1705 - 1706 Carlo Ruzzini
Relazione|
1705-1706 Carlo Ruzzini
Relazione
Serenissimo Principe
Nel corso di quattro secoli, da che l’Impero ottomano nacque nell’Asia e s’accrebbe in Europpa, girarono sempre sopra materia importante, ma infelice, le relazioni di Costantinopoli: s’estesero nel descrivere il temperamento, le forze, i dissegni di quella barbara potenza, le contingenze di guerre funeste, unite alle violenze di tirranni maneggi.
Questa corte ed un tal Impero, perpetuo nemico della Serenissima Patria, si rende pure nella qualità del tempo presente oggetto di somma attenzione e di grand’interesse. Se ben possa parer quel gran corpo con il periodo naturale di tutte le cose di questo basso mondo passato da suoi principii, e da successivi valori incrementi al punto dello stato, anzi forse sul margine di qualche declinazione.
Piaccia alla divina provvidenza non permetter che mai più rissorga quel pieno ascendente, che fu troppo rapido, e felice agli Ottomani; anzi, facendo lungamente durar l’impressione prodotta dai trionfi della Sacra Lega, non sia concesso alla monarchia de Turchi provar quella sorte che alle volte tocca ai governi assoluti, di poter con facilità rissorger dalle cadute e convertir i disordini e le disgrazie in nuove regole e nuove fortune.
Il breve giro di sette mesi ne’ quali, sostenendo io Carlo Ruzini kavaliere procuratore l’honore dell’ambasceria estraordinaria, mi fermai in quell’imperial città, farà riuscir imperfetto quest’ultimo tributo d’obbedienza alle leggi, et al servitio dell’eccellentissimo Senato. Per renderlo però men inutile, cercherò di restringerlo tra i confini delle notizie più essenziali e più utili alla provvida direzione dell’eccellentissimo Senato.
Dalla varietà di tanti stati ampiamente sparsi nelle tre parti del mondo, delle massime estraordinarie di governarli; dell’erario e delle forze per diffenderli, delle stravaganze et artifitii della politica legge di Mahometto, come di cose già molte volte spiegate, mi dispenserò di espressamente trattarne. Crederò più conferente l’accennar delle stesse quello solo che caderà opportuno nella serie di ciò che sono per esporre.
Questo dunque girerà sopra due capi: qual sia lo stato estremo dell’Impero ottomano doppo l’ultima ad esso tanto infelice guerra contro i principi cristiani, e qual sia lo stato interno della corte doppo la recente grande rivolutione e quasi guerra civile che depose un sultano e n’esaltò un altro, qual presentemente regna sopra la sublimità di quel soglio.
RIVOLUTIONE DI COSTANTINOPOLI
Doppo la terza infelice campagna nell’Ongaria, terminata con la vergognosa fuga nella battaglia di Zenta al Tibisco, e susseguita dal rossore della insolita pace di Carlovitz, sultan Mustafà figlio di Mehemet 4º, nel 1703 ripposava tra gli ozii, occupato nei piaceri del seraglio e nei frequenti esercitii delle sue cacce.
Mosso dai consigli della madre regina, e del favorito muftì Faissola effendi, imitando l’essempio del padre, un anno doppo la seguita pace trasportò la sua ressidenza in Andrianopoli. Lui la credè più sicura da quei tumulti che in più tempi fecero la reggia di Costantinopoli theatro di tragedie fatali a più sovrani ottomani. Il suo supremo visir era Ussein paschà, discendente da visiri della nobile e benemerita famiglia de Kiuproli, author della pace. Prevaleva però in tutto il consiglio, l’interesse et arbitri del prepotente muftì, reso ministro maggior del suo principe; havendo saputo occupar, anco per quello si disse, con qualche occulta forza di magia, il cuore e la volontà del sovrano. Cossì, abusandosi del potere, era fatto il dispotico direttore dell’Impero e di tutti li affari.
Pendeva dalla sua sola mano la distribuzione delle cariche, dei bassalaggi, dei visirati, anco del supremo.
Reso mansul Ussein vi sostituì Altaban Mustafà paschà in Babilonia. Pochi mesi doppo, ingelosito dell’idee e del coraggio di quest’uomo, se bene da lui creato, lo abbatè et inalzò nel posto Rami Mehmet paschà, quello che fu ambasciator plenipotenziario in Carlovitz. Una dispositione così vasta e tanto assoluta accumulò nel muftì immensi thesori, calcolati sino a 60 mila borse, o sia 30 millioni de reali. Unite alle ricchezze, dissegnava lasciar a suoi molti figli l’heredità delle più cospicue onerose cariche, solite destribuirsi tra gli effendi; non solo quelle dei maggiori cadileschieri, ma meditava di far successiva anco la sua tant’importante e tant’autorevole di muftì.
