sia il dipartirsi dalle medesime, obbligando i figli e quei nobili nostri che ivi si ritrovavano a guardarle con esattezza come fecero, senza mai abbandonarle, vegliando cadauno di loro conforme al comparto del tempo, per sentinelle, anco nell'oscurità della notte. Se allora che l'equivoco dei cadaveri galleggianti intorno alle navi suscitò di nuovo l'inconveniente già dalla nostra sofferenza assopito, che fu convertito ingiustamente in nostra reità, udendosi le imprecazioni comuni, che presagivano la condotta delle navi in Arsenale ed il loro incendio, e lo sterminio della nazione, la morte dei Baili, dei nobili, dei ministri, guerra alla nostra patria, fin serrati nelle stanze nostre dal concorso della plebe furibonda, vilipesi con dileggi ed ingiurie, abbiamo agonizzato più nel vicino periglio del pubblico decoro, che nella profusione nel nostro sangue. Se abbiamo vegliate intere le notti, consumati i giorni fra penose angoscie, temuto sovrastante l'eccidio, paventato il furore d'una gran città concitata, e dubitato più mesi degli strazii d'una barbara interessata risoluzione, se siamo stati esposti a tutti gli azzardi, e senza risparmio di noi medesimi abbiamo raddoppiata la diligenza, prevertiti i disegni, e tentate tutte le strade anco più disastrose per la preservazione de' capitali pubblici e della pubblica dignità; avrebbero distinto e distinguerebbero Vostre Eccellenze se gli Schiavi dopo l'uscita dal porto delle navi sieno restati a noi o a disposizione d'altri e a loro profitto, e finalmente se il redimere a contanti la patria, la quiete pubblica e i sudditi e l'armi nostre gloriose, sia stata mancanza o esuberanza di fede.
Non anderebbero fastosi i rei baldanzosi della colpa, nè deriderebbero l'innocenza oppressa ed avvilita. Non avrebbe perduta la patria un cittadino benemerito, qual fu il Cavalier Procurator Giovanni Morosini, il quale da fato immaturo nel fiore degli anni fu di giorno in giorno sensibilmente condotto alla tomba, da quella tormentosa passione che corrodeva il di lui cuor generoso, che superiore a tutti gli incontri della fortuna, ha convenuto cedere a questo sopra ogni altro orribile avvenimento. E sebbene mancò grave di onori non d'anni, e accolto nel cielo gode del giusto applauso dell'Europa tutta, dove in tante Corti ha fatto spiccare la magnificenza di questa Serenissima Repubblica; ad ogni modo egli è morto, spettacolo lagrimevole del mondo e de' regni; ed io resto superstite alle sventure, osservato da quelle provincie, dove aggradito da Vostra Serenità una volta il ministero mio, ho procurato lasciare nell'animo de' sudditi e degli stranieri, memoria non vile della mia ossequiosa rassegnazione.
Mi basta però in ogni tempo il compatimento magnanimo di Vostra Serenità e di Vostre Eccellenze, per compenso a tante jatture, e siccome non dispero, mi fo lecito di impetrarlo; sarò contento in mezzo alle tribolazioni non ostante che l'abbattuta mia casa risenta la perdita si può dire d'un intero patrimonio, resterà alla posterità per eredità più stimabile, il documento infallibile del mondo, come vanno sagrificate le vite e le sostanze in servizio della patria adorata.
http://www.bibliotecaitaliana.it/testo/bibit000413
Relazione Di Costantinopoli del Bailo Alvise Contarini dall'anno 1636 Al 1641
Serenissimo Principe.
L'Impero Ottomano, Serenissimo Principe, Illustrissimi ed Eccellentissimi Senatori, non è altro che un misto di senso, di politica, di fasto e di arroganza.
Il senso abbraccia ogni eccesso senza riguardo, ogni compiacimento senza avversione. Nella politica tutto è permesso, purchè sia utile, senza riflesso di fede, d'onestà o di religione. Dal fasto pendono le speranze di ciascheduno, senza luogo a natali, a prudenza o ad altra prerogativa. L'arroganza per ultimo induce temerità, che non istima opposizione d'altri, non pericoli nè cimenti proprii.
Quivi la religione nell'apparenza è, tutta ipocrisia, nel midollo politica soprafina; ogni lusso è permesso che la borsa de' privati può mantenere, e l'abbondanza di popolo, che da questo deriva, rende quella monarchia più nel numero, che nell'arte o nella perizia formidabile. L'avarizia che ammette avanie, falsità, oppressioni, forma tanti rivoli di rendite quanti sono li ministri che comandano, che frequentemente poi mutati e dispersi, le fortune di tutti nel solo nutrimento del regio tesoro si convertono.
Quivi il monarca esercita le parti d'una terrena assoluta deità, padrone senza riserva delle coscienze, della vita, dell'onore, delle fortune di ciascheduno. Gli altri governi hanno le proprie leggi, ma quivi a tutte le leggi prevale il volere del Sultano; gli altri comandano a sudditi, ma non alle coscienze a Dio solo riservate.
Quivi tutta la forza del comando consiste nel mantenere i popoli in una falsa credenza che il volere del principe sia quello di Dio; che il disobbedire a quello offenda questo; che il perder la vita o sotto la spada o in servitù del monarca sia martirio; il resister a suoi colpi, il fuggirsi in guerra, l'opporsi a' suoi voleri, certezza di dannazione. Tanto ha saputo l'empio Maometto inserire nel suo detestabile Alcorano, che ha costituito una religione soggetta alla politica, un tiranno nell'autorità, quasi direi, a Dio medesimo eguale.
Quivi finalmente è lecito ad ognuno portar le proprie speranze all'apice maggiore: alcunj ritrovano la fortuna tra le lordure dei vizii, altri tra gli agi dell'ozio, non pochi nel buon esito dei maneggi; la guerra, che con la morte estingue, con la felicità de' successi solleva; ed a molti ancora gli esercizii più bassi per mezzo ad innalzarsi esclusi non rimangono. Anche arrivati al visiriato primo, non per questo si esimono dal titolo di schiavi, nè s'assicurano dall'indignazione, anzi quanto più vicini a Giove, tanto più a' suoi folgori ed al precipizio sono soggetti.
In questo dunque qual si sia governo, è toccato a me, per pubblica benigna disposizione, di servire per lo spazio di cinquantasette mesi, compresi li viaggi, dopo altri quattordici anni di continuo impiego nelle quattro ordinarie legazioni d'Olanda, Inghilterra, Francia e Roma: seria così lunga, incessante ed affannosa, che ben m'ha potuto insegnare tutto le altre legazioni, non esser che ombre e sogni in riguardo del bailaggio. Nè dico io questo per esser toccate a me la congiunture più scabrose che sieno mai state o siano per essere, per le qualità esecrande che nel tiranno Sultan Murat concorrevano; ma per le parti molteplici e personaggi diversi, che in quella sola di bailo rappresentavo.
Il disavantaggio perpetuo, tra una potenza grandissima, ambiziosa e senza fede, ed un'altra quasi mediocre, ma contraente, osservantissima e puntuale: il tratto de' confini così lungo per terra, tra mille circostanze d'uomini interessati, tra continue querele, in molte delle quali non sempre tutta la ragione dal nostro canto concorre: le indigenze così varie e repentine del mare, o per armate che escono, per vascelli che s'incontrano, o per sbarchi o per fughe di schiavi, o per altri simili accidenti che giornalmente succedono: le gelosie perpetue, che danno e ricevono l'isole di Vostra Serenità, il regno di Candia per il decoro, Corfù per la fortezza, Zante e Cefalonia per le necessità della Morea vicina, ma sopra tutto quella di Tine mirata sempre con occhio torbido come situata nel cuore dell'Arcipelago e nel centro di quell'impero: le incombenze del traffico, il quale se non è, dovrebbe essere almeno di tanto utile ai dazii della Repubblica, quanto egli è l'unico sostentamento di questa nostra città, per le due arti della seta e della lana; con le quali poi vanno inseparabilmente unite le conseguenze tutte delle scale di Alessandria, Soria, Smirne ed altre che sotto la sola direzione del bailo consistono: la navigazione, che al traffico va congiunta con quei pregiudizii e disordini, che a dirne il vero, più da noi medesimi nel non ripararli, che dall'avarie de' Turchi o dal corso dei Pirati nel cagionarli dipendono, con li riguardi massime dell'altre nazioni franche che da pochi anni in qua introdotte nell'Ottomano imperio, col concorso di mercanzie di gran lunga inferiori alle veneziane e nella qualità e nel prezzo, la rovina del medesimo traffico cagionano.
La pietà pubblica verso li santi luoghi di Gerusalemme, acciò siano dentro i cancelli delle antiche consuetudine preservati: le chiese e le religioni di Galata, che senza la Repubblica già sarieno estinte: ed i juspatronati, lacrimosi residui dell'antico dominio in quelle parti, che tutt' ora si conservano, son tutti pesi che che aggravano il bailaggio in generale; ma nel particolare poi malamente possono rappresentarsi le molestie del governo di una gran casa composta di tanta gente: dragomanni, giovani della lingua, portalettere, schiavi, la giudicatura tra' sudditi, le dipendenze della Cancelleria e sovratutto l'obbligo d'invigilare come ambasciatore alle occorrenze della Cristianità, con mille intoppi tra i ministri di altri principi che ivi risiedono, tra mille girandole per occultar ai Turchi le nostre dissenzioni; circostanze tutte così gravi e molteplici, e ben spesso tra loro medesime contrarie, che la sola assistenza del Signor Iddio può fare che una sola testa supplisca; in paese massima dove la ragione non ha sempre luogo, dove si contende con l'interesse, dove il valore dei sapientissimi decreti pubblici tarda e non mai opportunemente anima, dove finalmente non arrivano mai lettere, che occasione di travaglio al bailo non apportino. Sicchè dunque per conclusione di questo capo dirò riverentemente due cose: la prima e principale che l'Eccellenze Vostre sono obbligate da Dio, dalla patria, dalla propria coscienza, per il bene dei posteri, per la conservazione di questa preziosissima libertà, misurare con sottilissimo scandaglio li soggetti che saranno da loro destinati al bailaggio: potendosi a dir il vero nelle altre cariche tutte, che, dispensa la Repubblica, soddisfare al sangue, all'amicizia e dirò anche al broglio, giacchè questa è l'unica deità che oggidì s'adora, l'unico pianeta che in queste lagune influisce, e piaccia a Dio che non sia un giorno influsso maligno; ma nell'elezione dei baili certo è che l'unico universale interesse è il bene della patria: ed in questo (mercè alla divina assistenza e mercè alla pubblica sapienza) devo grandemente consolarmi, prevenuto essendosi questo mio riverente ricordo nell'elezione dell'Eccellentissimo Trevisano mio successore, Senatore insigne, che saprà rappresentare altrettanti personaggi alla scena di Costantinopoli quante sono le cariche, e ben diverse, che nel teatro di questo governo interno ed esterno ha degnamente sostenute.
Col qual concetto di stima avendolo lasciato a quella Porta, non possono l'Eccellenze Vostre dubitare che le debolezze del mio passato servizio non restino dal valore di questo nuovo Atlante sostenute in modo, che nella certezza di dover Esse ricevere un ottimo servizio, io all'incontro sia pur consolato che le stesse mie debolezze abbiano trovato luogo sempre favorevole e mai corretto e rimproverato nella pubblica soddisfazione, e quindi passerò tanto più francamente alla relazione che mi sono prefisso la quale per levare il tedio a quattro soli capi anderò restringendo:
Primo: del Governo e forze così terrestri come marittime, con l'entrate e spese dell'ottomano imperio.
Secondo: della persona di Sultan Murat defunto, di Sultan Ibraim regnante, con li riflessi della linea ottomana mancante.
Terzo: dei Ministri che oggidì governano e delle corrispondenze di quelli con altri potentati.
Quarto: degli interessi particolari della Repubblica nostra collo stesso Impero, e del modo di ben condurli che sarà l'ultimo, ma più importante capo degno di osservazione.
Capitolo primo. Del Governo.
Per ben capire le condizioni di un Governo, credo Serenissimo Principe doversi principiare dal fondamento che è la Religione, sopra il quale erigendosi poi la fabbrica, tanto diremo noi che sia l'edifizio per durare quanto sarà stabile il fondamento. E sebbene, come ho detto nel principio, la religione dei Turchi non è altro che ipocrisia nel di fuori, politica nel midollo, a noi però conviene di considerarla in riguardo dei frutti che ella produce, non pei nomi che ella cagiona, i quali servono semplicemente a farla credere abbominevole. Tralascierò tuttociò che ne scrivono gli storici, con l'origine dei fondatori, le opinioni diverse dei seguaci loro, ed altre curiosità volgari, niente dirette a quel lume che, per il governo politico, fu sempre oggetto de' nostri maggiori nell'obbligo delle relazioni da prefiggersi.
Capo di questa falsa religione, come ad ognuno è noto, è il Muftì al quale si aspetta di dichiarar tutti i punti dell'Alcorano sopra i quali può nascere controversia, tanto oscuro riuscendo esso per sè medesimo, che quasi nuovo testo d'Aristotile, tanti sono li glossatori quanti diversi li pareri ed opinioni di quelli che commentano. Soleva il Muftì essere già tenuto in somma venerazione, non meno dai popoli che dal Re medesimo; ma il Sultano Murat che tra gli altri titoli s'usurpava quello di Vicario di Dio, tale volle appunto farsi conoscere nel privar di vita il Muftì del suo tempo, con esempio mai più tra i Turchi praticato in discapito della antica venerazione. Pare nondimeno che il Re presente faccia del Muftì molta stima, seco dolendosi acremente, che in tempo del fratello avesse voluto con suo teftà (che in nostra lingua suona responso) render giustificata la morte dei fratelli, asserendo, che il medesimo avrebbe fatto contro di lui ancora; ma perchè a questo rimprovero non ha corrisposto poi esecuzione alcuna, vien creduto generalmente che il Re riverisca la carica, ma non ami la persona: e sebbene il nome di Muftì pare che comprender voglia una sopraintendenza semplicemente ecclesiastica, nella essenza nondimeno egli abbraccia tutta la giudicatura civile: perchè non essendovi tra' Turchi, come si pratica in Cristianità, distinzione di leggi canoniche e civili di qua nasce che un solo capo all'incombenza dell'une e dell'altre egualmente supplisce. Tutti quelli che attendono alle leggi sono in tre ordini divisi. Li giovani studenti chiamati col nome del paese Soffà, che come tali portano anche turbante diverso dagli altri, viene ad essere il primo. Il secondo è di quelli che dopo essersi perfezionati negli studi, destinati vengono come jusdicentinei villaggi, terre e città, chiamati col nome dei paese Cadì. Il terzo è che consiste in solo due giudici ma supremi, i quali per ordinario si cavano dalla condizione dei Cadì e col nome del paese Cadileschieri si chiamano, l'uno della Grecia che abbraccia tutta la parte esistente in Europa, l'altro di Natolia che abbraccia quella dell'Asia, ed amendue come giudici militari seguono sempre l'esercito, quando vi sia la persona del Re o del primo Visir, ed in Costantinopoli nel Divano i giorni ordinari con prerogativa di posto e di turbante privilegiato continuamente assistono; e da questi medesimi finalmente i quali la carica a piacimento del Re o del Visir esercitano, anche il Muftì unico capo di essi, come ho già sopra narrato, nominato viene.
Li giudizii poi che da questi derivano sono sommari e definitivi senza luogo a repliche ed appellazioni od altre lunghezze, le quali in Cristianità tuttociò che si pone in lite così dagli attori come da rei nel solo provecchio d'avvocati, nodari ed altri causidici di palazzo alla fine egualmente convertono, con una estorsione pei poveri clienti sotto specie di giustizia che certamente la tirannide dei Turchi di gran lunga avanza: e bisogna confessare che nessun atto di carità può usarsi verso dei sudditi più caro ad essi, più grato a Dio, quanto l'andar scemando queste lunghezze, distrugger i cavilli e castigare anco quelli che il falso per il vero anzi bene spesso contro il fatto medesimo di sostenere non si vergognano. Il giudizio dei Turchi è dunque, breve e definitivo, le scritture non hanno luogo immaginabile tutto si fonda sopra la relazione dei testimonj, due dei quali conformi bastano alla confirmazione di ogni prova, sebbene tra questi molti ne siano di falsi, onde chi più spende, non chi ha più ragione, bene spesso prevale. Ad ogni modo è però anche vero, che quando li giudici vogliono esaminarli separatamente l'uno dall'altro con somma facilità si scoprono, e li discoperti atrocemente si castigano; ma questo succede di rado, perchè la propria corruzione del giudice è quella appunto che anche la falsità dei testimonj fomenta. Fassi gran caso nei giudizi del responso dei Muftì chiamato come è narrato teftà, il quale non è altro che un quesito, sotto nomi suppositi, fingendosi un fatto simile per appunto a quello sopra il quale si litiga, e il Muftì vi aggiunge sotto queste sole parole: si può o non si può. Ed in questo li suoi ministri grandemente profittano, perchè bene spesso lo fanno rispondere conforme il gusto delle parti e non della ragione. Ma prodotto il teftà, quale egli si sia, in giudizio, agevola grandemente l'interesse di quel caso a favor del quale espresso rimane. Quando uno si confessa debitore dell'altro in presenza del giudice, o bisogna che soddisfi o che rimanga prigione, senza immaginabile sutterfugio, e quando vi è la persona non si può contro la sostanza fare esecuzione alcuna: dal che nasce, che molti sieno ricchi ancorchè per debiti prigioni, e che in presenza del giudice anche i debiti più patenti si neghino. E questo quanto ai giudizii.
Evvi un altro genere di persone pur dipendente dal Muftì: questi sono li governatori delle Moschee chiamati Mutesselici, i quali maneggiano l'entrata di esse Moschee, e le Moschee sono tutte ricchissime, perchè ogni giorno vengono loro lasciate entrate da quelli che muojono e li beni che una volta sono obbligati alle Moschee, chiamati in loro lingua vacuf, restano nel fondo obbligati per sempre alle medesime Moschee, le quali sopra di loro pongono poi livelli perpetui, e le fabbriche che si fanno sopra essi fondi se passano di padre in figlio non ponno essere impedite, ma se per linea trasversale, ritorna il fondo con tutte le fabbriche alla Moschea. Con queste rendite si mantengono poi collegi di studenti, bagni ad uso comune, alloggi con spese ai pellegrini ed altre opere simili di generale carità. Sono di bellissima struttura le Moschee, come dirette all'eternità, taluna costando cinque, sei milioni e più; ma tutti gli altri edifizi poi, come ordinati al bisogno temporaneo, sono cadenti, mal composti, fabbricati per lo più di legname e di bitume, che vuol dire al fuoco soggetti, onde non è poi meraviglia se frequenti sono gli incendj a Costantinopoli, e la strage, quando succedono, grandissima. Le regie Moschee non possono essere fabbricate se li Imperatori non le dotano di qualche regno o provincia che acquistino; e così si vede in Costantinopoli quella di Sultan Mehmed dotata collo acquisto del Cairo, quella di Suliman di un'altra provincia. In Adrianopoli bellissima è quella di Sultan Selim dotata col regno di Cipro, e così le altre.
Seguitano a questi governatori delle Moschee li parochi chiamati nella loro lingua Iman, ai quali incombe l'intuonare le orazioni alle ore destinate, far li Retagli, seppellire i morti: questi con nessuna e quelli con molta solennità. Sotto li parochi sono quelli che gridano l'ore chiamati Talismani, che dividono in sette parti il giorno e la notte, ognuna delle quali dalle orazioni comincia.
Cadono sotto quell'ordine anche li santoni chiamati Dervis, i quali ignudi d'abito ma vestiti di tutte le scelleraggini e vizij vengono assai rispettati e sotto il rispetto nascondono le turpitudini. Alcuni godono proventi molto ricchi con fabbriche molto ample, altri per esercizio di spiritualità le notti intiere cantano, altri a certi giorni stabiliti con universale concorso tanto girano attorno che restano storditi e nello stordimento danno falsamente ad intendere di godere visioni soprannaturali: tutti lacci per cattivare quella povera plebe, obbligata per la sua religione alla ignoranza, pochi essendo quelli che imparano a leggere e scrivere, pochissimi le istorie od altre erudizioni, tutti in generale all'esercizio del cavallo, dell'arco ed alle fatiche maggiori del corpo impiegandosi. Politica sopra tutte le altre finissima, da ingegno piuttosto diabolico che umano introdotta, che con ignoranza, dei popoli assicura nel tiranno la monarchia. Nel resto poi gente tutta che, toltane l'infedeltà col falso rito, si può dire che sia la migliore che possa praticarsi; e se dalle città fossero banditi li rinnegati cristiani e li ebrei, le città medesime piuttosto con nome di conventi chiamar si potriano. Levano essi universalmente due ore avanti giorno in ogni tempo; e dopo il bagno praticato per la abluzione dei peccati segue l'orazione dell'alba mattutina, alla quale quasi tutti intervengono. Nel mezzo giorno poi, che vuol dire nel colmo delle faccende, tralasciando questo replicano di nuovo le orazioni, ed all'ora di Compieta nella quale tutti si ritirano da ogni negozio, e dopo la cena pure si ritorna alla orazione della sera, e molti anche intervengono a quella della notte che si celebra verso le due ore, dopo la quale tutti ritirandosi nelle proprie case non è più lecito ad alcuno di uscirvi sia con lume o senza lume; le guardie de' propri abitanti si ripartiscono a vicenda per le contrade e, con le proprie famiglie, anche tutte le altre case dal fuoco, dai ladri e da ogni altro mal incontro difendono. Che però in quattro anni che sono stato a Costantinopoli, non credo siano avvenuti quattro omicidi e questi ancora casuali, eppure l'anime di Costantinopoli eccedono un milione, composte di tante nazioni diverse che altrettante non si trovano in alcun luogo del mondo radunate. I ladroneci son rari, gli assassinj nessuno, non bestemmie, non essendovi nella lingua turca altra forma di nominare il nome di Dio, che quella sola di Allà che vuol dire Dio. Giuochi pochissimi, anzi nessun altro che quello degli scacchi per passatempo fra i grandi, tutti gli altri giuocando ad affaticarsi e sudare per guadagnare il vitto. Quivi fiorisce per estremo la carità, ognuno gode il suo con intiera quiete; non donne non roba d'altri si usurpa; ogni uomo coopera all'ajuto del prossimo: tutti spie, tutti sbirri, tutti persecutori dei malfattori, contro i quali però non mancano buone guardie de' Gianizzeri, e dappertutto il deliquente è severamente castigato. I lussi sono banditi, le abitazioni servono al solo difendersi dalle ingiurie del tempo, suppellettili di pochissima vaglia, il mangiare, il dormire, il sedere tutti ad un modo in terra o come essi chiamano soffà. Questo è coperto tra i grandi di qualche tappetto, tra gli inferiori di qualche drappo di lana di poco valore. Il vestire comunemente di panno o raso, sempre ad un modo, alterato da qualcheduno nelle sole fodere di pelli, il mangiare pochissimo e senza vino, al quale però si va assai addomesticando.
Le maggiori spese dei Turchi consistono nella quantità di schiave, pochi essendo quelli che della sola moglie si contentino, e nelle armi, nei cavalli e negli abbigliamenti di questi, gioiellati con ogni dispendio maggiore. Questi però si usano dalla gente di guerra della quale parleremo in appresso. Tutti gli altri passando il tempo con la corona in mano, con nessuno o pochissimi esercizii travagliano, perchè li Cristiani sudditi nella coltura dei terreni, gli Ebrei nei traffichi e negozii, gli schiavi negli esercizii bassi sono impiegati; e pur troppo travagliando insegnano a' Turchi ogni ribalderia, ed essendo corruptio optimi pessima nasce che li Turchi inviziositi diventano poi insopportabili, pieni d'avanie, d'interesse violento, ed oltremodo corrotti.
Capitolo Secondo. Delle forze, e prima delle terrestri.
Vedutosi succintamente quello che del Governo del Turco ho creduto necessario per lume della relazione susseguente, ommesso quel più che dall'istorie raccogliere si può: passerò al racconto delle forze, che chiamano l'intelligenza pubblica a sollevarsi come a materia che tocca ben da vicino l'interesse di questa patria non meno che di tutta la Cristianità; e dirò prima delle terrestri per evitare la confusione.
Per ben discorrere di queste darò un tocco di semplice volo all'ampiezza dell'Imperio Ottomano, che nell'Asia, Africa ed Europa si distende, che nel mondo tutto non vi è monarchia maggiore, ancorchè qualcheduno attribuisca questa prerogativa alli Re di Spagna, il che anche quando fosse vero non è però da compararsi l'ampiezza degli Stati del Cattolico, per la disunione, per la lontananza che sino nell'Indie Occidentali s'estende, mentre l'Impero Ottomano è unito in un solo gran corpo, il quale non so se debba dire composto dall'armi, oppure abbandonato dai Principi Cristiani, mentre con le loro discordie han permesso che si fondi e si accresca uno Stato che oggidì, con danno e vergogna dei Cristiani, la legge al mondo prescrive.
Questo adunque grandissimo Imperio si divide in due generalati, di Grecia e di Natolia. Questo in Asia e quello in Europa, che col nome del paese Beglierbei si chiamano, i quali anticamente con la preminenza del posto erano in grande riputazione, Ma da poco tempo in qua li Visiri delle provincie o per ricchezze o per valore o per congiunzione di sangue cogli Imperatori soggetti privilegiati, hanno questa dignità grandemente abbassata, a segno che al presente a poco altro si estende che a seder nel divano, quando vengono a Costantinopoli, l'ultimo luogo fra li Visiri tenendo. Sopraintendono questi alle milizie e come generali di esse marciano in testa loro dove sono comandate. E perchè l'Imperio tutto si divide in 40 Provincie che per lo più ricevono il nome dalla città metropoli dove i bascià risiedono; sette però oltre le isole dell'Arcipelago sono quelle in Europa che sotto il nome di Grecia si considerano, alle quali poi s'aggiungono la Valachia, Moldavia e Transilvania tutte tre assolutamente tributarie, ma l'ultima delle altre due con qualche più privilegiata riserva.
Nell'Asia trenta provincie si considerano, compresa l'isola di Cipro, e aggiuntavi poi ultimamente la provincia di Babilonia. In Africa sono li tre infami nidi di corsari: Tripoli, Tunisi e Algeri, che il numero di 40 come ho predetto compiscono.
Confinano gli Stati d'Europa: prima con la Repubblica, poi con l'Impero, la Polonia e i Tartari, i quali sebben divisi sotto diversi nomi, gran parte nondimeno di essi come sudditi dell'Impero Ottomano considerare si possono. Nell'Asia continua il confine coi Tartari, s'allunga in qualche angolo coi Moscoviti, e più coi Giorgiani, Mingreli e altri popoli, che si professano neutrali fra gli Ottomani e i Persiani, e che si mantengono tali col seguitar sempre la fortuna del vincitore. Prosegue in gran tratto il confine con la Persia, la provincia di Balsara si estende fin quasi sopra il mare di Goa: li Abissini poi confinano dalla parte di Egitto fino al mar Rosso; e finalmente quel poco paese marittimo nell'Africa tiene per vicini da l'un canto gli Spagnuoli dall'altro i Mori, coi quali in perpetui dissidi vivono. Li popoli dell'Europa dopo cessate le guerre dell'Ungheria hanno preso qualche respiro, non perchè non siano oppressi e malcontenti e desiderosi di novità, massime nell'Albania per il gran numero di Cristiani che vi sono, ma per il paragone orribile dell'Asia talmente danneggiata dal corso continuo di milizie espedite dicesi contro Persia, che li paesi intieri sono affatto inculti, le città spopolate, tutto deserto e inospite, a segno che pochissimi anni fa le genti di Costantinopoli a riabitar l'Asia violentate furono. E per dire il vero se l'Impero abbondasse di gente da colture come fa di terreni, favorito da una clemenza di cielo molto benigna non avrebbe più oltre che desiderare.
Vedutasi l'ampiezza dell'Imperio, l'estensione de' suoi confini, la divisione delle provincie, colla condizione dei popoli, in che non molto mi sono dilungato perchè non credo vi sia alcuno in questo Eccellentissimo Senato non lo sappia molto meglio o che almeno saper non lo debba, conviene ora che da questi medesimi popoli e provincie io rappresenti quello che ne cavi il Gransignore per uso della guerra terrestre. La milizia dunque di terra si divide come in ogni altro Stato nelle due condizioni ordinarie di: a piedi ed a cavallo. Questa numerosissima per l'ampiezza dei paesi, per la scarsezza delle fortezze, per l'uso delle invasioni molto praticate dai Turchi, tutta passa sotto il nome Spahi. Quella invece ristretta nel numero, ma molto agguerrita nella disciplina che Gianizzeri si chiama; sebbene da qualche tempo in qua essi sono ridotti stazionarii come più particolarmente a suo luogo diremo. Li Spahi sono di due specie: gli uni sono chiamati Spahi di paga, i quali non eccedono ordinariamente il numero di 20 mille, con paghe diverse a misura dei propri impieghi, che però non sono nè minori di 20 aspri nè maggiori di 130 per giorno, obbligati questi di servir colla propria persona ed un cavallo, e sono negli eserciti li manco impiegati, perchè la loro carica nel marciare di retroguardia, nell'assistere alla custodia della persona del Re, del tesoro e dei regi padiglioni unicamente consiste. Gli altri Spahi sono feudatari, e questi feudi che essi possedono sono di tre sorta, alcuni col nome del paese si chiamano Timari, e questi non rendono di entrata che 20 mila aspri che sono 150 reali circa per anno. Li secondi sono chiamati Ziamet e valgono dalli 20 mila fino alli 100 mila aspri e più ancora: perchè così questi come li primi si concedono sopra le stime antiche le quali di presente rendono molto più, sicchè alcuno di questi potrà valere sin 4 o 6 mille reali d'entrata per anno. Li terzi si chiamano Chiaussi e questi non eccedono il numero di 40 in circa, alcuno dei quali rende 30 fin 40 mila aspri per anno, che alle sole persone dei bascià, alle Sultane sorelle del Re e ad altri imperiali per loro sostenimento e delle loro numerose famiglie si concedono, nè di essi occorrerà dir altro. In questi feudi adunque del primo e del secondo ordine, cioè timari e ziamet consiste lo sforzo della cavalleria turca: quelli della Grecia saranno in torno 12 mille, quelli dell'Asia 30 mille e più. Ognuno che gode alcuno di questi feudi è obbligato servire in guerra colla propria persona, e poi a misura del valore dei medesimi feudi deve essere accompagnato da 2, 4, 6 fin 12, 15, 20cavalieri montati ed armati a tutte sue spese; milizia che pagata egualmente così in tempo di pace come di guerra, senza che il Re non contribuisca neppure un aspro, arriva d'ordinario al numero di 140 mille cavalli, che con l'aggiunta poi dei stallieri e schiavi per il governo dei medesimi cavalli, ascende a numero molto maggiore; ma quel che importa pronta e allestita in modo, che non dirò da un mese all'altro, ma da un'ora all'altra può mettersi in campagna e condursi dovunque comandato sia. Nelle guerre lunghe e lontano questi feudatari patiscono grandemente per quello che conviene alla spesa di loro medesimi e dei cavalli giornalmente provvedere, però non è meraviglia che le medesime lunghe guerre sieno grandemente abborrite; nondimeno questi feudatari sono l'unico fondamento dell'esercito, perchè non solo li obbligati per il feudo si conducono alla guerra, ma tutti quelli che pretendono essere infeudati in luogo di quelli che alla guerra morissero, seguitano pure il campo a proprie loro spose; anzi li bascià i quali d'ordinario le famiglie loro molto numerose in guerra conducono, si servono per lo più di questi, che per solo fine di essere infeudati l'armata seguono e per il medesimo a tutte le prove più difficili e pericolose si azzardano e come corpo più vigoroso dell'esercito Ottomano anco si considerano. Che però tutti li Visiri i quali ad eserciti comandano, sogliono per aver grosso esercito portar con loro li libri di questi feudi, per avvertire in luogo di quelli che nella guerra periscono li altri che per subentrare a proprio spese gli eserciti seguono. Dico di quelli che muoiono, perchè a questa milizia torna sempre di far le fazioni più azzardose, non solo per quello che riguarda le battaglie ma per le fatiche di portar terra, lavorar nelle trinciere, alzar cavalieri, ed altre fazioni simili, dalle quali nessuno si trova esente nell'esercito dei Turchi, anzi li bascià medesimi ed altri capi sono li primi che, per animare coll'esempio gli altri a seguirli nelle fatiche, ai pericoli maggiori si cimentano. Quando l'esercito deve sortire si spedisce anticipatamente per tutte le provincie ad avvertirne li feudatarj, affine che in tal luogo e tempo ognuno si ritrovi, con li requisiti molto ben espressi nella concessione del feudo, e con pena a quelli che mancano di perder con il feudo anche la vita. Pochi si sottraggono da questa obbedienza, se non è per molto favore ovvero col procurarsi altro impiego pubblico che ne li dispensi, perchè quelli che aspirano alli medesimi feudi sono anche quelli che accusano gli assenti, mentre massima ed esattissima revisione si fa nel campo prima che ad alcuna fazione si mandino. A segno tale che il Sultano Murat, ultimo defunto, quando, da Aleppo verso Babilonia, volse col libro dei feudi alla mano rassegnarli egli medesimo ad uno ad uno, cassando gli assenti ed infeudando quelli che dalla medesima provincia a loro spese e per questo solo oggetto, l'esercito come ho predetto seguitavano. Potremo dunque dire e diremo bene che il Turco ad ogni minimo cenno, ed in momenti di tempo, senza esborsar un aspro nè per assoldare, nè per mantenerli quanto dura la guerra, può mettere insieme 200 mille cavalli tra gli Spahi feudatarj e molto più quelli che seguitano per subentrare come ho predetto in luogo di quelli che periscono. Ai quali si potria anco aggiungere buon numero di Tartari, che sono sempre disposti montati ed aggueriti, se però nell'esercito non cagionassero bene spesso confusione e dalla confusione danno maggiore di quello che gli inimici stessi apportare potriano.
Di questo sforzo considerabile altro contrario non ho saputo, se non quello della poca disciplina colla quale e' marciano e combattono, e se non il disavvantaggio delle armi che in scimitarra, arco ed alcune piche, ossiano spuntoni all'uso antico, consistono; ben conoscendosi e toccandosi con mano che le forze ottomane dal numero molto più che da qualunque altro vantaggio dipendono.
I Giannizzeri poi sono quelli che formano la milizia terrestre a piedi, e la loro origine fu assunta in conformità delle antiche milizie tra i romani Pretoriani. Erano questi nella prima loro istituzione, come ad ognuno è ben noto, figliuoli di Cristiani per lo più Greci, dei quali ogni tant' anni si faceva la raccolta, come oggidì ancora ella si pratica, ma con questa differenza, che dove in quei tempi la puntualità della istituzione nel raccogliere figliuoli di Cristiani e non altrimenti veniva eseguita, così di presente ella viene in gran parte adulterata: perchè dall'un canto li Cristiani per esimer li propri figliuoli da questa tirannide, e dall'altro li Turchi per incamminare li propri figliuoli nell'ordine dei Giannizzeri dal quale poi escono li maggiori nel comando, nasce volontieri da questo comodo reciproco che li Turchi, ricevendo dai Cristiani qualche ricognizione, li propri figliuoli sotto il nome di Cristiani medesimi alla decima contribuiscono, e li ministri ancora che vi sono impiegati nel raccoglierla, corrotti bene spesso da donativi, trascurano i migliori, poco si curano se Cristiani o Turchi siano, e niente riflettono che esimendosi li Cristiani da questo tributo, moltiplicano li nemici dentro il proprio regno, che tali sono tutti li Cristiani, e diminuiscono il numero dei Turchi con applicarli nel Serraglio e poi nell'ordine dei Giannizzeri, dove per istituzione tutti Cristiani rapiti esser dovriano. Ma siccome l'origine così anche il progresso di questa milizia adulterato rimane, perchè dove prima il numero non eccedevano di 12,000 ma tutti aggueriti, tutti fortificati nelle fatiche, tutti vicini sempre alla persona del Re, come le prove di tante generose fazioni bastevolmente dichiarano, ora li Giannizzeri sono 30 in 40 mille ampliati nel numero, ma decaduti nella condizione, non più Giannizzeri, ma Turchi diremo gianizzerati, non più feroci ma quasi tutti casalini, non agguerriti ma corrotti negli affetti di padre e di marito, non più sotto l'occhio del Re ma sparsi e divisi per l'Imperio sotto capi diversi ancorchè del loro ordine, con pratiche e costumi differenti. E perchè con la morte da loro procurata, con esempio mai più udito, del Sultano Osman pochi anni sono, hanno convenuto risentire il rigore del fratello Sultan Murat successore, che distruggendo e dissipando i capi loro li ha con miracoloso evento ridotti alla obbedienza, non so se questo timore li abbia avviliti, o se pure la venerazione antica dei popoli si sia scemata, perchè veramente hanno molto perduto dell'antico concetto e stima. Conservano essi nondimeno anco fra questo corrutele gli ordini loro antichi: diviso essendo tutto questo corpo in 162 camere che noi più propriamente chiameremo squadre, ognuna delle quali tiene il suo capo che si chiama Aga da Bassì. Li capi dei cento, nominati Chiurnaggi, dai quali e non da altri possono essere castigati li Giannizzeri di quella camera che qualche delitto commettessero, a segno tale che neanche il supremo Visir ardisce di farlo, ma trovato uno dei Gianizzeri al capo della sua camera e non ad altri simili capi di altre camere per il castigo lo trasmette; consuetudine antica che però dal Sultan Murat affine di maggiormente intimorirli bene spesso veniva adulterata, ed i Giannizzeri delinquenti castigati senza gli ordini predetti; i quali nel resto camminano con tanto buon ordine che, seguendo gli ufficiali maggiori alli inferiori, non manca alle camere medesime ogni necessario servizio fino di cuochi, guatteri, portatori d'aqua ed altri simili bassi impieghi. Non sono eguali le camere nel numero dei Giannizzeri, e questo non solo per la qualità dei capi di maneggio e stima che maggiore degli altri hanno il seguito; ma perchè alcune di esse camere sono privilegiate e conseguentemente più numerose, come tale è la camera di quelli che con abito particolare, singolari nel tirar d'arco, assistono la persona del Re col nome del paese chiamati Solachi, ai quali incombe di guardar la persona del Re, il regio padiglione, il cavallo di Sua Maestà quando esce pubblicamente ed altre simili privilegiate funzioni. Capo di tutto questo corpo è il Giannizzero Agà, il quale sotto di lui tiene un luogotenente chiamato Chiecagà, e poi susseguono altri con nomi diversi, secondo li propri loro impegni, ma con ordine tale che mutandosi l'Agà de' Giannizzeri, ognuno degli ufficiali subordinati va facendo il suo passo. Nondimeno da qualche tempo in qua che li Gianizzeri si sono resi sospetti e troppo pretendenti, pare che l'Agà dei Giannizzeri sia sempre uno di quelli che escono dal serraglio e che hanno la confidenza maggiore per meglio osservare gli andamenti di quest' ordine, avvisarne il Re, e divertire quei scandali che sono derivati e che facilmente derivar potriano quando il capo ed i membri d'affetti simili unitamente cospirassero.
Da questa politica, che chiameremo privata del Re, nascono però rilevanti pregiudizii pubblici: perchè l'Agà dei Giannizzeri, non essendo di quell'ordine, riesce impratico di tutte le funzioni, la milizia nol conosce, nè egli conosce i più valorosi, anzi tanto è il sospetto del Re che li soggetti a quella carica preposti pochissinio durano, perchè se troppo confidenti della milizia, il Re ingelosito li permuta, e se troppo confidenti del Re, la milizia ingelosita la loro deposizione procura; dimodochè questa gelosia reciproca viene ad essere oggidì uno dei maggiori contrarii che nell'ordine dei Giannizzeri osservarsi convenga.
La paga loro è varia, ma però non inferiore di tre aspri al giorno per testa, nè maggiore di nove, con altre prerogative però di carne a prezzo basso e sempre uniforme, ed altri simili avvantaggi senza i quali malamente viver potrebbero. Questa paga tanto lor corre servendo in guerra, quanto vivendo oziosi nei presidj e nelle proprie case; e da questa forma nasce una strana novità perchè la guerra che altrove consuma i tesori, si rende appresso i Turchi non solo al Re ma alle milizie ancora profittevole. Vi profitta il Re perchè mettendo nelle fazioni più pericolose li più sperimentati soldati, che per conseguenza sono quelli della maggior paga, e rimettendo poi in luogo di questi, quelli della più bassa, il provecchio manifestamente ne deriva. Le milizie poi fanno anche esse il medesimo perchè ciascun Giannizzero nella sortita dello esercito contribuendo due zecchini al capo della sua camera, questo per tutto il tempo che dura quella campagna è obbligato di provvedere quel tale di pane, carni e minestra senza che abbi più fastidio per il vitto di cosa alcuno.
Li Giannizzeri sono tutta milizia a piedi, armata d'arcobugio, accetta e scimitarra che molto egregiamente, maneggiano; camminano sempre come hanno fatto nell'ultimo lungo viaggio di Babilonia, in testa dei quali bene spesso Sultan Murat si faceva vedere del medesimo loro abito vestito, delle medesime loro armi armato, alle medesime loro fatiche finalmente assogettato, non per altro che per aquistare con questa pretesa fratellanza la loro benevolenza. Altra infanteria, ossia milizia a piedi, non tiene il Turco, che se la vogliamo considerare generalmente consiste nel numero di 40,000, ma così dispersa e divisa tra le frontiere più lontane, come ho predetto, che quando volesse con tutto lo sforzo il Re metterne insieme 20,000 malamente far il potrebbe, ma neanco se ne cura: perchè nella campagna stimano i Turchi vantaggio il valersi della cavalleria e nelli assedi la medesima cavalleria come ho predetto alle funzioni dei fanti non solo ma di guastatori ancora supplisce.
Finalmente per il lusso e per i comodi questa milizia ha grandemente deteriorato, come tutte le cose sublunari alla vicissitudine del tempo soccombono, e quanto più dalle prime istituzioni s'allontanano tanto più alla corruzione si sottomettono.
Tre altre sorte di genti in riguardo di milizie terrestri, seguono gli eserciti turcheschi con ordine distinto.
Il primo è quello dei bombardieri chiamato in loro lingua Topigì; questi sono dodici mila incirca sotto il loro capo Topigì pascià, carica che essendo di qualche stima, si riduce ogni giorno nel luogo della fonderia chiamato Topanà, non molto discosto dalla casa dei Baili. Quivi egli tiene audienza, premia e castiga tutti quelli di quell'ordine, assiste alla fonderia dei cannoni e sopraintende a tutte le occorrenze di questo genere. Di cannoni tutti di bronzo e d'ogni specie di batterie da campagna, colombrine di ogni misura, abbondano i Turchi, e sopratutto di quantità considerabile di piccoli leggeri cannoni che tirati da un cavallo e girati da un uomo giovano in gran maniera al campeggiare; li cannoni grossi sono per lo più guadagnati sopra i Cristiani come apparisce dalle armi di molti principi ed anco della Repubblica nostra che sopra bellissimi pezzi esposti alla vista di tutti sulla pubblica strada (forse per ostentazione) d'ordinario si vedono, sebbene alcuni di essi furono poco prima della mia partenza disfatti, e per l'uso delle galeazze alla necessaria misura ridotti.
Il secondo ordine è quello degli Armaroli chiamati Gemegì li quali in numero di sei mille sotto un proprio capo che cassa, rimette e castiga a suo piacere, attendono alla cura delle armi, accomodano le guaste, ed è un corpo di gente molto necessario ed utile nell'esercito, oltre che nelle occasioni può servir di milizia ancora.
Il terzo ordine è quello de' Guastatori per uso della zappa e del badile, e sebbene di questi non vi è nè numero nè capo determinato, tanto perchè non sono pagati a spese regie come gli altri provvigionati in tempo di pace e guerra, tanto perchè si levano or dall'una or dall'altra delle provincie più vicine al luogo del bisogno medesimo, nondimeno restano con speciale angheria a questa funzione obbligati li contadini cristiani di rito greco della provincia di Bulgaria al numero di 30 mille, dei quali se ne conduce talvolta anche nei luoghi più lontani; ma come ho predetto, se questi non bastano si supplisce con altri delle provincie più vicine e poi con le stesse milizie ancora, le quali per la pratica molto meglio dei contadini il badile e la zappa maneggiano. Tutti tre questi ordini Bombardieri, Armaroli e Guastatori devono considerarsi più nel nome che nella essenza, poichè del loro mestiere rispettivamente tutti non sono capaci. Li Bombardieri tolto l'impiego della fonderia nella quale a dir il vero non riescono male, nessuna cognizione tengono di fuochi artificiali, dei quali i Turchi così per l'offesa come per la difesa privi affatto rimangono. Che però nell'ultima espugnazione di Babilonia tentarono col mezzo dell'ambasciatore olandese la condotta di alcuni del Paese Basso, come scrissi, ma Dio nol permise ancorchè l'olandese per proprio provecchio, senza riguardo al danno di cristianità il procurasse, perchè alcuni spiccatisi da quelle parti morirono per cammino, altri ritrattarono le promesse, considerato che quando un uomo di vaglia in qualunque professione capiti a Costantinopoli conviene o farsi turco o come schiavo a continue guardie sottoporsi, senza facoltà di poter poi a proprio piacimento partire: non permettendolo i Turchi a quelli che dei loro interessi tengono qualche benchè minima cognizione, e volendo che si contentino di quel trattamento che a loro piace, non di quello che prima concertato avessero. Dio non vuole che ad una tanta potenza il vantaggio dell'arte si congiunga, nella quale quando anche i Turchi volessero, difficilmente applicar si potriano, per mala qualità delle polveri, a segno che quando per alcuna solennità qualche benchè piccolo e volgare fuoco d'artifizio fabbricano, gli ambasciatori, massime l'inglese, di polvere fina li provvedono. Nel resto questi Bombardieri non sanno maneggiare il cannone, nè metterlo a segno, mai si provano, mai si esercitano. Un padovano ed un candiotto sotto Babilonia fecero prove maggiori in deficienza d'altri di questo maneggio, e furono anche nel fine pochissimo riconosciuti. Lo stesso dico degli Armaroli e dei Guastatori. Quelli malamente sanno accomodar l'armi, massime da fuoco, belle appresso i Turchi nell'apparenza, con oro ed argento sottilmente rimesse, ma nell'essenza, tolti li moschetti di Barberia, imperfettissime; questi non hanno nè cognizione, nè ingegno per ordinare vantaggiosamente una trincea, un approccio, una batteria, si governano più col vantaggio del numero che colla perizia, più con la natura che con l'arte, dimodochè quando i Turchi arrivano nel fosso o vicino alle mura della fortezza si può dire, che ne sieno padroni, perchè in una sol notte per il gran numero di tutti che indifferentemente travagliano ogni gran fossa riempono, ogni alto cavaliere ergono per battere in rovina e le case e la mura: forma di espugnazione che ai Turchi è quasi sempre riuscita; onde il principal studio in caso d'attacco deve esser quello di tener lontani li Turchi dalle fosse con lavori di terreno in campagna all'uso moderno, perchè siccome essi facilmente attaccano una piazza nel modo accennato, le dilazioni sono il vero modo per vincer sopra di essi, i quali presto si stancano, il numero, generando confusione, carestia, incomodi e da tutti questi l'impotenza. Vengono seguitati in appresso gli eserciti turcheschi da quantità di Chiaussi, Capigì e Mutteferagà. Li Chiaussi e Capigì, che in nostra lingua risuonano messaggeri, quelli più e questi meno stimati, servono per portar avvisi, ordini, ambasciate, lettere, per far eseguire le sentenze che vengono date fra quelli dell'esercito ed altre simili incombenze. E li Mutteferagà, cioè lance spezzate, carica piuttosto d'onore, talvolta pur anche nelle medesime fazioni si impiegano. Gli Aquaroli che nella impresa di Babilonia erano 3 mila e più, sono d'ordinario molti e molto necessarj per provveder d'acqua così per gli uomini come per gli animali, a tale bevanda ugualmente assuefatti, quando massime in luoghi di fiumere discosti si campeggia; ma però questi e tutti gli altri nelle occasioni di portar terra o altra opera manuale non meno della milizia si impiegano, come lo sforzo di quelli che combattono, più nei bassà e loro famiglie, che nelle milizie medesime consiste. Questa per obbligo e necessità, quelli per gloria e sotto l'occhio del padrone cimentandosi.
Capitolo Terzo. Delle forze marittime.
Molte cose ho rappresentato nel capo precedente, toccando le forze terrestri, che serviranno per lume delle marittime ancora: perchè quanto alle soldatesche che si impiegano sopra l'armata di mare sono anche esse delle due preaccennate condizioni. Come i Timari ossiano feudatarj, con numero maggiore o minore di cavalli a misura della rendita dei feudi, servono l'esercito di terra così sopra l'armata di mare sono obbligati a servire con la propria persona, quattro e più o manco compagni, tutti moschettieri secondo le rendite del feudo. Gli altri sono Giannizzeri, e perchè questi sono di una sola condizione ed ordine, mutano semplicemente il nome dall'impiego che ricevono o in mare od in terra, ma sempre con le medesime armi di archibugio, accetta e scimitarra.
Dei cannonieri, bombardieri, munizioni ho già rappresentato quanto conveniva; ma prima di passar più avanti in questo capo, convengo dire che Dio perdoni ai Maltesi e Fiorentini, i quali con li loro corsi ma con debolissime prede or nel golfo di Settelia or nell'Arcipelago e talvolta molto vicino ai Castelli ancora, pizzicandosi ma poco o nulla offendendo, stuzzicano, irritano ed obbligano i Turchi per necessaria difesa a quell'applicazione al mare che senza questi continui eccitamenti obliterata avriano. E piaccia a Dio che questi stimoli molesti sì, ma non dannosi, non accelerino quel male che per altro sarebbe forse stato lontano: perchè alla fine il fuoco non agitato da sè stesso s'ammorza, che il soffiarvi maggiormente l'accende, come alcuni mali umori con la quiete si alleggeriscono e col moto grandemente si infiammano. Si aggiunge che servendosi gli uni e gli altri nel corso e nella costruzione di vascelli, de' schiavi turchi che prendono dalli Greci ed altre nazioni, occorre che alcuni di questi o riscattandosi o fuggendo da quei servizii, tutte le pratiche dei medesimi Cristiani, le forme dei navigare, anzi li stessi modelli dei vascelli seco riportano; e questo è tanto vero quantoche nel mio tempo le due ultime galeazze fabbricate nell'arsenal di Costantinopoli, le migliori che da quel luogo siano giammai uscite, ebbero per proto uno schiavo greco fattosi poi turco, che lavorò lungamente in quelle di Livorno, e seco medesimo ne portò il modello, se ben poi, così volendo Dio, e per la tardità del moto e per molte altre imperfezioni disarmate rimangono. Fabbrica che dovrebbe per prerogativa rimaner unicamente alla Repubblica, non solo per essere antemurale alla Cristianità, ma perchè i legni vengono fabbricati in arsenale chiuso da persone benestanti e fedeli, le quali o non mai o rare volte tradiscono.
Nel canale chiamato delle Aque dolci, che divide la città di Costantinopoli da Galata ed altre contrade situate alle pendici di quelle colline, sta fabbricato l'arsenale, esposto dalla parte del mare alla vista di ognuno ed aperto, siccome da quella di terra è chiuso e da alte mura recinto, guardate tutta notte da 36 sentinelle così per assicurare i legni dal fuoco, come gli schiavi che entro v'abitano dalla fuga. Consiste questo di 154 volti per galere ordinarie, e 3 fabbricati in mio tempo, due per galeazze ed uno per bastarde, ossiano reali come essi le chiamano. Sotto questi volti ho lasciato io quando partii dieci corpi tutti fracidi, incapaci di servire ad altro che all'uso del fuoco, e tre nuove galere fabbricate l'anno passato nel mar Nero, che non arrivarono in tempo mio ad essere con l'altre d'allora armate.
Li altri 110 volti restano vuoti affatto per l'uscita dell'armata di quest' anno nel mar Nero, che come avvisai a suo tempo dovea essere di 40 o poco più galere e cento gaicche, che sono come barche armate ma piatte nel fondo affinchè peschino poco e servino per l'uso della palude dentro la quale è situata la fortezza d'Asof ossia Tana, così chiamata per essere situata alla bocca del fiume Tanai, che quest'anno pretendono i Turchi d'espugnare.
Spende il Re nel trattenimento dell'arsenale, compresi li benemeriti ai quali si contribuisce certa poca paga morta per lo sostenimento 5000 reali, al mese. Li capi mastri d'ogni sorta di lavoro sono per lo più Cristiani rinnegati in ajuto dei quali si assegnano poi tanti schiavi secondo il genio di ciascheduno, affinchè in quella o in altra professione si avanzino. Quelli che fabbricano la ferramenta sono tutti genovesi, quelli che fanno li chiodi zingani, quelli che fanno li remi greci, quelli che fanno li barili candiotti, zantiotti, e così del resto. Queste ordinarie maestranze, quando non manchi loro legname, che però manca sempre per la mala qualità, come diremo a suo luogo, potriano fabbricar ogni anno 12 fin 15 corpi di galera; ma pressando il bisogno potriano farne di più, perchè in tal caso si obbligano ad entrar nell'arsenale tutti li marangoni, calafati, fabbri ed altri che alla fabbrica dei vascelli per uso di mercanzie si impiegano, e che in Costantinopoli, in Galata ed in altre contrade vicine numerosamente abbondano. Sicchè quanto all'arsenale non si può prefiggere numero certo di lavori perchè questi si regolano dal bisogno, e se non fosse la scarsezza del legname come ho predetto, molte galere in quell'arsenale si fabbricheriano per l'abbondanza di operai, che quando si tratta del servizio regio ogni altro impiego abbandonano. E legname viene per la maggior parte dal mar Nero, dove, se la regola nel tagliarlo e la previdenza nello strascinarlo corrispondesse all'abbondanza che vi si ritrova, non vi saria potentato più forte nel mare.
Il miglior legname viene nondimeno dall'antica Caledonia situata nell'Asia, la quale con cento miglia di golfo viene a congiungersi col canal di Costantinopoli dentro li Castelli, sicchè in otto giorni vanno e vengono sicure le galere, parte cariche, parte rimurciando le zattere di legname che conducono.
Questa vicinanza e bontà del legname, particolarmente per remi dei quali maggiore è la strettezza ed il bisogno, e questa facilità di condurli ha estenuato di maniera quei boschi, che dove pochi anni prima si tagliavano vicino al mare, ora bisogna che tre o quattro giornate dentro li boschi si internino e col beneficio d'animali con duplicata spesa al mare li conducano. Tutto il legname, così da colà come dal mar Nero, riesce sempre verde e mai stagionato: perchè il taglio si regola dal bisogno, non dal calcolo delle lune nè dai riflessi della stagione, nè i tagli si fanno ordinati e seguenti per dar comodo al bosco che col tempo di nuovo si rimetta, ma tutto si fa alla peggio, onde, posto in opera verde, l'inchiodatura non tiene, le fessure si allargano, non resistono al cannone, ed infine all'uso di due o tre anni e non più mantenere si possono. Conoscono i Turchi questo pregiudizio, ma conoscono insieme l'impossibilità di rimediarvi perchè mutandosi li bascià frequentemente nessuno pensa a supplire, se non per quel solo tempo che gli può bastare, non curandosi, anzi desiderando che li successori trovino ogni cosa confusa e sconvolta, affine che la propria sua diligenza tanto maggiormente rilevi.
Dopo il legname seguita la ferramenta per la costruzione di galere, e di questa pure altrettanto abbondano quanto scarsi procedono nel valersi, non per difetto dell'arsenale, perchè questo assegna la ferramenta a misura del bisogno, ma per il provecchio che ne fanno li medesimi ministri dell'arsenale, molto più quelli che fabbricano galere negli squeri del mar Nero, come a suo luogo diremo.
Lo sforzo maggiore del ferro che capita nell'arsenale di Costantinopoli proviene da Sommacoro, luogo situato nei confini della Bosnia, che poi a seconda del Danubio capita nella Varna, porto del mar Nero, a distanza di due giornate da Costantinopoli. Le palle per l'artiglieria vi capitano tutte lavorate in conformità delle misure e peso che di tempo in tempo vi si mandano, e di questa provvisione più che d'ogn' altra l'arsenale abbonda. Per altri lavori poi come di ancore, lame, ed altri simili ferramenti per uso delle galere, questi dentro dell'arsenale alle proprie forme e misure si riducono, lavorate per lo più da Greci che nelle proprie botteghe per servizio dei vascelli da mercanzia travagliano, ajutati poi a misura dell'impiego da quel numero di schiavi che l'urgenza del bisogno più o meno richiede. Li chiodi sono fatti come ho predetto dai zingani trattenuti espressamente in arsenale per questo solo impiego in numero di 50, che poi secondo il bisogno si accrescono. Ho poi sentito che per ogni galera impiegano i Turchi quattro migliara di ferramenta, provvisione molto difettiva per quello che da pratici mi è stato riferito, ma poi tanto minore quantochè il legno verde incapace d'inchiodatura ed il provecchio de' particolari l'indebolisce.
Di questa ferramenta vive l'arsenale di fresco in fresco; ogni anno se ne fa la condotta più o meno abbondante, secondo li disegni ed ordini che si danno, sicchè di questa provvisione tanto necessaria sono li magazzini dell'arsenale d'ordinario manchevoli, che bene spesso per ancore e per altri bisogni simili di quelli che suno fabbricati ad uso di vascelli di mercanzia valersi convengono.
Li cordaggi per uso dell'arsenale capitano per lo più da Trebisonda, città situata sopra il mar Nero verso li confini della Tartaria e Moscovia; è di questi d'ordinario non poca penuria, perchè il consumo è grande, la previdenza poca e li vascelli bene spesso per questa mancanza si perdono, e talvolta dalle botteghe ordinarie dove si lavorano cordaggi per uso dei vascelli di mercanzia si cavano, ed anco li vascelli medesimi per supplire al bisogno dell'armata si spogliano, niente altro effetto considerandosi dove il servizio del Re concorre.
Con la flotta del Cairo, che capita due volte all'anno, vien provveduto al bisogno delle stoppie; ma di queste non si servono ad altro che per calafatar li vascelli, e la provvisione al bisogno bastevolmente supplisce; come anche dal Cairo viene l'oglio di lino, senza il quale dar il colore alle galere non si può.
Le pegole vengono tutte da due luoghi, la buona e bella è quella della Vallona, che li Ragusei per angaria sono obbligati di far trasportare ogni anno con vascello da loro pagato, nell'arsenale; ma nel tempo del mio bailaggio, queste pegole non sono mai capitate, rapite ogni anno dai Siciliani, credesi con segreta intelligenza dei Ragusei medesimi, ai quali rilasciano subito il vascello e gli uomini regalati piuttosto che maltrattati. Le altre pegole vengono dall'isola di Metelino, che è dai Dardanelli non molto lontana, ma così cattive e mescolate di terra che poco o nessun profitto rendere possono.
Li telami per vele, tende ed altro vengono tutti dall'isola di Negroponte, spedendosi ogni anno a tal effetto parte dell'armata che ritorna dai viaggi nel mese di ottobre prima che si disarmi, e la provvisione da quel luogo supplisce d'ordinario al bisogno abbondantemente. Oltre ciò ottantamila braccia pur di tela ogni triennio li popoli Mingreli portano in tributo, ma come questa provvisione non manca, così mancano gli uomini che sappiano tagliar le vele, nel qual impiego di Cristìani rinnegati per lo più si servono.
Dei cannoni, polveri e fuochi d'artifizio non dirò altro, perchè ho già supplito nella prima parte toccando le forze terrestri, e quella valerà per supplemento di questa ancora.
Vedutosi lo stato dell'arsenale di Costantinopoli, le provvisioni ed i luoghi dai quali vi capitano, e vedutosi insieme che la più parte di queste vengono da luoghi di fuori, cade in conseguenza che in occasione di guerra alcune di esse impedir molto facilmente si potriano, e coll'mpedimento cagionare nell'arsenale mancanza di molti bisogni, che quei lavori ritarderiano.
Ora dirò brevemente degli squeri del mar Nero, dove pure si fabbricano galere bisognando, i quali posso dire che sieno tanti quante sono le sboccature dei fiumi, che in quel mare si portano; ma tralasciando li men capaci in alcuni dei quali appena si potria fabbricar una galera, li principali ed ordinariamente usitati al numero di 6 si riducono, che sono: Sampson, Balaclavar, Momartimi, Caffa, Varna e Sinop. In ognuno di questi si ponno fabbricare 3, 4, 5, fin 6 galere, ma tutte con li medesimi difetti del legname verde; sono tutti scoperti e perciò soggetti all'ingiuria del tempo, onde non si fabbrica l'estate perchè il sole rovina i lavori, non il verno per le nevi ed il freddo, ma nelle stagioni medie solamente; non vi sono proti per li modelli, ma li maestri medesimi che fabbricano caramusali, anche nella costruzione delle galere si impiegano, che perciò bene spesso non solo sproporzionate di forma, ma inabili al servizio riescono; il che procede dalla poca perizia dei maestri, non meno che dalla poca cura di quelli che vi sopraintendono, per il costume che si pratica, il quale è questo: quando occorre di fabbricare galere negli squeri del mar Nero, si eleggono in primo luogo li capi che devono comandarle, i quali col nome del paese chiamati vengono Rais, e di questi nell'arsenale se ne trovano al numero di 300 in circa descritti, all'eletto si contano subito 40,000 aspri che sono 500 reali, si fanno consegnare quattro migliara di ferramenta ripartite in ancore, lame, chiodi e simili, e poi si da un comandamento per il Cadì del luogo nel quale seguir deve la fabbrica, in virtù del quale le genti del medesimo, sono poi angariate di tagliar il legname, condurlo, metterlo in opera e perfezionare il vascello a tutte loro spese. Il Rais con queste provvisioni ordina il vascello a suo piacimento, se vuole qualche lavoro straordinario lo paga col suo, ma tanto è lontano che questo succeda, che non solo procura di non spendere, ma di convertire in proprio uso il danaro contribuitogli e parte della ferramenta consegnatagli, riducendo le galere con sproni di legno, a quel solo segno che possano star insieme: donde deriva poi che al primo colpo di cannone per lo più si aprono, e che, dopo il primo anno, di prestar servizio inabili si rendono. Fabbricato il corpo del vascello negli squeri del mar Nero lo conducono poi nell'arsenale di Costantinopoli dove viene armato e ciurmato ma tutto scarsamente, consistendo uno dei maggiori mancamenti dell'arsenale dei Turchi nella genti così da remo come da comando, considerazione forse la più importante che nel punto delle forze marittime consista.
Soleva l'Imperatore dei Turchi mantenere nell'arsenale di sua propria ragione tre, quattro, fino sei mila schiavi, ed alcuni dicono ancora che quando Sultam Selim apprestò l'armata navale contro Cipro sino al numero di 30,000 ne contasse. Ora per l'ultima descrizione non ne furono ritrovati che soli 700, numero così ristretto che appena basta per armare la Bastarda reale e per porgere qualche poco ajuto alle Maone. Tutte le altre galere, toltone quelle degli ufficiali maggiori che hanno schiavi loro propri, armate sono di gente colletizia, che Zoccoli vengono nominati, e quelli che descritti nel ruolo, chiamato in loro lingua Varis, godendo alcune esenzioni così nella Grecia come nella Natolia, sono poi obbligati a contribuir vogadori per l'armata. Per tali esenzioni si mandano ogni anno li uomini effettivi, ovvero, per esentarsene, tre mila aspri per testa si contribuiscono, e li ministri per proprio provecchio ricevendo per lo più il denaro con gente colletizia, al bisogno poi delle galere scarsamente suppliscono, allettandosi alcuni con offerte di denaro ed altri con minaccie intimorindosi. Basta che la maggior parte dei rematori, siano di qual sorte si voglia, tutti incapaci si rendono di ben servire, altri muojono sotto le fatiche, altri si ammalano per l'aria e i patimenti, ed altri, sebbene descritti nel servizio, con l'ingolar dei capi da così fatta angheria si esimono.
Da questa penuria di gente nasce, anco un secondo disordine, ed è che quando l'urgenza del bisogno richiede, tutti quelli che per strada si incontrano, Greci, Armeni, Cristiani e d'ogni nazione si conducono nelle galere: quelli che hanno qualche amico ovvero qualche comodo si redimono, gli altri che di questi aiuti mancano miseramente soccombono; ma tutti poi indifferentemente si querelano, ed in quella occasione ognuno di nascondersi e di allontanarsi procura. Mancano in appresso li Turchi di uomini da comando, particolarmente di marinari per la navigazione, e quelli che nella penuria travagliano sono per lo più o Cristiani rinnegati o Greci dell'Arcipelago, quelli in poco questi in più abbondante numero. Onde il primo passo in occasione di guerra contro gli Ottomani, dovrà essere quello d'assalire, come ho sempre detto da bel principio, l'Arcipelago, d'improvviso asportando quel numero maggiore di genti che sarà possibile, così per far rematori nella nostra armata (che pur non si trova senza tale mancamento), come per levare ai Turchi marinari e gente da comando: essendovi penuria tale che, quando si armarono le due ultime galeazze, nessuno si trovò che le volesse e sapesse comandare, ed anche per questo mancamento restano oggidì inabili e disarmate. Perchè nel resto non escì mai dall'arsenale di Costantinopoli modello di galeazze peggiore; il principal difetto loro consisteva per lo più nella tardità del moto, aggravate da cannoni in numero ed in qualità eccedente, sicchè nel ritorno da Scio, convennero per piccola burrasca gettare in mare 16 cannoni, in segno tale che quando partii correva opinione di più non fabbricarne, calcolandosi che il legname consunto in queste due poteva bastare per venti galere sottili; tuttavia questo dipenderà dal capriccio delli capitani Pascià che frequentemente si mutano, dall'interesse delle pratiche, dalle qualità finalmente delle intraprese che si designassero.
Comanda all'arsenale ed a tutte le altre dipendenze del mare un Visir con titolo di Capitan Pascià il quale è la seconda carica dopo il supremo visiriato, e questo non tanto per la autorità, che è amplissima e nel mare assolutissima, quanto per la facilità che apporta seco la carica di abboccarsi frequentemente col Re, in che solo consiste tutta la grandezza dei ministri, così nella Porta di Costantinopoli come in tutte le altre Corti del mondo. Onde per questo rispetto sogliono emulare tra di loro il primo Visir ed il capitan Pascià, e la emulazione tra Ministri grandi Turchi non si contenta di veder discreditato il compagno, come si pratica nelle altre Corti, se col discredito la morte congiuntamente non procurano. Al presente però io ho lasciato per Capitan Pascià un giovane di 24 anni circa nominato Chiaus, uscito poco prima dal serraglio dove serviva a portar la spada del Re, che con nome del paese vien chiamato Selictar. Era costui amato non poco dal defunto Sultan Murat, a segno che contendeva del primo luogo della sua grazia col Selictar precedente chiamato il favorito, contro il quale sostenne così fortemente il partito del primo Visir regnante, che per effetto di gratitudine nella mutazion dell'Imperio l'ha sollevato a carica eccedente la sua età, e da soggetti molto più capaci di lui pretese, nella quale questo giovane per obbligo di vera corrispondenza dai cenni nonchè dai voleri del primo Visir dipende, e fino a che egli professerà questa massima è molto credibile che il Visir procurerà di conservarvelo per non aggrandire da un canto chi potesse emularlo nel favore, e per conservare dall'altro in sè medesimo anco la direzione ed il comando del mare.
Nel resto mostra questo giovane ministro buona volontà; le sue risposte sono piene di prudenza, le sue massime mostrano di adattarsi al proprio, della Repubblica parla con onore, riconosce gli interessi conformi a quelli della Porta, meco ha trattato sempre con ogni rispetto e non mostra di essere soverchiamente interessato. La sua gioventù passata per lo più tra le delizie del senso dentro al serraglio, arguisce che non debba essere guerriero. Dalla riuscita d'Arrack dipenderanno le sue fortune, ha desiderato d'andarvi e non gli è piaciuto che altri Pascià si trovino seco a parte della gloria di questa impresa.
Nessuna cosa però muta più gli affetti di quello facciano i gran comandi. Nel principio sempre difficili, le novità producono timidità, la pratica esperienza, l'esperienza prudenza e la confidenza necessaria per ben comandare. E però credo io che dalla suddetta impresa d'Arrak prenderanno anche regola i concetti e le risoluzioni di questo ministro, il quale come sono tutti gli altri si è dimostrato meco molto voglioso di uscir coll'armata nel mar Bianco per li provecchi grandissimi che vi si fanno, per li molti donativi particolarmente di schiavi che ricevono, e perchè usciti che sono dai castelli ogni maggiore autorità esercitano. Dimodochè parmi poter questo affermare che effettuandosi l'impresa suddetta, il primo disegno dei Turchi per l'anno prossimo sarà quello di portarsi nel mar Bianco.
La seconda persona nell'arsenale è quella del luogotenente chiamato Chiecagà. Questo è un tale Assum Piali, uomo di età non meno che di esperienza, non soggetto alle voglie ossiano mutazioni del Pascià. Sotto la di costui direzione e consiglio tutto l'arsenale si governa, ricusata da esso più volte la carica di Capitano, per non esporsi con la salita al precipizio, e, con l'emulazione del Visir supremo, ai pericoli della deposizione, contentandosi di un comando mediocre ma sicuro, piuttosto che di un supremo ma dubbioso. Costui è soggetto molto amorevole della casa dei Baili, e nell'ultimo successo della Vallona contribuì buoni ufficij. Nel rifugio a Costantinopoli dei corsari disfatti, guadagnò sopra di essi notabilmente; ed in fine di costui deve tenersi molto conto, perchè nelle consulte marittime avrà sempre gran parte il suo parere, gran seguito la sua opinione.
La terza persona dell'arsenale è il pagatore, che con nome di Emino si chiama. Tiene costui il ruolo dei stipendiati dell'arsenale, e di 3 in 3 mesi conforme l'uso le paghe distribuisce. La carica è di profitto, ma soggetta alle querele, alle imposture per il maneggio del danaro ed alla deposizione; a questa carica sta congiunto il comando di una galera, che d'ordinario riesce migliore per il modo coi quale è armata di schiavi.
Dopo l'Emino seguita l'Agà dell'arsenale, la cui carica consiste nella guardia di esso così di giorno come di notte, nel ripartire le sentinelle, nel far le ronde ed altre incombenze per sicurtà dell'arsenale medesimo, carica diuturna ma desiderata e cospicua assai. Vi sono poi altri ministri subordinati, come cancelliere dell'arsenale che tiene la scrittura; guardiano e scrivano del bagno, che è il luogo dove si custodiscono gli schiavi con molti vecchi ufficiali dimessi; paghe morte, ed altre che lungo saria il nominarli tutti espressamente, basta dire che tutti questi, non meno che le maestranze, sono pagati a tanti aspri per giorno, cominciandosi anche con essi come si fa con le milizie dal poco e poi a misura degli impieghi, del tempo e delle benemerenze aumentandosi le paghe. E questo quanto all'arsenale di Costantinopoli.
Quanto poi alli due del mar Nero e Bianco che pure hanno dipendenza da questo capo dirò: che il Nero stà per lo più del tempo senza difesa alcuna, perchè le fortune frequenti dall'un canto e dall'altro la scarsezza dei porti non permettono di tenervene. Solo ogni anno verso la fine di maggio e non prima si fa una spedizione da Costantinopoli di quel numero di galere maggiore o minore il quale a misura degli ajuti e del numero dei Cosacchi tanto di Polonia come di Moscovia, che ogni anno l'infestano, vien stimato bisognevole. Infestazione che nè per timore, nè per convenzioni con la Polonia, nè per qualsivoglia altro riguardo manca già mai, non potendo li Cosacchi, come non possono meno li Tartari, senza il benefizio delle prede sostenersi; ma per esser il mar Nero così vicino a Costantinopoli e li corsi dei Cosacchi talvolta penetrati fin dentro il canale inducono questi tanto spavento che, per non permetter che nella fortezza d'Arrack li Cosacchi maggiormente si annidano, s'è voluto con sforzo grande, con l'impiego dei capi principali e col preferire questa ad ogni altra impresa dell'anno presente, tentarne la ricuperazione.
Il mar Bianco poi resta d'ordinario difeso da 37 galere che portano il nome di quell'isola o luoghi marittimi che sono angariati per trattenerle. Scio tiene una squadra di 6 galere mantenuto da quella e da altre isole inferiori vicine e subordinate; Rodi altrettante, così Negroponte, la Morea ed altri luoghi principali. Queste sono le migliori galere che abbiano i Turchi, così per perizia di quelli che comandano, i quali stanno continuamente in mare sempre con timore d'incontro con Ponentini, come per la qualità delle galere fabbricate nella forma migliore, di legname stagionato, ben fortificate di ferramenta, e quel che più importa ciurmate tutte con abbondanza di schiavi per lo più Cristiani, e per lungo servizio fortemente allevati; concorrenza vi è sempre di soggetti pratici e danarosi che quella o quell'altra bandiera ricercano, e tra queste quella d'Alessandria e di Damiata sono le migliori e le più ricercate anche con regali e donativi. Di tutte queste galere tiene ora il comando Rechir, altre volte stato Pascià di Tunisi ed ora Bey di Rodi, nel qual carico s'è molto arricchito, per esser trascorsi molti anni che il capitan Pascià non è uscito in mar Bianco, nella cui deficienza egli governa il tutto a modo suo. Viene costui chiamato ogni anno a Costantinopoli nell'equinozio di marzo, con parte delle suddette galere, si consiglia seco la sicurezza dei mari per la state vegnente, si dispone del numero, della qualità dell'impiego di ciascheduno; cose tutte che il primo Visir o il capitan Pascià ben potrebbero senza il consiglio d'altri comandare; ma, per il provecchio che porta seco la venuta di questo ministro con regali e presenti a tutti, non viene giammai da tal viaggio dispensato. Rechir nel mio impiego si è sempre mostrato ben intenzionato, ha passato buona intelligenza così con la mia persona, come col console di Scio, Balzerini, per divertir le querele che frequentemente capitavano dal mar Bianco contro i luoghi e sudditi di Vostra Serenità, massime contro l'isola di Tine; si confermò poi tale nel successo della Vallona, detestando la guerra contro la Repubblica per causa dei corsari, amplificando le di lei forze molto più di quello che sono e possano essere; e sebben egli si portasse a questo consiglio per non azzardarsi alla guerra, non essendo per sè stesso gran soldato, e per non mettere in forse la sua fortuna con li successi incerti della guerra, e le sue ricchezze che sono opulenti, ai cimenti del nemico, nondimeno questo è certo che egli ha divertito in gran parte i turbini che per quel fatto succeder potevano. Vero è che nell'incendio della nave Doria, seguito a Scio per opera dei medesimi corsari, sotto l'occhio suo proprio senza impedirglielo come poteva e doveva, ha fatto conoscer d'esser anch' egli come tutti li Turchi amico del proprio interesse più che d'ogni altro riguardo.
Nondimeno credo che quel fatto gli abbia più di danno che di profitto cagionato, perchè querelatosi da me quel successo a suo disavvantaggio, convenne con quaranta e più mila reali ripararsi da quei colpi che per tale accidente lo minacciavano, come a suo tempo scrissi, che però non posso assicurare quanto egli si trovi di presente ben affetto: so ben questo di certo che ricerca il servizio pubblico destreggiare con questo ministro quanto più si può per la, qualità del comando che sostenta, per la conoscenza che tiene degli interessi, e sopratutto per l'aderenza di molti che banditi dal regno di Candia e altre isole di Vostra Serenità a lui si rifuggono, a segno tale che nel tempo de' rumori egli si lasciò intendere con un suo confidente, il quale me lo riferì ed io lo avvisai, che in caso di rottura si assicurava di essere introdotto nel regno di Candia dai medesimi Candiotti. E quello che dico di questo ministro che governa al presente dovrà servir di regola per ben coltivare e destreggiare anche tutti gli altri che saranno suoi successori in quella carica, per la qualità del medesimo loro comando troppo vicino agli Stati, ai sudditi e agli interessi della Repubblica. Parte ogni anno da Costantinopoli verso la fine d'agosto ed ai primi di settembre una flotta per Alessandria e Cairo, la quale di tre o quattro grossi galeoni, chiamati della sultana, consiste. Questi galeoni sono sei in tutto, di mille e più botti di portata per uno, fabbricati nella forma antica delle navi grosse e corte, non alla moderna di lunghe e ristrette. Questi in ogni occasione di bisogno potrieno servire per portar viveri e munizioni e per trasporto di genti ancora, ma di presente al solo comodo di quel negozio servono e partono il mese di settembre tutti carichi di legname per l'uso delle fabbriche nel Cairo, dove peraltro non se ne trova ed il profitto è grandissimo; si provvedono d'esso nel mar Nero, che è tutto circondato da boschi, ed è a buonissimo prezzo; si conducono a dirittura in Rodi, dove da molte altre parti dell'impero concorrono vascelli più piccoli per aspettar la partenza di conserva, i quali tutti sono carichi per lo più di passeggieri, portano numerosissimo contante per investire in lini, zuccheri, droghe ed altro, che dal Cairo poi nel mese di agosto si riducono. Il suddetto Rechin che è quello che comanda alla squadra di Rodi, accompagna questa flotta che d'ordinario viene da Maltesi e Livornesi sussidiata non senza ragione per la ricchezza incredibile, che come ho detto seco porta; onde quando nella Paranzana del Golfo di Satellia qualche vascello per fortuna o altro accidente si separa dalla flotta, questo d'ordinario in loro preda irreparabilmente cade; che però, non meno che per l'infestazione dell'Arcipelago, queste due squadre di Malta e Livorno si trovano nel sommo dell'odio appresso Turchi, a segno che sultan Murat mandò espressamente a prendere il disegno di Malta, il quale avutosi dopo la sua morte in tempo che la scena era tutta mutata, ebbi modo io col mezzo di un confidente del primo Visir, di averlo nelle mani.
E per conclusione di questo capo delle forze turchesche, dico che le terrestri sono formidabili e che le marittime sono assai deboli, ma però capaci di miglioramento a segno e misura dell'applicazione di quelli che le comandano. Tutta l'armata navale consiste di presente in 70 galere sottili, quelle del mar Bianco che saranno per la metà tutte buone, le altre di pochissimo servizio: e perchè il mar Nero tiene ogn' anno necessità di qualche squadra, per questo l'armata del mar Bianco quando uscisse non può essere che di 50 galere, se però non si fabbricasse oltre l'ordinario, il che dagli avvisi degli eccellentissimi Baili pro temporecavar si potrà molto facilmente per regola dell'avvenire. Le galeazze ho già detto, come per più rispetto sarieno inutili; piuttosto ad un centinajo di barche armate fatte per l'impresa di Arrak riflettere in ogni caso si potria. All'incontro le forze di mare della Repubblica sono credute dai Turchi maggiori di quella che in effetto sieno, e bisogna in questa credenza mantenerli. Le galeazze nostre sono stimate per la struttura dei vascelli e per gli uomini che le guidano, ma non già per il numero dei soldati, più avendone le sottili de' Turchi e de' Corsari. Se queste abbordano un vascello, cinquanta soldati soli restano alla guardia della galeazza, altrettanti bisogna farli assalire azzardandoli e se periscono non si possono rimettere. Le nostre galere sottili sono stimate più per la forma del vogare che per il resto, credute difettive particolarmente causa la bassezza della puppa per gli abbordi; sono vantaggiose su quelle de' Turchi nel cannone e nelle persone che lo maneggiano; nell'avvicinarsi hanno disavvantaggio per la moschetteria inferiore di numero e di qualità a quella de' Turchi; nell'abbordo formale ritornano poi al vantaggio per li fuochi artificiali che i Turchi non hanno, per li galeotti che combattono, dove i Turchi avendo il nemico in casa convengono combattere per metà e con l'altra da' schiavi guardarsi. E questo è tutto, quanto alle cose marittime.
Capitolo quarto. Delle entrate e spese.
Non posso, Serenissimo Principe, restar soddisfatto in me medesimo sovra il racconto delle forze de' Turchi, se per corroborazione di tutto il rappresentato non faccio un breve tocco ancora delle entrate e spese di quell'impero, dalle quali, per ordinare le forze, tutti i governi dipendono, anzi non si può far più certo giudizio delle forze dei principi, non meno che dei privati che dal giusto scandaglio della borsa. Se in generale vorremmo considerare le rendite e le spose del Gran Signore, queste e quelle arriveranno a somma che renderà ammirazione, ma se si ridurremo a quel solo che passa sotto la direzione dei tesorieri, chiamati in loro nome Defterdari, e di quello ancora che viene trasmesso nel regio tesoro dentro il serraglio, che col nome di Casnà si chiama, cesserà l'ammirazione del molto e piuttosto accadrà qualche forse nel non creduto poco. Quello che passa per mano dei tesorieri eccede in poco la somma di tre milioni d'oro per anno, che consiste per lo più nei dazi e nel testatico sopra li forestieri, chiamato col nome di carazo ed in altri simili, col qual denaro si soddisfanno tutti gli Sphai da paga, come ho detto a suo luogo. Li Gianizzeri, i Bustangi, l'arsenale, che di tre in tre mesi si pagano dentro il pubblico Divano nel quale si porta il danaro ed a vista di ognuno lo si distribuisce, anzi s'aspetta di far queste paghe nelle solennità maggiori d'ambasciatori o d'altri che arrivano in Divano per ostentar copia di denaro nell'opinione dei popoli non meno che nel riflesso degli esteri. Alle paghe s'aggiungono le spese per espedizione de' Chiaussi, per ricevimento d'ambasciatori ed altre simili, notorio non solo, ma che sotto la tariffa dell'ordinario uso, chiamate da esse col nome di canon, camminano e dai registri del Defterdar dipendono. Quello poi che entra nel Casnà di dentro consiste nel tributo del Cairo di seicento mila zecchini all'anno, e con altre entrate de' feudi come ho detto a suo luogo; sicchè, per concluder questa parte, l'entrata del Gran Signore non eccede sei milioni d'oro per anno: tre che passano sotto la direzione del Defterdar, da' quali devono detrarsi le spese predette, tre altri incirca che entrano nel Casnà di dentro, coi quali pur si supplisce alle spese di donne, lussi ed altro del serraglio medesimo; sicchè detratte le spese dalle rendite, non sarebbe di molta considerazione l'avanzo, quando non vi concorresse una grossa ma però necessaria aggiunta che è quella dei presenti e delle avanie, con quali si leva la vita a questo e a quell'altro ricco, per solo oggetto d'appropriarsi le di lui ricchezze, il che siccome si praticava e si professò studiosamente nel tempo di sultan Murat, così sotto il re e governo presente non è seguito finora, in nessuna azione che possa la medesima avidità denotare. Tralasciando dunque le avanie, perchè al tempo di adesso non praticate, ma che però facilmente praticar si potrieno, dirò che dei presenti non si può rappresentar alcuna cosa di certo, come quelli che variano a misura degli accidenti, ma però sarà curioso di sapere il fondamento della loro necessità, perchè molti credono vanamente che in modo facile li presenti e donativi scansar si potriano. Sappiano dunque Vostre Eccellenze che per le leggi dell'Alcorano non possono i Turchi ammettere nei loro stati, nazioni d'altro rito se queste qualche profitto al paese non rendono; che però li schiavi Cristiani vengono ammessi per il servizio attuale che ai Turchi negli impieghi più faticosi prestano; li mercanti per l'utile che col mezzo dei dazii rendono; gli Ebrei ed altri che non trafficano vengono ammessi per il carico ossia testatico che contribuiscono; gli ambasciatori finalmente ed altri di qualità più cospicua per li presenti che portano; a segno tale che le Eccellenze Vostre più d'una volta avranno intesi li disgusti coi Polacchi ed altri che da questo uso dipartir si volevano: politica così stringata che quanti giammai hanno scritto sian pur Machiavelli o d'altra scuola, mai nessuno è arrivato certo o arriverà alle previdenze dell'Alcorano, e questo sia detto di solo passaggio. Ma se vorremo poi, alle entrate, ai presenti ed altri estraordinarii, come Vostre Eccellenze hanno inteso, aggiungere le entrate che caverebbe il Gran Signore dai feudi assegnati alle milizie a cavallo, all'arsenale e ad altri per tenere pagato egualmente in tempo di pace e guerra e pronto ad ogni cenno un corpo di duecento mila combattenti, che con li seguaci ascendono a trecento e più mille, i quali tutti si calcolano per il valore di trenta milioni incirca; ma essendo l'impiego di questi feudi al trattenimento delle milizie destinato, onde di questa ragione nell'avanzo del tesoro nulla si converte, per questo rispetto il denaro effettivo, che passa e ripassa, al solo primo calcolo di sopra espresso si riduce. Vedute dunque le entrate e le spese diremo brevemente alcuna cosa di quello che al presente possa ritrovarsi nel Casnà di dentro raccolto, il che sebbene è molto difficile, per esser secreto occulto anche ai più grandi del governo medesimo e cognito solamente a quelli ai quali dal serraglio medesimo non è giammai permesso d'uscire; a ogni modo l'osservazione degli accidenti ed i riflessi delle congiunture assai possono permettere di facilmente avvicinarsi. Questo è certo che quando Sultan Murat fu assunto alla corona, non vi fu denaro nel Casnà per dare alle milizie il donativo, sempre solito nell'assunzione di nuovo re, che ascende a quattro milioni in circa, che però per aver fatto egli ricorso nel bisogno d'allora ad ambasciatori e ad altri per una grossa prestanza, che da tutti con buone e cortesi scuse fu ricusata, si stamparono per supplire a tal mancamento zecchini d'argento i quali secondo le promesse furono poi nel progresso del tempo in altrettanti d'oro mutati e cambiati. Questo tutto seguì perchè dopo la morte violenta di Sultan Osmano, il zio Mustaphà che era pazzo assunto l'impero per pochissimo tempo, e la regina madre presente per conservarsi, furono necessitati di spogliar affatto il Casnà e alle milizie ora per conservarsele benevole ora per acquetarle tutto il denaro già raccolto distribuire. Sultan Murat, che successe all'impero, lo ha poi maneggiato per lo spazio di sedici anni con affetti totalmente contrarii, perchè nei primi si fece conoscere al profondere piuttosto che al civanzare inclinato, poi mutato proposito convertì negli ultimi anni tutta la sua applicazione alla avarizia, all'avidità del denaro, con tanti eccessi per fas et nefas che non si può rappresentare il simile, a segno tale che le due sortite da lui fatte (l'una contro Revan, l'altra contro Babilonia) gli sono di profitto riuscite piuttosto che di spesa, mediante le tirannidi usate contro quelli che nelle vicinanze del paese per dove camminava il nome di ricchi aveano; e considerato insieme che li donativi per l'assunzione del re presente, sono stati diminuiti per la metà dell'ordinario, pare che ognuno convenga nella medesima credenza, ed è: che nel Casnà di dentro esser vi possono raccolti effettivi quindici milioni in circa; non comprendendosi però in questo calcolo le gioje che sono dentro il medesimo serraglio, le quali per la quantità, e qualità eccedono ogni credenza, gli abbigliamenti pei cavalli e molte altre cose, che appresso nessun' altro potentato per avventura ritrovar si potriano.
Capitolo quinto. Delle persone di Sultan Murat defunto, Sultan Ibrahim regnante e dei ministri.
Quando fui espedito da Vostra Serenità Bailo a Costantinopoli, ritrovai che a quell'Imperio presiedeva Sultan Murat, uno dei maggiori imperatori che la casa Ottomana giammai avuto, abbia o sia per avere, se la morte, nel più bel fiore della sua età di 32 anni e nel colmo delle sue glorie dopo l'espugnazione di Babilonia, quasi altro Alessandro Magno che pur terminò la vita colla medesima impresa, estinto non l'avesse. Successe costui a Sultan Osmano suo fratello maggiore scelto dalle milizie, oppure come come altri vogliono da Vaut Pascià, che in quel tempo governava l'impero sotto il nome di Mustafà, zio di questi fratelli ma pazzo al quale non daremo nome d'imperatore, portato a quel grado dalle milizie sollevate in quel tempo ma dalle medesime ancora pochi giorni appresso conosciuto incapace di governare, deposto ed in una camera del serraglio confinato, dove pochi mesi avanti la morte di Sultan Murat terminò anch' egli la vita; esecrando delitto diremo noi dunque che fosse quello della morte di Sultan Osman, mai più praticato dai Mussulmani, che anzi per legge, per coscienza e per politica non solo le persone degli Imperatori, ma i cenni loro sempre in somma venerazione per l'addietro avuto aveano; delitto gravissimo per il quale le milizie rotti i ritegni di ogni rispetto si fecero lecito di dilapidare il serraglio, di volere il governo a loro modo, di disfare ed uccidere li ministri, e finalmente d'attentare contro la vita dello stesso Sultano Murat, il quale in più di una occasione si ritrovò a ben pericolosi cimenti, ma finalmente fatto egli dalla necessità ardito, comparso più volte in vista delle milizie, prima per contentarle, poi per ammonirle, finalmente per rimproverarle, donatosi in braccio e al consiglio di Rezep allora primo Visir, trovò in dissimulato rigore la pretesa vendetta, lusingò i capi più arditi e di maggior seguito, allettandoli con le speranze, ma nelle speranze medesime occultò i lacci per distruggerli, e dopo una gran strage dei più fazionarii si rese assolutamente padrone delle stesse milizie, non con altre leggi che con quelle del sangue e di un sommo rigore, riducendoli con siffatti mezzi a segno tale di ubbidienza che anche al giorno d'oggi vivono sotto la temenza di Sultan Murat benchè morto ed estinto. Mai Imperatore ottomano fu più di lui assoluto padrone dell'Imperio, il quale a dir il vero per la naturale barbarie, più col rigore che con la clemenza, più colla spada che colle bilancie, maneggiare si deve. Non si può però negare che come il rigore nel farsi padrone di una milizia tumultuante fosse piuttosto lodevole, così l'affezionarsi tanto come si fece alle crudeltà ed al sangue non meritasse biasimo: infiniti essendo quelli che sotto il suo comando non solo, ma sotto l'occhio anzi di mano sua propria estinti rimasero, a segno che le mescolanze del sangue umano tra le delizie ed i lussi di lui accrescevano il suo compiacimento.
Crudele fu ei non solo, ma avaro insieme, avarizia per eccesso, avarizia che a qualunque dispendio benchè necessario contribuir non voleva, avarizia finalmente che a qualunque di ricco concetto avesse, nè vita, nè roba sicura rimanevano. Li ministri erano da lui eccitati alle abbominazioni, affinchè provecchiassero, ma del loro provecchio poi parte ben grande anch' ei ne pretendeva, e quando sospettava che alcuno arricchito si fosse, col privarlo di vita miseramente e senza causa voleva assicurarsi di tutto l'avere di quel meschino, anche delle cose minime egualmente volendo impadronirsi. Eppur tanto prevale nel naturale dei Turchi il profitto, che li ministri niente avvertiti di così fatti spettacoli, più che mai avidi ed insaziabili si dimostravano. Il non donar mai ad alcuno, il voler per forza da tutti, il non toccar mai quel denaro che raccolto una volta dentro il Casnà più non ne usciva, erano gli idoli che il Sultan Murat adorava; il fine delle sue guerre non era tanto la gloria e l'acquisto, quanto il desiderio di provecchio: massima che a tutti gli altri fallace, a lui solo riuscì favorevole nelle due guerre di Revan e Babilonia.
Levati questi due difetti della condotta ed avarizia ai quali incoraggiava anco di sovente quello dell'ebbrietà, che della sua morte fu poi anco cagione, era Sultan Murat nel rimanente applicatissimo al governo, vago di saper tutto, anco delle azioni minime de' suoi sudditi, frequentando bene spesso a tale effetto con abito mentito le piazze, le botteghe e riduzioni delle milizie, eccitando ognuno a parlare del di lui governo per regolarsi, dei ministri principali e subordinati per correggere i difetti che vi fossero in questi, a segno che nessuno ardiva commetter eccessi correggibili, mentre altra correzione che quella della morte ei non accostumava.
Avea spie da per tutto, e spediva persone del serraglio ignote così nelle case dei vicini come nei luochi più lontani, sospettava di tutti ed il sospetto lo rendeva vigilante, non si fidava d'alcuno soggetto, conoscendo alla corruzione dell'oro pronto ciascuno ed al provechio proprio. L'imprese più difficili, le manco consigliate, erano da lui le più abbracciate, perchè il troppo potere vuole ben spesso quello che non può, e la felicità di non poter esser forzato, produce l'infelicità di non restar persuaso, asserendo che una potenza grande come la sua imprese grandi intraprender conveniva; non dimandava mai consiglio, che prima seco medesimo consigliato non si fosse, e con le informazioni da più parti instrutto dei negozij prima che con li ministri li profferisce. Era oltre modo ambizioso, nè si scordava così facilmente delle offese, anzi dissimulando in tutta perfezione li disgusti, quando meno gli altri vi pensavano, colpiva; quando più appariva amico si vendicava, coprendo di questo modo i lacci sotto le beneficenze, lo sdegno sotto l'oppottunità delle occasioni. Nella sua falsa religione era tutto ateista, la sua fede sopraffina politica: rare volte visitava le Moschee, rare volte faceva le orazioni, è queste anco per soddisfar ai popoli; non osservava li digiuni del Ramasan, non rispetto verso il Muftì, non riverenza ai Santoni, cose tutte che a quel falso rito molto strettamente appartengono; tutto al voler suo proprio ed alla sua spada sottoposto. Inimico dei Cristiani, quanto mai fosse alcun altro della Casa Ottomana, portatosi all'espugnazione di Babilonia con ogni apparato, a solo fine di estinguer quella diversione per invader poi con ogni sforzo unito la Cristianità: contro questa li primi esperimenti erano, se fosse egli vissuto, nella Polonia certamente diretti; disgustato essendo della burla ricevuta nell'ultima pace, quando condottosi di persona in Andrianopoli per ricever in ostaggio uno dei fratelli di quel Re, che gli fu promesso, vi ritrovò l'esercito ammassato che lo circondò ed alla pace il costrinse. Nel tempo della guerra terrestre disegnava, benchè lontano, rinforzi marittimi per rivogliersi come da tutti credevasi contro Malta, chè non poteva esser senza gelosie ben grandi della Repubblica ancora, locchè mentre massime era molto credibile che sotto le ceneri dell'oro accordato per il seguito della Vallona, coperta rimanesse qualche favilla di sdegno, che in opportunità migliore gran fiamma riaccender potesse. Ma come tutte le procedure di quell'Imperatore contendevano per così dir con quelle del Signor Dio, restò anch' egli abbattuto quando più si stimava sollevato, pianto dalla plebe perchè frenava col timore la potenza dei grandi e l'insolenza delle milizie, ma non già dai ricchi, che della vita stessa non erano sicuri, nè manco dai principi confinanti, che dei suoi fini giammai assicurar si potevano nè la Cristianità tutta scansar dagli urti d'un emulo prepotente, intendente, pretendente. Per conclusione di questo capo basterammi il dire che nel procinto della sua morte tentò più volte di far condur alla sua presenza il regnante Imperator suo fratello, con intenzione di farlo passar sotto la spada, se la madre e li ministri sotto pretesto di poca sua salute e di poco ingegno divertita non l'avessero, solito egli dire, che con la sua morte desiderava estinto l'Impero Ottomano. Il che forse permetterà Dio Signore che segua nella cadente prole dell'Imperator regnante, quando la Cristianità ravvedutasi dei propri interni dissidj dovesse pur conoscere, che cibo della ambizione può essere l'imperio vastissimo d'Oriente molto meglio che il recinto ben angusto d'una piazza. Lasciò Sultan Murat una figliuola femmina in età di dodici anni, di cui la Regina madre altrettanto era invaghita quanto dal Re presente poco amata, pareva che in matrimonio destinata fosse per il già favorito Selictar, che decaduto con la morte del Re dalla grazia, espulso dalla Corte con cariche da lui non desiderate, ha però avuto buona fortuna di poter asportar seco un tesoro di tre milioni col quale coltivando egli la Regina madre e questa figliuola che pretende in moglie, e molti del serraglio potria molto facilmente un giorno al risorgimento ricondursi.
A Sultan Murat che l'Imperatore delle condizioni accennate è successo Sultan Ibrahim Imperatore regnante, giovane di ventiotto anni, tutti consumati da lui in una prigione, con timori continui di seguitare l'esempio d'altri quattro fratelli maggiori di maggior vivacità e di maggior attitudine al governo, che tutti fra i lacci estinti rimasero; ed egli ultimo di prole di sette fratelli che erano, due dei quali sono stati Imperatori, assunto all'imperio con esempio inaudito, viene ad esser l'ultimo eziandio della Casa Ottomana, mai più per l'addietro a simile stato di posterità ridotta, con opinione, che più importa, di inabilità alla prole, tale conceputasi così dalla poca sua natural inclinazione alle donne, come dalla qualità di sua abitudine corpulente assai, seguace della crapula più che dei lussi, del vagare più che delle oziose piume, e finalmente perchè in dieciotto mesi e più che egli è Imperatore, avuta la pratica di molte schiave, non si vede nè si sente che fin ora vi siano appaparenze di posterità. Li suoi portamenti, la sua guardatura, la fisonomia stessa dinotano la leggerezza dell'ingegno per non dir le sue pazzie, le quali però meritano in qualche parte d'esser escusate, perchè ventiotto anni di prigionia continua, tra perpetui timori di morte, anche l'ingegno dei più savij in qualche parte sconcertato averiano. Non gode egli tutta la salute di corpo, soggetto a malinconia ipocondriaca, smilza e simili indisposizioni, di modo che non vita longa, nè questa totalmente sana, attribuire ragionevolmente se gli può. Detesta le azioni del fratello defunte, e particolarmente la crudeltà e l'avarizia, imprese a detestarle dai ministri non meno e che da quei del serraglio, l'una per preservarsi dalla spada, di cui nel mio tempo dentro lo spazio di un anno non ha contro di chi si sia fatto prova alcuna, e per facilitarsi nell'altra gli effetti della sua liberalità, verso la quale per quello che si e veduto propenso assai si dimostra. Non si può però affermare, che egli in questi affetti continuar debba, perchè anche il fratello nel principio dell'imperio era tutto moderato, e poi col tempo fattosi in tutto insopportabile, diede a conoscer che gli onori mutan gli umori, come l'esperienza gli affetti. Ama l'imperator presente di legger l'Alcorano, le istorie dei suoi antenati, ma non ha genio per imitargli nè giudizio per cavarne profitto. Scrive con carattere perfettissimo come condizione appresa quasi per necessità negli ozj della prigione di tant' anni. Ha voluto che instituti antichi del serraglio, alterati assai sotto l'Imperator defunto si ripiglino; ha dimostrato tenerezza di sangue verso le Sultane sorelle, contro le quali l'Imperator fratello ben spesso improperi esercitava. In somma da tutte le circostanze ed osservazioni pare potersi vaticinar quasi di certo: che il governo dell'Impero Ottomano sotto il Re presente dipenderà dall'arbitro delle massime del primo Visir e delli Ministri, che pro tempore governeranno, a misura dei quali anco le milizie o più continenti o più rilassate si dimostreranno. E perchè il punto della prole mancante chiama l'indagazione maggiore dirò riverentemente, che quanto più egli tirerà avanti nell'imperio senza prole tanto maggiori si faranno ogni giorno i suoi pericoli e decaderà la stima ed il rispetto di lui, mentre non avendo egli testa per governar da sè stesso nè forse capacità per far dei ministri la scelta migliore, le milizie si renderanno sempre più insolenti: perchè perduto il rispetto del re, che grandemente consiste nella prole, saranno anche dai ministri secondate per dubbio che contro di essi vivendo il re non avventino, e dopo la sua morte non siano dei loro interessi seguaci. Onde è più che certo che, sotto il re presente, impresa alcuna di rilievo non sia per tentarsi, perchè nè lui averà attitudine per maneggiarla, nè salute per assisterla personalmente, nè li primi Visiri vorranno allontanarglisi dal fianco per non lasciarlo nell'appoggio delle proprie debolezze compagne inseparabili delle mutazioni. Anzi è credibile che li Persiani, non ostante l'ambasciata di pace ultimamente spedita, ed altri che si chiamano oppressi, siano per conoscer esser questo il tempo opportuno per procurarsi ragione; e se poi seguisse la morte del re senza prole, come l'apparenza dimostra, ai Tartari di casa, Sangirai, che è la principal tra quella nazione toccherebbe de jure l'imperio. Ma li Monsulmani assai francamente si dichiarano di non voler a' Tartari viver sottoposti, nè li Tartari è credibile che siano per ceder volontariamente alle ragioni di tanto imperio senza prima tentar gli ultimi sforzi della spada. In tal caso tanti sariano li pretendenti quanti sono li figliuoli e discendenti da Sultane del sangue ottomano regio, i quali sono infiniti e per tutte le parti dell'Imperio dispersi. Alcuni politici discorrevano che fosse bene radunarli tutti nel serraglio, osservando qual di loro fosse per aver attitudine maggiore al governo dell'Impero, con disegno poi di rilasciarli in liberta quando il re avesse prole, e non avendone sceglier il più capace d'essi per erede, e tutti gli altri per evitar le, discordie, conforme l'uso dei Turchi far morire: così l'emulazione dell'Imperio si rende tanto sospetta, che nelle persone più congiunte, quanto più dovria fidarsi, meno si fida. Concetto, che nel discorrerlo cammina bene, ma nell'eseguirlo è pieno di contrarj, perchè senza il consenso del re non lo si può effettuare, il re difficilmente lo approverebbe, molti si nasconderiano piuttosto che costituirsi prigioni nel serraglio, sperando nel valor della spada in campagna più che nel paragone della prudenza dentro il serraglio, e poi più che certo deve tenersi che altro Imperatore non potrà sussistere se non quello che dalle milizie sarà sostenuto, nè sarà sostenuto da queste altri che quelli che averanno o gran valore o gran denari, e se ambedue queste condizioni insieme tanto meglio: che però l'Eccellenze Vostre possono darsi a credere in caso di tal vacanza senza prole, non esser alcuno del sangue, o alcuno dei Visiri più potenti, ovvero dei comandanti più lontani capaci del seguito delle milizie, che al sommo dell'Imperio aspirar non debba. E tanto più sarà facile questa riuscita, se li Turchi non averanno brighe fuori dell'Imperio, perchè li corpi di grand' umori senza cauteri facilmente si commuovono, e commossi tra di loro combattono, dove per espeller un veleno esterno facilmente concordano e si uniscono. Altri sopra questa prole mancante discorrevano che la Regina madre potrebbe dentro il serraglio introdur qualche parto supposto per la quiete dell'Imperio; ma questo ancora è più facile da discorrere che da eseguirsi, perchè dove stanno le donne di serraglio non pratica uomo alcuno immaginabile fuorchè li Eunuchi mori e bianchi, incapaci non solo per sè medesimi ma osservantissimi delle donne, in modo che senza loro consenso questo difficilmente seguir potria; e che il consenso loro vi concorri è, altrettanto difficile, così per esser molti come per essere instrutti dentro quel serraglio nelle forme più rigorose, che l'onore del vero sangue regio riguarda. Concludo dunque, che l'Imperio Ottomano mai più sia stato vicino, come si trova di presente alle combustioni interne ed a quei pericoli di novità, a quali la divisione, per bocca dell'istesso Grande Iddio, gli Imperi riduce. In che siccome tutti li principi cristiani affissar l'occhio dovriano, così sopra tutti la Republica nostra per il lungo tratto dei confini e per le antiche pretensioni sopra dominj affissare li possa. Per l'affetto dei popoli, al dominio di lei tanto moderato inclinati, dovrebbe riflettervi, e con previdenza, di lungo tratto cominciar di quando in quando a discorrerne, fissando l'occhio sopra tutto all'arsenale e da questo all'armata marittima, con l'altre conseguenze che ad un tanto affare esser potriano bisognevoli, e che in momenti non possono poi effettuarsi.
La Regina madre si dà la gloria di esser stata moglie d'un Imperatore, madre di tre altri, quello che di rado o non mai tra' Monsulmani succede, toccatole non so se debba dir per sorte o per prudenza, che di sette figliuoli lasciati da Sultan Acmet di lei marito, li quattro d'altre madri sotto il laccio periscano, li tre nati da lei la spada dell'Imperio cingano. Ma perchè sotto il comando di questi sono seguiti li maggiori eventi di Casa ottomana, nei quali ella ha saputo con stima e riputazione conservarsi, bisogna dire che sia donna di buona condotta, sapendo massime congiunger ai travagli pubblici li suoi privati compiacimenti, tenuti a questo fine giardini riservati, ed or di questo or di quell'altro formoso compiacendosi. Nel tempo ch' io andai a Costantinopoli ella non mirava che a frenar li trascorsi violenti del figliuolo Sultan Murat, che trasportato dalla sua crudeltà, or sua naturale ed or dal vino accesa, la minacciò più volte nella vita, le protestò la clausura dentro il serraglio vecchio, dove le donne dimesse a parte vivono, fece mostra di farla battere, come ben spesso colle proprie sorelle praticava. Nel Governo presente ella si conserva con maggior stima, quanto minore è la capacità del figliuolo, che però comandando Ella alle cose del serraglio, ed il primo Visir a quelle di fuori, ben spesso questi due comandi s'incontrano ed incontrandosi s'offendono, onde si può dire che nell'apparenza accordino e nello interno si procurino l'uno all'altro la caduta: il che ben facilmente potei comprendere, quando da me portate le lettere, di Vostra Serenittà al primo Visir in congratulazione alla madre per il figliuolo all'Imperio assunto le ritenne, non le diede, quasi se ne sdegnò è mi disse: che le Regine degli Ottomani sono schiave come tutti del Gran Signore, non compagne, nè capaci del Governo, come quelle di Cristianità. L'ultimo Mehemet ritornato Bassà dal Cairo, pare che alla Regina s'attrovi ben appoggiato, e che lo stesso si procuri eziandio da Mustafà Selictar già favorito del defunto col mezzo di continui presenti, co' quali coltiva anch' egli la figliuola del fu Sultan Murat, mentre massime ella, giovane di spirito, con tutti egualmente s'esprime di non voler altro marito che lui, così avendogli il padre quando viveva promesso, e se il Re fosse maggiormente dedito alle donne, non è dubbio, che anche la Regina Madre maggior autorità non avesse, come quella che conoscendo il genio del Re verso la più favorita, ha saputo in altri tempi con la medesima favorita molto strettamente congiungersi, partito che in quell'Imperio suole d'ordinario molto vantaggiosamente prevalere. Di statura mediocre è la Regina, per quello che alcuna volta in abito privato la città ed i giardini passeggia. Nella età s'avvicina a sessanta anni. Nell'aspetto, per quello che m'è stato riferito, si scuopre tuttavia il residuo di bellezze dal tempo schernite, ed a queste un tratto molto grave e composto congiunto.
Mustafà è il primo Visir che lasciai nel governo alla mia partenza, con tanta autorità chè il regnante si poteva dir imperator di nome, egli d'effetto. Di nazione albanese, Gianizzero, di padre e madre cristiani, incaminato per via di quell'ordine, e dalle cariche più vili di esso nell'età sua di quarantaott' anni assunto. Sultan Murat l'amò per la puntualità del servizio, niente mai alla di lui moglie contradicente, per la ritiratezza d'ammassar ricchezze a fine di non esser obbligato a parteciparle col re ed a perder in fine con le ricchezze medesime la vita per la diligenza da lui usata in tutte le cariche di riseccar le spese e l'utile di queste nel Regio Erario trasmettere, come appunto fece quando fu Capitan Bassà, che ridusse le spese dell'Arsenale dai quindici ai cinque mille reali per mese, e finalmente per il valor proprio, che sostenuto dalla credenza che egli tien fermissima nel destino, a tutte le prove dei più pericolosi cimenti lo rende impavido ed intraprendente, come appunto nell'espugnazione di Babilonia diè a conoscer che esposto d'ordinario alle cannonate e moschettate senza riguardo nè riparo alcuno alli approcci continuamente attendeva; dove ricusata la carica di primo Visir, che in quella fazione restò estinto, come pure in due altre vacanze precedenti fatto aveva: finalmente il sigillo d'oro ricevette, che tutti li Visiri al collo pendente e notte e giorno con somma avertenza ritengono. fatto primo Visir assicurò l'acquisto di Babilonia, minacciò li Persiani di nuove aggressioni per ridurli, come fece anco, a più avvantaggiosa pace. Ritornato di Babilonia, non ostante l'opposizione del Selictar favorito, fu grato a Sultan Murat, ma per le opposizioni del medesimo favorito governò sempre in timore e tremore. Morto Sultan Murat egli ebbe la fortuna d'investir il re presente dell'Impero, del quale avendo miglior cognizione d'ogni altro, con capacità veramente più che ordinaria in tutto s'è guadagnato in modo l'affetto del medesimo nuovo re, che, come ho predetto, seco ha diviso l'imperio, lasciandone a lui il nome, ed egli confermandone il comando; ma veramente anche il re si può stimar fortunato d'aver ritrovato nella sua assunzione un ministro di tanto credito e valore, quanto egli di poca stima e capacità.
Gettò il Visir anche col nuovo re i primi fondamenti nel risparmio, sopra i quali cresce la fabbrica delle sue fortune, come col defunto, forse credendolo fratello nell'avarizia, come era nel sangue, e però nel primo abbordo dimezzò il presente ordinario alle milizie, senza strepito nè sollevazione immaginabile; ma poco appresso se ne pentì quando considerata l'inabilità del Re alla prole, e quanto in occasione di sua morte senza discendenti importasse l'amor delle milizie per farsi Imperatore com' egli, non meno degli altri aspira, avrebbe invece di darle disgusto desiderato d'obbligarsele: errore, che poi ha tentato di risarcire con la regolazione delle monete, che dannosa a tutto il rimanente Imperio in utilità delle sole milizie ridonda; le quali pagate in aspri e non in altra valuta, quanto manco aspri val il reale tanto più reali ricevono. Egli è applicatissimo a tutto senza immaginabile diversione, ed è gran cosa Eccellentissimi Signori, che così questo, come tutti gli altri primi Visiri, che di tempo in tempo a tal carica vengono promossi, possano esser capaci di digerire nella sola loro testa tutte le materie, così politiche come economiche, così interne come estere, così di mare come di terra, che in un Governo concorrono. Bastando dire, che il primo Visir di Costantinopoli dagli uffici più vili di spia, perchè ben spesso in abito mentito per le piazze, per le botteghe, per le radunanze si conduce, fino al comando supremo di general da mare e da terra e favorito d'un grande Imperatore e per tutti gli altri ordini di giustizia civile e criminale possa condursi, complendo in somma egli solo a quel tutto, che tanti e così diversi magistrati nella Repubblica malamente supplir possono, che certo è cosa di somma ammirazione. Non sapendo massime costui nè legger nè scriver, nè avendo altra qual si sia minima erudizione, ma tutto sforzo di natura, così ben organizzato che supera ogni arte e disciplina. Ama la giustizia disama le avarizie, che sono il continuo tormento dei Baili. È osservantissimo del suo rito. Poco amico dei Cristiani. Difficilissimo in tutti gli affari di nostra religione. Ama il moderato in tutte le cose, ostenta in qualche parte la superbia; ma chi non lo farebbe in grado di tanta eminenza e potenza? Tiene gran corte di più di due mila persone, ma con quella puntualità di servizio che è propria dei Turchi ed a tutte le altre corti e nazioni fa vergogna. La sua stalla è di seicento cavalli, uno dei quali sempre sellato e brigliato così di giorno come di notte per la occorrenze di suo impiego, dalle quali nissun riguardo o di tempo o di comodo lo dispensa. Il serraglio di sue donne è moderato assai avendo tra esse morto un solo figliuolo, altri morti essendone. Meco ha trattato sempre con ogni termine più favorevole. Quando partii mi donò anche in suo particolare un cavallo, che viene ad esser il maggior segno di stima e d'affezione. Nelle avanie non ho mai avuto travaglio alcuno, ributtando egli tutti quelli che delle mie lettere non si contentavano; di presenti non s' è mostrato giammai avido, nè mai per sè medesimo; non m'ha mandato a dimandare, tranne qualche gentilezza, ciò che non faceva Baisan suo precessore, il quale esperimentai nel primo anno del mio servizio tutto avido ogni giorno alcuna cosa dimandante: è vero che nel negozio dei corsari non si mostrò il primo Visir presente totalmente sodisfatto, parendogli che il Re avesse venduto a contanti la sua riputazione; onde non ardirei affermare, che trovandosi lui a Costantinopoli, e non come era verso Persia, si fosse quel negozio con meno vinticinque mila reali sopito, come a suo tempo scrissi, e se ne contentò perchè sperava che col danaro promessosi al Re, qualche porzione anche per lui si portasse, come da tutti gli altri potentati usar si suole ma vedutosi deluso pare che abbia poi accresciute le sue pretensioni, come dalle lettere dell'Eccellentissimo Bailo Trivisano osservar ho potuto, ma non è meraviglia, perchè l'appetito vien mangiando. Se desidera molto, dona anche molto, facendosi conto che al suo tesoriere entrino tra denari e presenti dieci e forse più mille reali per giorno, la metà de' quali escono pur quotidianamente in regali dentro il serraglio alle Sultane, in espedizioni a' ministri che vanno e vengono e simili. Nelle udienze tratta con buon termine con gli ambasciatori, toltane la natural arroganza dei Turchi, ed una particolar dissimulazione sua in tutto, con cui ben spesso inganna: pronto alle risposte, facile alla ragione. Le sue massime sono in generale dell'ingrandimento del munsulmanismo dapertutto, ma in particolar li suoi primi disegni nell'impresa di Arrach consistono, come luogo che per il sito apre il commercio a molte parti, snida i Cosacchi da quel luogo forte, solleva il Re dalla spesa di grossa armata marittima che ogn' anno per questa causa s'espedisce, e quel che importa dando buon credito al ministro, per esser questa la prima impresa sotto il presente Imperio; giudicandosi a Costantinopoli, come in tutti gli altri Governi, ma però con massima veramente erronea e falsa, il bene o il male de' ministri dagli eventi, che ben spesso nella fortuna più che nella prudenza consistono. Terminata l'impresa porterà l'arme, e forse si vedrà l'anno venturo, verso la Valacchia, così per gli inviti dei Francesi ed Olandesi che nelle presenti debolezze dell'Imperatore più volte ripetuti lo persuadano; come perchè in suo particolare desidera la rimozione del Voivoda di Valacchia poco amico suo, e che la Transilvania ancora più dai Turchi che dai Tedeschi dipenda. In ordine di che, come di riuscita più facile, va congiunto il poco e nessun allontanamento suo dalla persona del Re, nel che particolarmente tutta la conservazione dei favoriti consiste, ma singolarmente quando i Re sono deboli, come il presente, e per conseguenza facili alle mutazioni. Al contrario, e per il medesimo effetto di non allontanarsi, e perchè la pace di Persia è parto suo, desidera sopra modo che convalidata rimanghi: che però qualche mese avanti la mia partenza espedì un Bassà suo confidente in Diarbechir con oggetto di darli il comando dell'esercito, quando la pace non seguisse, ed egli dal fianco regio non distaccarsi. Questo sono le massime che nell'animo di lui militavano quando partii, le quali però da nuovi accidenti, come è proprio della volubilità del mondo, alterar si potranno. Delli altri Visiri che sedevano alla Porta quando partii, non ho che rappresentar a Vostra Serenità perchè tutti servono per forma e non hanno autorità, ma quando alcuno di loro o per pratica o per teorica avesse buona conoscenza degli affari procura tenersi celato per non dar gelosia a chi governa, procura sempre di sollevar li più inabili per eccitar a sè stesso il pregiudizio del paragone: massima che in tutti li Stati dove sono favoriti ugnalmente si pratica.
Del Capitan Bassà ho già detto a suo luogo quello che conveniva. Mehemet ritornato ultimamente dal Cairo è stimato accorto, e per tal opinione accarezzato dal Visir, amato dalla Regina madre, ma più di tutto appoggiato al favore di ricco tesoro riportato seco dal Cairo, col quale si può facilmente aprire cammino a qualche gran carica. Merita che di lui si tengi conto, ancorchè l'Illustrissimo Console del Cairo Giustiniano non abbi da lui ricevuta molta soddisfazione.
Chinan, Acmet e Sustuf sono tutti tre cognati del Re. Il primo, che è stato Caimacan ed ha avuto altri comandi, più per l'attinenze del sangue regio, che per proprio valore: gli altri due, uno stato in Aleppo e l'altro in Clissa, vivono più volentieri tra le femmine, che tra i negozii, e col mezzo delle mogli loro, sorelle del Re, procurano continui provecchi, e dei pubblici affari niente curarsi dimostrano. Quest' ultimo informato delle cose di Dalmazia tiene buona inclinazione alla Repubblica, e merita corrispondenza, perchè se non ha potere almeno tiene buona volontà, e ad un soggetto del suo posto non manca mai qualche comando, come pure li consigli dei grandi mai si sprezzano.
Due altri vecchi, uno Mehemet Giorgi, l'altro il Deftendar siedono al Divano: questo soggetto molto pratico ed attivo; quello tutto l'opposto. Oltre di questi sono in molta stima il Bassà del Cairo per esser cognato del Re, marito della più favorita sorella. Mustafà Bassà di Buda, che ha governato nell'assenza di sultan Murat con grande universal sodisfazione, parente del Capitan Bassà e non diffidente del primo Visir. Marcud Bassà di Diarbechir soggetto passato per tutti gli ordini dell'arsenale, che appunto governava nel tempo della mia prigionia, di tutta attitudine in tutto, ed espedito a quel Governo con intenzione di dargli il comando in caso non seguisse la pace in Persia, come di sopra ho detto. Nassuf Bassà d'Arzerum figliuolo del già Nassuf favorito di sultan Mehemet, tutti soggetti, co' quali io ho trattato, e che ben intenzionati alla Repubblica dimostrati si sono.
Il Bustangi Bassì è stato sempro coltivato dai Baili di Vostra Serenità e con gran ragione, perchè stando egli di continuo all'orecchio del Re può far passar qualche biglietto, può portar parola, può insomma far contrappunto alla mala volontà di qualche mal' affetto primo Visir. S'aggiunge che per certa natural prerogativa, pare che i Bustangi Bassì quando escono dal serraglio siano destinati o Capitani del mare o Bassà della Bossina, cariche tutte che riguardano ben da vicino gli interessi di Vostra Serenità. Ed io con l'esempio ben lodevole degli Eccellentissimi miei precessori, non meno che con l'evidenza del fatto medesimo ho coltivato a tutto mio potere quella carica, che per la frequenza delle mutazioni in cinque soggetti in tempo del mio Bailaggio è capitata: ma vaglia il vero tutti anco molto amorevoli e molto ben disposti, Credo io, perchè le voci di questa cultura accompagnate dal profitto che rendono gli ordinarii presenti, passando dall'uno nell'altro, rendono le persone ben affette prima che di esser conosciute. Quell'ordine si governa in forma di Repubblica. Le cariche subordinate in modo, che quando la prima si muove, tutte le altre fanno un passo: nel numero di questi sono compresi tutti quelli che vogano il Regio Caicchio, e non può esprimersi quanto rilevi al buon servizio del Bailaggio il sapersi ed il pubblicarsi l'amicizia dei Baili con li Bustangi: perchè non solo gli esteri che capitano con avanie la vece d'esser appoggiati vengono da essi espulsi, ma li ministri grandi medesimi, sapendo che col mezzo dei Bustangi può capitar all'orecchio del Re qualche loro mala operazione, ben spesso di dar disgusti s'astengono.
Il Cancellier grande è pur ministro del qual si deve coltivar l'amicizia per i frequenti bisogni, che tengono i Baili di cavar comandamenti, ordini ed altro per la terra, per il mare, per confini, per vascelli, per mercanti, per religiosi e simili; a' quali tutti nell'esprimere il fatto più in un modo che nell'altro, nel caricar più o manco la mano per l'esecuzione, nell'informar li Visiri di quello che altre volte è succeduto e dai loro registri non risulta, possono e gran giovamenti e gran pregiudizi cagionare. È vero, che con lodevole instituto praticato da miei antecessori e da me ancora proseguito, nessuna scrittura s'espedisce che la minuta non sia prima dai Baili veduta, per gli abusi ignorantemente talvolta inferiti ne' titoli, e per qualche altra barbara espressione che ben spesso richiede riforma. Nella medesima diligenza spero che per servizio pubblico continueranno anco i Baili venturi, come pure di conservar ben affetto questo ministro e li scrivani da esso dipendenti con li soliti mezzi del paese, i quali accrescono più o meno dispendio, quanto più o meno frequenti sono di essi le Mutazioni, le quali seguono a misura di quelle del Visir supremo, che come primo mobile porta seco d'ordinario le mutazioni di tutta la corte, perchè ognuno desidera aver ministri confidenti e dipendenti.
Lo stesso dico pure del Nisangi, che è quello che segna tutti li comandamenti, e dello stesso scrivano che tiene li registri della Repubblica in libro a parte per il filo dei negozii non meno, che per le forme degli ordini che di tempo in tempo s'espediscono.
Avrei detto molto poco fin qui dei ministri turchi, se per quello che riguarda le cariche di fuori delle quali ho già fatto menzione non dassi ancora un brevissimo tocco a quelli che son dentro il serraglio, da' quali ben spesso, come dai più confidenti del Re, le risoluzioni maggiori dipendono. Non ripeterò della Regina madre, come di quella che tiene nel serraglio il primo posto, perchè di lei ho rappresentato quanto occorreva. Nè manco parlerò di sultane favorite, perchè sebbene di queste stima grande far si deve, ad ogni modo nel governo presente d'un Re poco dedito alle femmine senza che alcuna si trovi gravida, la prima delle quali suole d'ordinario esser anco la più amata e stimata, si può ommetter di particolarizzarne, sin tanto che nuovi accidenti e nuovi consigli persuadano. Del Bustangi Bassì, che pur è soggetto di gran stima nel serraglio ho già discorso. Mi ristringerò dunque a dire, che dentro il medesimo serraglio vi è una quantità di Eunuchi bianchi e mori, i quali introdotti in esso nella più tenera età, allevati dentro li studi dell'Alcorano e delle storie, assistenti occultamente a tutti gli accidenti più gravi che occorrono, invecchiati nella pratica ed osservazione di tutte le cose, sono anche quelli dai quali derivano in molto occorrenze le deliberazioni più importanti, e massime nella deposizione e nel castigo dei ministri più grandi, ma tal volta nelle occasioni estere ancora: che però li ministri medesimi tengono gran conto di questi eunuchi e massime di quello che comanda a tutti li mori che servono le donne, chiamato Chislaragasì, ma delli altri eunuchi bianchi ancora, come quelli che sono capi di tutte le camere del servizio dei Gran Signore, le quali si dividono in quattro ordinamenti. La prima è la camera grande consistente in gran numero di giovani d'ogni nazione, così schiavi donati come turchi nati, ma tutti di bellissimo aspetto, di vivacità e d'aspettazione. Da quella camera secondo il genio che in ciascuno si rimarca, passano poi all'altre camere di servizio, che sono della cavallerizza, della strozzeria, del servizio della tavola, di quello del tesoro, e finalmente della camera suprema, dove il numero è prefisso di sessanta, e questi sono delli più approvati e disciplinati; li tre primi dei quali l'uno portator della spada, l'altro del mantello da pioggia, il terzo dell'acqua per servizio del Re, escono per ordinario fuori col titolo di Capitan Bassà, od altro titolo più cospicuo. In ognuna di queste camere hanno maestri d'ogni professione per ammaestrarli, vivono con disciplina più che monastica, non escono mai da quelle stanze che con licenza, ivi mangiano, ivi studiano, ivi servono, e da genti più basse ancora serviti sono, ma tutto sotto la direzione degli Eunuchi predetti, i quali una volta entrati nel serraglio, mai più ne escono, sempre assistono alla disciplina di questi giovani, dei quali ben conoscono l'intorno dei loro andamenti quando nei governi sono destinati, e da questa esperienza, non meno che da quella tengono delli affari interni ed esterni, si cava con gran ragione che anche i consigli nelle deliberazioni più importanti da essi derivano.
Con questi veramente poca o nessuna confidenza si può contrarre, non di meno io mi son ingegnato, e ho avuto diversi biglietti dal Veniero, che prima giovine della lingua si fece poi turco, e tra li giovani del serraglio più avanzati non era di poca stima, sotto Sultan Murat, particolarmente per l'eccellenza dei caratteri diversi in turco, con quali scrivea meglio d'ogni altro. M'avvisò più volte le voci che correvano per serraglio nel fatto della Vallona, che mi servirono di gran lume. Si fingeva egli ammalato per il comodo di avere un barbiere col mezzo del quale mi mandava i biglietti, ed io lo coltivavo con qualche veste; ma come ho predetto questa pratica è molto difficile per mancanza di mezzi; onde ho voluto toccarla più per curiosità, che perchè sperar si possa continuazione; come pure per la curiosità medesima di quelli che volessero saper gli ordini e la distinzione del medesimo serraglio, che sono molte e tutte a forma di ben regolata disciplina ridotte possono supplire molti libri stampati, e, tra gli altri scritti a penna, il Serraglio del fu Eccllentissimo Signor Ottavian Bon a questo fine da lui diligentemente descritto, e che, lontano dal mio instituto, che nel solo governo politico consiste, per levar il tedio tralascio.
Capitolo sesto. Dell'intelligenza de' Turchi con altri Potentati.
Sodisfatto, Eccellentissimi Signori alle parti che riguardano il Governo, le forze, l'entrate, la persona del Gran Signore, quella dei ministri ed il serraglio, dirò alcuna cosa delle corrispondenze dell'Impero ottomano con altri potentati, alcuni de' quali sono confinanti, altri no, ma questi e quelli di due religioni, alcuni Monsulmani, altri Cristiani. Li Monsulmani non confinanti sono gli Indiani, e sopra questi non m'estenderò molto, consistendo la loro corrispondenza nelle occorrenze di traffico, per le quali a Costantinopoli capitano di quando in quando le carovane d'India con telami per lo più, indaco, diamanti greggi ed altro. Mercanzie tutto, che gli Inglesi ed Olandesi con li loro giri di mare, mediante i quali hanno di già rovinato il traffico di quasi tutte le altre nazioni, a miglior mercato ed in tutte le parti facilmente trasmettono. Vero è che quando Sultan Murat disegnò l'impresa di Babilonia, spedì persone espresse ad Usbech indiano, eccitandolo alla ricuperazione della provincia di Candabar, che pochi anni prima i Persiani occupata gli avevano, il che appunto seguì: perchè colto il Persiano nel tempo medesimo da due parti, l'Usbech ricuperò Candabar, li Turchi acquistarono Babilonia; e questa è stata l'unica corrispondenza, che da molto tempo in qua per affari di Stato li Turchi con Monsulmani non confinanti avuta s'abbiano.
Quanto poi ai Cristiani non confinanti, questi sono Francesi, Inglesi ed Olandesi. I Francesi hanno coltivata di lunga mano l'amicizia dei Turchi, così per il traffico di Marsiglia, che però si trova al tempo d'oggi ridotto agli ultimi respiri, e massime allo scalo di Saida, dove per l'addietro il loro principal negozio consisteva, come per ragion di buona politica, pretendendo li Francesi di poter a voglia foro muover i Turchi contro l'Imperatore, per sostenersi in stima non meno appresso la Casa d'Austria che della Cristianità tutta, però quanto a questi ajuti ben si raccordano anch' essi, che quando l'armata turca costeggiò la Provenza nelle guerre che allora militavano contro Carlo V, maggior fu il travaglio che il profitto, più il pericolo che il soccorso, come seguirà sempre a tutti quelli che dell'armi turche valer si vorranno, perchè in fatti Turchi e Cristiani sia in generale o in particolare sempre s'odieranno. S'aggiunge il pretesto della Religione, per la quale nelle loro capitolazioni stabilito rimane, che tutti li Franchi, che di qualunque nazione sotto bandiera francese o patenti de' loro ministri nell'Impero ottomano capitassero, s'intendino intieramente sicuri; e sotto il medesimo pretesto si sono pur anche grandemente allargati nel guadagnar l'affetto dei Cristiani sudditi turcheschi, così per l'introduzione dei Cappuccini, e Gesuiti nel luogo di Galata, i quali da loro solo dipendono, come nelle missioni de' Cappuccini, i quali già quasi per tutte l'isole dell'Arcipelago stabiliti rimangono, altrettanto incaloriti i Francesi a questa propagazione, quanto raffredate l'Eccellenze Vostre nel poco o niente curarsene. Eppure la vicinanza dei confini, la strettezza degli interessi, la pietà sempre professata dalla Repubblica richiederebbero qualche maggior applicazione per tutti gli accidenti che venire potessero, massime nelle prevedute assai vicine confusioni di quel Governo, nelle quali le aderenze degli abitanti non meno che i vantaggi delle forze giovare potriano. È vero che vi bisogneriano soggetti di lettere, di vita esemplare, di buoni costumi, come studiosamente procurano i Francesi in quelli che essi vi fanno espedire, i quali col servizio delle anime guadagnano gli affetti dei popoli verso la loro nazione; il che non fanno li padri dello Stato di Vostra Serenità, i quali per lo più sono ignoranti e libertini; disordine che procede dalle medesime cause, per le quali ardirei quasi dire che tutti li religiosi dello Stato di Vostra Serenità sono li più ignoranti e li più scandalosi di tutti gli altri del mondo, toltone però qualcheduno, al quale non voglio con questa generalità derogare: materia importantissima che merita gran riflesso, perchè siccome la Religione è il primo fondamento d'ogni Governo, così li popoli in questa seguitando per lo più l'esempio dei religiosi, questi e quelli si conducono piano piano ad un formale ateismo. Tutta la gioventù cristiana latina, che nasce oggidì dentro l'isole dell'Arcipelago, viene allevata e erudita da Cappuccini francesi, che non può esser senza obbligo di natural inclinazione verso un tanto beneficio, per nutrimento del quale il Re cristianissimo impiega qualche quantità di danaro, avendo ottenuto da Roma che questa missione sia indipendente dalla Congregazione de propaganda fide quanto ai soggetti ed alla loro mutazione, e che essa venga regolata da un Commissario generale delle missioni residente in Parigi, che dai voleri del Re e del Cardinale intieramente dipende; come della missione medesima, che riguarda e religione e politica grande insieme, il Cardinale che ben vede tutto di lontano n'è stato l'unico promotore. Questi ed altri preaccennati rispetti chiaro apparir fanno la stima nella quale tengono i Francesi l'amicizia dei Turchi, mentre dopo l'espulsione dell'ambasciatore Marseville, con le forme indecorose ad ognuno note, hanno rimessa l'ambasciata senza rima ricever alcuna benchè minima apparente soddisfazione sopra l'affronto della persona di Marseville. Coltivano i Francesi questa amicizia anco sotto titolo di dipendenza di sangue per una tal che fu moglie dell'Imperator turco, la quale morì, come dicono, cristiana, e si trova col marito in una delle Moschee principali di Costantinopoli sepolta. I Turchi all'incontro corrispondono assai bene a questa amicizia, massime nelle confusioni presenti di Cristianità, che stimano provenute in gran parte dai Francesi, e che possino sotto le lor presenti massime lungamente durare, che è quello che non solamente desiderano, ma che nei discorsi ancora chiaramente esprimono, nessun altro ricever vantaggi maggiori dalle guerre di Cristianità di quello che faccino gli Ottomani, i quali niente azzardando questo guadagnano di certo che tanto i vinti quanto i vincitori egualmente indeboliscono, a segno che quando vorranno essi poi colpire nessuna resistenza ritroveranno. Anzi vi sono di quelli, che non senza gran ragione dissuadono il Visir dalle brighe verso l'imperio per dubbio che queste non induchino nei Cristiani motivo di pacificarsi.
Gli Inglesi coltivano l'amicizia dei Turchi per il solo traffico, di cui altrettanto è grande il profitto che ne cavano, quanto abbondante viene ad esser lo smaltimento che fanno delle loro discreditate pannine, con prezzi assai bassi, che guastano quel negozio a tutte l'altre nazioni, se bene da qualche tempo in qua, pare che anco le loro pannine alquanto discreditate si siano. L'ambasciatore che per il Re risiede alla Porta viene eletto, come Vostre Eccellenze ben sanno, dalla compagnia di Levante residente in Londra, che per esser d'ordinario soggetto di poca levatura, il Re col dargli titolo di cavaliere e coll'autorizzarlo nelle lettere credenziali ad agire qual suo ambasciatore lo rende nelle trattazioni rispettato, e nel posto agli altri ambasciatori uguale; li maneggi però di questo ministro versano d'ordinario sopra occorrenze mercantili, per le quali riscuote due per cento sopra tutte le mercanzie di nazioni estere che capitano alle scale di Levante con vascelli inglesi, che gli rendono un utile di venti e più mille reali all'anno. Nel politico ben di rado si mescola, se non fosse in affari che ovvero toccassero l'interesse di tutti gli ambasciatori alla Porta, come seguì nel tempo che furono loro levate l'armi di casa ed altre simili occorrenze, ovvero di qualche spezial riguardo alla corona d'Inghilterra, come nel tempo del conto di Mansfeld e del principe di Transilvania Gabor, per la connessione che avevano tali maneggi con il sollievo del Palatino, già tant' anni sono decantato nè mai ad effetto alcuno ridotto. In Galata sono molte case di mercanti inglesi, i quali formano la più grossa e numerosa nazione che nell'Impero turchesco per occasione di traffico al tempo d'oggi si trovi; ogni due anni espediscono due grosse navi da Londra cariche per lo più di pannina dal più basso fino al più alto prezzo, come appunto fanno oggidì di scarlatto e di color di fuoco, che vagliono ogni prezzo nè si può veder cosa più rara o più fina; con le pannine accompagnano qualche parte di stagno e ben spesso delle droghe ancora, dove prima da Costantinopoli venivano in Inghilterra condotte. Non ostante però un tanto negozio li mercanti inglesi di Galata avevano tra tutti un debito di trecento e più mille reali, dei quali pagano interessi ad Ebrei fino a venti e più per cento, ed a Cristiani dieci, che è tanto loro permesso per consuetudine ed anco per cattolica adesione: di modo che si fa conto che di tutto questo grossissimo interesse bisogna che l'utile sia molto grande, se ben un altra volta questa medesima nazione per occasione de' medesimi interessi si dichiarò fallita. Alle altre scale ancora parmi che gl'Inglesi camminano del medesimo passo, come di quella di Smirne si possono dir assoluti padroni, introdotta da qualche anno in qua estrazione di stime d'Angozi, ancorchè proibitissimi, per introdur con essi in Inghilterra anche la fabbrica de' Cambellotti ed altre pannine di questa natura. All'incontro li nostri mercanti a quella scala sono così deboli e tra di loro in perpetue brighe, che perpetui travagli anche al Bailo cagionano; dove per lo contrario grand' utili a sè medesimi ed alla patria cagionar doveriano, se con maggiori capitali attendessero al negozio delle sete di patria, che a quella scala assai frequentemente capitano, e per Venezia a dirittura le trasmettessero. Li Turchi all'incontro per l'utile de' dazii, e per la bassezza de' prezii delle pannine inglesi favoriscono volontieri questo traffico, male accorgendosi che gli Inglesi medesimi portano in Levante tutte le mercanzie di droghe ed altre, che tratte dall'India capitavano prima alle scale d'Alessandria e di Soria, dalle quali poi con doppio profitto a' Turchi ne' dazii d'entrata ed uscita a questa nostra città si conducevano, e da essa a tutta la Germania, Francia, Paese Basso, etiam all'istessa Inghilterra si distribuivano. Portano le navi inglesi quantità d'azzali, come mercanzia di tutte la più utile; rare volte però capitano a Costantinopoli ma ad altre scale men osservate gli scaricano, buona parte de' quali sono entrati da Venezia sotto nome d'altre mercanzie, perchè o sia che le diligenze nel visitar le navi si trascurano, o che la fede di ministri che visitar le dovriano con l'oro si contamina. Gli Olandesi finalmente si sono imbarcati nella corrispondenza de' Turchi, dirò così senza avvedersene. Perchè Cornelio Aghes che vi è stato per loro ambasciatore trent' anni in circa, capitato a Costantinopoli per curiosità più che per traffico, s'internò a poco a poco nei maneggi politici a segno che da sè medesimo s'assunse e il titolo e le prerogative d'ambasciatore nella quali fu per l'occorrenze del Palatino in Alemagna e di Gabor confirmato, ma poi fu al mio tempo ancora richiamato per non continuar in una non necessaria spesa. Lasciò egli quando partì un suo nipote chiamato Capt, che si da titolo di Agente, e che ogni giorno promette altro ambasciatore de' suoi Signori, il quale però non si sa ancora che sia stato eletto, nè che manco gli Olandesi pensino di mandarvelo: per il traffico non è certo ambasciatore, perchè rarissimi sono li vascelli che capitano a Costantinopoli di quella nazione, e due sole le loro case de' mercanti, una delle quali nel solo negozio di giuoco si mantiene; piuttosto per le corrispondenze politiche avrebbe egli qualche apparenza di ragione, per le opposizioni ai trattati con Spagna, per le gelosie coll'Imperatore e per le medesime col Polacco, quando rivolge il pensiero alle oppressioni di Danzica, con aggravar di dazii il traffico del mar Baltico. I Turchi all'incontro coltivano questa confidenza per li erudimenti ed avvisi che degli affari dei Cristiani sogliono dal ministro olandese d'ordinario ricevere, e dirò ancora che qualche condotta d'uomini da guerra, massime ingegneri e bombardieri, in cui sotto la direzione biasimevole del medesimo ambasciator Aghes diedero per occasione di Babilonia qualche principio, se poi per volere del Signor Dio gli effetti rimosse. Gran danno ha cagionato il ministro olandese predetto ai dogmi del rito greco, perchè tolto in sua protezione il già patriarca Cirilli, estorse col mezzo di lui gran danaro da quei Greci non solo, ma li indusse a stampare certa nuova dottrina mescolando tra il rito greco dogmi di Calvino, con oggetto che questi accreditati dall'antichità dei Greci a più valido contrapposto poi del Cattolicismo ridondassero.
Dai potentati dell'una e l'altra religione, che non confinano coll'Impero ottomano, ma corrispondono col medesimo per occasione o di traffico o di politica, passeremo a quelli che sono confinanti, i quali pure considereremo, come li primi, delle due religioni Mussulmana e Cristiana. Fra' Monsulmani tiene il primo luogo il Re di Persia, il quale si può dir Cauterio della Monarchia Ottomana, come gli Olandesi lo sono della Spagnuola, stante le continue gelosie o guerre aperte che da lungo tempo tra queste due nazioni si agitano. Sono ambedue di religione Maomettana, ma con quella differenza appunto, che distingue nel Cristianesimo gli Eretici dai Cattolici, che tutti non di meno Cristiani si chiamano. Ogn' una di queste nazioni pretende di conservarsi nei riti più antichi del Munsulmanismo: che però la guerra di Babilonia non è stata per altro agitata così lungo tempo che per il capo della Religione, per il quale sarà sempre anche in avvenire pietra di scandalo. Sono in essa sepolti in luoghi molto cospicui, ed adornati li due primi seguaci di Mahomet, l'uno nominato Alì seguitato da Persiani, l'altro Omer seguitato da' Turchi: al sepolcro del primo cingono il Re di Persia la spada nella prima assunzione del regno, che all'uso d'Europa corrisponde a quello che si chiama coronazione. Quando Babilonia sta in mano dei Persiani il sepolcro di Alì è onorato di lampade, fiori, argenterie e simili, quello di Omer vilipeso come cloaca di tutti gli escrementi, non meno che con tante altre abbominazioni; e così all'incontro quando Babilonia sta in mano de' Turchi questo è venerato e l'altro nei modi, che ho predetto, vilipeso. Che però non è meraviglia se tante e tante volte le spade si sono tra queste due nazioni insanguinate, se più volte stabilita la pace non è dessa riuscita durabile, il che seguirà anche di presente, quando la pace succeda prevalendo altrettanto li Turchi alli Persiani nella potenza, quanto questi a quelli nell'arte e nell'inganno, mediante che le ostilità sono per lo più risorse, quando i trattati di pace vanno più avanzati, il che potria facilmente seguire anche nell'occasione presente di pace, quanto più i Persiani considerino l'Imperatore regnante de' Turchi alla guerra incapace e poco abile alla posterità. In ordine pure delle cose di Persia si considerano li Georgiani e Mingreli, popoli situati tra li mari Nero e Caspio, che si conservano in apparenza di libertà, perchè professando neutralità tra queste due potenze seguitano per ordinario la fortuna del vincitore. Li Mingreli danno tributo a' Turchi d'ottanta mille braccia di tela per ogni triennio; e li Turchi niente ingerendosi nel loro Governo solo attendono a cavar da quei paesi che hanno l'uscita sul mar Nero gran quantità di schiavi, de' quali tanta è la mercanzia, che i padri vendono i figliuoli, i fratelli le sorelle, le mogli i mariti, nè si vergognano. Anzi il Patriarca stesso che, del rito greco ma scismatico come capo della Religione in quei paesi si considera, entrate d'altra natura non gode tranne quelle solo che dalla vendita dei schiavi gli provengono.
Li Giorgiani poi, che sono più mediterranei vivono tra loro stessi sotto il governo di diversi Signori, che chiameremo noi piuttosto col nome di tiranni, ben spesso tra di lor contrarii e nemici, tra' quali non meno che tra' Mingreli vivendo tuttavia qualche residuo di Cristianesimo, li padri Teatini con missione da non molto tempo in qua introdotta, con altrettanto profitto ed esemplarità quanto con pericoli e patimenti, assistono.
Li Tartari sono anch' essi del rito Maomettano confinanti con li Turchi, li quali si dividono sotto molti nomi di Nogari, Precopiti ed altri, come più facilmente si può dalle carte cosmografiche vedere: quelli che confinano all'isola del Caffà sono totalmente dipendenti dalla Porta Ottomana, a segno che il loro Chan viene levato e posto dal Gran Signore a misura del suo piacimento, ed oggidì appunto gran numero dei medesimi Tartari per l'espugnazione di Arrach è stato comandato d'impiegarsi, e la casa Sangirai molto principale tra' Tartari viene ad esser legittima erede dell'Impero Ottomano, quando la linea de' maschi intieramente decadesse. I Tartari nondimeno tra di loro malamente s'accordano se non nell'incursioni che fanno nella Polonia, Russia ed altre provincie della Polonia, senza le quali non han modo da sostenersi; che però li Polacchi solevano tributarli di trentamille reali all'anno per eccitarli a vivere senza l'incursioni; ma nè li Tartari si contentano di così fatto tributo, nè li Turchi vogliono che dall'incursione s'astengano, per non privarsi del servizio dei Schiavi, senza i quali viver non possono: sì che potremo noi considerar li Tartari piuttosto come soggetti ai Turchi, che atti a dar loro in qualunque tempo disturbo.
Scorsi li confinanti principali che del rito di Mahomet confinano coi Turchi, diremo alcuna cosa dei Cristiani, tra' quali cade in primo ordine la Polonia: con questo regno passano sempre disgusti e gelosie, tale essendo d'ordinario la condizione tra due potenze grandi e confinanti, ma poi vi si aggiungono le reciproche non rimediabili incursioni de' Tartari dall'un canto sopra li sudditi della Polonia, e de' Cosacchi dall'altro nel mar Nero. Quanto ai Tartari ho già detto che i Turchi nè possono nè vogliono raffrenargli; non vogliono per il bisogno de' Schiavi, perchè col mezzo loro vada estenuandosi la Cristianità senza guerra aperta, perchè conoscono che senza l'incursioni soccomberiano; nol possono poi, perchè la potenza loro è grande, nè così facile da esser intieramente sottomessa. Dei Cosacchi diremo quasi il medesimo. Li Polacchi non vogliono contenerli: perchè senza le prede non viveriano, perchè senza guerra aperta molestano li Turchi nella parte più sensitiva, perchè nei pericoli del mare gli uomini s'aggueriscono; non possono poi, perchè finalmente il numero loro è grande assuefatto di lunga mano alle prede, situati tra paludi impraticabili, di maniera che queste saranno sempre due pietre di scandalo poste da Dio e dalla natura tra le due predette potenze. A questo tutto s'aggiungono le gelosie della Valachia e Moldavia, provincie situate tra l'imperio Ottomano ed il regno di Polonia, il quale soleva già nominare quei Vaivoda che poi da' Turchi erano confirmati; ma oggidì la Porta elegge chi più gli piace, e senz' altra confirmazione dei Polacchi nel comando gli sostiene. È vero che li medesimi Vaivoda non così presto sono in comando, che si danno alla coltura dell'amicizia dei Polacchi, per dubbio che a misura delle mutazioni de' ministri, che alla Porta frequenti seguono, anch'essi non ne vengono deposti; e li Polacchi per aver quelle provincie aderenti per le cause di Stato, come già lo sono per la Religione che del rito greco ugualmente professano, non mancano di corrispondervi; onde per tutti questi particolari oltre il general della vicinanza e Religione si può con ragione credere che tra' Polacchi e Turchi non passerà già mai perfetta intelligenza, con questi però reciprochi disavvantaggi, cioè a dire, che li Polacchi stanno sempre sopra la propria difesa e le armi si maneggiano dentro di loro confini, e li Turchi per il clima della Polonia molto soggetto al freddo grandemente patiscono e li loro eserciti numerosissimi come della state e del sole niente si curano così sotto i rigori del freddo facilmente si consumano e disperdono. Prevagliono i Turchi ai Polacchi nella potenza non ha dubbio, ma questi col mezzo dei Cosacchi del mar Nero, il cuore dell'Imperio Ottomano direttamente assaliscono; e li Turchi grandemente ne temono anche per le foro pretese profezie, che da quella sola, e non da altra parte la loro decrescenza e rovina provenir debba; e la profezia riceve forza dalla ragione, perchè in Costantinopoli si contano tra schiavi e schiave sudditi di Polonia duecento e più mila anime, le quali quando fossero invigorite da Cosacchi vittoriosi e vicini, gran confusione a' Turchi cagioneriano. Per concluderla però li Turchi hanno gran vantaggio sopra i Polacchi non meno che sopra tutti gli altri potentati Cristiani, per la ragione d'essere padroni della guerra e della pace a loro piacimento, perchè questi e quelli stanno sempre sopra la propria difesa, e delle buone congiunture, o della guerra di Persia o d'altre importanti diversioni che ben spesso seguono, niente si prevagliono.
Molte cose dette nel proposito de' Polacchi, cadono aggiustate in quello ancora che riguarda l'intelligenza de' Turchi con l'Imperator di Germania, perchè con questo ancora hanno il suo vantaggio, che è quello d'esser padroni della pace e della guerra; questa non fanno se non quando torna loro conto, e quella non viene lor negata quando i Turchi d'inclinarsi vogliosi specialmente si dimostrino. Le gelosie che militano con Polacchi per la Moldavia e Valachia sono quasi le medesime, che con Cesare per li riguardi della Transilvania si considerano; la quale se bene si conserva nel possesso d'elegger il proprio principe a compiacimento de' popoli, o diremo meglio dei baroni, da' quali pare che maggiormente dipenda, non di meno ella paga ogn' anno grosso tributo a Turchi di cento mila reali, che con li presenti a parte soliti a' ministri arrivano a cento trenta mila e più; ed il principe di Transilvania presente Ragozi; che vorrebbe vivendo assicurar dopo di lui nel comando il figliuolo assai strettamente si tiene legato con l'Imperatore, non meno che col Mattia Vaivoda di Valachia, dal quale gli viene assignato per ogni anno seimila reali di pensione per assisterlo in occasione che alla Porta tentassero deporlo, a che più volte egli generosamente s'è opposto con la forza: ed effettivamente nel tempo del mio Bailaggio, quando assalito dal principe Rudolo Vaivoda di Moldavia o sia Bogdavia con segreta intelligenza della Porta lo ruppe, e per il mal successo di questa impresa Mehemet Caimacan, allora autore dell'accomodamento della Vallona e singolarmente ben affetto della Repubblica, che ne fu il promotore strangolato rimase, come per ordinario segue apresso i Turchi di tutti quelli che, persuadendo un'impresa, a buon fine poi non la riducono. Per quello che riguarda l'Ungheria frequenti sono a quei confini li turbini che succedono, come sono quelle genti impazienti e bellicose insieme; procurano gli Imperiali di avviarli con buoni ordini al Palatino d'Ungheria, che però rare volte sono obbediti per la natural inquietudine de' popoli, ma molto meglio procurano di sopirli con tenersi ben affetto il Bassà di Buda, come appunto è il presente Mussa, uomo lontano dalle brighe, e che altre volte stato a quel confine posto con Imperiali in ottima corrispondenza. Col mezzo del medesimo Bassà confidente fanno passar lettere dall'una all'altra Corte, con la qual occasione avendo io scritto nel tempo dei travagli per la medesima ancora ho ricevuto li favori dalla diligenza, ma molto più quelli dall'autorità, con cui l'Eccellentissimo Signor Cavalier Grimani esercitava allora la carica d'ambasciatore presso Cesare, dal quale per dir il vero provennero ordini efficacissimi in quell'occorrenza, così per la mia liberazione come per dimostrare non esser grandezza di quell'Impero per causa de' pirati interromper l'amicizia tanto antica con la Repubblica che tutto a sola difesa operato avea. In conformità anche di che parlò la Maestà Sua medesima al Capigi Bassì, che gli fu spedito per parteciparle l'acquisto di Babilonia, con forme molto atte ed espresse. La corrispondenza dunque della Porta con l'imperatore appoggiata per sè medesima a tante incertitudini, quanti sono gli interessi di sopra accennati che la combattono, ho lasciata, a dir il vero, quando partii da Costantinopoli, anche molto vacillante e soggetta a vicina alterazione per la mala disposizione del presente primo Visir, il quale sollecitato di quando in quando dai Francesi ed Olandesi a rifletter nelle presenti debolezze dell'Impero, che vittorie certe promettevano, si ritrova per sè medesimo ancora poco soddisfatto delle procedure del principe di Transilvauia, non meno che del Vaivoda di Valachia, come quello che più volte s'è esposto, come di sopra ho detto, alla deposizione che la Porta intendeva di farne. Ultimamente poi s'è aggiunto disgusto notabile, tale ricevutosi dai Turchi nella tardità con la quale l'Imperatore ha corrisposto all'uffizio che seco si fece passare per l'assunzione del nuovo Gran Signore all'Imperio. Per la quale anche il residente ordinario ebbe più volte delle repulse con rimproveri ben acri dal Visir medesimo contro la di lui persona; persona che pratica assai per dieci anni di continuo a quella Porta e non cammina senza qualche sospetto di somministrar ai Maltesi ed al Gran Duca, da cui viene stipendiato, tutti gli avvisi del mare. Che questa sia la principal intrapresa nell'animo del Visir presente di rivogliersi contro l'Imperatore, sotto il pretesto di Transilvania e Valachia, dopo la ricuperazione di Arrach, non ho lasciato alcuno alla Porta che non la credesse; ma certo è, per lo meno, che i Turchi non perderanno la congiuntura delle debolezze presenti dell'Imperatore per ricuperar l'annuo tributo di quarantamila ongari, che sino al tempo dell'Imperator Rodolfo e più oltre ancora, hanno gli Imperatori pagato per tributo dell'Ungheria, escluso solamente nell'ultima pace quando gli Imperiali si valsero della congiuntura della guerra di Persia, che obbligò li Turchi di ceder e contentarsi. Nella qual pace siccome l'Eccellenze Vostre stimarono di lor vantaggio esser dall'uno e l'atrro Imperator nominate ed incluse, così quando si rinnovasse sotto li successori saria questo punto da non trascurarsi; nel resto poi grazia particolare del Signor Dio è stata che nelle debolezze grandi, nelle quali da dieci e più anni in qua l'Impero involto languisse, non abbino saputo li Turchi dell'occasione valersi, perchè contro quella parte in tal congiuntura avriano potuto quello che voluto avessero; si che per conclusione di questo si potria assai facilmente dire: che l'amicizia tra' Turchi e l'Imperator di Germania a molte alterazioni sia per ordine soggetta, ma che ne' tempi presenti poi ad una facile e ben vicina aperta rottura rimanghi.
Li Ragusei sono anch' essi confinanti ai Turchi, ma tributarii e soggetti, spie doppie, perchè avvisano al Papa ed a Spagnuoli quello che operano i Turchi, ed a questi partecipano gli affari di Cristianità. Mandano ogn' anno verso il mese di luglio due ambasciatori alla Porta col tributo di dodici mila zecchini, oltre presenti distinti e particolari alli Bassà ed alle Sultane, se ben di pochissimo prezzo. Gli ambasciatori vi profittano per qualche mercanzia che seco conducono; spendono particolarmente a segno che certe vesti lunghe cremesine di sotto e pavonazze di sopra che portano, si riserbano da un anno all'altro a Costantinopoli per l'uso dei medesimi ambasciatori. Trattano co' Baili con molto rispetto alcuno però d'essi non può nascondere il livor naturale contro la Repubblica, ma doglianze del mio tempo non hanno portato, se non nell'ultimo anno nel mio Bailaggio. Si lamentarono in generale d'esser maltrattati da' pubblici rappresentanti ma non addussero particolari sicchè però non furono da' Turchi manco uditi; ogni desterità che non pregiudichi sarà giovevole con essi loro; il nome, che portano di carazari del Gran Signore obbliga i Turchi a sostentarli; è certissimo che non possono pagar il tributo, nè mantenersi senza il traffico questo, portandosi sempre da sè medesimo, dove maggior si è l'utile, minore l'aggravio. Condizione che, se i Ragusei non ritroveranno a Venezia più che in Ancona, mai dal negozio di sottovento si dipartiranno, ed il necessitargli con la forza sarà di pericolo più che di vantaggio.
Il Re di Spagna viene ad esser pure altro confinante tra' Cristiani col Turco, e ciò per gli infami nidi d'Algeri e di Tunisi ed altri luoghi di Barbaria; ma mentre con questo si professa antica incessante nimistà, facile è da concludere che tra queste due potenze non si fanno del male perchè la disgiunzione dei paesi nol permette. Molti sono gli schiavi, hinc inde nessuna corrispondenza, ed ancorchè si parli di quando in quando di pratiche, di tregue, nondimeno per l'avvertenza particolare che vi ho posto, credo di poter affermare che tutte tali pratiche siano per lo più pubblicate da' Turchi per ingelosire, di quello che gli Spagnuoli le procurino, con mira d'ottenerle. Per via di Ragusi capitano talvolta delle spie a Costantinopoli, che ben spesso s'intendono col residente Cesareo, ma queste mirano per lo più agli apparati marittimi ed agli impieghi loro, che a far progetti di tregue e di corrispondenza, e se pure qualcuno se ne lascia talvolta uscir qualche cosa di bocca, ciò segue per accortezza propria del soggetto a fine di mettersi in stima; ma che vi siano queste commissioni de' Spagnuoli nel mio tempo non è mai seguito, e per l'addietro ancora credo con deboli fondamenti non si può però affirmare che nell'avvenire per far contrappunto a' Francesi ed Olandesi nelle congiunture presenti de' loro vicini precipizii fossero gli Spagnuoli per trascurare qualche buona apertura che loro si facesse, niente manco di quelli che per non affogarsi alle spade s'affaccano. Ma quando anche seguisse non sarebbe durabile per la protezione in che tengono Maltesi i Fiorentini, li quali converiano ammettere di depredar i Turchi quando gli Spagnuoli subentrassero in qualche confidenza, sì che per conclusione di questo capo l'inimicizia con Spagnuoli è certa, le pratiche per le tregue artificiose piuttosto che di sostanza, e le tregue di pochissima durata quando anche seguissero.
Sotto questo medesimo capo de' principi Cristiani nemici de' Turchi caderà per semplice discorso il toccar di solo passaggio alcuna cosa del Papa, Gran Duca e Maltesi, de' quali però non posso se non ripeter, che li loro corsi pizzicano ma non fan male, irritano e non sconcertano, ma in fine saranno cagione di tirar qualche rovina sopra la Cristianità. Sono questi corsi più volte nel tempo del mio Bailaggio sino ai Dardanelli, venuti, e in vista loro, fatte molte prede e asportati molti schiavi Monsulmani: molto di facilità s'attribuisce al corso dei Ponentini per il comodo che ricevono nell'isole di Candia e Tine, dove sebbene sanno che non sono formalmente ricevuti, non ignorano però che molti porti aperti, molti seni non guardati servono loro per far acqua, per spalmare e cose simili, concetto che io non ho lasciato mai crescere con le considerazioni patenti in fatto, e sono: che li medesimi Ponentini ricevono, e questi e maggiori comodi nell'isole medesime del Gran Signore, dove hanno corrispondenza di spie, ricevono provvisioni di biscotti, e quello che più importa non sono nè inseguiti nè perseguitati, come nelle isole della Repubblica, per le continue guardie che le circondano; tutto è vero, ma come sia naturale dell'uomo il sospettar di tutto nei mali incontri che accadono, così potendosi sarà molto giovevole il divertir col mezzo d'un Papa ben intenzionato, come hanno procurato più volte i nostri maggiori questi semi, che cagionar potriano un giorno frutti molto amari a tutta la Cristianità, ma particolarmente alla Repubblica nostra; perchè sebbene li prirni disegni si rivogliessero, come era opinione di Sultan Murat, se viveva, contro i Maltesi, i pericoli maggiori nondimeno sariano della Repubblica, così per esser sopra il passo, come perchè l'impresa di Malta, lontana e difficile, non permetterebbe quella giusta neutralità che di qualche apparente pretesto cagione non fosse, essendo infatti la comodità d'ogni male ministra.
Capitolo settimo. Degl'interessi della Repubblica con l'impero Ottomano.
Quello che io ho rappresentato fin ora dell'Imperio Ottomano e della persona dell'Imperatore e dei ministri, e delle intelligenze co' Principi, ha servito per mio riverente senso a curiosità più che a profitto. Che però a bello studio ho riserbato nell'ultima parte, quello che agli interessi di questa patria si richiede, sperando tanto maggior l'attenzione, quanto, che devo rappresentar interessi passati per mia mano sotto l'occhio mio proprio, non per osservazione o relazione altrui. Tre sono gli interessi principali: traffico, mare e confini, da' quali poi tutti gli altri dipendono; ma prima di toccare di essi dirò alcuna cosa di passaggio della Religione Cattolica.
Intorno a questa è notorio ad ogn' uno che l'Eccellenze Vostre dopo che ab antiquo ebbero quella gran parte dell'Imperio d'oriente, che le istorie abbondantemente dichiarano, hanno sempre protetto tutti quegli interessi, e con gli uffici degli Eccellentissimi Baili e con l'impiego di continue elimosine alla conservazione del culto del Signor Dio, dal quale son certo che, tra tutte l'opere di pietà proprie della Repubblica, quest' una del Levante grandemente accetta gli sia. È vero che da qualche tempo in qua li Francesi, come ho predetto, si sono avanzati assai nel procurare che in molte isole dell'Arcipelago li Vescovi latini riconoscano quell'avvantaggio dai loro ufficii in Roma, che per l'addietro dalla Repubblica derivavano; ma molto più poi si sono allargati mediante la missione dei Cappuccini, della quale mi sono a suo luogo abbondantemente espresso, ed ultimamente ancora si sono grandemente internati nell'affare dei Luoghi Santi, non senza sospetto che si miri dal Cristianissimo a favorir quel negozio con oggetto d'introdurre li Cappuccini e scacciare li Riformati; nondimeno è anche vero, che tutte tali diligenze non bastano a guadagnar loro l'affetto di quei popoli, se non in quanto la necessità di passar per loro mano richiede, così per l'educazione dei figliuoli come per l'amministrazione de' Sacramenti, e l'incuria d'altri principi in tal affare possa con il tempo condurveli. Perchè nel resto tutti quei popoli per natural disposizione alla Repubblica più che ad ogn' altro inclinati si dimostrano. Ma mentre la Repubblica non mostra più che tanto di curarsi dei loro interessi, non sò con quanta buona politica massime per le vicine congiunture che appariscono, convengono anch' essi alla necessità accomodarsi: che però sarà molto giovevole che tutti li Vescovati d'Arcipelago all'Arcivescovo di Candia come Primate di quelle parti subordinati fossero, e che a misura delle di lui relazioni anche li soggetti fossero promossi, ed i litigi tra di essi frequentissimi dal medesimo Arcivescovo terminati, senza obbligarsi a viaggi lunghi e dispendiosi di Roma come al presente accade. In Galata restano stabiliti da poco tempo in qua li Gesuiti e Cappuccini, ambedue sotto l'unica protezione de' Francesi, anzi li Religiosi medesimi, tutti nazionali, che con gran sollecitudine all'amministrazione de' Sacramenti ed all'erudimento de' figliuoli s'impiegano. La chiesa di San Francesco che è la principale viene governata da un Padre, che per ordinario è suddito della Chiesa, e questo acciò sia da qualunque Potentato indipendente, dopo le pretensioni di protezione, introdottevi dal già ambasciator di Francia Marseville e d'altri principi, giustamente oppugnate. Questo oltre al titolo di Provinciale d'Oriente per la sua Religione, esercita quello di Vicario Patriarcale, mediante la persona del quale la Congregazione di Roma viene aver come stabilita una forma di Ministro di quella Corte tutto dipendente; a segno tale che continua corrispondenza di lettere non solo, ma con cifra particolare tra di loro si mantiene; anzi nel mio tempo avevano col suo mezzo introdotto pratica d'intelligenza col Patriarca greco, che risiede in Costantinopoli, per il cui sostenimento qualche somma di denaro contribuitavi, poco appresso la ritrattarono ben vedendo Roma essersi illaqueata in un dispendio che, non per una volta tanto ma a misura del bisogno grande e continuo che li Patriarchi ne tengono per conservarsi, continuar dovria; onde quella pratica s'è poco appresso intermessa, perchè a dir il vero sarebbe costata molto, di poco profitto riuscita, e non senza pericolo ancora; mentre li Greci si ritrovano nell'ultimo periodo dell'ignoranza e del bisogno, sopra i quali i Turchi fanno continue mercanzie, tutti Simoniaci, tutti Scismatici, tutti protervi e falsi; nondimeno quali essi si siano il Patriarca di Costantinopoli esercita su di loro molta autorità e cava molto denaro, tanto può nel petto umano la Religione, che, ancora conosciuta corrotta, pochi o nessuno ardisce d'abbandonarla; ed a nostro proposito sarà sempre buona massima il far capitale del Patriarca di Costantinopoli, l'aiutarlo dove si può senza gelosia de' Turchi: perchè in tutti i tempi egli può molto sopra la sua nazione; ma se venisse poi qualche turbine, come le congiunture presenti persuadono, farebbe gran capitale di quelli che lo avessero per amico, perchè li villani tutti dell'Imperio situato dentro l'Europa e tutto l'Arcipelago indifferentemente il rito greco professa; le chiese di San Pietro e della Madonna, questa da' Zoccolanti, e quella da' Domenicani officiata, vivono più dell'altre sotto la protezione della Repubblica; perchè alli frati che sono sudditi, così superiori come soggetti si contribuisce da quel Cottimo una conveniente elemosina; ma per dir il vero si dovrebbe metter maggior studio in mandar persone d'esemplarità e di dottrina, perchè nissuna cosa più disdice in ogni paese, quanto che i Religiosi gli impieghi proprii de' Laici s'usurpino.
Soddisfatto brevemente a questa parte della Religione, cade in primo luogo di dir alcuna cosa del traffico, certo essendo che, da quello del Levante in particolare, il sostenimento di questa nostra Madre unicamente dipende. Due, tre e forse più milioni d'oro all'anno escono da questa città per le scale di Levante, ma particolarmente per quella di Spagna, che provvede oltre Costantinopoli a tutto l'Imperio Ottomano, che dentro l'Europa si contiene, e questo non in altro, che in tante manifatture di lana, di seta e d'oro, oltre qualche altra mercanzia, che di Germania capita e che per il Levante si disperde; il ricavato di queste mercanzie si converte per lo più oltre il contante, in cere, lane, cuoi, animali ed altro, che oltre il comodo di Venezia medesima grande occasione di trattenimento a tutto il rimanente dello Stato cagionano. E se le guerre presenti d'Europa, massime d'Alemagna, permettessero, come prima, il passaggio vivo alle mercanzie, anche le tratto che dalle scale di Soria e d'Alessandria pervengono con discapito al presente, ma con molto maggior profitto si caveriano; nè mi sia rivocata questa verità in dubbio con la scarsezza dei dazii, che per questo traffico nell'Erario pubblico entrano, perchè certo il disordine non nasce tanto dalla mancanza del traffico, quanto dagli abusi introdotti e non corretti, come per incontri più esatti dei lazzaretti di Spalato aver si dovriano, niente manco di quello, che succede nei dazii dei vino, del sale, della farina, che ben regolati con l'uso massime che si pratica altrove distruggendo li contrabbandi, che si praticano ormai senza rossore, dariano comodo non solo di pareggiar le spese, ma di riseccar li debiti ancora; e per comprobazione ancora di questa verità basterami il dire, che un mercante venuto sopra la galera di mercanzia poche settimane prima della mia partenza, scandagliò la di lei portata per il valsente di settecento mille reali. Di questo ne partono ogn' anno quattro e più, oltre molti fregatoni ancora, che tutto computato con quello che dai ritratti pur cavar si dovria, credo, che il mio conto sarà piuttosto inferiore che eccedente. Nè a questo proposito voglio tralasciar quello, che d'utile pubblico è stato più volte sopra il traffico di Costantinopoli desiderato ed ordinato, ma giammai ottenuto, perchè forse non s'è conosciuto il proprio cammino per ottenerlo. Li mercanti veneziani pagano a Costantinopoli il Cottimo di tutte le mercanzie che passano per loro mani, così per via di mare come di terra; i Turchi ed Ebrei non pagano Cottimo sopra le carovane di terra, ne' quali lo sforzo maggiore consiste, e questo con due gran pregiudizii, oltre quello del danno pubblico: il primo, che li medesimi Turchi ed Ebrei ponno vender le loro mercanzie con due o più per cento manco dei nostri: il secondo perchè i mercanti di Venezia per non pagar gran Cottimo sotto nome d'Ebrei trafficano. Il condurli a pagar questa gravezza a Costantinopoli è vanità più volte tentata e non riuscita per li ricorsi ai Grandi della Porta, dove non è alcuno che non abbia uno o più Ebrei famigliari, da' quali tutte le ribalderie apprendono; ma quando si facesse a Venezia un decreto, che tutte le mercanzie per il Levante in generale senza nominar Turchi nÚ Ebrei pagar dovessero il Cottimo come gravezza che riguardi il servizio del traffico, delle lettere per le quali nessuno paga, nelle galere che s'impiegano per assicurarlo e simili, forse si otterrebbe l'intento, perchè in casa propria alla fine ogn' uno è in suo poter di far quello che gli piace. A questo mi persuade l'esempio della tansa posta particolarmente per quello che furono necessitati li mercanti nostri in Costantinopoli di contribuire con l'altre nazioni, quando furono levate le armi, perchè in risarcimento di essa aggravati di nuova imposta, tutte le mercanzie che capitano a Costantinopoli per via di mare, li Turchi ed Ebrei egualmente che li nostri le pagano: perchè infatti le mercanzie angravate in generale non aggravano alcuno in particolare. Questo Cottimo si doveria riscuoter a Venezia, non in Costantinopoli come si usa, per le molte fraudi che si commettono: poichè per non lasciar che le mercanzie capitino in dogana, mandano li mercanti d'ogni nazione persone espresse ad incontrar la carovana qualche giornata da Costantinopoli lontana, e d'accordo con li conduttori, ai quali donano grosse mancie, ricevono le cassette di panni e di seta, le disfanno, e poi a parte a parte in tappetti ed in altro meno osservabile modo alle loro case le conducono. Li nostri pagano il Cottimo con giuramento, nè il Bailo può usar altra diligenza che di far incontrar, come ho fatto io più volte, la nota che essi danno con quella che nella dogana si tiene, ma di quando in quando a questa si defrauda anche il Cottimo. Suppliva altre volte per il pagamento delli salariati, i quali di presente per lo più si pagano di borsa pubblica, anzi se tutti pagassero il diritto del Cottimo nella maniera che io riverentemente ricordo, questo solo basteria non solo a trattenimento di tutti li salariati, ma in gran parte ancora al sollievo di tutte le altre spese del Bailaggio, con poco o nessun aggravio del pubblico. Ma siccome questa materia delicata si deve con soavità maneggiare, così con molto rigore proceder si doveria contro quelli, che rassie da Lucca e da Fiorenza a Costantinopoli conducono contro i reiterati decreti dell'Eccellenze Vostre, e contro quelli, per lo più Ebrei, che vi mandano rasi da Venezia, pannine ma false, che levano il credito alle buone fabbriche ed ai nostri mercanti, per la disuguaglianza de' prezzi che smaltir le loro impediscono: disordini tutti, che provengono talvolta per via di Venezia, ma più frequenti poi per Ragusa e Livorno, da dove le navi inglesi quattro e sei viaggi a Costantinopoli fanno, ed ogni sorte di mercanzia adulterata portano. Col traffico dunque, per ritornar dove son partito, va congiunto il mantenimento delle navi che, sebben poche, ombra quasi dell'antica grandezza di questa patria anche nel giro dei mari più lontani, ad ogni modo anche questi pochi residui per il solo traffico di Levante pur ora si conservano, che vuol dir preservato qualche poco residuo, ancor dagli esordii di questa patria, che nel mare e nel traffico originati furono. Col traffico dunque va inseparabilmente congiunta la navigazione, la quale a quanti disordini si trovi soggetta l'ho rappresentato per minuto in più mani di mie lettere; Vostre Eccellenze l'hanno approvato, ma in conformità delle loro approvazioni nessuna provvisione mai è stata deliberata; e credo che tutto procede, per quello che m'hanno riferito li mercanti di Costantinopoli, della mutazione frequente di quei Senatori che al magistrato della mercanzia vengono eletti, li quali non così tosto hanno appreso quello che di queste incombenze è proprio, che ad altro impiego destinati, sempre quasi da capo si comincia; e non partendo da Venezia le navi ai tempi debiti le paghe sono perse; li marinari che più faticano sono li più maltrattati; li capitani cercano tutti i porti a fine che i marinari vadino in terra, con avanzo in essi del dinaro delle quotidiane panatiche; li parcenevoli assicurano le navi, e assicurate poi non si curano più d'officiali nè di marinari pratici, ma di quelli soli che al minor salario si accordano, le paghe sono fatte a ragion di mesi, non di viaggio come meglio sarebbe, perchè li pagati per non perder il salario mai trovano la via di mettersi in viaggio, intrapreso che l'hanno per ogni occorrenza il ritardano; ogni nuvola fa che il Consiglio di Dodici deliberi di ritirarsi in qualche porto sotto pretesto di fortuna, perchè tutti sono interessati nelle portate, che del tutto bandite esser dovriano; il ritardo nei porti cagiona che dai corsari siano spiati, aspettati e, facilmente anche presi, e per conclusione di questa verità basteria il dire, che dove gli Inglesi ed Olandesi fanno quattro e cinque viaggi a Costantinopoli per anno, le nostre uno appena intiero finiscono, da che nasce poi un altro disordine, ed è, che le sicurtà sopra i vascelli veneziani eccedono di gran lunga quelle sopra i vascelli d'altre nazioni, e ciò non è altro, che disavantaggiarli notabilmente nell'esito delle mercanzie in paragon delle altre nazioni, con violentarli a caricar li loro effetti dove per più rispetti sono meno sicuri, con necessitarli infine ad abbandonar ogni negozio. Li capitani delle navi non dovriano esser ammessi senza saputa del magistrato, dovriano aver maggior autorità sopra li marinari, questo dell'innobbedienza non essendo uno dei minori inconvenienti che sopra le navi veneziane considerare si debbano. Le spese ancora di Costantinopoli nell'espedizione delle navi sono troppo eccedenti, si regolano in gran parte dall'opulenza che nei tempi antichi portavano, molto contrarie a quello che di presento succede con pochissimo nolo. Il che come fu regolato sotto l'Eccellentissimo Bailo Girolamo Cappello, così l'ho anch' io a tempo ricordato, ma dall'Eccellenze Vostre forse non stimato: perchè da questo poi nasce, che li mercanti caricano li vascelli d'altre nazioni e particolarmente de' Greci, i quali bene spesso sono d'accordo con corsari, come si è veduto espressamente nel caso della Patiniola, che siccome deve esser in ogni modo proibito, così quando non capitano navi veneziane, bisogna per necessario trasporto delle mercanzie acconsentirvi, come appunto seguì nel caso della Patiniola medesima, e questo pure saria punto da prender per mano per qualche provvisione. A questo tutto si potria aggiungere il riflesso di quello che accostumano altre nazioni nella forma di ben regolate compagnie, mediante le quali e con le scorte che fossero necessarie, quasi sempre anderiano sicure le mercanzie, nè dei corsari così frequenti le querele venirebbero, perchè certo io credo, che da noi medesimi più che da loro molti disordini procedono, e se alcuno mi dicesse a questo passo che la scarsezza del traffico di Venezia non permette queste diligenze di far partir vascelli uniti ed anche assicurati dalle galeazze, ma che il mercante vuol esser libero di condursi di nascosto dagli altri dove la speranza di maggior profitto l'invita, dove li avvisi più oculati e previdenti alla mancanza di quella o quell'altra marcanzia l'eccita d'accorrere; rispondo prima, che questo mira ad arricchire qualche particolare, ma insieme ad impoverire il generale della piazza; dico esser questa un invenzione de' mercanti per mandar mercanzie false e difettose, dove sanno che la carestia ammetter le possa; in che commetton due notabili mancamenti: il primo è di levar il credito alle fabbriche buone di questa città, che sempre con sommo studio di conservar s'è procurato; l'altro che ammettono per lo più li capitali sopra piccoli vascelli, e come tali sono o dal mare assorbiti o da corsari depredati, e poi risuonano i clamori contro il Governo, che non provvede ai disordini, contro l'Armata che i mari non assicura, e doglianze simili, le quali da loro mercanti ben spesso dipendono. In somma o per un verso o per l'altro è necessario aiutarsi, perchè il peggio di tutto è il non fare: un cadavere spira ma se non si risana ad un tratto, basta almeno di conservargli le forze. Li negozii grandi hanno li più gran contrarii; la virtù di chi governa risplende maggiore dove maggiori sono le difficoltà.