Questo fu il scoglio dove terminò e ruppe la navigatione degli ambiziosi pensieri. Gl’effendi, o siano gl’ulema, ordine numeroso, savio e potentissimo, feriti nell’interesse e nelle speranze si commossero; con sagacità e con segreto per lungo tempo covato, disposero quella mina che scoppiò poi in una grande et estraordinaria sollevatione, mossa al principio contra la vita del ministro, nel fine inoltrata anco contro la corona del sovrano.
Perché in essa vi si comprendono non solo gli eventi degli accidenti passati, ma forse i semi delle emergenze venture, si rende necessario dir d’essa le più notabili circostanze. Queste sono tanto più degne di notizia, quanto che se ben parlin l’historie di molte depositioni de principi nella casa ottomana volute da sudditi, ad ogni modo è raro et unico il caso di tanta unione e tanto consenso di doppii eserciti armati e del procinto d’una guerra civile contro Costantinopoli et il suo gran popolo.
Parne che l’incendio sorgesse da deboli faville, mentre pochi zebegì sotto il pretesto di paghe ritardate, furono i primi ad alzar il vessillo della confusione e del tumulto. Essendosi antecedentemente preparata la materia e disposti gli animi, appena essi ricorsero per appoggio alle camere de giannizzeri, che con prontezza l’ottennero, facendo seguir la mossa anco dei bostangì e topigì. Nella piazza del Mejdan s’apprese la scenna e si convocarono le milizie. Per sostener un’opera loro facilmente vi concorsero gli ulema, e sotto l’applauso del loro esempio si concitò il popolo. Così svegliati e animati furono tutti gli ordini, si vidde nel predetto luoco a piantar sede et ad innalzar padiglioni un vasto numero di gente, che in progresso di pochi giorni formò la massa formidabile di 200 mila persone. Si scielsero i capi, si convocavano i consegli, si discorse delle regole di sostenersi e sempre più avanzarsi; tutto con disciplina e contegno ammirabile. Tutti infiammati da zelo facevano sacrifizio d’ogni cosa al decantato ben pubblico. I poveri, abbandonando le botteghe, stando sotto l’armi negligevano l’arti necessarie alla loro vita, et i richi per proveder gli altri apprivano senza risserva le loro borse. Conosciuta la forza et il fondamento che teneva, si spedirono in nome dell’assemblea lettere assai elate al Gran Signore, prescrivendo che dovesse arrestar il muftì, et incaminarsi lui a Costantinopoli, protestando che se deferirà di rissolvere, passeranno ad eleggere un nuovo imperatore.
Il gabinetto della corte meditò arti e strattagemmi per deludere et incantare gli avversarii. Si sparsero voci di prigionia nel muftì, di connivenza del sultano alle proposte fatte, e un reggio catzerif in risposta cercò di calmar la tempesta. Sfoderata non solo la spada, ma gettato anche il fodero, la lode dell’impresa consisteva nella sola fortuna del successo; perciò sordi i sollevati alle blandizie, et increduli delle speranze, pensarono a meglio persuadere non con le lettere ma con l’armate.
Da tanta turba, non tutta proprio all’azione, s’estrassero le persone più atte, e con l’aggiunta di molte milizie concorse dall’Asia, restò composto un essercito di 60 mila. In poco tempo con prodigioso sforzo, e non inferior diligenza, si raccolsero tutti gli apprestamenti di guerra, cannoni, mortari, istrumenti per le trinciere, minatori e quanto potesse occorrer all’impegno d’un assedio.
Non era ancor girato un mese dal giorno de primi movimenti, che potè campar fuori della città un tant’esercito, prendendo la marchia verso Andrianopoli, legitimato l’ardire del suo impegno dall’accompagnamento di molte persone della legge, et una buona truppa d’emiri, che sono i discendenti di Mahometto, era la prima alla testa delle linee e delle milizie.
Furono omessi i tamburi, i zinbali et altri istrumenti di musica guerriera, soliti portarsi da Turchi negli esserciti, dicendo che andavano in Andrianopoli a pubblicar la vera legge ed a tirar la spada solo contro i difficili a riconoscerla.