Ma perchè l'incombenze del traffico m'hanno guidato non so come a parlar di mare e di navigazione, meriterò scusa se per il successo della Vallona passerò a dir alcuna cosa di queste ancora.
Quale sia lo stato delle cose marittime della Repubblica, ritrovo che meriteriano d'esser più deplorate che discorse; come si trovi questo arsenale; come stiano li depositi stabiliti dalle leggi di galere, d'apprestamenti, di remi, di legnami, quanto siano contenenti le maestranze, e non è parte di questa relazione il ridirlo, dove massime tutti il sanno. Questo solo aggiungerò che nel tempo di mia prigionia, non dirò del corpo, perchè questo era già con generosa rassegnazione nel voler del Signor Dio al bene della patria intieramente conservato, ma dell'animo angustiato tra il desiderio d'aggiustar il negozio della Vallona e le debolezze pubbliche, che più d'ogni altro contrario il contendevano: dall'un canto le lettere di Vostre Eccellenze con la costanza dell'Eccellentissimo Senato, con le confidenze nella fede de' sudditi, nella giustizia della causa, nei propri apparati ancora m'empivano di speranza; dall'altro la dilazione di tante settimane e mesi per l'allestimento di due sole galeazze mi opprimevano, nel riflesso di quello che sarebbe poi seguito se d'apprestar un'intera armata trattato si fosse. Conoscevo il natural de' Turchi che dove dubitano di rigorose resistenze mal volentieri si attaccano: perchè la grandezza, la stima ed il sostenimento di quei ministri dai soli buoni successi dipendono; onde quando semplicemente dubitano che non possono ben riuscire, essi ancora abbandonandoli altrove si rivolgono. Ma nel medesimo tempo apprendevo io pure, che la conoscenza delle nostre debolezze fossero per precipitarli dove pur troppo dal risentimento d'onore chiamati venivano, il che tutto s'è toccato con mano quando, nelle consulte dopo il ritorno da Babilonia, restò per voler del Signor Dio protettor delle cause giuste divertita la guerra, non tanto con li riflessi delle proprie debolezze dei Turchi nelle cose del mare, quanto nella presupposta prepotenza della Repubblica per non restarne abbattuti; avvertimento che deve restar ben fisso nell'animo di cadauna delle Eccellenze Vostre e massime di quelli che per l'età possono anche più lungamente previvere, per saper di certo che nessuna cosa può divertir la guerra con Turchi, quanto il buon concetto di prepotenza in tesori, in armate ed in aderenze, ma sopra tutto delle proprie forze.
L'armata marittima è quella della quale per la vicinanza li Turchi hanno maggiore cognizione e maggior timore, perchè delle forze terrestri ben si conoscono di gran lunga superiori. Dalla disciplina, dal buon ordine delle forze di questa argomentano quello che del rimanente esser potria; ogni applicazione è necessaria per curarla dai disordini ne' quali ella si ritrova, che tutti però ad un sol punto del ritardo delle paghe per la scarsezza del denaro si riducono; da che poi, come dalla fonte l'innobbedienza, li subterfugi, ed ogn' altro disordine alla fine derivano. Dalle lettere dell'Eccellentissimo Signor Procurator Generale Zorzi ho pur appreso, da che son ritornato, che tutta l'armata presente non rileva quanto alle paghe che solo dieciotto mille ducati al mese di spesa, se male non ho inteso, per mio senso moderata assai, la qual armata non rilevando per quello che ho risaputo somma eccedente in riguardo del profitto, e che senza incomodar di molto le altre incombenze potria con somma facilità aver la sua propria indivertibile assegnazione, mediante la quale di tre in tre mesi, o come meglio paresse si facessero le paghe, e nella obbedienza della disciplina e d'ogn' altro ordine migliore. E se il maneggio di questo denaro fosse appoggiato a soggetto di canizie ed autorità, che con titolo di Commissario, come altre volte s'è praticato, disgiunto dagli interessi dell'armata, sostenesse il comando supremo delle tre isole, Corfù, Zante e Ceffalonia, le quali con la soverchia licenza di quelle torbide genti, ben spesso li maggiori travagli dei Baili alla Porta cagionano, non saria forse senza gran profitto. Con l'armata di mare si fa rispettare la Repubblica dai Turchi più che con ogni altro requisito. Con questa si difende il suo dominio del Golfo, s'assicurano in gran parte i mari dai corsari, la navigazione è più libera, il traffico si renderebbe maggiore; anzi col vigor dell'armata medesima e delle armi maneggiate dai nostri medesimi cittadini, dei quali va congiunta la robba, i figli e l'onore, col beneficio della patria servirà anco a difender lo Stato di terra ferma, come quello che tutto confina con Stati di principi grandi sì, ma alle invasioni dal mare egualmente sottoposti. L'armata finalmente del mare ben vigorosa è quella sola, che nella prole cadente della Casa Ottomana, nelle confusioni che questa cagioneria in tutto l'Imperio, può esser bastevole ad incoraggir li Cristiani mal contenti di quella barbarie, ad invitar li Turchi medesimi, che in tal occasione si provocheranno appoggi per le loro pretenzioni, e finalmente per dirlo in una parola ogni buona speranza di tal accidente nella sola armata di mare consisteria; se massimecosì in questa come in ogn' altra congiuntura d'adoprarla contro i Turchi, si prevenisse l'occupazione dell'Arcipelago, nella quale il sommo d'ogni buon esito consiste: si provvederia la nostra armata di rematori; si leveriano ai Turchi tutti gl'uomini d'esperienza in mare, che per lo più sono Greci d'Arcipelago, e ne hanno sommo bisogno; s'impediriano molte provvisioni che dal mar Bianco ai lavori dell'arsenale provengono, s'assedieria subito la città di Costantinopoli, la quale vivendo di giorno in giorno sopra la confidenza del sito per li due mari Bianco e Nero, che quando li venti sono contrari all'uno servono all'altro, e così viceversa, non tiene ne' magazzini, quelle provisioni da vivere al sostenimento di tanto popolo che sarebbero necessarie.
E perchè ho toccato di sopra il punto de' galeotti ossiano ciurme, delle quali il mancamento nella nostra armata ogni giorno si fa maggiore per li rispetti ad ognuno ben noti, per questo ho creduto esser parte di questa relazione il ricordare riverentemente che di tempo in tempo per via di Costantinopoli potria in servizio dell'armata applicarsi il pensiero ad alcuni di quei Cristiani, che fatti schiavi dai Tartari nelle incursioni delle provincie alla Polonia soggetto e poi condotti nell'isola del Caffa a buonissimo mercato di venti o trenta reali per testa si vendono, ed ad ogn' uno così Monsulmano come Cristiano senza riguardo alcuno di comperarne è permesso. Di questi se ne potria far comperar dai nostri mercanti, e con ogni nave qualche poco numero mandarne che non desse gelosia; se ne potria ancora qualcheduno sopra le medesime navi nascondere, e finalmente non credo che quando si servisse del pretesto o di abitar qualche paese, o luogo della Repubblica, oppure di tagliar qualche montagna o altro impiego simile che impiego d'uomini ricercasse, fosse per esser manco difficile l'aver permissione espressa per l'estrazione, sotto massime il governo di qualche Bassà ben affetto e confidente. Questi poi si potriano riportar per le galere, nè credo, che saria certo contro la carità cristiana il redimer quelle povere genti dalla mano dei Turchi, per farli viver sotto il natural loro rito de' Cristiani, ancorchè obbligati al servizio delle galere per quanto comportasse il danaro che costassero e la condizione degli altri uomini di libertà che sopra l'armata servono; il che tutto valendo a rinforzo della armata medesima della Repubblica, ch' è l'antemurale della Cristianità tutta, nessun decreto civile o ecclesiastico potrebbe non ammetter questo necessario ripiego o non approvarlo.
In ordine di questo capo mi cade molto opportuno il toccar alcuna cosa de' corsari, come negozio che nel mio Bailaggio ha sopra di sè tenuto l'occhio fisso di Vostre Eccellenze non meno che della Cristianità tutta per le circostanze che seco stesso portava, nel che pure per non abusar la benigna pazienza del cortese loro orecchio eleggo d'abbandonar tutta quella parte che riguarda il particolare di mia prigionia con li travagli e pericoli molto da vicino incontrati, nei quali avvalorato dall'assistenza del Signor Dio ho sempre conservato l'animo pieno di speranza e di costanza a segno che, per consolazione de' sudditi e mortificazione dei Turchi, non mi son mai dimostrato nè più franco di quello abbi fatto in quell'occasione, nè più ilare, nè più soddisfatto di me medesimo, azzalato l'animo agli accidenti che dà il mondo, resolo superiore alla fortuna, retribuzione maggiore che dall'infortunio stesso cavar si poteva. Dirò dunque, che quel negozio è stato nei suoi principii pericoloso e contrario a quello che i nostri maggiori hanno praticato, come in termini simili, e anco più forti nell'istoria Morosina veder si può ne' successi massime dell'anno 1559 che non replico, perchè non credo che sia alcuno che entri in questo sacrario, che non abbi o che almen aver non debba esatta cognizione delle nostre istorie per confrontarle a quello, che generalmente si delibera. Dirò questo solo, che in quella occasione la nave medesima che fu condotta da' corsari sotto Durazzo, era nave veneziana, e non di meno fu restituita, e li corsari che l'aveano depredata per il riguardo della fortezza rispettati; e nell'accomodamento poi la nostra stessa nave sotto Durazzo restituita con altri molti esemplari decreti che a questo passo distintamente si leggono, anzi è stato pericoloso questo affare della Vallona, che se non moriva Sultan Murat perpetuo dubbio di guerra aver si doveva, se non in quanto le debolezze marittime de' Turchi e le bizzarie di quel principe che aspettati non averia gli apparecchi navali, potevano facilmente impiegarlo o contro Polacchi od altrove, togliendo a noi quel benefizio del tempo in tali casi necessarissimo, che più volte da me rappresentato, e da Vostre Eccellenze approvato, fu di tanto stimolo nel mio animo, che quando anche l'accomodamento avesse costato molto più di cinquecento mila reali, e fosse stato più di quello che era all'incertezza soggetto, non avrei ommesso d'effettuarlo: perchè se quando la Cristianità in piena pace si ritrovava l'Eccellenze Vostre intrapresero la guerra co' Turchi, e conobbero il disavvantaggio di chiamar compagni nella difesa delle cose proprie, molto più si credeva difficile questa pratica nelle combustioni presenti di tutta la Cristianità, nella certezza d'intraprender soli la guerra, e quel che più importa nella necessità di comprar dopo qualche notabile perdita di Stati la pace medesima a prezzo doppio di quello con cui la guerra divertita s'avria, come l'esperienza di tutte le passate guerre abbondantemente dimostra; ma consolamoci pure, che Dio protettore delle cause giusto e vendicatore delle scelleraggini di quei tristi che poco prima le Chiese e le vergini deflorate avevano, ha voluto che con la morte di Sultan Murat resti non solo assicurato l'accomodamento, ma unitamente aggregata alle glorie antiche della nostra patria, azione tanto gloriosa, obbligante tutta la Cristianità, consolante sopra modo i sudditi, che dell'armi della Repubblica, a dire il vero, poca stima, nessun concetto avevano, degna d'esser predicata nelle storie ma poco catita nell'avvenire, lasciato avendo lo stomaco pieno di mali umori tra' Turchi; di modo che con termini ben diversi si deve per qualche tempo procurare che la memoria appresso di loro se ne disperdi. Tanto più, quanto che l'ultimo segno imperiale da me ottenuto, e poi dalla virtù dell'Eccellentissimo signor Ambasciator di complimento Foscarini, fatto aggregar alle capitolazioni notabilmente avantaggia gli incontri che sopra il mare contro li corsari s'avessero, senza obbligo di mandar a Costantinopoli li superstiti, che dal conflitto restassero, ancorchè sia per esser sano consiglio sempre l'ammazzarli tutti, e con l'uccisione non lasciar luoco ai ricorsi e all'avanie. Quanto poi alla proibizione, comminatasi ai castellani, che ricevessero sotto le fortezze li corsari, sono cose cento e mila volte espresse nei comandanti contro i corsari, ma sono poco ubbidite, come si può vedere che sarà anco in avvenire, ancorchè qualche castigo di loro seguisse: perchè gran parte di quei Bei, che colà comandano sono per lo più stati corsari prima di Barbaria, o per lo meno hanno riportato con essi l'aria di quel paese tanto confacevole al rubare, come di quella gente è ben proprio. Li castellani poi, che comandano nei luoghi di Morea, sono per lo più barbareschi, e se non tali per sangue, tali nondimono per la conformità degli interessi, per la partecipazione delle prede; onde per mio riverente senso, anche il castigo di qualcheduno d'essi castellani, ch'è il più desiderabile rimedio, valerebbe a molto poco per romper questa catena, che legando i Turchi con l'interesse, anche la vita stessa in paragone del profitto disprezzano. Quanto poi al castigo dei corsari in generale reiterato ben spesso nelle commissioni di quest' Eccellentissimo Senato, m'assicuro, che ciò sia piuttosto un uso delle forme antiche dalle filze della secreta copiate, che una credenza in Vostre Eccellenze di vederne quegli effetti, che mai sono stati, nè mai (che più importa) esser possono. Per il passato ho già ben veduto, che gli Eccellentissimi miei precessori, e più chiaramente di tutti l'Eccellentissimo signor procurator Veniero, ultimo defunto, hanno questa verità profetizzato; per il presente l'ho da tempo in tempo accennato; e per l'avvenire lo replico nella presente relazione per sigillo. Che li Barbareschi presso i Turchi vivono nella medesima considerazione dei Tartari, i quali inquietano di continuo le provincie alla Polonia sottoposte; li Polacchi se ne dolgono; li Turchi per contentarli promettono castigo, ma mai lo fanno, nè fare lo ponno, perchè con tali forme depopolano il paese cristiano, ed ai Cristiani diminuiscono le forze, senza obbligo di rottura e di guerra aperta. Non possono poi farlo perchè le forze dei Tartari sono considerabili, nè torna conto convertir in veleno contro sè medesimi quello che serve per antidoto. Lo stesso diremo per l'appunto dei Barbareschi che i Turchi non vogliono nè abbattere nè indebolire, perchè senza mettergli in obbligo di guerra aperta levano alla Cristianità tutta le facoltà, i vascelli e la marinerezza, indebolendola: all'incontro i Barbareschi s'arricchiscono, diventano potenti, e come de' sudditi possono nelle occorrenze delle lor forze anco disporre: non possono poi castigarli se ben volessero, per la lontananza, per la potenza loro, e perchè molto facilmente d'amici che sono, nemici e disobbedienti si fariano. A questo passo crederei, che alcuno potesse rimproverarmi la necessità che dunque ho proposto di star in continuo sospetto de' corsari, e di sperarne dal canto della Porta alcun sollievo; rispondo che il sospetto è irrimediabile, e come tale utile per l'applicazione necessaria ai rimedii; che di molto profitto sarà sempre il tener vive cotali doglianze, se ben con poca speranza di rimedio per necessario contrapposto alle altre continue, che li Turchi ben spesso fanno contro di noi in altre materie; che bisogna tener in buon ordine l'armata di mare, e questo dovria esser uno dei profitti ricevuti dal successo della Vallona, cioè a dire, che le galere di Vostra Serenità stiano sempre vigilanti, allestite per dubbio di non esser attaccate da corsari, come certamente lo saranno se neghittose nell'ozio, come per l'addietro stare si vedranno; certo essendo, che dove potranno colpire per vendicarsi non pretermetteranno, e dove sarà minore la custodia, la vigilanza, ivi più facilmente si conduranno, anzi soggiungerò, che se cammineranno unite le due squadre di Tunisi ed Algeri in modo che facciano un corpo di quattordici o sedici ben armate galere, bisognerà pensar ad ingrandir la nostra armata ancora, che nello stato presente potria esser attaccata e battuta. Altro rimedio saria poi quello, come ho predetto, del buon ordine della navigazione, col quale appunto sigillo anch' io tutte le appartenenze del mare.
Li confini, così per l'isole, come per i luochi di terra ferma, vengono ad esser una parte molto essenziale di quello che sotto la direzione dei Baili ben spesso a Costantinopoli si pratica. L'isola di Tine è la più insidiata, e questa singolarmente per li molti schiavi Cristiani che quivi fuggendo si ricovrano. Ma il console Balsarini di Scio soggetto molto pratico e del quale l'Eccellenze Vostre devono far sommo capitale per fede incorrotta ed applicazione senza pari, e quel che importa per cognizione più che ordinaria delli affari, ripara sempre i primi colpi, come da luogo più vicino, servendo di gran diversione alle molestie del Bailo di Costantinopoli.
La isola di Candia è mirata di traverso per l'opulenza che vi si presuppone, ma molto più per il sito che riguarda la bocca dell'Arcipelago, e porge comodo per dilatarsi nel Mediterraneo. In questa li Baili ricevono travaglio più dai sudditi medesimi, che dai Turchi; dico da' sudditi per le picciole barche che di quando in quando capitano a Costatinopoli con limoni, olive, telami e qualche poco d'oglio del quale ancora i Turchi per l'esquisitezza fanno molto capitale, nel che trovano sempre liti o con li Turchi o con li daciarii, ma il più delle volte tra di loro medesimi con perpetuo disturbo de' Baili, che ben spesso impiegano li giorni interi per decidere piccolissime cause. L'altro disturbo nasce da quelli che di Candia capitano a Costantinopoli per occasione di salvacondotti, i quali a consolazione dei sudditi rare volte li ho rifiutati, quando massime dal concorso di qualche onesta causa secondati furono: poichè il negarli assolutamente non faria altro effetto che disperar gli uomini medesimi a farsi Turchi, e ad informarli di quelle cose che forse non sanno e che risapute pregiudicare potriano. Nelle tratte de' grani per Candia bisogna procedere con riserva, per non mostrar che quel regno non possa senza tali aiuti sostenersi. Se il bisogno lo richiede mostrarsi di addimandarle per non perder il buon uso; il Bailo le dimandi da sè per far servizio a quei rappresentanti suoi amici; non si permetta qualunque forma di pagamento per riceverlo, piuttosto qualche regalo dopo ricevutili. Contro l'isola del Zante, ma particolarmente della Cefalonia, sono più frequenti le querele che di altro luogo, perchè anche quelle genti a dir il vero sono le più feroci, ai decreti pubblici inobbedienti, alle rapine pronti, ma per il profitto chi, riceve la Morea nel smaltire gran quantità di formenti e biade che gli sopravvanza, ardirei a dire, che levate certe inimicizie formali, come quella del Malapanno con alcuni Zantiotti e ceffaloniotti, tutti gli altri incontri che per lo più sono accidentali molto facilmente disbrigar si potriano. Per il Zante si paga ogn' anno mille cinquecento zecchini, ai quali, per toglier il nome di tributo, suol darsi quello di pensione per la libera estrazione d'ogni sorte di vittuaria dalla Morea per servizio di quell'isole. Corfù viene odiata per la fortezza che frena ben spesso i spiriti che insorgono contro la Cristianità; e siccome Sultan Soliman tentò vanamente d'occuparla, il medesimo seguito sarebbe a Sultan Murat, che facendo la guerra alla Repubblica ritentata l'avria; le querele perciò, che da questa parte vengono, sono più delle altre rimediabili per l'interesse, che quasi tutti li Visiri del Divano tengono con quest' isola, nello smaltimento dell'entrate che cavano dai loro feudi, che, in quelle parti ultime d'Albania situati, per lo più vi ritrovano appoggi, e, trovati, facilmente li perdono per non avventurar il proprio interesse sotto l'altrui protezione.
Cattaro con il suo territorio, piazza confinante all'Impero turchesco, mai intiera tranquillità viene a godersi: le querele sono frequenti, ma tali per avventura non sariano, se appresso quell'illustrissimo Rettore stanziasse di continuo un dagromanno, che potesse maneggiar le pratiche tra quei confinanti, scriver lettere ed in ogni caso procurar scritture turchesche, che mandato alla Porta le difese dei Baili avvantaggiassero; parti tutte alle quali supplisse per ora il Cavalier Bolizza con tutta la sua famiglia, che per questo solo rispetto si trova or qua or là occupato, ma con tanta perizia, con tanta fede, con tanta desteritità, ch' io lo solevo chiamare il padre di quei contorni; per sicurtà maggiore de' quali e per levar l'occasioni di torbido ricordava egli qualche concambio di terreni, che, con molta facilità e con servizio reciproco, a termini notabili quei confini riduriano. Di Spalato, Traù, Sebenico e Zara li confini sono nella maniera che l'Eccellenze Vostre ben d'avvantagio sanno. Quello di Zara usurpato in gran parte da' Turchi. Quello di Sebenico e Spalato con poca variazione. Quelli di Freù sono li più contenziosi nell'ordine, perchè la Repubblica fu in quel tempo ingannata: li confini intorno ben determinati tra l'Eccellentissimo ambasciator Soranzo e Terrat bassà, che n'erano li commissarii; ma le scritture mandato da questi a Costantinopoli assai differenti dal concertato furono, nè appresso la Repubblica resta scrittura valevole per farvi contrappunto. Quei confinanti però promuovono continuo torbido, ma è necessario o con desterità scansare, o con presenti guadagnar quelli che governano, ovvero quando non si possi far altro dimandar in primo luogo la revisione dei confini di Zara, come li primi nell'ordine della scrittura chiamati, i quali usurpati dai Turchi malamente acconsentiranno mai d'esser li primi a restituir, anzi gli interessati medesimi per non restituire divertiranno le novità che d'altronde promosse fossero, come appunto è seguito nei principlo del mio Bailaggio, quando Baravovich, uno dei più inquieti confinanti, venuto espressamente a Costantinopoli accompagnato da me alla presenza del primo Visir presente, fu spedito Iusuf Chiaus che con regalo di mille reali riportò le sue relazioni in tutto conforme al desiderio pubblico; ma veramente non posso restar io soddisfatto nel mio animo, che materie tali vivano non ben decise coi Turchi, i quali purtroppo son facili a far negozio anche delle cose più chiare, e quando si tratta di perder un palmo di terreno ad ogni cimento si tengono obbligati. Un solo cenno al Bassà di Bossina può in momenti accender una guerra. Prima che la Repubblica consulti la materia, i Turchi averanno commesse l'incursioni; gran desterità ci vuole, perchè la confusione e le contenzioni fanno per Turchi, non per la Repubblica. Una picciola commozione d'umore non stimata nel principio cagiona poi febbre continua, maligna e mortale.
Dopo il negozio de' confini seguita quello de' schiavi, verso i quali la carità non può negarsi, perchè Dio lo comanda, e Vostre Eccellenze tra i punti più essenziali delle commissioni la racchiudono. Sono essi ritenuti contro le capitolazioni, nelle quali nessun altro articolo più espresso o più chiaro di questo si legge; li sudditi in qualunque luogo siano possono dimandarsi e con ragione pretendersi, senza però spendere mai un aspro per ricuperarli, perchè di questo modo non si libereriano ma si pagarieno, e l'esempio valerebbe a distruggere tutte le ragioni delle capitolazioni medesime. Sotto questa regola anche li non sudditi, ma che sotto la bandiera della Repubblica in qualunque vascello servino, come cosa propria di lei considerare si devono; e così questi come quelli senza scrupolo ricevere in casa se fuggono, disputare la loro libertà avanti li Ministri se sono ritrovati, e insomma regolarsi in tutto e per tutto conforme alle medesime capitolazioni. Di questi ne ho liberato nel mio Bailaggio in una sol volta dieciotto, che di nazioni straniere in vascello francese, ma che però navigava sotto bandiera di San Marco, rottosi sotto l'isola di Sigri, incatenati furono; a tutti gli altri, così di questa nazione come sudditi naturali, ho dato sempre ricetto e tenuti sempre in casa, a vista di ogni uno, senza che mai nè il Visir nè il Capitati Bassà, ancorchè provocati dai patroni loro, vi abbino passata doglianza alcuna.
È vero, che se li rei sono sopra galere procuravano o di lasciarli in Arcipelago prima d'entrar dentro li castelli, o di tenerli strettamente rinchiusi, a fine che non reclamino al Bailo, e se talvolta vogliono sostenerli, non con altra ragione che con quella di renderli soggetti di corso il procurano. Quelli veramente che sono schiavi del Gran Signore, non così facilmente si ricuperano, perchè descritti che siano nel libro dell'arsenale del mare dicono non aver giurisdizione se non sopra quelli che fatti sono schiavi nel tempo del loro comando; nondimeno or sotto un pretesto or sotto un altro se ne libera pur qualcheduno, massimenella partenza dei Baili sotto specie di grazia, ancorchè per giustizia si pretendano. Di questi per Dio grazia non è capitato alcuno nel mio tempo, che non sia stato liberato prima che nei libri descritto, e degli altri fatti schiavi per avanti non eccedono in numero di quaranta in circa, che per quello mi fu riferito, non è mai stato minore, non senza speranza pur anche di andarli liberando a parte a parte appositamente, mentre contro tutte le ragioni soccombono alla schiavitù, perchè dei schiavi fanno gran conto i Turchi in generale, perchè al pari delle donne e del cavallo appresso di loro stimati e custoditi vengono, oltrecchè il Gran Signore si trova, come ho predetto, in numero così ristretto di schiavi, che dove d'ordinario erano tremila al giorno d'oggi al numero di settecento non arrivano, che però nel dimandar la liberazione di qualcheduno, bisogna a bello studio procurar che l'istanza non venghi rimessa al Capitan Bassà, perchè d'ordinario alla liberazione dei schiavi, tutti quelli dell'arsenale efficacemente s'oppongono. Fuggono anche ben spesso schiavi d'altre nazioni, ai quali per carità cristiana non si può negar assistenza, ma è necessario di farlo con molta cautela, e per ben eseguirlo niente altro maggiormente giova quanto la secreta buona intelligenza con gli ambasciatori ed altri principi: in che per grazia del Signor Dio ho avuto questo buon incontro d'aiutare molti senza mai querela alcuna, anzi neanche sospetto; a segno che in un tempo della fuga di qualcheduno, che effettivamente si ritrovava in mia casa, il Visir pubblicamente diceva che in ogn' altro luogo poteva essere nascosto fuor che in casa del Bailo, come quello che a simil faccenda non attendeva.
Alle incombenze del Bailaggio ho detto da principio congiungersi quelle d'Ambasciatore, le quali non meno di tutte le altre, a dirne il vero gravose riescono: non potendosi trattar a Costantinopoli negozio riguardante la Cristianità, per piccolo che sia, che molto davvicino non tocchi gli interessi della Repubblica, come tra i confinanti di quell'Impero il più debole, vedendosi ben spesso che il cane il quale da lontano non può vendicarsi contro chi l'abbia percosso, si rivolge talvolta contro il più vicino per il comodo della vendetta, ancorchè senza colpa immaginabile. Si rende poi questa cognizione di stato tanto più necessaria nei tempi presenti, quanto che la Cristianità, dentro sè medesima lacerata, l'amicizia dei Francesi alla Porta stuzzica di continuo sopra le debolezze di Casa d'Austria, contro la quale tutti li tentativi non possono essere che gelosi alla Repubblica ancora. Anche le frequenti mutazioni de' ministri obbligano i Baili a politica, diremo, domestica, per la quale bisogna tener registro degli andamenti ed affetti di tutti quelli che hanno qualche entratura, o in qualche opinione di avanzarsi, perchè altrimenti risorge in un momento qualche pianta, che prima di ben scoprirsi le sue qualità può produr frutti di veleno, senza applicazione d'antidoto: dalla qual mutazione si cava però anche un gran bene, perchè nè bisogna mai nel ben fondar soverchie speranze, nè mai nel male disperarsi, perchè quello che per ordinario un ministro approva, l'altra distruge; che però con somma prudenza l'Eccellenze Vostre nelle commissioni ai Baili espressamente commettono di tenersi l'occhio ben fisso a quei ministri morti che col tempo risorgere potessero, non meno che a quelli i quali per altre vie d'avanzar, si mostrassero.
Vedutisi sin qua, Serenissimo Principe, li negozii più importanti che nel Bailaggio di Costantinopoli d'ordinario s'incontrano, credo che l'Eccellenze Vostre aspettino da me qualche lume del modo più avvantaggioso col quale e questi e tutti gli altri negozii della Porta maneggiar si potessero. Impresa difficile, ma che però favorita dall'osservazione per via di discorso piuttosto che di assioma infallibile rappresentare si può; le congiunture sono quelle che alla Porta non meno che in tutte le altre corti, anzi in tutti li negozii del mondo considerare si debbano. Il tempo e la ragione molto vi contribuiscono, ma sopra tutto la natura delle persone, secondo le quali è necessario mutar la maniera del negoziar ancora, la esperienza insegnando che quei termini, i quali in una congiuntura hanno giovato, in altra pregiudicano, e che il camminar sempre d'un passo facilmente al precipizio conduce; altre volte la desterità scioglie nodi difficilisimi, che in altro modo il coltello vorriano; quando è necessario il rispetto, quando l'ardire, quando il silenzio, quando il molto parlare, or la dissimulazione, or lo strepito, ora il cedere, ora il contendere, ora l'urtare, ora il declinare; ora attaccarsi ad ogni parola, ora il lasciarle tutte. Vestirsi insomma di quegli abiti che corrispondino alla qualità del personaggio che si vuol rappresentare, perchè infatti non può esser uniforme quello, che ha relazione a cose differenti; alcuni negozii si rendono ai primi colpi, altri forza ricercano; il vetro facilmente si frange, la pietra vuol il scalpello; con le nature altiere ed impetuose il contradire è pericoloso, con le flemmatiche la ragione ed il discorso hanno gran parte; alcuni si lasciano persuadere dalla ragione, altri dall'esempio, altri dalle preghiere; chi dalla lode, chi dall'onore, chi dall'interesse; altri dall'amore, altri dal timore: onde il conoscer la natura di quelli, co' quali s'ha da trattare è la prima parte d'un ambasciatore, ma particolarmente di quelli che servono a Costantinopoli, dove le deliberazioni risolute con gran prudenza in questo Sacrario, ivi arrivate trovano tutti i registri mutati, onde in distanza così grande, quello che nel tempo delle deliberazioni fu ottimo, nell'esecuzione riesce dannoso, quello che con prudenza fu decretato, imprudenza sarebbe l'eseguirlo; onde nelle commissioni ai Baili, dopo espressi i sensi dell'Eccellentissimo Senato, devesi per mio riverente senso lasciar sempre alla discrezione del ministro quello che non può esser provveduto: come il cibo che dato in tempo nutrisce, fuor di tempo soffoca ed aggrava. Per tutti questi rispetti, stimo io, che il principal riguardo d'un ministro che vadi a Costantinopoli esser debba quello di rendersi benevolo il primo Visir, nella cui disposizione tutto consiste, concede quello che gli si dimanda, non ammette le querele, empie di buoni concetti il Re, accresce riputazione al Bailo, e questa sola dà ogni vantaggio ai negozii; la benevolenza di chi comanda concilia l'affetto dell'universale, li ministri subordinati servono, gli altri tutti indifferentemente rispettano; ed io posso ben affermare questa verità, mentre molte avanie de' confini appoggiate a concetti e scritture valide, veduta semplicemente la buona ciera che mi faceva il Visir, senza tentar cosa alcuna e per lo più di mie sole lettere contentandosi, si sono da lor medesime senza strepito sopite. All'incontro la mala disposizione di chi comanda impedisce ogni suffraggio ancorchè giusto, non mancando dei mal disposti, che sotto pretesto di giustizia, di legge, o di buon governo attraversano. Nel Re s'imprimono concetti velenosi, si mettono in diffidenza i trattati, una querela ancorchè falsa dando credito all'altra, ed il solo buon occhio a' querelanti chiama da ogni parte le avanie, alle quali tanti interessi dei nostri con li sudditi turcheschi pur troppo contribuiscono: ma quello che più importa è che nella mano del primo Visir sta la pace e la guerra, in modo che se ben affetto non ascolta doglianze, o capitate all'orecchio del Re le cuopre, scusa e difende; così con l'avversion dell'animo le abbraccia, le cerca e trovate le aggrandisse, le pubblica, concitando con l'odio del Re quello della corte, che per ordinario piega dove il più autorevole inclina; così le ben disposte complessioni tutte le alterazioni del corpo risolvono; e le mal affette ogni picciola puntura a malignità riducono. Non bisogna però inimicarsi il primo Visir, e quando anche si riceva qualche disgusto dissimularlo, e se per la necessità si viene a qualche risentimento, bisogna prima di terminare quel congresso raddolcirlo, nessuna cosa peggiore quanto lasciar l'audienze con rottura, per la quale esacerbato l'animo del Ministro, si dà motivo ai malevoli d'ampliar il dispiacere, di eccitare l'odio, e da questo la vendetta: l'esempio de' tempi andati esperimentato poi nel mio Bailaggio assai dimostra che la confidenza di chi comanda negozii scabrosissimi risolva, e se in quello della Vallona avess' io incontrato Visir mal' affetto, ministro male intenzionato, era la guerra inevitabile; e come questa massima sia sommamente utile nelle corti tutte dove li favoriti governano, a Costantinopoli molto più per l'autorità del Visir e molto più nei tempi presenti, poichè le loro conferenze col Re sono frequenti più del passato, e che per quello si può prevedere anco il governo dei ministri più diuturno. L'onore e la lode furono sempre catene degli animi, e legami sottilissimi che alla servitù della persuasione insensibilmente conducono; non bisogna fidarsi in altri ministri subordinati, ancorchè autorevoli, perchè niente più ripugna al senso del Dominante, che se pur mostra d'aderire alle persuasioni lo fa per proprio provecchio, non perchè gli basti l'animo di sostenerlo: chiusa essendo la Porta dell'accesso al Re ad ogni altro fuor che al primo Visir ognuno teme, e trema d'esser scoperto contrario, perchè appresso tutti i principi vale, più una bugia di quelli ai quali si fidano, che cento verità degli altri ai quali non confidano: così un male che con medicina impropria si tenta, maggiormente incrudelisce, ed il nodo che con l'agitazione non si rompe più fortemente si restringe. Non è però ch' io biasimi quella buona corrispondenza dentro il serraglio, dove domesticamente parlandosi di tutto si può facilmente prevenire le male relazioni d'un mal' affetto ministro, perchè gli animi nostri facilmente si vestono di quell'abito che la continua famigliarità a misura dei proprii affetti va somministrando; oltrechè l'amicizie di dentro danno gran riputazione ai maneggi e contengono in officio l'animo del Dominante: perchè la grande autorità, non è mai da una gran gelosia disgiunta; per questo ho io nel tempo del mio Bailaggio continuato l'amicizia non solo del Bustangi Bassì, che assiste sempre alla persona del Re, che nel regger il timore del Caicchio gli sta sempre vicino; ma ho coltivato tutto quell'ordine, che si governa in forma di Repubblica, come ho detto a suo luogo, a segno che mai si è mutato Bustangi Bassì, che il successore del deposto non avesse vestito nell'animo l'impressioni della mia amicizia, prima che nell'abito esterno le insegne della nuova carica. Col Muftì e col Capitan Bassà molto opportuna pure cade la confidenza perchè dal consiglio del primo tutto le guerre e paci d'ordinario dipendono, e dal secondo l'esecuzioni; questo in particolare scorrendo il mare, visita le fortezze, riconosce i vascelli, ode le querele, che vere o false mai mancano, risolve sopra il fatto quello che gli piace, riporta nel ritorno quelle relazioni che gli restano impresse, sicchè la di lui benevolenza serve per impedire il disordine prima che segua, che dopo seguito è più difficile da rimediare, come le cose cadute a terra, o non si rilevano o restano dalla percossa indebolite: ho riassunto di parlar di questi tre ministri, come quelli con li quali può il Bailo nell'occasioni urgenti abboccarsi senza mettersi in braccio d'interpositori, i quali accrescono il prezzo dell'amicizia, anzi per proprio provecchio li maneggi difficultano.
Queste tutte però ed altre amicizie, nè si coltivano, Serenissinio Principe, nè si conservano, per uniformità d'affetti o d'interessi, che sono troppo, lontani, nè per buona inclinazione de' Turchi, che da' Cristiani sta sempre aliena; ma per la sola speranza di provecchio, onde la spesa per altro molto necessaria, nelle opportunità poi si rende utile ancora. L'uso del paese porta questo costume. Il padre non tratta con il figliuolo, nè il fratello con l'altro, nè gli amici tra di loro, senza qualche donativo, stimato da essi unico segno d'onore, vero frutto d'amore; onde il loro provecchio in nostra lingua risponde: la man che porta e che dà, mai vien tagià. Anzi se parliamo de' grandi, e massime con gli esteri, diremo bene, che stimano essi d'aver ricompensati li presenti, quando gli hanno semplicemente accettati. E credano l'Eccellenze Vostre che chi vorrà con i Turchi difender gli accidenti col solo scudo della ragione rovinerà facilmente i negozii: siccome ancora chi vorrà con la sola forza de' presenti spuntarli, li metterà piuttosto in deiezione, ma l'una con l'altra farà vera consonanza; e per me ringrazierò sempre Dio, quando gli accidenti che occorreranno a Costantinopoli potranno con danari accomodarsi, temerò e tremerò, l'esperienza del passato insegnandomi, che quando per preservare i lenitivi dell'oro, s'è voluto innasprir la piaga col ferro, e quelli si sono per eccesso consunti, e gran parte degli Stati sempre perduti; ma quel che più importa convenutosi sempre ricomprar la pace a prezzo maggiore di quello col quale si saria per avventura da principio divertita la guerra, troppo grande essendo la potenza de' Turchi contro la sola della Repubblica, e troppo pericoloso pella Repubblica chiamar compagni nella difesa delle cose proprie. Stimo però che quando si ha necessità di donare lo si faccia piuttosto moderatamente e spesso, che raramente ed in grosso: dovendo questi servire per condimento, non per cibo, e la memoria che dei favori è molto labile conviene di quando in quando esser ravvivata, come lo stomaco vacuo di cibo di mali umori si riempie, se da nuovo nutrimento ricreato non rimane; si deve anco donar a tempo prima che l'urgenza del fatto stringa: perchè li donativi fuor del bisogno dinotano amore, nel bisogno timore e necessità; il pasto dà riputazione al negozio e questa accresce le pretenzioni; oltre che appresso i Turchi in generale il poco veduto si stima molto più che il molto sperato, e quello che donato in tempo si fa con poco, inopportuno diventa mercanzia; nè io mi ricordo d'aver mai donato se non quando o andavo per complimento, o per render grazie di qualche favore, ma nel bisogno del negozio giammai, toltone quel solo della Vallona, che non poteva aver altro rimedio, che questo solo di patto espresso mercantile. Sarà anche molto proprio escluder quanto si possi da ogni trattato li mezzani e massime gli Ebrei, perchè questi accrescono il prezzo del favore, mirano al provecchio proprio e del padrone, al quale sono per sempre appoggiati, allungano, difficultano, e molte volte raccordano di quelle cose, per accrescere di prezzo li trattati, alle quali li ministri stessi giammai pensato averiano. Vi sono anche dei casi nei quali riesce di buon consiglio aggiustarsi con li pretensori, ugualmente essendo pericoloso l'accomodar l'avanie, come oppugnarle tutte, se non si distingue le cause alli fautori che le proteggono; ed io l'ho fatto più volte con l'approvazione di Vostre Eccellenze quando col certo poco ho creduto assicurarmi dal dubbio molto, e col sopir una querela divertiti li ricorsi al Visir, che veri o falsi, quando sono frequenti, ingelosiscono con più facile credulità alle querele maggiori. Bisogna però portarsi in questo con misura, perchè l'accomodamento con uno non servi d'eccitamento a molti, e invece di tagliar il tronco non si dia umore alla radice per più abbondantemente pullulare: ma questo può solo dipender dalla prudenza del ministro, che sopra il fatto avendo conoscenza dei venti le vele eziandio vi vadi aggiustando, che però in tutti gli accidenti che occorrono così in mare, come ai confini sarà sempre di molto utile sopirgli sopra il fatto, dove una o due delle vesti ai ministri dei confini, a conto di provecchio ben grande considerate vengono, che lasciando capitar a Costantinopoli li ricorsi, ricevono nella distanza credito fautori nella corte non mancano, e questo tutto insieme dà riputazione al negozio, difficulta il rimedio, accresce per estremo la spesa; anzi così alla Porta, come nel luoco dove succedono gli accidenti nessun vantaggio si può aver maggiore quanto quello della prestezza; la prevenzione persuade facilmente li Turchi, e dar loro tempo al rifiesso li rende più difficili; il tempo scuopre li contrarii, accresce la speranza di provecchi, e quello che oggi facilmente si rempe, dimani neanche col martello disfare si può. Ed in conseguenza di questo devesi anco divertire in quanto si può l'espedizioni di Chiaussi e altri Ministri, perchè questi accreditano il negozio e non lo facilitano; ogni modesta renitenza si deve usar per non accompagnarli con lettere, sotto il color delle quali pretendono onori, regali e stima, e senza queste o non si commettono al viaggio, o come privati niente profittano. Li comandamenti sopra ogni negozio facilmente s'ottengono: sono però come lettere avogaresche condizionate, e per questo restano ben spesso senza la sperata esecuzione, quando sopra il fatto non siano secondate appresso quelli che eseguir li devono: onde sarà sempre utile far accompagnar essi comandamenti da una lettera privata a quelli che devono espedirli, o del Primo Visir o d'altro grande della Porta che abbi confidenza con quel tale a cui son diretti, e che possa come negozio che a lui prema rappresentarlo e raccomandarlo, molto più valendo uno di questi uffici, ancorchè di sole preghiere, che un regio comandamento nella forma come di sopra clausolato.
Li Cozetti o scritture turche fatte sopra, il luogo dove qualche accidente accade, sono molto giovevoli, quando nelle forme usate da' Turchi, ed in conformità dello loro leggi formate siano, nel che Vostra Serenità è malissimo servita: perchè li rappresentanti pubblici, non avendo appresso di loro dragomanni pratici convengono fidarsi ben spesso o de' Greci o d'altri, che tutto tali condizioni ignorano, a segno che, oltre la spesa gettata servono poi a Costantinopoli più di confusione che di profitto, perchè scoperti tali Cozetti o scritture con forme non proprie, si stimano mendicate ed a prezzo d'oro comprate, onde invece di sostener gli ufficii del Bailo gli discreditano. Ben spesso si mandano scitture in lingua greca, le quali come di tutte le altre che non siano state scritte in turco e con le proprie module formate, niente affatto si stimano.
E perchè quest' ultima parte della Relazione, che anche per mio riverente senso viene ad esser la più utile mi ha portato a parlar di presenti e donativi, stimo di mio debito il levar eziandio quella falsa credenza, che forse sarà in alcuno, del gran dispendio che porti seco il Bailaggio di Costantinopoli, e sarà per incontro puntuale di quanto ha scritto pure con le ultime lettere anco l'Eccellentissimo Trevisano, ma che essendo cosa di fatto, dal fatto medesimo possono le certezze maggiori cavarsene. Spende Vostra Serenità nel Bailaggio di Costantinopoli, compresi li presenti ordinarii che accadono, i quali più rilevano quanti più Ministri si mutano, e quelli ancora che per negozio di non estraordinario rilievo s'impiegano, col mantenimento insieme dei Dragomanni, Giovani della lingua e Porta-lettere trenta mila Reali in circa per anno, a' quali aggiungendosi poi altri settemila Reali nel dispendio delli suddetti Dragomanni, Giovani di lingua, ed altri dal Pubblico salariati e beneficati, diremo così di conto grosso, che tutto insieme arrivi a quaranta mila Reali per anno, a quali s'aggiunge poi il danno dei cambii d'altri due e più mille Reali, ma questi non devono nella spesa del Bailaggio considerarsi, mentre l'Eccellenze Vostre con la sola prontezza dei pagamenti, come tante volte è stato ricordato, possono risparmiarli. Se Vostra Serenità riscuotesse il Cottimo dai Turchi ed Ebrei delle Mercanzie che capitano a Costantinopoli con la Caravana di Terra, come ho rappresentato sotto il capo del traffico, ne spenderebbe la metà e forse meno, come si faceva in altri tempi che il negozio era più opulente e che il Pubblico poco o niente di propria borsa vi rimetteva; ma quando anche si spendessero li 40 mila Reali non sarà alcuno che non giudichi esser questa la migliore, utile e proficua spesa che faccia la Repubblica, non potendosi a prezzo più basso comperare e conservare l'amicizia e pace con Barbari prepotenti e per lungo tratto di Mare e di Terra confinanti, senza fede, sempre ambiziosi, sempre altieri, che in ore potriano con l'armi zappar dalle radici l'albero di questa libertà, e con la sola clausura del traffico condur agli ultimi periodi di miseria il popolo più basso di questa Città; certo essendo, che in paragon delle cose di Levante, compendiate nel Traffico, Mare e Turchi, tutti gli altri interessi della Repubblica con qualunque Principe, tutti quelli di Cristianità in generale, d'Italia in particolare, e dirò anche quelli che più da vicino tanto e tanto hanno alla Repubblica costato, non siano altro che ombra e fumo. E a questo proposito mi cade molto opportuno il dire, che la Francia ed Inghilterra, le quali non hanno con Turchi altra amicizia che di sola apparenza, o per lo più di traffico, senza riguardi dei confini, mare, avanie e di tant' altre circostanze, che concorrono dal canto della Repubblica, spendono anch' esse l'equivalente per non dire d'avantaggio. L'ambasciatore di Francia viene stipendiato dal Re, con salario di 14 mila scudi, che sono 20 mila Reali in circa, ed in oltre gode il di diritto del Consulto sopra tutte le Scale di Levante, che importa altrettanto e di vantaggio. Quello d'Inghilterra ha provvisione certa di 42 mila Reali, ed il dritto dei Consolati sopra tutte le navi inglesi, che importano molto più di quello che riscuote il Francese, e pure, questi non hanno tanti Dragomanni da mantenere, tanti presenti da fare, tanti negozii da spuntare, tante avanie da oppugnare, nè manco tengono obbligo di mantener Porta-lettere, privilegio, che se ben costoso, si ha voluto nondimeno dalla Repubblica sempre mai patroneggiare, come quella che anche più degli altri Principi li proprii suoi interessi alla Porta considera.
Al qual proposto cade molto opportuno ch' io ancora dia distinto ragguaglio all'Eccellenze Vostre del mio maneggio, dipendendo dal Bailo di Costantinopoli il disponer di quello che non può l'Eccellentissimo Collegio tutto unito, nè manco questo Eccellentissimo Senato senza strettezze: condizione che ben fa conoscer quanto anche per questo capo meriti di riguardo l'integrità di quelli che al Bailaggio eletti fossero. Tre sorte dei conti sono passati sotto il mio maneggio, e sotto la mia penna. Quello dei 500 mila Reali contribuiti al Re per l'aggiustamento del negozio della Vallona; ma perchè questi furono portati a Costantinopoli e consignati pontualmente dall'Eccellentissimo Trevisano, anche in mia presenza al Visir, rimetterò il renderne conto all'Eccellenza Sua, appresso di cui restò pur anco la quietanza. Altro conto estraordinario è passato per mia mano, cioè quello dei donativi che si sono fatti a diversi Ministri principali e subordinati per il solo negozio dei Corsari, tutti dechiariti all'Eccellenze Vostre con mie lettere di tempo in tempo, e da questo Eccellentissimo Senato di volta in volta ancora approbati. Di questi mandai un ristretto, o sia conto nel mio dispaccio di numero 121, sotto il primo di Febbraio 1639, al quale ho poi aggiunto il donativo al Primo Visir presente. Il viaggio del Dragoman Bon per la restituzione della Cigala, per la riapertura del commercio ed altro, di che tutto per maggior chiarezza ho fatto tenere un libro doppio a parte col suo giornale, che di partita in partita rappresenta molto distintamente il nome di quei mercanti, così Ebrei come d'altre nazioni, dai quali per comandamento tolsi il danaro ad interesse, che sopra questo danaro a misura del tempo s'è pagato li nomi di quelli a quali si son fatti li donativi, corrispondenti in tutto e per tutto ai pubblici dispacci, e finalmente li nomi ancora di tutti quelli a' quali con lettere di cambio s'è il denaro di tempo in tempo restituito. Questi libri maestro e giornale, come di conto a parte a parte incontrato prima con li libri di Zecca dei Camerlenghi di Comun, dove è bisognato giustar qualche partita che per error di scrittura era stata posta in questo conto a parte, che dovea esser nel corrente del Bailaggio registrata, si trovano sotto la revisione del Magistrato Eccellentissimo sopra la Scrittura, dal quale espediti che siano, resteranno con questa relazione nella secreta con li scritti originali eziandio, ricuperati da quelli che hanno dato denaro di questa ragione; secondo che si sono pagati, la fine che in ogni tempo sotto l'occhio pubblico la chiarezza ed indagazione più esatta di tutto tale maneggio rimanghi. Il terzo conto è il corrente del Bailaggio, il quale pure si divide in tre parti. In una vi è il libro dei salariati distinto e particolareggiato, che conforme l'ordinario resta nel Magistrato Illustrissimo del Cottimo. L'altro di conto che si chiama, secreto, nel quale sono registrate le quattro pensioni del Zante da me pagate; il danaro dell'aggiustamento d'alcuni negozii conforme agli ordini pubblici speso e donato, l'espedizione di dragomanni, lettere e simili, così al campo sotto Babilonia come in Cristianità, a misura del bisogno di seguito; le beneficenze usate verso la mia persona e famiglia da questo Eccellentissimo Senato per il tempo della mia prigionia; le ricognizioni a spie ed altro simili relazioni d'avvisi più volte da Vostre Eccellenze comandate, con altre spese di questa natura non ordinarie del Bailaggio. L'ultimo finalmente consiste nei trimestri, i quali di tre in tre mesi ho sempre mandato al Magistrato Illustrissimo sopra i conti, accompagnati da un capitolo nelle lettere che ai tempi propri ho scritto a questo Eccellentissimo Senato, come pure al Magistrato medesimo ho fatto dopo il mio ritorno presentare il libro della dispensa di tutte le robbe, che delle Rason vecchie furono al mio ragionato consignate; per residuo di questo conto restando tuttavia alcune lettere di cambio da soddisfarsi, supplico umilmente l'Eccellenze Vostre di dar ordine che siano pagate, a fin che possi anch' io far aggiustar la scrittura nei libri pubblici come si conviene; soggiungendole, che non ho fatto mai alcun presente estraordinario, del quale non abbi dato conto all'Eccellenze Vostre e che dalle medesime ancora non sii stato per lo più delle volte nelle risposte approvato, nè mai riprovato, perchè non ho presentato in tempo di negozio per non introdur mercanzia pregiudiziale, ma ben ho fatto in visite di complimento, di andate e venute, d'esaltazioni di Ministri ed altre solennità simili. Ho riportato in appresso l'utile delle monete in credito pubblico per la somma di diecimila zecchini in circa, cavato con tanta puntualità di trimestre in trimestre, che come si può vedere dal calcolo presentato con prove e riprove riveduto, con le fedi giurate del giusto corso dell'oro e dell'argento di tempo in tempo mandate, non hanno l'Eccellenze Vostre di questa ragione ricevuto danno pur d'un aspro; il che non so se così puntualmente potrà osservarsi nell'avvenire sopra il nuovo decreto di doversi tener la scrittura non più a zecchini ma a reali, mentre l'argento riceve più alterazione dell'oro; in zecchini devono pagarsi tutti li salariati per le loro condotte, sicchè posso con gran ragione dubitare, che il desiderio del meglio non guasti, come ben spesso accade, la certezza del bene.
Caderebbe molto opportuno che sotto questo capo del dispendio mandasse alcun particolare dei Dragomanni, Giovani della lingua, Porta lettere ed altri, che vivono sotto la direzione dei Baili; ma avendo unitamente con l'Eccellentissimo Foscarini per ordine dell'Eccellentissimo Collegio formata una informazione molto distinta e particolare con le condizioni e salario d'ogn' uno, mi ristringerò a quel solo che conosco esser parte della Relazione di Costantinopoti, per il lume e profitto che a' posteri cagionar potesse.
Ho maneggiato e terminato, Serenissimo Prencipe, tutti li negozii ancorchè scabrosi senza appoggio d'alcuno, quando dopo il successo della Vallona, raccordatasi da me riverentemente l'ambasciata estraordinaria con la mira, che il Pubblico restasse avantaggiato anche a prezzo della mia stessa riputazione con esempio di zelo forse mai praticato, si compiacquero l'Eccellenze con altrettanta non praticata confidenza nel mio buon volere reiteratamente comandare, che sotto la mia direzione tutto il maneggio passasse. Dio Signore m'ha poi fatto assistenza nel ben condurlo e terminarlo, per far conoscer che le canse giuste, quanto più deboli sono gli istrumenti che le maneggiano, tanto più dalla di Lui onnipotenza protette conoscer si debbano; ma però è anche molto vero, che il Dragoman Grande Giovan Antonio Grillo non ha tralasciato fatica, nè sgomentatosi di pericolo alcuno, per ben eseguire le parti del suo dovere. Questo Ministro avanzato nell'età di sessant' anni, con quaranta continui di attual servizio, tiene gran credito nella Corte tutta, ben veduto alla Porta dai Grandi, facilmente introdotto, pieno di conoscenza e d'amicizie, valoroso nell'interpretare e scrivere l'una e l'altra lingua, puntualissimo nel riferire, di fede senza pari, il maggior difetto è quello di voler far egli tutto, perchè sotto la sua direzione altri Dragomanni più giovani nè si instruiscono nel servizio, nè prendono il filo dei maneggi. Vien detto, che egli abbia qualche fine d'incamminar sotto di lui il figliuolo, ma questo dipenderà poi e dalla sua attitudine, e da quello che stimeranno gli Eccellentissimi Baili. Ma intanto avendomi egli dato nel partire una supplicazione accompagnata da lettere dell'Eccellentissimo Trivisano, che ho già portata nell'Eccellentissimo Collegio convenimmo in opinione che meritando egli per più rispetti d'esser esaudito, restasse sotto il calor di questa grazia obbligato insieme ad incamminar alcun altro di quei giovani Dragomanni, il che ho compreso molto chiaro anche dalle lettere dell'Eccellentissimo Trivisano medesimo, che nell'ultimo trattato con Bechir per la ricuperazione di quei tre schiavi si duole della malattia del Grillo, con quei di più che l'Eccellenze Vostre averanno considerato; e per conclusione di questo capo dirò, che egli sia soggetto per più rispetti da tenere molto in conto, perchè uomini delle sue condizioni e talenti in ministero tanto importante difficilmente s'incontmno, e mi dispiace d'osservare che quando la Repubblica ha bisogno di qualcheduno, eccede nelle beneficenze, e quando per lo contrario cessa il bisogno, talvolta ritenuta anco procede.
Giovan Battista Selvago è pur servitore antico della Repubblica nel impiego suo proprio, non meno che dei suoi antenati per lunghissimi anni, e sempre con somma fede esercitato. La sua carica è di Dragoman da strada, ben conosciuto credo da ognuno di Vostre Eccellenze per la frequenza dei viaggi in queste parti, che sotto il mio Bailaggio in particolare ha convenuto fare, per causa dei quali perde egli di quando in quando il filo dei maneggi di Costantinopoli, oltrechè la gravezza del suo corpo male corrisponde, all'eccedenza delle fatiche, che portano seco le spedizioni pronte ed anche, sollecite di Costantinopoli. Tiene gran cognizione anch' egli dell'una e l'altra lingua, versato nell'istorie, di buone condizioni e ottima attitudine; onde merita anche questo buono ed antico servitore il pieno della pubblica grazia. Giovan Battista Navon anch' egli è servitore da molti anni, così per sè medesimo come per gli antenati di sua casa, sempre di somma fede. È vero che egli si trova di presente avanzato nell'età, sottoposto ben spesso ai dolori di podagra. Opera nondimeno quello che può con molto affetto, e quello che nella sua persona resta difettoso per l'età ed indisposizione, procura di supplire con la buona educazione dei figliuoli per continuarli nel servizio della Repubblica. Cristoforo Taresia di Capo d'Istria serve con due suoi fratelli giovani della lingua, da molti anni in qua con buona attitudine e cognizione, che sarebbe anco maggiore se piu fosse esercitata. Tiene obbligo di moglie e di numerosa famiglia, che porta seco qualche necessario divertimento per esser massime in quei paesi forestiero, ma nel resto è di somma fede verso li pubblici interessi, ed attissimo per ogni migliore affare. Giovanni Olivieri è pur Dragomanno d'aspettazione, oriundo di quelle parti, di buona casa, studioso intelligente delle lingue, massime Persiana ed Araba, che rendono la Turca più elegante; serve ottimamente con grande agilità di corpo, con pratica forse più degli altri della Porta, nè altra opposizione gli si può dare, che della lingua italiana non ha tutta l'eleganza.
Andrea Bon veneziano, che tra li Dragomanni più giovani è il più avanzato nella cognizione e versione delle due lingue, studia tuttavia, forma certa istoria degli Ottomani cavata dall'istorie loro, non ha obbligo di moglie nè di famiglia, ha petto e fede, pratico dei paesi per molti viaggi fatti, con osservazioni molto particolari di tutto. E se bene le sue prime intenzioni furono d'applicarsi al Dragomannato di strada in supplimento del Salvago suo parente già investito, e però molto capace di far buona riuscita in tutto.
Pasquale Naon è figliuolo di padre morto in servizio, per lo che per grazia di Vostre Eccellenze aspetta il posto di Protogero che vuol dir Dragomanno applicato al servizio dei mercanti e del negozio. Nella sua tenera età gli fu dato per soprastante Giorgio Giracchi, che esercita attualmente la carica di Protogero soggetto intendentissimo, e con pochi pari delle formule giudiziarie turchesche. Le sue patenti lo dichiarano Dragoman di Casa, quando il Naon sia in età come appunto si trova al presente, atto d'esercitar egli la carica di Protogero, e Vostre Eccellenze intenderanno ben le sue istanze che sono giustissime.
Questi tutti sono Dragomanni, pei quali l'Eccellenze Vostre spendono ogni anno ducati quattromille e cinquecento per li loro stipendi ed accrescimento, oltre li regali delle vesti, che sono molto necessarie appresso i Turchi, che vilipendono tutti quelli che non hanno apparenza di civiltà. Sono sette di numero, che talvolta può esser eccedente, e talvolta ancora e per lo più mancante per malattie, viaggi, impieghi e mille altri accidenti. A regolazione non si può devenire d'alcuno d'essi senza evidenti pericoli, e le Eccellenze Vostre ne son già di troppo informate; è molto lodevole, che ve ne siano dei paesani, così di là come di qua, perchè questa disgiunzione di clima fa, che non possino così ben accordarsi, e l'emulazione non è che giovevole, perchè gli uni servono di contrappunto agli altri. Se non fossero maritati saria di molto profitto, perchè gli affetti di padre e di marito ben spesso contendono quelli di pubblico ministro, che una sola applicazione aver dovria. Oltre che le donne di quel paese, sono rovinose per gli eccessi delle spese, alle quali non potendo poi supplire le provvisioni di Vostra Serenità convengono pensar o a mercanzie o a qualche altro per riparo delle cose proprie, che tutti ugualmente sono con discapito pubblico. S'aggiunge che, in occasioni travagliose, il dubbio di dover perder la famiglia, i figliuoli e le fortune li rende più timorosi, che se fossero sciolti e da così fatti domestici interessi sbrigati, che però questo Eccellentissimo Senato in altri tempi decretò che il Dragoman Grande non potesse esser altro che Cittadino Veneziano, ma da qualche tempo in qua a dir il vero tutti quelli che si sono di qua mandati per imparar le lingue, sono con poca o nissuna riuscita ritornati, ed alcuni ancora nel rinnegata la fede precipitati. Dall'altro canto non si può negare che li Dragornanni del paese, non siano più accreditati appresso i Turchi di quello che siano li forestieri, oltre che le aderenze dei parenti ed amici moltiplicano le lore amicizie, facilitano l'introduzioni, e in quel caso anche al servizio pubblico mirabilmente profittano.
Li Giovani della lingua sono tredici, che tutti insieine contano ducati mille in circa all'anno oltre il regalo delle vesti necessario, come ho predetto, nè mi estenderò sopra i particolari d'ognuno per levar il tedio. Dirò solo che tutti sono figli o di Dragomanni attuali o di Dragomanni morti in servizio, o di altri che pur son morti servendo, ai quali tutti non si può dar per mio riverente senso retribuzione minore, quanto admetter uno dei loro figliuoli allo studio delle lingue, mediante il quale possono col tempo rendersi anco fruttuosi al servizio della Repubblica, e divertendoli in un medesimo tempo dai pericoli che porta seco, massime per un giovane figliuolo, il paese turchesco. E perchè il dono delle lingue è una grazia che Dio e la natura concede a chi più loro piace, per questo abbiamo ricordato riverentemente nell'informazioni, che fosse bene nelle mutazioni del Bailaggio riesaminar, con l'assistenza di quelli che paressero ai Baili, tutti essi Giovani della lingua, ritenendo quelli che avessero profittato, e licenziando con qualche ricognizione gli altri che non diinostrassero a questo ministerio o genio o attitudine, ed in luogo dei licenziati andar rimettendo di quelli che per benemeriti delle loro farniglie mostrassero desiderio d'applicarsi a quello studio, i quali poi non riuscendo non avviano ocasione nè loro, nè li padri di dolersi che di loro medesimi. Li più avanzati poi in età e cognizione, sì che non avessero più bisogno di maestri, ma che potessero studiar da loro medesimi, ricordarci riverentemente, che non potessero esser fatti Dragomanni, se prima non avessero fatto un triennio, o sopra l'Armata appresso l'Eccellentissimo Procurator di essa o a Cattaro ovvero qui in Venezia al Maggior Illustrissimo dei Cinque savij, impieghi tutti necessarii, e che Vostre Eccellenze otteniranno senza dispendio, con emulazione tra i giovani che fossero destinati a tali impieghi, con acquisto notabile nelle persone loro di pratica ed esperienza negli affari e, con sollievo ben grande nei Baili, che da questi giovani più avanzati e ben spesso insolenti ricevono. Il Coza, che serve nella Casa per loro erudizione è soggetto pratichissimo, eruditissimo, attesta fermamente, che non persuade mai giovani a mutar Religione, condizione che in quel paese e in soggetto tale molto rimarcabile riesce; ma perchè egli non intende la lingua italiana, nè la greca, li giovani principianti hanno qualche difficoltà, alla quale potria supplire o uno dei Dragomanni vecchi impotenti, o alcuno dei giovani più avanzati, i quali tutti avriano bisogno di un maestro per legger e scriver Italiano, che potria esser un Frate di San Domenico o di San Francesco fatto espedir di qua espressamente con attitudine per tal effetto.
Dei Porta-lettere non posso rappresentar alcuna cosa di certo, nè della spesa, nè dell'ordine, perchè variando questo a misura delle congiunture dell'espedizioni più e manco frequenti, delle malattie, dell'età, della peste, varia in conseguenza anche la spesa. Dirò ben questo di certo, che come Vostre Eccellenze sono padroni di tutto il negozio di Costantinopoli mediante la padronia delle lettere sempre desideratasi, ed espressamente voluta da' Nostri Maggiori, per gli interessi ben grandi con quella Porta, che così non possono esser nè meglio, nè più fedelmente, nè con maggior esattezza servite in questa parte, di quello che sono dal Cavalier Boliza di Cattaro, in concorso del quale ogn' altro di gran lunga resterebbe inferiore; poichè con la puntualità del servizio in questa parte, congiunge anco quello niente manco fruttuoso di tener obbligato e fedel tutto il Montenegro alla divozione della Repubblica, che consiste di molti migliari d'uomini tutti bellicosi, forti e che nei pericoli hanno bisogno di ritegno più che d'impulso; il che tutto non fa egli senza andarli trattenendo con prestanza di danari, ed altri comodi simili necessarii a gente poverissima, da che nasce poi che in tutte le occorrenze anche di Cattaro e di quei confini, le corrispondenze di questi popoli servono mirabilmente ad altri più utili emergenti ancora. S'aggiunge che il Cavalier Boliza sudetto per molte intelligenze che tiene nel paese turchesco ed in Ragusi ed altrove, serve di gran lume ai Baili di gran profitto agli interessi pubblici, cose tutto che se ben egli fa per sua natural' inclinazione, non ponno però da qualche risentimento della borsa andar disgiunte.
Quando partii per Costantinopoli feci il viaggio di Spalato, e della Bossina, Bulgaria ed altre provincie, dove ugualmente ricevei li maggiori onori, e sarà di servizio pubblico che talvolta siano questi paesi visitati da' pubblici Rappresentanti, così per esser confinanti in gran parte alli Stati della Repubblica, come per esser abitati da 300 mila Cristiani poco contenti.
A Costantinopoli fui successore dell'Eccellentissimo Signor Pietro Foscarini, Senator di quella prestanza, che ad ogn' una dell'Eccellenze Vostre è molto ben nota. E perchè lo ritrovai al mio arrivo nel sommo della stima e riputazione appresso i Turchi, procurai in quanto mi fu possibile di imitarlo col desiderio, giacchè con gli effetti alle mie gran debolezze impossibile riusciva; ed avendolo poi servito nell'occorenze anche della sua ambasciata di complimento, per la quale non mancai di procurargli tutti gli onori possibili, vado sperando che col servizio pubblico siano andate congiunte anche le soddisfazioni dell'Eccellenza Sua, o che per lo meno abbi gradito la mia buona volontà in deficienza d'effetti.
Il Signor Giovan Domenico Bianchi è stato mio Segretario, e veramente posso dire che egli abbia un anima tutta bianca per fede verso la Patria, per applicazione al servizio, per candor di costumi; condizioni, che come l'hanno reso amabilissimo a tutti, così più di tutti ha mostrato il Signor Dio di gradirle, chiamandolo nella Religione dei Teatini, con la più alta vocazione, che alcun altro avesse giammai, a segno che se il progresso corrisponderà ai principii, credo, che egli potrà con le sue orazioni giovare alla Patria molto più di quello che avesse potuto far con la penna restando al secolo. Sono tre anni, che egli fa una vita più d'angelo che da uomo, senza però minimo deviamento delle incombenze della sua carica, alle quali per qual sia accidente non ha mancato giammai. È venuto meco in questa città per ubbidire ai pubblici cenni, più che per propria inclinazione, che lo portava direttamente dentro i chiostri. Anche le giatture della sua casa, a dir vero l'hanno condotto alle umiliazioni di Vostre Eccellenze con certezza che il concorrer per quanto può a sollevarle sia per esser grato al Signor Dio, niente manco delli effetti della vocazione stessa. Restano due fratelli che servono attualmente nella Cancelleria da molti anni in qua ancora estraordinarii, uno dei quali s'è condotto anche per due volte a Costantinopoli, per l'ultima in particolare senza salario, donativo o provisione alcuna, al solo cenno che per le cifre egli fosse necessario. Ma quello che più importa resta anche una sorella nubile, alla quale non meno che al sollievo dei fratelli, altra mano che quella di Vostra Serenità dopo Dio non può dar conveniente soccorso. L'Eccellentissimo Collegio ha con tutti li voti abbracciata la supplica per far passar due provvisioni in testa dei fratelli, come si è praticato con molti altri del suo ardine in paragone dei quali li suoi servizii di dieciotto anni continui, non sono delle medesime grazie certamente manco meritevoli; onde confido e supplico, che anche l'Eccellenze Vostre vorranno perfezionarle questo giusto contento, con la pienezza di tutti i voti, imitando il Signor Dio, che giammai fa grazie a mano ristretta, nè benefica che con larga pienezza. Il Signor Domenico Condulmer è stato mio Coadiutore, del quale per verità dovrei dire altrettanto della mia sodisfazione, quanto appresso tutti s'è fatto conoscer d'attitudine congiunta con modestia, e di prudenza superante l'età, ma sopra tutto di somma puntualità nel suo ministerio. Per li registri, per le duplicate, per la cura che nel tempo della mia prigionia ebbe delle scritture pubbliche nascoste, più importanti ed anco della Cancellaria, che alle di lui parti di fare incombeva, e basterammi per epilogo di tutto il dire, che le sue virtuose maniere m'hanno indotto ad affidarlo Segretario del signor Vincenzo mio nipote, destinato da Vostre Eccellenze all'ambasciata d'Inghilterra. La sua casa è di fortune ristrette altrettanto, quanto e grande la sua fede. Suo padre è uno dei più benemeriti cittadini per le molte cariche esercitate, ma particolarmente per l'integrità, in occorrenze che altri per avventura provecchiato avriano, che però viene ad esser forse uno dei più poveri in riguardo di numerosa figliuolanza, che tutta poi va egli destinando al servizio di Vostre Eccellenze, della grazia delle quali si rende egli e tutta la sua Casa altrettanto meritevole, quanto questo giovine merita esser nell'ordine della Cancellada avanzato, e confermatogli il posto dell'ultima ballotazione d'ordinarii, nella quale d'un sol voto in riballottazione escluso rimase.
Sogliono a questo punto, Serenissimo Principe, Illustrissimi ed Eccellentissimi Senatori, li ministri che ritornano riepilogar li negozii che lor sono passati per mano. Ma perchè con il soverchio tedio a Vostre Eccellenze mostrerei di voler mendicar merito dal racconto di essi, tutti indifferentemente col sigillo della publica sodisfazione autenticati; dirò questo solo, che ho fatto niente e che ho fatto tutto. Niente in comparazione dei miei doveri verso la Patria, per la quale i patimenti sono consolazione, i travagli glorie, i carceri trofei. Tutto perchè il Signor Dio m'ha fatto grazia di liberar la mia Patria da una guerra con Turchi principiata, piuttostochè disegnata, di che nessun altro incontro poteva di maggior consolazione riuscirmi, nessun fregio più glorioso alla mia casa, nessuna eredità più ricca a' miei posteri, nessuna memoria nell'istorie potevo più imitabile lasciare. La mia carriera è stata di quasi venti anni sempre seguenti, senza respiro, tra continue molestie, che indebolita la lena hanno fomentato l'indisposizioni, le quali non ponno aver altro fine che il sepolcro, nè altro sollievo che il riposo, perchè non dagli anni, ma dai languori del corpo la rimanente vita si considera; e se a Dio piacciono i sacrificii del cuore, come della parte dell'uomo migliore, non posso dubitare che il sacrificio degli anni migliori di mia vita sia da Vostre Eccellenze riprovato; se massime ho terminato quel corso in tempo, che altri non pensano manco di principiare. Non è però che la mia casa, per il mio più che necessario riposo riposar debba nei doveri del suo natural debito alla Patria; e lo prova con l'impiego di due miei nepoti, destinati già l'uno all'ambasciata d'Inghilterra, l'altro al comando d'una galeazza in mare, che per una dispendiosissima ciurma, a dirne il vero, viene ad esser gravata anche quel più che possa provenire da una casa privata e di private moderatissime fortune.
http://www.bibliotecaitaliana.it/testo/bibit001617
Relazione del Nobil Uomo Simon Contarini cavalier ritornato bailo di Costantinopoli l'anno 1612
Serenissimo Principe.
Se l'intendere ed il conoscere sono parti che date da Dio all'uomo il distinguono e il fanno maggiore di tutti gli altri obbietti formati da lui, assai chiaro credo io quell'uomo fra gli altri, che più intende e conosce, e perchè la vera intelligenza, e cognizione più che in altri ne' principi sta bene, per il proprio e per il comune servizio, è molto a proposito ancora che i cittadini di questa Serenissima Repubblica che l'han di ambasciatori servita, o per lungo, o per breve tempo presso a' principi del mondo, tornati, diano conto dell'osservazioni loro a comodo di Lei: poichè, in vero nel corso di pochi mesi dimostrandosi replicatamente gli andamenti, e gl'interessi di tutti i maggiori governi dell'universo a Vostra Serenità viene Ella a vedere non pure come se in un teatro le fosse a minuto rappresentato in ogni parte il mondo tutto e la natura e le leggi e gli stili di varie genti, ma bene spesso standosene, come a dire all'ombra a vedere gli incendii altrui, e a conoscere a spese d'altri quello che per ben reggere se stessa convenga, mentre ode trattare della guerra senza pericolo, delle regole e delle riforme dei governi senza travaglio, degli accrescimenti e delle rovine degli Stati senza molestia, quali accidenti, con quali principii, mezzi e fini da' principi vi si giunga spesso, quali cause indeboliscono le amicizie, quali stabilicano le paci, quali prescrivino lo spendere, e quali consiglino il risparmio. Onde se questo riesce fortemente utile a sapersi di quei principi e governi, che sono molto rimoti dal nostro, che sarà d'uno come quello del re de' Turchi, così potente, così vicino, e mescolato poco meno che per la maggior parte con quello di questa Serenissima Repubblica? Di questo, tornandomene io di Bailo di Costantinopoli, ragionerò dunque oggi in questi pochi fogli a vostra Serenità e alle Signorie Vostre Eccellentissime e m'ingegnerò, quanto più sarà, possibile, che se non ornato, utile almeno il mio discorso riesca a questo Eccellentissimo Senato.
Già sono passati nove anni che Sultan Achmet quattordicesimo dei sultani di casa ottomana, ottavo imperatore di Costantinopoli, primo di questo nome, succeduto a Maometto suo padre nel governo di quelli amplissimi Stati, e sebben nato secondogenito al padre, di tanto l'amò la fortuna che insospettitosi Maometto Imperatore della fede del principe Mustafà suo maggiore figliuolo, il fe' d'improvviso strangolare, sol pochi mesi sopravivendogli poi. Sicchè, con avventurosissimo cambio dal nulla al tutto, dalla morte alla vita, portò per modo il presente Gran Signore la sorte sua, che, togliendo dalla gola il laccio a lui, ne affogò il fratello, sottraendolo felicemente al duro fine delle tragedie ottomane. Accompagnò egli ne' primi anni del suo regnare con gran ferocità e terrore, poichè volendosi far conoscere severo difensore del giusto, senza molto distinguere il vero dal falso che gli fosse riferito, toglieva la vita spessissimo a' maggiori signori del suo governo, forse anco per atterrire gli animi dei sudditi, che per una gran parte levatisi contro il proprio re, lasciarono poco dell'Asia in obbedienza di Sua Maestà la quale trovandosi anco in guerra colla Persia e l'Ungheria trovavasi in vero a mal partito, tanto più che non potendo attendere alla difesa del mare, ingombratissimo, restato egli ancora da' vascellì nemici, è certo che lo stato d'allora di quell'impero era così turbolento, ed eran così divertite in varii luoghi poco felicemente le forze di lui, che per vendicare le antiche ingiurie della Cristianità, simile occasione temo si dovrà sospirare gran tempo a venire; massime che i ribelli tolta l'ombra della fede di Strascif primo visir, quanto ai dichiarati di presente, restarono tutti estinti, e i regni in compita obbedienza e la guerra di Ungheria pacificata nel modo che significai alla Signoria Vostra con la riforma delle capitolazioni fatta dal Buon uomo; siccome anche quella di Persia, terminata per quanto dicono. È venuta dipoi Sua Maestà e dal tempo e dalla mollezza del solito ozioso vivere di quei re, rivocando sempre da' primi rigori, onde caduta in compito arbitrio delle donne in molti negozii, quello il più delle volte risolve che da lor consigliata ne rimane.
È il gran Signore entrato di poco ne' 24 anni; alto di corpo, pieno di persona, la quale rispetto all'età, siccome mostra di eccedere al presente di grassezza, così con il tempo dimostra aumentar fortemente la bianchezza, ed il lineamento del volto con molta proporzione; la vivacità dell'occhio nero, il sopraciglio elevato, il portamento grave, fanno quel re curioso a ciascuno della sua vista e gli accrescono assai di maestà e di decoro; e camminando per istrada con umanità salutando i suoi popoli. Gli spunta la barba nera più dai lati che dal mento, non senza mirabil dispiacere, onde fin qui ha usato di radersela tutta, persuaso a ciò dalle donne; guardavesela un giorno Sua Maestà nello specchio nè compiacendosi punto disse ad alcuni suoi famigliari che gli stavan dappresso: "io temo di restar senza barba". Gli risposero quelli che ciò non poteva avvenire, avendo a somigliare i suoi predecessori, de' quali non fu alcuno senza, e che suo padre in particolare n'ebbe una bellissima. Soggiunse loro il Re: "nella barba a mio padre mi accontenterei di assomigliare", non nel resto, accennando il poco valore di lui, sebbene vivendo come egli fa, potrebbe per avventura più assomigliarlo nel resto, che nella barba. Per accrescer di bellezza, conforme certo costume turchesco, vestito che è egli la mattina, si tinge sopra, e sotto gli occhi di surmè, certo color nero che fan le donne di lor mano quest' opra. Mostra d'amar la giustizia, ma non rimedia però alle dimostrazioni che gli vengono di continuo fatte. Onde si può dire che studii in ciò più l'apparenza che l'effetto. È forte zelante della sua religione; onde benchè molto giovane; ha voluto cominciar la fabbrica d'una superbissima moschea, che gli sarà d'immensa spesa, e di cui parlerò altrove.
Rimane a questa sua religione tanto unito che per ogni lieve causa castiga acerbamente li trasgressori di lei, della quale per onorare il falso inventore Maometto, manda alla Mecca ed a Medina nell'Arabia felice, ove il scellerato nacque e morì, doni ricchissimi e frequenti ancora, siccome fu pure ultimamente che, distaccò l'armata da' suoi progressi, e per la maggior parte volle andasse in Alessandria ad accompagnarvi un vascello, che per quei luoghi portava dei doni e degli abbellimenti. Si pasce abbondantemente Sua Maestà quattro volte il giorno, e di vivande per lo più non molto dilicate; mangia in piatti d'oro, ma con cucchiari di legno. Gira spesso d'estate per quei suoi giardini in sul mare Nero, ed in altri luoghi, sempre con le donne al canto. Tiene gran copia di cani ma non frequenta molto la caccia. Si piglia piacere d'una molteplice turba di nani, di muti, e d'altre genti cotali di gioco. Per trattenimento gusta anco talora fabbricare una freccia, e sì bene ne riesce che ne pare maestro, ed alcuna volta finitala suol dire: "oggi mi sono guadagnato da mangiare ancor io". Va a dormir a buon' ora; si leva per tempo; dentro il serraglio fa qualche esercizio; tira d'arco correndo il cavallo, in un ponte dorato, fatto alla punta di un'antenna assai alta. Del qual arco facendo molta professione, per esser di gran braccio, fa dei gran colpi ancora; come il passare uno scudo con la freccia; due grossi pezzi di metallo sopraposti l'uno all'altro; un giacco ripiegato in molti doppii; ed altri simili che io ho veduti, come per trofei, adiacenti al muro, vicino a' luoghi, ove siede nelle stanze sue, ed alcuni specialmente ancora al dissopra della porta maggiore che entra nel cortile del Divano esposti agli occhi di ciascuno. Con una mazza ferrata ferisce pure correndo in un segno, e con una zagaglia ancora. Tutte queste prodezze sono eseguite dalla Maestà Sua alla presenza de' suoi Agalari di dentro, ma le più volte a quella delle donne solamente; verso i giardini, e le stanze delle quali, quando vuole passarsene fa il Bustagi. Basta sapere a tutti che il re viene, e così gli Azamogliani e qualunque altra persona di là entro sgombra, e così fa egli medesimo. Onde il re sopra un picciol cavallo camminando per le delizie di quel luogo si troverà innanzi, ed attorno una quantità di bellissime donne, che ornate a meraviglia di vestimenti e di gioie, e di odori fanno a gara ad eseguire di tutti quegli atti, e quelle arguzie, festeggiando d'intorno a Sua Maestà, che pensano poterle essere accette, ed atte a tirar a sè l'animo di lui. Di questa gran turba di donne, benchè sogliano a loro arbitrio disporre sempre quel re, pare nondimeno che sei solamente siano quelle con cui il presente si piace oltre la reina sopra tutte amatissima da lui. A lui la stessa regina, quando una quando l'altra accordando, pur venne alle suddette sei delle quali con una Bossinese tiene due figliuoli.
Alì è stato anche detto sendo bellissimo, passar per mano eziandio alla Maestà sua la figliuola di Murat primo visir maritata ad Alì Bassà in Babilonia. Ho inteso che da maggior numero di donne si sarebbe volentieri voluto il re servire; ma dalla Chiaia Cadin, chiamano così una certa donna antica del serraglio proposta al governo di tutte le altre, alla quale deferisce molto in cose simili Sua Maestà n' è stata disconsigliata, specialmente con questa ragione che non deve ella abbondare nel senso con tante schiave, poichè a riscontro d'un poco piacere viene a preparar a sè medesima una grandissima perturbazione: stantechè, secondo le più volte accade da tanto numero di femmine gran quantità di figlioli nasce, i quali non potendosi non amare conforme l'istinto della natura, e secondo quello dei re ottomani, non dovendosi che ad un solo lasciare con il regno la vita, dal ricordarsi che abbino con violenza a morire molti dei suoi figlioli alla fine, molto affanno e amaritudine sarebbe sforzata provare. La tenerezza forse ancora di sopratenere in vita un fratello di Sua Maestà che di 16 anni si trova. Molti vogliono, ed è da' più creduto: che essendo stato al re predetto, sia egli per correre gran rischio della salute sua, togliendo la vita a questo fratello, non sappia risolversi la Maestà Sua, la quale, avendo comandato una volta a certi muti di serraglio che lo strangolassero, poco appresso sopraggiunta da un dolor grande di ventre, comandò desistessero, mentre già stavan coloro sull'opra. Siccome fece anco un'altra volta che avendo comandato lo stessso, e cadendo in quella foltissima pioggia con baleni, e tuoni grandissimi ebbe ciò per agurio di cessar da quel pensiero, e ne rivocò l'ordine onde sempre più resta ingombrata da questo timore ed irresolutezza. È tenuto il giovine sotto guardia d'occhio nelle sue camere co' suoi eunuchi, e consigliato da alcun forse che l'aiuta, finge il scemo spesso per dar men sospetto di sè. Intanto resta il pericolo, che potendo un dì fuggire, facesse dell'accorto a pregiudizio della quiete del regno. M'è stato anche detto da buona parte che la Bas Cadin, principalissima favorita del Gran Signore, e madre del secondogenito di Sua Maestà che chiamano ora regina, lo persuade a risparmiare la vita al suddetto fratello suo, e questo sebbene, sotto colore dei prodigi vani della salute, per vedere se potesse che quella carità che Ella rese di presente al fratello, fosse anco usata di poi al figliuolo suo fratello dei principe, per istarsene esso poi in maggior riputazione, ed al vantaggio di quegli accidenti, che suole la fortuna partorire in così fatti suoi particolari maneggi. Dassi ella anco per avventura tanto maggiormente a creder ciò, quantochè essendo stato secondogenito, come di sopra dicemmo, il presente re, fu pure dalla sorte mancato il primo, alla corona portato, onde quella ventura che sperimenta egli in sè stesso il presente crede Ella non debba torre al fratello, benchè contro la consuetudine di quella casa. Per la qual cosa, camminando fin qui così fatta insolita pietà nel re, fasselo spesso la Maestà Sua condurre innanzi, e l'accarezza ancora. Per questo modo di vivere viene poco stimata quella Maestà dai sudditi, che le fan però spesso de' pasquinate conforme l'uso di Roma, accennandosene da loro per essi il mal governo dei suoi Stati, e la mala soddisfazione de' suoi popoli.
È il re di complessione sanguigna che il rende inclinato anzi alla quiete, al senso, ed agli spassi che al contrario. Tuttavia per non ingannarsene, è ben credere diversamente, sendo massima usanza peculiare de' turchi starsene in pace; mentre non possono far di meno co' cristiani nel modo che è loro accaduto fin' ora. Fu però notato come per gran contrario nella natura di Lui che egli volesse la continuazione della guerra di Persia, contro il parere del Muftì e di alcun altro, che non poterono negli anni addietro, benchè si trovassero in molto di vantaggi consigliar la pace, onde fu dall'universale tenuto più ostinato che prudente. Ma parve a Lui ci andasse molto della riputazione sua che un esercito così grande, stato vicino a Fabres, se ne fosse tornato, non solo con non aver soggiogato quella città, ma nè combattuto, e superato quel re, ma con avere avuta la peggio in alcune grosse scaramuccie, ed esserne quasi come disfatto per la fine, e per lo rigore del verno uscito di Persia.
Ho creduto esser bene informar Vostra Serenità e le Signorie Vostre Eccellentissime delle peculiari condizioni di quel re, acciocchè , se dalla temperanza, dalla giustizia, dalla prudenza, e dal valore del principe nasce lo stabilimento, e l'aumento di uno Stato ancora si vegga ciò che possi per ragion accadere di quello in cui non è di luce raggio alcuno di così fatte virtù, accompagnato massime da quegli altri disordini nel governo, che a luoghi loro verrò toccando.
Ha il re due figliuoli, l'uno di sette anni, l'altro di sei. Poco permette l'età che di lor si possa conoscere; tiene il primo assai gentil aspetto, e manieroso con la regina esce talora in cocchio facendosi vedere a' sudditi, mentre per le strade viene sempre spargendo degli aspri alle genti minute. Ha il suo Chiaiassi che il viene informando di quello che a' costumi, ed alla religione sua si conviene. Morirono due altri alla Maestà Sua. L'ultimo poco appena nato; d'un anno l'altro. Tre figliuole femmine si trova avere anco Sua Maestà alla quale nascon pure de' figliuoli assai spesso, e per l'abbondanza delle donne, e per la gioventù, e prosperità che tiene.
È la regina di nazione circassa, cede di molto in lei la docilezza all'accortezza, ed oltre essere signora di molto ingegno, canta e suona per eccellenza, onde resta sommamente amata dal re. Pare che in lei falli quella regola, che ove abbonda l'ingegno manchi la fortuna; perchè sendo lei in serraglio come tutte le altre schiave in tempo della madre del presente re, il quale conforme lo stile dei principi ottomani, non essendo stato mai, forse per la sua età mandato a vivere nell'Amasia, ma conservato sempre presso il padre, accadè una sera che diportandosi egli per i giardini della sultana, e mostrando di veder volentieri questa giovane, invitata da lui, acconsentì ella a qualche leggiero vezzo, che così alla sfuggita potè il prìncipe farle. Fu sorpresa e accusata alla madre, che sdegnatasi perciò molto verso di lei, la fece battere, e cacciar subito fuori di serraglio ancora. Il che pesò molto al principe, ma per non poter altro stavasene quieto. Capitò ella in casa allora di Daut bascià, e come povera donna, ma di molto ingegno si prese il bassà cura di lei, e la promise con poca dote in moglie ad un povero schiavo di sua casa. Successe in quello che morì il padre del principe, onde assunto egli alla corona di là pochi giorni domandò che di costei si fosse, e se la fece condurre, se ne compiacque e riaccese più che mai, ne ebbe figliuoli, e si avanzò ella tanto nell'amore del re, che ingelositane la regina madre della Maestà Sua, tenuta di poi in poco conto da lei, per l'ingiuria che le avea fatto fin d'allora, ammalò fortemente di sdegno e poco tempo appresso del male morissi. Così dalle angustie di un povero stato ridotta ad un riguardevole tanto, vive la presente Sultana, non che rispettata da tutti, ma in qualche affare ascoltata e favorita anco dal re, che la vuole appresso sempre, e spessissimo con il suo parere si viene regolando nel passare da luogo a luogo di tanti, che alle ricreazioni servono di quel re, dal quale si guarda ella però con molto senno di parlar troppo frequente di cose di Stato e gravi. E benchè succedesse come scrive di poco l'illustrissimo Bailo che per non sò che altra donna irritata la regina, trasportato il re dall'affetto ad essa l'avesse percossa con una mazza soggiunge, nondimeno lo stesso, che pentitosene il re ordinasse che fosse molto ben curata, e si tacesse per ciascun dell'accidente anco in questo, facendo forza il vecchio amore al ritrovo sdegno della Maestà Sua.
Giudico bene considerare qui alla Serenità Vostra e alle Signorie Vostre Eccellentissime, le persone e le condizioni di quei Signori che siedon Visiri alla Porta, in prima di passare agli altri capi del mio discorso, sendo che è di molta importanza per venire in cognizione delle risoluzioni d'un principe il conoscere quali consiglieri abbia presso di sè. E perchè come lasciò scritto qualche savio antico, convengon al buon consigliere quattro parti: che sia amico al suo re; che conosca il bene dello Stato; che lo sappia esperire; che non si lasci vincere all'oro. Dirò alla Signoria Vostra in generale che i consiglieri del re dei Turchi posseggono alcune delle tre prime parti suddette; ma tutti poi errano nella quarta largamente.
È gran tempo, o Serenissimo Principe, Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori, che non ha avuto l'Imperatore ottomano soggetto che meglio abbia saputo trattare la guerra, introdur e custodir la pace di Murat, già primo visire, e general contro il Persiano. E benchè egli sia morto, per essere nondimeno stato uomo molto celebre fruttuoso nel governo di quell'imperio e per essermi io lungamente trattenuto seco, non debbo lasciare di ragionare di lui. Nacque egli dunque in Bossina d'umili parenti, capitò alla Porta fra gli altri giovani, che di là ne furono delle decine condotti. Corse la strada di tutti i gradi di quell'impero, ne' quali die' sempre buon conto di sè. Giunse ad esservi generale visir maggiore, mancò di 76 anni, più che dall'età vinto dai travagli dell'animo; fu robusto della persona, valoroso e di buon intelletto; aveva provato assai del male e del bene a questo mondo; avea vinto, ed era stato vinto, mentre con privata carica guerreggiava pur altra volta contro il padre del presente re di Persia, di cui visse anco un tempo schiavo. Onde pare si verificasse in lui quella proposizione che rade volte colui che ha avuto sempre buona fortuna abbia avuto mai gran valore e buon consiglio, sendochè l'esperienza produce il valore, e il buon consiglio travagliandosi l'uomo nella variazione degli accidenti, e la buona fortuna deriva da un'inalterabile corso di prosperità, senza che colui in cui cade ci si adopri punto. Sostenne egli lungamente questa ultima guerra in Ungheria contro Cesare, con aumento di Stato, e di reputazione del suo re. Vi fu la pace, quando d'altre parti restava l'impero ottomano angustiato, e dubbioso di poter custodire la grandezza sua, e per l'infestazione del mare, e per il sovvertimento di tutta l'Asia cagionato in prima dall'avarizia e dall'estorsione dei ministri, e dall'ardir poi di Giovanni Pilot di Caladen Ogli, tra con la forza, e con l'inganno, estinguere e tornar possiam dire signore di quella provincia il suo re, quello che gli anni innanzi non si poteva forse tenere, sendochè quanti erano in essa i capi dei ribelli che moltissimi erano, tanti dire se ne potriano i re. Tenevano questi da Aleppo fino a Bursia quasi tutto il paese, e restavan allora in Costantinopoli i Turchi così intimoriti, che temendo di pegio facevano in quella città per ordine del re inquisizioni, e diligenze grandissime per sapere le genti come vi entrassero ogni giorno, dubbiosi di qualche sollevazione affermandosi avere i ribelli delle intelligenze assai. Non voglio tacer qui che parendo non esser costume dei re de' Turchi fabbricar le loro moschee se non dopo la vittoria di qualche paese, ragionando di ciò due principali Turchi un giorno, e maravigliandosi per ciò uno di loro che fabbricasse il presente re la sua, senza aver anco vinto nulla, rispose l'altro: sì, ha vinto, perchè ha tolto l'Asia di mano ai ribelli.
Tornatosene dunque in Costantinopoli Murat, quasi trionfante, sentendo la vergogna e i danni che di continuo riportava sul mare da' corsari il Gran Signore, e trovando quell'arsenale nell'ultima desolazione senza materie, senza munizione con pochissima non pagata e disperata maestranza, si voltò a restituirlo, e con mandar uomini da per tutto per le cose come bisognavano, con soddisfarvi le maestranze, cambiarsi i ministri disutili ed avari, e far depor Calil Bassà, l'uomo superbo, vano e pusillanimo dal generalato del mare, in meno di sei mesi, andando egli ogni giorno all'arsenale, dicendo voler egli stesso uscire, onde fece a sue spese armare una galera, lo ridusse in termine che ne cavò 40 galere sottili, e due grosse. Le quali unite alle guardie ordinarie han potuto formare ogni anno fin qui un'armata di forse sessanta vele; trovò anche alle bocche del Danubio assai l'ardire dei Cosacchi; ma non potè però frenare quello dell'invidia che risorta negli altri Bassà, per veder quello solo governare il re e il regno, gli levarono contro molte calunnie, specialmente il voler deferire l'andata sua contro il Soffì, onde un pezzo valsero ad intorbidargli la grazia del re, ma con la desterità, e con il valore le superò tutte, e fu riabbracciato da Sua Maestà con molto onore in sull'ultima sua spedizione in Persia, ove sebbene entrò fuori di tempo, e fu in parte dissipato lo esercito suo, combattendo non solo il nemico, ma il cielo, il verno e la fame contro di lui si ritirò nondimeno con quasi tutta l'artiglieria salva, e fe' conoscere in questo atto di buon capitano quella intera prudenza che nell'entrare con la mala stagione in Persia parve in lui fosse tenuta alquanto scarsa; ma essendo stato scacciato con l'esercito fuori di Costantinopoli quasi per forza, come scrissi allora, e di poi sempre con vigorosi e frequenti ordini del re, spinto di lungo temette il buon vecchio non entrando innanzi a troncare il nemico, non avessero poi i particolari nemici di lui a muovergli contro, come fecero nel principio, onde per conservarsi l'onore fu vicino a perderlo. Riordinò di poi il suo esercito, trattando tutto in un tempo e la guerra e la pace con il re di Persia, delle quali e del quale parlerò altrove a suo luogo.
Con questo onoratissimo Soggetto ho passato la maggior parte del mio bailaggio, ed ho maneggiato ed anco ben risoluti con l'aiuto di Dio i più gravi negozii, che da gran pezzo in qua abbia avuto Vostra Serenità a quella Porta. E per mostrar meglio l'amorevolezza di quel principal soggetto verso la Serenissima Repubblica, darò loro una breve ripassata. Il tor via dunque la guardia di Morea; il far impiccare il castellano di Corone, e poco appresso un altro turco favorito dal capitano del mare che si trovò presente alla morte di Demetrio Bollani dragomano di Vostra Serenità; il far strangolare il conte Alvise Crissich d'Almasia, ribelle della Serenità Vostra, già dichiaratosi turco, e ricuperati a quella patente; l'aver avuto in dono due ancore grandissime e bellissime dimandate al re da me con il pagamento, per il ricupero del galeone di Vostra Serenità che ne stava in gran bisogno a quella Porta, timore assai raro, che die' da dire assai, sendo cose tali proibite dalle leggi e che non si donano mai dai Turchi ai Cristiani.
La spedizione che io feci in più volte nel regno di Candia di otto mila moggia di frumenti con le licenze che sì ebbi da quell'amorevole vecchio, sicchè si trova ora quel regno sì ben provveduto, che aiutato anche dalle buone raccolte degli anni addietro, per molti altri governandosi bene le cose, come è succeduto con singolar prudenza in tempo dell'eccellentissimo signor Girolamo Capello, si può credere che n'abbia a godere una lunga comodità; la liberazione di 24 schiavi in una volta del bagno del Gran Signore con il favor di questo Bassà. L'aver inoltre mandato per consolarmi maggiormente a tor per forza con Chiaus tre di loro di gran vita, che servivano nelle zattere del capitan del mare, la sera precedente ch' egli si volesse recare con l'armata, vestiti di rosso e condurmegli a casa. E sebbene se ne alterasse alquanto meco il capitano suddetto, sendochè restandogli essi molto cari gli faceva vogare a' primi remi, e non voleva benchè promessi darmegli di nessuna maniera, se ne acquetò di poi nondimeno meco, con un pappagallo che mi fece ricercare la mattina appunto ed io gli mandai a donare. L'aver ben ancora terminato il negozio asprissimo della galeotta tagliata a pezzi dalle nostre galere al paese, sebbene mi die' tanto affanno di poi per le pretensioni di Acmet Ogli già Beglierbei di Tunisi che affermava essere stata la galeotta sua, ed era favorita da quasi tutti i signori grandi, da dottori e malizia dei giannizzeri interessata in lui. Tuttavolta i primi fondamenti buoni tennero la fabbrica in piedi, e sino di Persia con le sue amorevolissime lettere a Mehemet luogotenente mi aiutò molto, come vide la Serenissità Vostra. Eguali lettere presso quell'altre onnipotentissime dello stesso re in quel negozio a Vostra Serenità, e appresso la forza di due ordini uno mandato in sul principio alla Prevesa per la consegnazione di trentacinque turchi sopravvanzati dal conflitto a quel Cadj. L'altro ottenuto da me per ultimo dallo stesso luogotenente indirizzato al medesimo Acmet Ogli, quando fu destinato Sangiacco di Morea, in cui dice espressamente il re abbia egli a guardarsi non siano trattati male i sudditi e gli interessi nostri in quelle parti sotto pretesto delle sue pretensioni già terminate, che così dice il re appunto con la prefata sua imperial lettera a Vostra Serenità e con il suiddetto commento al Cadj della Prevesa fermano perfettamente un ottimo stabilimento alla quiete pubblica in quel proposito. Lascio la dimissione di alcuni Cadì delle Smirne e di Aleppo a mia contemplazione, per la quale anco diede il Sangiacco di Scutari a quello che il tiene di presente. Il favore grandissimo che dirò altrove datomi da lui perchè gli Ebrei passassero i confini di terra, furono tutti effetti non meno della prudenza che della benignità di quel ben intenzionato signore, la perfetta volontà del quale verso di me era passata a tal segno e così conosciuta e stimata a Costantinopoli, che gli stessi servitori del medesimo Bassà mi pregavano alle volte in sul partirmi da lui dimandargli qualche grazia per loro, siccome talora feci e sempre l'ottenni. E verissimo fu quello che mi disse una volta pochi mesi ch' io cominciai intrinsecarmi seco: Bailo mentre starete in Costantinopoli ed io ci sarò, non voglio certo che abbiate alcun fastidio; e nel negozio della galeotta mi disse ancora dopo essere stato informato da me: non vi prendete Bailo fastidio, che se la Repubblica non avesse altre ragioni scriva pure il re queste che avete voi dette a me, ed io sarò avvocato suo. E dopo spedito il fatto con lettere del re, mi disse anco un giorno: Bailo, voi ed io abbiamo de' nemici assai, con tuttociò vi ho attesa la promessa e non ho voluto che il sole o il vento ne tocchi punto. Questa per tutto già divulgata confidenza che io avevo seco mi mise in gran riputazione, onde una volta si pose in cuore il Bustangi Bassì di nuocere insino con essa al capitano del mare suo nemico, il primo anno che ritornò dentro con l'armata dicendo, che io mi era doluto col re che tra alquanti vascelli che egli aveva preso fuori fossino alcuni dei nostri, perchè ne sentì il capitano gran dispiacere e travaglio mel fe' dire e se ne dolse meco. Ma io con lo stesso Murat in breve mel disingannai, onde andatolo a visitare di là qualche giorno mi disse poi: Bailo, ogni dì più mi costa che voi mi siete amico e che i miei nemici han voluto valersi per infino del vostro nome a nuocermi. Questa abbondante riputazione, benchè all'estremo mi giovasse in tempo del prefato Murat primo Visire, rimosse in molti ed in molti altri sdegno, e specialmente nel Luogotenente che lasciò egli in Costantinopoli, il quale non facendo cura delle raccomandazioni che Murat gli fece di me e dei miei negozii in voce come in iscritto, volle trattarmi in contrario istigatovi da molti tristi. Mi è stato forza toccare di questo prestantissimo e bene inclinato soggetto alla Serenissima Repubblica quel tanto che ne han sentito le Signorie Vostre Eccellentissime per debito come di gratitudine mi giova credere anco non sarà stato loro discaro.
Gran fastidio fece sempre a ciascuno il passare dal sole alle tenebre. Lo provai ben io in Costantinopoli e penso il proverà anche Vostra Serenità e le Signorie Vostre Eccellentissime in questo mio discorso, mentre ha lor da considerare dopo la persona di Murat primo Visire quella di Meemet Bassà Luogotenente. Nacque costui tra Giorgiani, ma fra l'inferno mi cred' io piuttosto. E eunuco entrò fin da figliuolo nel serraglio. Passò per gradi ad essere cameriere maggiore del re e Capi agà. N'uscì poi Bassà del Cairo, in Bossina ed in Buda; ebbe appresso con ordine retrogrado il medesimo titolo. È di età sessanta anni, pieno di corpo e di volto, ma più di superbia, di temerità, d'avarizia, di mala volontà co' Cristiani e specialmente con Vostra Serenità, le giuste soddisfazioni della quale mi contrastò un tempo grandemente parlandomi talvolta in modo così basso ed ingiurioso di lei, che bisogno mi fu adoperare con il risentimento la descrizione mescolata insieme, onde non lasciai di sgannarlo con mostrargli opportunemente la grandezza della Repubblica, ribattendo a tempo le sue maledicenze. Io non sentii mai avvocato ben pagato infiammarsi e difender così intieramente le ragioni del suo cliente, come faceva colui contro di me quelle di Acmet Ogli pretensore della galeotta sconfitta. E perchè aiutato da Dio per una parte gli andavo io serrando tutte le vie di nuocermi, mentre voleva che io gli pagassi i danni grossissimi che asseriva averci egli patito; per l'altra con gli altri Bassà andava tirando indietro la spedizione che egli disegnava fare in quel caso di Mustafà, Camerier del re, a Vostra Serenità, se ne arrabbiava egli in sè stesso per modo che, e non potè, e non volle mai avere per gran pezzo buona volontà meco; per la qual cosa un giorno anco mi disse: Chi ti credi tu d'essere qua? A me tocca e non a te dopo il re di comandare. Tu non vuoi pagare i danni di questa galeotta. Tu non vuoi che intorno ad essi spedisca uomo alla Repubblica? Troppo di te presumi attraversandomi grandemente tutti gli altri negozii. Per rispetto di quello poi non posso riferire a questo Eccellentissimo Senato altro se non che egli è, e temo non sia per essere sempre, un grandissimo nemico della Repubblica, alla quale nelle trattazioni di quella galeotta maledetta, credo che almeno dieci volte mi intimasse la guerra, e se per mala ventura fosse rimasta in sua mano quella patente dell'Almissano, credo bene che in mille doppj mi avrebbe accresciuto il travaglio. Mustafà, già terzo Visir e cognato di Sua Maestà, benchè sia morto, lui par restar debitore alla memoria de' suoi favori, di ricordarlo solamente a Vostra Serenità la quale nell'accidente della galeotta ricevè gran servizio da lui, con gli ufficii del quale repressi io sempre la barbarie del Luogotenente, nè di esso altro aggiungo. Meemet Bassà al presente capitan del mare siede per grazia speciale fattagliene dal re, secondo Visir, in Divano, poichè il quarto o il quinto luogo li sarebbe toccato. Nacque di mediocri parenti in Costantinopoli; avrà 46 anni, di buona presenza, copioso di barba, d'aspetto grave e severo, superbo nel termine, succinto e mordace nel parlare. Ha mostrato in Cairo essere valoroso: quello che o in Costantinopoli o in sul mare sia per valere dovrà giudicarsi dall'evento. Fra questo mezzo resta grandemente accetto al Gran Signore, il quale avendolo preso molto ad amare sel tenne appresso Silictar-Agà, ed è venuto sempre nello stesso affetto continuando per infino a giudicarlo meritevole della figliuola sua maggiore in moglie, benchè di poco passi i sei anni, dovendosi aspettar un pezzo ancora a farsene le nozze. È opinione in molti possa riuscir primo Visir dietro il presente Hasuf, con il quale non scontra bene. Della sua disposizione verso la Serenità Vostra, per il poco che ho potuto trattarlo, non mi è paruto conoscerla buona conforme quanto ne scrissi per le trattazioni che io mi ebbi seco nel galeon Emo.
Se giungerà il presente capitan del mare, come temo assai, al governo di Costintinopoli, non alterando la ragione, la carità o il tempo, io dubito molto riuscirà aspro con i ministri di Vostra Serenità.
Terzo Visir siede al Divano Baut Bassà crovato di nazione, avrà intorno 46 anni, di bell'aspetto, di maniere assai onorato. Cognato egli ancora del re per un'altra sorella di Sua Maestà. Fu Beglierbei di Grecia, uomo che non ha dato conto di sè per non averne avuto occasione; pur fa del bravo molto. È ben inclinato alla Repubblica e ne ha ricevuto sempre de' favori, e trattenendoselo amico i Baili di Vostri Serenità se ne troveranno in ogni tempo bene, sendo uomo che parla assai libero alle volte. Ha voglia di essere capitano di mare, e spesso mi ha pregato aiutare questo suo desiderio. Beve volentieri del vino.
Resta quarto Visir Assan Nacas, che in turco vuol dir pittore, per qualche gusto che ha di quella professione, è uomo di 54 anni, picciol di persona, nacque in Russia, d'ingegno sottile, poichè oltre il dipingere, sa ancora lavorare un orologio. Fu Silictar del re passato che il fece anco Visir, e gli die' in moglie una sua sorella zia del presente Gran Signore; onde resta egli ancora parente della Maestà Sua. Io l'ho provato sempre ben inclinato verso la Serenissima Repubblica; nelle mie angustie, mi giovò grandemente, facendo dei buoni ufficii con il Chislar Agassì e con il Bassà Luogotenente, del quale, parlando io seco, e dolendomi alcuna volta soleva dirmi: Per ogni paese ci sono degli ignoranti e degli animali che volete fare? In ogni mio negozio a quella Porta dopo la partenza di Murat generale mi fu sempre di aiuto e di conforto assai, e gioverà molto venirselo confirmando secondo le occorrenze in così fatta buona disposizione. A questo ancora non dispiace il vino.
Acmet Bassa, Deftedar grande, resta nel quinto luogo in Divano. Benchè tenga assai buon aspetto nacque vilmente però, in Andrinopoli d'un fornaro. Avrà 55 anni. Fu portato al Visirato dal grado solo di Defterdar. È costui uno dei più astuti bugiardi ed avari uomini che producesse mai la natura o l'arte affinasse. Le ultime due condizioni il menarono spesso a gran pericolo della vita, specialmente in sulla partenza di Murat generale che aveva già dato ordine andandosene egli per licenziarsi da lui che fosse strangolato. Ma l'incomparabile astuzia sua l'ha fin qui difeso. Ho detto che egli è avaro, perchè ove si tratta di torre anche per guadagnar ad un meschino il fiato, non se ne astiene. Dona però ingrosso dentro il serraglio specialmente al Chislar Agassj e al re ancora, e spesso accade che per abbondar tanto in questi donativi gli manca il denaro da supplire a' bisogni delle milizie e del serraglio, onde come anco gli altri ruba al re, per donare al re. Ha spogliata la Grecia sicchè i reclami se ne odon per tutto. Pare miracolo che odiato dalla maggior parte de' grandi, disamato da tutti gli altri, possa molto a lungo fuggir un capestro, il che se gli succede, sarà sempre con vantaggio dei negozii di Vostra Serenità, a' quali non lo scopersi favorevole molto.
Presso costui siede Giosuf Bassà eunuco; nacque egli fra' kurdistani bassamente; avrà ben 60 anni; è d'una sperticata grandezza e mal composto. Il favor d'altri più che la sua virtù il menarono a quel grado di servitore semplice che egli fu al già capitanio Agà veneziano, dopo qualche Beglierbigato. Serve solo a far numero, mostrasi inclinato verso i Cristiani, sebbene nelle occorrenze di Vostra Serenità ne ho pur tratto qualche profitto.
Segue a questi nell'ordine Calif Bassà che fu ultimamente capitan di mare. È egli di nazione armeno, bassamente nato; avrà intorno 55 anni, di aspetto e di termine nondimeno benigno assai; cominciò dai piccioli servigi di quell'imperio, e travagliò sempre alla guerra di Persia con molto onore e vantaggio del suo re, che di Dagange Bassì il fe' poi Agà dei Gianizzeri: nel qual carico contro i ribelli dell'Asia accompagnando Murat generale mostrò gran vigore d'animo e di mano, onde fu fatto poi capitan di mare. È signore molto trattabile, ubbidisce alla ragione; passate quelle ombre prime tocche di sopra, che egli ebbe falsamente di me, restai non solo sempre in amicizia seco, ma in grandissima confidenza ancora. Onde, come avrà veduto Vostra Serenità ebbi lungamente da lui i particolari dei negozi e degli avvisi di quelle parti con meraviglia a pensarlo; rispetto allo stato suo n'ho anco riportato di molti servigi, e mi giurò che accorgendosi Acmet Ogli doveva darmi del fastidio per la galeotta, se non fosse stato trattenuto dal re in sull'opera della moschea, l'avrebbe con l'armata menato via seco per divertirmene il travaglio. Che per rispetto della Serenità Vostra egli sia stato sempre grande amico mio, si può comprender anco dall'avermi, sebben dopo qualche contrasto consentito il denaro che gli capitò in mano di ragion del chiarissimo signor Zuanne Pasqualigo liberato di schiavitù. È vero che io non glielo avrei mai lasciato; ma è anche vero che l'uomo meno umano di lui, o me l'avrebbe in estremo difficoltato, o rendendomi il denaro mi avrebbe tolta l'amicizia, che conservai in colmo insino che è succeduta la presa del berton Emo, e per i pessimi uffizi fatti dagli uomini del mar seco desiderosi delle solite rapine loro, e per rispetto del dubbio ch' egli aveva di essere deposto dal carico, secondo quello che appunto gli accadette. Cambiò egli pensiero, e desiderando in quella congiuntura mostrarsi sommamente zelante dell'onor del suo re con dargli ad intendere di aver fatto una generosa azione, o lasciar disposizione nell'animo della Maestà Sua di restituirlo quando che fosse nella carica toltagli, ovvero provvederlo d'altra maggiore, non si curò divertire da sè medesimo, e fortemente aspro mi si portò in quel negozio come significai fin d'allora a questo Eccellentissimo Senato. Ma io voglìo credere che i principii della natura in costui non si cambieranno mai; sendochè, da Baili di Vostra Serenità intrattenuto con buoni termini non sia anco per cavarsene de' buoni effetti siccome appunto accadè a me, che senza altro invito, in sul colmo de' nostri disgusti mi mandò una mattina improvvisamente a donare 13 schiavi, azion che fu sentita alla Porta e dagli altri ambasciatori dei principi con grande onore del ministro di questa Serenissima Repubblica.
Sono questi due Bassà che io lasciai alla Porta. Di alquanti altri mi par bene informar anco la Serenità Vostra che si trovan fuori e posson ritornare di certo in Costantinopoli.
Hassuf bassà primo visire nacque assai bene in Albania. Uomo di grave aspetto, per quanto mi fu detto; avrà 57 anni in circa, è audace assai, ma poco fortunato, perchè da buona riuscita furono sempre mal secondate le azioni sue di guerra. Passò egli per molti Beglierbeigati dell'Impero, resse lungamente il Diarbekir, del qual governo per la mala disposizione sua verso Murat generale, camminando le cose con molta confusione e pericolo parve ancora al re, consigliato dal servizio suo, di levarlo ed eleggerlo bassà in Cairo, ove si avesse egli da andare, finita però la guerra con il re di Persia. Fra questo mentre, abbondando Murat nell'avvisare il re di molte ombre di diffidenza in Hassuf, ne impresse la Maestà Sua in modo che diede ordine, gli togliesse la vita; con tutto ciò accaduta la morte di Murat, che secondo i più seguì di veleno in un desinare datogli da costui, giudicò la Maestà Sua per non porre a rischio lo stato delle cose sue miglior partito tentar la dissimolazione che il castigo per allora, per il che si risolse mandargli non solo il sigillo, farlo primo Visir, ma assignargli la seconda figliuola in moglie. Presso a quel rispetto giovò ancora assai a costui la buona volontà che gli ebbe sempre il Cislar Agassì, ed il Muftì inoltre, che consigliarono il re, trovandosi egli in campo, valersi dell'opera sua, massime che poteva riuscire come essi dicevano con molto vantaggio, poichè risparmiavasi da lui di mandar altro soggetto in Persia, ove senza gran quantità d'oro non potevasi inviare, trovandosi all'incontro Hassuf molto ricco, e per conseguenza molto atto a sovvenire in quelle parti le necessità della guerra. Resta, come intende Vostra Serenità, il negozio di costui non determinato nè in bene, nè in male, per ancora; ma resta ancora da dubitarsi che essendo stato egli sempre uomo di suo capriccio, onde molte volte in quelle parti lontane non obbedì al volere del re, non ci abbia a correr pericolo di lasciare come han fatto tanti altri, sospetti di ribellione, la vita, che non potrebbe il re così facilmente in quelle parti levargli per le ricchezze, per la bravura, e per lo seguito che tiene avendo per donna principale una figliuola di Scerif Han principe dei kurdi, assai poderoso signore in quei paesi. Entrò Hassuf ad esercitare la carica sua con gran vigore, e molto orgogliosa mente verso gli altri capitani dell'esercito, non restando particolarmente in buona volontà, nè con Alì gemello del già Murat bassà di Babilonia, donde il volle poi levare, ma al re non piacque, nè con il Cigala Beglierbei della Grecia con il quale, nutrisce particolari disgusti. Dell'inclinazione sua verso Vostra Serenità non ho potuto penetrare nulla, per esserne stato sempre lontano da Costantinopoli. In generale però è tenuto per nemicissimo de' Cristiani.
Assam Teriaeli, bassà al presente di Buda, nacque bassamente in Natolia; ha 80 anni, di scarsa presenza, poco sano; fu bassà di Temesvar, e di Buda un'altra volta, onde come pratico lo hanno rimandato la seconda. È uomo di giudizio, astuto, accorto, nemicissimo de' Cristiani. Tuttavolta, per il poco che lo trattai non mi parve discoprire mala volontà verso la Serenissima Repubblica.
Cabil bassà già capitan del Mare che regge ora Damasco, sarà di 40 anni, fu Dogagni bassà del re, che lo amò assai per una certa sua, piuttostochè accortezza, mordacità nel ragionare, e nello scrivere ancora. La natura ha voluto, cred' io, colla scarsezza dell'aspetto accusar ad altri la malignità d'animo in lui, poichè livido nell'uno, con 20 peli in barba solamente, si mostra nell'altro superbo, arrogante e di nessun valore, siccome si diè a conoscere il poco tempo che resse il capitaniato del mare; che però gli fu con gran vergogna tolto. Della Serenissima Repubblica si mostrò sempre nemico, sebbene con me, non ostante gli levassi una mezza dozzina di vigorosissimi schiavi nostri sudditi, gustò di far che io credessi mi fosse amico. Onde venuti in Damasco più d'una volta suoi uomini furono a posta a salutarmi per commissione di lui. Ho inteso continui il re avere memoria di esso, nominandolo alcuna volta, onde non sarà gran fatto se ne prevagli anco in carico maggiore.
Alì, bassà al presente in Babilonia, nacque in Silistria d'un povero Cadì, avrà 44 anni, di bell'aspetto, s'applicò da giovane alle guerre, ebbe qualche carica nell'Ungheria, e conosciuto da Murat, generale in quella Provincia, per uomo di molto ingegno, e valoroso della mano assai, il prese fortemente ad amare, e stabilita la pace con Cesare il lasciò bassà in Buda, ove resse tre anni con molta soddisfazione del suo Re, e de' Principi confinanti ancora; per il chè moltiplicando Murat nella confidenza, sel fè genero d'una figliola unica, e ricca che egli si aveva. Giunto a Costantinopoli dipoi, fu dal Gran Signore a contemplazione di Murat dichiarato Visir, e Beglierbei della Grecia, e dipoi bassà a Babilonia, ove si trova di presente, non molto però amato nè da quei popoli, nè da quelle milizie, gli uni, e le altre restando dei termini del Cigala, precessor suo in quel governo, molto, più soddisfatti, che de' suoi, molto avari per quanto ne intesi. Quello che egli resti colla nostra Repubblica non ho potuto penetrare, per non avere avuto occasione di sperimentarlo; ma se fosse di mal' animato, si sarebbe fatto di buono, stante la buona inclinazione, che conobbe Murat suocero suo con la Repubblica. Avvezzo fra tedeschi, beve volentieri il vino.
Mehemet nuovo bassà in Cairo, ultimamente visir in ordine, fu Silictar Agà del Re, nacque in Bosnia, avrà 45 anni, è uomo che presso il Re si tenne lontano non solo dall'ingerirsi, per bocca mai in nesson negozio, ma professando un silenzio continuo si fè con esso più che con altro grato alla Maestà Sua. Non mi parve intendere fosse persona di valore, o di ingegno, anzi avendo io mandato il Borisi a congratularsi dell'onore conferitogli dal suo Re, mi riferì il Dragomanno che non seppe mai intendere ciò che per risposta egli si dicesse, così inviluppatamente gli articolò alcune pochissime parole, avvezzo ancora, mi credo io al tacere di Serraglio. Potrebbe diventare un giorno da qualche cosa ma al presente è tenuto per un da poco, da ciascuno. Poco innanzi al mio partire morì il vecchio Capi Agà, che poco sempre valse per sè, e nulla per gli altri. In luogo suo ha posto il Re il Casnadar Maggiore greco di nazione, più vecchio del primo nella carica sua precedente, ha dato sempre soddisfazione alla Maestà Sua, per una tenacità grandissima nel governar il denaro, per la manutenzione del quale, siccome toccherò altrove, osò alcuna volta contrapporsi al volere dello stesso suo Re. In costui non saprei che fondamento si potesse dare per i comodi della Repubblica, stante che egli è semivivo, e nemico in generale assai dei Cristiani.
Dei bassà fuori del governo non ho conosciuto altro se non Ely Acmet eunuco che fu già Luogotenente; è uomo pieno di disposizioni di buona volontà verso di noi, ond' io mi son trattenuto sugli ufficii seco, ma riservatamente però, e ne ho cavato qualche profitto.
Mi par bene considerare a Vostra Serenità la persona del Cistar Agassì, che vuol dire custode e governatore delle stesse donne del Re; è, costui uomo africano, olivastro di brutto aspetto, eunuco; la sagacità, la superbia, e l'avarizia non alloggiarono più pienamente nell'animo d'alcuno altro barbaro che, in quello di costui, e quel che è peggio trovasi in sua mano la volontà del Re per modo che bene spesso la piega a cose ingiuste come egli vuole; gioca spesso a tavole, ed a scacchi con Sua Maestà; si lascia perdere a bello studio e per darli maggior gusto finge il contrario mostrando d'accalorarsene con la fortuna; di che il re si compiace molto. Profittevole sarebbe l'amicizia sua ai Baili di Vostra Serenità, ma bisognerebbe comprarla con un mar d'oro. Io l'ho voluto procurare in assenza di Murat, stante il mal' animo del bassà luogotenente; non mi e riuscito appieno come io avrei voluto, tuttavia portò pur dentro al re il mio presente, e l'atto con cui mi doleva con la Maestà Sua de' mali trattamenti usati meco dal Luogotenente suddetto, che trattando con discrezione meco, termine infino allora incognito all'arroganza sua, si dolse ch' io mi fossi doluto di lui, e mi donò la veste d'oro ch' io scrissi allora a Vostra Serenità, e cento altre gentilezze del paese, affirmandomi che era amico mio, e voleva esserlo sempre. Il qual buon effetto nacque, pare col mezzo suo. Bene sarà provar di condurlo a maggiore domestichezza, perchè in certi bisogni non ha dubbio che volendo potrà giovar assai. Per ultimo mi pare a proposito che le Signorie Vostre Eccellentissime intendano qualche particolare del Muftì, capo degli uomini della legge e moderazione di essa, conforme al volere però di Sua Maestà. Nacque in Costantinopoli, discende da parenti persiani, che disgustati col re loro vennero a vivere sotto quello de' Turchi. Fa il Gran Signore per l'ufficio che tiene molto conto di lui, il quale andando percio a sua Maestà è ricevuto da Lei con differente termine degli altri, levandosi Ella in piedi, ed avanzandosi a riceverlo alcun passo, sel fa sedere appresso. È uomo di grave aspetto, copioso di barba, e pieno assai di corpo. È superbo nel trattare, presumente di sè molto; ma se della sua legge non intende più che delle cose del mondo, per quanto a me ne parve alcune volte che lo trattai, bisogna pure ch' egli sia molto ignorante. È sempre tra le femmine, immerso grandemente nel senso. In parole mi diceva essere amico di Vostra Serenità; ma in fatti l'ho conosciuto il contrario, poichè egli, il bassà Luogotenente, ed i due Cadì Leschieri furono quelli che fomentarono sempre le pretensioni di Acmet bassà Ogli, intorno la Galeotta, e me ne perturbarono senza fine. Mi pare che fra tutti i soggetti discorsi, che siedono al presente in Divano; tolto Mehemet Capitano del mare, e Calil già predecessor suo, non resti persona al re, che vaglia o con la mano, o con il consiglio molto; mostrandosi gli altri tutti di meschine condizioni, e solo intenti agli interessi proprii, ed a fabbricare ciascuno la sua grandezza in sulla ruina del compagno, dacchè nasce poi la somma dei disordini, e la continuazione degli abusi, come diro altrove, in parte che tanto nacquero a quell'imperio. Ma io voglio pur qui dire ciò che dopo aver meco discorso un Turco, assai discreta persona, altre volte ministro principale d'un primo Visir, mi disse della poca capacità de' bassà presenti; eccetto però i due da me sopra considerati.
Sono gli altri, m'aggiunse, come tanti cammelli che camminano un dietro l'altro entrando ed uscendo dal re; e dopo aver lodato quei due mi disse: Bailo, ma con due sole pietre non si fa un muro; a' due valorosi sopradetti soggetti potrà per avventura aggiugnersi anche Hassuf.
Due ministri, l'amicizia dei quali molto importa a questa Serenissima Repubblica, sono il Nasangi Bassì che segna tutti i comandamenti, e il Cancellier grande che molto unito al bassà maggiore può e giovare e nuocere molto quando vuole. Con ambedue questi soggetti mi sono trattenuto in più che ordinaria benevolenza, e me ne ho ritratto sempre di molto comodo, poichè il Nasangi per onorarmi non volle mai leggere carte ch' io gli inviassi per il signore, ma avevagli per considerate tutte ed espedivale con gran prontezza immediata. Il Cancellier Grande ne' miei travagli sempre tenne la parte mia, e co' nostri Dragomani ragionando delle cose del mondo, e di quell'imperio, usciva talvolta a qualche particolare, e poi lor diceva, mostrando confidenza, il tacessero a tutti, solo che a me.
Sarà sempre buon consiglio de' baili di Vostra Serenità che si tenghino amici questi due principali ministri.
De' soggetti che il Re trovi o fuori o dentro da tirar innanzi non veggo esser altri per adesso. Quanto a quelli di fuori, solo l'Agà de' Giannizzeri, uomo di natura assai gioviale, ingenuo per turco, di bell'aspetto, di maniere molto composte e trattabili. Nacque in Bosnia, fu cavallerizzo maggiore del re che per le buone condizioni di lui gli mostra buona volontà. Ho avuto qualche dimestichezza con questo soggetto, che mi è, riuscito sempre ufficioso, ben inclinato verso la nostra Repubblica.
Presso questo lui pare faceva il Re capitale ancora del Cigala, che già resse in Babilonia, Beglierbei al presente di Grecia. Costui nacque del vecchio Cigala rinnegato siciliano, già Capitano del Mare, e vi potrebbe forse giugnere. Non è egli mai stato alla Porta in mio tempo, onde più minuto ragguaglio non saprei dare di lui.
E quanto a soggetti di dentro, viene creduto possa il Re valersi di certo Assam Agà rinnegato napoletano o calabrese piuttosto. Costui mostra prudenza, ed ingegno assai, vive molto riservatamente, e stimato da ciascuno di dentro. Ho passato seco qualche termine di amorevolezza, e mi ha sempre corrisposto gratamente. Facendoselo amorevole li baili di Vostra Serenità, non potrà esser loro se non utile.
Il Bustangi Bassì per l'ufficio che tiene, oltre esser capo de' Giardini, di guidare il caicchio del Re, è vicino assai alla Maestà Sua. Mi pare potere affirmare esser costui inimico della serenissima Repubblica: poichè in ogni tempo le si mostrò contrario; resta egli amicissimo di Acmet Ogli, per rispetto del quale cercò sempre di nuocermi. Ed io dessideroso di amicarmelo, vi usai molta industria, ma sempre indarno, anzi che avendo mandato taluna volta li nostri Dragomanni per visitarlo e presentarlo, ancora non volle mai dar loro udienza, facendogliene anche una volta spiccatamente dire. Mi parve molto strano questo termine, per la qual cosa mandando egli poi da me pochi giorni appresso alcuni suoi uomini, per dimandarmi chiedessi alla Serenità Vostra de' fanali per il nuovo caicchio del re, non volli ammetterli alla mia presenza, benchè mi tornassero la seconda volta. Parve loro molto nuovo. Ma giudicai far bene, perchè il piegarmi all'indiscrezione sua non voleva dir altro che provocarmelo a nuove ingiurie, e sprezzi, stante la rozza e barbara natura di lui. Tiene la mira ad essere fatto Capitan del Mare, e ciò non potrebbe certo seguire senza pregiudicio delle cose nostre.
Da così fatto re, da consiglieri e capitani tali è retto, goduto, conservato, e spesso aggradito ancora, toltone quello del Serenissimo Re Cattolico, il maggior regno, il più unito, il più ricco che abbia oggi il mondo, siccome potrà la Serenità vostra, e le Signorie Vostre Eccellentissime comprendere, da confini e da membri di lui, che brevemente porrò loro innanzi. In tutte tre le parti della terra spiega il Gran Signore de' Turchi l'Imperio suo, che quanto alla Maestà di Lui si apporta invero gran decoro e sicurtà, tanto a Prencipi Cristiani con molta ragione induce gran rossore e timore ancora, essendo sempre costretti a dubitare di quelle forze che nascono in gran parte da legittimi patrimonii loro, non so s'io mi dica occupati e tenuti dall'arme de' turchi, o piuttosto abbandonati, e perduti per le discordie loro, le quali han permesso che si fondi e cresca infine una Repubblica di pecorari e di villani che con vergogna non inferiore al danno, in certo modo superbamente dà le leggi al mondo. Confina dunque questa ampla Monarchia in Oriente con li re di Persia per gran tratto, e tirando di basso per una linea lunga ed obliqua verso il seno Persico che giugne a Ormus e al Mar Rosso con il re cattolico, ancora stante le ragioni di Portogallo in quella parte. Verso mezzo giorno nell'Africa, al quanto oltre il seno arabico con il prete Giani, e nella moderna Africa verso Occidente per uno spazio assai lungo, ma non molto largo alla costa del Mediterraneo con il Sceriffo, ove tiene le città tanto infeste a' poveri Cristiani, Tripoli, Tunisi ed Algeri, nidi antichi ed infami de' corsari. Potendosi dire confini anco da lato con Sua Maestà Cattolica per l'ultima d'alquante piazze che tiene ella pure in sulla medesima spiaggia, e maggiormente per un augusto seno dello stesso mare che si frammette fra la Spagna e l'Africa. Verso tramontana confina con casa d'Austria, con il re di Polonia, con i Tartari, non parlo del Transilvano, del Moldavo, e del Valacco perchè sono feudatari della Casa Ottomana, e levatone il Transilvano, può a sua voglia, e suole il Gran Signore come ha fatto ultimamente mutare quegli altri due principi. Con la Serenità Vostra confina egli ancora da questa parte per lunghissimo tratto di mare e di terra. Vogliono questi pratici che in sulla sponda del mar Mediterraneo, costeggiandosi una parte delle regioni di così grande imperio si gira 8000 miglia, e potrebbesi chiamar quasi semicirco lo spazio suddetto, d'una circonferenza di forse 18 oltre mille miglia, che allargandosi gira per terra poi, mentre tortuosamente in varii modi si ripiega con le parti mediterranee e litorali ancora, verso il seno Persico ed il Mar Rosso il corpo di così vasta mole. Alla quale s'aggiungono, levatene alcune poche del re cattolico e di Vostra Serenità, tutte l'isole dello stesso Mediterraneo, e il regno infelice di Cipro. Fan fede dell'estensione di così gran regno i due Mari, che in se rinchiude, l'Eusino e il Caspio. Circonda quello più di mille miglia; due mille settecento gira quest' altro; potendosi a questi due aggiugnere per terzo il seno arabico ancora lungo 1800 miglia, largo 200, tenendo da ambe le sponde di esso gran numero di terre, che dalla parte d'Africa non spandono però molto addentro le regioni loro, verso gli Stati del Prete Giani; il quale, lasciossele occupare già da turchi con poca difesa. Il contenuto fra le parti descritte abbraccia la possessione già di tanti regni, varii di lingue, di leggi, di costumi, quanti ben si possono contare le istorie antiche, e valse a soddisfare l'ambizione dei re loro. Ora, tanti regni sono da un Regno solo contenuti, e non bastano a saziare l'ambizione di un solo re, anzi con la superbia gli crescono l'ingordigia continuamente.
In 48 provincie resta diviso l'Imperio sopranominato dei Turchi, chiamano Beglierbeigati, esclusane la Transilvania, la Valacchia, e la Moldavia di cui, come dissi di sopra si può anco dire Signore il Gran Signore assoluto. In Africa si contano 3 Beglierbeigati, Tripoli, Tunisi ed Algeri. In Europa 7, Grecia, Bossina, Buda, Temesvar, Agram, Canissa, Silistria. In Asia 30, Gemen, Cairo, Carbesia, Babilonia, Damasco, Tripoli, Balsera, Larissa, Diarbechir, Arzerum, Demarcapi, Rizea, Serezuol, Caramit, Zildir, Tianau, Renau, Aleppo, Caramania, Cipro, Semanat, Cars, Gieuge, Adilzuas, Tauris, Trabisonda, Caffa, Ersingam, Esterabat, Natolia. Di queste 40 Provincie cinque furono gli anni passati tolte dal re de' Persiani a quello dei Turchi, con altro paese ancora, e se n'è guerregiato sin' ora tra quelle Corone, come dirò ove mi verrà bene discorrere del Persiano.
Le città di nome al presente in questo Imperio sono Costantinopoli, Adrinopoli, Bursia; tutte tre per lo passato sedie reali, Cairo, Damasco, Aleppo, Babilonia ed alcun' altra; non considerando il loro circuito, e qualche frammento per l'antiche grandezze de' re famosi che le edificarono; è in ciascuna qualche moderna fabbrica di Moschee, di Serragli, di Caravanserai, di Bagni, che dappresso appagano l'occhio, non si vede in esse altro che una confusa massa di casamenti di legname mal intesi, senza vaghezza alcuna di palazzi, di strade, di piazze, e d'altro di che s'adornan le città tra principi cristiani. E resterebbe perciò allo stesso paragon dell'altre Costantinopoli ancora, se uno de' più bei siti che il mondo si abbia non la facesse sopra ogni altra ragguardevole ed eccellente. È ella fabbricata nell'estremo d'Europa a fronte il principio dell'Asia, in sul dosso, come anche Roma, di sette placidi colli, con un canale che le forma il più bello e il pìù sicuro porto che oggidì sia conosciuto, in fra due mari il Nero ed il Bianco, de' quali se il vento toglie all'uno il poter continuamente somministrar i viveri e ricchezze, supplisce l'altro, non essendo perciò forse lontana comparazione l'assomigliarlo ad una bimbina che non potendo sugger il latte da una poppa della madre o della balia il cava dall'altra, e si sostenta.
Circondata poi resta per ogni parte di un paese così ubertoso, e da un cielo così clemente, che il cielo, il mare, la terra paiono emular insieme in recarle, con diletto proporzionato all'utile, ogni bene. Le quali bellezze, e favori della natura non si posson meglio conoscere che in considerargli essere stati di tanta forza, che quasi calamita universale del mondo abbian potuto tirare a sè con l'animo di Costantino le ricchezze d'Italla e l'impero di Roma. Vogliono che ella abbia oltre 700,000 persone; ma io per avventura non mi ho a credere sian elle tante, perchè sebben di forma triangolare, dicono giri 48 miglia, levate alcune strade principali d'essa, camminandola io, non mi è paruto vedere, ne restan però popolatissime le contrade sul mare, e sono molte per il commercio grande che vi è di continuo. A finir di parlare di questa bellissima città, mi par qui di raccordar quello che ne lasciò scritto un famoso antico paragonandola a Roma: Roma disse è l'epitome del mondo. Costantinopoli è mondo del mondo. Ma ora con manco autorità, e con più ragione stimo io che Ella si possa chiamare un vaso d'oro pieno di veleno, ed un Paradiso abitato da spiriti dell'Inferno, poichè non è vizio nell'universo che in lei non si trovi, e l'avarizia ci predomina in modo che quello di essa ben si potrebbe dire che camminando alla corruzione disse già Porsenna di Roma pure: Urbs venalis si haberet emptorem. Abbonda questo paese di tutte le cose bisognose al sostento della natura non solo, ma alle delizie ancora, e la copia ci è tale che ne provvede anche molte altre parti del mondo. Insomma è paese vicino a quello ove Dio nacque, non entro ne' particolari perchè ben cognito è a questo Eccellentissimo Senato quali siano, stante che questa Serenissima Repubblica con il contrattare in quelle parti ha notabilmente aceresciuto le pubbliche e le private sostanze, benchè al presente l'aumento dell'altre nazioni in esso, e la poca sicurtà pei corsari in sul mare diminuisca molto così principal vantaggio. E sebbene questo Stato si possa in certo modo chiamare privilegiato dagli altri, secondochè la guerra, la peste, e l'escrescenza de' fiumi che agli altri tanto nocquero, a lui sian di giovamento, poichè le due prime vi regolano la moltitudine delle genti e delle insolenze loro, e per la terza il Nilo allagando l'Egitto il rende fertile che per sè non sarebbe; tuttavolta il corso di questi accidenti, s'intende non assolutamente ma moderatamente, poichè il numero grandisssimo che fino questi ultimi anni è stato in esso de' ribelli, causato dalle estorsioni de' ministri, e dalla congiuntura di due guerre lunghissime in uno stesso tempo d'Ungheria e di Persia l'ha così mal condotto, che quello dell'Asia affatto si può dire distrutto e quello dell'Europa ancor esso impoverito assai, per la doppia somma che colla gravezza ha convenuto reggere soddisfacendo in gran parte ai mancamenti dell'Asia. Sogliono provar i paesi grandi incomodi dagli eserciti amici, uniti ad essi in lor difesa; quando poi presso a quei danni provan quegli altri degli eserciti inimici, che gli saccomettono in mille parti, si può ben credere che la combustione vi sia smisurata. Tale è stata lungamente l'oppressione di quegli dell'Asia, la quale rimane oggi perciò in moltissime parti così depopolata, inculta, ed esausta di qualunque alimento per l'uso umano, non essendovi nè uomini, nè animali di coltura, nè biade, che mette orrore grandissimo a chi vi transita, orrore dico oltre la solitudine per trovarsi una gran quantità di bestie nocive, specialmente di lupi in assai quantità i quali non potendosi sfamare più con le greggi, e con le mandre che quivi erano grandissime, e ora mancano, avvezzi a pascersi di cadaveri umani solamente che in molta copia si trovarono già da per tutto que' luoghi, stante le grandi uccisioni in essi seguite, restan così anco oggi adescati al sangue umano, che si scaglian spesso addosso i viandanti, che se non sono ben montati, ed abbian delle armi da difendersi la passan male.
Per le provvisioni che si son fatte di mandare in quelle parti qualche numero d'abitanti rifuggitisi già in Costantinopoli, comincia pur di presente a comparire in fra le rovine, e le ceneri di quegli arsi e desolati casali qualche picciolissimo numero di persone, secondo l'informazione che ne ho, e paion tante ombre che escon dalle tenebre al lume, così macilenti, pel grave loro disagio. Se per istrada alcuno lor dona un aspro, ne fan quell'allegrezza come lor fosse donata gran cosa. Fin qui si son pasciuti d'erbe sempre, e accadendo che o cavallo o camello per istrada morisse, corrono a cibarsi di quelle carni, e a ber di quel sangue a due mani, come se fossero ad una mensa di lautissimi cibi, gran festa facendo se incontrano spesso di così fatte venture. Il paese poi d'Europa, stante che quello dell'Asia non ha potuto di gran lunga rispondere a' redditi soliti per gli accidenti narrati, oltre il danno della guerra d'Ungheria che l'ha faticato, molto è stato anche maggiormente premuto dalle gravezze, e la Grecia il sa in particolare che con l'ultima uscita del Bassà Defterdar se n'è per estremo risentita; perchè moltisime famiglie non potendo regger il peso han lasciato le ville ed i lor nidi antichi, e se ne sono passate a vivere in Polonia, in Valacchia, in Moldavia ed altrove, dacchè son venuti poi meno considerabilmente i carazi ed i testatichi, nervo principale dell'entrate regie: onde per quella relazione che ha il paese con gli abilanti, e per quelli che hanno i sudditi con il principe, stante gli accidenti sopranarrati, siccome abbondan gli uni di ogni disagio, così l'altro ne' soliti suoi diritti resta di sotto grandemente, dal tempo del padre e dell'avo suo. E non è maraviglia, perchè dalla coltivazione de' paesi ricevon l'arti ed i commerci, l'essere, e cessando quella cessan questi, e al principe diminuiscon l'ordinarie entrate. Le quali dalla parte verso il Danubio restano ancora in molto discanto, sendochè le scale e dazii in su quel gran fiume, che molto importanti vi si riscuotono, al dire de' turchi, per le merci che di Moscovia, di Polonia, e da tutte le altre parti inferiori venivano per tutto il paese ed in Costantinopoli, stante le guerre passate non sono ancora ben potuti ristradarsi.
Comun opinione è stata sempre che l'entrate ordinarie del Gran Signore arrivino ad otto milioni di scudi, ma io da qualche conto che da libri pubblici ne ho potuto avere, non trovo che giungano bene a' sette, quando lo Stato non patisca anco de' contrarii sopradetti. Per le quali cose parmi con ragione per avventura poter riferire a Vostra Serenità e alle Signorie Vostre Eccellentissime dire punti importanti molto: l'uno che elle restino oggidì molto inferiori; l'altro, che non bastino tutte quelle entrate ordinarie all'ordinarie spese di Sua Maestài: poichè, trattenendo ella 420,000 persone, e convenendo tutte pagarle e vestirne anche una parte, a gran segno s'alza la somma, oltre la rubberia che allo spendere sempre si accompagna molto nelle case de' principi.
Tra Giannizzeri e Spahi pagati saranno 60,000 de' quali parlerò poco appresso. I soldati mantenuti su tutte le frontiere degli Stati d'Ungheria, Persia, Cairo, Damasco, Aleppo, Africa, i Mutafar Agà, cioè lancie spezzate del Re, Chiaussi Capigì, Officiali di Divano, Armaruoli, Bombardieri, Miteri, cioè quelli che stendono i padiglioni, quelli che fanno i carri per l'artiglierie, Maestranze dell'Arsenale, Rais, Fanti, Arappi, che servono sotto il Capitan del Mare con numero grandissimo di Asmoglani, e Casnadieri, e Dispensieri, i Speziali, i Sartori, i Marangoni, i Dipintori, gli Orefici, i Frecceri, i Staffieri, i Medici, quelli che gridano l'Orazione, quelli che sellano i cavalli, le donne, ed altre genti copiosissime del serraglio regio. La spesa delle cucine immensa, e delle stalle, ed altre tutte me lo fan credere, e me lo comproba anche il vedere le milizie, e gli officiali della casa regale da buon pezzo in quà, e l'une e l'altre non restar mai da loro stipendii intieramente soddisfatti, per la trattenuta di denaro, onde le mormorazioni contro il re ben spesso insorgono, e crescono molto, siccome anco il pericolo de' defterdari, che si sono trovati più volte a stretti termini con le milizie discontente, che non potendo con altro voglion pagarsi con le vite loro.
A queste entrate ordinarie s'aggiungono l'estraordinarie il quanto n'è incerto, per dipender dal beneplacito del Re, che assolutamente signore delle vite, e delle fortune de' sudditi, senza pensare ad altra legge, che a quella del suo volere; mette sotto la spada le teste loro quando vuole, e le ricchezze loro aggiugne alle proprie quando li piace; e di questa maniera le acque di molti canali potendo facilmente correre in un sol pelago, il possono far grandissimo, lasciando asciutto il paese, come per ordinario segue stante la rapacità dei ministri che spessissimo termina in quella del loro Signore. Si può creder dunque sian elle rilevanti per le confiscazioni suddette, per le vendite possiam dire di tutti gli officii, gradi ed onori di quell'Impero, e per donativi frequenti che fanno i grandi a Sua Maestà oltre quegli altri in baciarnegli le mani, conviene il presentino sempre oltre l'accordato, per il conseguir, dell'officio: onde succede talvolta, che non si trovando alcuno di questi cosa atta da presentare a Sua Maestà da suoi Casnadari comperano in contanti de' vasi d'argento, e d'oro del moderno Re, e delle vesti ancora, che glie ne presentano; per la qual cosa talor succede ch'avra avuto in dono il re più di dieci fiate da diversi medesimi vasi, e le medesime vesti. I quali utili presso i 600,000 zecchini dell'entrata del Cairo entrati tutti nella Casnà di dentro. Ma, a rincontro oltre il soccorrersi da questo quello di fuori, spessissimo, stante che sempre a mio tempo non solo, ma per quanto sono informato tutto il tempo, che han durato tutte queste due lunghe guerre di Persia e d'Ungheria ha convenuto il presente ed il passato re dar il modo agli eserciti ora con 600, ora 700,000 scudi ed in frattanto sovvenirli anco di qualche somma. I tre milioni d'oro che Sultan Mehemet volle pagare a sconto dei debiti di Sultan Murat, suo padre, subito entrato alla Corona per isgravargliene come egli disse l'anima, oltre i donativi che in quelle occorrenze fan tutti i re molto grandi alle milizie, quegli altri che fan pure in grosso il gran Signore in Serraglio a tante donne, tenute come reine, le quali da soli doni e favori misuran la grazia di Sua Maestà, nelle cui mani tutta si trova ed a tante altre specie di genti che là entro le assistono, la comprita delle gioie, la fabbrica costosissima della nuova Moschea, della qual tanto si diletta la Maestà Sua presso molte altre spese, non penetrabili, aggiuntavi la solita ruberia si può così credere con molta ragione non abbia il Gran Signore de' Turchi unita gran somma di tesoro, che alcun ha pensato talvolta, come anche fallo sarebbe affirmare non ne avesse considerabile quantità. Ed a questo proposito qui mi torna ben dire quello che io ho inteso da buona parte, che in certa occasione importante risolutosi gli anni addietro il re dar fuori dinaro si contrappose a questa risoluzione l'eunuco vecchissimo, ed a Sua Maestà affermò il Casnadar di dentro ora Capilegà che non sentia quello sborso, per la qual renitenza Gemisi Arzan primo Visire d'allora s'affaticò assai in persuadere il Gran Signore a fargli tagliar il capo; del qual pericolo uscito, già dato fuori l'oro, tutto affannato ancora disse il buon vecchio a certi suoi confidenti amici: Orsù finirem, finirem per anco presso questi altri pochi, e vedremo di poi come l'anderà. Conclusa la pace in Ungheria disse anche in su questo proposito Jossuf Bassà Eunuco allevato in Serraglio: riposeremo ora un poco meglio e si potrà risarcire alquanto il Casnà di dentro che ne ha gran bisogno, il che anche si può assai ben per avventura comprendere, sendochè non ha ultimamente come faceva in prima provveduto il Gran Signore a Murat nella Diarbechir per i bisogni importantissimi della guerra di Persia del denaro di dentro, ma gli ha assignato il Casnà del Cairo quello che mai più non è succeduto sotto gli altri re in casi tali, parendo forse potesse meno pregiudicare alla grandezza regia ed all'opinione de' suoi tesori che rendevane molti ammassati di dentro, si continuasse sovvenire a' bisogni, della guerra, che applicarvi quella sola entrata ferma che è solita ogni anno entrare con tanta pompa nel Casnà segreto. Non ostante le considerazioni di sopra voglio aggiungere alla Serenità Vostra e a questo prudentissimo Senato che venendo capriccio di muovere guerra al Gran Signore non lascierebbe egli di risolversi, stante due particolari che non servono ad altro Principe che a lui. Il primo ch' egli mette insieme li suoi eserciti per le milizie trattenute, ch' egli ha con manco denaro ed interesse di qual altro re si voglia. Il secondo perchè risolvendo di valersi delle fortune e delle sostanze de' suoi sudditi, il farebbe facilmente, non lasciandosi muovere da quei rispetti che sopra ogni cosa vengono considerati dagli altri principi di non mal soddisfare il lor popolo, donde quelli del Gran Signore restando alla Maestà Sua tutti schiavi non userebbe Ella con loro così fatti riguardi.
Dovendo ridurmi a parlar delle forze dell'imperatore dei Turchi, giudico non disconveniente considerar in prima a Vostra Serenità ed a questo Eccellentissimo Senato se non si può il numero e la condizione, la volontà almeno dei popoli che ubbidiscono al Gran Signore, essendo che per ordinario la buona inclinazione de' popoli, è la prima delle forze che qualunque principe voglia tener ne' suoi Stati; vantagio ch' io non so conoscere possa il Signor turco avere da' suoi; e però come fu sempre antico stile de' tiranni appoggia egli solamente la grandezza e la difensione sui soldati e agli schiavi, ben conoscendo non poter ciò fare all'amore de' sudditi, i quali di varie serie e leggi non convengono per avventura in alcuna altra cosa, che nella mala soddisfazione del principe loro e de' suoi ministri, onde non volendo io entrare in sulle differenze de' malcontenti e de' disperati pe' quali gli uni aspettano, e gli altri incontrano volentieri l'occasione di tumultuare, dirò solo che in tutti se non palesemente nel cuore, abbonda almeno gran desiderio di restar sollevati da' tiranni modi con cui sono retti, e gran parte di essi nell'Asia ne ha dato segno con le ribellioni passate, le quali, sebbene castigate dalla virtù e sagacità dì Murat primo Visire, non credo resti il seme di esse per avventura estinto in ciascuno; ed in Tripoli di Soria vive e comanda quell'Emir ricchissimo, il quale ancorchè fortemente sospetto ha saputo però co' doni e con una dissimulazione grandissima, ottenere il governo di quella città e di quel paese, mentre Murat generale si conduceva verso Efraim con l'esercito in Persia. Di costui mi verrà bene parlare altrove. E qui solo dirò dunque a tre sorti di genti comandare il Gran Signore, a' Turchi, a' Mori, a' Cristiani: sono i Turchi assai meno di tutte due l'altre ispecie de' sudditi suoi; i Stati dell'Asia e dell'Africa restan per la maggior parte popolati da' Mori; quegli di Europa da' Cristiani, di rito greco. C'è anco una moltitudine di Ebrei che resta seminata da per tutto, e meno ove nacque che altrove.
Sono i Turchi di due sorte; l'una che di parenti simili a sè nasce nel paese, l'altra che di Cristiani si aggiunge al Maomettismo. I Turchi naturali non vogliono essere gente molto mala, sentendo essi anzi del semplice che no; questi conseguiscono i Capilagì, aniministrano la giustizia, sostengono la legge e per i gradi di essa possono giugnere ad essere Cadì Leschieri e Muftì ancora. Molto contenti non vivono, perchè volendo partecipare delle cariche suddette convien loro comperarle o starne senza, e l'un partito e l'altro incresce lor molto e gli dispera. I Turchi forestieri che a' paesani s'aggiungono sono i rinnegati e questi si posson chiamare di due sorta, forzati e volontari. Forzati sono quei meschini giovani che ogni tanto tempo sono mandati da per tutto il paese fra i Cristiani a riscuotersi per ragion di decima, togliendosi fra i 12 e i 14 anni, la più robusta e destra gioventù che si abbian le provincie da' Cristiani abitate. Questi ben allevati e nutriti ferocemente formano le milizie pagate dal Gran Signore, le quali scordatisi de' lor nascimenti conoscono solo per padre e padrone. Politico avvedimento, se termine tale si può attribuire ai Turchi, fu quello di raccogliere questa gioventù dal paese non unito con loro di legge, e tiranneggiato continuamente da loro: poichè snervandolo del maggior vigore ch' ei s'abbia, il vengono a lasciar più debole e per conseguenza non abile a novità, aggiungendo in un stesso tempo a sè medesimi gran vantaggio per trovarsi armati di gente così scelta e buona. Lascierò di contare come siano questi partiti nutriti, allevati ed esercitati, perchè sono particolari mille volte già recitati a Vostra Serenità e che si leggono in molti libri. Dirò solo che la buona volontà e l'ubbidienza delle milizie nasce fra' Turchi dai pronti stipendii loro; questi da gran tempo in quà sono sempre più tardi e diminuiti, onde si può concluder facilmente non restar anco questa sorte di gente contenta e spesso con li ammutinamenti e con le sovversioni ne ha dato segno, siccome quando i tumultuanti per istanchezza della guerra e per iscarsezza delle lor paghe, insultarono per infine co' sassi Murat general loro. I rinnegati volontari, de' quali fra Turchi gran numero si trova, forman quella specie di gente che non pure fra' Turchi, ma non credo peggiore si trovi, lasciamo il mondo, nell'inferno ancora. Questi tinti d'alcuna cognizione delle cose, e per esser nati fra Cristiani, fra cui l'ingegno e la mente suoi affinarsi in molti esercizii, e per aver vagato in paesi molti, molto si fan riputare con assottigliare la cognizione ai Turchi di quei particolari non così apprendibili da' loro ingegni, onde conseguiscono con gran facilità grandi onori e cariche. La qual facilità di fortuna gli rende più odiati presso i Turchi, perchè, dicon loro, vengono i forestieri a rapire le grandezze e le ricchezze insieme, estimandoli inoltre persone di niuna fede. Vivon costoro sepolti nel senso e ne' vizii per la maggior parte, e sfamando per ogni verso la viltà de' loro desiderii, calpestata da loro si ridon della legge dei Turchi, e non avendo fondamento di fede alcuna, in una alterazione delle cose di quell'imperio e del mondo, terrebbono, cred' io, da chi vincesse.
Ne' popoli asiatici maomettani entra una gran differenza con gli altri che ubbidiscono all'imperatore ottomano, poichè quelli per la maggior parte seguaci della fede de' Persiani, odiano senza fine questa de' Turchi, benchè ambedue le sette adorino Maometto, i falsi riti del quale, essendo stati da due oppositori variamente interpretati, seguono l'uno i Persiani, i Turchi l'altro; e così ereticamente credono quegli viver questi, e questi quegli. Dicono però i Turchi esser essi i diletti del Profeta, perchè comandando in Medina ed alla Mecca, ove in una nacque e nell'altra morì ed è sepolto, a loro e non a' Persiani tocca godere questo doppio falso onore e servir all'arca e all'infami ceneri di lui. Questa varietà d'opinione, non solo non riesce d'alcun vantaggio, ma forma gran pregiudizio alla signoria del Turco in molte parti dell'Asia, specialmente nella Natolia e nella Caramania.
I popoli dell'Egitto e della Soria, stimolati da una pungente memoria delle passate grandezze loro sotto i particolari Signori, e dalle presenti miserie sotto la tirannide ottomana, vivono per estremo mal disposti, nè possono addolcire l'acerbità dei lor pensieri, onde spesso si veggono principi dei quali vivono i Turchi in sospetto, gran milizia tenendo perciò nel Cairo, ove anco sempre manda a governare, il Gran Signore, de' più prudenti e bravi soggetti che s'abbia. Tale fu il passato Bassà, che molte volte a mio tempo seppe frenare e castigare la sollevazione di quei popoli e di quelle milizie, onde meritò sel destinasse in genero il re, come a suo luogo dissi.
Gli altri popoli poi Arabi e Mori del Gemen, della Balsera e d'altre contrade in quelle parti, soggiogati non ha gran tempo dai Turchi, odiano l'impero e il nome loro senza fine, perchè, renduti in servitù da loro, provan l'estremo d'ogni affannoso governo, e vivon perciò sitibondi di vendetta, e ne sospiran l'occasione perpetuamente, onde più sono sempre osservati e premuti dai Turchi.
Dell'animo de' popoli dell'Africa e della Barberia a me par di comprendere non abbia alcuna parte il Gran Signore, poichè sebbene si spacciano sudditi di lui nell'obbedirlo, si mostrano poi diversi, nè da quelle milizie può Sua Maestà promettersi nulla, vedutisine gli effetti quando dal capitan del mare fu mandato a Tunisi Soliman di Catanea, che volendosi avvicinare, dopo essersi fatto conoscere, alla fortezza, il rimandarono indietro con il cannone, onde a gran furia potè ritirarsi alle Zerbe, avendomi egli medesimo raccontato questo. Vivono quelle genti più col mare che colla terra, corseggiando senza misura a danno dei poveri Cristiani, ed informati ne restiam noi pur troppo infelicemente. Le ruberie che ingrassano quei scellerati fan perdere ogni memoria di giustizia a quegli che sono quivi di Costantinopoli mandati per Beglierbei, stante le parti che dei furti ingrosso vengon lor fatte. Fuggon d'unirsi con l'armata, ed il chiamarveli è spesso un danno, e per il dubbio che hanno di esser castigati, e perchè non mette lor conto perdere il più bel tempo della state con l'armata, e non andar rubando. Molte volte han pensato quei signori del governo di farli obbedire, ma non si sono poi risoluti. Io ho spesso consigliato per via di discorso, al passato capitan del mare, che ne mostrava meco rincrescimento, condursi con l'armata in quelle parti, e castigarli severamente, toccandogli anche dell'onore e degli utili che ne riporterebbe grandissimi. Dalle risposte m'accorsi gustargli il concetto, ma essersi divertito dal contarvi, oltre che per la ferocità di quelle genti, per il dubbio delle armate di Spagna, non potendo quelle che escono di presente da Costantinopoli essere molto numerose, e per l'aderenza che hanno quei popoli ai re Mori loro vicini, specialmente a quel di Fez, che mostra alla scoperta aver intelligenza con il Cattolico. Hanno Vostra Serenità e le Signorie Vostre inteso la disposizione varia degli animi dei sudditi maomettani soggiacenti al Gran Signore, la quale se pur sicura si mostra alla Maestà Sua, che perciò con tiranna maniera la doma, con ragion ben si può credere per la diversità della religione, esser peggiore quella dei sudditi Cristiani che a lui ubbidiscono. L'essere stati i Greci, in Costantinopoli e nell'intorno per grandissimo spazio, privati, se non del nido loro, delle comodità e degli onori almeno, gli rende afflittissimi e discontenti per estremo. La qual discontentezza ed afflizione si raffina e si inacerbisce più sempre nei petti loro, per le oppressioni e per gli estorquimenti de' Turchi. Tolti alcuni de' più grandi, cui resta ancora qualche picciola facoltà sostenuta con il mercantare, vivon gli altri con il maneggiarsi nelle arti più basse, le quali sotto il bastone esercitano con molto travaglio e con poco guadagno. Il zelo della religion loro e l'odio che portano alla cattolica romana gli cattivan per modo, che non sanno fra tante loro angustie desiderare mutazione di governo, se per avventura non scontrasse loro qualche occasione, che non veggo qual possi essere, che principe, del rito loro tentasse di travagliare Turchi, nel qual caso tengo per fermo che si alzerebbero tutti; e qualche favilla di questo lor oppresso desiderio si potè vedere, quando Micali Vaivoda della Valacchia si mosse con gran principi a danno de' Turchi; tolta questa ombra piuttosto di vuota che di indurata speranza, anzichè vivere sotto a qualsisia principe cattolico, amano di vivere sotto l'impero Ottomano, che nella credenza e nei riti loro punto non s'intromette, ciò che, tengono per costante, in progresso di tempo almeno, non soffrirebbe un principe cattolico, che alla sua medesima religione gli vorrebbe unire. E così tenendo in somma venerazione il patriarca loro di Costantinopoli cui danno il titolo di Nostro Padre, e cui redimono dalle avarie de' Defterdari spessissimo con buone somme di zecchini, vivono infelicissimi, siccome anco quegli altri sudditi di tutta la Grecia, che gemendo continuamente sotto le oppressioni turchesche, nè roba, nè figliuoli hanno che lor siano; ed in vero va del pari in questi all'estrema sciagura e miseria loro, la volontà di sgravarsene una volta, siccome in più occasioni hanno mostrato specialmente gli Albanesi; ma non trovando i meschini a chi con fermezza si possano appoggiare, acerbamente castigati qualunque volta han dato segno di questa loro inclinazione, vivono tanto più scontenti ed affannati, quanto meno per anco veggono occasione di lor sollievo; ma vani riuscirebbero tutti i loro sforzi, come accade, ultimamente ancora, che da qualche principe cristiano eccitati alle sollevazioni, e non sostenuti da poi, rimasero gran numero di essi sotto la spada dei Turchi, che vi scorticarono anche certi, lor principal ministro mezzano tra loro e i lor sollevatori, i quali o non vollero o non poterono giungere a soccorrergli con le armate loro opportunamente. Intorno le quali armate, avendo inteso, nel mio ritorno da Corfù, la Spagnuola avesse a incamminarsi verso il braccio di Maina per impadronirsi d'alcun punto in quelle parti, credo tanto men facilmente conseguirà il suo intento, quantochè restando tutte le milizie quest' anno alle case loro senza andarsene alla guerra, potranno assolutamente impedirle il far acquisto alcuno, o se per avventura il facesse, potendo soprabbondare in gran numero, ove il bisogno accadesse ed anco ribattere il nemico e preservare il paese.
De' sudditi Cristiani vengon per ultimo in considerazione quelli che in Pera e in Costantinopoli seguono il rito latino. Restan questi pochi poveri avviliti, e se non fossero dalle case degli ambasciatori di Francia, d'Inghilterra, e de' Baili di Vostra Serenità sostenuti, la passerebbero male. Restan sempre governatori di quelle povere chiese, e come le governino il sanno essi. Questi non avendo ormai più che perdere, e da' Turchi restando come gli altri tribolati ed angustiati sempre, oltre l'obbligo della religione per il costumare co' mercanti cristiani continuamente, ben si può credere che essi ajuterebbero in que' paesi la sovversione.
Ubbidisce all'imperatore de' Turchi, per far punto ormai a parlar de' sudditi, una grandissima quantità di Ebrei, che smorbata dall'altre parti del mondo, s'ammassa nella Signoria de' principi Ottomani, ch' essi chiaman terra di promissione. Per l'avarizia e la tristezza loro, per l'avarizia e l'ignoranza de' Turchi, con lor utile immenso tengono la mano in tutti i dazii, le zecche ed altri negozii in quelle parti, nei quali per mostrare amore e sufficienza ordinano e menano anche ad esecuzione dannosissime invenzioni, siccome fu quella di alzai, il zecchino da 120 aspri a 200, che fa già di bisogno tornare al primo punto o che le milizie gli avrebbon scorticati; e camminando le cose come fanno delle monete scarse che fabbricano e degli aspri falsi de' quali è pieno Costantinopoli e tutto lo Stato, potrebbe essere, svegliandosi i Turchi un giorno, ne facessero massacro, siccome ebbe pensiero Dercus primo Bassì, che già cominciando da' più ricchi, ne aveva fatti morire alquanti, ma in sul buono dell'opera, toccò ancora a lui essere scannato. Non solo nelle mercanzie, commerci, gabelle, munizioni da vivere, carnami, polli, frutti ed altre cose tali s'ingeriscono e ne fanno inchiesta; ma voglion costoro mescolarsi nelle cose di Stato, e con la presunzione che non ha fine in loro, vi si intromettono per modo che benchè vi siano discacciati per una via, s'introducon per altra. Con che mille tristezze procurano per gli utili smoderati che lor ne vengono, ancorchè cominci chiarirsene il mondo, siccome con gran prudenza han fatto alquanti de' miei illustrissimi predecessori, l'orme dei quali ho seguito ancor io, non prevalendomi mai di questa scelleratissima gente, che quel più gabba che più di lei si fida. E ben se ne son vedute mille esperienze nelle cose nostre passate, che i negozii in man loro non giungevano mai a fine, e se pur mostravano dopo gran tempo esservi arrivati, per opra degli stessi mezzani tornavano in piedi, perchè, con essi, in piedi tornavano anche le mangerie loro e quelle de' Turchi. Il vantaggio de' quali rispetto al proprio era sempre loro più caro che il nostro, e così in eterno affanno e spesa involti si trovano spesso i Baili di Vostra Serenità a quella Porta. Il qual rispetto forse oltre quello de' Cristiani gli ha innaspriti verso di me, avendo io sprezzato le loro interessatissime esibizioni in tanti gravi negozii che mi sono accaduti, e con l'aiuto di Dio ben terminati. Ora tornando al particolar di costoro, sono essi molto ricchi e gran parte delle ricchezze loro fanno col commercio di Venezia, senza il quale dican pur ciò che vogliono, e per le robbe di là e per le robbe di qua non posson stare. Però è molto ben di dovere che questo Eccellentissimo Senato non comporti più a lungo di essere rubato così in grosso da loro, siccome fanno, oltre i contrabbandi frequenti ed importanti, con il negar di pagare i cottimi per via di terra, per quella facendo capitare a Costantinopoli e per tutto il paese dei Turchi le merci più importanti che di qua cavano: onde il sopportare questo assassinamento più a lungo, mai avrebbe proporzione con la vigilanza e con la prudenza di questo sapientissimo Senato; e bastimi di costoro aver qui detto poco, riserbandomi ove parlerò dei cottimi suddetti aggiunger di loro più espressamente ciò che mi accadrà.
Quali restino per le condizioni e trattamento de' popoli le forze del re de' Turchi, ho io di sopra considerato a Vostra Serenità e alle Signorie Vostre Eccellentissime. Alle quali aggiungerò ora quelle de' soldati pagati che formano le guardie della Maestà Sua, e talvolta, come sarebbe a dire, quando Ella riceve gli Ambasciatori nel gran cortile del Divano s'uniscono in tanto numero, che qualche principe nell'esercito suo tante schierate non ne vide mai; sono elle perciò d'un gran decoro in Costantinopoli e d'una gran difesa, ma vi sono anche spesso di gran molestia quando tumultuano o fra se stesse o contro alcun ministro. Paga dunque il Gran Signore 60,000 soldati ogni 3 mesi, benchè ora non così interamente come altre volte era solito, cioè 35 mille a piedi e 25 mille a cavallo. Giannizzeri i primi, Spahi i secondi; servono i primi di vanguardia a Sua Maestà quando esce alla guerra; le si attergano i secondi a cavallo per retroguardo; restandole poi da lato i Mutafer Agà, quattromila di numero, cioè lancie spezzate, ed altri principali dell'esercito. Il primo anno che in giunsi a Costantinopoli si trovavano i Giannizzeri alzati di numero fino a 40,000, dove al tempo di Sultan Soliman non passarono mai i 12,000, tutti della Grecia. Ora siccome nel numero sono anche alterati nella qualità, perchè sebbene gli hanno abbassati da 40,000 a 35,000 e per risparmio del denaro, e per non accrescer d'avvantaggio con il numero insolenza all'insolenza di quella milizia, restan però soverchi di molto; onde Sua Maestà, siccome ha cominciato, non lascia che l'Agà loro in luogo de' morti scriva più de' nuovi, e così pensa migliorar quella milizia, la quale anco quanto alla condizione rimane molto imbastardita al presente: poichè non solo delle genti d'Asia proibite, più atte a menar i piedi che le mani, ammettono in essa, ma de' Turchi di Costantinopoli maritati ancora. Il che nasce dal predominio d'una immensa avarizia, che corrompe oggidi tutte le antiche massime de' Turchi, e di qua nasce poi che lascian i Giannizzeri in gran parte di portar la cuffia e attendono nelle loro botteghe a' lor traffichi, sostenuti da chi gli ha fatti descrivere, che per lo più sono signori grandi. Onde alla guerra non ha potuto condurre Murat in Persia seco, che 4 in 5,000 di costoro, perchè fe' poi tanta dimissione de' lor capi, e fe' strangolar anco un principal loro officiale. Le prerogative di questa milizia han accresciuto molto il numero di essa, perchè sin di Natolia e d'altre contrade d'Asia, portati da lor fattori e da lor dinari, son venuti degli uomini in Costantinopoli a farsi notare in essa, perchè tornandosene poi alle case loro sotto pretesto di attendere a quelle guardie consuete, avessero, con tiranneggiare ed estorquere a' poveri sudditi ogni lor sostanza, a farsi ricchi ed a menare una vita sicura, non potendo esser i Giannizzeri castigati se non dall'Agà loro, che per mille modi poi si rendon benevolo. Nelle fazioni sono sempre i Giannizzeri ultimi a combattere, nè ci vengono che per istretta necessità, volendo sempre avere la difesa dello stesso re o del visir generale da cui non parton mai, ed agli assalti delle fortezze, come anco gli Svizzeri, quantunque urgente l'occasione, ricusano d'andare.