La corte, scoperto già inutile il negozio, ricorse alla forza, e dalle parti d’Europpa trasse pur essa in momenti un altro essercito, eguale nel numero e nelle provisioni a quello nemico. Uscì per incontrarlo, e si trovarono ambidue in vista una giornata da Andrianopoli. Questo momento però non aperse il campo delle battaglie, scuoprì ben sì l’aspeto della congiura. Quando all’ essercito regio fu ordinato d’impugnar la zappa, alzar le trinciere e porsi in ordine per invadere i giauri di Costantinopoli, le milizie scaricando i moschetti senza balla gridarono fortemente che gl’altri erano mussulmani e veri fratelli. All’hora decisa non dalla spada, ma dal consenso de subordinati la lite, i superiori, il visir e gl’altri capi cercarono nella fuga la salute. Lo stesso sultan Mustafà, non ignaro d’un tal destino, lasciò per la seconda volta le sue truppe, e procurò inutilmente di ricovrarsi in Andrianopoli, e dentro il suo seraglio. Ma favoriti dalla fortuna e dal successo, tutti due li esserciti uniti, e forti di più di 100 mila persone, posero il loro campo sotto quella città. Pensando al principe che dovesse sostituirsi al regnante, furono vari i partiti e gli affetti. Non pochi volevano del tutto esclusa et abbandonata la linea di Mehemet quarto, che tal uno ordiva di dirla anco una linea spuria, figurando quel principe come un parto supposto; perciò preferivano l’altro ramo di Achmat suo fratello nella persona del giovane Ibrahim di lui figliolo. Ma la sua età, all’hora assai tenera, i maneggi industriosi e fortunati della validè per il suo secondo genito accreditato dal maggior numero d’anni per più habile al governo, conciliò la differenza de genii, e divertì per all’hora il pericolo di nuove discordie. I generali perciò entrati in Andrianopoli, e dentro il seraglio, che senza contrasto le fu aperto, operarono la massima rivolutione, sublimando dalla carcere al trono Achemet, e gittando dal trono alla carcere il di lui fratello sultan Mustafà, infelice nella guerra, nella pace e nella sua corte.
Passò il nuovo monarca con prontezza in Costantinopoli; calmò con esborsi le maggiori pretese de giannizzeri, e con le solite forme d’incoronamento cinse la spada nella moschea di Jup.
Non approvò, per le conseguenze d’un temuto essempio, l’ardire de sollevati, se ben fossero istromenti benemeriti di sua fortuna. Geloso inoltre di quei segni d’inclinatione ch’essi diedero al nome del cugino Ibrahim, credè di preferir l’odio all’amore e la vendetta alla gratitudine. Stimò consiglio, se non più honesto, più sicuro, troncar invece di nodrire quelle piante che s’eran fatte conoscere ripiene di succhi velenosi, e vigorosi insieme.
Perciò col lacio, col ferro, con l’acqua e con l’uso di quei pretesti che non mancano alla tirannide, andò abbattendo un numero ben grande di quelle teste principali che nell’ordine autorevole degli ulema, e nel poderoso de giannizzeri, furono gli architetti della tragedia nel fratello, in lui del trionfo. Cossì doppo la sua elevatione corse il sangue, et infierirono quelle straggi che si risparmiarono nell’atto di decrettarla.
Credon molti che un sforzo così vivo di politica, o di crudeltà, nei cuori di tutti gli ordini e di tanti interessati habbia sparso semi capaci di maturarsi in nuovi accerbi frutti di corrutioni e di rivolte, che gli ulema, declinati, sensibili e potenti, habbian segnato la carta e nuovamente meditino qualche torbido disegno per essequirlo con un’altra catastrofe, promovendo Ibrhaim, quando con la maggior ettà cessi l’obietto che le contrastò l’ascendente; se pur la di lui poco perfetta salute non trova l’orditura avanti che sia compita.
Questi ulema vanno da molto tempo crescendo in numero, in ricchezze, in nobiltà et in credito. Formano essi un’ampia sfera, che abbraccia tutt’i soggetti applicati alla religione, alla legge et alle scienze, cioè al servizio delle moschee, et alla professione delle giudicature, uscendo da questo cerchio le prime dignità de due cadileschieri e del muftì capo, et interprete della legge. Le milizie e gli ulema, o sian li effendi, sono li ordini supremi dell’impero.
Ma se il primo è il braccio, è l’altro l’occhio e la mente. Il popolo et i soldati li venerano come dotti e religiosi, credendo giusto e degno d’applauso il loro consiglio; accresce stima il conservarsi da essi qualche specie di nobiltà e di decorosa discendenza, passando le facoltà e le cariche delle moschee dal padre al figlio, e tenendosi da esso registro delle loro linee; qualità che non possono ornare l’altro ordine, se ben più strepitoso e splendido dei pascià, che si alzano dal niente, dalla vil condizione de schiavi, e spesso ritornano al niente con le morti e con i spogli.
Così gli ulema compongono nel mezzo dell’impero e della corte un corpo separato, ed un temperamente particolare nel genio e nelle massime. Col loro esempio, e col privileggio da essi esercitato di metter i benni in sicuro, assignandoli in titolo di vacuf alle moschee, fomentano nell’universale l’amore all’ozio, al ritiro, alla coltura della campagna, et insieme si nutre l’alienatione al regio servizio, et ai pericoli che l’accompagnano. Di tal modo l’applicazione alli studii, la propensione alla quiete, va insisibilmente guadagnando i cuori, et insieme snervando il vigor delle forze, la fierezza degl’animi, il valor degli antichi ottomani instituti, che furono le basi alla grandezza di quell’Imperio. La cieca obedienza, la rassegnazione al destino, la stessa fede ai dogmi della lor legge, a poco a poco s’indebolisse, e di tal modo i pregiuditii giungono sin a scuotere i primi fondamenti della monarchia.