Venticinque mila sono i Spahi che come i Giannizzeri sopradetti sono ogni tre mesi pagati in Costantinopoli; questi per l'angustia del dinaro restano spesso senza l'intera lor soddisfazione, che tale più volentieri si dà ai Giannizzeri, fra' quali e fra costoro per ordinario non passa molta soddisfazione, stimandosi più nobile milizia i Spahi de' Giannizzeri, e questi, chiamandosi figliuoli del Gran Signore, non vogliono altri sovra dì sè: per la qual cosa sono venuti in capo talvolta all'offese, benchè poi trattandosi di domandare con impeto le loro paghe in qualche occasione con pericolo de' ministri, si sono uniti i Spahi co' Giannizzeri, spargendo la notte per le lor camere segretamente delle polizze in cui si avvertivano di ciò che avessero a fare gli uni e gli altri uniti. Questa per lo più è buona gente, per lo più ben montata e pagata, presterà sempre buon servizio.
Il maggior nervo delle milizie turchesche nasce da Spahi di Timaro, che è quell'assegnamento che tolto da pochissima parte dei terreni del Gran Signore a sudditi suoi, rimane tutto ripartito con nome sifatto a' soldati da cavallo, i quali secondo l'importanza di esso, sono tenuti con uno, due o con più cavalli, comparire ad ogni richiesta sotto l'insegna del Generale. Pascevano questi Timari gli anni passati, in prima che le guerre di Ungheria e di Persia battessero tanto i paesi, centocinquantamila cavalli, 80 in Europa, 70 in Asia, senza paragone di vigor d'animo e di bravura prevalendo, siccome i cavalli i soldati ancora Europei agli Asiatici, e queglino che vivono ai confini agli altri che restano sparsi per lo regno. Questi Spahi di confine sono per lo più Zaimi che vuol dire come conti, più ricchi e più bravi degli altri, onde sono trattenuti con maggior timore alla diffensione de' confini ne' paesi occupati già da Turchi a' Persiani. Non si potè però mai fare questo ripartimento di Timari, per esser stati quasi sempre in briga. Supplisce questa milizia, seminata nel paese del Turco, a quella sicurtà e comodo che fanno in quelle dei Cristiani le piazze forti, delle quali tolte alcune a confini d'Ungheria, resta quell'imperio senza altro riparo. Verso Persia ve n'ebbero pur alquante, ma non hanno esse potuto resistere, non aiutate gli anni passati dagli eserciti Ottomani, per cui il Soffì, espugnandole al solito, rioccupò felicemente tutte le altre. Oppongonsi dunque questi soldati alla forza nemica quando bisogna, e con gran prestezza frenano l'arroganza de' sudditi, quando accade; contro i quali sudditi per la varietà delle sette, come i Cristiani che gli uni agli altri uniti fanno la maggior parte de' popoli di quell'Impero, tutti afflitti e tiranneggiati, resta questa provisione a vantaggio dei Turchi molto opportuna. Valea già questa milizia di trattenimenti a ragion di Timaro più di 14 milioni di scudi l'anno; sebbene di comune parere s'affermò sempre che si alzasse molto più, essendo questi Timari stati in larga e cortesissima misura, quando furono da principio assegnati ai Spahi, stante l'aumento che da quei tempi a questi hanno fatte tutte le cose.
Ora trovandosi i paesi dell'Asia e quelli dell'Europa come gli ho descritti, è necessario credere che per la diminuzione dei popoli e per li terreni incolti restino di presente questi Timari in grandissima parte diminuiti, onde a parer mio non giugneranno al numero predetto. Potrebbe esser bene che con il tempo e con la pace ristaurandosi i paesi tornassero a primi numeri, ma ciò non si dovrà vedere così presto.
Di questi Timari anche sono assegnati un gran numero ai Bassà della Porta per trattenimento loro e delle loro famiglie, come anco a Sangiacchi e Beglierbei, a Cadì, ed altri, con obbligo d'ingrossare questa cavalleria; ma di così fatti soldati e cavalli pochissimi si contano negli eserciti, perchè sotto l'ombra dei padroni ne godon l'utile e si sottragon dal peso. Il disordine è veduto e dissimulato da' ministri, per il gran rispetto che usan i Turchi, ove si tratta de' lor comodi, portarsi l'uno all'altro. Patisce questa milizia dei difetti ancora di quella de' Giannizzeri, perchè a contemplazione de' grandi, ovvero col mezzo del denaro sono i Timari assignati a chi meno dovrebbero essere, famigliari e servitori come dicemmo de' signori, ed altri che non istanno meno a lor Timari e non tengono cavalli, sicuri in ogni occasione d'essere protetti da' lor padroni; per il qual rispetto gli altri soldati di continuo alla guerra soglion dire: la maggior parte delle nostre spade stanno in casa serrate. Resta questa milizia per la lunghezza delle guerre affaticata assai, e la ragione è perchè non ricevendo paga alcuna, e in una guerra lontana di Persia e d'Ungheria non può con il cavallo insieme lungamente sostenersi, lasciando a casa massime moglie e figliuoli che non ci hanno a restar senza buona parte delle sostanze sue, perchè da questo rispetto e da quello della memoria della sua casa, famiglia e possessione, impigrisse spesso d'animo questa milizia, la quale ama più di godere in ozio quello che a casa si trova, che incitata da spiriti guerrieri arricchire con le spoglie de' nemici nelle battaglie: onde s'è potuto notare, questi ultimi anni, quanta fatica abbia durato il Gran Signor, e i suoi ministri a farla passare alla guerra in Persia, inferiore di numero assai a quello soleva.
Con occasione che due volte a mio tempo Murat generale si condusse a Scutari con l'esercito, ho potuto vedere la condizione di questi soldati, de' cavalli e delle armi loro. Quanto a' cavalli assai minuti, più di lena e di spirito, che di forza e di bellezza mi parvero. Quanto alle armi portan per lo più indosso un giacco scoperto, una rotella assai grande, un'asta ferrata, la scimitarra e la mazza. Secondo me, crederei che 10 mila de' nostri riverserebbero 30 mila di quelli, e se fossero armi di quelle che già sono state tanto utilmente introdotte nella Cristianità, ne disfarebbon maggior numero assai. Mi pare questa milizia più considerabile per il numero, che per la bravura, e se stesse questa a proporzione di quello, e fossino tante forze rette da perito giudizio militare, mentre piuttoso che governate sono spesso precipitate da una soverchia confidenza e temerità, favore particolare fatto da Dio a' suoi poveri Cristiani, troppo male ci farebbero certo. Ma siccome più della materia si stima in una fortezza la forma, così il vigore, dell'esercito è più prodotto dall'ordine che dalla copia. Le gesta che leggiam militari de' Romani e de' Greci ce ne fan larga fede, che in numero minore, debellarono sempre i nemici, sendo prevaluto in ogni tempo il valore alla moltitudine.
In Grecia saran forse 30 mila Cristiani descritti per guastatori, con certi lor capi i quali vanno a questo fine esenti dalle fazioni reali e personali. Di certi altri meschini popoli a' confini si vale anco in questo bisogno l'imperatore de' Turchi, i quali tributando a più Signori, soglion girare nell'ubbedienza con la fortuna dei principi grandi e vincitori. Tali sono gli Armeni verso Persia in in una parte della provincia loro, e qualche altra verso Moscovia. Sono questi meschini esposti sempre i primi nelle fazioni alle ingiurie della fortuna, e dell'armi nemiche se ne empiono i fossi negli assalti delle fortezze, e fassene ogni strazio nelle occorrenze.
Artiglieria, di ogni sorta non manca a' Turchi, e materia per fondere; in Persia vi tengono una casa apposta; e con occasione di far prova nelle galere grosse, ne han gettato a quell'uso di molti pezzi, de' quali sebben tengono alcuni antichi assai grandi intorno la casa suddetta e su la riva del mare presso il serraglio, se ne cangierà quantità maggiore ad uso di mare e di terra.
Alle acque dolci presso Costantinopoli c'è un edifizio ove lavorano la polvere grossa, ma non riesce ella quivi molto, facendo gran fumo e poco rumore nell'usarsi. Ma dal Cairo e dalla Cina ne viene condotta in quantità.
Vettovaglie poi per armate terrestri e marittime abbondano ai Turchi senza fine, se anche ne patiscono gli eserciti, per la distanza grande de' paesi ove portan la guerra, potendosi elle mal condurre colà. Ne' suoi paesi ha il Re le decime da per tutto de' grani; sono condotte da appaltatori particolari che in moneta ne rispondon poi l'utile a sua Maestà. Questi appalti sono causa che tanti tormenti passan nell'isole di Vostra Serenità, poichè volendo cavar coloro il denaro da soddisfare il Casnà, benchè ci siano delle proibizioni, e non si possan estraere tormenti senza i comandamenti della Porta, si ingegnano come ho detto.
Delle forze di terra del Gran Turco ha inteso Vostra Serenità fin qui. Delle marittime le vengo ora a parlare. E in prima che io nulla ne dica, convengo dire che Dio perdoni all'ingordigia e all'ambizione del Granduca di Fiorenza, e a quella di qualche altro principe, i quali co' lor bertoni armati corseggiando il mare con pochissimo danno de' Turchi e pochissirno lor utile rispetto la spesa, hanno messo in necessità i Turchi di riordinarsi nelle cose del mare; le quali il primo anno che io arrivai in Costantinopoli eran così scomposte e quasi annichilate, per i travagli delle guerre e de' ribelli di quel imperio, e, per l'ignoranza e viltà del capitano del mare passato, che a beneficio della Cristianità, altro non si potea desiderare, se non si potea desiderare, se non ch' elle camininassero come facevano; ma stuzzicato il Gran Signore quando dall'invasione d'alcun luogo nell'Arcipelago o nel Golfo, quando con la presa di qualche galeone e caramussale, dal Cairo ordinò si ripigliasse il lavoro nell'arsenale, si fabbricassino galere grosse e si facessero quelle altre provvisioni che convenissero per la spedizione di grande armata, che però scarsa e debole sol potè unire. Non voglio dilatarmi molto in deplorare il danno che ha fatto l'uso di questi corsari alla Cristianità. Solo dirò che, continuando i Turchi nell'ozio in cui erano nelle cose del mare per qualche tempo ancora, avrebbon trovato poi assai maggior difficoltà per ripararle; poichè nè materie, nè maestranze si trovavano quasi più, in quell'arsenale, con mancanza di ogni bisogno. Quello che adesso si può dire che più sia, perchè, cessate le guerre, distrutti i ribelli, con l'opra e con il denaro, si sono li Turchi posti a qualche provvedimento di vascelli, e d'altre provvisioni necessarie all'armate. È vero che non se ne sono ancora in modo forniti che accada darsene per adesso alcun pensiero. Ma è ben vero anco che fermandosi interamente in pace, come dubito, il potran fare dentro di pochi anni, perchè è certissimo che legnami, apprestamenti, munizioni, polvere, maestranze ed ogni altra cosa che lor potesse bisognare avendo in copia ne' propri Stati, senza aspettarla dagli altrui, potran con il volere e con la sollecitudine del capitan presente riunire gran corpo d'armata. Onde questi corseggiari non han servito fin qui ad altro che svegliare, armare e far cauto il nemico. Di telami per vele, sartiami e ferramenta pativa più che di altro l'arsenale, rubatissimo al solito, del quale è pur vero che ogni particolare si serve, siccome in ispecie occorre a molte delle Sultane e Bassà, ed altre genti da conto, le quali trattengono certi lor smisurati galeotti che mandano in carico per guadagno, che sendo molti, e molto bisogno avendo spesso d'acconciamenti, d'armizi ed altro, restan accomodati di quanto lor occorre dall'arsenale, senza spenderci nulla, per la ragion detta di sopra del riguardo che ne' loro interessi i Turchi si portano insieme. Di questi galeoni tiene anco uno la moglie del già Murat primo visire, ed è quello assai grande, che presso di Malta il vecchio capitanio teneva il primo anno che uscì con l'armata. Lo ha dato a certo suo famigliare che il carica alla parte. Or si considerino un poco i danni smisurati che per abusi tali viene, nell'economia di quell'arsenale, a procurarsi il re.
Le galere che di presente posson servire saranno intorno 33 comprese in esse alquante galeotte di 22 banchi, le quali per la scarsezza di tutte le cose gli anni ch' io sono stato in Costantinopoli e non han mai potuto menare tutte fuori. Alcune altre, forse 20 galere malissimo condizionate restano in acqua sbandate per questo arsenale di nessun profitto al re, ma non così all'Agà di quel luogo, il quale come sua cosa propria facendole disfare ne vende a suo prò il legname 4 aspri il pico, con stupendo vantaggio suo. Ma non è anco da maravigliarsi di questo; poichè insino i volti dell'istesso arsenale, verso la parte delle acque dolci, restarono in buon numero scoperti e disfatti dal Cigala già Bassà del mare, che trasportandone in materia verso il canal del mar Negro se ne ajutò molto in fabbricare il serraglio bellissimo, che dopo la morte sua capitò pure in mano del Gran Signore: onde, come altrove ho tocco, ben si può comprendere quanto poco il pubblico, e quanto molto valga il particolare interesse fra i Turchi. Da squeri nel mar Nero arriva talvolta alcuna galera. Han due galere grosse; una che naviga poco felicemente, non potendo co' remi ben condursi, e che per ciò rimase quasi preda dei galeoni fiorentini, quando s'abbatterono con l'armata; l'altra, che per la forma del vaso mal accomodata, e per esser anco in sè medesima mal legata, furon costretti tirar in sulla spiaggia di quell'arsenale, la prima volta che ritornò il capitan dentro, onde alle ingiurie del cielo esposta, dopo aver molto patito, per cavarne qualche utile la posero a navigar nel mar Nero, a portar legnami ed altre cose in Costantinopoli.
Sei galere non ancor giunte alla metà dell'opera, lasciai che si lavoravano in quell'arsenale, oltre la nuova bastarda, che fabbricatasi dal capitan dismesso, è stata ultimamente gettata in acqua per uso di questo nuovo Bassà. Sotto ai 124 volti del qual arsenale contai pur anco 25 galere per lo più vecchie, scavezze e da fuoco altro buone, onde spesso ne mandan alcuna in Toppania per tal uso a disfarsi, per fondersene l'artiglieria. Altri 13 volti servono di magazzini, restandone pure qualche altri pochi scoperti e cadenti ancora.
Forse 49, galere oltre queste saranno a Gallipoli; ma tutte vecchie e peggiori di quelle che sono in Costantinopoli. Alcune altre per i squeri dell'Arcipelago, le quali tutte se potessero servire, unite alla grande grossa armata, potrebbon i Turchi por insieme; ma come ho detto non sono da questo. Fan notabile accrescimento all'armata turchesca le galeotte di Barberia, quando ve le possono unire, perchè molto e molte rinforzate di schiavi e di uomini da combattere sono da stimarsi il rnaggior nerbo di essa per l'archibugieria di quel paese.
Il secondo luogo di bravura è conceduto alle galere delle Guardie ordinarie e che sono armate anch' esse di schiavi, per lo più dei particolari. Non usan le galere di Turchi scapoli, solo certi uomini che han cura di dieci schiavi come dire Alguazini. Nel resto per uomini da spada si vagliono de' soliti Azappi e di buon numero di Spahj che han Timari in su le marine di Grecia, destinati all'armata, quando però con denari non permettino i capitani si risparmino da questa fazione, per la quale talvolta anco ci mettono dei Giannizzeri della Porta, se importa l'occasione. Manca assai al Gran Signore il solito gran numero de' suoi propri schiavi, perchè ove solevan trovarsi di loro fin 4 in 5 mila nel bagno della Maestà Sua, per il conto che ho voluto io averne da quei Serviani, non se ne trovano di presente 1500, compres' ivi quelli che sono in sulle galere di Bodi, e quegli anco che menano 4 galere da sassi. E di qua in gran parte nasce le difficoltà dell'armata e la tardanza all'uscire di essa. Hanno quella lor imposta che serve alla provvisione di rematori, ma si sono valuti tutti questi anni di quel dinaro in altri bisogni dell'arsenale; onde restando il paese ne' sudditi afflittissimo, ed odiando essi la galera come la morte, in questo bisogno de' galeotti l'anno addietro han trovato molta difficoltà, ma con il tempo la supereranno pur troppo. Io non mi posso qui contenere di non considerare a Vostra Serenità ed alle Eccellenze Vostre, quanto a proposito sarebbe che i principi Cristiani, e specialmente Sua Santità applicasse un poco l'animo, (non potendosi così facilmente provvedere al travaglio di quell'impero), alla ricuperazion almeno per dinari di tanti poveri sudditi Cristiani che sono il vigore dell'armata del Gran Turco, essendone una gran quantità che tirano il remo, ed infiniti che nell'arsenale o nelle galere servono di marangoni, calafati, marinari ed officiali, che necessitati mirabilmente giovano nel fabbricar e nel condurre le galere nemiche, per la qual cosa oltre il servizio di Dio, ne seguirebbe pure quello della Cristianità, e stante l'avarizia de' Turchi si potrebbe così grande concetto facilmente eseguire pensandovi un poco. È solito tenere il Signor Turco descritti galeotti per 200 galere, ma al presente, rispetto lo stato afflitto del paese, non potrebbe già valersi di questa somma di uomini, senza gran commozione. Da 458 mila case in Natolia e da 358 mila in Grecia eran obbligate con la proporzione di certo numero a provvedere i galeotti suddetti; ma da gran tempo in qua n'è tolta la gravezza per lo più in dinari che riscuotendosi tutti sogliono ascendere oltre 350 mila zecchini. Conserva anche sempre pagati 500 Ray, a' quali bisognando preparar armata si lascia la cura di farsi fabbricar loro le galere con prestanza di 80 mila aspri l'uno. Di questo numero non ne saran 100 che avanzan della prestanza suddetta, non si curan che il legname, le ferramenta e gli altri necessarii requisiti della galera sian di quella perfezione che bisognerebbe, onde sono fabbricate di legnami verdi, che per fuggir fatica e spesa non andando molto addentro ne' boschi a trovar i buoni, taglian per ordinario più vicini al mare, esposti alla tramontana che infracidiscon presto, per la qual cosa mal confitte e con degli altri difetti assai, servono male e duran poco.
A molti de' suddetti Ray obbligati ad andar in sull'armata quando è lor commesso, non bisognandone per ordinario tanti, è consentito ancora di poter navigare con galeoni e caramussali. Al servizio dell'arsenale ve ne saran sempre però circa 360. Cominciano tutti con 8 aspri al giorno di paga, ma secondo i lavori si portano più innanzi assai, e ve ne son molti che giungono infino a' 100; ma al presente duran fatica molto, i poco salariati, a conseguir le loro paghe.
Hanno fatto i Turchi studio grande, nell'arsenale del mar Nero e in quello di Costantinopoli ancora, per veder d'incontrar bene nella fabbrica delle galere grosse ma fin' ora non è accaduta molta ventura in esse: poichè come ho detto di sopra, di due, una niente e l'altra è stata poco buona. Lavorano pure in mar Nero intorno alcune altre, stimolati dal bisogno, che lor par bene, che i grandi e ben armati, come quelli del Granduca di Toscana per l'esperienza che n'ebbero l'anno 1610, molto disvantaggiatamente si possono combattere con l'armate sottili. Stentano assai di trovar anco pallami proporzionati a quei vascelli, e perciò oltre gli altri difetti, mal possono essi camminare. Altro mancamento nelle cose di mare provano considerabilissimo i Turchi al presente: scarsezza degli uomini periti e di comando, poichè mancati loro a mio tempo Murat Ray sagacissimo Mustafà greco, Memi Bassà Arnaut, Memi Bei Arnaut, Giaffar Bassà, Curt e Callil Ray, vecchi e famosi, resta ora solo il Memi Bei di Rodi valoroso soggetto e Malemanzade che combattendo con un galeone di Malta grosso, fugli da un'artiglieria mezzo spiccato il braccio dritto; contano anco per pratico Soliman di Cattanea vicere al presente in Tunisi, ed un Barian Agà veneziano; tutti questi, quando esce il capitano, stanno con le lor vicini alla sua galera, come uomini esperti e bravi.
All'armata de' Turchi fa gran pregiudicio il disarmare ogni anno, non tenendo come Vostra Serenità le lor galere sempre in pronto; due sono i danni, l'uno del re, l'altro de' sudditi del re. Non trova mai la Maestà Sua galere ferme ed allestite, ond' è costretto il capitano se parte, per esempio con 60 da Costantinopoli, disarmarne sempre a Scio dieci o dodici, per rinforzar l'altre. Danno de' sudditi poi riesce, perchè costretti ogni anno andarsene in galera non tornano alle case loro che per la metà, sendochè non avvezzi al mare e deboli, per la maggior parte si muoiono.
Per condurmi dunque a fine di questo discorso marittimo, mi par di poter dire, che sebben paion rimesse in qualche stato le cose di quell'arsenale, onde ha tutti tre questi anni potuto uscire il Capitan Bassà, unite le guardie dell'Arcipelago, ed altre con 58 in 60, volendo fare il Gran Signore sforzo di armata, nol potrebbe in prima di due o tre anni. Nel quale spazio se avesse ad essere assalito, penso che potrebbe anco ricevere danni da una spedita e risoluta armata che l'attaccasse in qualsisii parte de' stati suoi. Alla qual risoluzione se mai capitassero i Principi Cristiani, gran vantaggio sarebbe il loro di tenere una buona mano di questi bertoni grossi verso Cipro, in quei brani di mare, più alto e più basso come lor paresse, perchè proibendo con essi il transito delle munizioni per mare, che grandissima parte vanno in Costantinopoli dalle contrade d'Egitto e del Cairo specialmente le polveri da combattere, dividerebbero quasi lo stato de' Turchi, che dovendo esser poi facilmente trascorso e manomesso dall'armata sottile, potrebbe la macchina ricevere gran squasso, massime se restasse come per lo passato quell'imperio in guerra con il Persiano; nel qual caso, se esercito gli movesse per terra, come dire dall'imperatore e da altri principi Cristiani, concertato con le forze di San Marco, molto facilmente per l'apertura del paese senza fortezze si potrebbe anco giungere alla città capitale di quei regni, e costringere i Turchi a passare lo stretto in Asia abbandonando l'Europa. Ma perchè, le forze di terra sono le vere difese a' Turchi, necessario sarebbe un'esercito piuttosto che copioso, scelto e ben capitanato. Consigliandosi poi il Gran Signore di voler per mare assalir gli altri, stantechè, come dicemmo nol potrà certo fare se non dopo qualche anno, servirà questo tempo d'avvertir ciascuno ad ordinarsi, e, stimandosi bene, a prevenirlo ancora. Onde fin qui nel modo del guerreggiar in mare, resta senza fallo a' Cristiani il vantaggio, il quale indebolirà nondimeno fortemente, ponendosi e conservandosi quell'imperio qualche anno in pace, con la quale rimonterà in sul primo vigore, sendochè la febbre alquanto stanca, ma non uccide il leone.
Voglio dire che una potenza sì grande, benchè crolli talvolta, non cade però senza che l'alterazioni che la perturban non sian continue e grandi. Quello che fin qui non è accaduto ancora, e temo non accadrà, senza che il Signor Iddio non muova il cuore e l'armi di chi può contra quella gran forza, che, fomentata dal riposo, formidabile sui perisieri della pretesa monarchia, ritornerà a ciascuno, stante chè con il tempo provvisioni d'ogni sorte da guerra non mancheranno, perche d'ogni parte di così vasti regni, quando si risolve armare, andranno gli apprestamenti a Costantinopoli, come ho detto di sopra: una le pegole, l'altra manderà i cordaggi, questa le vettovaglie e quella le polveri, da per tutto correran gli uomini, e per così dire, voleran giù delle selve vicine a' tanti arsenali di quell'imperio le galere belle e spalmate, e per lo mare cammineranno li boschi intieri, perocchè nel riposo de' Turchi si covan e nascon sempre i travagli de' poveri Cristiani. Contro i quali, per termine di religione, che gli astrigne a perseguitarli fin a tanto che o gli assoggettino o se li rendino tributarii, professano i Turchi continua nimistà, nè si persuada alcun Principe che in pace e tregua si trattenghi con essi loro, d'averci a viver lungamente sicuro, perchè tanto dal canto loro avrà fermezza la fede, quanto lor tornera bene, e non più; obbligando i Turchi oltre ciò per ragion di buon governo una certa necessità d'aver sempre guerra con alcuno, l'insolenza delle milizie in Costantinopoli, nelle quali con il riposo accrescendo l'arroganza può quell'imperio temere di gran commozioni ed aggravii, onde mandandole fuori a cercar nuovi acquisti, di ciò si assicura.
Serenissimo Principe, Illustrissime ed Eccellentissime Signorie, proprie, numerose, valorose ed agili voglion essere le forze d'un principe. In quelle del re dei Turchi al presente pare appariscano più le due prime condizioni che le seguenti, il che stimo per tutto questo mio ragionamento aver mostrato assai chiaro. Ho detto al presente, perchè con il riposo e con il tempo, come poco in prima accennai, potrebbon elle poi farsi valere in tutte quattro le parti.
La religione de' Turchi par a me essere un misto confuso di senso e di ragion di stato, ed accortezza grande del falso introduttor suo appare in essa, mentre ha sparso per lei alcuni termini che posson tirare a sè i Cristiani e gli Ebrei; perchè quanto ai primi di Gesù Cristo Salvator Nostro Signore ammette che egli sia nato di Spirito Santo, di Maria Vergine, il chiama Profeta Santo e Buono. Quanto agli Ebreì da Mosè ha tolto la circoncisione, il sacrificare e l'astenersi dal porco. Il privar poi da ber vino assolutamente tutte le genti pare anco fatto per lo stesso rispetto, sagacemente assai, poichè non ha dubbio che essendo quel governo cominciato ed accresciuto tanto con l'armi, se i soldati fossero stati alterati dal vino, come per ordinario suol accadere, avrebbono tra essi potuto venire in disordini, ed in cambio d'accrescere, rovinare l'imperio loro; nel quale abbracciano li professionanti di qualunque religione, senza volere impacciarsi in sapere de' terinini e riti loro; onde sebbene si può dire quel regno nido di tutti i scellerati e di tutte le scelleraggini, ciò non pesa al Turco, ma ben si gode dell'aumento de' sudditi, e dell'entrata anche per questa via. Il senso poi in estremo vi abbonda, perchè è conceduto fino quattro mogli in un'istesso tempo al Turco, e inoltre tante altre femmine quanto ne può nutrire, e sebbene attribuiscono al senso questo particolar instituto, mi pare anche che si possa riferire come a gran ragione di stato, poichè il mescolarsi con tante femmine, causa per necessità gran abbondanza di figli, i quali accrescono i popoli sommamente, e l'entrate ancora.
Ne' cibi lasciano il porco; tutti gli altri usano indifferentemente. Fan cinque volte al giorno orazione, in cui mostrano Gran colmo di rispetto ed osservanza verso Dio, sebben studiano molto l'ipocrisia in quell'atto, del quale, prima si bagnan sempre. Questo bagno, usato anco dalle donne frequentemente, le rende più prolifiche, ed in questo anco resta unito il senso alla ragion di stato. Lasci pur uno di parlare del governo temporale, può a sua voglia interpretare la legge, della quale siccome è proibito il disputare pubblicamente a ciascuno, così obbligato e necessitato resta chiunque si sia a difenderla con la spada. Il che mostra non meno la falsità sua, che l'accortezza del legislatore e la sciocchezza dei Turchi. Teftà chiamano essi certo breve detto del loro Muftì, il quale ricercato da ciascheduno sopra qualsivoglia pubblica o privata proposta, senza alcuna spesa cavan da lui. Mi pare che questo Teftà s'assomigli alquanto a quegli oracoli degli antichi, poichè, come presso que' popoli e quei principi furon essi tenuti in somma riverenza fino a tanto che s'accorsero le genti che eran gli oracoli fatti parlare secondo gli interessi e gli appettiti de' grandi, onde perderono poi lor la devozione. Così questo Teftà per lo passato e da' sudditi e dal re soleva esser tenuto in somma venerazione se gli replicava contro cosa alcuna; ma ora serve egli poco nelle cause private e nulla nelle pubbliche, in quelle massime ove si tratta del fisco, sotto pretesto che falsa sia stata fatta la narrativa. Tuttavolta se ne vale anche assai il re, quando suole giustificare qualche sua importante risoluzione di guerra o d'altro, acciò sia trovata buona da' popoli anco pel parere del Muftì conforme la legge loro; ma in universale dai più non son tenuti questi responsi, come già si tenevano, per lo spirito e per lo fiato di Dio, ma sibbene per quello del re, che si prevale anco spesso con il parere pur del Muftì del sopravvanzo dell'entrate delle moschee, onde ben si può dire ch'egli regga le umane e le divine cose. Fu da' dottori cavato anco contra di me nel ratto della galeotta uno di questi Teftà, ma riuscì vano come dicemmo di sopra.
Credono i Turchi reggersi dal destino il mondo, onde nè ai pericoli della guerra, nè della peste sogliono avere considerazione alcuna, ma tirar innanzi col dire: s'egli è destinato, e non ci fia luogo altra considerazione; il che in estremo temerarii piuttosto che arditi li rende nelle battaglie. Quelli che han più denari, facilmente si conducono a fabbricar delle moschee, ed oltre che par loro d'immortalar i loro nomi, alcuno ve n'ha che sotto specie di assegnare il mantenimento della moschea, cioè un'entrata annua conforme la fabbrica a molte persone che l'han in custodia e a molti poveri che vivon con la carità di essa, suol far questo a vantaggio dei propri figliuoli, assegnando ad essi le rendite: e di questa maniera viene ad assicurar non sia lor tolta dal re, come spesso in molte occorrenze accade, la roba.
E basta tanto della falsa religione de' Turchi; e dacchè siam in su le moschee in poche parole mi spedirò di quella che fabbrica di presente il re vicino alla piazza dell'Hipodromo, vano il più spazioso ed adorno che sia in Costantinopoli. Il sito ove è fondata la principal parte della moschea suddetta, era d'un serraglio d'Acmet Ogli pretensore già della galeolta in questo luogo, ricercandolo il re, dalla madre di lui donato alla Maestà Sua, mentre egli si trovava ancora Bassà di Tunisi. In iscambio donò a lei il re 30 mila zecchini. Resta lo stesso Acmet Ogli obbligato qual soprastante alla fabbrica di questa moschea. Per rispetto del quale servizio lo fè il re sangiacco di Morea, perchè continui con suoi schiavi nella fabbrica suddetta, sicchè si può creder certo, come mi affermò il Bassà non andrà egli in Morea ove resta un suo luogotenente, che benissimo s'intende co' signori rettori del Zante e Cefalonia. Ha pensiero tornarsene in alcuno dei governi in Africa. L'altra parte del fondo della rnoschea era di un altro serraglio famoso e grande d'Ibraim ultimamente Bassà nella Bossina; donollo egli ancora alla Maestà Sua ed ella per ricognizione lo fe' Bassà in quella provincia, e per dargli maggior utile ed onore, aggiunse a quel governo un sangiaccato che non fu mai più unito con altro, ed ebbe sempre particolar soggetto che lo resse, il qual sangiaccato ha voluto poi la Maestà Sua gli resti per Aspalich, come dire per un segno di onore, benchè egli sia partito di Bossina. Ma quello che importa anche maggiormente fu che essendo Gorbain figliuolo d'una figlia di Sultan Solimano, per gli stili e costituzioni ottomane, non poteva egli esser assunto a governo alcuno nello Stato, per la gelosia di cotali soggetti partecipanti, come dicemmo, di sangue regio, non potessero più favoritamente degli altri levarsi contro al Gransignore, quando voglia lor venisse. Con tuttociò, nè questo anche fu rispetto bastevole a ritenere Sua Maestà dalla consuetudine antica, tanto a lei parve doversi mostrar, grata a chi gli aveva dato comodità volontariamente di poter eseguire il gran desiderio di fondare quella moschea in quel sito; per far anco maggiormente apparire lo sdegno ch' egli ebbe contro la regina vecchia sua ava che, richiesta da lui, gli negò quella che ella principiò in sul mare che oggi rimane imperfetta. La struttura di questa moschea sarà simile a quella di Sultan Soliman, dieci braccia solo più lunga, per cavarsi due campanili più, sendo che quella ne ha solo quattro e questa ne avrà sei, sopra i fondamenti da' quali andaranno alzati volti sodi e grandissimi, in modo che fabbricandosi poi addosso loro il vaso della moschea, quelli che in essa staran a fare orazioni, superandosi con il piano di lei le mura della città, potran discoprire il mare. Gran macchina e di grandissima spesa veramente, sendosi fatto il conto che di per sè andassero cinque mila scudi fra materie e manifatture, che voglion dire un milione ottocento e trentamila scudi all'anno, nè si giudica possa ella finirsi nè anco in cinque anni; ma presso la spesa della fabbrica ci vorrà anco quella altra grossissima del provvederla d'entrata, che mi dicono sarà di poco inferiore alla prima, particolari tutti, che si deve desiderare che siano lentamente eseguiti, perchè assorbendo Gran dinaro, terran per un pezzo almeno impiegato parte di quello che si potrebbe spendere in armata od in altri pensieri dannosi alla Cristianità. Resta anche ciò da molti medesimi Turchi conosciuto ed abborrito molto, come quelli che, desidererebbero veder, impiegata quella grossa somma di denaro in cosa più opportuna ed utile all'impero.
I Turchi naturali e di mediocre condizione nel modo di viver loro non si scostan anco molto da' primi stili di quella nazione. I grandi son così, che dessi molti aman le morbidezze d'Italia, si pascon de' cibi sodi, siedono e mangiano in terra, nelle loro case tengono poco differente maniera da quella che usano in campo, poichè dormon così vestiti in esse, come anco sotto lor tende alla guerra; di vestimenti, d'arme, di cavalli, di schiavi più che d'altro si mostran ambiziosi e ricchi; non attendono all'agricoltura, e non ad altra arte meccanica; alcuni si danno al mercantare, ma per lo più fatto le orazioni loro, di cui si mostrano molto solleciti, attendono ad un ozio eterno, riducendosi moltissimi per le strade in certe loro stanze pubbliche a beversi di quell'acqua nera che dal caffè bollito cavano amara fortemente, se ne terran due e tre ore in mano un vaso di caldissima, e cianciando e bevendo, così passan la maggior parte del giorno. Vi sono di quelli che per condursi in estasi, e vedere come dicono delle stravaganze mangiati dell'oppio, e se ne fanno ubbriachi, come del vino, sicchè molti ne van poi a traverso per le strade facilmente. Ne' sudetti ridotti giuocano alcuni a scacchi, ed altri giocano a tavole, talvolta, benchè sia lor proibito dalla legge. Non passeggiano i Turchi mai, e si burlan de' Cristiani che lo fanno, dicendo pazzo costume essere il camminare senza necessità. Fuori che il tirar d'arco non ho osservato s'avvezzino ad altro esercizio militare. Corron qualche volta quei lor cavallì, i quali bene spesso anzichè sostenere essere dall'uomo retti, il voglion essi a forza reggere, anzi precipitosamente, onde senza largo spazio riescon pericolosi i moti loro. Alle virtù dell'animo non è alcuno che attenda. Onore, fede, giustizia non si conoscono fra' Turchi, che alla soperchieria, alla bugia e alla tirannide sono sempre rivolti. I patti tanto servono quanto fa loro bene ingannare quei con cui li fanno, nè lo stesso re da un così fatto stile discorda, onde è verissimo quel detto: non ti fidar del Turco, non ti appoggiar all'acqua. Soglion fra noi dire che il denaro sia il secondo sangue; fra' Turchi pare a me che sia il primo, poichè la ribalda natura loro così resta soggetta a piegarsi ad ogni abominazione per lui, che gli spiriti del sangue vitale meno li commuovono. Odiano il rubare ed il puniscono ancora, ma sotto altri nomi restan del continuo nei furti soffocati.
Testimonj falsi non mancano a chi ne vuole anzi se ne trovan di più e di manco riputazione, e vi sono i loro sensali, che conforme il bisogno e la spesa ne proveggon chi lor ne chiede. Quei poveri che van accatando per l'amor di Dio in Costantinopoli per metter meglio pietà nelle genti e conseguire il bisogno loro soglion spesso dire: fatteci del bene, e Dio vi scampi da testimoni falsi; tanto è facile e rovinoso l'inciampar in essi. Cava un occhio a un Turco, empieglielo poi d'oro, non si dorrà del colpo. Sono sfrontati e importuni nel richiedere, affanno continuo de' poveri ministri i quali però da questo male cavan talvolta alcun bene, che posson acquietar di que' travagli che d'altra maniera non si potrebbon. Di stirpe, e di sangue nobile non è fra Turchi cognizione; e perchè per lo più tutti hanno bassissimi natali e costumi, senza proprii redditi, sendochè tutto è del re, e perchè la sola virtù dell'armi distingue gli uomini, che come nelle nostre parti si onorano i più prestanti di farsi chiamar duchi, marchesi, conti, così in quelle, il nome solo di schiavo del Gran Signore è il più vagheggiato titolo che si spenda.
Han sempre profanamente in bocca il nome di Dio, nel bestemmiare però mai. Vi son di quelli che aman l'ipocrisia nella lor fede; ma come anco nella nostra convien aversi più cura di loro che degli altri. Chi possede manco ricchezze è più sicuro: perchè sebbene elle posson talora giovare in acquetare i travagli possono anche facilmente servire alla intera perdita di loro stesse e del posseditore insieme, per l'ingordigia, che dicemmo, immensa del Principe, e de' Ministri.
Ho trattato fin qui, sebben per avventura imperfettamente, a Vostra Serenità ed alle Signorie Vostre Eccellentissime della persona, complessione, vivere, inclinazione, e pensieri dell'Imperatore de' Turchi, de' suoi figliuoli, de' suoi consiglieri, de' suoi capitani, de' suoi stati, de' suoi popoli, delle sue milizie, della sua religione e della particolar condizione de' Turchi in generale. Ora per raccogliere da miei discorsi se non sicuro pronostico, il mio debol giudizio almeno, non sarà forse penso discaro alla Vostra Serenità, che io dica che sebbene mostra al presente l'Impero Ottomano avere buona fortuna nelle cose esterne, cioè, che la Cristianità, e gli altri suoi nemici sian poco solleciti della sua depressione; nell'interne però a me pare si scuopre diversa, poichè dall'oziosa natura, effeminata e superba del presente giovane re, ne' proprii pareri anzichè pertinace ostinato, poco delle cose sue, e nulla delle altrui esperto; dal tirannico modo di regger lo Stato suo; dalla avara maniera tenuta dai Ministri in far mercanzia della giustizia, rendendola sempre a quelli che ne litigi o negozi loro meno la meritano, perchè più la pagano; dall'ignoranza de' medemi, e dalla emulazione morale che infra di loro passa, la quale per il buon fine de' loro particolari interessi fa' loro scordare de' pubblici; dalla scarsezza de' capitani; dall'imbastardita condizione delle truppe, piene di disubbidienza, con mille altri difetti; e dalle grosse spese sostenute nella guerra d'Ungheria, che grossissima divenne poi con quella di Persia mantenuta per tanti anni dall'Imperatore Ottomano, (gli eserciti del quale furono soliti vincer sempre in quelle parti, fuori però che al tempo del Cigala e di Murat già primo Visire, che sotto l'uno e sotto l'altro vi furon dissipati da mille disagj, e da Persiani maltrattati ancora con onore proporzionato al vantaggio di quel preclaro e valoroso re); e dalle forze del mare indebolite molto, nonchè dalle continue vessazioni per l'abbondanza de' corsari d'ogni nazione, dalle afflizioni de' scorticati popoli, e premuti sotto qualunque genere d'aggravio, che sta però bramando e pregando se non mutazione, sovversione almeno di quel governo; dall'entrate, e tesori regi, e l'une e gli altri grandemente scemati e diminuiti; dalle spese gravissime e inconsiderate di Sua Maestà, come è questa al presente della nuova Moschea da non intendere il re il proprio de' suoi negozii e dello stato suo; poichè non vede, non osa, e non sa altro mai di quello vuole il Bassà, che governa, e il Chissar Agassi, i quali sono amici, e gliele rappresentano a lor modo conforme i lor interessi, e da una certa quasi necessità che la natura da sè medesima alle cose dispensa, cioè, che quando che tosto creschino in breve manchino, e per lo contrario quando lentamente elle s'avanzino lungamente durino; da tutti questi particolari credo non potersi raccor gran speme di diuturnità di regno; tuttavolta fomentato da disordini del Cristianesimo tira innanzi, non so come, quell'imperio; il quale fra tante considerazioni a suo danno, può ben contare una grande a suo prò: che, nel colmo delle angustie sue, lasciò Dio poi nostri peccati seguire la pace fra Cesare e lui; che d'altra maniera continuando ambedue le guerre d'Ungheria e di Persia, a viva forza pareva che la necessità dovesse porre la spada in mano a quei Principi grandi, i quali per far agli altri invito di torla, essi ancora sono più degli altri eziandio obbligati a far conto di simili occasioni, massime che le tumultuazioni dell'Asia in quei tempi multiplicavano grandemente, onde si può ben comprendere quanto felicemente sarebbe ritiscito il metter in atto quello che di sopra discorsi.
Ma caminando l'avaro, ingiusto e sforzato governo presente, torneran forse a ravvivare le ribellioni conforme quello ne predicono i Turchi stessi, che meno tristi degli altri poco accomodati di fortune, non possono concorrere con quegli che spendono in grosso in comperare degli ufficj e de' magistrati, e quali però, acciocchè la ruota che dà il corso all'oro per il profondo canale dell'ingordigia turchesca non fermi mai, dopo avere bene speso ed ottenuto il governo, mentre sono dubbiosi d'esserne fra poco levati, e perciò colmi di voglia di riempirsi in breve la borsa, come segue d'ordinario coll'espilazioni de' popoli e de' paesi lor commessi, succede che trovandosi ancor per cammino corre lor dietro alle volte altro ministro, che con maggior somma di denaro comperasi l'istessa carica, poi mostrandone loro più fresca e risoluta l'imperiale concessione, onde scornati, impoveriti tornansene addietro pensando al rimedio della sciagura loro per mille altre indirette vie.
E se alle tante afflizioni, ed angustie che ho in più luoghi di questo mio discorso dimostrato a Vostra Serenità ed alle Signorie Vostre Eccellentissime ragionando de' popoli obbedienti al Gran Turco, e apportate loro dall'avarizia immensa de' ministri, vuol il Gran Signore, qualora si alzano dagli infelici insolitamente i reclami dar qualche rimedio, elegge sindaci in quelle parti dello Stato, che più languiscono; ma in iscambio di sanare avvelenan la piaga, poichè se i primi mangiarono, diluviano i secondi, massimesotto coperta di dar soccorso alla povera gente, che niente infine beneficio ma bene gran danno ne cava, oltre il dover pascere e donar molto a coloro, perchè di tutto quello che da loro è tolto a' ministri incolpati, portan essi per la maggior parte al Re, volendo mostrarsi alla Maestà Sua diligenti nell'ufficio, ed accurati nell'interesse regio, il rimanente poi applicano a loro stessi senza minimo risarcimento de' sudditi oppressi, e così facendosi i lupi pastori, per fuggire il male si trabocca nel peggio. Disordini che non ebbero luogo sotto altri imperatori di quella casa virtuosi e valorosi, come furono Sultan Selim, folgore, così chiamato, per la bravura delle azioni sue, e Sultan Soliman, de' quali il primo fe' pestar bello e vivo in uno di que' mortari grandi di pietra, che per Costantinopoli si veggono molti, non so che soggetto, sendo che egli disse avrebbe l'uffizio preteso, quando non potesse per altro modo, con dar quel mortaio pieno di zecchini all'imperatore, e il quale teneva oltre di ciò in tanto terrore, non che altri, i bassà stessi del Divano, che quando andavano i giorni determinati alla presenza sua, pieni di paura, facevan portare da lor servitori altri turbanti, perchè, pochissime eran le volte, che uscissero dal re, senza che con una mazza ch' egli teneva a canto, dopo averli acerimamente ripresi de' loro avari termini o d'altro, non se gli cacciasse dinanzi, dando loro con essa una buona ricercata per la testa, onde, scomponendosi loro le toghe, era di bisogno si ponessero quell'altre, che ben ordinate tenevano a questo fine i loro servitori pronti alla porta. Soltan Soliman per atterrire i suoi ministri dall'estorsioni fe' scorticar vivo un tristo Cadì, e per ammonire più gli altri, ad esempio di Cambise re de' Medi, fe' coprire lo scagno, in cui era solito stare all'udienza della pelle di lui, e vi fe' sedere sopra il figliuolo di poi. Mi pare si possa aggiugnere anco per considerazione di qualche pericolo, come acennai in sul principlo del mio discorso, l'indulgenza fin qui di Sua Maestà pel fratello, tenendolo in vita, fuori del costume de' re Ottomani, poichè se egli venisse a morire, (che se ben giovane, e forte può nondimeno facilmente mancare pel tenor del viver suo, combattuto dalle lascivie e dalla soverchia conversazione con le donne, com' è accaduto a degli altri suoi precessori ancora), potrebbe insieme facilmente succedere, che restandosene il principe figliuolo ancor tenero, con qualche protezione di dentro fosse messo fuori del serraglio il fratello vivace e pronto, e se lo richiamassero le milizie, sendochè potrebbono più facilmente sperare d'esser abbracciate e favorite da questo ormai in età adulta, che da quel piccolo figlioletto senza principio di cognizione alcuna; onde i rumori ne potrebbero esser grandi, come che qualche altra volta in Costantinopoli si son pur veduti, ed a tempo antico per questi medesimi rispetti di sollevate milizie maggiormente in Roma si videro, onde occorre, pregar Dio che affretti il corso a quei mali accidenti, che posson nascere ogni giorno da così violento e mal abituato governo; nè so ne dobbiamo disperar anco, e perchè non durano lungamente gli sforzi, nascendo solo dalla moderazione la lunghezza degli imperj, e perchè non mancano esempi di altri Gran regni, retti mali, mal terminati. E certo, se poniamo mente alla essenza di re, non è egli altro che un guardiano dell'onesto e del giusto, posto in quel grado per salute dei sudditi, e non per pascersi le proprie voglie: se in alcun di questi punti scontra bene il modo di reggere, stante le cose considerate, me ne rimetto al parere della Serenità Vostra e delle Signorie Vostre Eccellentissime che ben sanno per altra cagione non dirsi: non essere tra Gran re e tra gli uomini bassi differenza alcuna, mentre dormono, se non perchè i re mancano in quel tempo d'operar cose regie, onde propriamente non il dormire toglie lor l'essere di re, ma sibbene il non far operazioni di loro degne; mi par di chiuder questo proposito con il detto d'una povera donna, che, mentre Sultan Soliman andava all'acquisto di Belgrado in Ungheria sul Danubio, se gli fece incontro tutta piena di lagrime scapigliata, e sì gli disse: da soldati sta notte mi è stata rubata tutta la mia casa, e toltomi quanto ci avevo; risponde Soliman: buona donna tu dormivi; replicò ella a Sua Maestà: è vero signor ch' io dormiva pensando che tu fossi desto; punse la risposta il re, ma piacqueli nondimeno grandemente, chiamò Cresten primo Bassà, gli ordinò facesse trovar e punir i ladri come seguì, donò alla donna molta quantità di moneta, e fe' per sempre esente, da ogni fazione il casale in cui viveva.
A trattar dell'intelligenza, che il re dei Turchi intrattiene cogli altri potentati del mondo, è fallace assunto negli uomini le più volte; quello ne dirò nondimeno che ne credo, rimettendomi però al parere di Vostra Serenità e di molti altri Illustrissimi e Prudentissimi Signori che m'ascoltano, e che con gran servizio pubblico han trattato quella Porta.
Mi pare in primo non disconvenire il dire, che l'alterezza ed arroganza turchesca, attribuendo alla grandezza dell'imperio suo molto più che non se gli deve ancora, se non disprezza, mostra almeno di far pochissimo conto dell'amicizia di tutti gli altri principi, i quali, quasi a lor dispetto estima il Turco necessitati alla sua; onde superbamente si suol dire spesso dai suoi ministri: quella Porta esser per sempre aperta del pari a chiunque le domanda e la pace e la guerra. Oltrechè, cavandosi quel re fuori dei confini dell'umanità, si alza infino in cielo a pigliar i suoi titoli, chiamandosi, Ombra di Dio, Donator d'Imperi e di corone, con quegli altri che fanno quella sì lunga filastrocca. Per maggior ostentazione anche della grandezza sua, non rispondendo parola mai ad ambasciatore di qualsisia Gran principe che gli vada a parlare, il quale fa inoltre eziandio nell'atto di baciarli la veste condurre a sè, e ricondurre da due suoi Capigì, come un prigion per le mani stretto.
Innanzi ch' io entri a parlare in tal proposito dei principi cristiani, giudico bene dire ciò, che mi accade dalla volontà che passa fra il re dei Turchi, ed altri principi infedeli. Di grandezza, di forze e di bravura merita esser anteposto fra questi il re di Persia, che con generosità di animo, per risentirsi delle ingiurie antiche ricevute dai Turchi, e per ricuperare gran parte dello Stato suo occupatogli da loro, lor mosse contro valorosamente, già nove anni in tempo del padre di questo re, confortando l'imperatore a mantenere in Ungheria la guerra contro la casa Ottomana, ed incitando con suoi ambasciatori tutti li principi cristiani a pigliar l'armi contro di lui; ma non parendo ancor tempo a Dio farci per nostri difetti godere di quella opportunità, con le discussioni tra il morto Cesare ed il fratello re d'Ungheria, allora mancò quella guerra, ponendosi ambedue in pace coi Turchi, i quali stanchi la desideravano infinitamente; e come dicevo altrove, se quei principi di Casa d'Austria senza travagliar infra di loro, benchè avessimo voluto coi Turchi la pace ne fossino andati alquanto più lenti, non precipitandosi in essa, come fecero scioccamente, gliela avrebbero venduta carissima: sendochè essi l'avrebbero comperata ad ogni maggior interesse, stante l'angustie in che erano messi per l'altra parte dal Persiano, il qual non mancò già d'animo, benchè gli mancassero gli ajuti e la fortuna con la pace suddetta, ma solo resistendo all'impeto delle forze ottomane, che condotte da Murat generale, già due anni, entrarono nella Persia, seppe ora con il temporeggiare, ora con far incontrare da una parte delle sue genti alcuna di quelle dei Turchi con grossa scaramuccia restar superiore, in modo che tra per la forza della spada, tra per l'ingiurie del verno, e tra per lo mancamento dei viveri, ammutinatosi contro il generale l'esercito, fu astretto assai confusamente ritirarsi, con lasciar fra le nevi sepolti forse sette pezzi d'artiglieria che non poterono condursi in Van, ove il resto da medesimi soldati per estrema necessità fu a gran pena introdotta. Presso i quali danni e disagi grandissimo fu quello che vi perissero quasi tutti i cavalli, tutti i camelli ed altre bestie da servizio; onde scrivendo Murat a Costantinopoli, dopo la sua ritirata in Diarbechir, addimandava sopra tutto un smisuratissimo numero di cavalli da rimontare l'esercito. Il paese ritolto come patrimonio della corona di Persia, da quel re al Gran Signore, si parte da Tauris, e per l'antica Media, oggi detta Shirvan, camminando giugne a Derbent, posta alla testa del mare Caspio, e calcolando poi fra i Giorgiani e gli Armeni, i primi per sangue, i secondi per vassallaggio, uniti con quella maestà termina questa sua ricuperazione nel paese dei Turcomanni, popoli che in parte la riconoscono vicino Erzerum tre giornate, e forse 18 potrà per lunghezza stendersi tutto questo spazio, il quale contiene quello di cinque provincie, Tauris, Shirvan, Revan, Gilan e Demircapì che abbraccieran forse 44 Sangiaccati; i quali fra tutto faranno 136 fra città, e buone terre. Avrebbe quel re potuto occupare ai Turchi paese d'avantaggio, gli anni massime che restavano travagliati in Ungheria, ma perchè non siano Persiani molto esperti ad assalir fortezze come Erzerum, e Van, o perchè come dicono lor basta aver ricuperato ciò che perderono, senza voler maggiormente irritarsi contro lo sdegno dei Turchi, non han fatto, benchè gliene permettesse il tempo maggiori progressi, non ostante che pretendino sopra Babilonia, ove resta sepelito Alì, dopo Maometto lor principale capo, di religione ed espositore dell'Alcorano, al quale da molti anni fa il Persiano re fabbricare una cassa ricca, gioiellata e dice volergliela presentare egli in persona, ma non sarà questo facil concetto da eseguire, cred' io.
Lo stato delle cose della guerra in fra quei due re, qualche mese in prima il mio partire, era in su gli apparecchi da ambe le parti per essa. Da quella dei Turchi, per li abbrucciati e disabitati paesi mal si poteano nè eseguire, nè sperare d'eseguire. Onde, e per esser anco il tempo innanzi assai, dopo la morte di Murat, parve a Nassuf generale di licenziare le milizie l'anno passato, per avere spazio di meglio ordinarsi e provvedere alle necessità del presente, se vi fosse stato bisogno. Quanto alle munizioni da combattere, queste da Costantinopoli e dal Cairo eran già state, e, di Damasco, spedite, al campo. Ma perchè, e la speranza delle cose passate, e la prudenza di Murat generale, che in così fatti difficili casi ben sempre si resse, (come dimostrò nel concludere la pace in Ungheria, che fu altrettanto comoda a Turchi, quanto di danno ai Cristiani), consigliava il buon vecchio al suo re la pace, attese egli specialmente a questo pensiero, e benchè si travagliasse nelle dimostrazioni per eseguire la guerra, non cessava però mai di ricordar in Costantinopoli ai ministri l'abbracciamento della pace, con alquante lettere di lui, che inviai pure a questo Eccellentissimo Senato. Toccava anco, ma leggiermente di questo suo pensiero al re, il quale ne repugnò lungamente, per essese signore molto geloso della riputazione sua, massime che non consente la legge Munsulmana che mai si rendino quei luoghi in cui si fa l'orazione conforme l'uso di essa, e per esser insieme molto pertinace, come altrove dissi, in quello che una volta determina. È vero, cred' io, che tanto più ne stesse lontano, quanto meno viene alla Maestà Sua dato ad intendere la verità di ciò che passava dal Bassà Luogotenente, e per non dispiacerle e perchè a lui medemo tornava bene forse la continuazione della guerra, per continuare senza il primo visire alla Porta nel governo del regno: onde perseverando il re nell'opinione immensa della grandezza delle forze sue, non sapeva dar luogo facilmente a pensieri della pace, e perciò vide altrettanto mal volentieri Mehemet ambasciatore del Persiano mandatogli da Murat, quanto da lui volentieri gli fu inviato perchè si dasse adito dalla Maestà Sua a qualche incamminamento di pace. Da che nacque, che sebbene con magnificenza fu ricevuto l'ambasciatore suddetto, anzi per fargli mostra della grandezza ottomana, per onorarlo gli furon poi dati disgusti assai, e quanto alla pace, ed il mal animo contro il Persiano ebbe il re in quei giorni a dire: essere risolutissimo di continuare la guerra, anco ci avesse dovuto andare la veste che aveva indosso; ed aggiunse inoltre allora sovra ciò a Murat generale, mostrando poca soddisfazione dei suoi ricordi, che s'egli, come vecchio si trovasse della guerra stanco, liberamente glielo dicesse, che manderebbe altro soggetto a trattar l'armi sue in quelle parti, o ci andrebbe egli stesso. Onde apertamente ben mi pare si possa comprendere quale fosse fin allora la volontà dei Gran Signore. Contuttociò, mostrandosi molto grandi le difficoltà che dal canto dei Turchi si appresentavano in quella guerra, mi dubitai sempre molto, come anco molte volte scrissi, fossero elle bastevoli in fine a rimuovere dal suo pensiero il re, facendogli trovar buona la pace: poichè, sebbene al mondo si possono sforzare talvolta gli uomini, non si può però da alcuna grandezza in terra sforzare il cielo; onde non trovandosi munizioni da viver per lunghissimo spazio in quei desolati paesi, e scabrosi per molti angustissimi passi, ad un'esercito così grande, non solo per avere fin sotto Erzerum abbrucciato il Persiano il paese del Turco, ma il suo medemo ancora per molte giornate dentro, e non potendosi anco, e ci fossero i viveri, condurvisi su non per certo tempo, sendochè non può un animale, portar più di quello che per alquanti giorni al soldato ed a sè basti. È cosa chiara che una grossa armata toglie in angustie tali a sè medema il modo di sostentarsi, e per conseguenza quello di vincere ancora, dando al nemico sicuro vantaggio di combatterla; quello che per queste ragioni entrando Turchi innanzi potrà sempre il Persiano accorto ed agguerito principe se non avrà fatto prima, farà in su la ritirata loro; la quale non potendo essere se non in mala stagione, per non volere e per non potere il soldato chiamato alla guerra levarsi se non dopo dato il prato al cavallo, dopo fatta la raccolta per sè, restando lungo il viaggio, partendo tardi, tardissimo arrivando fra le nevi e fanghi che antecipano e abbondano senza modo in quelle parti, o con il cavallo stanco anzichè di battaglia, di riposo desideroso, conviene quasi di necessità che ella sia disordinata e pericolosa.
Viddesene la sperienza appunto due anni sono che accompagnato, come poco innanzi toccai, da tutti i disordini ed incomodi sopradetti, Murat, se con l'esercito suo fresco si fosse il re Persiano risoluto d'attaccarlo alla coda, per quanto affermano tutti li soldati che di là vennero, avrebbe intierarnente disfatto, massime che, quando il Turco dal disagio e dal timore cacciato si ritira non conosce freno, e non conserva disciplina nessuna, ma con la fuga solo si consiglia; siccome per lo contrario vittorioso, irresistibile si fa quale l'impeto suo; ma oltre la lontananza, la difficoltà dei passi, la scarsezza dei viveri e la mala stagione, vantaggi che molto grandi appariscono dalla parte di loro, con discontentezza delle proprie milizie, che avendo ben conosciuto in pratica gli incomodi smisurati della guerra in quelle parti, non che riprovargli, non poteano sentir nominargli specialmente gli Spahi, che ci han lasciati i cavalli, e moltissima di quella milizia ha convenuto con le scarpe di corda tornarsene a piedi alle case loro in Grecia, abbattuti dal freddo e da ogni altro disagio. È vero che Masuf generale fe' grande sforzo, quest' ultima volta che si sbandò l'esercito, per isvernare i soldati alle case loro, di mandarli soddisfatti il più che potesse, e con aumentar loro alquanto li stipendii, e con dar loro qualche parte delle trascorse lor paghe, ed altri benefici ancora. Ma non è anco tutto ciò stato rimedio sufficiente al bisogno, poichè la sperienza, e la memoria dei danni passati, accresce in lor fortemente il timore dei futuri, mettendo lor sempre innanzi i rispetti soprannarrati, che consigliarono anco Masuf generale, benchè molto feroce e sprezzator dei pericoli e della morte, a dimostrarsi conforme lo stile di già Murat primo visire in su le trattazioni della pace con il re Persiano, con le quali secondo che vien detto, e molto facile pare ancora, s'è condotto ora alla conclusione di essa, che presso i medesimi Turchi che intendono, e presso il comune parere ancora riuscirà, dal canto loro, poco onorata, stantechè non avrà avuto radice da altro che dal conoscer essi, considerati gli accidenti passati, come dissi, invincibile il Persiano e se medesimi costituiti in gran necessità, volendo insistere a guerreggiare seco, di perdere ogni anno gran parte degli eserciti loro, senza altro avanzo che della fatica, della spesa e della vergogna. È stata questa, pace da' Turchi desiderata, oltre gli altri, per questi due rispetti: il primo, la mala soddisfazione, che per loro riceveano da Polacchi, guardando la protezione che simultaneamente vogliono avere di Serban e Costantin, principi deposti, l'uno della Valacchia, della Moldavia l'altro. Onde dal Gran Signore al Serenissimo di Polonia si scrivono sempre lettere sopra ciò che non si scriverebbono ad uno di quelli principi, appunto colme di minaccie e di pretesti. Il secondo rispetto, l'infestazione dei bertoni corsari. Il Nasuf (essendochè in breve rimarrebbe accordata la pace) scriveva al re ed ai ministri non doversi attendere per loro maggiormente ad altro che a liberar il mal concetto che impresse in alcuno, fosse la Maestà Sua per invader gli Stati marittimi di Vostra Serenità, condiscendendo di parlar anche di Candia, con dire non potersi continuare da lei la fabbrica di moschea, senza pigliar il regno di Candia, e costringer almeno la Serenissima Repubblica a pagarle un grosso tributo all'anno, il quale applicato per ora alla moschea servirebbe perchè tanto più in breve si conducesse alla perfezione sua. Ma perchè io m'affissassi molto su questa voce, ed ordinassi anco al Borizi penetrarne il vero, non trovai io stesso fondamento reale; e, siccome ho altrove considerato, non potendo i Turchi intraprender imprese tali, se non dopo avere una grossa armata in punto, e questa non potendo escire se non dopo qualche anno e dopo lo sborso d'una gran quantità di denaro, non veggo possano con realtà di forze e di discorso pensare a questo; ma stantechè resta il Gran Signore in pace con gli eserciti in casa, il far capitale anco delle voci non fondate potrà servire, se non altro, a vantaggio di buon governo, come ebbe sempre questa Serenissima Repubblica in costume. Onde le provvisioni fatte da Vostra Serenità ultimamente per riveder riordinato, e curar delle sue piaghe il regno di Candia, tanto sono più necessarie, quanto ve ne apparisce maggiormente il bisogno.
Dall'altra parte il re di Persia, se ben di forze e di esercito inferiore a quello del Turco, non volle lungamente attendere ai partiti per la pace propostigli da Murat generale, poichè in essi non si comprendeva la compita restituzione, dei confini pretesi da lui da Sultan Soliman; il qual Murat inviando, come dissi, l'ambasciatore di quel re a Costantinopoli, fu in particolare per dar intenzione al Gran Signore ed ai ministri, che lasciandosi Tauris e il territorio suo, come dire in feudo al figliuolo maggiore di lui, con che di presente sborsasse una quantità di danaro ed ogni anno poi pagasse 400 some di seta, si fosse potuto concluder la pace. Questi, per quanto ho inteso di poi dall'ambasciatore persiano, fu piuttosto da Murat ricordato così al Gran Signore, per tentare la Maestà Sua, e disporla se potesse alla pace, che proposto da lui al re persiano, ed assentito da quella Maestà; la quale stando del continuo pure con generosa costanza ferma in sul volere interamente il contenuto fra i sopradetti confini antichi, accordati da suoi maggiori, in prima di pacificarsi ha voluto vedere questo suo pensiero ridotto a compita perfezione, com' è seguito con la pace, che dicono esser firmata, stante i medemi confini sino al ponte di Pastor, lontano poche miglia da Erzerum, conoscendo ella ben allora che a godere delle sue giuste pretensioni, avea certo a condurla il far per qualche tempo ancora resistenza all'arme dei Turchi, che per la stanchezza, per i disagi e per le scosse avute dal guerreggiare così lungamente in paese così lontano e spogliato, convenivan elle infiacchire e disservirsi ancora, immaginandosi frattanto di questo modo che o la necessità o la ragione farebbe condiscendere il Gran Signore, nel suo volere, nel modo che si ragiona appunto essere accaduto. Oltre queste importantissime considerazioni, altra vi si aggiugne gravissima, che il Persiano avesse ceduto ai Turchi il paese lor tolto per qualche rispetto, con un poco di tempo vi avrebbe rifatte le fortezze, l'avrebbono reso coltivato, e ripartito dal Gran Signore come il resto del suo, avrebbelo consegnato ai valorosi li quali cavandone molti utili, e ponendovi per conseguenza amore, e per l'interesse lor proprio, e per quello del re loro, non solo si avrebbono difeso gagliardamente, ma, aumentatesi le forze ottomane in quelle parti, avrebbono sempre tenuto in timore ed in briga il Persiano, quello che stando le cose come si trovano, non può seguire. Aveva il re di Persia ricco esercito suo, oltre 60,000 combattenti, tutta gente scelta, unita da suoi principali e fedeli vassalli e capitanata da lui. Ho inteso avesse vicino a 12,000 fra archibugieri ed arcieri a piedi forestieri ben trattenuti, appresso l'altra sua milizia pur a piedi, e l'abbondante eccellente cavalleria, peculiar forza di quell'antico e nobilissimo regno. Tiene dell'artiglieria ancora, e ritrovata in tante piazze ritolte al Turco, e fatta anche da lui fondere con l'opera dei Portoghesi e degli Inglesi, dei quali ha buon numero che la governano ancora. Resta anco quel re al presente inquieto di Osbek Tartaro, il quale Osbek avendo avuto gli anni passati aspre contese con il Kan di Samarcanda, con quello di Buccara, e con certi altri inferiori Signori nel paese del Zagatai, sono stati questi, come vicini ed inferiori di forze a Osbek, sostenuti con lor gran vantaggio dal Persiano, per la qual cosa riconoscendo essi il beneficio, vivono quieti ora non solo da quella parte con Persia, divertendole i travagli d'Osbek, ma somministrarono per ragion di gratitudine gli ultimi anni della guerra quegli aiuti in oltre che poterono al re amico, e mentre si ritrovava appresso alla Sua Maestà Chiaradin, Chiaus del Gran Signore, giunsero appunto ambasciatori di quei principi che le portarono molte esibizioni in nome dei loro Signori, e molti presenti ancora d'odori ed altro, specialmente di certe cammelle bianche delle quali con altri presenti donò ella alquanto a quel Chiaus, dicendogli le conducesse seco in Costantinopoli, riferendo d'onde e da chi fossero state mandate in Persia. Ma quello che sovra il tutto pare sia il nerbo maggiore del re Persiano è la propria virtù dell'animo suo, perchè signore giustissimo, cortese, valoroso, ed amato da' suoi, e volentieri seguito ed obbedito da tutti. Tiene un'affabilità, in particolare coi sudditi suoi, che pare quasi imiti quella de' re Francesi coi loro, onde se cavalcando talvolta passa da certi luoghi, ove si riducono essi a bere di quel beveraggio di acqua forte, si ferma la Maestà Sua, e con parole e con faccia allegrissima, non permette ad alcuno si muova dal luogo suo, ma fassi ella portare ancora, e ne fa loro brindisi. Alcuna volta ancora si pone a sedere in fra di loro con somma umanità, spogliandosi la persona di re, e vestendo la particolare maniera, talor da quel re usata, per infervorare maggiormente l'amore de' suoi popoli verso di lei, e verso la difesa del regno suo, non lascia però di castigarli ancora, quando gliene danno occasione, siccome fe' in particolar di alcuni principali signori imputati di fellonia; mostra ingegno assai, accomoda di sua mano archibugi ed altre armi, si pregia molto essere tenuto soldato. Mi riferì un giorno un emir di quelle parti, stato già a Venezia, che trovandosi egli innanzi alla Maestà sua parlandogli de' Principi Cristiani, il dimandò ella quello dicessero di lui. Le rispose che era da tutti molto amato e stimato per valoroso signore; intese ciò con gran gusto, e subitamente levatasi il berretto di capo il gettò così un poco in alto, ripigliandolo, e ne ringraziò Dio. Passa quel Re di poco li 40 anni, è ben complessionato, onde vuole sempre in tempo di guerra essere per tutto, e vedere ed ordinare le cose sue. Ha quattro figliuoli, il principe sarà di 20 anni, il quale ha pure un figliuolo amatissimo dal Re; 12 anni avrà il secondo genito; piccioli restano gli altri due; tiene quattro mogli: la prima già figliuola di Simon Can Prencipe de' Giorgiani che si morì nelle Sette torri in Costantinopoli.
Lamentavasi assai, e ne aveva gran ragione de' principi cristiani, che il lasciassero solo contro il Turco, specialmente dell'imperatore, a contemplazione del quale gli armò contro. Quegli della religione nostra, che ne' suoi paesi capitano, sono ben veduti da lui, ed accarezzati ancora. Andarono certi Cristiani a dimandarli un giorno fosse contento, potessero accomodare ed ufficiare certe chiese nello Stato suo. Rispose loro alterato alquanto: che non lo meritavano, perchè, da' principi Cristiani non era a lui mantenuta la parola di combattere ed aiutarlo a debellare il Turco, per liberar ed essi e lui dalla tirannide sua; concedette loro le chiese richiestegli, ed inoltre donò loro molte tappezzerie per ornarle, dicendo: Vorrò veder se nell'avvenire vorranno mantenere i vostri principi anche qui l'onore delle lor chiese; nelle quali esteriormente consente loro tenghino inalberata la croce, e suonino anco le campane come facciamo noi in questa città. È ghiotto al vino, e beve acquavita con molto gusto, perchè non accade mai, che come i Turchi l'acqua, non si faccia egli condurre appresso ambedue questi liquori. Con Mechmet Bege, prudente signore, mandato due volte ambasciatore in Costantinopoli da quel re, mi son trattenuto sempre secretamente, ma continuamente, lodando di continuo le azioni eroiche della Maestà Sua, assicurandolo del cordial affetto e della gran stima che fe' sempre Vostra Serenità della corona di Persia, e della segnalata virtù in particolare del presente re, al quale parea nel maneggiar dell'armi promettesse Dio gloria maggiore da superare quella di tanti altri preclarissimi antecessori suoi, assicurandolo che il bene della Persia sarebbe sempre procurato da questa Serenissima Repubblica. Ebbe senza fine cari, l'ambasciatore, i miei ufficj, che accompagnai con altri amorevoli termini ancora: m'assicurò della costanza del suo re in mantenere la riputazione del suo nome. Dipoi voleva far scrivere da quella Maestà a questa Serenissima Repubblica in ringraziamento dell'amor suo, e per pregarla ancora pregasse il Papa a tenere le sue ragioni ed a soccorrerlo. Gli risposi non esser necessario facesse prender altro impaccio di scrivere a sua Maestà, perchè io avrei ben fatto l'ufficio con Vostra Serenità, ed Ella amorevolmente poi avrebbe fatto anco con il Pontefice, sempre quanto avesse potuto per servizio suo; e lo lasciai andare ottimamente impresso. Se costui avesse potuto giugnere in Persia, mi persuadeva avrebbe con grande onore, e vantaggio ancora parlato a quella Maestà di questa Serenissima Repubblica, e perchè al fermo mi disse che l'avrebbe fatto, e perchè in sul suo partire in segno d'amorevolezza mi mandò a donare certi odori, ed una bella spada ancora dicendo, mi ricordassi del suo re; ma succedette la morte sua mentre si trovava ancora presso Nasuf, in Diarbechir, disperato ed arrabbiato non l'avesse quegli voluto lasciarlo tornar in Persia. Le cose a venire Serenissimo Principe, Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori restano chiaramente intese solo da Dio. Pure imperfettamente dirò intorno alla pace, che dicono essere fra questi re conclusa, che seguendo ella per istanchezza de' Turchi, e per aver avuto luogo nell'animo della Maestà Sua la ragione continuamente rappresentatale dalla difficoltà delle cose medeme, per la discontentezza, per non dir disperazione delle milizie, per la spesa immensa, per la carestia, per la risoluzione e bravura dell'inimico, per il darsi ad intendere quello che in molti Turchi grandi è già impresso, specie di gloria dover esser lo avere il Gran Signore con 100 some di seta all'anno tributario il re Persiano; si può credere abbia ella almeno per buon pezzo a camminar innanzi. Ma se nell'animo di un re giovine e risentito, non potrà in tutto ammorzarsi la memoria del danno e della vergogna d'aver rilasciato quello che giustarnente non solo pretendeva, ma era stato da suoi predecessori valorosamente guadagnato, goduto, e da lui gran tempo combattuto ancora; se lo stile insolito fra Ottomani di cedere per via di negozio quello che per via di arma si è guadagnato dovrà aver luogo; se gli accidenti che molteplici e gravi stante la vicinanza dei Persiani a Erzerum potranno, come potran al certo alterare fra' confinanti la quiete; se l'alterigia, se la corta e falsa fede de' Turchi non cambia natura; ben si può credere abbia questa pace ella ancora ad essere e falsa e corta; tanto, solo per avventura potendo durare, quanto tarderan li Turchi a ripigliar vigore e forza da invadere quel regno, con il quale per pace della coscienza mia convengo dire, devono tutti i Principi intendersi bene, e con dovuti riguardi a suoi rispetti, più questa Serenissima Repubblica che gli altri, poichè più degli altri lasciata da Dio vicina ed in pericolo delle forze potenti de' Turchi. Mi pare in proposito di questa pace non abbia a riuscire soverchia considerazione anco, che intendendosi volere Nasuf primo visire, in prima di condursi a Costantinopoli, giugnere fino in Aleppo, con iscusa di farvi qualche servizio per il suo re, e voler ordinare inoltre la ricuperazione di qualche castello occupato da alcuni signori di Kurdi, possa essere per avventura questo un modo d'inframettere dilazione al suo arrivo in Costantinopoli, come quello che, pur troppo chiaramente avendo co' suoi medemi occhi potuto vedere negli ordini di Murat primo visire quello che il re gli die' di privarlo di vita, conosca vera quella proposizione che nei casi dubbi, o convenga altri interamente risolvere il no, o porvi almeno tempo di mezzo assai; acciocchè nascendo da un accidente un'altro, alcuno non accada che lo assicuri.
Vuol la ragione, che egli abbia a fare gran capitale della poco buona disposizione portatagli da Mechmet nuovo bassà e capitanio del mare; che ambiziosissimo del primo luogo, genero del re, fomentato dalle donne di dentro, farà ogni sforzo di sbattere costui, se non nella vita nel grado almeno. I quali rispetti, siccome pajon prodotti da sicura necessità che conviene a Nasuf avere della sua vita; così certo anche pare, (quando non voglia il re per gli interessi che l'hanno fin ora persuaso alla dissimulazione, non dichiarirlo apertamente ribelle ed armargli contra), non convenir alla Maestà sua il firmar in Costantinopoli scrittura di pace con l'ambasciator Persiano, senza che il suo primo visire che l'ha stabilita, come dicono, a confini con quel re, non si trovi egli ancora alla Porta, per avvertire la Maestà Sua di ciò che per proprio decoro e vantaggio le stesse bene in quella pratica; onde potrebbe anche succedere, se non de' scomponimenti, delle lunghezze almeno in questo fatto. Ma per ora, per dir anche tutto ciò che di costui mi va per mente, vengo pensando resti egli più risoluto a tenersi lontano da Costantinopoli, poichè chiamatone tante volte per lo passato dal re, al presente necessitato andarci per ogni ragione, volendosi mostrare buon servitore del suo Signore, e sempre più renitente scoprendosi al volere di Sua Maestà, bisogna credere che egli non sia non solo per andarvi, ma ch' egli pensi, come altri altre volte han fatto, ad assicurarsi per quel modo che miglior lo troverà in campagna; e per me vedendolo con autorità e con sigillo del Gran Signore starsene in Aleppo e in quel dattorno, vengo pensando, ch' egli possa aver intelligenza con quegli emiri di Tripoli e di Saida, sospettissimi già ambidue di ribellione i quali trovandosi molto ricchi, pieni di dipendenze in quelle parti, potrebbe facilmente accadere che ristrettesi con Nasuf ricchissimo egli ancora, colmo d'autorità, di seguito, valoroso della mano, amatissimo da' soldati e da Mori del Gemen mal disposti verso la Corona, ov' ebbe altre volte comando di Bassà, innovassero tutti tre i travagli passati. L'emir di Saida, posto in un sito di monte asprissimo, mostrando essere servizio del re suo, allargò gli anni passati il suo comando buon pezzo per quelle campagne verso Damasco; nelle quali sovra un'acqua assai grande restando fabbricati due gran ponti, e molto considerabili, ha guadagnato il primo verso di lui con il paese che di qui resta, e ritiene in Caravanserai 100soldati di guardia con lor archibugi; ha avuto pensiero far il medemo dell'altro ancora, ma non ha potuto di più fin adesso allargarsi. Restan anco in piedi Tabil e Carasaid ribelli valorosi, ambidue compagnì già di Calander Ogli, che tutti questi anni passati ricoveratisi dal re Persiano, han servito quella Maestà in guerra, e all'uscir di Persia, che fece Murat già due anni, il seguirono alla coda, con apportargli qualche danno.
Fermandosi Nasuf in campagna, facilissimo sarà si congiungino costoro seco, e così mettersi di nuovo quelle contratte d'Asia in sovversione con molto comodo de' principi Cristiani. Ma non debbo anche tacere, confidente essere Nasuf di sè stesso molto, e siccome altra volta, mentre generale si trovava nell'Asia contro ribelli, che devastavano tutto il paese, senza dar alcuno avviso al re, si condusse egli d'improvviso alla Maestà sua tutto carico d'arme, e considerandole, non potersi dar rimedio alla temerità de' ribelli, se non con la presenza di lei, tanto arditamente e replicatamente ciò disse, che potè due giorni appresso condurla seco in Persia per il fine suddetto, che male però seguì, sendochè il re convenne tornarsene con poca riputazione, senza aver apportato alcun profitto di sè a quel bisogno. Così potendosi egli anco immaginare con la conclusione della pace, dover trovar verso di sè addolcito l'animo della Maestà Sua, non sarebbe forse impossibile all'arditezza di lui, da questa speranza conducessesi anco questa volta a Costantinopoli, benchè stante gli accidenti che passano, mal si può credere con buona ragione che ciò segua. Ma la temerità, che esclude sempre dagli animi l'uso della ragione, vel potrebbe condurre e potrebbegli inoltre, con l'avere la vita, far perdere insieme: d'accidenti tali abbondando gli esempi fortemente.
Osbek Tartaro prencipe, confinante da una parte con il Persiano, mediante il monte Caucaso, e con gli Indiani dall'altra, è signore di molta considerazione, già di molta forza, specialmente in cavalleria, della setta vera maomettana, e perciò d'amore di legge unito assai per lo passato con l'imperatore de' Turchi. Ho detto per lo passato, poichè al presente nella parte dell'amore e della confidenza non resta così, benchè non meno del Signor Turco viva egli ancora nemico del re di Persia, discordante d'ambedue di religione, d'ambedue perciò tenuto come eretico nella fede loro. Trovasi nondimeno questo principe di presente in pace con il Persiano, il quale non avendo gli anni addietro avuto contro esercito de' Turchi, non solo ha potuto conseguire gli acquisti che ha fatto, e scorrer fin sotto Erzerum, ma insieme ha potuto contrastare e superare a quei confini l'arme del Tartaro, occupandogli alcune buone terre, che fortificate poi da lui, e guardate con grossi presidii, han notabilmente accresciuto in quelle parti la sicurtà delle cose sue. Il che gli è accaduto tanto meglio di poter fare, quantochè questi ultimi anni levatisi contra Osbek, con buone forze, quei signori parenti suoi nel Zagatai, che dissi disopra fomentati ed ajutati da lui, è stato egli costretto dopo aver qualche tempo guerreggiato con loro, con loro infine aver partito buona parte dello Stato suo, ond' è succeduto che egli è scemato assai di forze, e che in questi ultimi tempi è convenuto trattenersi in pace con il re di Persia; contro il quale furon per lo passato soliti i Turchi di eccitarlo con assai loro vantaggio, benchè da sè medesimo vi fosse sempre quando potè disposto. Ma perchè ammonendo i Turchi ancora la ragion di Stato, che se con le forze degli eserciti loro da una parte, se con l'armi di Osbek dall'altra, avessero debellato un principe più forte vicino, e della legge loro, si risolsero con il Persiano alla pace sotto il padre del presente re, massime, che molto chiaro compresero, aver Osbek allora assai risolutamente stabilito nel suo pensiero di tirarsi tanto innanzi con gli acquisti in su quel del Persiano, che senza passare il mare, potesse condursi alla Mecca, ov' è sepolto il comun seduttore dei Turchi e suo. E perchè tengono fra' Maomettani felicissimo quel signore che comanda il paese, ove quel sepolcro si trova, non solo non fecero più istanza i Turchi ad Osbek di muovere contro il Persiano come aveva più volte egli fatto. Ma tutto fu indarno, chè, quando d'una maniera quando d'un'altra, accortamente rispondendo, se ne escusarono i Turchi sempre. Per la qual cosa si può credere, che benchè potesse il Gran Signore estinguere il Persiano, per non aggradire ed avvicinarsi Osbek, se ne astenirebbe certo, conoscendo bene che il voler guerreggiare poi seco, con troppo suo disavvantaggio il proverebbe, e per la lontananza del sito e, per le condizioni de' sudditi nuovi e per la pessima soddisfazione dei vecchi in quelle parti, all'estremo, come dissi altrove, maltrattati da ministri ottomani, o per lo ottimo nome in che resta il Tamberlano di principe molto giusto nella sua legge, mantenuta sempre per lui d'ogni corruzione illesa. Onde levatosi al Turco il pretesto d'uscir contro gl'infedeli a combattere, (sia che riuscissero per avventura l'armi sue a danno di quei Tartari d'una medema religione, sia contro i Persiani di fede differente) mi pare potersi conchiudere due punti: l'uno, che più in apparenza che in realtà d'affezione e d'interesse al presente si trovi il Gran Signore unito con Osbek; l'altro, che il suddetto Tartaro non sii in istato per le condizioni suddette, di travagliar come era solito il re di Persia. E benchè, si dica il presente Osbek suddetto infestare alquanto il Persiano, non voglio non dire non poter anco ciò essere, sendochè ogni cosa può succedere. Ma guidato dalla ragione, mi par bene di poter con fondamento credere, non dover in questo facilmente seguir cosa di rilievo, perchè avrebbe con buona occasione potuto già due anni passati riprender l'arme quel principe contro quel re, che il Gran Signore teneva un'esercito di 70 mila persone ai confini di Persia, e il fe' trascorrere fino sotto Tauris. Il che non essendo seguito, come altre volte in congiuntura tale seguì, mi fa credere non poter essere che al presente accada, dopo aver trascurato vantaggio così grande; e poi, se ciò fosse, non avrebbe il re di Persia sbandato l'esercito suo, siccome ben sanno l'Eccellenze Vostre, da Soria e da Costantinopoli pure avvisate; s'aggiugne per ciò, che aumentandosi il Persiano di confine da quella parte, come altrove dissi, e fortificatosi ancora il presidio delle nuove obbligate amicizie di quei principi del Zagatai confinanti a lui, non può Osbek con isperanze di buon' esito far guerra alla Persia così di presente. Potrebbe esser ben, Serenissimo Principe, Eccellentissimi Signori, che Nasuf, tardi ricordasse che l'aver condotta la pace fra il Persiano ed il re Suo, come si dice alla conclusione, pensando con quest' atto di por in tranquillità lo Stato suo, e vedendo non gli riesce, faccia ora sagacemente spandere questa voce, acciochè intesa dal Gran Signore, che abborrì sommamente questa pace così vergognosa, dal canto suo possa per avventura voglier l'animo a non vi condiscender in ultimo all'arrivo dell'ambasciator persiano, ma sperando possa Osbek, come altre volte occorse, perturbare il Persiano dal canto suo, con maggior facilità di speranze tornino nuovi pensieri di guerra in capo al Gran Signore; onde per conseguenza non volendo fin qui il re dimetterlo da primo visire, gli torni anco in mano occasione con ragionevole pretesto di fermarsi fuori di Costantinopoli, e trattarvi la guerra, che fe' sempre per i discontenti, e sottragersi per buon pezzo, sotto titolo di buon servitore e con decoro, alla necessità di tornarsene alla Porta e di porre in pericolo la testa; o quando possa ciò esser vero, che nelle dubbietà presenti non mi pare anche molto difficile, tornatosi Nasuf, con un esercito in mano, che egli facilmente possa risolversi con l'affetto de' soldati beneficati da lui, che l'amaron per ciò sempre straordinariamente, e con tutti quegli altri aderenti e rispetti sopra considerati, a voler con fermezza di termine, o accostandosi al Persiano o risolvendosi d'altra maniera, assicurare la vita sua; il che quando segua, potrebbe andarsene molto congiunto con il servizio della Cristianità.
Il Tartaro precipita, vicino Gabsezea, ch' è una penisola del mar Maggiore, di grandezza quanto è forse la Morea, luogo sull'erta di un monte ameno assai, e regge tutte quelle contrade fino alla Volga. Resta parente della Casa Ottomana, e, se mancasse mai senza eredi il Gran Signore, legittimamente pretenderebbe egli quella successione; onde talvolta stanchi gli stessi Turchi dell'asprezza di quel governo, in tempo de' lor travagli e di qualche loro inetto re, come dire di Sultan Mehemet, infra la plebe furon molti che dissero: bisogna chiamar il Tartaro assai valoroso signore di quei tempi, per imperatore. Viene eletto quel re dal Gran Signore, e fra i molti congiunti di sangue, che pretendono quella corona, semprechè sua Maestà non vale con la parola di chiarirlo, il fà con la forza, dismettendone alcun talvolta ancora che le si mostri disubbidiente, come successe in tempo di Sultan Amurat, che negando quel re d'allora di voler andar alla guerra, comandatovi da sua Maestà, mandò ella Osman Bassà primo visire per terra con esercito, ed Occhialin capitano del mare con armata, ed il privò del regno e della vita, ponendo altro in suo luogo; ed il presente Gran Signore, egli ancora ha voluto a dispetto di Mehemet Girai, che armato pretendeva quella sede, por in essa Mehemet Can, che con le forze mandategli da Costantinopoli, dopo averla contrastata un pezzo, si è ben fermato in essa dipoi; onde si conosce quel re e quei popoli essere dipendenti dalla Casa Ottomana, che viene per ciò a' suoi bisogni servita, quando in Ungheria quando in Persia, con buon numero di quelle genti, che portan bene 30 in 40 mila cavalli insieme. Cinque fratelli del presente re si trovano in Costantinopoli ostaggi del Gran Signore, attendenti alla campagna. Vivono sempre questi Tartari non sofferenti il disagio, alla fatica invitti, al cibo parchi, il qual è d'un poca di farina di miglio spruzzata con il latte di cavalla; se lor manca in guerra, pungon le vene de' lor cavalli, ne succhiano quel sangue, e lor basta di vigoroso cibo. Gli uomini in quei paesi vi nascon quasi ciechi per li occhi piccoli, e che si veggon lor sommersi nel capo, con il tempo poi si van essi alquanto riformando in loro, e disnebrando il lume; sono inoltre lunghi di ventre assai e corti di gambe. Fanno i Turchi molto conto del vantaggio che lor apporta la rapacità di questa barbara turba, poichè cacciandosela innanzi con le ruberie e con gli incendii, incomoda senza modo il nemico, il quale, rispetto la celerità sua, in prima che intenda gli si mova incontro, se la trova in casa; sendo buono il Tartaro, legando due o tre cavalli per la coda l'un dietro l'altro correr sempre, e stancatone uno, rimontar su l'altro, facendo talvolta cento e più miglia al giorno. Con le depredazioni loro continue, provvegono i Turchi di schiavi, non già da navigare perchè verso la Russia predando per lo più, non son quei meschini atti alla galera; se ne servon dunque nelle loro case i Turchi, de' quali non trovando alcuno che volontariamente voglia travagliare nei servizi bassi, mal la farebbon essi senza questi, che perciò si trovan continuamente a comperare, come tanti montoni al mercato. Van anco da quelle parti in grand' abbondanza li buttiri in Costantinopoli, principal munizione che amano i Turchi per condire il riso, e per esser il lor paese molto erboso, gran copia di gregge e di armente vi si nutrisce; c'è anco una specie di cavalli selvaggi che non può addimesticarsi, e vive inutile per quelle campagne. Altre sorta di Tartari si trovano ancora molte; ma parendomi il parlar di esse poco utile discorso al servizio della Serenità Vostra, le risparmierò questo tedio.
Non tiene il Gran Signore buona volontà con il re di Fez, benchè delle stesso rito; il conosce per dipendente dal Serenissimo re Cattolico, e crede con suo consenso aver quella Maestà fatta l'impresa di Larace; volentieri se fossero in istato di forze di mare, i Turchi, e non temessero di quelle di Spagna, pensarebbero a cacciarlo di quello Stato; ma per me credo, in questo rispetto, che non condurranno lor mai a travagliare in Africa con armate: poichè soffrendo la disubbidienza di quei Giannizzeri che ci han fermo tanto il piede, e quella di alcuni dei governatori di quelle fortezze, che come ho anco altrove detto, osan con l'artiglierie mandar indietro le galere di Sua Maestà, ben si può aver per sicuro non andar con fermezza questi pensieri loro per il capo. Solea il re di Fez mandar suoi ambasciatori già al Gran Signore con presenti assai frequentemente; ora se ne astiene. Nelle sette torri si trovano due parenti di lui, tenutivi prigioni da Sua Maestà.
Restano in pace di presente i due imperi de' Cristiani e dei Turchi; e se con l'andata, in Costantinopoli dall'ambasciator Erbestain mandatovi dal defunto Cesare per firmar la pace, si credette fosse essa per opra di lui intieramente stabilita, altrimenti camminava il negozio; sendochè, o per l'infedeltà de' Turchi, o per la semplicità dell'Erbestain, (ma, secondo me, per l'una e per l'altra), furono le trattazioni a voce, di quella pace in alquanti punti ad un modo, e lo spiegamento di essi in iscritto ad un'altro; sicchè senza avvedersene l'ambasciatore riportò all'imperatore, e al serenissimo re d'Ungheria, i quali andavano considerati ambedue presso i Turchi per un principe solo, le capitolazioni imperfette e non a gusto di quelle Maestà; che perciò risolvettero inviare di nuovo in Costantinopoli Pietro Buonuomo ed Andrea Negroni, perchè fossero alquanti capitoli riformati sulle stabilite basi di pace; la quale prometterono almeno esteriormente assai breve, per la parte loro, l'imperatore ed il re d'Ungheria, se non fossero dichiarati conformi a quanto espresse in voce l'Erbestain, e ricercavano allora di ritrovo le Maestà loro.
Incredibile, come altrove ho tocco, fu già ne' Turchi il bisogno e il desiderio di quella pace; però continuando in loro lo stesso, assentiron, di quel tempo, alle richieste di Cesare. Solo in quel punto che restasse abbracciata tutta la Casa d'Austria nella pace, incontrossi in qualche difficoltà, non volendo i Turchi si nominasse altri che l'imperatore di Vienna; ma dopo qualche corta renitenza, come nel resto, cedettero anche in questo. E perchè io con quella più destra ed efficace maniera che potei, mostrai in prima, ed a Murat primo visire ed a Mehemet luogotenente di poi, quanto necessario fosse, con l'opportunità, di raccomandare quelle capitolazioni, e per alcuni danni gravissimi, che in quel tempo fecero pure Uscochi a Turchi, includessero per la parte loro nelle predette capitolazioni, che essendo gli Uscochi indubitamente sudditi di Cesare, dovesse egli rimediare alla rapacità ed insolenze loro, e pagarne sempre che accadessero i danni; non vollero per repliche ch' io lor ne facessi, ritenuti dal timore di mal soddisfare Cesare e per difficoltà nella pace, uscii, ad altro mai che a far qualche ufficio di semplici parole in ciò co' suoi ministri; i quali benchè non fossero ambasciatori, furon però come tali ricevuti e trattati, anzi davvantaggio ch' ebbero doppio il desinare, in Divano, abbondando i Turchi anco essi nel resto, presentando lor insolitamente cavalli e vesti, benchè eglino, come semplici agenti non presentassero alla Porta al loro arrivo nulla; de' quali regali, nonchè altri essi medesimi si facevano le meraviglie, e le dissero anco a me. Altro Nuncio mandò l'anno passato il serenissimo re Matthias al Gran Signore, per dolersi che non fosse stato eseguito da Assam Bassà di Buda uno dei principali punti accordati cioè la restituzione di gran numero di casali a' confini. Lo espedirono conforme il suo desiderio con nuovi efficacissimi ordini in tal proposito, ma essendo quei casali da gran tempo in mano a' sudditi turcheschi, molto arditi a' confini, che gli hanno migliorati, goduti e difesi gran tempo, secondo me difficile sarà il condurli alla restituzione di cosa, che stiman già lor propria. Il qual rispetto sarà sempre un'incentivo alle turbolenze, e forse anco un giorno alla guerra fra quei principi.
Resta in Costantinopoli il signore Michali Stazer per ostaggio dell'accordato, finchè venga un ambasciatore, che conforme le capitolazioni ogni tre anni si deve per ciascuna delle parti mandare. Ma il tempo è già di molto passato, e di Germania non è mandato, benchè dica lo Stazer abbia sempre di corto a giugnere. Ebbero i Turchi sempre poco opinione del passato imperatore, e per il temperamento di lui, e per la varietà delle religioni in Germania e ne' paesi anco particolari di Sua Maestà, onde ne parlò un giorno meco Mehemet luogotenente con quel spregio, che avvisai riverentemente a Vostra Serenità; quanto pure alla persona in minor concetto ancora lo tennero, sendosi lasciato così mal trattare dal fratello re d'Ungheria, (del valor del quale re stando massime faticati i Turchi molto dalla precedente guerra, ancora fan grande stima), però conoscendolo principe di cuore, di risoluzione, che sa unire anco a suo modo i popoli discordanti di religione, e che spesso trovasi con l'armi in mano, (concetto, che tanto maggiormente aumenterà in loro, quanto favoriti i disegni suoi dalla fortuna si trova ora eletto in Cesare, e potrà de' suoi regni, de' principi della Germania e de' suoi sudditi, con maggior sicurtà e vantaggio meglio servirsi, che non potè il morto imperatore). Per la qual cosa i ministri del Gran Signore inquieti vivono assai, tenendo di quella pace molto sospetto; onde spesso replicano ed ingrossano i presidii a quelle frontiere, siccome successo l'anno passato, quando il Transilvano, d'ordine della Porta fugò il Vallacco, per ajuto del quale simultaneamente armò il re d'Ungheria a que' confini, sendochè desiderava sostenere ìn quello Stato il Serbano postovi già dall'imperatore nel tempo della guerra passata, ma ciò non parve a' Turchi più lungamente sopportare, riuscendo loro molto strano che dall'imperatore si mettesse il principe in Vallachia, e fosse di poi confermato solo dal Gran Signore, quello che, da gran tempo innanzi non seguì mai; poichè, dalla Porta eran mandati in Vallachia e in Moldavia i principi senza che nè in quello l'imperatore, nè, in questo il serenissimo re di Poionia ponessero cosa alcuna del loro: non sarà forse difficile che i moti seguiti per questi rispetti non ben ancor tranquillati intorbidino essi ancora un giorno l'animo di quei principi; chè nel resto quanto a quello del re de' Turchi mostra esser buono verso l'imperio, ma quanto al passato Cesare, non avendo egli mai assentito di buona voglia a quella pace, venutoci solo per mera necessità di termine usato seco dal fratello, si può credere non avrebbe per avventura egli avuto dispiacere che ella si rompesse: sendochè e sarebbegli in certo modo paruto di avervi l'intento suo, vedendo massime interrotto il piacere del fratello con cui più in apparenza che in effetto si trovava ben disposto, e perchè nel particolare della Maestà Sua fu la guerra sempre utile, stante l'avanzo che comunemente si tiene abbia ella fatto di molto oro per le contribuzioni della Germania, dispensate scarsamente a suo modo; considerazione, che aumentava ne' Turchi ancora la gelosia di quella pace, della quale bramando essi più sempre la conservazione, giunto alla Porta l'avviso della morte di Cesare, chiamò il Bassà lo Stazer a sè, e, mostrando gran affetto verso il serenissimo re d'Ungheria, per servizio de' suoi interessi alla Corona Imperiale, offersegli le forze e gli ajuti del Gran Signore.
Per la comune inimicizia ch' hanno i Turchi e i Francesi coi Spagnuoli, più che per altro perchè sono Turchi e i Francesi amici insieme, onde mentre la Francia è stata perturbata dall'armi di Spagna, hanno i Francesi trovato sempre ne' Turchi prontezza, quando avevano più in essere le forze di mare d'inviare l'armata loro a' danni di Spagna, mancando fuori di questo ogni altro interesse d'armarsi tra loro: in ambe le parti restano nondimeno occasioni al presente di disgusto: ne' Francesi per i danni che rilevano gravissimi continuamente da' Corsari di Barbaria; ne' Turchi perchè i gallioni del Gran Duca sono per lo più condotti da' Francesi, con molto numero inoltre de' lor marinari e di soldati, aggiungendo essi che di lor proprii vascelli armati in Brettagna ed in tutta quella bassa parte dell'Oceano, vanno depredando il mare, e facendo lor grandemente danno. Se il re di Francia manderà innanzi il concetto del padre d'accrescere il numero delle sue galere, e farle navigar il Mediterraneo da quella parte che bagna i suoi Stati, potrebbe molto giovare a sè e a Vostra Serenità ancora per molti rispetti, ma specialmente per combattere i corsari di Barbaria. È vero, che non sò quanto in galere sian pratichi i Francesi, non s'intendendo mai facciano con esse alcuna preda. Era fra' Turchi stimato assai il re morto Enrico IV, e perchè la virtù dapertutto si fa lume, e perchè seppe gloriosamente resistere all'ingrordigia spagnuola, e ricuperare i suoi Stati. Non han però sentito male la morte di lui: non solo per esser mancato un Gran campione alla difesa della Cristianità, ma perchè se avesse Dio voluto un giorno unirla a' danni loro, avrebbe quel generoso re potuto dar gran forza colle forze e con il consiglio suo alle arme di lei, incamminandole, come altri valorosi Francesi già fecero, alla ricuperazione del sepolcro di Cristo, e di quegli altri paesi santi, impresa, che solo pareva proporzionarsi al gran valore di quel gran re. Del presente, non parlan Turchi punto; non intendendo essi per la poca età di lui, cosa che lor ne dia occasione. Mostravano ben sentir contento che i moti fra il serenissimo re Cattolico ed il signor duca di Savoja potessero andar innanzi, con speranza entrassero quei due re di nuovo in guerra, e non mancavano gli Ebrei di portare loro i particolari, come fan sempre, di cose tali; ma Dio li ha resi ingannati. Fu ambasciatore a quella porta monsignor di Salagnac, e vi morì ancora. Era cavaliere di assai mezzano intendimento, mal sano del corpo, e dell'animo tutto in potere de' suoi Dragomani, che di lui e della robba sua facevano a lor modo, onde in vita non fu molto estimato fra Turchi, morendo poi, si trovò così carico di debiti con la famiglia tutta scontenta, forse per la mala amministrazione di coloro, che lasciò delle mormorazioni e de' travagli assai. Fra lui e l'ambasciator inglese passavano gran dispareri, oltre quel della precedenza, pretendendo ciascuno, che i vascelli e le mercanzie de' Stati di Fiandra andassero per tutto il Levante sotto la bandiera sua: stettero però molto tempo senza visitarsi; infine la necessità li accordò pure, e firmarono scrittura fra di essi, dichiarando in fatti che se in futuro avesse potuto mai accadere qualche accidente che aggravasse una delle parti, dovesse egli essere veduto da quattro mercanti due francesi e due inglesi; e quando non si fossero potuto questi accordare fra loro, che, secondo me venendo il caso non si accorderanno mai, fosse il Bailo della Serenità Vostra che con il parer suo terminasse il litigio; e questa scrittura obbligatoria pregarono me ambedue gli ambasciatori istantissimamente, che volessi ricevere e tenere nella cancelleria di quel Bailaggio, siccome feci, non avendo potuto mai ritirarmene.
Ma in ogni modo, assai di riputazione deriva anco da questo a' rappresentanti in quelle parti della Serenità Vostra. Monsignor di Sansì nuovo ambasciatore di Sua Maestà Cristianissima, poco in prima del mio partire, mi disse però che egli intorno a quel negozio non voleva stare a quanto il signore di Salagnac avea aggiustato con l'ambasciatore anglo; ond' io mi credo per questo, e per altri principii di nuove scontentezze, delle quali avvisai pure questo Eccellentissimo Senato, torneranno in sui primi e maggiori disgusti ben presto.
Io ho poco trattato questo signore, tuttavia da qualche ragionamento, che ho passato seco, m'è paruto cavaliere molto pronto di buon ingegno, e ben intenzionato verso il servizio della Serenità Vostra: quello che non mi accorsi mai fosse il precessor suo; con il qual signore di Sansì trovandomi io innanzi il mio partire dalla Porta, con grande affetto mi disse: che oltre i primi ordini avuti da Sua Maestà Cristianissima in Francia, mentre doveva incamminarsi per Costantinopoli, altri caldissimi ne gli erano giunti perchè egli avesse con singolar amore ed attenzione a proproteggere sempre gli interessi di Vostra Serenità; e mi promise appunto l'avrebbe fatto di quel modo gli era commesso.
Stimano i Turchi molto il serenissimo re Cattolico per la grandezza degli Stati, per l'abbondanza dell'oro e per la copia delle forze specialmente del mare unite a quelle di questa Serenissima Repubblica, separate delle quali però non se ne metton gran pensiero, siccome nè anco di quelle di terra per la lontananza degli Stati. È vero che le fortezze possedute dalla Corona di Spagna in Africa, e l'amicizia che seco intrattiene il re di Fez ed altri signori che reggon quei mari, progiudica e rincresce fortemente al Gran Signore, che amerebbe ne' Maomettani ogni rispetto ed obbedienza verso di sè; tuttavolta convien che se la passi, soffrisca e dissimuli, perchè il volere, quando anche fosse in istato, far obbedire il re di Fez con l'arme, di che patisce un'antica ed ardentissima voglia, nonchè esser tanto lontano il dubbio, avendo certezza di vedersi sopra le vicine forze di Spagna nel disconsiglia, tanto più che al presente il Cattolico si trova pacificato in Fiandra e dappertutto apparentato doppiamente con il Cristianissimo, ed ha tentato più d'una volta non provocato dai Turchi l'acquisto d'Aglier e di Bugia; mentre io pur mi trovava a servire Vostra Serenità in quella Corte. Pesò molto a' Turchi l'Incendio di molti vascelli che in Tunisi fè Don Luigi Fasciardo, generale nell'Oceano dei gallioni di Sua Maestà; azione commendabile certo in ogni tempo, per il valore proporzionato all'accortezza che se ne vide. Due sorti di Spagnuoli sono, e si accrescono contintinuamente in Costantinopoli e per tutti gli Stati del gran Signore. Una i Mori, che fuggirono e ultimamente furono cacciati di Spagna, i quali lavorano di varii mestieri, come di fabbro e di altro, attendendo ancora molti di essi alla mercanzia, avendone portato massime questi ultimi da questa città molta con qualche danno del negozio nostro: perchè, restando essi in bisogno di denaro per alloggiare, vestire ed altro non la sostengono punto, e così tutti corron da loro con pregiudizio de' nostri mercanti. L'altra sorte è di quei Marani, che per timore dell'inquisizione di Spagna fuggirono la nostra vera religione, e vanno scopertamente a vivere nel Giudaismo in Costantinopoli. Gli uni e gli altri di costoro eccitano quanto più possono i Turchi a invadere la Spagna, promettendo gran rivolgimenti nei regni di Aragona ed altrove, ma non sono ascoltati, o se ascoltati non creduti. Il che in futuro tanto meno vuol la ragione resti da' Turchi abbracciato, quanto già in maggior numero è uscita quella gente di Spagna. Per lo passato tra questi due re si trattò di tregua, promossa da quello di Spagna, che sebbene non giunsero a Costantinopoli, ci inviò nondimeno per questa suoi uomini; maseguirono così fatti pensieri, in tempo che si trovava il Cattolico in guerra coi Francesi, i quali amici de' Turchi, fortemente spronavali cacciar armata contro Spagna, immaginarono gli Spagnuoli con quella mostra poter raffreddar assai l'istanza dei Francesi, e così prosperò a' Turchi quella tregua allora, della quale lor bastavano le trattazioni non si curando dell'effetto. Al presente non si parla di ciò nulla. È però verissimo, che con gran facilità formerebe il Cattolico o tregua o pace come volesse con il Gran Signore, e Mustafà Bassà più d'una volta non mel tacque, siccome n'avvisai già Vostra Serenità, fra la quale ed il Serre di Spagna cammina, mi rincresce dirlo, una voce ne' Turchi, che non passi buona intelligenza: ed oltre quello che comunemente n'esce di bocca a quelli che intendono poco, e parlano molto, e si spande poi dappertutto, ne han cavato argomento di nuovo dalla dichiarazione che fece sua Maestà Cattolica a favor del Pontefice contro la Repubblica ne' travagli d'allora: particolari che in questo genere sono sempre portati e ponderati ai Turchi dagli Ebrei e dai rinnegati Spagnuoli, affirmando essi che questa freddezza e disconfidenza non lascierà mai che in occasione si colleghiamo co' Spagnuoli, o collegandosi non ne segua alcun bene; concetto pessimo, e che per estinguerlo ho sudato assai: non potendo in vero espandersi da nemici di Vostra Serenità e, delle Signorie Vostre Eccellentissime atto più pregiudiciale e dannoso di questo, è vero però ch' io non credo siano anco i Turchi tanto ignoranti, che non conoscano interesse grande del re Cattolico essere che non pervenghi alcuna parte de' Stati della Serenità Vostra in mano loro; siccome ne anco non avrebbon essi a desiderare che avesse da seguire lo stesso dalla parte de' Spagnuoli, fra' quali e fra' Turchi resta di mezzo, come gran bastione, il dominio di questa Serenissima Repubblica. Che gli Spagnuoli poi amassero di vedere sempre Vostra Serenità in sospetti, in travagli ed in ispese per timore de' Turchi, non fò dubbio alcuno; per la speranza d'essere richiesti da noi, e di tirarci a quei partiti che più loro mettesse conto; ma più veggono le Signorie Vostre in un punto, che non saprei io discorrere loro in mille anni di questo.
Entrando pertanto a ragionar loro del re d'Inghilterra; mostra con quella Maestà buona intelligenza il Gran Signore, per conoscerla inimica del Papa, e per farsi anco a credere, che quando avessero insieme a legarsi i principi cristiani per opera del Pontefice contro di lui, non solo quel re lasciasse d'entrare nell'unione loro, ma facesse eziandio ogni opera per isturbarla; inoltre giudicando non dovesse anco a lui poter uscire d'alcun vantaggio, che il Cattolico aumentasse d'imperio e di forze. A contemplazione di quel re è stato il Gran Signore alcuna volta non molto lontano di mettere Stefano figliuolo di Giancallo principe in Bogdania, e lo avrebbe ancor posto, se maggior interesse non l'avesse sconsigliato porre in uno di quei Stati un soggetto che d'altro principe fuori dell'Ottomano avesse dipendenza. Il che tanto più chiaro si vede, quantochè per lo stesso rispetto volle di poi levare e di Vallachia e di Moldavia, Serbano e Costantino principi postivi dall'imperatore e dal re polacco. È stato quello un negozio molto prolisso, ma infruttuoso, ed il signor Tommaso Glover, già ambasciatore di quella Maestà, oltre l'avere spenduto assai, ci ha avuto ancora a correr molti rischi, per le male soddisfazioni che han avuto li Turchi da lui, stantechè si facevano a credere più si movesse egli per i suoi fini particolari, che per le commissioni del suo re, a favorire quel principe, il quale, gli dissero molte volte, avrebbero mandato a torgli per forza di casa, non aquietandosi al voler loro; per li quali rispetti anco seguì fra lo stesso ambasciatore e Murat generale a Scutari il rompimento dell'amicizia, quasi d'altra maniera, che di parole, (siccome fin allora notificai a Vostra Serenità), non potendo Murat farsi capace per modo alcuno si movessero que' principi, per non metter a pericolo la quiete di quelle parti, con tanto suo travaglio, onore e soddisfazione assicuratavi già da lui. Si mostra anco utile ai Turchi l'amicizia degli Inglesi, perchè senza ricordarsi eglino punto d'esser Cristiani portan loro da quel regno ogni munizione da guerra, polvere, armi, metalli e specierie ancora, oltre gran copia di panni e di carisce, che lor danno a buon mercato, con pregiudizio molto grande del nostro negozio. Il qual pregiudizio viene ampliato ancora a noi da loro per lo traffico in mille modi, che hanno quasi da per tutte l'isole della Serenità Vostra, che bene il sa meglio di me; mostran con tutto ciò alcuni signori di quel governo poca soddisfattione dell'uso frequente, sotto specie di mercantare de' lor bertoni in quei mari, ne' quali fan delle ruberie spesso al partire da quelle scale almeno.
Ma se i Turchi ci alletteranno anche gli Olandesi, come pare esser intenzione del passato capitanio del mare, che ne trattò con il conte Maurizio, e del quale lasciai io già alla Porta un segretario, come precursore dell'ambasceria, che vi ha da venire, si potrebbe nutrire anco il serpe in seno. Per quello che in ciò tocca al nostri interessi dissimulatamente ne ho fatti gli uffizj con gli ambasciatori francese ed inglese a quella Porta, e con i medesimi Turchi, eziandio come ho estimato servizio delle cose nostre; e già si trovavan ambedue quelli ambasciatori risolutissimi a contrapporsi a' pensieri degli Olandesi, come significai pure alla Serenità Vostra; ma temo io che vana sarà in fine ogni lor fatica, poichè risoluti veggo io i Turchi a volere l'amicizia con quegli Stati, per interrompimento della quale condussesi per insino l'ambasciatore di Francia a profferire al Gran Signore di rinunciare in mano di Sua Maestà quel due per cento che come capo di quella nazione aveva per infino allora da' suoi vascelli riscosso, ma nè con questo anco vantaggiossi punto ne' pensieri suoi.
Intorno quest' amicizia inglese altro non mi occorre dire, se non ch' io compresi gran tempo essere stato a quella Porta più accetta l'ambasceria, che l'ambasciator Glover, il quale nacque bassamente, e servi già altro soggetto in quella carica, in qualità di Dragomanno, parlando benissimo la lingua turca, per la qual cosa praticato, e stipendiato da' Spagnuoli per via d'un Scherlek, parve tenesse alla Porta dal partito loro. Il che risaputosi poi dal re suo gli mandò di repente successore il signor Paolo Piuder, soggetto di molta discrezione, e che camminava affitto con termini varii da lui. È sostenuto quell'ambasciatore dai mercanti inglesi per tutto il Levante, non gli dando il suo re nulla. Ho passato ottima corrispondenza con ambedue, e verso gli interessi di Vostra Serenità li ho trovati sempre amorevoli ed officiosi ancora.
I Polacchi al presente danno occasione a' Turchi non solo di estimare, ma quasi di temere delle forze loro; delle quali se per le stesse fecero essi sempre molto conto per lo passato, ora, che si trovano insignoriti Polacchi della Moscovia, provincia copiosissima di cavalleria e di soldati, provincia che sola fu anco sempre in considerazione de' Turchi che confinan con essa, ond' ebbero eziandio sospetti in ogni tempo molto l'amicizia fra Polacchi e Moscoviti, ben si può credere che fatto ora dei due gran Stati uno, stante il doppio confine, e l'aumento delle forze, diano i Polacchi colla loro molta riputazione gran gelosia alla Porta: alla quale, saran due anni, mandò il Serenissimo re di Polonia il signor Gregorio Smolki con titolo solo di semplice gentiluomo suo, a trattare di qualche difficoltà di confini, a dimandare fosse fatto disloggiare alcun numero di Tartari, passato a vivere in su quello di Polonia, e a ricoverare con qualche vantaggio in oltre le capitolazioni della pace tra ambe le parti, e di tutto brevemente riportò intera soddisfazione; la quale di parole almeno fu anco data ad un altro nunzio di quella Maestà, che per secondo venne a mio tempo a quella Porta, dimandando che dal Gran Signore fosse costretto il principe Transilvano a rifare una immensità di danni inferiti dai suoi Aiduchi in su quel di Polonia, e fosse egli anco cavato da quello Stato, ma vane restarono ambedue l'istanze; per la qual cosa, e per aver Mehemet luogotenente scritto con poco decoro in nome del Gran Signore una lettera già a quel re, che anzichè lettera parea piuttosto comandamento, ne gli venne da quella Maestà una risposta molto risentita, che diè da pensare qualche giorno a quel superbo ministro.
L'infestazione antica de' Cosacchi alle Bocche del Danubio, e per quei luoghi dattorno, riesce ai Turchi altrettanto molesta, quanto dannosa ed irremediabile. Armano essi ogni anno buon numero di fuste e caicchi contro di loro, condotti da un certo rinnegato napolitano già cavalier di Malta, ma con pochissimo frutto però; hanno eziandio per questo conto fatto una fortezza nel fiume Osi, con tutto ciò non serve ella anco di riparo quanto vorrebbono, e già da' medesimi Cosacchi è stata a rischio di essere o combattuta o spianata, quello che non sarà gran fatto che un giorno segua, rispetto il sito e la bravura di quella gente. Frattanto le depredazioni e le querele sempre più si aumentano per entrambe quelle corone. Questi Cosacchi che dalla Polonia e dalla Moscovia derivano alla somiglianza delli Uscocchi ne' nostri mari, van ladroneggiando e rubando i Turchi per quei siti e per lo mar Nero ancora con certe lor barche, e quando vi sono fugati, si cacciano per certe paludi ove non possono i caicchi entrare, e salvansi così continuando nelle loro ruberie in quel modo che si può anche dire facciano ordinariamente i Tartari sudditi del Gran Signore, in sugli Stati della Polonia e della Russia: onde non sarà gran cosa un giorno che si stanchino quei principi nella pace, e si rompa anco fra tutti due per questi rispetti, e per quelli altri molto importanti anco tocchi di sopra, di ripetere alla Maestà Sua i principi ambedue di Valacchia e di Moldavia con i tributi che Costantino va debitore alla Porta. E già da più d'un luogo ben la Serenità Vostra intende come dal serenissiino re di Polonia, e per le accresciute perturbazioni che dai Tartari a' confini riceve, e per le antiche pretensioni, come altrove dissi, ch' egli ha di dar principe alla Moldavia, conforme quello anche di Cesare di darlo alla Valacchia, si propone una lega coll'imperatore contro il Turco, ancorchè anticamente non molti amici i Poloni e gli Austriaci insieme rimanghino; ma l'interesse di Stato esclude affatto quando occorre il nome d'amico e di nemico: onde mettendo bene ambedue que' principi mal soddisfatti de' Turchi il collegarsi lor contra, si può ragionevolmente con l'ajuto di Dio sperare l'effetto ancora, e vedere il rompimento di quell'amicizia, la quale ottimo consiglio riverentemente crederei io fosse che Vostra Serenità si facesse anco più sua, che non è col tenere presso la Maestà del re di Polonia un ambasciatore, stantechè da quella parte possono sempre aspettare i Turchi degli incomodi assai, ed una amicizia palese tra quel regno e questa Serenissima Repubblica non potrebbe apportarle se non gran vantaggio, per le gelosie che secondo gli accidenti del mondo potrebbero con ragione mettersene i Turchi, e per conseguenza viversene con maggior riguardo di rendersi infesti alla quiete ed all'interessi nostri.
E qui non debbo anco lasciar di considerare, che abbondando varie pretensioni fra Casa d'Austria e il regno di Polonia, e per conseguenza varie male soddisfazioni ancora, e per diversità di natura, e per ragion di confini e d'altro, potrebbe essere a qualche tempo, in qualche occorrenza, qualche profitto ne potessero anco le Signorie Vostre Eccellentissime da questo altro lato aspettare, non ostante che ora mostrino di volersi strignere, perchè non sempre ne' principi uno stesso interesse prevalere si vede; per la qual cosa avendo sempre mostrato gran desiderio della scoperta reciproca unione d'amore con questa Serenissima Repubblica per via d'ambasciatori d'ambe le parti, non sarebbe secondo me difficile cosa che con la prudenza degli Illustrissimi Serenissimi Savii di Collegio se ne trovasse la via, e ne seguisse l'effetto, il quale, lasciando stare il beneficio che di gran momento può apportare a Vostra Serenità aver anco ambasciatori di un re grande presso gli altri che le assistono de' maggiori potentati della Cristianità, verrebbe in ogni modo ad accrescerle assai di stima e di decoro, oltrechè portano anco seco gli ambasciatori nuovi argomenti di traffico tra ambi gli Stati de' loro principi, onde con l'amicizia si accrescono anco gli utili.
Con il Sommo Pontefice restano i Turchi, come due contrarii elementi, nella naturale invecchiata pugna ed inimicizia loro; ma quanto poco temono essi le forze sue, tanto fanno gran conto dell'eminente dignità di lui: tenendo per costante che con l'autorità spirituale, siccome ogni ora stimola i principi Cristiani all'unione contra di loro, così ne gli possa un giorno astringere anco con la forza delle censure. La grandezza di Sua Beatitudine viene a Costantinopoli abbassata assai dai rinnegati e dagli Inglesi, che con disprezzo ne parlano sempre; continua e si accresce nondimeno con tutta questa disamicizia il traffico d'Ancona con tutto il Levante, sostenuto da qualche Turco, e da mercanti ebrei in grandissimo numero, che per di là trasportano addirittura per il Golfo di Vostra Serenità i panni di seta di Fiorenza e di Milano, con grandissimo pregiudizio de' mercanti sudditi della Serenissima Repubblica in quelle parti; e lo applicare un poco il pensiero ad alcuna provvisione, per ischivar in qualche parte sì grave danno, potrebbe certo riuscir di grand'utile; massime che anco gli stessi nostri mercanti fan venire de' medesimi panni di seta dai luoghi predetti per lo poco prezzo e per lo molto spaccio che hanno, e lasciano di comperare e dare il corso a' panni simili molto migliori fatti in questa città, con vergogna pari al danno di essa; però, replico, che il pensarvi sopra sarà molto utile.
Con il Gran Duca resta il Gran Turco mortale inimico, poichè trattenendo Sua Altezza continuamente i suoi galioni e galere nei mari di Levante, benchè non sia anco molto il danno che gli fà, molto però stima egli lo sprezzo che un principe mezzano ardisca tanto contro la Maestà Sua, la quale non avendo potuto fin' ora attendere all'armate marittime, come avrebbe voluto, per esservi stata divertita dall'incomodo della guerra di Persia, ha convenuto sofferire l'aggravio; ma fatta ora la pace come dicono, e potendo rinforzarsi più sul mare non ci troverià il Gran Duca il suo tornaconto, e forse che non ce l'avrà trovato anco molto fin' ora, se vorrà bilanciare bene insieme la sposa e le prede, le quali sono state dannose piuttosto a' particolari che alla Maestà Sua, l'imperio della quale (sempre che han distaccato genti quei galeoni, senza altro bottino o distruzione de' luoghi come era l'intendimento loro), ha sul ritirarsi avuta sempre la peggio. Tiene sua Altezza stretta amicizia con l'Emir di Tripoli, con il quale aveva concerto di sbarcare in quelle parti quel tale, che spacciandosi fratello del Gran Duca, dava a credere di avere a rimettere la Caramania e l'Asia tutta in sovversione. Ha speso molto il Gran Duca per questo capriccio, ha mandato anco delli archibugi e delle altre armi assai a quel ministro, dal quale hanno i suoi galeoni ricevuto un riscontro delle munizioni, e qualche altro comodo; ma quanto al fratello del Gran Signore è ita la pratica in nulla, e considerato bene l'Emir a' casi suoi, passandogli per mente il misero fine di tanti altri capi de' ribelli puniti da Murat, che accennava tirar anco a quella parte insospettito di lui, si è egli raffreddato assai con Sua Altezza; con la quale trattiene però qualche benevolenza, più tosto per cavar denari com' è solito da' Turchi che perchè egli resti determinato ad avventurarsi per lei; la quale continuando nel desiderio del Gran Duca suo padre, dell'acquisto di Cipro, tiene anco per questo importante rispetto viva la pratica e l'amicizia con quel Bassà, acciocchè secondo gli accidenti ne potesse per la vicinanza a quell'isola cavare alcun vantaggio; ma questo pensiero resta egli anco per avventura poco appoggiato. I Turchi tengon l'occhio a gli interessi loro, specialmente a certe genti di montagna, con cui pare Sua Altezza trattenghi alcuna intelligenza, onde fin' ora altro non è seguito, come anco fra gli Albanesi, che il castigo di molti poveri Cristiani imputati presso i Turchi di fellonia. Tiene pratica il Gran Duca in Costantinopoli con Ebrei, per mano de' quali passan anco le mercanzie dello Stato suo, con tuttociò potendo i suoi galeoni abbattersi nelle facoltà loro e nelle persone, li trattan come Turchi, togliendo lor quanto hanno e facendoli schiavi.
Per essere principe confinante con l'imperio Ottomano, e di grande Stato ancora, dirò due sole parole del prete Giani. Non tiene il Gran Signore corrispondenza alcuna con lui. Hanno i Turchi occupato dalla parte del Barnagasso molto del suo paese, facendosi anche tributare da alcune terre, quivi loro vicine. Questa occupazione e questo riconoscimento sono lor accaduti molto facilmente, per esser quella gente come anco il lor principe imbelle, più fornito di fasto e di titoli che di coraggio e d'armi; e se mettesse conto a' Turchi l'acquistar possessi maggiori in quei paesi lontani, penso il farebbon senza molta fatica; ma l'abbondanza dello Stato che hanno da quelle parti non lascian lor applicar l'animo a' più.
Resta il paese de' Giorgiani, diviso al presente in molti principi, che piuttosto mezzani signori si possono dire, alcuni di loro con Turchi, alcuni co' Persiani la tengono. Il maggior infra di essi è il cognato del re persiano per la sorella moglie di Sua Maestà, dalla forza ed autorità della quale viene sostentato molto. Trovavasi ultimamente con lei, che per esser uomo di valore e di seguito, volentieri sel tenne presso tutto il tempo della passata guerra nel suo paese, tenendo egli perciò un fidato e bravo governatore dipendente dalla corona di Persia. Simon Canì, padre di lui, e suocero di quel re, dopo esser stato dodici anni alle Sette Torri in Costantinopoli, giunto alla decrepità sua, disperato di aver anco veduto esserli con violenza tolto il nipote dappresso, che per la liberazione di lui fu già con promessa del Gran Signore mandato alla Porta dal figliuolo predetto, morì infelicissimamente, esempio non meno in vero miserando della fede de' Turchi, che feroce risoluzione si fosse il costringere quel povero giovinetto a farsi turco: fè egli quella resistenza che potè maggiore, sprezzò le lusinghe, i doni e l'asprezza d'ogni maniera, dicendo voler morire come nacque cristiano; in fine dopo molti giorni si ridussero alla forza quegli eunucchi di serraglio, e lo ritagliarono. Accadè questo accidente quasi in uno stesso tempo che fu di Barberia condotto in Costantinopoli il figliuolo del duca di Scalona spagnuolo, vicerè allora di Sicilia. Non fu appena condotto quell'infelice alla presenza del re che alzò il dito, e si fece turco; ma io credo, che in prima si fosse risoluto, e turco già nell'animo suo comparisse dinanzi il Gran Signore.
Per qualche mese gli fece Sua Maestà qualche onore, siccome scrissi: ora si trova al pari degli altri giovani nella seconda camera in compagnia del Giorgiano suddetto, non ricordandosene appena più il re. Se gli ordini di Vostra SerenitÓ, insieme con qualche autorità di spendere mi fossero giunti in prima che egli arrivasse in Costantinopoli, sicchè avessi potuto trattar alquanto del suo riscatto con Murat primo Visir, mi sarebbe dato l'animo, tra per l'amorevole volontà che mi portava quel buon vecchio e tra per qualche migliaia di zecchini, co' quali ne l'avrei maggiormente pregato, di rimandarlo a suo padre, stante, massime, che intesasi la cattura di lui, e dimandandomi Murat chi egli si fosse, gli dissi il proprio del suo nascimento, e lo tolsi giù d'una opinione che molto maggiore si aveva della persona sua.
Il principe di Transilvania, dal tempo di Sultan Soliman sin al presente è stato ora posto dall'imperatore, ora dal re de' Turchi in quella provincia; ma sempre però confirmatovi dal Gran Signore, che gli manda perciò lo stendardo e la corona, in segno di supremo signore. Soleva quel principe per quello Stato pagare a Sua Maestà di tributo 40 mila talleri all'anno; ma al presente quando vi fu da' Turchi promosso, essendochè il trovò tutto dalle guerre consumato ebbe per venti anni esenzione del tributo. Manda però egli spesso i suoi uomini a Costantinopoli con presenti a Sua Maestà e Visiri ancora, e vi tiene un agente ordinario. Si sono valuti i Turchi del Transilvano per mandar fuori di Valacchia il principe Serban, che vi era stato messo, in tempo della guerra passata, dall'imperatore, siccome anche il Moldavo dal re di Polonia: la qual cosa essendo mal volentieri sostenuta, come dissi altrove, dal Gran Signore, che anticamente poneva i principi in ambedue quelle provincie, ha impiegato il Transilvano che di ambedue era nemico per cacciar quei due principi di Stato. Gli è venuto fatto di mandar fuori il Valacco più vicino, in iscambio del quale fu dalla Porta inviato Padulo figliolo di Miena, già principe in Valacchia; il qual negozio, sendo a' Turchi ben succeduto, parve all'Altezza del Bassà luogotenente voler in Moldavia ancora altro principe rimetter, e vi elesse Jompso in luogo di Costantino, a esclusione ancora delle pretensioni di Stefano Gianculo portato dal signor ambasciator inglese, sprezzando inoltre affatto le soddisfazioni del serenissimo re di Polonia, che presso l'altre sue discontentezze co' Turchi, conterà anche questa; il qual Jompso con soliti modi dei Turchi accompagnato dall'alfier maggiore del re, e spalleggiato da una gran banda di Tartari ai confini, fu da questi posto a sedere nella signoria di quello Stato, da cui ritiratosi Costantino ne' confini del re polono, stringendosi sempre più con gli interessi di Serban e di quegli altri malcontenti baroni polacchi in quelle parti, andava pensando al rimedio de' propri casi.
Il principe Valacco è solito pagare 35 mila talleri all'anno di tributo al Gran Signore, quantità di carnaggi, buttiri, ceci, mele e cera.
Ed il Moldacco paga egli ancora 35 mila talleri, 250 cavalli all'anno per tirare l'artiglierie, e per servire ad altri bisogni del re, ed inoltre 300 buoi ed altri animali da carne; ma tutte queste somme così di denaro, come di munizioni s'alzano da' Turchi a molto maggiori; poichè per la gelosia nella quale tengono continuamente quei poveri principi di essere da loro cambiati, avviene che essi danno lor ciò che vogliono, e smoderatamente vogliono sempre; onde nasce che quei lor popoli sotto una continua espogliazione languiscono, affaticandosi solo di raccogliere per pascere l'ingordigia de' Turchi, e l'ambizione de' loro principi per mano dei Transilvano, con qualche accortezza invero: sendochè se all'imperatore, ovvero al re di Polonia fosse venuto pensiero di contrapporsi a quel disegno, avrebbon detto, il Transilvano esservi di suo capriccio mosso, e non per ordine loro, e così starsene al guadagno e non al pericolo dell'impresa. Gli è ben vero che non furono in tutto senza fastidio, quando dal Transilvano fu loro domandata la Valacchia per un suo nipote, dicendo meritare egli quella grazia, perchè con la spada aveva guadagnato quello Stato, il qual modo di dire e nel suo ambasciatore e nelle lettere del principe era nojoso infinitamente a' Turchi, considerando in oltre avesse egli nell'esercito seco molti capitani ungheri, onde temevano parlasse così arditamente non solo per la vivacità sua, ma per la intelligenza che potesse egli avere con l'imperatore e con il re d'Ungheria.
Mostrò Serban già principe nella Valacchia gran cuore a risentirsi contro il Transilvano dell'aggravio fattogli, mentre disfece le genti sue e le costrinse ritirarsi in Sibin, nel medemo tempo tenendo lungamente in Giurgevo oltre il Danubio il nuovo principe Padulo mandato dalla Porta in quello Stato, nel quale riscuoteva anco gli utili come faceva in prima che n'era Signore; ma sopravvenutigli addosso e Tartari e Turchi in grosso numero presso l'avanzo delle genti del Transilvano che con così grossa spalla gli uscì di nuovo contro, fu costretto ritirarsi verso Polonia per via di Moldavia, con l'unione del qual principe e con l'ajuto dei Poloni e degli Ungheri discontenti del Transilvano ed offesine molto, spera ritentare la fortuna sua. Frattanto tutte le provincie di Valacchia, Moldavia e Transilvania restan malissimo trattate; in particolare la Valacchia, che non tiene da pascere quei pochi estorti ed intimoriti sudditi che le avanza, ove innanzi le presenti afflizioni provvedeva ella di carnaggi e di molte altre vettovaglie i Turchi che la solevan chiamare l'armaro di Costantinopoli. La Moldavia ha patito essa ancora, ma non tanto, sendo solo trascorsi per la più bassa parte di essa i Tartari, senza fermarvisi.
La Transilvania poi, e per la combustione della guerra e per la continua tempesta che le sovrasta dell'aspro governo del principe suo, che odia grandemente quei vassalli ed in estremo è da loro odiato, ben si può dire quasi che affatto distrutto, e certo non mutando stile quel principe nel reggere sè e i sudditi suoi, converrà di certo, o ch' egli senza essi, o ch' essi senza di lui rimanghino; e che ciò possa riuscire un giorno vero, si può anche credere, che benchè abbiano i Turchi dal Transilvano ricevuto i servizii, che ho di sopra considerati, dubbiosi che l'arditezza ed instabilità sua non porti una volta a strignersi coll'imperatore, contro loro, come dicemmo, non fosse dal Gran Signore dato il principato di Valacchia al nipote, potranno i Turchi come si ragiona provar di mettere, nel modo che han fatto nelle altre due, nuovo principe in quella provincia ancora; pensiero, che quando venga tentato potendosi unire per ragione di Stato tutti tre quei principi insieme, scordatisi de' lor passati aggravj, per desiderio di ritornare a' luoghi loro i due, ed il Transilvano per non essere discacciato dal suo, non sarebbe per avventura difficoltosa s'implicassero i Turchi in una nuova guerra, che trattandosi vicina gli Ungheri ed i Polacchi ambedue mal soddisfatti de' Turchi, amici de' principi dismessi, potrebbe anco succedere gli si opponessero di buon modo.
I Signori di Ragusa son protetti essi ancora dal Gran Signore, al quale perciò pagano 12,500 zecchini di tributo ciascun anno; il qual tributo con quello che aggiungono di presente a tutti i Bassà ascende a 18,743 zecchini; e di rincontro Sua Maestà concede loro le tratte di 31 mila moggia di formento, ed altrettante di miglio. Servono costoro al re de' Turchi d'esploratori e messaggieri continui delle cose della Cristianità, in concorrenza degli Ebrei, facendogli notare specialmente tutto ciò che gli nuoce in brevissimo spazio, siccome fecero pure per rispetto alla morte del re cristianissimo che lo stesso ambasciatore di Francia la seppe appunto da loro ambasciatori. Grandeggiando con i Baili della Serenità Vostra pretendono d'essere visitati in prima da loro, perciò non sono stati mai a vedere me, ed io ho fatto mostra di non saper di loro e di stimarli pochissimo, massimamente che presso i Turchi ci nuocono il più che possono, e trovandosi appunto in Costantinopoli i predetti ambasciatori, mentre il negozio della galeotta con Acmat Ogli mi teneva angustiato, pareva ne sentissimo piacere; per la qual cosa il giorno che con l'ambasciatore di Francia andammo in Chiesa, per l'esequie del morto re suo, furono anch' essi da lui invitati, fra' quali camminando Sua Signoria Illustrissima verso di me che pur mi moveva ad incontrarla, come si fummo uniti, e fatte in tra noi le solite parole di amorevolezza, li addimandai quai fossero quei due signori, intendendomi ancor essi, perchè e l'ambasciatore di Francia ed essi ben s'accorsero del fine che mi mosse alla richiesta, onde il più vecchio di loro entrò meco poi con poco accomodata maniera in non so che intricato complimento, dal quale mostrando io far poca stima gli risposi assai scarsamente. A me pare restassero confusi, guardandosi entrambi non senza rossore.
Serenissimo Principe, non ho potuto accorgermi che il re tenghi mala volontà verso questa Serenissima Repubblica, e perchè, siccome dissi, quando parlai della natura sua, non mi par egli molto inclinato alla guerra, nonostante che egli sia stato lungamente pertinace in quella di Persia: la quale non ha egli però mossa, ma trovò insieme camminare con quella d'Ungheria, entrandosene al regno, e nella quale per riputazione poi pacificatosi con l'imperatore non gli è paruto per buon pezzo fare lo stesso con lo Persiano che gli aveva ritolto tanto paese. E perchè i buoni e copiosi officj che Murat Bassà fece sempre seco, come mi riferse molte volte, ed io avvisai l'Eccellenze Vostre in commendazione e servizio di questo Serenissimo Dominio, l'hanno, per quanto io mi credo, bene impresso; e sicuro argomento di questo mi pare potersi anco raccogliere, che avendo trattato aspramente, meco per il negozio della galeotta Mehemet luogotenente, ne ebbe la Maestà Sua sentito dispiacere, onde ordinogli redintegrare la mia soddisfazione, del modo che ho altrove già ricordato alle Signorie Vostre Eccellentissime in questa buona disposizione l'ha prudentemente condotto anco Vostra Serenità, sendochè in tante turbolenze degli Stati suoi, come ben confessano tutti quei ministri, non si sono mai alterati li termini della buona pace seco lei, anzi, consigliata saviamente da suoi interessi ancora, ha procurato divertirgli de' travagli con l'armata sua, mentre altri disegnavano perturbargli la quiete nell'Albania. Il che ben conosciuto ed aggradito dalla Maestà Sua, missela un giorno dire alla presenza dei suoi Bassà, dopo che da lei s'era poco anzi partito l'ambasciator polacco, che questi con pretesti le parlò in nome del suo re: i Veneziani parlano e trattano in altra maniera, e mantengono le capitolazioni loro, onde questo si può credere non resti mal inclinata quella Maestà verso la Repubblica; tanto è certissimo che per la prudenza e maturità di questo Eccellentissimo Senato, per le copiose forze da mare, per l'abbondanza dell'oro, per le dipendenze ed amicizie de' principi cristiani, che in occasione di guerra stimano i Turchi possan legarsi facilmente seco a' danni loro, resta ella in molta opinione infrà d'essi veramente. Stante la grandezza degli Stati de' Turchi e l'eminente lontananza de' lor confini, ben è da lor conosciuta per non dire impossibilità di fare acquisti lontani per terra, sendochè non è possibile per paesi deserti passando, e spesso nella stagione del verno, portarvi tante munizioni, che possino bastare al nutrimento de' grandi eserciti: siccome s'è più volte anticamente conosciuto da' re ottomani nel tentare acquisti in Persia, e nuovamente ancora da Murat generale; onde, guardandosi i Turchi dattorno, non veggono nè la più vicina nè la più facile impresa, che quella degli Stati di Vostra Serenità.
Ho detto ancora in questo mio discorso, che benchè di presente si pongano i Turchi con il Persiano in pace, bisognosi di riposo e di rimettere le forze del mare, non saranno in istato per ora, quando ben vi pensassero di muover guerra a questo Serenissimo Dominio; nondimeno è sopramodo necessario tenervi l'occhio. Li antichi disegni de' Turchi a' danni della Serenissima Repubblica sono diversi, e secondo le occasioni si viene ora più l'uno che l'altro avvisando ne' loro discorsi: perchè se ricevon danni dalli Uscocchi, che stiman sempre uniti coi nostri sudditi, subito si volgono a considerare fra loro, e a minacciare i Baili di voler ovvero entrar con armata in golfo, o mettervi una guardia di legni armati in Narenta o a Castel Nuovo, ovvero impadronirsi d'alcuna fortezza in Dalmazia sovra Zara; perciò ragionando essi molto di questa cosa, io posi in silenzio, anzi esclusi affatto le pretensioni di quei pessimi Scardonesi, con la fermezza che vide Vostra Serenità dalle lettere dello stesso Gran Signore indirizzate a lei, che possono anche in altre ocasioni giovare, chiamandoli in esse, lo stesso re, sudditi dell'imperatore; ma fa singolar favor di Dio, perchè addimandando costoro ostinatamente alla Maestà Sua, che lor facesse rifare da Vostra Serenità i danni importanti inferiti dalli Uscocchi a quella terra, mi posero in gran travaglio veramente; ma dall'affezione di Murat ajutato ne seguì ciò che dissi sopra.
Se da' Spagnuoli poi vengono i Turchi posti in gelosia con le armate loro specialmente dalla parte di Albania, si volgono a pensare sopra Corfù, parendo loro che padroni di quel sito tenirebbero in officio grandemente il re Cattolico, e porrebbono il giogo alla Repubblica insieme, sendochè dividendole il dominio, che ha in sul cuore, pensarebbono ispogliarnela facilmente; e ci sono stati di quelli che lo han detto, stante la vicinanza de' paesi loro a quell'isola che non si scosta più da terra ferma di 18 miglia, e molto meno di qualche luogo ancora, credere con l'abbondanza de' lor eserciti che perciò potrebbono sostentare ed accrescere, mandarne facilmente anche ad effetto l'intendimento loro; ma, lodato Dio, che non è secondato questo lor pensiero da facilità di speranza, sendo quella una delle maggiori piazze del mondo, e la quale sostenuta con quella riputazione che merita, e che si deve, migliorata inoltre in quelle parti che potessero avere di bisogno, in particolare la nuova cittadella, che per quanto ho potuto vedere ed intendere anco in molti luoghi ne resta in gran necessità, ributterà sempre con perdita e con vergogna l'inimico. I confini in Dalmazia specialmente quelli di Traù e Sebenico, per occasione de' terratici, tengono sempre Turchi in pretensione, ed a Costantinopoli i Baili di Vostra Serenità in briga, la quale talvolta molto s'accresce loro, non solo per la natural ingordigia de' Turchi, ma perchè sendo angustissimi i predetti confini, invitano anco spesso i nostri a procurar d'allargarsi in su quello dei vicini. Tuttavia ad un modo e all'altro, ho sempre sostenuto il vantaggio e la ragione pubblica, e non ho mai lasciato invigorischino i Turchi di pretensioni. Sarà nondimeno sempre ben fatto, che gli Eccellentissimi Provveditori generali in Dalmazia ne divertisca i richiami, che spesso corrono alla Porta, quando però senza pregiudizio lo possano.
Ma Serenissimo Prencipe, Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori, sebben debbo qui stendermi un poco in discorrer lor quello che, sdegnati i Turchi per l'accidente della galeotta, dopo avermi, siccome scrissi, intimato più volte la guerra, come dissero del regno di Candia che tanto importa a questa Serenissima Repubblica, potendosi tenere per lo principal decoro e sostegno della grandezza di lei; voglio dir loro non di meno in prima alquanto degli accidenti e dei discorsi occorsi alla Porta in quel molestissimo negozio, e siccome vi sono stati de' Turchi arditi, in modo che, non le membra lontane, ma han pensato temerariamente voler assalire il cuore, ed han detto che sendo Vostra Serenità copiosa d'armate in sul mare, non bisognava per quella via tentarla, ma con guerra terrestre per la terra di Canissa penetrar nel Friuli, (non si ricordando gli Stati che sono frammessi d'Arciducali per buon pezzo tra i loro di quella parte e quegli di Vostra Serenità), ed il Muftì si mostrò, per quanto mi fu riferto, aver questo pensiero, non già perchè egli tanto intendesse, ma perchè da' tristi gl'era messo in capo, specialmente da certo Mustafà Agà, che morì ultimamente e trovavasi allora Casnader delle vesti di fuori del re, e che fu anco in questa città una volta a comperarvi con gran somma di panni d'oro per Sua Maestà, e benchè egli si lodasse meco assai dei buoni trattamenti ricevuti da Vostra Serenità, e dalle Signorie Vostre Eccellentissime seminava nondimeno in quella occasione questo veleno. Onde pure lo stesso Muftì disse una volta all'ambasciator d'Inghilterra, che mel riferse di poi, parlando seco in sul bollore di quel negozio, e tenendo egli la parte nostra: che non mostrava essere la Repubblica molto potente in terra, e che le manderemo per di là 100 mila uomini, e se li taglierà a pezzi, ben mi contento, nè li manderemo poi contro 300 altri mila, che cosa potrà fare stancata da' primi? E certo trovai quel ministro pessimamente impresso contro questo Serenissimo Dominio in quel negozio, poichè per tre volte che mi accadde andargliene a parlare, passò meco sempre collericamente a termini acerbi, ed io per gran pezzo destreggiando seco, cercai si facesse capace del dovere; ma infine dicendomi egli più d'una volta: state pur avvertiti che a suo tempo il re vi farà guerra, gli risposi: rincrescermi uscissero dalla bocca di signore sì prudente parole tali, che però gli consideravo che non si trovò mai la Repubblica più atta del presente a resistere alle offese di chiunque l'avesse voluta assalire, e spandendosi i concetti, che egli si andava dicendo, oltrechè avrebber turbato un principe grande e buon amico di quell'imperio, avrebbono anco potuto facilitargli contro l'unione della Cristianità, come altre volte occorso. Quando ebbe inteso questo il Muftì da me, come volesse ritirarsi da ciò in che gli parve esser uscito troppo, per intimorirmi forse e farmi dire a suo modo, disse subito assai rimessamente: No non vi dico questo Bailo perchè vi vogliamo fare la guerra, che vi vogliamo esser amici; ma perchè voi scriviate alla Signoria che rifaccia questo danno; e così m'accorsi che mostrandogli io il viso, moderò il pensiero ed il parlare alla presenza di molti; e certo, Serenissimo Principe, egli è vero che con flemma e con soavità è sempre bene trattare i negozii coi Turchi, siccome accade a me con Murat primo Visire, che non mi mandò mai chiaus a casa, nè mai mi disse pure una parola che non fosse di dolcezza e di amore, ma quando poi s'allontananò dalla moderanza del termine, come fè talor meco il luogotenente, e voglion calcar in terra, per dir così la Repubblica ed il Ministro, egli è anco certissimo che il risponder loro sodamente e senza timore, di gran vantaggio riesce: perchè in ogni modo, se ci premono in parole senza voglia di farci offesa, con mostrar loro la fronte opportunemente si dà lor ad intendere che principe sia la Repubblica, se poi son risoluti a farci male, il mostrar cuore e volontà di difendersi vigorosamente, non può altro che apportarci servizio.
Torno, Serenissimo Principe, al regno di Candia, al quale tengono i Turchi gli occhi, soprattutto informati per avventura benchè non abbiano forse mai letto Aristotile che dice: quel regno parer fatto dalla natura, per aver l'imperio del mare; stimano essi riceverne gran danni, per lo recapito che dicono aver tutti i corsari, che rubano i mari e i paesi loro, specialmente i galeoni toscani che ci si provveggono d'acqua e di munizioni, nel modo che pur ultimamente ha anco Vostra Serenità inteso per le lettere dell'Eccellentissimo signor general Zane.
Io non ho mancato, secondo mi è accaduto, sgannarli di questa falsa estimazione, ma vi si fermano pure con il Muftì gli uomi della legge, stante le prede che quasi ogni anno sogliono accadere di qualche vascello, che co'peregrini che vanno o vengono dalla Mecca, transita il mare; e veramente l'abbondai, in diligenza per tener quanto si può lontani i legni del Gran Duca e d'altri corsari cristiani da quel regno, sarà sempre ottimo consiglio, per rimovere o minuire almeno questo sospetto alla Porta. Ora trattandomi il luogotenente con grande arroganza della galeotta, un giorno mi addimandò se io sapeva che un vascello tolto lor da corsari di Ponente, spalleggiati dalle nostre galere in Cipro facesse risolvervi contra Sultan Selin, per privarci di quel regno; soggiungendo che tanto per i rumori che passano potrebbe occorrere anco a quello di Candia. Io gli risposi: non sapere così per appunto il principio, ben ricordarmi d'una gran strage che succedette di quei tempi in mare; mi intese, e non mi replicò altro. Oltre queste provocazioni, la vicinità di quell'isola, (sempre discorrono i Turchi di muover guerra a' Cristiani), persuade lor quell'impresa. Nel modo pure che siccome ho altrove tocco, senza fondamento alcuno, per bocca d'alcuni poco intendenti uomini, uscì poco innanzi il mio partire da Costantinopoli a tale pensiero, che ancorchè fermo non fusse, deve assolutamente trovare in ogni tempo risolutissimo questo generoso e prudentissimo Senato. Non devo perciò lasciar di raccordargli riverentemente di tener provveduto e presidiato quel regno, così di soldati come di tutt' altro che gli potesse bisognare, avendo mira specialmente a formarvi e mantenervi continuamente un deposito di formenti, abbondante in modo, che in tempo di travaglio conoschino i Turchi, che il torci le munizioni non sia loro gran vantaggio per torci il regno; nel quale fra tutti i suoi bisogni, che sono molti, non havvi per avventura il più importante di questo, che non mi par abbastanza poter raccomandare all'amore, e alla prudenza della Serenità Vostra e delle Signorie Vostre Eccellentissime accrescendo in oltre sempre la sicurtà dei porti e delle fortezze non si dimenticando di migliorarvi quella cavalleria ancora, intorno la quale, benchè fruttuosamente molto si sia adoperato con gran valore il chiarissimo signor Francesco Cornaro, che n'ebbe in su quest' ultimo il comando, tuttavia nello stato presente, servizio molto scarso puossene promettere la Serenità Vostra; tener meglio quegl'arsenali, e intrattenervi delle maestranze è sommamente necessario, incitando davvantaggio con prestanze ed altro modo gli uomini a fabbricar de' vascelli in quel regno, per divertire una Gran quantità di marangoni e calafati che sempre si trovan in Costantinopoli a lavorare nelle galere de' Turchi, per non poter in quel regno con l'esercizio loro passar la vita.
Che danno sia questo a noi, e che vantaggio a' Turchi, lascio io all'immaginazione dell'Eccellenze Vostre, alle quali posso affirmare che più di 31 mila sudditi loro, la maggior parte di quel regno si trovano a Costantinopoli, come ho detto di maestranze, per lo più marinari, bottari, calzolari ed ortolani, ma questi tutti da fino. Non voglio pretermettere che riuscendo così eccellenti le galere grosse di Vostra Serenità, e così poco atte quelle dei Turchi, gran comodo e riputazione apporterebbe al servizio di quel regno in occorrenze di bisogno il tenervene almeno due, perchè queste unite a quelle che in buon numero sottili vi si possono facilmente armare, egli avrebbe poi in sè medesimo gran parte della sua difesa, oltre chè di là un corpo di galere in occasione di movimento de' Turchi, anticipatamente spedito, potrebbe far gran danno nell'arcipelago alle cose loro, lor divertendo molti vantaggi e accrescendoli alla parte nostra; senzachè sapendo essi trovarsi una tale armata in quel regno, penserebbero molto bene a mettersi di mezzo tra essa e il grosso d'un'altra maggiore, che manderebbe sempre a quella volta da questo golfo Vostra Serenità. Questo medesimo concetto potrebbe anco raffredar l'ardire a' Spagnuoli, quando si risolvessero venir a tentar qualche novità pregiudiciale in questi mari, com' è pur loro passato per mente altre volte; ma prima di tuttociò ricorrendo sempre al Signor Iddio, pregarlo con l'usata pietà proteggerci; sollecitar poi nell'aumento dell'erario del pubblico, che stabilisce con la riputazione la sicurtà, si può dire della Repubblica; tener questi arsenali in pronto più che si può; aver cura delle fortezze; conservarsi ed accrescersi l'amicizie, e procurar sopratutto apparisca viva quanto maggiormente si può quella con il Serenissimo re Cattolico per le considerazioni sopradette. Ai quali necessarii provvedimenti, aggiungendosi poi la maturità solita nelle deliberazioni di questo Eccellentissimo Senato, come si è conosciuto pure in quest' ultima, d'eleggere tre prestantissimi Senatori, che migliorino lo stato delle cose e estinguino gli abusi in quel regno, si può ragionevolmente credere, e nella pace e nella guerra accadendo, abbia sempre con il favor di Dio ad ampliarsi la gloria ed il nome di questo Serenissimo Stato.
Il conservarsi a Costantinopoli l'amicizie antiche ed il farsene quanto meglio si può delle nuove è grandemente necessario, ed io il conobbi nelle angustie in cui mi pose l'acerbo negozio di quella galeotta, perchè con i favori di Mustafà e d'Assan Bassà molto mi sostenni, e ho impedito con le continue considerazioni che lor facevo ed essi riportavano al luogotenente, non fosse mandato a Vostra Serenità Mustafà Agà, scalco del re, con lettere di sua Maestà in quel proposito ardenti molto. Ho lasciato molto ben impresso dell'amore di Vostra Serenità verso il Gran Signore, il passato Capitan del mare, e verso la sua persona ancora: il quale non posso darmi a credere non sia anco per dimostrarsi affezionato sempre della Serenissima Repubblica: e perchè, come altrove dissi, la natura sua è assai schietta, e perchè tolto quell'accidente del galeon Emo, che però da lui non ebbe dipendenza, mostrò sempre meco singolar confidenza, e perchè vorrà far ogni cosa, per torre dall'animo di questa Serenissima Repubblica e de' suoi Ministri il torbido, che vi fosse con far resistenza al desiderio della Serenità Vostra in quel negozio, nel quale sebbene obbliquamente fu costretto anteporre il suo al nostro interesse, nel fine lasciarlo, dava assai luogo alla ragione; come mi ricorda avere ancora scritto a Vostra Serenità. Da questo, da Assan e da Daut ancora, poichè morì Mustafà poco in prima io partissi, potran sempre i Baili della Serenità Vostra aspettar de' favori, trattando con essi loro per via d'amorevolezza quella amicizia, ch' io ho sempre conosciuta di profitto al servizio e al decoro della Repubblica; e tanto più, se rivogliendosi al solito le cose in Costantinopoli, tornasse Assan ad esservi luogotenente, che forse non sarebbe anco difficil cosa; stantechè il presente Mehemet eunuco è da ciascuno odiatissimo, e Nasuf porta seco fin' ora quei pericoli e quei contrarii, che abbiam altrove discorso.
Mehemet Agà Arbesano, che fu già secondo cavallerizzo del presente re, mi è riuscito un fruttuosissimo amico alle cose di Vostra Serenità, poichè uomo sobrio, di poche parole, accreditato fra' grandi, e sempre lor presso mi giovava in estremo, e oltre lo avvertirmi ciò che gli pareva fosse bene nei miei negoziati, mi riferiva circa i loro pensieri ed i discorsi del Bassà luogotenente, del Bassà del mare e d'altri Signori, ed in particolare con il luogotenente poneva sempre bene, ed ammansava li suoi furori, per la qual cosa a contemplazione mia, sempre, che io andava ne' tempi dei travagli dal Bassà, poneva ordini seco, ci si dovesse trovare egli ancora così ritirato da un canto, e partendo io, e restandosene le più volte il Bassà alteratissimo chè non poteva piegarmi al suo volere, questo con temperamento e con gran discrezione andava mitigando il suo sdegno, portando così di lontano in generale qualche considerazione, che giovava pur assai al bisogno. Ha un suo fratello in Arbè; supplicò qui a Vostra Serenità non so di che grazia, raccomandata anco da me, non l'ottenne, e penso non sarebbe se non di giovamento alle cose nostre, ch' egli potesse intendere Vostra Serenità facesse qualche stima qui di lui, nella persona del suddetto suo fratello, quando nelle richieste si mostrasse temperato.
Persone, che in serraglio vagliono presso il re, e di cui potessero i Baili di Vostra Serenità pensar a valersi, altre non veggo che il moro Chisler Agassì, la reina, e la Chichaia Caduan. Del Chisler Agassì ho detto di sopra. Con la reina, e con quell'altra donna accettissima al re e governante di tutte le altre, non ho meno tenuta amicizia: perchè al tempo di Murat non ho mai avuto bisogno d'altri; al tempo del luogotenente non ebbi spazio di tentarla, sendochè il bisogno era presentaneo, e quelle amicizie non si poteano così ad un tratto, senza affettazione, render atte al nostro bisogno; oltrechè mi trovava sfornito anco allora assai di che poter presentarla, nè senza gran regali si possono così in fretta ottenere simili protezioni; e oltre questo ebbi io sempre mira, così a ben terminare il negozio come a non vi spendere, e se vi avessi spenduto non mi avrebbe paruto di averlo ben terminato; e certo, come in ricevere qualche altra grazia a quella Porta, e di levar via la guardia di Morea, e di far strangolar e gettare in mare il conte Luigi Criscili Almissano, e ricuperar quella sua patente, che se capitava in mano al luogotenente io poteva ben tribolar in estremo, mi parve molto opportuno lo spendere, meno però assai degli ordini di Vostra Serenità nel primo, e conforme le mie commissioni e la necessità e brevità del tempo, nel secondo caso: risoluzione, che ad alcuno parve qui non piacesse, benchè tutta la Cristianità, che ci restava interessata, se ne consolasse, ed io ne fossi insieme molto lodato da questo Eccellentissimo Senato. Così nell'accidente di questa galeotta non mi potè entrar in mente mai di spendervi un soldo, oltre le ragioni che ci avevano, stimando io sommamente necessario lo estinguere il fatto, per estinguere insieme la memoria ne' Turchi tenacissima di quell'altro, e alla quale tanto si appoggiavano della galeotta di Romadan Bassa, che importò tanto alla Serenità Vostra, benchè trattato con somma ed inesplicabile fatica e prudenza dalla gloriosa memoria del già illustrissimo Cardinal Morosini; per la qual cosa ben prometto alle Signorie Vostre Eccellentissime che io avrei avuto sempre più bisogno di sprone che di freno allo spendere, e mi sono contentato, anzichè donando e soccombendo all'avarizia e alla barbarie del luogotenente e di Acmat Ogli, farmi con la testa infra gli spini alla quiete la via. Qui non posso però lasciar di dire a Vostra Serenità, ed alle Signorie Vostre Eccellentissime, lor gran vantaggio dover in ogni tempo riuscire in casi importanti ove si metta la pace a pericolo, di dare, anticipatamente all'ultimo bisogno, autorità a suoi Baili di poter con la spesa, non potendosi colla ragione, accomodar gli accidenti; e ciò mi parve di poter dire non pago della mia coscienza, supponendo, che tutti quei soggetti, che debbono essere mandati nel Bailaggio di Costantinopoli, debbono esser veri e zelanti figliuoli della lor patria, e risoluti che per estremo rimedio di maggior male, si abbracci stentatamente quello della spesa, esercitata, quando si possa piuttosto co' ministri in far licenziare i pretendenti e gli avari, che con lor medesimi, co' quali anco per ultimo rifugio, dovendo capitare allo spendere per vie dissimulate che non apportino conseguenze e con riportar cauzioni di scritture, si deve procurar di ultimare i travagli e conservar la quiete; ho detto dover esser l'autorità conferita in prima dell'estrema necessità, perchè dovendosi scrivere ed aspettar risposta, fugge spesso in quel mezzo l'opportunità del far bene, onde talvolta, quello che oggi si può terminare con dieci, rispetto la natura degli accidenti e de' soggetti, o pretensori o governatori di quell'Imperio mal affetti, non si farà domani con venti.
Crederei potesse, in proposito del donare a Costantinopoli aiutare assai la quiete de Baili e la buona spedizione de' negozii, ancora il presente allo stesso re e talora qualche gentilezza; quando prima si avesse un mezzo opportuno con la Maestà Sua, dalla quale si potesse per vie tali cavar anco favorevole risoluzione ne' negozii, quando massime si trovasse al governo uomo scompagnato dalla ragione ed affatto barbaro, com'è il presente Mehemet luogotenente. Io non ho tentato questo termine, perchè avendomi conciliato l'amore di Murat, che ne' miei bisogni preveniva quasi l'intenzione mia, ed era avvocato con il re della Repubblica, non mi pareva aver a spendere per maggior mio vantaggio in altri. I ferali per il caicchio di Sua Maestà, ed i cesendelli per la sepoltura di Maometto, con molta istanza richiestimi, faran in tal proposito buon effetto, e se ne profitterà molto l'Illustrissimo Valiero con la prudenza sua. Nel donare a' ministri, sono andato ritenuto assai, come ne' miei libri si può vedere, non avendo donato se non parcamente, e sforzato dalla necessità, benchè grandi occasioni abbia avuto di farlo, e Vostra Serenità me ne abbia dato anco nelle occorrenze ampla libertà. Può riuscire alle volte utile inoltre al fabbricarsi ed al conservarsi delle amicizie, ì donar qualche veste, o qualche altra curiosita a' Signori del governo fuor d'occasione di negozio, sendochè si stima dai Turchi maggiormente il dono senza bisogno, che quando lor si dà necessitati, nel qual caso come avarissima gente si fanno pagar cara poi l'amorevolezza e i favori loro.
Il carico di Bailo a Costantinopoli di Vostra Serenità mi pare in sè ristringere due uffici: l'uno di ambasciatore, l'altro di console; di quello d'ambasciatore voglio mi basti aver discorso fin qua; di quello di console dirò brevemente appresso ciò che mi accade. E prima di altro conviene, che Vostra Serenità e le Signorie Vostre Eccellentissime intendano, che come in Alessandria valgono più le spezie che in Venezia, quel negozio è fortemente diminuito, secondo ho inteso da molti, e specialmente dal chiarissimo signor Lorenzo Morosini diligentissimo e valorosissimo nel carico suo, che avrà de' particolari informato Vostra Serenità; così in Soria, per l'accrescimento del negozio de' Francesi e d'Inglesi, quello de' Veneziani è fortemente scemato, di che son certo, avrà lor dato bastante notizia il chiarissimo signor Giovan Francesco Sagredo valorosissimo e buon signore, tornato di Console già in quella Provincia, ove rimase il chiarissimo signor Alvise Sagredo, che ministrò quella caricà con singolar prudenza veramente, in aumento del servizio pubblico e del suo particolar merito ancora. Di quello in Costantinopoli convengo dir io loro che se non a' Francesi, restano inferiori assai agli Inglesi, oltrechè gli Ebrei vogliono abbracciar tutto; ma d'essi parlerò a parte. Gli Inglesi portano gran quantità di pannine, e sebben elle sono inferiori alle nostre, contentandosi darle a buon mercato, senza punto sostentarle, permutandole in sete, ed altro che loro torni bene, non pensano maggiormente che al subito e al frequente cambiamento dei capitali loro, ed a dar breve spedizione a' lor vascelli, che in venti o trenta giorni al più si sbrigan dalle scale, quello, che li nostri non fanno in quattro o cinque mesi; estimando essi ciò lor mettere, più conto, che il fermarsi molto su lo stirato dei prezzi, invitando i Turchi a' lor fondachi, di questa maniera assai; quello che a' nostri uomini non par bene, perchè vogliono sostener sempre in colmo i lor panni e di seta e di lana, benchè e gli uni e gli altri restino dai Turchi al presente conosciuti inferiori di assai a quelli che già solevano mandarsi loro di qua; onde talvolta li stessi Bassà me ne han fatto motto: per la qual cosa, e per trovarsi ora sole cinque case de' nostri mercanti, ove solevano essere dieciotto e venti per il passato, che poco meno saranno le inglesi di presente, il negozio nostro è diminuito grandemente; il qual danno riesce de' particolari non solo, ma di Vostra Serenità ancora, e per i dazii che in estremo scemano, e per le navi che pochissimo cariche vanno a Costantinopoli ed alle altre scale de' Turchi, onde segue per giunta a questo male che non si fanno marinari, e che i pochi che ci sono non potendosi sostenere, vanno a servire altri principi, il Duca di Toscana, Maltesi ed il Vicerè di Napoli e di Sicilia, che frequentano il corso e ci diventan così poco men che nemici.
Le navi che al presente vanno in Costantinopoli, come ho detto, sendochè tutti i panni di seta, e la maggior parte di quelli di lana ci vanno per via di terra, non solo capitano con poco carico e direi di poco valore, portandovi per lo più vetri, mercerie e cose altre tali; ma i scrivani e i patroni ingegnandosi pessimamente, vi portano, almeno per la quarta parte, il carico di contrabbando, fraudando con doppio danno i dazii in questa città, e i Cottimi in Costantinopoli; disordine il quale dovrebbe essere provveduto da quei magistrati cui tocca, e castigarvi i lor ministri quando si fanno, agitati di quella disonestà che, secondo me, credo assai. Azzali, spade, e cose altre proibite e dalla santa nostra Religione e dalle leggi di Vostra Serenità, portano essi ancora; ne ho scoperti alquanti, ne ho castigato uno, d'un'altro era in sul fare il medesimo; ma sendo mal sicuri i modi con cui si trattengono i rei in casa dei Baili, non essendovi prigione, mi foggì dai ceppi una notte, forse con ajuto de' soliti Giannizzeri che li guardano. Ho però mandato tutti li processi agli Illustrissimi Avogadori di Comun, i quali intendo restar inespediti ancora, per quale rispetto non so. Ma all'onor di Dio ed a quello di Vostra Serenità, ed al loro medemo, faranno sempre gran pro adoperandoli, perchè acerbamente simili delinquenti siano castigati, e chi lor presta ajuto inoltre.
Ho lasciato sostenuta molto la giurisdizione del giudicare civilmente, non solo fra' nostri sudditi, quando sono rei con forastieri, ma tra forestieri ancora quando sono attori con essi, ed hanno la contrattazione loro con Venezia; perchè declinando essi volentieri del giudizio dei Turchi, per le spese, e dubitando anche essere sequestrati dal commercio nostro, volentieri venivano a farsi giudicare da me, e non che altri, gli Ebrei stessi, e moltissimi Turchi ancora. Nel Criminale ho parimente mantenuto l'autorità del giudicare, avendo secondo l'occorrenza de' furti e di altri eccessi, mandati i rei a servire in ferri nelle galere di Vostra Serenità, con giovamento dell'esempio in altri, benchè mi fosse una volta ciò impedito da Felice Bettini, pessimo suddito dell'Eccellenze Vostre, il quale dopo molti eccessi d'aver disubbidito i miei ordini, di non aver se non a forza voluto andar dagli amici in Costantinopoli a farsi rendere quelle quantità di vesti costosissime di seta, che d'accordo con essi contro l'ordine mio aveva egli lordato, per estinguere una avania di far perdere ad un nostro povero suddito il capitale di 100 zecchini, che aveva mandato a Costantinopoli in tanti libri greci, sopra le coperte de' quali era figurato il ritratto del Gran Signore da una parte e quello della Sultana dall'altra; negozio del quale già scrissi a questo Eccellentissimo Senato d'aver ingiuriato e maltrattato il mio cavaliere in sua casa, e due Giannizzeri che andarono a dimandarlo, avendo inoltre voluto sparargli una archibugiata, e di aver avuto ricorso con inudita temerità, e con eccesso di lesa maestà al Bassà luogotenente in Costantinopoli, con riportare un'ordine che se il Bailo, ovvero altri alcuna cosa pretendessero da lui, dovessero comparire in pubblico Divano a dimandarlo, e far note le lor pretensioni. In questo esecrando eccesso caduto dal pungimento della sua coscienza, ricordandosi che per aver ingiuriato e battuto il cavaliere ed i Giannizzeri nostri in sua casa, io non gli avrei perdonato quell'errore, il quale insieme con quest' ultimo peccato di fellonia non potei con altro castigare, per non pormi in disordine con il luogotenente mio nemicissimo, e per non por la quiete pubblica in travaglio, se non levissimamente, con fargli pagare la porzione d'una pena che in un mandato gli aveva intimata. Ho però dato conto di questo mostruoso accidente ove conviene, e spero che ne averà il scellerato quel castigo aravissimo ch' egli merita, e per esempio dei tristi, e per consolazione de' buoni sudditi, e per conservazione della pubblica autorità del magistrato e de' Baili in Costantinopoli, ove altro non vorrebbono Turchi che levar lor dalle mani il poter giudicare, e punire i sudditi di questo Eccellentissimo Dominio, per tanto più calpestarli poi negli altri negozii di Stato, che occorrono continuamente a quella Porta.
Nella materia de' salvi condotti, mi sono regolato con quella più destra maniera, che ho creduto conforme alle commissioni dalla Serenità Vostra, date anticamente a miei precessori, ed ultimamente a me ancora. È vero, che alcuni degli Illustrissimi Rettori di Levante hanno qualche volta non interamente ben inteso qualche mia risoluzione in tal proposito; ma gli è anco verissimo che io con troppa afflizione del mio animo, ho veduto due e tre volte quegli, che banditi dal regno di Candia venivano per salvo condotto da me, ed io loro mi mostrai difficile, farmisi turchi in su la fronte, e strettisi con il Capitanio del mare entrato seco ne' fatti di quel regno, desiderosi di portarsi innanzi seco, dicendogli di quelle cose che o vere o false importan troppo arrivino da nostri naturali sudditi alla cognizione de' Turchi; per la qual cosa fui costretto dolermi, ove conveniva, e mi furono con gran pietà e prudenza verso il Signor Iddio e della Repubblica dati quegli ordini che convenivano. E certo gran cosa è questa che avendo l'Eccellenze Vostre conosciuto di quante pericolose conseguenze esser possa che un bandito dal regno di Candia esca dal regno di Candia, han ordinato che in qualche castello di là, o in quel del Selino o in altro sia loro statuito rifugio; ora se talvolta trascorrono essi gli ordini, e si conducono a Costantinopoli s'ha di grazia, quando, o si rimetton a nuovo esame e senza dello stesso signor Rettore che gli ha banditi, ovvero conforme il delitto, salva la pace de' lor nemici, ed altre circostanze mandarali a servire inoltre in una galera per uomini da spada quel tempo che conviene; s'ha, dico a sentir male che si levino, se non dalla setta turchesca, almeno dal profitto delle cose de' Turchi i nostri uomini, che ovvero da marangoni nell'arsenale, ovvero sopra vascelli lor servono con altrettanto lor beneficio, quanto è grandissimo il danno che ne riceviam noi di piloti, e di marinai. Quanto a me non credo mai esser tale l'intenzione di Vostra Serenità, avendole preservato fra' termini delle mie Commissioni molti sudditi, e togliendoli per avventura ai Turchi, fatto il mio dovere.
Tre quarti per cento vale il Cottimo, che Vostra Serenità riscuote in Costantinopoli di tutte le robe che vi entrano, e vengono da queste città, ed uno ed un quarto per cento di quelle che si cavano. Questo assai facilmente si riscuote per la pena di 30 per cento, quando non si paghi in Costantinopoli; quello men prontamente è soddisfatto da' forestieri almeno, non volendo gli Armeni acconsentirvi, venendoci gli Ebrei anco con istessi motti. In sul cominciar del mio Bailaggio, volendo io pure informarmi di ciò che passava in simili propositi, trovai estinti i Cottimi di terra, e stupendamente ne rimasi meravigliato un pezzo meco stesso pensando, se fosse per qualche nuova esenzione ne andassero allegeriti i nostri mercanti. Ma infine non ci trovando altro rispetto che il commodo loro, e che Vostra Serenità ci scapitava infinitamente, venendo massime frequenti molto e molto grosse le caravane per terra, mi risolvetti intimar loro, che avessero a ritornarsene al costume antico, pagando il Cottimo sulle mercanzie che lor capitavan per terra ancora. Parve se ne conturbassero assai, e protestandomi essere già in possesso di non pagare, volean, che tacendo, ne gli confirmassi; mostrai loro gli interessi, gli ordini di Vostra Serenità e l'uso antico persuadermi il contrario, e così lor commisi di pagare senza altra replica, siccome poi fecero appresso volentieri, come buoni sudditi dell'Eccellentissime Signorie Vostre. Ora, parendomi che rimessi questi Cottimi fra' nostri in piede, camminasse questo negozio sù, ma però molto zoppo, mi rivolsi considerar anco agli Ebrei essere in tutto conforme il dovere, che trafficando essi con la nostra città così in grosso, e facendo per terra venire tutte le mercanzie loro, avessero dessi a soddisfare i Cottimi a Vostra Serenità, non distinguendo ella negli ordini suoi i Cottimi di mare da quelli di terra, ma uniformemente parlando, comanda s'abbino ambedue a pagare; e per li quattordici mesi soddisfecero come i nostri, e avendo dato conto io di ciò a questo Eccellentissimo Senato fui lodato della buon' opra. Che spirito entrasse loro nel capo di poi, io non lo so bene; si appuntarono dicendo: che non avendo essi mai pagato per lo innanzi sulla roba di terra, stavano rissoluti non voler continuare di farlo; io entrai di nuovo in su le persuasioni soavemente con essi loro; ma nulla montarono, perchè si risolsero d'andare da Murat generale, che si trovava ancora con l'esercito, e dovea in fra pochissimi dì partire, dipinsero le cose a lor modo al Bassà, che pure in sul principio restò alquanto sospeso, ma informato poi da me, piegò alla parte mia, e non una volta, ma più mi diede efficacissimi comandamenti, e fecemi anco avere dichiarazione del re, ove chiaro diceva la Maestà Sua che pagando per mare avessero anco a pagare per terra. E perchè io trovai, siccome sempre in tutte le altre cose, ottimamente Murat disposto e compiacermi, conoscendo la ribalderia di costoro, il pregai farmi grazia di presentare mio scritto al re, in cui pregava la Maestà Sua esser contenta comandare potessero i nostri mercanti aprir anco in Costantinopoli le botteghe loro, come altre volte fecero, a commodo comune, in questo proposito considerando tutti quei punti che erano più necessarii; abbracciò parimenti in ciò Murat il mio desiderio, e così, come gli aveva già costretti con forte mano ed ordini regi al pagamento de' Cottimi, così avendo egli, oltre il mio scritto, rappresentato al vivo questo negozio a sua Maestà per un suo, che mi lesse sotto i suoi padiglioni, dicendo di loro quel peggio che meritano, il mandò dentro, ma stretto dal tempo e spinto dal re partì con l'esercito. Capitarono poi gli scritti in mano al Bassà luogotenente, al quale, conosciuto già l'animo di Murat, avendo avuto ricorso gli Ebrei, non potei io poi, giunta una carovana, e lor dimandando di Cottimi, ottenere che volesse ammettermi gli ordini fortissimi dello stesso re, che non solo ebbe per nulla, ma gettò in terra, nè per molto che replicassi, potei imprimerlo della ragione, siccome neanco potei venir in luce mai dello scritto per il negozio delle botteghe, il quale sendo favoritissimo da Murat, dovette uscir bene espedito di corto, che se altrimenti fosse uscito, se ne sarebbero valuti gli Ebrei di poi a favor delle cose loro; e così non potei, nè nell'uno nè nell'altro di questi giustissirni negozii, godere il frutto delle mie fatiche e de' favori di Murat, stante la pessima natura ed inclinazione del luogotenente alle cose nostre.