Così sin hora regna Achmet III, e XXVII imperatore de Turchi. La sua età oltrepassa gli anni trenta, il suo temperamento apparisce robusto, di pelle nero, di faccia lunga, d’aria oscura e severa. Il genio pare inclinato alla risolutione. La dimostrò nel salir sul trono, e la dimostra nel mantenersi. Se ben habbia infierito contro le vite de tanti, ancora non può decidersi se la crudeltà o la ragione di stato l’habbia spinto alle straggi; e se abituato per accidente nella fierezza, possa questa convertirsi in natura, et in un frequente anche non necessario esercitio di barbarie.
Dà segni di voler esser padrone non solo dell’Imperio, ma del governo. Legge con attenzione le vite di due grandi sultani, di Solimano e di Amurath 4º; questo celebre per il valore, quello per il valore, per la politica e per le leggi. Ama l’applicazione, e vuole spesso esser informato degl’affari.
Non riposa ciecamente come molti suoi antecessori negli arbitrii assoluti dei supremi visiri, essendo i presenti quasi ombre de passati, spogliati di quella maggior luce et autorità con cui gl’altri risplendevano. Da ciò, e da un certo istinto naturale di non facilmente sodisfarsi, se pure non vi s’unisce anco la forza di qualche interno partito, come a luoco proprio dirò, nasce il frequente cambiamento de primi visiri. Cinque differenti soggetti sono comparsi sopra la grandezza di quel nicchio, nel giro di soli tre anni d’imperio; impiegato questo tempo nel rassodar la corona sopra il capo, nel calmar l’interna inquietudine de sudditi, nel sopprimere i desiderii et i genii portati alle novità, non può ancora vedersi dove habbiano a piegar le massime di stato e qual habbia ad essere l’attività e la fortuna del regno presente. In tanto par che il sultano con previdenza prepari le basi necessarie e principali ad ogni dissegno, nei studii d’accumular il denaro. Sembra che l’amor dell’oro, il genio al risparmio formino per hora in lui la passione dominante: cerca quasi con eccedente e troppa minuta attentione di troncar i dispendii, e chiudendo le vie superflue all’uscita, procura render più affluente il concorso dell’oro negli erari del suo interno seraglio.
Ha l’animo parcamente disposto ai piaceri. Non ha ereditato quello del padre alle caccie, se pur la necessità di tener fisso il piede nella reggia di Costantinopoli, non ruina il genio e non lega l’arbitrio, esce spesso co’ suoi caicchi. Visita i suoi molti serragli, nobilitati più dalla presenza d’un tanto monarca che da insolite magnificenze, o nelle fabbriche o negli adobbi, che ben non sia poco il prezzo nel costruirli. Si compiace di vedere il gioco della zagaglia.
Ma più si compiacce di scender dalla sua alta sfera, e vestirsi della figura e delli habiti di persona privata; passeggia ben spesso incognito per le strade di Costantinopoli, amando d’intendere quello tra il popolo si parli di lui, de ministri, del governo. Cossì portato all’attione con vigilanza, che concilia stima et amore, non v’è riposo notturno, né il più rigido giaccio del verno che possa trattenerlo dall’accorrer personalmente agl’incendii, che frequenti succedono, in ogni luoco et in ogn’hora vi si trova, con l’authorità e timore della persona rende le fiamme men voraci, incalorendo chi opera alla loro estintione.
Nel numero di tante donne permesse dalla commoda legge, e destinate alle delizie d’un huomo solo, egli di poche si serve. Da queste ha ritratto la prole di tre maschi; ma periti successivamente, nel tempo del mio soggiorno i due primi, Mehemet e Isa, o sia Gesù, nome anco da quegli infedeli venerato, quando partii sopravviveva Alì, poco prima uscito alla luce. Ma poco doppo pur lui passò con breve periodo dall’Oriente all’Occaso, dalla culla al sepolcro. Così sin hora i principi viventi della reggia casa sono d’altra linea che della regnante: due figli di Mustafà, et uno di Achmet, secondo zio di questo sultano. È il soprannominato Ibrhaim, nell’età di circa quindeci anni, ma dalla natura tessuto con tempra non molto vigorosa, e con salute non perfetta.
Se ne primi tempi della monarchia i cadetti e principi del sangue vivevano in libertà, anzi godevano prerogative e governi di una o dell’altra provincia, doppo la gelosia del regno, fatta supperiore ad ogni legge di natura e di humanità, li condannava tutti alla carcere, poi alla morte. Adesso la ferocia di tanta politica resta, o per la tutella delle madri, o per il rispetto delle militie, o per l’animo men barbaro de regnanti alquanto mitigata.
Par che basti senza invehir contro la vita, condannar la libertà a qualche anche non tanto angusta custodia. Con tal forma vien osservato Ibrahim, per cui però forse non basterebbero tutti gli altri riguardi a diffenderlo dal destino più crudele, se non si temesse d’invitar la milizia, che par si mostri attenta alla di lui preservatione.