Ora, Serenissimo Principe, Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori, sebbene io sono sicurissimo essere volontà di questo Eccellentissimo Senato conforme il giusto, ed anco quello mi scrisse, che gli Ebrei levantini paghino il Cottimo di terra, senza che più lungamente vadi innanzi la ruberia grandissima che degli utili e della riputazione pubblica fanno; considererò nondimeno all'Eccellenze Vostre qualche particolare, onde tanto più facilmente, senza altro indugio si risolvano ordinare, il paghino essi in questa città, poichè a me dissero infine se ne sarebbono contentati, massime che in Costantinopoli dicevano di nol potere. Da ciò gran danno torna in prima ai nostri sudditi negozianti in Costantinopoli, e per conseguenza a Vostra Serenità ancora, che gli Ebrei, in mano a' quali la maggior parte delle faccende sono, non paghino il Cottimo di terra, sendo dai nostri pagato: i quali per aiutarsi e cavar dalla mercanzia la spesa loro sono costretti sostentarla maggiormente, e così volendola dare a maggior prezzo che non fanno gli Ebrei, non caricati dalla gravezza, penano a farne esito, e l'Ebreo con somma facilità riesce, costandolo meno, ed io non dirò che lontano, ma, sì bene che vicinissimo, già veggo capitar affatto tutto il nostro negozio in mano agli Ebrei; i quali oltre l'utile sopraconsiderato, danno quell'altro ancora ai nostri mercanti in Venezia, per indurli maggiormente a servirsi di loro, che loro non togliono se non due per cento di fattoria ove i nostri vogliono tre; sì che quando altro male non segua, non facendo Vostra Serenità pagare agli Ebrei il cottimo di terra, viene a restar questa disuguaglianza senza misura per molti rispetti pregiudiciale al beneficio pubblico ed a quello dei sudditi particolari: de' qnali molti han già preso partito, per sottrarsi dall'interesse del Cottimo e per vendere più facilmente le robbe loro, di mandarle in mano a costoro, con far nascere, come si dice, dal male il peggio, mentre danno ad Ebrei, levando dai nostri, quel nutrimento che vuole Vostra Serenità con tanta industria lor mantenere in mano, allegerendoli in questa città di molti carichi, ed abilitando alla cittadinanza ancora quei soggetti forestieri che per trent' anni in essa vivono trafficando; tutti rispetti che le son persuasi dal desiderio grandissimo ch' ella tiene di rendere i sudditi suoi con il mezzo delle mercanzie facoltosi, e di mantenere oltre l'opulenza delle entrate pubbliche il nome d'emporeo dell'Europa a questa città, e tener con il molto numero de' mercanti in piede quello delle navi e dei marinai ancora, per tanti rispetti tanto necessario al vantaggio ed al decoro della Repubblica, che al presente spogliata così ne rimane.
Ma quando poi, Serenissimo Principe, fosse per non dir altro tanto favorevole a questi Ebrei la fortuna che dovessero andar esenti di pagar questi cottimi, ogni ragion vuole che Vostra Serenità ne sgravi ancora li sudditi suoi; il qual' atto di giustizia seguendo, converrà certo poi che l'Eccellenze Vostre provveggan, con assignazione d'altro dinaro, alle spese de' salariati della casa loro in Costantinopoli. Fin qui, senza ch' io il dica, penso bene si accorga questo Eccellentissimo Senato essere tutti questi disordini secondati dal disavvantaggio ingiusto e pregiudiciale che hanno i nostri per non pagarsi questa ingiusta gravezza dagli Ebrei; e certo, per non dire poco cristiana e molto disutile al pubblico, è almeno cosa fortemente strana, che, per un poco di maggior guadagno, mandino da Venezia i nostri mercanti stessi i lor capitali in mano d'Ebrei, togliendoli da quelli de' propi a Veneziani. Lasciamo stare i pericoli de' fallimenti, delle pesti, degli incendii e di mille altri accidenti a' quali soggiacciono spessissimo con lor mercanzie gli Ebrei in Costantinopoli; con tutto ciò, quasi fossero i maggiori amici che abbiamo, si dà lor credito mentre a noi danno ciance, e li teniamo per li maggiori amici del mondo, quando sono i maggiori nemici che ci troviamo: perchè non solo nel negozio ci tengono al disotto, come ho considerato e più potrei, se non fosse il dubbio che ho di increscere con troppa lunghezza a questo Eccellentissimo Senato; ma esclusi dallo ingerirsi nelle cose nostre, per le ragioni importanti più alta considerazione, stante la pessima lor volontà, per mostrarsi maggiormente amorevoli ai Turchi, contrariano essi spesso tutte le trattazioni nostre, ed in quella della galeotia l'ho io stupendamente conosciuto, sendochè quel scellerato d'Israel Celebi anziano e principal sostenitor loro, mi ci fece gran contrasto, e credendo egli che i Turchi avessero a muover contro noi, secondo eran da lui consigliati, come strettissimo ch' egli è, e consapevole della poco buona volontà che conservano gli arciducali con questa Serenissima Repubblica, in quei frangenti, mentre era io stretto dal luogotenente e dal Muftì, scrisse egli lettere ed ispedì suo uomo al re Matthias allora, imperatore presente, dandogli conto dell'importanza del fatto e dell'opportunità che gli pareva apparecchiarsi co' nostri travagli dalla parte di Costantinopoli, acciocchè dalla sua, tornando bene com' egli pensava e persuadeva a quella Maestà, si movesse ella ancora. È costui tedesco di nascimento, e tiene molta dimestichezza con Cesare suddetto, è ricco assai e là in estremo il Satrapa. Al mio partir da Costantinopoli intesi da più d'un luogo, e specialmente da un'ebreo stesso, maneggiarsi per loro la pace fra il Gran Signore e il Gran Duca; concetto trattato da loro alla Porta fra' grandi, per farlo riuscire se potranno: il quale, sebbene difficile, quanto a me, a riuscire, mostra nondimeno la ribalderia di costoro, poichè qual danno sia per sopraggiungere ai nostri negozii di Levante, quando il Gran Duca vi spendesse del suo, non mi accade discorrerlo, che bene il veggono le Signorie Vostre Eccellentissime e quelli che s'intendono degli utili del mercantare, a me incogniti affatto.
Quello poi, che odiosissima per ogni ragione devo rendere questa falsa gente alla nostra Repubblica, si è che da questa città scrivono e fanno sapere ai Turchi i fatti della Cristianità, e specialmente quelli di questo Eccellentissimo Senato, affirmando avergli per vie infallibili e sicure, la qual cosa con orror grandissimo ho io inteso più volte; onde mi pare che grand' amore verso il bene della lor patria e verso il proprio onore mostrerebbero tutti i nostri gentiluomini, non si domesticando punto con essa gente, e gran senno sarebbe inoltre tenerli lontani e discacciati sempre da queste scale, ove capitano continuamente sotto coperta di bene per nuocervi sempre. E non accade dire: trattiamogli bene che non ci faran male; perchè questo non sarà mai, oltre la pessima loro natura, onde dovendoli avere necessariamente per nemici, come l'esperienza ne ha mostrato e ne mostra, è pur meglio star loro sopra, che lasciar questo vantaggio loro; per le quali tutte considerazioni, io non posso certo, con maggior soddisfazione della mia coscienza e del debito infinito che io tengo colla mia patria, raccordare a Vostra Serenità ed alle Signorie Vostre Eccellentissime l'aver mira agli andamenti di costoro, ed a gran sollievo della riputazione e del negozio in Levante, far loro pagare i cottimi di terra; il che assegnandosi all'ufficio di uscita, ove si fanno le bollette, che penso essere il più sicuro e breve rimedio per quella parte di Costantinopoli e del resto del Levante ove sono indirizzati, quando si voglia aver riguardo a quelli che in questa bassa parte della Bossina fan essi per via di Spalatro penetrare, sarà, anco di tanto maggior vantaggio quanto che di questa maniera, senza nuocer punto alla cose nostre, si farà lor pagare di tutte le robe che in gran quantità cavano da questa città per gli stati lontani del Signor Turco. Se creder si può a questa buciarda nazione, mi hanno molti Ebrei affirmato, in Costantinopoli, come di sopra dissi, che volentieri il pagheranno in questa città; e non occorre temere sia questa provvisione violenta, e che siano per imporre i Turchi ai nostri che paghino il Casaplih quando gli Ebrei paghino questo cottimo; sendochè in prima non e questa gravezza nuova, ma antichissima trascorsa non so come l'esazione sua; oltrechè pagandola i nostri, atto di giustizia è che la paghino gli Ebrei ancora; non si pone o si accresce gravezza, s'introduce l'eguaglianza e si fugge l'inganno, e poi nelle capitolazioni nostre abbiamo. non abbino i nostri mereanti di nessun modo a pagare i Casaplih; sicchè non deve questo rispetto divertir l'Eccellenze Vostre dal riscuotere il loro, se non per la via che io raccordo riverentemente loro, per altra almeno migliore; ordinanda sia tutto il denaro assegnato alle spese di Costantinopoli, che, accrescendosi ogni giorno con aumento di salariati, ed altre assai nazioni, è ben dovere, senza altro interesse di Vostra Serenità, abbiino i Baili onde poterle fare. E veramente affermo alla Serenità Vostra, che senza questi cottimi di terra, già esatti e retribuiti da me, io non avrei potuto soddisfare alle necessarie spese di quella casa; posti insieme i cottimi di terra e quelli di mare, ho riscosso in tutto diecimille novecento e sessantanove ori, somma che credo ben parerà alla Serenità Vostra straordiriaria, e che io non sia stato dormendo nel suo servizio in questo importante particolare, avendo io soprainteso con ogni mio spirito a questa esazione, lealmente ed interamente ben maneggiata da messer Simon Tosi mio ragionato, dalla fedeltà e sufficienza del quale potrà in ogni occorrenza promettersi buon servizio sempre la Serenità Vostra.
Circa le spese che mi sono accaduto fare nel Bailaggio, sono andato sempre il più sobrio che ho potuto, accompagnandole sempre con quell'avvertenza maggiore e vantaggio, che mi è stato possibile, solo proponendomi innanzi sempre il servizio per ogni verso di questa Serenissima Repubblica, la quale fra tutti i carichi, che dar pensa a suoi cittadini, nessuno loro conferisce, in cui al valore, al sapere, alla prudenza e alle altre virtù, sia più necessaria l'unione della bontà e della realtà, che nel Bailaggio di Costantinopoli; delle quali perfezioni, se nelle prime si avranno voluto l'Eccellenze Vostre ingannare sulla persona mia, ben lor prometto non restano nè resteranno nelle seconde ingannati mai, favorendomi il Signor Iddio dell'aiuto suo. Il dinaro, che ho tolto, e rimesso a pagar qui a Vostra Serenità, è stato sempre con vantaggio di sei per cento; di chè talvolta si mostrarono alquanto meco difficili i nostri mercanti, pure ci sono venuti.
Al mio arrivo in Costantinopoli, vi trovai Bailo di Vostra Serenità l'Illustrissimo Signor Ottaviano Buono. La sperienza che Vostra Serenità e l'Eccellenze Vostre han fatto in assai cariche delle sue virtù ben le dimostra il suo merito, che da se stesso parla, onde a me non occorre dirne altro.
Mi è succeduto in quel Bailaggio l'Illustrissimo Signor Cristoforo Valier; arrivò sua Signoria Illustrissima a quella Porta con gran decoro, con una numerosa ed onoratissima famiglia, e benchè fosse di molto precorso il nome della singolar virtù e del gran valor suo in quelle parti, fè l'uno e l'altra tosto conoscere in sopraccellente grado, accozzando con gran meraviglia di ciascuno insieme la soddisfazione de' Turchi, il servizio di Vostra Serenità, la lode del suo merito e il contento mio, in veder ottimamente appoggiato così gran maneggio; sendochè in esso tanto meno apparirebbero i miei mancamenti, quanto più facilmente verrebbero cancellati dalla prudenza di soggetto in ogni sua parte così prestante. Conservigli pur Dio la salute, chè tanto può bastare al compito vantaggio in quella gran Corte ai pubblici interessi.
Ho fatto il mio viaggio con il chiarissimo signor Hieronimo Lando dell'Illustrissimo signor Antonio, gentiluomo d'una mirabile compostura d'animo, che affinata in lui, e dagli studi e dall'aver veduto molte Corti di gran principi, rende geloso ciascuno dell'amore e della conservazione sua; onde se gli effetti devono somigliare alle cause che gli producono, dovrei estendermi infinitamente in magnificare la prudenza e la virtù di questo valorosissimo signore; ma questa volta la regola non può riuscire a me, poichè ne veggo se mille anni parlassi del suo gran merito, con cui vien largamente emulando quello de' suoi maggiori, non fosse infine assai più quello che ne andasse tacciuto, che quello che ne potessi dire; però mi rimetto alla sperienza che questa Serenissima Repubblica, dovrà fare con gran vantaggio del proprio comodo, di che tanto più puote piacerle, quanto più sono certo, con questo sicuro presagio del servizio della mia Patria, dover ancor io riportar lode presso l'Eccellenze Vostre.
Mi sono accompagnato anco nel mio ritorno da Costantinopoli con il chiarissimo signor Giacomo Querini, fu del chiarissimo signor Giovanni. Ho conosciuto in questo onoratissimo soggetto una gran maturità d'ingegno ed una singolar modestia di costumi, che avendo radice nei lunghi suoi studi ed in una continua osservazione di ciò che convenga ad un degno figliuolo di questa Patria e della sua casa formano in lui con perfetta consonanza un vero esempio di virtù e di costumi.
L'abbondanza dell'amore e dell'obbligo che conservo alle prestantissime condizioni di questo valorosissimo gentiluomo m'ingombra l'animo, e mi toglie di poterle come dovrei commendare a Vostra Serenità, onde veramente quanto più mi rende osservante annunciator del suo merito, tanto più mi fa ancora conoscer la sterilità del mio ingegno; non potendo io però altro dirne a Vostra Serenità ed alle Signorie Vostre Eccellentissime, se non che avvantaggieran sempre il servizio loro, avvantaggiando questo prudentissimo gentiluomo negli onori di questa Serenissima Repubblica. Il chiarissimo signor Vito Morosini del chiarissimo signor Angelo si è unito meco nel mio viaggio. Precorse di molto questo signor con la modestia, con la prudenza e con la vivacità dell'intelletto l'età, parti che rapiscon gli uomini e gli legano con grandissimo affetto, onde sebbene l'amore e l'obbligo che conservo alla bontà e al merito di questo virtuosissimo signore, potrebbero farmi in raccontar maggiormente le condizioni sue molto più da quel ch' io sono, e rendermi anco quasi sufficiente a lodarlo, non debbo avventurarmivi però, sendochè un affettuoso silenzio, ove non si può con il dire giugner a quella soddisfazione che conviene, fa più conoscere, se non il sapere, la discrezione, ed il rispetto almeno. Il chiarissimo signor Nicolò Mocenigo del chiarissimo signor Marc' Antonio, si è egli ancora fatto compagno del mio viaggio; mi si è fatto conoscere gentiluomo discreto, ingenuo, e virtuoso molto e certo l'intera notizia che ho delle degnissime parti di questo nobilissimo soggetto, e, quelle ancora de' miei grandi obblighi seco, e con tutta l'illustrissima sua casa, dovrebbon portarmi a dir molto di lui ma da picciol torrente e poco men che asciutto non si può derivare grand' acqua. Però non potendo io pagare il diritto di quanto devo al merito suo, che in sul fiorir degli anni promette frutti eccellenti di prudenza, dirò solo, che dandogli occasione Vostra Serenità di maneggiarsi in servizio, conoscerà sempre averci fatta proficua deliberazione.
Ho avuto anco meco l'Illustrissimo signor Marco Gradenigo dell'Illustrissimo signor Giovan Giacomo; mi è riuscito di singolar alleviamento nelle fatiche del viaggio e nelle molestie dell'animo la saggia e virtuosa compagnia della persona sua, che d'un perspicace ingegno dotata, con i continui studii maggiormente cinto, quanto più con gran soavità pasce l'animo ad altri, tanto più desiderata fa la sua conservazione; perciò non potendo io dire di questo onoratissimo signore quanto conviene all'eminente virtù sua, mi troverei assai discontento, se non fossi certo riceverà per segno dell'osservante mia volontà il perfetto conoscimento che fo delle degne parti di lui e del mio debito seco; onde una semplice, ma efficacissima attestazione a Vostra Serenità ed alle Signorie Vostre Eccellentissime della prestanza sua desidero mi vaglia in parte per soddisfar al servizio della Patria, al suo merito ed al mio dovere.
Il clarissimo signor Pietro Loredano fu del chiarissimo signor Pietro, si è egli anco da Costantinopoli condotto meco. La natura, penso, abbia in questo nobilissimo soggetto nell'uomo interiore con gran sforzo messo ogni sua perfezione, poichè invero la vivezza dell'ingegno e la maturità di questi anni del giudizio, fan gran lume alle speranze della singolar sua riuscita in onore della sua casa ed in servizio della Serenissima Repubblica, quando piacerà a Vostra Serenità, che per utile suo le dovrà certo piacere, d'introdurvelo a suo tempo; non dirò di lui più, perchè gran presunzione sarebbe la mia se io mi persuadessi raccontare a questo Eccellentissimo Senato i particolari della virtù sua, fomentata da continui studj e da lunga conversazione alle maggiori Corti del mondo.
Lascierò pertanto che ragioni in perpetuo presso la Serenità Vostra e presso ciascuno l'amore e l'onore che sono per portargli sempre, e se da ciò non potrà risultar la soddisfazione del mio debito seco, largamente ne seguirà almeno la confessione, che alla grandezza dell'animo suo sarà, son certo, accetta.
Ho fatto il mio viaggio per terra da Costantinopoli a Corfù, e da Corfù in questa città, con la galera dell'Illustrissimo signor Antonio Civran governator delle Sforzate. Quanto al viaggio di terra, altro non mi ricorse degno della intelligenza della Serenità Vostra e delle Signorie Vostre Illusrtrissime ed Eccellentissime che l'amorevolezza con cui, lontano tre giornate da Corfù, da quei popoli greci fui incontrato, accompagnato con gran dimostrazione della divozione loro verso il nome di questa Serenissima Repubblica, conforme ciò che avvisai pure vostra Serenità.
Quanto a quello di mare, che per grazia di Dio tranquillamente passai, mi resta solo di dire a Vostra Serenità e a questo Eccellentissimo Senato che gran digressione mi converrebbe fare, se volessi l'intero notificargli della virtù e del valore dell'Illustrissimo signor Antonio Civran predetto governatore delle Sforzate, eletto degnosamente Capitanio del Golfo; ma per accennare piuttosto i miei grand' obblighi seco, che soddisfarli, dirò solo a Vostra Serenità che la grande intelligenza nelle cose del mare, sommo valore e vigilanza in eseguire il servizio pubblico, infinita carità in ben trattare le ciurme della galera sua, stimolo eterno d'onore e di gloria a sè stesso e alla sua Patria, possono rendere un cittadino degno di lode e di ricognizione, questo con abbondantissima maniera pienamente ne provoca la bontà e la grandezza della Serenità Vostra, e di questo Eccellentissimo Senato; al quale, se non voglio alla mia ingenuità ed al mio onore far grande aggravio, non devo lasciare di cummendar anche per estremo il valore, la virtù, il zelo verso la Patria dell'Illustrissimo signor Francesco da Molino, Capitanio del Golfo, che andandomene a Costantinopoli mi condusse da Venezia alla Canea. Questo, Serenissimo Principe, è un soggetto di preclarissimo merito, e non mi taccio, perchè amando io la bontà e la virtù in chiunque si sia, e trovando l'una e l'altra in colmo in questo prestantissimo signore, desidero che siano conosciute e premiate con le più degne ricognizioni e gradi della nostra Patria, giudicando abbia a riuscire in vero di gran servizio di Lei.
Dovrei lungamente fermarmi, discorrendo a Vostra Serenità e alle Signorie Vostre, intorno il valore e la virtù del chiarissimo signor Pietro Querini sopracomito, e per scemar alquanto delle mie obbligazioni seco, e per mostrar con quanto fondamento io mi rimanga osservantissimo del merito suo; ma tornandomene a grand' onore l'andar carico di debito seco, quello non posso e questo non voglio; solo mi basterà per fuggire l'ingratitudine affirmar a Vostra Serenità, che come egli si trova una buona, valorosa e ben governata galera sotto, così, stante l'intelligenza delle cose di mare ed il valore della persona sua, si troverà in lui sempre dalle Eccellenze Vostre un zelantissimo e vigoroso esecutore degli ordini e del servizio loro, le quali di loro stile ordinario abbracciando sempre e riconoscendo i lor valorosi cittadini, ben son certo, per aumento del lor servizio, anco vorran mostrarne pieni effetti in questo meritissimo soggetto.
Il chiarissimo signor Girolamo Donado, fu del clarissimo signor Andrea è uno dei più vigilanti, valorosi e fruttuosi sopracomiti dell'armata. È venuto egli ancora di conserva meco, ha una buonissima ciurma, la quale a riscontro d'un ottirno trattamento che riceve da sua signoria clarissima, ben le rende un perfetto servizio, e le giova d'ottimo mezzo al fine de' suoi generosi pensieri. In questa carica, Vostra Serenità e le Signorie Vostre Eccellentissime, d'ordinario lor stile, mostrarono sempre la grazia loro, abbracciando e riconoscendo i lor valorosi cittadini; onde a me basterà solamente lor attestare tale esser questo, la virtù del quale alla sua patria, alla sua casa ed a sè medesimo darà sempre luce.
È stato mio segretario Messer Alvise Valutello, dalla persona del quale ho ricevuto buon servizio, avendolo riconosciuto amorevole, assiduo e diligente nell'ufficio suo; nel raccordar e raccomandar insieme alla Serenità Vostra ed alle Signorie Vostre Eccellentissime il merito abbondante di questo fedel e affaticato soggetto, da 13 anni in quelle parti, non mi è necessario dir molto, sapendo di chi parlo ed a chi parlo, cioè d'un buon servitore a un Principe magnanimo e grande, solito favorire sempre la virtù in ognuno; ma tanto maggiormente ne' servi suoi più intimi e colmi di merito, e tale è questo appunto.
Nell'eccorrenze sue lo raccomando pertanto vivamente sempre alla Serenità Vostra ed alle Signorie Vostre Eccellentissime.
Per coadjutore è stato meco in Costantinopoli Messer Agostino Vianuolo. Non ho mai sentito Serenissimo Principe, Illustrissime ed Eccellentissime Signorie tanto dispiacer che poco vagli la mia penna quanto sento al presente, poichè affatto diffido poter con essa dire, anco superficialmente a Vostra Serenità ed a questo Eccellentissimo Senato, quanto nella carica sua fedele, ansioso, diligente ed assiduo sia egli stato, in modo che non partendosi mai dalla sua camera e dal cancello bisognava il mandassi spesso a desviare dall'opra, dubbioso, non ponendo egli in essa qualche intervallo, non gliene succedesse qualche male. Quando in sul mio partire di qua, non trovava chi volesse con me venire in Costantinopoli, questo da buon giovine mi si esibì, e non avendo riguardo trovarsi eziandio con la febbre addosso, montò meco in galera. In lui, Serenissimo Principe, si congiungono tanto pienamente e in tanto equilibrio l'integrità della vita, la bontà dei costumi, la sincerita, la modestia e il valore dell'ingegno, che benchè ciascuna di queste parti mostri gareggiare con l'altra per averne la maggioranza, in volersene far giudizio, resta confuso il giudizio, ed io dal mio non so cavar altro, se non che la persona di lui possa formare, in questi anni, quella d'un perfetto ed affinatissimo segretario, così eccellentemente, scrive in volgare e latino, restandosene egli pertanto, so di non dir molto, lume e decoro compito degli ordini onoratissimi della Cancelleria di Vostra Serenità, la quale ben può con perfetta speranza di sicura soddisfazione abbracciarlo in favor suo, consolandolo d'una piccola grazia che supplichevolmente, dopo tanti pericoli di peste ed altri gravissimi passati in Costantinopoli, dimanda a Vostra Serenità ed alle Signorie Vostre Eccellentissime. Non verrà ad esser solo questa grazia per lui, ma per me ancora, il quale supplico questo Eccellentissimo Senato, per segno non gli siano state discare le mie fatiche a Costantinopoli, di così poca e giusta dimanda questo onoratissimo giovine graziare, riservi a me i voti in altra occasione al Senato, tutti dandogli in questi a lui.
Vostra Serenità nel primo luogo de' suoi dragomanni tiene Messer Marc' Antonio Borisi. Della fede, della bontà, del valore di questo onorato soggetto restano già da gran tempo informate l'Eccellenze Vostre, pure, avendolo io sperimentato con gran servizio loro, posso assicurarle che nell'offizio suo non può desiderarsi d'avvantaggio, soddisfacendo a tutte le parti sue in modo che siccome dagli altri ambasciatori viene grandemente invidiato un così buon servitore nella casa di Vostra Serenità, così i Turchi per l'accortezza del suo termine volentieri ce ne vedrebbero privi. Merita pertanto l'amore di Vostra Serenità che, nel confirmarlo nella sua ottima disposizione di ben servire, impiegherà certo sempre con grave vantaggio del servizio suo ogni favore nella persona di lui.
Messer Ambrosio Grillo, carico d'anni e d'indisposizioni, resta al presente inabile al servizio, il quale ha prestato per lo innanzi fruttuoso alla Serenità Vostra, molto merita il trattamento che gode, nè certo tempo ormai potrà durare.
Messer Simon Niholihi servì quasi tutto il mio Bailaggio assai male di dragomnanno, più con le orecchie che con la lingua; udia volentieri solo le cose che confacevano a' suoi poco savj pensieri, con cui quasi scopertamente affettava la parte del re persiano, biasimando i principi cristiani; non l'aiutassero contro quello dei turchi, e furono molte volte ch' io nel ripresi indarno. Nel parlar poi, accadendo, faceva sempre più capitale del proprio parere che di ciò che gli era comandato; onde bene spesso ne' gravi negozj mi conveniva, impor tale silenzio. Tuttociò, oltre la disamicizia che passava continua in fra lui ed il Borisi, i quali spesso mi rappresentavano per loro contrarj affetti una stessa cosa a due modi. Avrei anco potuto dissimulare, come faceva con gran disgusto del mio animo, se non si fosse egli portato da un gran colmo di debiti a molte disonestà, fra le quali una si fu in vero grandissima, che andando dal gran cancelliere, con cui passava io molta amorevolezza, ed avendogli questo, come talvolta fra amici occorre, mostrate a lui alcune sue gioie, ardì il mal' uomo dire a quel ministro principale, ch' io aveva desiderio di comperare un grosso balazzo, e che però avrei volentieri vedutone uno suo bellissimo. Gliene credette il cancelliere, e datagli in mano la gioia per portarmi, fuggissi egli con essa, la quale valendo ben oltre 500 zecchini, dopo aver atteso alquanti giorni gli riportasse, o essa o il denaro o qualche risposta almeno, intesa la fuga di lui, fu il gran cancelliere a trovarmi, e mi diè conto dell'accidente. Con grande affetto assicurai sua signoria illustrissima non aver io mai avuto pensiero di gioie, nè avere a colui ordinato in ciò cosa alcuna. Come prudente signore, solo della fortuna e di sè medesimo che gli credette si dolse, pacificossi, e proferendomi ogni suo favore sempre, consolato, per quanto seppi, si partì da me che l'onorai di un pajo di vesti e certe altre cosette. Presso l'altre molestie gravissime del mio Bailaggio, mi toccò provare anche in ultimo questa, che per rispetto della pubblica riputazione del nome di Vostra Serenità e del mio, stupendamente mi afflisse. Di questo cattivo soggetto ha molto prudentemente risoluto questo Eccellentissimo Senato di disfarmi, stantechè nessun profitto, se non infinite molestie con poca riputazione di quella casa ne avrebbe incontrato più sempre; onde ottima deliberazione fu, che con il castigo di questo mal' uomo prendessero esempio gli altri, che servono dell'ufficio loro in quella carica.
Giannesino Salvago dragomanno da strada, volentieri si impiega nell'ufficio suo, fa qualche servizio in casa nelle occorrenze, abbonda ma più di buon volere che di sapere. Giuliano suo fratello, che era in Aleppo, è uomo di più petto, e buon servizio si avrà sempre da lui.
Tommaso Navon attende all'ufficio suo di pistogero delle navi con assidua applicazione, e si mostra affezionato assai al servizio della casa.
Barnaba Brutti è un uomo di buon ingegno, grandemente desideroso del servizio di Vostra Serenità, in cui mette veramente ogni suo spirito, e con il tempo s'affinerà molto, trovandosi in sicuro possesso delle principali desiderabili parti d'un buon dragomanno. Io l'ho unito al Borisi, acciò s'avanzi tanto più facilmente nel termine.
Fu gran perdita quella che si fece di Giulio Ansonio, perchè, ne' fondamenti della lingua turca, nello scrivere, nella presenza ed in ogni azione sua, riusciva mirabilmente, e potevassene aspettare ottimo servizio.
Fra tutti questi dragomanni, mi sono accorto passar poco buona intelligenza, specialmente come ne accennai più innanzi tra Simon Niholihi ed il Borisi; senza il qual rispetto meglio talvolta resterebbe sostenuto il pubblico servizio, e meno rincrescimento ne avrebbero i Baili della Serenità Vostra.
Sei giovani della lingua intrattiene Vostra Serenità: Antonio Grillo, che è venuto meco per dragomanno di viaggio; peritissimo di molte lingue, valoroso fedele e buon servitore della Serenissima Repubblica. E che avendo io sperimentato in moltissime occasioni ne lo intero testimonio a Vostra Serenità, ed alle Signorie Vostre Eccellentissime raccomandandolo inoltre loro della grazia che supplicherà umilmente a questo Eccellentissimo Senato, che usando con lui della benignità sua, accrescerà son certo ancora il buon servizio delle cose sue in quelle parti.
Giovan Battista Salvago è un giovine di buon ingegno e di molta bontà; s'affatica per apprendere quel linguaggio, ma ci dava in bestia sovra gli altri, per essersi applicato tardi; ha qualche lettera non pur umana, ma di filosofia ancora: vive con gran modestia, serve bene, e serve a' Baili in molte cose; insomma è buon soggetto.
Cristotoro Brutti mostra buon ingegno, scrive e parla bene il turco, e darà miglior conto di sè ancora, quando si stacchi da certa mala pratica che l'indirizza male; dovrà nondimeno il tempo renderlo avvisato, e farlo buon servitore in tutto dell'Eccellenze Vostre.
Battista Navon è persona dabbene; attende all'imparare; si può aspettare fedele e buon servizio da lui, ma alquanto tardo; avendo anco alquanto fin ora l'ingegno tardo; si mostra però assiduo e pronto, e gode nel servizio.
Bartolomeo Brutti, e Francesco Scaramella sono giunti a Costantinopoli con il mio successore; non ho potuto delle condizioni loro molto informarmi. Il Brutti viene di buoni parenti, che ben servirono sempre la Repubblica, si mostra molto quieto, e desideroso di imparare. Lo Scaramella, figlio di valoroso e benemerito segretario dell'Eccellenze Vostre, mostra gran prontezza di spirito, son certo lo impiegherà bene, e possono attendere ottima riuscita.
Non so se di me io mi abbia o a parlare o a tacere; a tacere mi consigliano le poche e scarse condizioni della persona mia, fuori di quella molto intera d'un grandissimo zelo dell'onore, della grandezza, e dell'utile di questa Serenissima Patria, la quale siccome sempre mi tenne infiammatissimo nel solo servizio di lei, così non mi permette al presente, che tacito io me la trapassi. Affermo dunque riverentemente e lealmente alla Serenità Vostra, ed alle Signorie Vostre Eccellentissime che in 42 mesi, che mi sono fermato a Costantinopoli, non ho mai allontanato un puntino la mente da' termini sopradetti. È vero che oltre la mia natural consuetudine in ciò, mi ci han eziandio continuamente tenuto fisso i gravissimi negozii che vi ho passato, in particolar quello della galeotta, che mi occupò acerbamente una gran parte del Bailaggio, nel qual affannoso accidente, benchè mi fosse, più volte, come ho tocco a' suoi luoghi, da quei furibondi ministri intimata la guerra, fossi costretto nascondere le scritture e il dinaro pubblico, fossi minacciato che il Gran Signore mi farebbe tagliar la testa, mi fossero fatti saltar via dappresso i dragomanni, a' quali commettea le risposte in difesa della causa dell'onore di Vostra Serenità e del mio, affiancati a' pugni al di dentro dai giannizzeri, che con dottori, oltre ad Acmat, eran miei pretensori, onde convenne in tanta combustione m'alzassi dallo scagno, e prendessi il Borisi per lo petto una volta, tirandolo vigorosamente innanzi, acciocchè continuasse di parlare, quel dì appunto che con inganno mi volle il Bassà alla presenza del Cadileschiere, che per tante cause, sdegni, confusioni e sforzi, mi pareva veramente il giorno del giudizio, e fu certo favor di Dio ch' io potessi regger alla piena che mi ondeggiava intorno. Per tutti questi ed altri duri emergenti, che tralascio, non isbigotii io però mai d'animo, ma ributtando i colpi, aiutato da Sua Divina Maestà gli feci andar tutti vani, risoluto lasciarvi, bisognando, la vita ancora. Come nelle altre mie ambascerie passate non ho pretermesso anco quel lustro che nasce dal trattenersi con la spesa onoratissima, sostenendo il pubblico decoro, di quel modo che conviene, lontanissimo da ogni un proprio, come quello che ben conosco, quanto lodatamente ne' magistrati e nelle altre cariche di questa Serenissima Repubblica, conferite a suoi cittadini, si possa vestire persona pubblica e privata ad un tratto. Onde, Serenissimo Principe, Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori, siccome travagli, pericoli sopra considerati, quelli inoltre d'una pestilenza grandissima, che passai l'ultimo anno in Costantinopoli, e mi entrò in casa, non han potuto non solo non intimorirmi, ma neppur farmi provar meno soave il contento di servir eziandio nelle angustie gravissime la Serenità Vostra e le Signorie Vostre Eccellentissime, così posson Elle ben credere che con lo spirito, con la vita e con l'avere, infiacchito nondimeno assai, esponendomi ad ogni fortuna, m'impiegherò tutto l'avanzo de' miei giorni, insieme con Messer Alvise mio fratello e co' miei nipoti tutti lor devotissimi servitori, ove la soddisfazione ed il servizio loro richiegga. E sebbene la servitù e le fatiche mie non potranno in nessun tempo mai esser tali, che traggan seco merito presso Vostra Serenità, spero almeno che la buona volontà con cui l'ho accompagnate ed accompagnerò sempre, avrà luogo nella grazia di questo Eccellentissimo Senato, e tanto dovrà, ad uno stesso tempo, bastarmi di soddisfazione e di eccitamento alle medesime sempre.
Grazie.
http://www.bibliotecaitaliana.it/testo/bibit000853
Relazione di Costantinopoli (1684).
Relazione del Nobil Uomo Giambattista Donado quondam Nicolo' del suo Bailaggio a Costantinopoli. Consegnata dal medesimo al signor Agostino Bianchi Secretario Dell'eccellentissimo Senato li 2 Agosto 1684. Letta il 20 del mese ed anno suddetto, stando io sopra il soglio e sedendo nel luogo degli Ambasciatori ritornati.
Premessa
Serenissimo Principe.
Non avendo alito più vivace il mio cuore della ereditata ubbidienza alli comandi riveriti dell'Eccellentissimo Senato, mi cade in conseguenza che nell'esercitarmi per essa io vi trovi il più soave respiro ed il più grato ornamento dell'esser mio. Ella è l'aura beata che mi guida al sublime soglio di Vostra Serenità, sopra di cui esistendo, presento la relazione delle cose più rimarcabili del mio Bailaggio di Costantinopoli, per esecuzione puntuale anco in questa parte delle leggi più riguardevoli della Serenissima Repubblica.
Il motivo adunque di questa umilissima mia azione, annoverandosi al numero di dare e ricevere tributi, la renderà non indegna di pervenire sotto l'occhio del Principe, ed il Principe presso di cui sono stato spedito a risiedere in gravi congiunture, grande per la vasta ampiezza degli Stati che domina, per la reputata potenza e titolo che il mondo tutto gli acconsente, renderanno questi miei fogli non impari all'aggradimento generoso delle Eccellenze Vostre verso le applicazioni mie, e tanto più, quanto che la superba intrapresa contro la Cristianità, con tant' arte ed in tanto tempo simulata e tessuta, ridotta a così poderosa e reputabil potenza d'armi, essendo stata schernita, dissipata e dispersa dall'Onnipotente mano di Sua Divina Maestà con forma inopinata, col mezzo di braccio militare che sebbene forte non era solito a trionfare di simili eserciti prepotenti, distinguerà questi secoli dai secoli precedenti, e qualificherà questa narrazione, la quale per quello che ha annessione alla relazione presente anche per incidenza sarà da me spiegata in cinque capi:
Primo. Rappresenterò se la casa Ottomana si ritrovi per anco in quell'alto posto di autorità dispotica nella quale, con il corso di tante vittorie per molti secoli, si trovava; ed insieme l'arte violentissima della tirannia.
Secondo. Quali siano le persone della famiglia reale, abilità loro, e de' ministri.
Terzo. Quanta sia la vera somma dell'annuale rendita, casnà e tesoro in danaro e gioje ed altre cose preziose.
Quarto. Quanto numerose e poderose siano le forze militari, così terrestri che marittime.
Quinto. Quanto reputi e come si intenda il Sultano con li Principi a lui confinanti, e con li remoti ancora, e in particolare con Vostra Serenità; essendo il massimo dei miei riflessi riferire come riguardino li Turchi la Serenissima Repubblica.
Capo primo.
Per versare con brevità circa il primo punto, sarà sufficiente riflesso che la casa Ottomana è l'unica al mondo che abbia saputo e potuto formare un permanente comando sopra la regola del timore, e rendere, per tante età, successiva ed ereditaria la tirannia. Ed è palese assai che questa dispotica ed alta autorità se l'abbia principalmente stabilita, con aversi posto in totale possesso nel dirigere le coscienze e disporre della religione a suo arbitrio: con che in certo modo rese l'armi sue nella guerra abbronzite da una disperata credenza e da un'inevitabile disposizione del destino.
È noto ad ognuno che i Turchi di loro prima origine selvaggi e campestri, inoltrati nell'Asia con il valore ottomano, poichè si impadronirono di qualche squarcio di essa nella quale ritrovarono diverse sette e religioni trascelsero la Maomettana per le proprie genti, come più accomodata ad estendere una crescente dominazione, più facile per sedurre il Popolaccio coll'uso sregolato de' sensi a crederla infallibile.
Dilatò il Sovrano per tutto, e diffonderono li sucessori con l'ampiezza del Dominio, diverse leggi ed arcani di stato, intrusi nelle regole della Religione e negli errori della credenza, onde la cieca obbedienza al comando confuse la venerazione dovuta al Principe quasi con la adorazione esercitata con Dio: poichè si credeva universalmente che il morire, massime nelle guerre per il Gran Signore, fosse una corona di martirio e un sicuro possesso felice del paradiso. Altrettanto è fuori di dubbio al presente, che non si sia di giorno in giorno scemato questo fervore, e che non sia sempre più per allontanarsi la cieca sudditanza dal metodo antico della prima sua istituzione e origine. Facile è poi il farne giudizio e predizione di ciò che debba seguire: mentre li Stati non si mantengono meglio che, sulla base dei loro sodi principii e nelli termini della loro fondazione. Conviene però che accerti Vostra Serenità che di presente si è di gran lunga cangiata nei Turchi la prima rozzezza loro e la fierezza che possedevano, e che stabiliva una massima ben diversa da quella che di essi aveva il mondo, cosichè per addattare il nome di Barbaro non basta la diversità dei costumi e la distanza dei paesi, l'opposto della Religione, o l'incolta maniera di vivere: mentre la loro alterigia, gonfiata con il suono delle trombe usate in tante vittorie, e la cognitione delle loro forze prepotenti, lor fanno usare il disprezzo per vantaggio di negozio non meno, che per alterigia di mente; che però al presente li Turchi non sono nè così feroci e potenti, nè così inesperti ed inabili al maneggio, come universalmente, venivano creduti; non convenendosi acconsentir loro, nè tanto di reputazione, nè tanto di terribilità.
Anco nella Religione Maomettana che riconobbe solo sei esplicatori di essa, ed in questo termine ristretto si estendeva di presente, si è diramata a così ampia pluralità, che si trovano nel maomettismo, 72 sorta d'errori e false credenze, ed in particolare gli Ateisti diffusi e sparsi fra l'universale dei sudditi dell'Imperio: opinione pazzamente creduta per goffa ignoranza, e astutamente occultata con tanta simulazione per vile timore, poichè presso li Turchi il peccato di miscredenza riceve castigo d'Inferno prima che il peccatore esca dal mondo, avendo per indispensabile pena l'ardore nel fuoco.
Tuttavia tante sementi di così feconda zizzania sono così feroci, che, seminate dalli demoni, se bene non coltivate che da rozzo libertinaggio, potrebbero una volta ingombrare l'imperio di spine e cespugli densi non solo, ma crescere in Coltissime selve d'uomini armati. Crederono pertanto li monarchi ottomani che per impedire queste efficaci cause di sedizioni e rivolte, non fosse proprio l'uso delle stampe, ed universale a tutti lo studio e lettura dei libri, perchè li sudditi non vedessero con gli occhi propri gli errori della religione e l'infelice schiavitudine in cui sono detenuti. Stimo però mio debito rendere noto, che nel dilatarsi da' Monarchi stessi l'Imperio, conosciutosi necessario provvedere li popoli di chi li mantenesse in pace e polizia con la giudicatura, convennero dar mano alla erudizione e allo studio, e tollerare che si diffondesse una mezzana coltura d'animo non solo, che principiata per dovuta regola delle coscienze, con la lettura dell'Alcorano, s'è poi accresciuta in maniera che gli stessi Imperatori hanno eretto collegi, istituite scuole e letture pubbliche, aperte ed universali, così bene nella città di Costantinopoli che nelle città principali dell'Imperio e nelle terre e ville ancora, insegnandosi gramaticalmente le lingue Persiana ed Araba, per comprendere l'eleganza con la quale sta l'Alcorano spiegato e da cui ricevono tutti li punti della loro giudicatura così civile come canonica. Nel progresso, di questa erudizione di necessità si sono invogliati poi di altre cognizioni di ornamento, onde nelle istesse scuole si è pur anco introdotta una lettura di moralità, qualche ornamento di scrivere e dire in prosa ed in metro, qualche squarcio di matematiche, ed altre buone arti e scienze non speculative ma pratiche e necessarie al benvivere umano non solamente, ma d'istruzione al comando, anzi che si fanno questi passi con ordine così misurato di tempo e di possesso di virtù, che li scolari passano al dottorato ed alle letture con esami ed approvazioni, e secondo il grado della abilità loro sono impiegati nelle giudicature di Cadì in prima loro istanza di Mullà in appellazione, ed escono da loro bene spesso in luce composizioni manoscritte di varie materie utili e dillettevoli, e da quest' ordine detto degli Effendi si estraggono il Stambul Effendi Nai Podestà di Costantinopoli ed altre città, li due Cadileschieri, e lo stesso Muftì capo supremo della legge.
Dalla narrata istituzione di tal ordine di uomini di tal condizione, resa numerosissima, perchè ricavando da civanzi delle loro cariche e dall'artificiosa industria venalissima dì esercitarlo o dalli assegnamenti della Cassa regia, sussistenza molto agiata non solo ma ricchezza e modo sicuro di vivere per loro e famiglie, disobbligati dalla guerra, non solo, ma facendo privilegi distinti, costituiscono una popolazione entro all'Imperio ottomano, insolita dal suo metodo militare e attivo, mentre tanta ricchezza nutre un popolo amico dell'ozio, nemico degli imbarazzi, lasciando eredità di fortune, di professioni e di qualche grado riputato di nascita, condizioni per lo avanti totalmente ignote alla sudditanza degli ottomani. Si aggiunge però che l'uso di continua lettura, e l'osservazione e la naturale facoltà dell'anima che brama di sapere, loro scuopre facimente che Maometto fu veramente un falso impostore, reputata perciò pazzia di perire per le di lui menzogne, e nello stesso tempo caricano di biasimo eguale e con maggior libertà Mosè e Gesù; onde sebbene quanto all'esteriore professino la mosulmana, per lo più confondono le mal note leggi e sono veramente di niuna religione, e tuttavia il maggior numero di loro servono alle moschee, sono Predicatori e Parochi e direttori dei più delicati affari e delle coscienze. Comprendendo Maometto IV la grande alterazione che da questo crescente numero di tale professione succede nel suo Imperio, togliendo alla sua autorità un nervo vigoroso di gente e di grandi ricchezze, sapendo molto bene quanta forza tenga sopra il popolo l'ordine degli Effendi, i quali con la Cappa guarnita di Religione si rendono più comparenti di ogni altro, e che con essa adornati si internano bene spesso negli affari più reconditi di governo e di stato, che però con occulto rimedio neglige a titolo di incuria, ma volontariamente il pagamento delli salarj alli lettori, non si vale di questa gente nelli comandi o lo fa meno che può e copre sotto apparenza di poco genio allo studio, l'antigenio che ha veramente a quel genere troppo diffuso d'uomini che lo praticano. Vorrebbe salire sopra il fuoco per ammorzarlo, ma teme di incenerirsi, ardere qualche parte dell'autorità, o almeno tingerla, e, svelata la gelosia che tiene, rendere più crucciosa la pena che prova. E sà che l'anno 1648 gli Effendi fomentarono la milizia al furor della quale convenne egli sottoscrivere la morte dello stesso suo padre Ibraim, per esecuzione di un Teftà fatto dal Muftì: oltrechè ben comprende quel gran numero di uomini che cuoprendosi all'ombra delle moschee, si nascondono all'occhio del Principato e si sottragono dalla autorità e dal comando. Altro maggior riflesso causa un tanto abuso nell'universale dei sudditi, mentre essendo per ordinario ministro le provincie catastate e diviso, una parte, la principale e migliore, alli Timari e Zaimetti ossiano Feudi che sono di presidio e difesa delle medesime per lo più speditivi per colonie, l'altra divisa tra le decime delle moschee e popoli carazari, e la terza che si abbandona sotto il nome di comunale a benefizio dei coloni ed animali; di questa sendosi i Turchi impossessati in gran parte sotto di varii titoli, si vanno anche fabbricando e dati alla coltura agiatamente si alloggiano, vivono lontani da militari impieghi e azzardi, e nel progresso vivendo e morendo assegnano li beni a qualche moschea dichiarandoli vacui con riserva per loro ed eredi di annuale corrisponsione e rendita perpetuamente pattuita. Questa introduzione molto dilatata produce che essendo molto più tenero e dolce il ferro adoperato per vomere che per sciabla, la frugale coltura ammolisce gli animi, e separa in certo modo li sudditi dall'alto della autorità, cangiata una vita che si faceva di non meritata servitù, in altra che godono innocente e campestre. S'aceresse giornalmente questo volontario esilio e questo sicuro ricovero, perchè consegnati, come dissi, volontariamente beni a vacui delle moschee, godono anche in quel paese una immunità che li salva dalla rapacità delle solite avarie, ma li pone inoltre al coperto degli aggravi e delle confiscazioni, dichiarati di chiesa, e sono li loro figli ed eredi assicurati come d'una sacrata successione. Con che passando dalla vita faticosa di soldato vagante alla deliziosa e quieta di colono, in apparenza ricevendo li stessi lucri in pigione, ma di possessore permanente, snervano della più viva forza il Sultano, e cercano assicurarsi d'una quiete che sperano e procurano consegnata alla perpetuità. Risentendo il Gransignore il grave pregiudizio, siccome conosce esser egli interprete della legge (a tal segno che li suoi Precessori dichiararono la legge delle Pompe per legge canonica, pubblicando e proibendone per peccaminoso l'abuso, e ciò perchè li sudditi dissipando le sostanze non possano alle occorrenze somministrarle al principato), pertanto applica e spera e vuole che l'interesse di Stato prevaler debba all'interesse delle Moschee. Anzichè il suo cancellier grande Mustafà penultimo morto, avendo con suo testamento, in mio tempo di permanenza a Costantinopoli, lasciati varj stabili di tale ricoverata natura sotto nome di beni della chiesa, il Gran signore fece un atiscerif ossia Arresto con cui dichiarò che prima di divolversi li beni totalmente alla Moschea in eredità, si dovesse espurgare il cumulo delle facoltà da debiti, e nel mentre si intendessero essi beni aggregati alla Camera nel fisco, onde inventata da' Teftardari una revisione di gravezze sopra la stessa facoltà rimasero li beni tutti come in deposito, senza che alcuno tentasse di cimentare alcuna ragione sopra essa contro li Fiscali del Sultano, assegnando alimento ai figli del morto, con che spirarono le speranze che mai più rivivesse alla esecuzione del testamento quella lasciata facoltà.
Grande mormorazioni si udirono degli interessati per la violenza dell'atto contro le ultime volontà, le quali pervenute a notizia del Gransignore, mentre agitava colla mente sopra a così forte disturbo, il primo visir Carà Mustafà si portò dal Sultano e lo spinse talmente all'intrapresa contro i Cristiani, insegnandogli che per vendicare l'atto dell'imperiale autorità, essendovi necesario il ferro ed il fuoco, non si poteva meglio adoperarli che al calore d'una grande vittoria, e che questo fosse per essere il vero modo per cui restassero domati e repressi tanti dei più riputati dei suoi ministri; e de' Capigi Bassì che si erano intrusi, ed impossessati di quantità ben grande di beni di natura così privilegiati. Fisso per tanto il Sultano a rimediare a questo grave disordine, comandata la decollazione di Carà Mustafà, per la mala direzione delle cose di Vienna, ordinò che li beni tutti fossero devoluti al fisco, come di proprietà d'uno schiavo è reo di gravissime colpe punito; non dando luogo alle disposizioni fatte a favore delle Moschee, ed in conseguenza dei figli; e ne fece subito assegnazione alla regia sua stalla e dispensa e cucina, avendo assegnati alli figli del morto appanaggi piuttosto abbondanti che sufficienti, onde la gran ferita ben fasciata e coperta apportasse meno d'orrore e apparisse meno sanguinolente, e dalle bocche mezzo otturate uscissero meno strepitose e meno intese le grida.
Non lasciano nel mentre li Monarchi Ottomani di far spargere tra i Popoli, che la loro Autorità sia sopra la legge, e ne' stessi pulpiti tutte le prediche sono accompagnate con l'invocazione alla loro preservazione d'Imperio e d'autorità, a segno che per infervorare della più cieca obbedienza arrogano loro per merito qualificato che, per l'esalazione, quiete e felicità dei mosulmani, sacrificano volontariamente le viscere loro stesse nella guerra non solo, ma nella pace ancora, con il taglio delle teste dei fratelli e dei figli, ammantando il più inumano delli errori per una vittima d'innocenza e di merito, mentre di questa maniera di violenza diabolica e totalmente nemica a' naturali affetti, si infirma nei sudditi una mansuetudine temuta con l'effusione del sangue, e si sublima l'autorità alli gradi più elevati del più dispotico imperio.
Capo secondo.
Delle persone reali e delli ministri più grandi.
Sopra un così elevato trono risiede al presente Maometto IV, nato come viene creduto dalla stirpe de' Spanduziani, famiglia grande nell'Asia, emula ad un tempo e debellatrice della Seleucia.
Il Gran Sultano è nato il trentottesimo anno del secolo corrente; inopinatamente elevato al comando in età di circa 10 anni sendole stata cinta la sciabla ed inaugurato a Gransignore nella solita moschea dalla tumultuante milizia, baccante di furore e di sangue nella grande sollevazione d'allora. Era in quel tempo in una adolescenza di debole complessione, resa dal barbaro tumulto a cimento di vita, ed il violente trasporto nella tenera età recandolo maggiori le debolezze puerili, servendole in quel grave caso le bende reali più ad uso degli occhi che per adornamento del capo.
È di presente in età di 46 anni incirca: uomo di statura poco più che mezzana, le braccia considerate per lunghe a causa del collo corto, ha il volto disteso, colore tra il pallido e l'oleastro, occhio grande e nero, naso profilato, bocca proporzionata, pelo castagno scuro, raro però e con suo disgusto massime nella barba; non sarebbe senza spirito in faccia se la crapula e la libidine non gli togliessero di vivezza e di brio. È incomodato da sei cauterj e dallo smoderato divertimento di caccie, cosichè interdetto nelle ginocchia riesce lento di moto più per necessità che per gravità; naturalmente non è in alcuna operazione vivace, anzi d'animo ipocondriaco, non di gran cuore nè senza risoluzione occorrendo, tuttavia delle grandi azioni più abile ad esserne suggerito che a concepirlo. Ma l'uso di tanti anni di gravi maneggi non lo lascia tra li meno conoscitori del meglio, piuttosto geloso che trascurato è della propria consistenza ed autorità, ed in conseguenza attento quanto basta al governo ordinario. Veramente egli è inesplicabilmente avaro, cupido dell'oro, non avido del sangue, scrupoloso osservatore della sua Religione, amico in eccesso de' divertimenti, onde queste tre ultime parti lo rendono assai grato al popolaccio.
Volentieri egli si abbandona alla direzione del ministro, e perchè il suo placido genio e l'inclinazione al danaro è pubblicamente palese, non è così cosa fuori di speranza il blandirlo, alettarlo e guadagnarlo ancora; ascolta volentieri e di sua mano riceve suppliche, ed anco talvolta da ogni condizione di gente; ha grande concetto di sua persona e potenza, e la felicità fino a quest' ultimo tempo goduta gli faceva concepire non ordinaria stima del proprio suo valore e condotta; ma scuoprì la tenera tempra dell'animo suo nella recente occasione del suo esercito dissipato sotto Vienna (che teneva certamente per conquistata), cosicchè sorpreso dall'inopinato caso all'avviso di un tanto successo veramente egli si avvilì, si ritirò per qualche giorno dall'aspetto dell'universale, odiò la conversazione, allontanò li paggi della sua camera e presenza, amò non essere veduto, forse perchè non fosse osservata fiacchezza maggiore, volle tre continue notti il manigoldo vicino alla sua voce, nelle stesse non ritrovò riposo o sonno e convenne, procurar dall'arte ricercando succhi di lattughe amandorle ed altro per riconciliarlo, massime dal dottor Thilli medico da me spedito alla assistenza del Musaip, genero dello stesso Gransignore. Tuttavia questi medicamenti a suffragio di tranquillità venivano procurati sotto titolo di altrui infermità nel serraglio; del primo suo furore d'allora ricercò dal Muftì un Teftà per far cacciare tutti noi altri ministri Cristiani di Costantinopoli, supponendo che avessimo avvisato delle di lui risoluzioni e forze li nostri principi e che avessimo pregato Dio per la improsperità dei successi del suo esercito; colpa altrettanto nera quanto più gloriosa per noi, se fosse stato eseguito il di lui pensiero; ma non fu annuito al parere del monarca arrabiato non per carità verso di noi o per non violare il carattere e la giustizia, ma per non accrescere nemici all'impero; terminando lo sfogo dell'Imperatore Ottomano coll'inveire piuttosto contro quelli che gli avevano fatto spendere l'oro, che contro quelli che gli avevano fatto spargere il sangue.
Applicatosi con fervore eccedente a piuttosto riunire oro che soldati, ordinando fossero fiscate le facolta di circa 72 soggetti che erano morti nel corso della campagna col titolo di pascià, parve così tranquillarsi, perchè la naturale passione dell'oro prevalse a quella del dolore, sebbene efficace ma accidentale.
Risolse poi di passare da Belgrado in Adrianopoli, e lo fece a titolo di essere stagione di portarsi alli soliti divertimenti di caccia nelle consuete sue campagne, praticando la mossa con tutta la sua famiglia, e seguito da 2000 persone in circa facendo ostentazione di pompa, e strepitare moltiplicità di istrumenti di fasto e di allegrezza, come chi ritornasse trionfante, simulando l'amaro ed interno cruccio, e cuoprendo con giubilo apparente li discapiti e la passione.
Pervenuto in Adrianopoli, spedì Olachi per tutto l'imperio partecipando il successo come una disgrazia fatale e mala direzione del ministro, avvisando che per tre anni avvenire aveva determinato di starsene sull'osservazione, agindo in semplice difensiva; con la quale pubblicazione giudicò far comprendere che sebbene fugato un tanto esercito, non aveva nemici che fossero capaci di fare grande profitto della vittoria e quanto poco fosse il danno e da temersi li nemici anco trionfanti, bastando a lui lo scanso per schernirsi a sufficienza per non ricevere colpo mortale. Ordinò pure subito che li disertori del proprio esercito fossero lasciati passare alle case loro e ripassare anco in Asia; comandò perchè non fermassero più di due giorni per luogo, non perchè la carità ovvero gratitudine lo chiamasse di dare questo ricovero alle truppe, ma perchè si dubitava che unendosi grande ammasso di gente, e massime vicino a Costantinopoli, disperata e cacciata dalla fame e tormentata dalla necessità, non fosse per gettarsi sopra la imperiale città a darsi provvedimento con la violenza e con il sacco. Il Museip mandò alli passi stretti delle strade ad incontrare le disperate milizie, ed a somministrarle qualche sovvegno di soldo e poca moneta d'ordine del Gransignore, obbligati con avvertite maniere che naturali e più guadagnato con l'uso del comando, che forti e note con il suo genio e volontà. Non restò parimenti di far gravi ponderazioni sopra la vita dei suoi fratelli, ma li riguardi prudenti di non concitare maggiormente, l'irritata milizia, sotto la di cui protezione servivano, gli trattenne la risoluzione. Che però in tanto caso una gelosia trattenne l'altra, e la maggiore dominò la più acuta e all'ora molto più crucciosa.
Sono adunque altri due li personaggi che compongono l'imperiale fraterna, nati dello stesso Padre Ibraim, ma di madre diversa: l'uno è Solimano, Osmano l'altro. Il primo di gran statura poco però sopra l'ordinaria, ma di cute oscura, pelo nero, complessione ed animo robusto, per il nome e per le relazioni di sua persona reputato ed amato dalle milizie, benchè non visto; li suoi divertimenti sono l'armi e i cavalli, non senza qualche diletto dell'armonia e cognizione di istrumenti all'uso della nazione. Il secondo è uomo piccolo di corpo e d'animo, ambo finora schiavi piuttosto del proprio destino che nati al comando, o pure socj di imperio. Vivono assieme e d'una vita ossia stame così disuguale o mal disteso, che fu e sarà da momento a momento per discontinuarsi, mentre più d'una volta fu la fortuna per romperlo, e di nuovo mal raggruparlo. E siccome la Validè, che morì l'agosto passato lor fu matrigna per natura, ma madre per dilezione, servì loro per tutela e difesa; così spenta che lei fu, di nuovo si alzò la sciabla per atterrarli; gelosa la Kasachi regina vivente della successione dei figli, e questa donna in fine diventerà la loro Parca crudele, quando grande ad inopinato caso non ne disponga in contrario. Sono però dopo la morte della Validè consegnati sotto le chiavi e custodia della predetta cognata, in mano della loro insidiatrice; onde si stima che la loro vita sia per durare soltanto fino quando sia inventata maniera cauta ed inosservata di perderli, mentre il differimento di sì gran colpo sarà, dalla gelosa femmina piuttosto necessità, che suo genio ed arbitrio; che però serbate vittime da sacrificarsi alla ambizione e gelosia di regnare sono riguardati come quelli che ad ogni momento apportano riflessi penosi e noiosissimo impaccio.
Morì Zaime, fu Validè madre del Gransignore, li 4 agosto 1683, in età sopra li 70 anni; prima di spirare chiamò a sè l'Agà dei Giannizzeri ed il Chislar Agà d'Adrianopoli, e con serie parole riconsegnò loro li due principi prenominati, che ricevettero come in preciso deposito e con obbligo di custodire e di rendere.
Trentacinque anni prima, nella grande tumultuazione dell'anno 1648, nella quale per disponere dell'Imperio le milizie vollero strozzato il sultano Ibrabim allora regnante ed innalzarono il presente Maometto IV come narrai, e mentre rimanevano dalla savia e coraggiosa Zaime rimproverati che volessero cimentare la venerabile stirpe Ottomana, sublimando al soglio un piccolo e poco sano fanciullo, volsero le Milizie interessarsi alla preservazione degli altri tre fratelli che vi erano, ed anzi li consegnarono alla predetta Zaime da custodire in pegno di venerazione e di fede serbati e retrocessi nel punto estremo del vivere. Di tre che furono, come dissi, uno morì di morte procurata non senza cimento di tumulti vent' anni prima, il quale ammonì questo sultano ad astenersi da nuovi pericolosi tentativi, rimasti li due, come dissi, in sola tutela della consorte dopo la morte di Zaime. Fu donna di grande statura, d'animo veramente regio, d'attiva abilità capace d'ogni raggiro, emulata anche ella dalla nuova Kasachi le di cui gare sebben femminili, però veementi inquietarono il Sultano che risolse dividerle, tenendo la madre come in una relegazione in Adrianopoli, e onorando l'esiglio col titolo specioso di Custode in parte più agiata e remota delli due principi fratelli. La rese però copiosamente provveduta di grandi appanaggi e sempre fa dal figliuolo monarca venerata ed esaudita viva, e pianta morta teneramente: non solo perchè lei coltivava l'animo del figliuolo con frequenti e ricchi regali, ma perchè sapendo che la di lei prudente condotta nel gran caso della sollevazione lo aveva tolto al furore delle tumultuanti milizie non solo ma preservatolo e salvatolo al trono, e nell'adolescenza diretto. Pertanto oltreche le tollerò il più che regio trattamento che Zaime usava per il contegno di sua persona le prometteva di beneficare assai riccamente la sua corte e gente di sua confidenza, e le lasciò disponere di più di 2 milioni di reali d'avanzi dei suoi appanaggì nelle gran fabbriche del ricco e delizioso serraglio di Sup e nella grande moschea fatta fabbricare dai fondamenti, vicino alla scala della dogana, con la dotazione delle rendite di due gran strade di botteghe di droghe ed altre preziose merci, li affitti delle quali deputò al mantenimento della stessa Moschea e Cappella in cupola separata, eretta per suo sepolcro e dei sacerdoti ed altre genti per uffiziarla e custodirla ad imitazione e dei Monarchi Ottomani. Essa è di struttura così sontuosa che ne sorpassa più che diverse.
Spirata la Validè fu trasportato il di lei cadavere d'Adrianopoli in carrozza, tutto il corpo ricoperto di ghiaccio per conservarlo nella bollente stagione che correva; e pervenuto in Costantinopoli tutti li principali ministri accorsero alla porta della città ad incontrarlo, sottoponendo le spalle alla bara con emulazione di onore; precorsa da tutte le guardie e milizie ed ordine di personaggi di qualità più cospicua, portata e riposta nel suo sepolcro prenominato.
Per il suddetto decubito prese più ampio e libero respiro la Kasachi regnante, come che le fosse tolto l'obice principale della sua sussistenza e disegni.
Questa è donna che nata in Retimo dalla casa Verzizzi, la sorte con scherzo di suo potere la trasse dalle rovine del patrio suolo in condizione di schiava infelice per trasportarla sul Turco soglio Regina; l'età sua poco è inferiore a quella del Sultano marito, di taglia poco più che mezzana, piuttosto bella che formosa, d'animo risoluto, feroce e superiore a quello del marito, ella è così cupida ed attenta al regnare, che ascrivono alle arti sue che preferita dalla fortuna di partorire al Gransignore il primo maschio, sebbene dalle odalische gliene sieno poscia nati diversi, niuno sia vissuto, solo di lei sussistendo li due; chiamate però anco le altre quattro che partorirono prole mascolina col nome di Regine e con appanaggi e corti anche esse del grado cospicuo che tengono. La Kasachi però attenta fissamente al suo fine di sortire una volta Validè, figurandosi quasi con desiderio di pervenire certamente al porto stante la debolezza in cui vede costituita la complessione del Sultano. Ella nel mentre serve ed obbedise al marito con disinvoltura, e tratta con libertà e superiorità tale che, seguita la sconfitta dell'esercito ottomano sotto di Vienna, ha ella più volte rimproverato il Gransignore di troppa leggerezza per aversi lasciato togliere da Carà Mustafà dal sicuro posto di decoro e di quiete agli incerti esiti della guerra. Anzi che colta la congiuntura d'una grande agitazione del Sultano, unita al partito nemico di Carà Mustafà ha fatto fare un rapporto maligno del Cadileschieri della Grecia contro il suddetto Primo Visir che gli ha tanto rincresciuto, concitò tanto il sovrano che infine le rapì un ordine della di lui decollazione. Vendicata di tale maniera d'antichi disprezzi e di nuova offesa ricevuta da Carà Mustafà, che per applicare contento alla guerra intrapresa aveva tolto anche alla Kasachi 100 mille reali all'anno dei suoi appannaggi, durante quella, e fu detto per Costantinopoli che avendo il suddetto primo Visir osservato che la Kasachi alcuni mesi prima avendo fatta battere una schiava Russiota che a suo dispetto si aveva guadaguato che il Sultano si dilettasse, di lei, onde la faceva correggere col bastone di troppo insinuante, di che avvisato ed alterato il Gransignore di tale ardita procedura della moglie si era acceso così che le convenne ammorzare il troppo caldo del marito con regali di 150 borse, domando colla sola passione dell'avarizia quella dell'ira, quella dell'amore e della vendetta di un errore di lesa maestà. Onde Carà Mostafà credè proprio di colmarla d'oro così abbondante per rimanere più solo al dominio dell'animo del Sultano. Che però anche per questi accidenti la Kasachi spera ed aspira che il posto di Validè possa con la morte del marito dargli il contento di vedersi tolta dalla soggezione anco del medesimo, e di vedere con la morte delli cognati l'elevazione al trono del figlio.
Due sono li figli maschi che sopravvivono di Maometto IV regnante; il primo di nome Mustafà d'anni 21 di maggior taglia del padre, ben fatto, robusto, bianco di carne, ceruleo d'occhio, di pelo che tira al biondo, di volto lungo, non senza spirito in faccia. Egli è però fin ora di genio moderato e tranquillo fuorchè nel divertimento della caccia, sicchè si trova con eguale fervore ed inseparabilmente con il padre, maneggia perfettamente li cavalli ed il ferro, assai scarsamente l'oro per natura ed educazione ed in questa è così accurato che si può considerarlo finora emulo del genitore. Tuttavia rimase talvolta da questo rimproverato, anche in pubblico, per occasione di piccole mancie con indegnità e bassezza del posto, dell'età e della condizione di quel gran Principe che viene venerato, dimostra però di non esser uomo di gran cuore anzi che sia così rimesso che non ardì un giorno correggere nemmeno di parole Carà Ibraim Kaimacan, che fu poi creato primo Visir, di una assai ardita insolenza fattagli nella caccia, nè operò di più che raccontare il successo al fratello.
Questo altresì di nome Solimano d'anni 11 circa, forte di complessione, di robusta ossatura, di carne e cute che tirano al bruno, porta in faccia e negli occhi brillo feroce, ha nero il pelo e l'occhio, il portamento e maniera in tutto pronta risoluta ed ardita. Egli fece al padre la suddetta querela per il fratello, e minaccia di fare con Ibrabim di proprio pugno vendetta; che però è amato più dell'altro, e mirato con occhio di maggior aspettazione che il fratello. Restano intanto tutti e due educati da varj maestri, oltre l'armeggio, di cosmografia in specie, in cui sebbene li Monsulmani più qualificati la conoscono, però la famiglia reale e li più vicini al comando ne sono più che mezzanamente istrutti, massime dopo che per grave pregiudizio della Cristianità ne restò provvista degli Atlanti dei quali Maometto IV ne comandò la traduzione, principiata da chi non vi è più, e continuata in qualche parte da Mauro Cordato, proscritto per colpa di aver male interpretate le lettore del conte Caprara ed altre cose, sebbene a forza di oro vissuto. Rimane quindi dai suddetti sei soggetti, connumerata la Kasachi, composta la famiglia reale.
Vantano di essere dello stesso ceppo il Teftar Kadì del Krim, di che l'universale dei monsulmani ne accredita la voce, e perciò come principe del sangue vengono posti e rimossi dal comando ad arbitrio del Gransignore, restando alcuno di loro d'ordinario custodito nell'isola di Rodi. Anco la famiglia di Teftar Usbec possessore di vasto dominio nell'Asia, forse pari a quello degli Ottomani, viene considerato della medesima stirpe, ed in caso ne pretenderebbero la successione se venisse e si dasse l'occasione di pretendere sopra tanta eredità; per altro sendo infinito il numero dei parenti del Gransignore per discendenza di femmine, dei quali non se ne ha conto maggiore che di Gentiluomini di camera, eletti alla carica di Capigi Bassì alla Porta del Sultano, restando avanzati nelle cariche anco di pascià secondo il talento ed abilità loro.
Non si contano li titoli semplicemente di pascià nel numero dei ministri, ma si considerano veramente li Visiri di Banca, tra i quali eccede in stima ed autorità il primo Visir. Sono li Visiri consiglieri di Stato, delli quali per ordinario ne risiedono presso la Porta sei oltre il primo, i quali di continuo sono chiamati ed introdotti a consigliare nelli Mussavari gli affari più premurosi, ma non hanno altra parte che la sola voce consultiva. Resta del loro grado provveduto il Cairo, Babilonia, l'Ungheria e Trabisonda e talvolta altri Regni e Provincie che ricercano maggior esperienza ed abilità. Il numero dei quali si accresce a misura delle urgenze e ad arbitrio del Gransignore.
Capo supremo dei Visiri in mio tempo era Carà Mustafà, di cui, sebbene decollato in Belgrado come è palese, credo convenirmisi fare qualche menzione, perchè si renda maggiormente noto l'ordine di quella corte, e la rapida violenza con cui la fortuna fa passeggiare e tracollare in quel soglio.
Trasse Carà Mustafà la sua nascita da vilissima villa nell'Asia, nominata Marzuan, suo padre conosceva Costantinopoli guidando a quella città dei più vili animali carichi di frutta, il figlio ne imparò la strada talvolta supplendo al basso impiego; rimasto un giorno alla città la sorte lo guidò ad osservare la folla della gente che entravano nel Serraglio di Maomento Chiaperluglù padre di altro di egual nome e di carica di primo Visir: invitato a basso impiego accettò l'incontro, nel quale, tollerante, robusto, di pronta ed attiva volontà, presto superò, con la sfacciataggine, la più vile sorte e uscì dalla turba volgare. Il padrone a caso lo comandò una volta, lo vide per sua buona fortuna pronto alla obbedienza, e veloce nell'eseguire e molto lo aggradì, che però volle che fosse avanzato per ordine di sua corte secondo le vicende gli somministrarono l'incontro, non facendone per allora gran conto, ma non vietando nemmeno che si impiegasse, onde alcuni piuttosto l'occuparono gettandovisi dentro che passando per li gradi, vi restò avanzato, per cui si inoltrò tanto con questa maniera più audace che insinuante, cosichè avvezzo il padrone a valersi di lui con frequenza, finalmente lo cimentò in un posto ragguardevolissimo di Chiaja, ancorchè fosse di animo e di genio totalmente opposto, massime nella rusticità ed avidità del danaro. Di questa carica che naturalmente fa nota la persona al Gransignore per le occoreuze frequenti che passano col primo Visir, se ne valse così accortamente che, scoperto l'animo avido del Sultano e fatto padrone di qualche fortuna per la bontà del Primo Visir, sacrificò alla sua fortuna il poco dei suoi averi, convertito in regali per guadagnarsi l'amore del Sultano, il che pure felicemente riuscì. Cattivato l'animo, si fece conoscere uomo di grande raggiro, cosichè in breve si rese aggradito, e fu eletto Forsane Chiaja, indi facendo sperare di sè, fatto d'improvviso Capitan pascià. Posto pertanto Carà Mustafà in prospettiva fece conoscere la sproporzione. Una voltà incontrò l'armata Veneta nella Guerra passata, e prese volontario altro bordo, e ritornato con al della campagna in Costantinopoli, con l'arti stesse che occupò il posto gli riuscì di sbrigarsene, facilitato il passo da quelli che desideravano di porre il piede da dove lui lo traeva. Morto il vecchio Primo Visir Chimperluglù, e con raro esempio successogli il figlio, Carà Mustafa, ricevendo incremento di fortune da quelle del padrone, appena ritornò alla carica di Chiaja anco di questo primo Visir, che il Gransignore come di balzo lo fece suo Caimacano cioè vicario d'Imperio.
Nell'assensa del Primo Visir pel combattimento al fiume Raab, che sortì fine così felice e vantaggioso pei Turchi, nel conseguimento totale della Metropoli di Candia, egli servì di istrumento di corrispondenza perfetta tra il Gransignore ed il Primo Visir, come pur anco nella fortunata impresa di Caminietz in 14 giorni conquistata dal Sultano, con che si seppe rendere così grato e considerare così necessario, che, morto il Primo Visir, fu egli a così grande impiego preferito da tutti li ministri d'Imperio. Entrò in questa grande carica nell'anno 1677 e vi perì nel 1684 li 25 dicembre in Belgrado. Egli lo amministrava in una maniera in tutto alla superba e dispotica autorità. Il contegno, lo sfarzo di sua corte ascendente a 3000 persone, l'obbligarsi a spese maggiori delle suo private rendite ed appanaggi, lo rese per ciò necessariamente avido, indi rapace e poi cupido investigatore di provvedersi d'oro, in breve tempo di frugale divenuto avaro, applicò a profonderlo nei suoi Casnà, non più a profonderlo nelle spese. Al Gransignore però donava in eccesso, lo tratteneva quasi ogni settimana nei suoi particolari serragli, e sempre lo accompagnava con regali di 30 mila reali. Ma quest' uso gli riusciva di lucro, non di dispendio; perchè rimasto egli solo abile a praticare simil uso, volendo comprare l'arbitrio del sultano al suo volere per renderlo alla sorte di questa guerra, come nei miei dispacci umilmente avvisai, intrapresa veramente con fasto, con sforzi, con speranze di ricchezze e di glorie, e che le sortì per Divina volontà di spoglio, d'ignominia e di morte. Anche la guerra di Cegrino contro de' Moscoviti, scuoprì l'inabilità sua di maneggiare il ferro, le ferite di Caplan pascià ed il valore del Giannizzero Effendi all'ora Mustafà pascià, occuparono la piazza; ma il trionfo della stessa con l'arti sue solite tutto si arrogò Carà Mustafà. In questa intrapresa di Vienna si mischiò in così bassi provecchi, così odiose violenze e così tarde risoluzioni, che si deve ascrivere alla Divina volontà, che concesse non al solo valore degli uomini, che battessero tante forze. Lui fugato ed il grand' esercito piuttosto che sconfitto terminò la prima sua carriera al fiume Raab, indi a Strigonia, da dove diede conto al Sultano del mal successo, ascrivendolo a diversione dei Comandanti, e dei quali disse che aveva disposto conforme la giustizia, al gran numero de' Cristiani, ed al Destino. Soggiunse che riparava alla dispersione delle genti con il riunirle, e al padiglione e denaro perso con esibire a Sua Maestà, che con il proprio averebbe supplito alle esigenze della cadente non solo, ma della susseguente campagna, senza toccare il regio Casnà. Così credè con l'arti ordinario raddolcire l'amaro nell'animo del Gransignore, che a lui però si convertì in veleno, perchè gli emuli servendosi di questa vasta oblazione per considerare che le ricchezze dello schiavo così grande non potevano essere accumulate, che dalle rovine delle sostanze dei suoi sudditi, che essendo effetti di Sua Maestà non doveva Carà Mustafà volerne merito coll'esibirli, e che si doveva con un ordine della decollazione del primo Visir, vendicare nello stesso tempo la mala condotta e la risoluzione dell'intrapresa, e arrogare al Casnà l'oro che essendo del Re, doveva dipendere dal volere del Re, confiscandolo toglierlo dallo altrui arbitrio. Segnata dal Gransignore la carta, dalli suoi nemici resa la malignità solitamente industre, nell'occasione tanto desiderata, molto più occulta concertò, che spedito a Belgrado, ove Carà Mustafà si era avanzato, un Chislar Agassì, solito a portare li presenti del Re alti Ministri meritevoli, poco appresso andasse il Chiaia bassì, che sopraintende agli atti più risoluti della giustizia; che il primo portasse lettera del Gransignore che rispondendo a Carà Mustafà, lodando la sua moderazione di volersi ridurre a vita privata, di che ne aveva ricercato il Sultano restava esaudito a che però consegnasse il sigillo; altre lettere furono dirette a Mustafà Agà dei Gianizzeri, nelle quali svelato il segreto, si comandò l'esecuzione e assistenza al Chiaia bassì, in premio di che sarà dichiarato Serraschiere in Ungheria; della qual esecuzione ed ordine precorsi secretissimi Olachi per il concerto si presentarono a Carà Mustafà li prenominati soggetti, il primo diede la lettura e mentre Carà Mustafà stava leggendo, nell'atto di aver eseguito il levarsi dal collo il sigillo gli altri gli fecero mettere il laccio, con cui soffocato ed immediatamente tronca la testa, scorticata, asciugata e riempita di paglia fu con espresso Olaco spedita ai piedi del Gransignore; tutto operatosi di tanto concerto e di tale velocità che nel tempo stesso furono arrestati nei loro separati appartamenti il suo Chiaia cancellier grande, li due segretarj, il dragomanno Mauro Cordato prenominato, e tutti gli altri suoi ministri dì stretta confidenza al numero di 18, così obbligato cadauno a pensare a sè stesso, non ebbero alcun riflesso al padrone che lo intesero decapitato prima che loro fossero interamente incatenati.
Si adoperò per accurata passione nella funzione predetta Mustafà Agà dei Giannizzeri e sue milizie, perchè dopo la resa di Strigonia a' Cristiani, avendo Carà Mustafà fatti strozzare il Sansongi Papi, il Radar ed altri uffiziali dell'ordine dei Giannizzeri, con sentimento amaro e tale che causò quasi una tumultuazione, di che partecipatone il Sultano con Olaco e con espressioni che per il di lui buon servizio era necessario castigare nella stessa maniera altri comandanti dei Giannizzeri e de' superiori ancora, il che reso noto all'Agà Mustafà predetto, giuocò di tutta industria l'esecuzione commessagli come una preservazione necessaria alla propria salvezza. Arrivata la testa del fu Primo Visir in Adrianopoli si applicò subito allo spoglio delle sue facoltà, al cui Ufficio fu spedito in Costantinopoli Soliman, che ne riuscì con avere unito e consegnato al regio Casnà tre mila borse da cinquecento reali l'una e con il valore di altre 9000 in gioie ed in reali 1800 d'entrata al giorno, che tale fu calcolato e vociferato essere le rendite tra li appannaggi estraordinari ed altro di stabili, censi ed altre usure. Dissipatosi in un istante dal furore della plebe il sontuoso sepolcro che Carà Mustafà si aveva eretto prima di partire per la guerra, ed insomma morì per terminare, qual visse, da rapida violenza. Rimase immediatamente sostituito nella gran carica Carà Ibraim, che si trovava presso il Gransignore in qualità di Kaimacan ossia vicario Imperiale, ed al posto di Visir di tre code. Questa elezione rimase subito universalmente malaugurata dal popolo, perchè essendo di natura crudele ed avara ed avendo esercitata la gerenza di Chiaja del Precessore molto era noto che era simile di genio e di costumi. La plebe presentò scrittura al Sultano umile sì, ma con rimostranze che al servizio di Sua Maestà ricercava che Ibraim non fosse primo ministro, ma ne fossero esaltati o il Museip, genero del Sultano, o Mustafà Chiuperuglù fu fratello e figlio del Visir, o Solimano. Da questa ardita richiesta dei suoi sudditi e schiavi turbato il Gransignore, nel dubbio di essere tradito da chi doveva ubbidire, e conscio assai che le mosse popolari hanno del torrente sempre torbide e precipitose, risolse di schermirsene dichiarando che Carà lbrabim era eletto per modo di provvisione. Chiamò a sè il Chiuperluglù che dopo la morte della Validè, della quale era alla custodia, fu spedito in Silistria da Carà Mustafà per allontanarlo dalla stima ed affetto del re, ed ammonì Carà Ibraim d'esercitarsi colla dovuta prudenza. Quest' uomo, di nuovo eletto e reso più comparente con il sigillo, si fece vedere accompagnato da persone grate all'universale, e moderato il genio per natura trepido e feroce, si diede ad ascoltare nei pubblici divani li ricorsi più minuti della povertà soccorrendo del proprio danaro la necessità di quelli che per qualche impedimento restassero inespediti, e praticando molteplici carità. Elesse nelle molte cariche, create per occasione della guerra, tutte persone di merito, praticando tutto senza nota alcuna di vanità, e pareva che la carica avesse alterata la sua natura. Veramente da tutti venne considerato non incapace del grande posto che aveva, e sebbene il favore di Carà Mustafà lo aveva come sua creatura sollevato al grado di Kaimancan, perchè gli servisse come di sentinella fedele presso gli impeti del Sovrano, in che corrispose così bene al benemerito padrone che spesse volte si è cimentato per sostenerlo.
Tuttavia tutti lo consideravano talento sufficiente al Visirato. In quest' ultimo incontro di Carà Mustafà però, scoperta da Ibraim la impossibilità di salvar altri ed il cimento evidente di perdere sè stesso, cautamente si pose al coperto, nè si fece compagno al fulminato, si separò per non soffocare con chi doveva assolutamente annegarsi. Non ebbe grandi comandi, ma nel posto di Kaimacan se ebbe letteralmente le redini dell'Imperio a suo arbitrio, molte volte le passò lui stesso, da una mano all'altra delli due direttori, poichè per le sue funzioni del posto di Kaimacan stava nel bel mezzo tra il sultano ed il Primo Visir. Di presente stando sulla eminenza vede più chiaramente il suo precipizio, cercherà di protrarlo, e nel mentre ormai si curva sotto del peso ma non ha modo di sottrarsi alla carica, conosce assai che nelle correnti congiunture ogni passo lo avvicina al totale pericolo, ed ogni picciolo errore gli può riuscire a caduta, e caduta mortale, e che li giornalieri discapiti dell'Imperio ponno dar forza ad ogni, benchè minima persona di tentare e riuscire nel disegno di sua depressione. Conosce quanto sia bene quietare il popolo, e perciò conosce e pratica come necessario l'appoggio degli Effendi per esorcizare le furie che lo agitano. Col pretesto di provvedere al Gransignore di milizie, le ha accresciute di paga quasi il doppio, blandisce e tollera alli comandanti provecchi eccedenti, e studia di fortificarsi con questo partito. Ha promosso ed allontanato i Confidenti del Gransignore, e che non siano anco suoi, e massime gli opposti al partito del fu Carà Mustafa, ed ha già superato in questo punto per il quale tiene le sue più fine pratiche, avendo fatto spedire l'eletto Capitano pascià Musuip, stato spedito Serraschiere contro i Polacchi, avendo tolto alla carica di Kaimacan Sulimano, per mettervi dentro quel nicchio altra figura di suo disegno. Ha inviato Ibraim Seitan, fu cognato del Gransignore, Serraschiere nell'Ungheria, dove pure attualmente cimenta Mustafà fu Agà dei Gianizzeri, ed altri molti, con diverse forme in altri posti. Camminò però levandosi gli inciampi, reso avveduto e cauto per l'altrui caduta, sembrandogli con la carica aver eredita la vendetta del precessore, procura insomma a tutto potere di rimanere solo nella grazia del sovrano; mentre appropriandosi l'affetto che godevano quelli che allontana, mostra di avere una testa non così facile da staccarglisi dal busto.