La validè, madre regina vive, non regna però sopra la volontà del figlio con tant’authorità come fece sopra quella dell’altro, se ben sia riverita, stimata e tal volta ascoltata. Hebbero sempre gran forza e gran credito in quella corte le madri de sultani, e spesso poterono anco erigersi in arbitre delle massime, e del comando.
Tra le donne, quelle che han la sorte d’esser feconde di prole virile, passano a trattamento migliore, et ad esser servite quasi come regine. Per i dispendii, per gli appannaggi e per certa gelosia di non haver appresso di sé persone come uguali, è di molto tempo in disuso che i sultani cuoprono le femine col splendore di tanta dignità. Sogliono solo ornarle col titolo di kasaki, o sia favorita.
Nell’altre corti si contano rari essempii de privati, o ministri favoriti, che attrahendo in sé stessi tutto il consiglio et ogni authorità, dispongono dei regni e dei regnanti. In quella di Costantinopoli però fu questo un costume familiare, anzi un methodo naturale di quel governo stabilito sopra fondamenti particolari, et in tutto stravaganti e diversi da quelli sopra quali si appoggia la duratione d’ogni altro principato. Può l’Impero ottomano attribuir al merito di tal prattica molte occasioni della sua grandezza, e lasciando i più lontani esempii, fu il primo visir della famiglia fatta fatta per lui famosa di Chiupruli quello che se ben non sapesse legger né scriver, governò nei tempi più remoti di sultan Ibrhaino, fece rissorger l’Impero dai molti disordini che lo turbavano, e morendo nel posto, fece lasciar il figlio herede della carica e del valore della sue massime.
Quello dunque che regge solo una sì vasta mole; da cui dipende il politico, il civile, il criminale, la distribuzione di tante cariche, il destino di tanti sudditi, la pace o la guerra de confinanti; quello per le di cui orecchie il re sente, per i di cui occhi il re vede, con la di cui lingua il re parla; quello che ascolta tutti, decide, arbitra sopra tutto; quello da cui dipende la gloria del sovrano e la fortuna dell’Impero è il primo visir.
Pare che di necessità una tanta macchina dimandi un forte Atlante, e debba esser un huomo per avanti molt’adoprato et una mente molto esperta e vigorosa, quella che ha da dividersi in tante parti et agire in tante funzioni tutte diverse, e tutte importanti. Ma quest’è l’ammirabile fortuna di quell’Impero. Imbrandisse tal volta la spada chi non ha arte né braccio; regola il scettro chi mai ha conosciuto comando et improvvisamente il favore o la stella converte un vapore in un primo pianetta.
Fu come giocoso ma significante il detto d’un ambasciatore persiano ritornato dalla Porta appresso il suo re. Questo lo interrogò sopra le forze de Turchi. Egli tacque, ma pressato di rispondere compendiò la sua rellatione nel dire che l’Impero ottomano era un molino, qual veniva girato hor da un destrier generoso, hor da un bue, hor da un asino, anche da un gallo. Da pregarsi perciò Dio che sia diretto dagl’ultimi e non dal primo; mentre in una forma tutto può, nell’altra poco vale. Il persiano scherzando cossì, volle parlare de primi visiri.
Non so qual titolo meriti o possa in avenir meritarsi il presente. Il suo nome è Alì, figlio d’un barbiere nella terra di Chiorlù, posta nelle vicinanze d’Andrianopoli. La sua vaghezza in tenera età per accidente lo fece osservare da sultan Mehemet, che lo condusse in seraglio, passandolo nelle camere de paggi. Ascese dall’una all’altra delle quatro, e sotto il passato sultan Mustafà giunse ad esser suo favorito nel grado distinto di selictar, che porta la spada. Lo seguitò nelle tre campagne d’Ongaria, e le fu compagno nel dolore e nella fuga dell’ultima. Lo consigliò nei tempi torbidi della rivolta di sodisfar i malcontenti con l’esilio dell’amato muftì. Questo, scoperta l’insidia, la sventò; sotto titolo d’honore lo allontanò dal fianco del sovrano. Fu estratto già quattr’anni dal Serraglio, e fatto visir di banca. Mandato pascià a Tripoli di Soria, governò poco tempo con poco applauso di quel paese. Ritornato alla corte, et al Divano nella mutatione che frequente succede de visiri, ha trovato la strada anco per il suo assendente. La regina madre lo appoggia, e la promessa che ha di haver in moglie una principessa, una figlia ancor giovane di sultan Mustafà, havrà cooperato al suo vantaggio.
Il sangue ottomano non si sparge, né si innesta fuor dell’Impero. Si dona a schiavi, che in tal modo si sollevano ben di sopra gli altri; ma restano sempre schiavi, e dipendenti dalla moglie, che gl’illustra, e con la sovrana authorità li comanda, o più tosto li opprime.