Delli tre prenominati soggetti, non credeva veramente alcuno di avere stabilita la propria fortuna con più valida base del, Musaip. Sortì quest' uomo così bassi natali nella città di Adrianopoli, che fu suo padre un piccolo barbiere. La sorte l'espose a caso all'occhio del Gransignore, d'aspetto e di attitudine massime allora aggradevoli, d'età pari al Sultano, ed in tempo che il genio e la simpatia fecero li loro sforzi, arrolato nel numero dei Paggi; scorse velocemente alla camera del padrone, piuttosto sollevato e rapito, che passato per i gradi dagli impieghi di bassa servitù a quelli di lubrica confidenza. Fu nello stesso tempo erudito nelle armi in Serraglio e nelle lettere assai competentemente, ed in particolare nelle matematiche e nella cosmografia. Essendo frequentemente a parte dei grandi maneggi, brevemente si rese assai considerato anche per una certa naturale prudenza, onde un giorno fu dichiarato per il gran favorito di Maometto IV imperatore, scelta denominazione singolare che sogliono praticare li monarchi Ottomani, ed in fine tanto si inoltrò nell'affetto e stima del Sultano che gli diede in moglie la prima sua figliuola, solennizzando gli sponsali insieme alla festività del taglio praticato in Adrianopoli delli due principi suoi figli, per tanto più assocciarlo ed unirlo alla famiglia reale. In una triplicata pompa per la curiosità della quale, per l'interesse e per l'obbligo di regolare in tanto caso vi intervennero le rappresentanze di tutti li Regni e provincie del vasto impero. Alla suddetta elevazione di passeggiare sul soglio vi si unirono valide fondamenta per sostenerlo, accrescendogli il Gransignore assegnamenti ed appanaggi a misura del posto considerato, quali si convenivano dare da un tanto padre alla figlia, non dal padrone ad uno schiavo. Circa le condizioni d'animo del Musaip sono tali che si resero amate; può essere che nel principio praticasse cautela eccedente nello spendere per lusingare il padrone; ma fatto l'abito anche nel soldo, e del genio forte del Sultano disposto al ricevere non al dispensare, meno al donare, la felicìtà, della sua fortuna, la soavità delle sue maniere blande e soavi, non lo fa considerare solamente per il primo uomo dell'Imperio Ottomano, ma la facilità con cui a costo di solo speranze di grazie può accrescerle il seguito è un attraente che lo rende servito, amato ed onorato da tutti. In somma è ridotto a tal posto, che amato dallo sultano, riputato dal Re, può a suo arbitrio autorizzare il suo comando con la voce del sovrano, facendola ancora uscire quando vuote dalla stessa bocca del Gransignore, di cui siffattamente conosce l'inclinazione e lusinga la volontà, che obbedendolo lo dirige.
Chi ha conosciuto questo predominio, ed ha saputo e potuto valersene, ha superato maneggi insuperabili, ottenuto quello che non si poteva ottenere, anco le cose negate convertite in assenso.
La facilità di fortuna di quest' uomo, invidiato non solo ma temuto da Carà Mustafà, causò che sotto pretesto di provvedere alla presente guerra lo privò di gran parte delle sue rendite, cimentandolo alla grazia del Sultano col provocarlo a resistere. Ma il Musaip avvedutosene, abbastanza accortamente dissimulò, ma se quello gli tolse l'oro, questo infine gli tolse la testa; fu però così cauto a dare il colpo, che non volse mai scoccarlo che sicuro e mortale. Si schermì pure lo stesso Musaip da un altro incontro, allorche la suocera Kasichi veduto morto Carà Mustafà, tre volte gli fece istanza che assumesse la carica di Primo Visir, perchè voleva con questo mezzo innalzata maggiormente la figlia. Ma il Musaip se ne scusò, non senza rammarico, della istigante, che però ha raddolcito colle umiliazioni e regali, onde rimase per anco amato e stimato dalla medesima. La moglie non lo ama tanto però, perchè sebbene lui ha 50 figli, con lei non ebbe fin ora la fortuna di averne, ed il volontario ritiro del Primo Visirato non gli ha conciliato l'animo, bramando forse più le ricchezze che il marito vivente. Egli vedendo però la fortuna, propose al Sultano Carà Ibrabim e di tal modo sortì Gran Visir attuale e sebbene con esso la passa non bene, il lasciarlo passar avanti fu perchè lo crede sul cammino della voragine. Sa quanto importi vivere e godere in pace; gli basta essere compagno d'Imperio nei divertimenti del te. Noia è senza stimoli d'ambizione, ma di così sano giudizio che conosce la sua felicità consistere nel passeggiare sul piano del soglio, e s'è più basso caderà di men alto, con arti meno violenti, nel mentre come dissi egli si rende venerabile per la maniera benefica per il magnifico trattamento e per l'intera grazia che del Sultano possede.
Questo l'obbligò con l'autorità nel gennaro passato ad assumere il posto di Capitan pascià in risarcimento degli assegnamenti levatigli, che frutta esercizio di comando, e massime sul mare ed in caso di guerre. Supplì però nella commissione, ingiunta sollecitamente alla prima parte, perchè venuto a Costantinopoli pressò con fervore il travaglio della fabbrica dei legni nell'Arsenale e suppliva alla inesperienza colla assiduità, massime ad un mestiere nel quale manca interamente di pratica, sebbene non è privo intieramente di teorica: cosichè io lo viddi praticare buoni ordini per la fabbrica di alcune galere ordinate ed una bastarda per suo servizio massime quando mi portai da lui, per lusingarlo di corrispondenza con il chiedergli passaporti e comandamenti di salvacondotti per la possibile sicurezza della mia partenza per via di mare a questa volta, per eseguire l'ottenuta licenza dopo la negativa del primo visir e Gransignore data al Signor Secretario Cappello, che ne fece l'istanza a nome di Vostra Serenità a mia semplice intenzione e maneggio con il mezzo di esso Musaip e Solimano e di qualche altro confidente autorevole del sultano.
Questo Solimano di nascita Erzegovina, pervenuto in corte coll'occasione di un'Ambasciata dei Ragusei, si impiegò anche egli alla Porta di Maometto Chiuperluglù, fu primo Visir dove, come narrai si ritrovava entrato Carà Mustafà e si voltò tanto con un modo di servire sufficiente instancabile e fedele, che il padrone unendo al grado l'abilità, ed il favore al merito, lo innalzò tanto che lo fece suo Chiaia, nel cui alto posto alternò la voce, spesse volte con Carà Mustafà, e di là ne sortì tra loro la gara che, fatta emulazione e divenuta invidia, ha poi prorotto in aperta e pubblica ostilità. Con questa passò dalla porta del primo Visir a quella del Gransignore, dove l'avversione mortale esaltò li suoi affetti anco in faccia ed all'orecchio del Re, mentre essendo l'uno Primo Visir l'altro Imbrahoso, quello tentò di perdere questo inviandolo, a titolo di essere al ristauro delle Fabbriche riputate savie degli Aquedotti, alla Mecca, i quali servono per le caravane, al qual impiego vi si portò per invidia, ma scortato dalla protezione intiera del Sultano ritornò infine brevemente alla Porta per ingegnose insinuazioni. Che, però restituitosi vivo in faccia al nemico, onorò il suo sdegno col titolo dì necessaria difesa, avendo questo castigo la malignità che arma talvolta di giusta ed applaudita prevenzione l'innocenza ingiustamente insidiata, mentre, anco fra i Monsulmani, la vendetta pretende avere ed esercitare li suoi gradi di giustizia, Sulimano, il Museip, il Chislar Agà, e la Kasachi perpetrarono e volsero con tutta industria la morte di Carà Mustafà. Questo Sulimano è amatissimo dal popolo, dalle milizie e dagli Effendi, come anco da tutto l'universale; successe in luogo di Carà Ibrahim al porto di Kaimacan, ed è in conseguenza anch' egli Visir di Banca, la carica non gli avendo cangiati i costumi, e le sue maniere placide accette a tutti ed amate dal Sultano (se viverà) certamente sortirà Primo Visir. Uomo che sebbene non è totalmente fatto nella scuola della milizia, la natura Bossinese, la tolleranza della nazione, la generosità ed altre belle parti lo vorranno applaudito essendo pazientissimo ed industriosissimo sarà capace di buona condotta. Queste belle parti che possede, e la grazia intera del Re, ingelosiscono sommamente Carà Ibrahim, ed ormai ne ha fatti vedere gli effetti, mentre come dissi dopo la mia partenza, a titolo di grande servizio del Sultano glielo ha staccato dal fianco e speditolo Serraschiere in Polonia, ed ivi certamente impiegherà non meno l'abilità nelli raggiri del negozio che delle armi, e posso dire, che essendo io andato a visitarlo prima del mio partire, a titolo di confidenza e per celar meglio li pensieri di questa parte mi esagerò la violenta direzione di Carà Mustafà, declamò li mali successi, e maledì la pace in maniera che infine mi disse che ella era buona per tutti, ancorchè nelli stessi discorsi rimproverasse la condotta del Re Polacco come difrattore delle Capitolazioni, di mancatore di fede e che un giorno ne sarebbe pentito. Solimano coltivato dagli Eccellentissimi Baili precessori con le maniere a lui grate è lasciato sotto moto più fervido di volontà di servire alla Serenissima Repubblica, avendosi egli impiegato sempre verso il Gransignore con buoni uffizii, massime nelli maneggi grandi fatti da me, e traccolati da Carà Mustafà, che però con di lui mezzo e d'altri confidenti li ho veduti superati. Egli è del partito di Mustafà Chiuperluglù vivente, non solo perchè egli è stato Uicia di suo fratello e Chiordar del Padre, ambo grandi Visiri morti, ma perchè a quelle case è stato fondamento di fortune, e sono di similissimo genio.
Anco il suddetto Mustafà Chiuperluglù è titolato attual Visir di Banca emulo a Carà Mustafà, il quale, siccome dissi, volendo perderlo a titolo d'onore nel spedirlo pascià di Silistria ancor lui contro i Polacchi, lo dichiarò pascià di tre code, nome ragguardevolissimo, che figlio e fratello di primo Visir è rimasto con rarissimo esempio erede del fratello e del Padre. È di nascita Turco e d'origine Albanese, di genio inclinatissimo allo studio, e perciò interamente portato all'ordine delli Effendi e delli Dervis, reputato dal Gransignore così fedele che gli consegnò l'assistenza della Validè e la custodia delli due principi fratelli. Chiamato ultimamente dal Sultano alla Porta, come per istanza del popolo scoprì l'arcano del Re, onde essendo ricercato d'intraprendere il Primo Visirato, egli modestamente se ne scusò dicendo che il migliore servizio di Sua Maestà richiedeva che in sì gran maneggio egli non entrasse così nuovo e non bene informato al governo e che si anderebbe abilitando per poi riuscirvi. Ma internamente conobbe che la migliore delle felicità è l'essere riputato degno di grandi impieghi, ma non esercitarli. Il rifiuto prudente lo coprì da fiera emulazione, lo strinse più forte nello affetto del Gransignore e lo fermò nella quiete desiderata, godendo il sommo bene di essere stimato, opulente e tranquillo.
Fra il numero dei Visiri di Banca il Gransignore dichiarò ultimamente Mustafà grand' Agà dei Giannizzeri, uomo che porta in faccia le qualità dell'animo suo, essendo grande, robusto, e feroce, di cuore e di ingegno più di soldato che di generale, e perciò più abile alla esecuzione che al comando guadagnò questo posto all'impresa di Seghedin, allora che essendo aperta la breccia, e comandato l'assalto a Cassan Oglù Agà dei Giannizzeri, che allora facendo uno scanso indegno, Mustafa che era Chiaja Bei subentrò alla azione, riuscì con la occupazione della piazza ed anco per premio, nel posto di Giannizzero Agà: la breccia ardente delle mine gli fece scala al soglio, che gode, e quando io partii egli stava in Belgrado, ritornato dall'attacco di Vienna con li Giannizzeri e per merito della decollazione di Carà Mustafà eletto Serraschier d'Ungheria, sopraintendendo a Buda ed a tutte le piazze di frontiera; quest' uomo se gli emuli non lo perderanno, potrà riuscir Gran Visir, se la fortuna come donna non fosse impazzita in lui, o per una estrema necessità lo abbandoni. Il Gransignore l'ama come ministro del colpo vibrato contro Carà Mustafà, mentre applaude l'esito non loda l'uomo, nè crede che possa esser mai capace di grande ministero, grato il tradimento, ma non vicino il traditore, anzi che essendo capo dell'ordine Giannizzero lo riguarda piuttosto come direttore di una forza odiosa, onde il suo avanzamento per proprio merito, lo avvicinerebbe al suo eccidio per l'altrui gelosia.
Anco Mehemed fu Silictar del Sultano, poi Capitan pascià, indi fatto Masul, ha titolo di Visire di Banca, innalzato al posto per essere buon cacciatore e perciò del genio del Re. Gli servì di merito l'aver finto un caso preso con Solimano fratello del Gransignore, per ucciderlo per ordine supremo, in che cimentò ma non riuscì: perchè quello di maggior cuore e robustezza lo ripulsò bravamente, sendo chè il leone anco in catena ha del terribile, come il Principe della superiorità sopra il suddito. Il Gransignore perciò lo tiene per confidente come compartecipe di tanto segreto. Ma da Carà Mustafà posto anche egli nel numero di quelli d'allontanare dal Serraglio (il di cui favore l'era di colpa) fu deposto dalla carica, fatto Masul e spedito militare in Moldavia. Partito che fu, pervennero in Costantinopoli strida eccessive dei poveri Isolani dell'Arcipelago delle di lui tiranniche espilazioni a titolo di Karazo. Quest' uomo suggesto da Osman suo Chiaia, di nascita Candioto, ricordò al Gransignore la desolazione totale delle Isole tutte dell'Arcipelago, considerandole suddite del più forte in mare, e dassero formento, viveri, e porti per comodo dei Corsari, ed in tempo di guerra alle armale Cristiane. Lo fece in tempo, che al presente accredita l'opinione, come d'una protezione, che riflettesi si verificherà con l'armi della Serenissima Repubblica: allora però fu considerato uno spoglio universale, suggerito per cuoprire nella totale rovina li particolari ladroncinii, esercitati da lui sopra le medesime: sendo egli per altro uomo di poca taglia, di minore abilità ed in concetto di niuna aspettazione.
Mahmud pascià fu Kaimacano di Costantinopoli, fu anche egli decorato del Visirato di Banca; uomo più fiero che rozzo, turco di nascita, di genio e di operazione, principiò soldato di cavalleria, indi Ufficiale; Agà e poi Spailar Agassì del color giallo. Spedito pascià in Aleppo e tolto da Carà Mustafà da quel posto per venderlo ad altri, ed a lui fatto costare il Kaimacanato la somma di 200 Borse, promesse ma non numerate. Intrapresa la carica con questo peso, spolpa anco il minimo vigore dei sudditi e de' stranieri per sollevarsene; ma sortirà difficilmente con vita e con gloria. Le maniere tiranniche che esercitò lo fecero uscire dal predetto comando anticipatamente, rimasto con debito verso il suo creditore non lo avendo supplito, e con l'odio universale che acciò che rimanga sopra di esso, Carà Mustafà lo ha spedito in Moldavia come teatro dei proscritti.
In luogo di Mahmud Kaimacan fu eletto prima di mia partenza Cassan Uglù, nel qual caso fu eletto Visir di Banca; questo è quello che non volse dare l'assalto a Seghedino in Ongaria e che fatto, Masul, richiamato al presente al comando da Carà Mustafà, primo tra tutti che abbia avuto posto senza spesa di danaro ed esborsi al predetto Primo Visir, la fortuna tardi lo corresse e fu troppo vicina la morte all'errore. Onde questa lezione si rese un principio, non una regola di emenda prudente di Carà Mustafà. Carà Assan Uglù, uomo che passato per gli ordini della milizia Giannizzera, sostiene il nome e la canizie di una sicura disciplina, ha di sè questo solo ornamente al suo nome: l'aver ricordato di fabbricare due fortezze nello sbocco del golfo del mar Nero, dentro cui esistono li cosacchi calinucchi, che prima si rendevano così infesti nel detto mar Nero, e che si inoltravano talvolta fino nel canale in distanza di sole miglia 10 dall'imperiale città di Costantinopoli, con temerità di corsari, ma generosità però de' soldati.
Altro Visir di Banca si ritrova al presente alla Balsera, ed è questo Apti pascià, che per le sue poche qualita non meriterebbe nemmeno di essere annoverato all'accesso ed alla copula del Divano di Banca; egli si rese necessario essendo istorico particolare delle gesta del Gran Sultano, e perciò si rende considerato come quello che con la sua penna deve illustrare le azioni del Sultano, resa ormai la professione di scrittori e massime degli storici in qualche stima e riputazione anco presso di quei barbari. Il bascialato che possede fu dato a lui in premio, come si concede il sacco di una ricca città ad un esercito, per l'eccedentissima avarizia del Sultano, serve di salvacondotto alla rapacità dei ministri; mentre il giudice, compartecipe della preda, non castiga ma premia il ladro e il violento, ama la violenza; perciò di presente più che mai nell'Impero Ottornano si spoglia e si svaligia a man salva, mentre queste fiere tirannie si dividono con il capo come belle spoglie dì guerra, imperocchè sempre fu, ma di presente la monsulmana coscienza è la più nera del mondo.
Dello stesso colore, è il Chisiar Agà, anch' egli dell'ordine dei Grandi, perchè dirige le rendite delle Moschee dette Vacut, veramente grandi. Veste costui naturalmente delle sue inesplicabili divise, che servono il Gransignore, il bianco ed il nero della carne, riportando li servigi della confidente famiglia del Sultano. Il Moro e li suoi eunucchi hanno la guardia della turba muliebre. Fu sempre considerato un tale ministero alla Porta, ma di presente viene riputato in eccesso; a talgrado essendo li divertimenti del Gransignore in questo genere che sendo ministro delle lascivie del padrone lo è di tutti li di lui diffetti e di tutti li di lui affetti, ed è un carbone che conserva ed accende fuoco ed ardore di inferno. Esercita pure il Ministro frequente colloqui con il Re, e per la sua vera porta si passa alle più vere grazie e per il suo mezzo restano esauditi li più qualificati candidati. Egli per altro non riuscirà mai nel più ragguardevole posto del Governo; però da chi deve avere maneggio a quella corte deve essere considerato se non per li buoni uffizii, almeno per iscansare li maligni, che potrebbero passare: soggetto per altro da riputarsi più per le incombenze che, per le doti di sua persona.
Dei Visiri di Banca ve ne sono altri, ma stando impiegati nei primi pascialaggi o vice reali dell'Imperio, dei quali non ne riferisco le qualità, che non potrei farlo che per le altrui relazioni, ed anche perchè forse per le interne vicende dei loro impieghi non torneranno più in Corte.
Il Muftì vi si ritrova in carica fissa, e questo suo riguardo lo può rendere considerato, mentre quanto alla sua persona la natura poco gli diede e l'arte niente lo migliorò, è come lo smalto che colorisce ed avvilisce l'oro, se pur è mentre l'uno e l'altro si tolgono il prezzo, ed invece di accrescerlo. Egli però è uomo cauto quanto basta per conoscere che gli stà bene il contentarsi di poco. Di quello che non possede non sgrida la fortuna, e questa insipida moderazione è forse la più bella condizione che egli abbia per essere Muftì. Fugge totalmente gli imbarazzi e la folla delle cose politiche; ma l'essere capo d'ordine e l'oracolo della legge l'obbliga bene spesso a dire pareri che non vorrebbe ed a decidere punti che non intende. Carà Mustafà gli addimandò se per legge dell'Alcorano si deve dar posto eguale, e sia di egual pregio, un Monsulmano che vuol dire glorioso, ed un Jaur che vuol dire Cristiano. Egli invillupato nell'enigma ma solamente attaccato all'elazione e superbia del gran Visir disse che il Jaur era inferiore non eguale. Carà Mustafà fortificò, con questa decisione suprema, quella che aveva lui fatto di non voler gli Ambasciatori sul sofà, che è tanto a dire quanto non li ammettere al soglio. Considerabilissima perchè decisa in tempo che Ducheno agiva in Arcipelago. Il Muftì è tanto amico della quiete che si fa nemico dei Cristiani per differenza di rito, non per antipatia di natura, e ama tanto la tranquillità che per allontanarsi dall'emulazione studia d'occultarsi, di non comparire, ed intende quest' arte sola di negligersi volontariamente. Sembra più grande in distanza imperrochè vicino e maneggiato non si ritrova uguale alla dignità, all'incombenze ed al grido. Il Re per le suddette poche qualità l'ama assai, lo vuole amico: non perchè sia proprio da considerarsi da un monarca grande un uorno piccolissimo, ma perchè ci vuole con questa via di favore insegnare anco agli altri impiccolirsi, o perchè sa che per inciampare anco piccolo intoppo serve se non considerato, o perchè sa per prova nel caso di suo padre, come narrai, che li Effendi, sono capaci di muovere ed agitare il popolo, e vagliono molto più a concitarlo che a ben dirigerlo e dargli metodo e regola.
Tale appunto è il Bostangi Bassì considerato per il posto perchè custode di tutti li serragli e delle mobilie d'essi, capo dei Griannizzeri e Timoniere delle Galeotte della persona reale.
Per necessità delle sue incombenze tiene comunicazioni giornaliere e frequenti con il Re. Rare volte però da questa carica manuale escono soggetti per le grandi incombenze e comandi. Al presente, vi esiste un uomo nato in Narente, confinante e benissimo intenzionato per la Serenissima Repubblica, ed anco alli Cristiani ed a questi per il buon genio che tiene al vino; per altro di mezzana acutezza di vista, anco nelle ore più serene che per lui sono poche, anzi per l'accennata causa quasi tutte caliginose.
Li prenominati personaggi sono li ministri del Turco Imperio, al presente li più considerati e li più vicini al Re, messi per l'ordine dei più qualificati impieghi, oltre alcuni uomini bassi di particolare confidenza, dei quali era forse da non farne caso in altro tempo diverso dal presente, mentre non vi è soglio più facile a salirvi ma più sdrucciolevole di quello dei monarchi ottomani. Ivi la sorte nel teatro monsulmano rappresenta la parte di effimera che nasce e muore in istante; quello veramente che rende più venerato il Sovrano è che dipende dal suo solo arbitrio l'essere di tutti. Egli d'un uomo da niente in un momento lo innalza a sublime autorità perchè può disporre di 50 vicerè, che tanti Pascià all'anno crea, e annienta il primo Visir; ed in un altro momento con il trasportare in un altro il regio sigillo causa una metamorfosi ed un cambiamento sì rapido che chi sale vola, chi cade precipita.
Capo terzo.
Delle rendite annuali dell'Imperio Ottomano. Casnà regio, Tesoro ed altre cose preziose.
Dovrebbero essere li Teftardari, o siano regii tesorieri, ministri di gran confidenza del Gransignore, ma per la di lui avarizia si rendono instabili quelle cariche, e diffidenti le persone che le esercitano. Per questo cambiamento e per la gelosia del Ministerio, si rende malagevole agli esteri l'investigare il più vero circa il capo proposto. Sembra che sia naturale delle gemme e dell'oro essere sepolti e nascosti.
Non ho però lasciato d'inviscerarmi al di dentro, e siccome con l'arte si può internarsi a scoprire la verità, così posso ancor io credere che con una fissa attenzione ha penetrato che l'oro è sempre meno di quello si crede. Pertanto anderò spiegando quì appresso quello che ho rinvenuto di tale e così importante materia.
Tutte le rendite ordinarie che sono annuali alla disposizione del Gransignore, restano divise in quattro Casse. La prima è nominata Cassa grande, di ordinario diretta dal Teftardar fuori del Serraglio, così nel riscuotere gli assegnamenti fatti alla stessa di varii dazii, gravezze ed imposizioni e miniere che si cavano da diversi regni e provincie, come nel supplire alli pagamenti dei Giannizzeri Spahi, Bombardieri, armaroli, animali, e serventi del Serraglio ed altre spese. Questa cassa ha di entrata circum-circa annualmente 15000 borse, da 500 reali da otto, per ciascuna borsa. Si praticano li pagamenti del suddetto danaro in quattro trimestri, divisi in quattro giornate destinate a questa principale funzione. Vien detto Divan grande, cioè riduzione o Consiglio del congresso grande, nel quale intervengono il Gransignore, il Primo Visire, Muftì, Visiri di Banca, Cadislechieri, Agà dei Giannizzeri e Ufficiali inferiori di fanteria, quattro Capigilar Agassì, cioè generali di Cavalleria, e tutti li capi d'ordine de' serventi del serraglio.
Sono chiamati a presentarsi alla Banca, li capi, ai quali si consegna il soldo a cadauno in misura delle genti per il trimestre che si paga. Li Spahi però si pagano alla casa del Primo Visire. Resta numerato il danaro a Borse, consegnandosene, tante ad ogni colonnello o Sernozzi, quante si devono alla sua camera di milizie; e questa maniera di pagamento, rimane praticata non solo per essere più sbrigativa, ma perchè meglio si proporziona al principato, essendo noto che in altro imperio forse di questo maggiore si calcolava a talenti, e che nè minori Priricipati, facendosi li passi a proporzione della statura si fanno gli esborsi a marche d'oro ad oncie ed altre, suddivisioni più minute, dispensandosi l'alimento e la sostanza secondo lo stomaco e la digestione, perchè il corpo e la complessione si alimenti e si nudrisca di questo metallo, giacchè egli è fatto il pabulo delle umane volontà. In questa funzione di apparente sfarzo della ricchezza Ottomana, in che non trascurano li Turchi qualunque ostentazione, chi ben riflette alle accuratezze di raccogliere il danaro, la vede ridotta ad una finezza eccedente, anzichè rimproverano noi Cristiani come, di trascurati e frugali, che però dicono, che calcolando loro l'anno a luna lo fanno di solo giornate 354, e per quelle riscuotono l'intiera annuale rendita, e che mentre noi calcoliamo l'anno a giornate solari nel quale vi entrano 365giorni, dicono, che noi perdiamo in cadaun anno 15 giornate, che in ogni 36 anni loro avendo 37 pagamenti, noi vanamente incontriamo il discapito della stessa somma: e sebbene il comparto regolarmente fatto dalla natura delle quattro stagioni, fa vedere l'ingiustizia della loro tiranna rapacità, chiara quanto il sole, che regola l'anno con la raccolta dei frutti della terra nelli 365 giorni, tuttavia rinforzando le sottigliezze della loro praticata espilazione calcolano anche l'avanzo degli anni bisestili, numerando ad aggravio dei poveri sudditi li giorni, le ore, i minuti. Tuttavia con tutta la loro applicazione rapace nella predetta Casa grande del Teftardar di fuori del Serraglio, non entrano che circa otto milioni di Reali, i quali come si disse ugualmente restano consumati nelle ordinarie paghe, anzi non suppliscono.
Altra Cassa è nominata Casnà di dentro, cioè del Casnà maneggiato dal Teftardar ossia Cassiere e Tesoriere del Serraglio. Questa Cassa riconosce la sua origine dalle accidentali occorrenze, perchè in essa entra danaro che si ricava da alcune gravezze, le quali imposte per una sola volta per causa, di guerra o d'altro urgente motivo, si sono per il bisogno con il tempo replicate e rese perpetue dalli Sultani, avendo questa debolezza l'umana natura, che bene spesso del disordine si fa la regola, e della regola e l'uso, dell'uso la legge, mentre la sete dell'oro essendo della qualità dell'idropico, cosicchè piuttosto che guarire con la sofferenza, persuade ed induce a morire con l'intemperanza. In questa Cassa vi entrano incirca per le sue deputazioni annualmente 2000 borse o poco più, le quali somme sono state assegnate a supplire a tante spese, cosicchè annualmente queste sormontano, e si conviene supplirvi con denaro di varie e forzose espilazioni.
Resta pure considerata un'altra Cassa la quale palesa le sue qualità nel suo nome, poichè vien detta Cassa degli appannaggi, mentre sono assegnamenti fatti dal Gransignore e da riscuotersi da vicine provincie e regni, alli suoi Ministr, in somma veramente precisa, come al Primo Visir, alli Visiri di Banca, alli Muftì, Teftardari ed altri moltissimi ed inoltre alla Kasachi moglie del sultano alle 4 Bolache cioè Regine od altre favorite, ed a queste si assegna da esigere, sotto il nome delle papuzze, degli aghi o di altro vestimento femminile, li assegnamenti tutti predetti per li Buiardi del Gransignore, dovrebbero arrivare a 1300 Borse solamente all'anno, ma non se ne può limitare il più vero, poichè per queste esazioni non vi è deputazione e veramente non si passa per Cassa, anzi mentre sono questi personali assegnamenti da riscuotersi come dissi da particolari paesi e provincie, sebbene per la concessione del Sultano dovriano essere esatti nella quantità limitata. Succede che li poveri popoli, o lusingati da speranze di protezione alla Porta o fatti martiri della rapacità, soccombono o s' accrescono volontariamente pesi insopportabilissimi. Anzichè venendo raccolte le somme da esattori veramente Turchi o non dissimili da altri paesi, spremuto che ne hanno il latte ne torchiano crudelmente lo stesso sangue. Succede pur anco che morendo alcuno dei personaggi direttori dell'esecuzione, resta con una sostituzione immortale continuato l'assegnamento non solo alla carica, ma le somme godute dalle persone sono esatte da Teftardarj regi, e se ne rimane la carica vacante, per qualche motivo nell'interposizione del tempo, li Teftardarj del Gransignore ne vogliono violentemente le somme per l'avanti pagate, onde il paese che riconosce un giorno di principio fatale d'aggravio, lo piangono come principio di secolo di una disavventura che può solo avere periodo e misura eterna. La quarta Cassa viene denominata la Scarsella del Gransignore. A questa veramente resta assegnato il tributo dell'Egitto che deve venire annualmente dal Cairo, ascendente alla somma di 600 mille zecchini, dai quali fatta la detrazione di 100 mille di essi, che, sotto titolo di elemosine per le caravane, il Gransignore dà agli Arabi, acciò non molestino li Pellegrini che vanuo annualmente alla Mecca, il rimanente giunge a disposizione del Sultano. Calcolati però li 600 mille suddetti zecchini in Borse, rilevano la somma di 2500 Borse. Sono queste l'ordinarie rendite che capitano nella quarta Cassa suddetta in tempo di pace annualmente, e con le quali si deve supplire alle spese ordinarie, cosicchè secondo la quantità di queste, possono supplire o no alle occorrenze di tanto imperio. Nelle occasioni di guerra o di altre gravi occorrenze si praticano alcune estraordinarie gravezze, le quali rileverebbero grandissime somme, se restassero però intieramente esatte, e perchè se ne abbia un saggio io registro qui per esempio, quello che ritrae il Gransignore della Grecia, Anatolia ed altre provincie solamente:
Le gravezze estraordinarie nominate Bedei Nazul che ricavano dalla Grecia e Anatolia arrivano alla somma di Borse Numero 882
La gravezza per provvedere le biade dell'esercito, Borse Numero 892 1/2
Pei Sangiaccati, Borse Numero 15
Bedel Nazul, di Buda, Bosnia, Egri, eccetera Borse Numero 207
Il che rilevono Borse Numero 1996 1/2
Le quali gravezze, mentre fossero rese universali porteriano gran somma d'oro alla Cassa del Gransignore.
Per le quattro Casse prenumerate bene si conosce che le regie entrate non possono andare in avanzo, perchè sia riposto danaro nelli tanto decantati ricchi Casnà. Tuttavia sendomi riuscito, a forza di applicazione e dei mezzi validi all'uso di Costantinopoli, di avere da chi fu Teftardario del Sultano, e che per conseguenza tiene distinta nota delle rendite non solo correnti narrate di sopra, ma d'avere un bilancio o narrazione bene distinta di quelle regolazioni di Erario e rendite che sono seguite per il corso di 120 anni passati fino al presente, mi vedo in obbligo di registrare la copia come stà e giace, a questo passo, per intiero lume e maggiore corroborazione della mia Relazione in questo così importante argomento e tanto diverso dal concetto del mondo e da tanti che hanno scritto circa le ricchezze dell'Impero Ottomano.
Scrive adunque il suddetto che dal 1561 l'entrata del Gransignore arrivata alla somma di 4390 1/2 borse annualmente e la spesa annuale di 2345; sicchè l'erario in quel tempo andava in avanzo di 2045 1/2 borse all'anno, che venivano riposte nel Casnà. Che poi dall'anno 1575 con la diligenza restò l'entrata accresciuta a Borse 6300, e la spesa diminuita a Borse 2250, onde la riposizione si rese molto maggiore. Ma negli anni stessi, per varie occasioni dell'Imperio, tutto l'accumulato per avanti nell'erario si consumò. Poi del 1586 fattosi nuovo bilancio nel quale si vedevano arruolati a paga 64425 uomini con dispendio di Borse numero 4255. Dell'anno 1593 accresciute le persone salariate ad 80874la spesa ascendeva a borse numero 6280. Indi nell'anno 1607 si aumentarono li salariati a 91202 ed il dispendio pure si accrebbe a Borse 6770. Riuscendo per tanto le spese sempre maggiori e convenendosi supplire con la cassa particolare del Casnà di dentro alle occorrenze di fuori. Del 1649 si fecero di nuovo alcune regolazioni, e con alcune invenzioni furono accresciute le entrate alla somma annuale di Borse numero 13320 1/2, ma le spese per anco superavano, mentre li salariati arrivavano alla somma di numero 102260 perchè vi era il dispendio annuale di Borse numero 17180. Onde si convenne andarvi supplendo con varie forme. Si procurarono poi altre regolazioni, ma tutto riuscì vanamente, mentre altresì con varie insinuazioni si accrebbero li serventi salariati; cosichè dell'anno 1669, benchè ridotti li salariati al numero di 94979, essendosi diminuite pur anco le rendite a borse numero 14631, seguiva tuttavia l'intacco annuale di Borse 308, ed anco tuttavia il Casnà di dentro con estraordinarie provvisioni deve supplirvi.
Dalle prenarrate computazioni di entrate e spese, come dalle regolazioni che furono fatte, l'ultima delle quali fu nel 1669, come di sopra si è detto, bene si vede che li Casnà non possono avere contante, mentre tutto veniva consumato, anzi più dell'entrata; nè da quel tempo fino al presente, è seguita regolazione tale, che abbia potuto porre in bilancio non che in alcun avanzo il Sultano per poter aver riposto un erario. Anzi credo proprio di qui aggiungere le declamazioni che lo stesso Teftardario da cui ho ricevuto li bilanci suddetti, fa lui stesso in questo proposito dicendo: Che con le blandizie si sono accresciute le paghe e li salarii dell'antico canone, perchè nel tempo presente in universale ed in particolare le persone si sono andate nutrendo colla grandezza, ostentando lusso e corteggio, gli uomini, anco di mediocre condizione, quelli osando nei gradi loro li addobbi e guarnimenti a guisa di socii d'Impero.
Dal riflesso del qual uomo rimane accreditata assai la notizia di quanto si vada nella Turca nazione alterando la militare fierezza e moderazione, ed ormai introdottasi la pompa vana ed il lusso. Conviene pertanto concludere che il Casnà di dentro non ha da gran tempo ricevuta qualunque reposizione, non solo da quello di fuori, ma bensì estratte annualmente grandissime somme ed apportato al l'incomodo grandissimo pregiudizio: perchè mentre la Cassa del Serraglio riceve l'aumento e la confluenza dalle più fiere estorsioni e dalla violenza, quanto più questa tormentosa afflizione dei sudditi si mette in pratica, tanto più ed a gran dismisura nell'estrizione dell'universale si impoverisce l'Imperio e la comodità di uomini di vigore: essendo la maggiore felicità e forza degli stati la popolazione ed il misurato comodo dei popoli, che il desolare li propri paesi, è piuttosto una operazione da nemico che da Padrone e da Principe. Riesce molto contraria la massima dei monarchi Ottomani, i quali con il manomettere le privato sostanze, sebbene pretendono di avere in arbitrio una vena d'oro inesausta, estraendone il sangue senza moderazione,o misura, rendono ormai troppo visibile il pallore di quel gran corpo, e nella discrezione delle provincie, delle quali si rende pur manifesta la povertà e miseria, arriva la notizia dell'universale scontento fino al Gransignore, da cui succede che profondo riflesso, massime nel tempo di guerra nel quale tiene bisogno di valersi degli uomini, lo fa camminare più moderato, e molto meno stringe anco in tempo di pace questa poppa spremuta.
Io pertanto conchiudo, con valido fondamento di ragione e con fondato riflesso, che li supposti e decantati Casnà dell'Imperio Ottomano o non vi sono, o sono meno essenziali o piuttosto apparenti che veri tesori, onde in questa parte un così temuto dominio è certamente più vasto, che poderoso ed opulento, più considerabile per la pompa, che per la moneta raccolta.
Stabilisce questa immutabile verità il sapersi, altrettanto che il gran Tesoro di gioje e pietre preziose del Gransignore è veramente a gran dismisura molto più copioso e di valore quasi inestimabile. Di questo però credo superfluo il riferire la particolarità singolare di qualche gemma sopradistinta dalle altre, siccome l'intiero prezzo e quantità in generale di tutte quelle che esistono, poichè per qualificare abbastanza questa natura di tesoro, basterà portare il riflesso che in esso vi esistono le spoglie dell'impero di Trebisonda, di Costantinopoli e di quei 50 opulentissimi regni che sono stati manomessi e saccheggiati dalle armi Ottomane. Si deve pur anco avere considerazione che dilatati li confini del Turco imperio, con l'acquisto di Balsera e parte della Persia, oltre il possesso delle grandi Arabie così che tiene linea colle Indie. Di là vengono con le caravane alla Dogana di Constantinopoli grandi somme di perle, diamanti ed altre consimili gemme, dove d'ordinario trascelto il meglio di tempo in tempo li Gransignori se ne sono andati provvedendo ed accumulando. Accresce pur anco la stima di così grande raccolta il sapersi che dal presente Sultano essendo introdotto di ricevere ed anzi di domandare alli Pascià ed alli sudditi più ricchi, preziosi regali, massime con l'occasione delle festività di Bairan che annualmente gli restano augurate, e con tale attenzione ed ansietà che questa gara sollecita, fomentata dalla speranza di impieghi e di fare acquisto della grazia del loro sovrano, ha ormai fatta emula di tutti la cortesia e resa tributaria la civiltà. Ma questa rapace pratica, mentre che rende il Principe compartecipe delle estorsioni delli ministri, causa che l'oppressione non ritrovando ricorso non ha chi l'ascolti o sovvenga; anzi ho fatta naturale dalli Monarchi Ottomani la massima violenta che alla qualità del comando loro si convenga tener dimagrati li sudditi, ne succede pur anco che il popolo nell'universale dell'Imperio purtroppo dispolpato languisce; onde li paesi intieri ormai spirati ed inscheletriti soccombono ad una così misera languidezza e muojono martiri d'avarizia tiranna, tacendo. Poichè essendo l'oro il vero sangue dei Regni, evacuato e tolto dalla vena sua naturale, nel rimanente aggruppato in catene ed anella legato con sassi, benchè di prezioso valore, perdendo la vivezza della circolazione instupidisse il moto al comando nel rendere l'esecuzione impetrita e confusa: vedendosi chiaramente che il brillo eccedente dei diamanti, e lo splendore copioso troppo delle gemme offusca e toglie il lustro alle armi Ottomane, che si rendevano tanto più riputabili e luminose, quanto erano meno giojellate e pompose, essendo evidentemente il fulgido di simili tesori, col mezzo di privare li stati della moneta, una massa di fanali al sepolcro delle estinte ricchezze dei principi e dei privati: che ben considerate, riescono all'occasione un luminoso impaccio, un compagno insidiato, la cui preservazione cimenta ben spesso il padrone, che talvolta si perde per conservare a gran pena uno schiavo prigioniero dei scrigni.
Capo quarto.
Quanto siano poderose le forze militari, così terrestri come marittime del Gransignore.
La ristretta somma delle annuali rendite del Gransignore, e la poca quantità di contante che si può trovare ammassata, introduce argomento che la ampiezza di così grande dominio, non corrispondendo nella reale, debba in conseguenza estendersi in molti nella personale; che però versando questa nell'internarsi a ben conoscere il vigor militare dello Impero, credo necessario di considerarlo e di riferirlo a Vostra Serenità non solo quale li Turchi stessi lo reputano o lo millantano, ma quale veramente nell'intrinseco egli si sia.
Circa il primo punto credono li Monsulmani che dilatato il dominio loro con l'acquisto dei due Imperii e di più di quarantacinque regni, e fattisi padroni di Costintinopoli l'anno 1453, già più di due secoli, che possedono fioritissime ed abbondanti provincie nell'Africa, nell'Asia e nell'Europa, tutte assieme congiunte, e che comunicavano per la via della terra e del mare, per la qualità delle stesse, per la vastità dell'ambiente, e per il loro reputatissimo vigor militare, d'essere in stato tale di poter non solo resistere e aver superiore potenza a qualsivoglia nazione cristiana; ma sebbene pur fossero assieme uniti tutti li principi cattolici che nell'Europa di presente si attrovano. Accrescono il concetto dal loro potere, considerando che nell'universale di loro nazione, avendo per costume di rito acqua invece di vino, pasta riscaldata invece di pane, poca e mal condita carne, la testa rasa, i piedi e le braccia nudi, il vestito schietto e di lana, scarso l'equipaggio, povero il letto, e l'alloggio per ordinario campestre e ramingo, da quest' uso ordinario di vivere succede che protendono di nascere e d'essere soldati per natura, per costume e per educazione, onde naturalmente di giorno in giorno si abbronziscono a dura tempra d'intiera militare disciplina. Aggiungono che essendo pur anco per clima, per legge di dominio e per religione, opposti totalmente a noi Cristiani, avranno sempre e in ogni caso una pronta e anticipata animosità contro noi altri; e veramente per nutrire questa mortale avversione, o sia per arcano di Stato, o per uso di remota nazione, o per istigazione diabolica, quasi tutte le manifatture, gli usi, le arti, le costumanze, le leggi, gli istituti, i riti, la religione, le maniere della nutrizione e della educazione sono così diverse dalle nostre, che non si possono reciprocamente osservare, che il riscontro non porti a considerazione derisoria e che concili lo scherzo.
Riflettono pure li Turchi non esservi alcun principe, che sostenga così numeroso e pronto presidio militare nei suoi stati quanto il Gransignore, nè così facile ad unirsi ed agile alle spedizioni; e ne portano di quest' ultimo punto gli esempii, e massime annoverano, la passata spedizione che seguì contro i Cristiani, e che restò sotto Vienna dispersa, dicendo, che sebbene da molto tempo premeditata, trittavia in meno di sei mesi restarono unite tante truppe e comandate e raccolte, venute fino da Balsara e dall'Africa nelli più remoti confini dell'Impero.
Decantano inoltre, con fasto più che con superbia, la diuturnità e lunga serie di non interrotte vittorie per tanti secoli e sovra tutte le potenze, con le quali fino di presente si sono battuti, ed ostentano che finalmente, ancorchè abbiano perso battaglie, avuti interni disordini, risentite rotte, sconfitte e prigionia di Sultano, tuttavolta il termine delle guerre loro sia riuscito felice, e con occupazione di paesi, dilatazione di dominio ed aumento sempre maggiore di militare riputazione e decoro; e s' avanzano tanto nel pretendere di loro e promettersi di prosperità, che pretendono di convincersi colle parole stesse della nostra Sacra Scrittura, dicendo che in loro e sopra di loro come discendenti d'Ismaele, si devono verificare le intiere benedizioni date da Dio al loro ascendente, come verificate si sono, quelle date da Isacco in noi Cristiani, il corso delle quali ormai pare pervenuto all'ultimo periodo.
Ma perchè l'occulto delle cose avvenire si racchiude e si riserva nell'alto senno di Dio, nè potendo aver noi di certo che le cose terrene, io passerò a dirittura a versare nelli più distinti particolari delle militari forze dei Monsulmani, essendo il secondo punto di queste mie osservazioni.
Veramente, Serenissimo Principe, l'ordinario numero di milizie pagate dal Gransignore, e sono disposte in varii paesi e provincie per ordinario presidio al vasto Impero, consistono in 40 mila Giannizzeri divisi in varie Camere, ossiano reggimenti nominati dal numero uno fino a quanti ascendono in tutte; e questa, come è noto, è l'ordinaria infanteria del Sultano. Trattiene pure 70 mila Spahi che sono cavalleria leggiera, armati ad arbitrio. Si serve parimenti a piedi ed a cavallo dei Sirnaceti e Zaimeti, che sono feudatarii infeudati per le provincie e regni di varii paesi, con obbligo di servire in tutte le guerre con numero determinato di gente, a tutte loro spese, e questi nelli catastici sono descritti a più di 100 mila. Vi sono poi le milizie Rumene, che sono le guardie proprie, che sono obbligate a mantenere presso di loro li Pascià; cioè quelli di una coda 500, quelli di due code 1000, e di tre 1500, con chè resta distinta la maggioranza del grido non solo, ma la importanza e gelosia del comando loro impartito; che però in più di cinquanta Pascialaggi, sebbene ascendono a gran somma, loro stessi li contano per soli 40 mila. Numerano le truppe dei Valacchi, Moldavi, e Transilvani per 16 mila. Dicono che li Tartari della Crinea, che sono tenuti a seguir sempre il campo del Gransignore, son 40 mila; onde si conchiude che l'esercito, di presidio ordinario del Sultano, ascenda alla somma di 300 mila soldati.
Veramente, Serenissimo Principe, tale è il numero nelli catasti descritto; sebbene io sappia e viddi in quel gran Allai, ossia uscita in campagna del Gransignore, delle volontarie e fraudolenti mancanze; non ostanto che, essendo una marcia di ostentazione e di pompa, nella sola e semplice cinta della città di Costantinopoli, e con l'intervento della stessa persona del Sultano; onde non mancano delle tolleranze venali e dell'alienazione dal travaglio e dalla guerra.
Tuttavia, essendo li Giannizzeri e ali Spahi milizia stipendiata, il numero ed obbedienza di questa dipende sempre dalla pontualità delle paghe e dalla severità della disciplina, benchè, di presente, sembri molto scemata dalli antichi istituti; come pure l'aumento delli medesimi, e per sostituire e per accrescerlo non avrà ostacolo all'arbitrio del Sultano, e per i privilegi ed emolumenti che godono, e per quelli che loro possono essere aggiunti.
A questo passo però io devo riferire che aveva il Sultano una mortale avversione a questi due ordini di milizie, che, dovendo essere da lui pagate, restava accresciuta dalla inarrivabile avarizia che tiene; che però in origine al suddetto comando, per ricordo del Chimperluglù fino dall'anno 1670, che li Spahi di tutto l'Impero dovessero alternativamente di trimestre ìn trimestre comparire al Serraglio del Primo Visir di Costantinopoli, dove solamente loro fossero fatte le paghe; con il grave incarico di marcie frequenti e remotissime che lor si rendessero insopportabili, onde ne riuscì una grande avversione dell'universale d'entrare nel numero di così stancata, milizia, così che andavasi insensibilmente diminuendo il numero ed annientando affatto. Come pure sotto pretesto di vietare le fraudi dei Pascià volanti pel numero dei Giannizzeri, comandò che in ogni trimestre fossero alli Servaggi, ovvero Colonelli, dibattuto un certo numero per cadauna Camera o Reggimento sotto nome di morti; e, non sostituendosi che con strettissime difficoltà nè in fanteria nè in cavalleria, si sono di grande e del miglior numero e qualità consumati li corpi di così rinomata e per ordinario veterana milizia.
Molto ha contribuito a questo indebolimento di vecchie truppe la guerra diuturna e rigorosa di Candia, così anche il successo al fiume Raab, e la spedizione a Caminietz e poi a Schegrino. Ma una certa attenzione delli Visiri e del Gransignore al disfarsi dei più abili e più vecchi soldati, con infiniti modi e pretesti, non ommettendo nemmeno la mannaia ed il laccio, vi contribuì maggiormente. Scemato pertanto il numero ordinario di quelli due gran corpi di milizie, avendosi poi dovuto riempirlo sollecitamente a motivo massime di questa grande ultima invasione contro la Cristianità, si è convenuto farlo di gente inesperta ed inabile al militare servizio, che si rendeva urgente alla quantità di così grande e superba intrapresa, del cui grande ammasso d'esercito e poderosissimo numero seguì poi, come è noto per volontà diversa, il decampamento sotto Vienna, ed in conseguenza, un dissipamento di tante genti e di tante nazioni raccolte ed unite, come si disse, dalle più remote parti del vasto Impero Ottomano. Sparsosi di questo modo la fama di tanto successo, per i Turchi considerato universalmente fatale, si convenne applicar subito alla riunione di gente e milizia massime nei due ordini dì Spahi e Gianizzeri suddetti; che però nel tempo peranco di mia dimora in Costantinopoli riusciva scarsissima e di gente totalmente inesperta, non ostante che si pose promessa di doppia e triplicata paga all'infanteria ed alla cavalleria donativo sufficiente per comperar li cavalli. Di questa totale avversione d'arrolarsi nel numero di così per altro desiderata e privilegiata milizia n' era evidentissima causa l'aversi sparso l'arcano, correndo quasi per tutte le bocche: che la guerra presente doveva servire al Sultano, per totalmente disfarsi di quegli ordini di soldati, e che di ciò ne tenesse commissione espressa il Primo Visir Carà Mustafà, memore il Gran signore delle passate sollevazioni, e geloso che questi Pretoriani di quella Roma, non si impossessassero maggiormente nel disponere del trono ad arbitrio e della vita degli stessi monarchi; essendo anco voce che divisasse di istituire un aumento grande negli Rumeni, ossieno guardie del Pascià; cosichè procedesse di pari numero militare e misura eguale al bisogno, e con questa nuova forma rendere presidiate ripartitamente le vaste provincie che possiede, con disaggravio delle giornaliere paghe che a Spahi e Giannizzeri per obbligo di istituzione annualmente si somministrano; ma che inoltre rimaner debba sollevato l'animo dei sovrani ad un tempo stesso dalla gelosa cura e tormentosa apprensione che, rese ormai libertine le guardie, si convertiva la difesa in ostilità ed in arbitrio, non più di sicurezza e fondamento dello impero.
Che però essendo naturale di levare dal sito in che deve cadere il fulmine e non entrare nella nave di cui si vede irreparabile il naufragio, ne segue la avversione totale ad arrollarsi nel numero che si poteva considerare dei proscritti.
Anzi che nelle diligenze che si andavano praticando per ammassare tali milizie, è seguito che, unito con blandizie uno scarsissimo ammasso di 700, in tutto il gennaro passato 83, in Adrianopoli, mentre che furono incammminati con il Giannizzero Effendi alla volta di Buda per esservi introdotti di presidio, inoltrati poco fuori di Adrianopoli stesso si sono tutti sbandati e dispersi, con universale derisione del nuovo primo Visir Carà Mastafà, non temuto nè amato fino a quel tempo, e del Sultano medesimo che pure si trovava alli divertimenti di caccie in quelle parti, all'avarizia del quale ascrivono molti di questi sopraccentiati disordini.
Presumono però li Monsulmani che, la maniera dei soldati per loro debba essere inesausta e ferace, dicendo che li difetti di natura negli altri generi di milizie saranno sempre a gran vantaggio risarciti dalli Feudatarii: mentre publicano quello che di ordinario succede, cioè che quando un Feudatario passa al campo con il proprio numero di gente al quale è tenuto, vi passano con lo stesso molti altri figli, parenti, ed anco altre persone tratte dalla speranza di subentrare ed essere investiti, in caso di decubito del feudatario, mentre al Campo di continuo presso il Primo Visire, esistono li ruoli di simile natura di gente.
Non lasciano d'aumentare il riflesso col dire che seguendo inoltre li loro eserciti copiosissimo numero di gente nelle numerose arti, che vi esistono a guisa di città accampate, ed in una grande quantità di Mercanti, Vivandieri, e Guastatori, anco di questi giornalmente si rende accresciuto; mentre grande copia di simil gente si va arrolando nelle schiere ed ordine delle milizie, o per allontanamento, o per volontaria risoluzione, o molti ancora per dara necessità di provvedersi d'impiego, in difetto di cui ben spesso si ritrovano in paesi lontani e remoti.
Dalla stessa natura ed ordine di milizie rimangono parimenti provvedute le armate marittime, con questa sola differenza che, in universale, chi milita sul mare, viene nominato col titolo di Levente. Consiste l'ordinario presidio delle galere che si numerano quaranta, delle quali ve ne erano dieciotto Beilere e ventiquattro dette Zaccale con duecento soldati per legno. Li padroni delle prime hanno un assegnamento che godono e sono tenuti a ciurmarle e mantenerle li reggimenti, eccettuato che di biscotto e munizioni militari che lor restano somministrate dal Sultano. Queste Beilere sono le migliori, essendo li remiganti ed il legno degli stessi Bei, che ne hanno in conseguenza migliore custodia.
Le altre, nominate Zaccali, veramente sono tali perchè sono armate di condannati, oppure di schiavi sforzati dei Gransignore e per lo più estratti dall'Anatolia, o di schiavi dati a nolo; e a questi due ultimi ordini di gente, li viene somministrato per cadauno, dal dì di San Giorgio a quello di San Dimitri, reali venti per testa ed il biscotto, cavandosi il suddetto denaro da Costantinopoli, da una gravezza del Galeotto denominata.
Le milizie e remiganti delle galere suppliscono pure ai servizj della marineresca e del cannone, ma con maniera sempre tumultuante e confusa e molto inesperta. Di questo genere di gente possono crescere i Turchi il numero ad arbitrio, mentre è recente la memoria che nella passata guerra, dopo essere stati battuti molti anni sul mare, uscirono con 96 Galere da' Dardanelli contro l'armata della Serenissima Repubblica, in che sebbene la qualità ed il maggior numero servì di maggior fasto alla Veneta vittoria e rese più copioso il cumulo dei Trofei di così gloriosa vittoria: questo caso, anzi conferma la grande facilità che hanno li Turchi nel costruire di grande Armate, volendo massime di quel genere di legni.
L'arsenale di Costantinopoli è situato in spiaggia sul Porto della Città, ma opposto alla medesima, anzi dirimpetto; tiene quasi sul mezzo come un piccolo serio, numero 100 Voltoni da Galera, l'uno contiguo all'altro, sebbene la maggior parte diroccati, di che non ne fanno li Turchi gran conto, lavorando anzi d'ordinario alla scoperta; di quella sorte di legni e di navi ancora ne travagliano, in caso d'urgente occorrenza nell'isola d'Arcipelago, nelle spiaggie del Mar nero; ma con più sicurezza e libertà nel Golfo di Smit dentro il mare di Marmora, circa 100 soli miglia discosto dalla Dominante, ed in tutti li predetti siti hanno vicinissimi alla fabbrica boschi e legnami abbondantissimi d'ogni sorte. Ma sarà sempre loro di grave difetto il fabbricare con materia verdissima e appena recisa dal tronco; la pegola e chiodaria la ricavano parte dai luoghi a quei siti vicini, e massime dalli secondi; restano provveduti dalle miniere di ferro di Salonichi, e per via di terra vicino a Tartar Passarich dalle miniere di San Nicolò; le stoppe l'Asia le somministra o le vele lavorando, le cordarie e le gomene la maggior parte vicina al bagno, dove che esistono li schiavi dei Gransignore, ed anco nelle fosse di Galata. Ma di questi materiali non mancano mai loro le sufficienti e abbondanti quantità e provvisioni, quando possono entrare nel Dardanello le navi ponentine e non si faccian scrupolo li Cristiani stessi di somministrare alli nemici della Religione li materiali atti a combatterli. Veramente il maggiore e più riguardevole requisito che possa riuscir loro scarso sarà sempre quello dei metalli, che si rendono necessarii per il getto dei cannoni. Ma questo pure con il prenarrato, modo lor viene somministrato abbastanza; pratica che non solo provvide li Turchi nella passata guerra di Candia per tal uso, ma che loro ha abbondantemente somministrato acciali, polvere, viveri, e ogni altra più necessaria munizione.
Di navi da guerra parimente non ne sono totalmente mancanti, mentre come era noto 6 se ne ritrovavano a Costantinopoli al mio partire in istato di essere in brevissimo tempo perfezionate ed alla vela, quattro pure sollecitamente si trovano avanti nelli stessi arsenali, 3 altre scorrevano il mare, allora verso Stanchio sotto il comando di Kapsa Pascià, e oltre quelle che possono costruire ad arbitrio, quando il Sultano acconsenta di spendere, avrà sempre unite le squadre dei Barbareschi, che se non daranno per li riguardi della preservazione dei loro privati capitali vigore e fuoco al cimento, faranno comparire di numero maggiore e più poderosa l'armata loro. Quanto poi a navi da carico e Sultano, ne avranno ben 30 e con il danaro ne serviran loro le Ponentine ancora. Ma siccome sopra di queste non mancheranno le marinereccie esperimentate per altro sopra le proprie dovendo ricavarle, come li Piloti dall'isole d'Arcipelago di rito greco. Questi serviranno più volentieri Vostra Serenità, quando essi e le cose loro siano trattati da sudditi e con la dovuta carità. Nello stato però delle cose correnti, come che loro si servono dell'armata marittima più per esigere li Carazi dall'isola, e per trasportare milizie e munizioni che per oggetto di battersi sul mare e per esercizio di guerra; mentre massime il visir Mustafà Capitan Pascià genero del Gransignore, uomo inesperto al comando ed alla professione, non sarà in volontaria disposizione di cimentarsi. Onde procurerà solo a tutto potere, di vedersi accresciuto il numero dei legni, più per dare decoro, che vigore al comando, ed in ogni caso che l'armata sua prevalesse di numero, si deve tuttavia sperare, che succedendo cimento debba pendere da sorte della vittoria dalla perizia marittima e dal valore. Quanto a legni da carico ed inferiori, come Saiclie, Gruppi Cemberi, ed anco Brichi, o altri di questa qualità, non ne manca mai dentro il porto di Costantinopoli, il numero di 500 e più ma non sono da reputarsi che per il solo servizio del trasporto, seguendo anche molto lentamente le Armate. Se poi la fortuna delle armi correnti, e la divina benedizione facesse stringere fortemente tanto li Dardanelli del mar bianco che del mar nero si cambiarebbe di molto la condizione delle forze predette sul mare, restando in quel modo soffocate le fauci stesse di quelle bocche e resterebbe la stessa imperiale città di Costantinopoli stretta così di respiro e privi dell'uso necessario dell'alimento e delli rinfreschi, che, inabile a sofferire l'incomodo, cimenterebbe il comando dì chi la dirige ed impera. Di questa verità ne abbiatno vicine le prove e gli esperimenti, perchè nel tempo della guerra di Candia mentre le pubbliche armi possedevano il Tenedo si spinsero li Cosacchi nel Bosforo con alcune delle loro barche che sino come barche armate o poco più con sperone e timone da tutte le due parti egualmente, e si inoltrarono fino a Zenichioi 10 miglia nel canale che passa a Costantinopoli trapassati li primi castelli, ed appena 10 miglia discosti dalla stessa città e saccheggiate le ville e Serragli che sono li stessi borghi della medesima. Tale veramente è la situazione e la sorte di Costantinopoli che siccome da due mari ella riceve l'alimento come da due mammelle il latte, così queste con l'arte e con la forza spremute e succhiate, affamerebbero in poche settimane, la per altro, più provvista ed abbondante città del mondo.
Avendo per altro rappresentate quali e quante sieno le forze militari terrestri e marittime, quante le rendite, li casnà, li tesori; quali siano le persone della famiglia reale e dei primi ministri; quanta ed in che riputazione ed uso la dispotica autorità del Gransignore, avendo supplito a spiegare lo stato adunque delle cose interne, passerò a riferire come si maneggino ed usino colle esterne ancora.
Capo quinto.
Quanto reputi e come si intenda il Sultano con li principi a lui confinanti, e con li remoti ancora, ed in particolare colla Serenissima Repubblica, essendo il massimo dei miei riflessi riferire appunto di questo.
Sopra di questo riguardevolissimo punto io vedo di poter sicuramente riferire che dall'Africa, li quale per altri imperii ed in altri tempi fu sempre madre di mostri e foriera di novità, non può Maometto IV ricevere alcuna gelosia per ciò che possono agire li principi di essa.
Con li re di Fetz e Marocco se la passa per tanto con termini d'officiosa superìorità, mentre la lunga distanza dal centro dell'imperio, la inferiorità delle forze e la uniformità della legge l'assicurano così bene che di là non è per temere alcuna ostile invasione. Passano pertanto con quei remoti re col mezzo di legni Barbareschi reciproche comunicazioni e regali, ma non vi è alcun negozio per occasione di commercio e meno per maneggi di Stato, e di questo soltanto quanto possa valer a contenere che non siano molestati Tunisi ed Algeri, e con tanta facilità che bastò solo una lettera scritta dal Sultano a quei principi per distaccarli dalli concetti che avevano con la Francia. Lascia liberamente per altro la direzione di quei confini a quei Pirati, mentre li Pascià che spedisce a quella parte servono per una onorifica apparenza, piuttostochè per esercitare un autorevole comando. Con altri principi di quella gran parte del mondo non giungono alla Porta nemmeno alcune notizie, non che maneggi o negozio. Di qui succede che anco l'Egitto finora, è molto assiccurato e coperto dal grande avvilimento in cui sono li confinanti al Gransignore, mentre gli Etiopi e gli Abissini dediti naturalmente alla quiete piuttosto, somministrano genti imbelli e uomini neri per servire di eunuchi ai Serragli e d'ornamento alle famiglie dei grandi che per dare alcuna immaginabile apprensione di guerra. Con queste nazioni la Porta Ottornana vi pratica piuttosto al disprezzo che maneggio, e nello stesso Cairo che racchiude lì popoli che abiterebbero più regni in quella sola città, non applicano li comandanti pascià che ad avvilire ed abbassare l'autorità e forza delli dieci Bei dell'Egitto, misero avanzo delle famose e ricche dinastie, ed ai quali nell'acquisto dell'opulento paese furono dai Turchi accordati speciosissimi privilegi, mentre possederono altre volte, forza e ricchezze a titolo di presidio per il Gran Signore, ma di presente non hanno che una languida apparenza d'autorità, quando non fossero un giorno condotti a ricevere il vigore dalla disperazione.
Pratica la Porta queste violenti regole di Governo sopra li stessi, perchè avendo altre volte il comando delle genti d'Arme e opulenza, ridotti nelle particolari loro giurisdizioni, fecero li Bei qualche valida resistenza al volere del Sultano, che però volendo prevenire così fatte risoluzioni, scelsero molto opportuno il tempo presente nel quale credono che l'Egitto non possa essere invaso non solo dai confinanti, ma nemmeno da remoti, e perchè massime il Persiano di sua particolare persona immerso nelle lascivie e nell'ebrietà, e la potenza di quel regno nelle armi essendo stata la loro grandemente abbattuta, si figurano che li Bei non possano avere, fomento, nè vigore che li sostenga.
Considerano il Gran Mogol per un principe molto più potente nelle ricchezze che poderoso nella milizia, e vedendolo confinante al Chinese ed al Tartaro, loro sembra che abbia molto a riflettere prima di risolvere di invadere li Monsulmani. Si stabiliscono maggiormente sopra di questa confidente inosservazione, con il considerare comune ed eguale con quel principe la Religione Maoniettana, di cui reputano supremo direttore l'Imperatore Ottomano, per essere padrone della Mecca e Medina, e per le grandi Caravane di centinaia di milliara d'uomini, che annualmente sotto la direzione del sultano a quella volta si incamminano: da che tutto il Maomettismo ha preso una piena venerazione alla casa dei Gransignori.
Verso la Persia però tra li principi dell'Asia, vi contribuiscono alla Porta più gelosi li riflessi, anco perchè, seguendo li Persiani circa l'Alcorano l'esposizione d'Alì diversa in molte parti da quella d'Omar, che viene venerata in Costantinopoli, di qua ne nasce quell'antigenio che sogliono avere li popoli contro li reputati eretici. Essendo però il Re Persiano dedito ed inclinatissimo alla quiete, viene anzi creduto, che trattenga presso il Sultano un uomo industre e di religione che sotto titolo di predicatore insinua e maneggia l'armi ottomane non s'impieghino nell'Asia. Tuttavia da molti anni trattiene un corpo di 30 mila uomini verso l'Armenia sul confine dell'imperio Turco, a titolo di presidio, che però figura un corpo avanzato in caso di aggressione.
Fanno per tanto gelosi riflessi, ed accrebbero poco prima di mia partenza, perchè avendo il Re di Persia un principe figlio primogenito, d'anni 22 questo desidera di essere incoronato, vivente il padre con il consenso del genitore dei Magnati e dei popoli, che però mentre per superstizione dei Persiani si deve praticare la funzione in una Moschea poco lungi da Bagdad, fecero far moto al sultano che applicavano per eseguire questa qualificata cerimonia e regole, ed essendo il sito negli acquisti fatti già l'anno 1637 dagli Ottomani, mentre per pompa dell'incoronazione, per sicurezza e per decoro, vi concorrono genti molto numerose ed armate, perciò corsero molti Olachi andanti e venienti con ordini e precauzioni molto gelosi, e si stava in grande osservazione delli passi che, in tanta mossa fossero per fare i Persiani. Pervennero queste notizie al sultano l'anno passato nella terra nominata Tastarpassarich, mentre faceva la sua gran marcia con l'esercito verso Belgrado, dai quali avvisi molto si concitò con il primo Visir, come quello che lo aveva assicurato che a quella parte non vi saria certamente stata alcuna gelosa novità. Che però conviene concludere che da quella parte sebbene di presente non ardono le fiamme non si ritrovi così poca la materia ed il foco estinto, che se fosse soffiato, non fosse per accendersi e dar grande calore alle armi Cristiane.
Anco il gran Tartaro Usbech viene riputato molto dalli Monsulmani, non perchè sia pur egli Maomettano o perchè universalmente gli acconsentano che sia del capo d'Ottomano, ma perchè esseudo padrone di vasta potenza stimano che a questa esser vi possa unito qualche grado di ascendente fortuna sopra la casa imperiale di Costantinopoli, memori del gran fatto del Gran Tarmelano con Bajazette, che sebbene li loro storici lo dissimulano e, tacciono tuttavia ben lo sanno, perchè questo grave scherzo della fortuna restò dagli Ottomani coritrassegnato con risoluzione, che rimane tuttavia praticata, e che ormai resa costume, viene, riputata per legge.
Essendo però, in quella quasi totale desolazione, schernita non solo la maestà imperiale dei Sultani con miserabile schiavitù, la moglie stessa di Bajazette servì di ludibrio e di scherzo al trionfante superbo, onde per non esporsi a tanto disprezzo negli eventi di troppo varia fortuna, decretarono li sultani, che nell'avvenire li monarchi della casa ottomana, non dovessero avere alcuna donna per moglie nè dichiarare alcuna per imperatrice, ma la più grata nominare si dovesse col semplice titolo di Kasachi ossia cameriera maggiore, le altre come semplici Odalische o Favorite, come tuttavia segue la pratica al giorno d'oggi. Che però li Turchi reputano molto il gran Tartaro Usbech, ma con esso non passa ne commercio nè affari di Stato, nè risiede reciproco ministro d'ambasciata od altro. Corrono però di quando in quando ricchi e sontuosi regali, bastando agli Ottomani di vedere ed intendere che il Tartaro si ritrovi implicato nelle atroci guerre della China, con gelosie non piccole con il Gran Mogol, e che maneggi con il Moscovita grandi scorrerie, come frequentemente succede.
Al calore di queste che non lasciano con tutta l'arte a tutto potere di accendere, vivono gli Ottomani, coi Moscoviti più tepidi se ben sanno che quel gran Duca veramente sia grande. Vedono i di lui paesi dai loro confini al coperto di paesi per natura assai forti, lo considerano al comando di forza attiva e molto numerosa, sanno che Mosca non è molto lontana dalle parti vitali del loro impero; e sebbene nella guerra passata parve che la fortuna delle armi giocasse a loro vantaggìo, nulladimeno ben sanno universalmente, che per sortirne colla vittoria e con profittevole maneggio più valse la fraude, che il valore: onde fissano sopra le mosse tutte di quella nazione, e mirano ogni loro passo con occhio attentissimo.
Cresce ed aumenta in loro la gelosia, la qualità della greca religione, dalla quale considerano ingombratì tutti li stati del gran Signore in Europa, la stessa imperiale città e varie parti dell'Asia nelle quali comandano. Che però Carà Mustafà, prima di muover l'armi contro i Cristiani, che volse a tutto transito come avvisai effettuata, applicò fissamente a tranquillare a quella parte ogni rumore e gelosia di disordine, e sebbene con il primo ambasciatore loro de' Moscoviti, che viddi venire a Costantinopoli a questo oggetto, usò nelle estrinseche dimostrazioni tutte le apparenze di stima, che praticare si possono con ministro straordinario di Regia Corona, tuttavia terminò al solito la conclusione di pace con fraude ed infedeltà, mentre la carta che consegnò al Moscovita sigillata fu estesa molto diversamente dal concertato nei dibattuti maneggi.
Morto però il regnante Gran Duca e subentrati li due fratelli spedirono a Costantinopoli loro ambasciatore a farne aspra querela con Carà Mustafà, il quale esercitando la disinvoltura e la politica che ricercano le congiunture, nel ritrovarsi così fortemente inoltrato contro li Cristiani ha subito violentemente lacerata la carta che consegnò, e, fingendo involontario accidente un inganno premeditato, non sdegnò di abbassare l'alterigia a misura del negozio e del tempo, sorpassando tutto all'urgente riguardo, e forse nel raccordare li confini, avrà cercato di gettare la discordia tra Moscoviti e Polacchi, li quali particolari pervenutimi per cauta e certa corrispondenza, nella prima parte, non potei accertare per la seconda, stando ormai sul procinto di mia partenza imbarazzato e con vele spiegate. Mentre peraltro avendo io stabilito concerto con due fratelli di casa Leucadi sudditi di Vostra Serenità della Cefalonia, l'uno Calogero, l'altro Sacro-Monaco, i quali avanzati verso la Moscovia per educazione di gioventù, si trovano sicuro, per le istruzioni e cifre consegnategli, d'avere notizia di tutto; e veramente li Turchi tengono di presente così gelosi riflessi di coltivare la quiete a quella parte, che tolleravano al mio partire dall'ambasciatore Moscovito, che tuttavia esisteva in Adrianopoli, esercizii di provecchi, di imbarazzi e disturbi bassi e sprezzabili.
Nel primo tempo la Polonia era considerata così male da Carà Mustafà, che scrisse lettera a quel Re così sostenuta ed autorevole nel partecipargli aver presa la Porta la protezione del Secheli, e progredendo con linee veramente odiose e con espressioni di prepotente e di chi scriveva armato. Furono però quelle righe osservate con orgoglio così generoso, e corrisposte con risoluzione con magnima che, rese grazie a sua Divina Maestà, sortirono con la benedizione divina, cosichè terminando con gloriosa vendetta essendo essa veramente virile, cioè di fatti e non di parole. Per avanti al gran fatto suddetto risiedeva in Costantnopoli per quella Repubblica in qualità di internunzio il Cavalier Michiel Ploschi, al quale restarono all'improvviso sospesi dal Primo Visir li assegnamenti fattigli come estraordinario ministro, con violazione del carattere e con disprezzo, e con nota dei Turchi di una bassa avarizia. Seguì poi che dopo il successo di Vienna li Turchi vomitarono tutto il veleno e, ripiene le fauci d'una acerbissima amaritudine, pubblicamente fulminarono colle minaccie i Polacchi, odiando quella mano poderosa che potè ripulsare il colpo premeditato, che lo fece l'impensato contrasto, e tolse di seno li concepiti scettri, corone e vittorie. Per tanto le fissazioni tutte della Porta al tempo del mio partire versavano a trovare modi coi quali potessero staccare la Polonia da Cesare, con ogni non decoroso ed anco inferiore partito, concependo di poter poi sfogare sopra del Polacco l'intiera presa delle armi e soddisfare al sentimento arrabiato, che dicono pubblicamente per giusto, attesa la rottura di Pace praticata da quella Repubblica senza motivo o ragione e con evidente violazione di fede; odiando la violenza di ritrovare virtù che resista e di risentire la meritata punizione e vendetta.
Di Cesare parimenti prima del glorioso decampamento sotto di Vienna poco o nulla temevano mentre erano loro note le distrazioni delle armi in Germania, le debolezze delle forze imperiali, massime in paragone del loro esercito. Sapevano la varietà degli opposti interessi delli Principi di Cristianità, sicchè avevano per impossibile la lega col Polacco, e sebbene conclusa, mai concepirono che massime la disunione delli partiti della Polonia permettesse che potessero congiungersi lo stesso Re alla testa di un esercito come quello di Cesare. Pareva loro che avendo praticata la proditoria irruzione senza dichiarazione contro quel principe, dovessero vogliersi tosto al Raab, presa l'ultima risoluzione solo al ponte di Essek, dovesse in conseguenza scoccare il colpo per ferir certamente e senza incontrare scanso o riparo veruno. Dicevano che loro stessi non determinati nel Febbraro e nel Marzo in Adrianopoli dell'accertata intrapresa dubbia ed incerta fino al Raab, corsero molti Olachi andanti e venienti per avere dal Gransignore la più determinata volontà, la quale si lasciò rapire da quella del Secheli d'invadere subito e di primo slancio la capitale dell'Austria; fomento ben grande per far precipitare a questa risoluzione fu la speranza fatale concepita di ritrovare in essa ricchezze ed opulenze infinite, dacchè li tesori non custoditi provecchino alla rapina ed al furto. Arrivate al campo le notizie del soccorso della Polonia per giuntarsi all'armi di Cesare, Carà Mustafà le reputò di sì poca maniera che le pubblicò per spoglie del suo trionfo. Si allettò di debellare due potentati ad un tratto, ma per divina volontà non seppe misurare il vero del proprio vigore. Onde se Dio Signore fatto condottiere d'esercito anco in altri tempi volse le sconfitte, comandò le battaglie, nei nostri ancora dispensò le più gloriose vittorie. Battuti li Turchi, decampato l'esercito, fugati e dispersi li Monsulmani, morti la minor parte, perchè avessero maggiori testimonii di così grande successo, e giungessero le voci delle più remote nazioni ad imprimere nei più lontani paesi lo spavento ed il concepito terrore delle armi cristiane. La gente fuggita e li disertori che precorrevano giustificavano l'abbandono del campo, con l'incolpare li comandanti, e questi con incolpare la fortuna ed il destino in difesa della loro colpa. In universale lo dissero un evidente castigo della Giustizia Divina, in punizione d'una ingiustissima guerra voluta fare contro la ragion delle genti, i canoni dell'Alcorano che non vogliono che si combatta e si nieghi la Pace contro di chi la richiede. Dovunque arrivavano tali discorsi giungeva pure la gloria delle armi cristiane, ed in ispecie si dilatava con un grande alimento la riputazione di quelle di Cesare. Così con una impensata vicenda, cambiata la sorte dall'anno 1664 al fiume Raab in quella dell'anno 1684 sotto Vienna, terminò quella con li noti discapiti per li nostri, e questa si incammina con tali vantaggi che obbligarono il Sultano a determinare di far ogni potere per insinuare trattati di pace coll'Imperatore Leopoldo, avendo grande spavento della giustizia delle armi dello stesso, e per vendicarsi con il Polacco a man salva. Divulgarono per tanto che il Gransignore voleva per tre anni avvenire trattenersi sulla semplice difesa, ed in conseguenza gettarono numerose truppe nelli presidi massime nell'Ungheria, non avendo in quel tempo riflesso alcuno sul mare, ancorchè mi risuonasse d'intorno nel progredire il mio viaggio verso la Patria ben chiare le voci della intrapresa guerra della nostra Serenissima Repubblica.
Di questa, Serenissimo Principe, passerò dunque a riferire come fosse riguardata dalla Porta prima che fosse pubblicata la lega, intrapresa dall'Eccellentissimo Senato con tanto merito e tanta generosità.
Veramente siccome li Turchi pubblicamente ascrivevano il pregio della milizia terrestre alle milizie monsulmane, così l'acconsentono della marittima universalmente alle venete. Per anco rimaneva nella memoria ed erano impresse nelle menti loro l'orrore ed il discapito riportato in tante sconfitte navali, e fino dentro le foci dei Dardanelli, e le tante vittorie sopra loro ottenute nella guerra passata; tuttavia non mancava nei più sensati un concetto perocchè questa grande superiorità non si doveva riputare immortale, e s'avanzava taluno ad incolparne piuttosto la disapplicazione loro che la totale inabilità. Vedendo parimenti la Serenità Vostra infervorata nelle applicazioni della pace, e nell'aumento al negozio: Carà Mustafà lasciò lusingarsi dalla speranza: che durante la risoluta irruzione nella Ungheria, non fosse per essere aggredito dalle Armi Venete, onde giudicò l'ordinario numero delle galere, che tratteneva sul mare fossero per anco sufficienti, a resistere ad una improvvisa aggressione. Divisò che Candia, Cipro Scio, Negroponte, Metelino, ed altre isole importanti sebbene con non grandi presidii, valessero ad essere difese. Calcolava in urgente bisogno poter con il danaro avere le navi barbaresche ad unirsi all'Armata del Gransignore, e non gli fosse per mancare d'averne con il soldo anche da altre nazioni ancora, e l'esempio e pratica da lui veduta nella guerra passata gli davano fondamento di grandi speranze nelle occasioni che gli si rendessero urgenti. Vedea dalle Carte Geografiche la dimensione delli Stati della Repubblica, ed avendo riflesso più alla quantità che alla qualità, la gelosia delle mosse era non eccedente, ed anzi totalmente assopita; che però quanto li suddetti riflessi non gli causavano grande timore, altrettanto aveva e lui e l'universale dei Monsulmani concepito gran stima delle forze della Repubblica, per la dintornità dell'atroce guerra di Candia, che sapervano durata quasi 30 anni, e che l'aquisto di quel Regno aveva loro costato per assenso comune 800 mille uomini effettivi, consumati nelle tante fazioni, ed in tanti e tanti militari cimenti. L'inopinata risoluzione poi dell'intrapresa della guerra presente, mi costituisce in obbligo di riferire che, pervenuta la notizia in Costantinopoli per via secreta, siccome veniva veramente discorso, prima della mia partenza, così ancorchè fosse nel genere dei possibili, ne credevano assai più lontano il tempo per sentirne l'effetto; per altro molto ben compresero, che una tale improvvisa aggressione in parte inviscerata dell'imperio ed aperta lor poteva far risentire un colpo penetrante e mortale. Perchè questo si rendesse più franco ed inviscerato, giovava, alla intenzione di Vostra Serenità la simulazione intiera nel praticare il mio viaggio, onde a tutto potere procurai mantenere il dubbio, e discreditarne il concetto. Con questa credenza da me con l'arti proprie nudrita, al cui fine molto giovò la venuta del Segretario Cappello e le valide corrispondenze che avevo colli più grandi della Corte, onde superata la quasi impossibile libertà di partire, essendomi riuscita senza esempio, potei staccarmi dal lido di Costantinopoli ed intraprendere la partenza. Munito di passaporto, che procurai più per dissimulare amicizia che per avere dalli stessi alcuna salva guardia contro il rigore del verno nell'Arcipelago e l'attenzione delli tanti corsari al mio incamminamento. Che però fingendo vario cammino, ma fissando prestare nuovo servizio mi sono condotto a riconoscere con l'occhio proprio li siti più riguardevoli dei Dardanelli, di Tenedo, di Scio, come pure di Canea e qualche altro sito più importante nel regno di Candia, ricavando profitto alla Patria anche dalle mie forzate dimore, e viaggi diversificati per l'impeto de' venti, e penetrare nel più vero. Riconobbi l'agitazione dell'animo loro per l'avviso che s'andava spargendo in Scio della mossa delle armi Venete, e che inseparabilmente mi seguiva, cosichè pervenuto che fui alla Sada, e Burmecuz in Candia speditovi per il Pascià inteso da persona, che negoziava nel Regno, per notizie ricevute da Tolone e Marsiglia, li particolari della lega, immediatamente spedì la stessa galera di Sulimano Bei che lo condusse a Costantinopoli per darne il dovuto ragguaglio e per chiamare a se milizie e provvisioni da guerra, ed, i rimedi atamente si diede ad operare nel ristauro delle mura delle gallerie ad approntare il cannone ed ogni altro materiale necessario alla difesa. Essendo stato il suddetto Burmecuz comandato dal Capitan Pascià Mustafà Museip di scortarmi sicuro, con le suddette notizie mi scoprì non più ospite ma nemico, che però valendosi dell'arte di sua nazione, con l'occasione che il Dragomanno del nostro console di Canea si portò in Candia mandò ad invitarmi a vedere quella metropoli, avendo avuto di già li avvisi che era stato a visitare e vedere attentamente la Canea. Ma scopertosi da me con facilità insidioso l'invito, e per l'obbligo ingiuntomi di venire sollecitamente a Venezia conobbi che non mi conveniva più espormi a dubbia distrazione e cimento. Che però siccome li Turchi sempre riputarono molto le armi marittime di Vostra Serenità, e per un obice validissimo alla divisa la intrapresa della Cristianità tutta, ormai ne risentivano il peso, e ne pubblicavano il sentimento nell'iscuoprirne la mossa. E siccome sotto Vienna, con l'inopinato e glorioso successo si svelarono gli occulti arcani della Divinità, così voglia Iddio Signore essere guida delle Venete imprese e farle ventilare trionfanti, là, dove per tanti secoli comparirono, ed inoltrarle ancora precorritrici alle armi universali dei Principi tutti della cristianità.
Di tutti gli altri principi della Cristianità che tengono rappresentanti alla Porta, li Turchi ne fanno maggiore la stima, quinto più si ritrovano accomodati alla loro potenza ed alla loro grandezza, mentre, sanno che sebbene non tengono conferir con l'Ottomano Impero, vedono che gli portano accomodate merci a cuoprili, altre munizioni per armarli, ed altri maneggi che conspirono con li loro più gravi interessi e che accordano bene speso alli loro fini ed intenzioni. Ma veramente il di dentro del secreto loro è di riputare il servigio, non chi lo fa, mentre bene spesso chi serve al solo interesse avvilisce la propria condizione e decoro. Carà Mustafà, benchè severamente esigesse dalli Rappresentanti dei Principi frequenti regali a titolo di tributo, e che estorquesse da tutti indifferentemente somme a capriccio e con violenza rapace maneggiasse con apparenze di onore e di confidenza, o per motivo di commercio o per inviluppi di pubblico interesse, tutto veniva a soffrire con una odiosa ed indispensabile tolleranza. Anzi che si vedono, con notabile avvilimento, per le stampe un assunto elle il sopportare li disprezzi dei Turchi fosse convertito ormai in un uso di politica disinvoltura, scrivendosi in questa forma ed in queste maniere da chi raccolse le memorie per gli Ambasciatori, con una raccolta di memorandi successi.
Tale essendo la poca stima che facevano li Turchi di tutti li Principi di Cristianità e delle nazioni indifferentissime per loro, resi a così superba elatezza dalla felicità di tanta serie di vittorie e per il corso di tanti secoli, e fatti accorti dal posto grande che loro accorda il mondo di forze militari e di stima; fomento ben grande alla vasta intrapresa praticata ultimamente, concepita senza mai dichiararsi contro di chi che nel procinto di eseguirla, ed eseguita e disposta, per inoltrarsi senza sapersi fin dove. Ma Dio Signore che si giuoca delle cose del mondo, vorrà forse deposto il potente dalla sua sede, e per verace esempio di verità così fulgida è che si prenda cura e direzione delle cose pur anco particolari. Egli si è degnato di scortare me ancora fra mille disastri ed ardui e difficifissimi maneggi e tra le più barbare genti a porto di salute, di verità e di giustizia.
Qui chiuderei d'occupare il tempo dell'Eccellentissimo Senato d'acoltare questa mia Relazione, che si rende necessario nelle generose incombenze delle guerre intraprese, se non mi vedessi tenuto di renderne più decorosi li pericoli, e rendere più illustre l'esercitato impiego, con il rammentare che vennero meco alla carica del Bailaggio gli Illustrissimi Signori Pietro Pisani fu dell'Eccellentissimo Signor Francesco procuratore; Francesco Donado fu dell'Illustrissimo Signor Stae; Giovambatista Venier dell'Eccellentissimo Signor Nicolò Procurator; Giovanni Mocenigo dell'Eccellentissimo Signor Pietro Procuratore; Angelo Michiel delI'Eccellentissimo Signor Francesco Cavalier; Aurelio Contarini dell'Eccellentissimo Signor Nicolò; e Giovanni Cornaro fu dell'Eccellentissimo Signor Nicolò, tutti patrizii Veneti, soggetti che per le ben degne qualità che li adornano di nascita, virtù d'animo, e curiosità virtuosa, promettono di loro un aumento ben grande in così remota parte, ed altre praticate peregrinazioni al maggior servizio della Serenissima Repubblica; i quali ritornati per varie strade al libero suolo, daranno saggi di tempo in tempo qualificati della versata esperienza. Rimasto fino all'ultimo periodo della mia ambasceria l'Illustrissimo Signor Angelo Michiel, che versato in altri paesi della lingua tedesca, italiana, greca e latina volse interamente rendersi possessore anco della lingua monsulmana, come veramente egli fece. Ommettendo per tanto di discorrere di tanti altri soggetti che finirono a rendere più numeroso e comparente il seguito della rappresentanza, bastandomi che la famiglia intiera partita si sia tutta restituita in patria, e che ormai molti degli stessi sieno stati aggraditi dalla generosa bontà della Serenità Vostra, a misura dei loro impieghi e del merito che si è degnata concederle, per aver meco sofferto, viaggio sì disastroso, lungo e difficile, compagni di mille azzardi e pericoli, ed esposti a mille travagliosi accidenti.
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