Questo dunque, d’età poco supperiore ai trent’anni, senz’alcuna esperienza, uscito già poco tempo da quella selva de pini del Serraglio, non dirò che sia fiera, ma un huomo assai superbo, rozzo e bisognoso di coltura. Nella suppositione di sapere, o nella gelosia di confessarsi per ignorante, sin hora sta fino nelle sue oppinioni. Una volta concepite le sposa, e non v’è ragione, industria né mezo che basti a fargliele repudiare. Se però il scalpello dà figura anche ai sassi, l’essercitio et il tempo potrebbe imprimere alcuna habilità in questo ministro, che per altro si mostra attento al negotio, assiduo all’udienze e non occupato da divertimenti. Se in un sentiero, ch’è lubrico, e dove i suoi precessori facilmente han dovuto cadere, egli potrà haver destrezza di ben reggersi e di durare, sarà forse capace di dissegni e d’intraprese. Il fervore de spiriti, che nasce dalla gioventù, la memoria d’haver veduta la faccia della guerra, possono dar stimoli alla mente, e all’animo coraggio. È perciò desiderabile che si verifichino i pronostichi dell’universale, che già poco applaudendo ai principii del suo governo provato rigido e stravagante, vorrebbe veder
quanto più presta la sue decadenza.
Par ch’egli spesso ascolti i consigli del vecchio Maurocordato, da lui forse conosciuto al tempo di Rami primo visir, sotto di cui nacque la sua fortuna, uscendo dal Serraglio e passando al Divano. Riesce però di maggior peso il credito del suo chiaià, huomo nato in Morea, d’apparenza cortese e falsa, d’animo maligno e d’oppinion vigorosa.
Non sono i chiaià, come già furono, ministri domestici della casa. Sono inalzati alla figura si può dir di secondi ministri dell’Impero, e principiarono a sollevarsi sotto il primo de visiri Chiuprulì. Hora dividono con li supremi visiri il peso, l’honore e gli avantaggi del governo. Sono gli interpreti, e talvolta i direttori, della volontà del patrone. Tengono appartamento, corte, audienza distinta, et i ministri forestieri in ogni negotio cercano d’informarli, ben disporli, e spesso per il loro canale incaminar le dimande ai visiri. Così l’ingerenza dei chiaus bassì e reis effendi, che sono gli antichi e naturali ministri, destinati dalla Porta al fianco di quei primi visiri, viene ristretta e meno apprezzata.
Se il presente visir havrà il potere di allontanar tutti gli emoli, come con decretto improviso ha mandato Osman visir di banca dalla cuba del Divano al passallaggio di Canea, si pianterà con maggior fermezza sopra la sua prima sede. Ma il lavoro e la fatica più grande le sarà il combattere dentro il Serraglio quel partito ch’è potente, e che domina dentro i reggi appartamenti.
Non è nuovo ma antico anco al tempo degl’imperatori cristiani in oriente, che regni in queste corti l’authorità d’huomini imperfetti, de mori, d’eunuchi. Da essi adesso quella del soffì di Persia è governata, e questa di Costantinopoli sente sempre la forza del chislar agà, huomo defforme, eunuco moro, custode delle donne. È alto il suo posto appresso il sultano. Questo non esce senza haver vicino l’altro; nelle funzioni solenni marchia prossimo al re, e sta coperto con turbante di figura simile a quella de visiri. Nell’interno ha l’orecchia del principe quando vuole, e vi guadagna spesso la volontà, perché da lui dipendono quelle che sogliono muovere il cuore: le femine.
Essendo però il chislar presente di corta habilità e di mente non capace, il suo iagigì, o sia segretario, domina sopra il padrone, e può anche sopra il sovrano. Qust’huomo è assai considerato. Gira il destino di molti affari, la sorte di molti soggetti, la dispositione di molte cariche. Tutti quelli di fuori lo temono; gli altri di dentro dipendono. Può assai, perché può non solo appresso il chislar, ma anco appresso il re, di cui anzi par favorito. Sarebbe asceso nella più alta sfera de visiri se havesso voluto, ma ama tenersi in quella più prossima al monarca con minor luce; non però con minore, ma forse maggior efficacia d’influsso.
Da questo principio si vuole che nasca l’incostanza del re sopra i suoi primi visiri, che con vicende tanto frequenti s’alzano, cadono e spesso si mutano. Furono sempre opposti i partiti e le fationi, esterne di visiri, interne del Serraglio. Queste vogliono aggire nella messe di quelli diretti dal primo visir, la di cui autorevole grandezza difficilmente tollera il freno e la dipendenza. Ressiste, combatte e tenta, se può, di vincere. Ma hora pare prevagliano i ministri interni, e per conservarsi l’ascendente han per massima di non lasciar che i visiri durando nel posto prendan radici di credito appresso il sovrano, il che in fine non potrebbe terminare che nella lor rovina.
Tall’è la lotta di quei ragiri, che ingombrano ogni corte, e che con i modi a loro particolari trionfano in quella dei barbari. Giova che continuino e che sopra quel theatro succeda la variatione di queste scene e sia breve la duration de visiri. L’amor proprio e la necessità vuole che donino i primi pensieri a sé stessi, a conoscer l’ampiezza della carica, a ben fermarsi nella medema, a sgombrarsi dagl’emoli e da pericoli. Così non può facilmente a loro restar tempo per più alte meditazioni e per disposizioni d’imprese.
Queste, eccellentissimi signori, sono le poche ruote, ma le principali, che muovono tutto il governo della corona ottomana e di quel grande impero. Il resto seguita l’impulso dei primi mobili, e non è che formalità e dipendenza.
Siede il reggio Divano non quatro volte, come ne tempi passati, ma due volte sole alla settimana: domenica e martedì. Coperto da una gelosia dentro ad una finestra, suole assistervi il sultano et incognito udire l’instanze de suoi sudditi. Sono in disuso gli antichi instituti di Solimano, sotto cui v’erano, oltre il supremo, sette visiri di banca, che formavano una consulta di stato; et avanti d’apprir la porta ai ricorsi di particolari tra essi si discutevano gli affari politici.
Hora è alterato il sistema delle persone e delle materie; di queste sono solo le private che s’introducono: memoriali, querelle de supplicanti che, doppo intese, si rimettono per informationi a cadileschieri, al Stambol effendi o ad altri magistrati a quali incombono.
I visiri che siedono sopra quei banchi sono ad arbitrio; ne trovai tre, ne lasciai uno. È questo il capitan bassà, huomo vecchio ma da pochi giorni portato a quel grado, senza esperienza del mare, se ben n’habbia il primo comando, e senza cognition di stato, se ben ammesso nel centro del governo. Le protettioni del Serraglio lo hanno promosso, e se sussiste la massima d’haver quasi solo la figura, non l’authorità de primi visiri, potrebbe per qualche giorno anche lui vestirsi di quella gran dignità.
I tefdertari, il nisangi, che marca il segno imperiale, siedono nelle seconde linee ai lati della cuba, et in piedi il chiaus bassì e reis effendi obbediscono a comandi del visir, oltre una molta turba de ministri della cancelleria.
Eccetuato il giovedì destinato all’ozio, al divertimento, alla quiete, in tutti gli altri giorni nella scalla del suo Serraglio tien il visir pubblico Divano. Appresso di sé poi secondo l’occasioni tiene conferenze di stato, nelle quali soglion intervenir il muftì, i visiri di banca che sono alla corte, il suo chiaià, il reis effendi, o sia cancellier grande. Sono però voti più consultivi che deliberativi, e dove gira l’opinione del supremo piegano per lo più i sentimenti servili degl’altri.
È però tra gli altri molto stimabile e rispettato il muftì. È notta l’autorità di questo giudice dell’Alcorano et interprete della legge, quando però il sovrano, che n’è l’oracolo, non la vuole interpretata a suo genio. Il presente vien lodato di molta giustizia, prudenza, considerazione. Ha opinioni propense al mantenimento della pace con principi cristiani. Il Gran Signore lo gradisce e lo ascolta.
Il ministero di quella corte adesso non conta altre teste di credito. La gelosia del comando vince ogn’altro affetto e sprezza ogn’altra legge. S’adombrò il visir dell’applauso che anche nel popolo s’andava conciliando Osman, visir di banca; se ben fosse amico suo, anzi compagno dei consigli e delle direttioni, improvvisamente lo esiliò dal Divano, mandandolo a governar la Canea. È dubbio che questo accreditato sogetto possa superare l’invidia, o restar sempre più ferito dalla medema.
Quanto lo permette una barbara mente, è egli proveduto d’habilità per il governo. Con qualche attentione raccoglie lo stato del mondo e si fissa negl’affari de principi stranieri. I Mauricordati sono tutti dipendenti, e tal volta con loro conferiva sopra cose di stato. Era di natura avverso per la religione al nome cristiano; professava genio rigido et elato, o sia che l’esperienza et il corso degli anni l’habbia istrutto, et amolito, o che finga dolcezza per meritarsi applausi. Pare di tempra diversa dalla passata. Lo visitai, lo blandii, e si mostrò cortese, come lo fece conoscer anco salutando il primo le pubbliche insegne quando passò al Tenedo per andar in regno di Candia. Per esser troppo stimato, si vuole che dal sovrano sia anco temuto; si teme che la forza del di lui genio non permetta quella moderatione e diligenza che adesso il Gran Signore ricerca per prima conditione in quelli che prescieglie al supremo ministero.
Se la corte è povera di ministri, l’imperio non è ricco di molti sogetti che siano dotati di grande mente. Tra questi ve ne sono d’habili, ma non è facile che voglia o possa riascendere chi una volta cadè.
Vivono cinque visiri deposti. Costume nuovo, quando in passato era lo stesso l’eclissi della fortuna e della vita. Era pericoloso che sopravivessero huomini mal contenti perché degradati. Hora, mutati i genii, par anzi che molti amino di goder in posti inferiori, ma più sicuri la tranquillità degl’anni che avanzano, et i commodi accumulati nel corso che loro toccò di maggior ascendente. Calalicos, huomo già noto, troppo vigoroso e rissoluto. Rami, ecconomo e troppo fino nella cabala. Numar visir in Candia, discendente dei Chiuprulì; non fu primo visir, ha però la stima dell’universale, che le da per sua maggiore prerogativa quella della giustitia e dell’osservanza della legge, perciò si giudica per degno più d’esser capo della religione che della politica, più muftì che visir.
Hassan beglerbeii et inquisitor generale nella Rumelia, passa in credito d’huomo molto capace nel politico e nel economico; ma per essersi pur lui meschiato tra i sollevati, e per esser creduto di testa assai gagliarda e risoluta, trova difficile la strada per giunger al primo comando.
Non si vede che spichino altri nomi, ma il temperamento di quel cielo produce facilmente nuove stelle, che si compongono di vapori. Negl’altri paesi i studii, gli impegni, lavorano i soggetti e formano i ministri. Là la scuola è il servitio. I servitori apprendono dai patroni et acquistano habilità per divenir patroni. Chi serve perché sia più attento e pontuale all’obbedienza suole star nella stessa stanza e vicino alla persona che vien servita. Così l’occasione porta frequenti gli incontri d’intendere, d’osservare e d’apprendere tutto ciò che può raffinar gli huomini et imprimer quella specie d’habilità che tra Turchi sia sufficiente. Di tal modo dai gradi di chiaià, o d’altri, escono d’improviso soggetti di nome ignoto. È stupore che riescano perché paiono del tutto nuovi al mondo, agli affari; non è però così, mentre nella scuola del servire han studiato qualche regola del comandare.
Oltre questi il reggio Serraglio, e l’erudizione e disciplina turchesca che s’impara per lunghi anni nel giro delle quatro camere de paggi produce soggetti, li promuove l’abilità o li esalta il favore; ma in tutti vi è un fondo di superbia, di supposizione e spesso d’ignoranza tale che vi si ricercano degli anni, degl’empiti e degli errori prima che la mente conosca il vero lume e senta il freno della ragione.
Questa, eccellentissimi signori, è la positura presente della corte, de ministri, de principi, del sovrano e dell’horoscopo sopra la di lui corona.
IMPERIO OSMANO
Se tutto ciò tesse la massima del capo deve succeder l’altra che forma il corpo di sì smisurato colosso, e i membri del grand’Impero ottomano. Non è la sola reggia di Costantinopoli quella che sia stata funesta alle vite de suoi sovrani, e non son soli i monarchi ottomani quelli che col piantar la loro ressidenza in altra sede habbian inteso di sotrarsi dagli empiti licentiosi, o del popolo o delle militie.
Mehemet 4º, memore delle tragedie successe al padre et al zio, per il furor delle genti di guerra, sotto titolo d’applicare al piacer delle caccie, pensò di proveder alla sua sicurezza trasportando li regii seragli in Andrianopoli. Pensò che la separatione dal luogo potrebbe dar campo alla forza et all’industria, per far argine alle popolari e militari invasioni, de quali Costantinopoli è sempre la pronta e seditiosa officina.
Mustafà il figlio ereditò la massima, ma non la fortuna, mentre una tal rissolutione fabricò o le cause o i pretesti al suo precipitio. Così il presente sultano, fatto saggio sopra gli altrui pericoli, appena acclamato in Andrianopoli, passò a coronarsi et a vivere in Costantinopoli.
Vive e regna in quella grande e maestosa città, che regina delle città negl’antichi secoli fu intitolata. Era insignita da tutti li vantaggi della natura, e li ornamenti dell’arte nell’unione di tante opere e statue celebri che, trasferite dall’Italia e lavorate da tanti dotti scalpelli della Grecia, rendevano le sue piazze musei insigni di cose mirabili e di sassi preciosi.
Restano solo adesso i vantaggi, distinti però e singolari, con quali la natura ha voluto facilitar quei siti, che sono veramente meraviglie dell’occhio. Perché restasse più appagato e sorpreso, converrebbe senza troppo accostarlo tenerlo in proportionata distanza, come si fa anco con certe figure da vedersi solo lontane. Due venti due mari, due parti del mondo che si fan specchio un’all’altra. Sette placidi colli, molti sobborghi, selva immensa di case che, eminenti l’una sopra dell’altra, formano più città, o per meglio dire, spiegano più teatri. Circuito grande d’antiche mura. Porto ampio, occupato senza confusione dal comercio di molti legni e di molte lontane nationi che ivi concorrono. Paese ubertoso. Cielo clemente. Popolo di numero grande, se ben inferiore alla fama. Infine buon nido di mali uccelli. Questa è Costantinopoli. Ma se doppo l’occhio vi gira il piede, tra il di fuori e il di dentro, tra il lontano e il vicino, non vi è concerto, non vi si trova somiglianza. Boschi de sassi, che segnano immensi sepolcri. Non strade, non piazze, non case di magnificenza. Alcune colonne e pochi fragmenti, reliquie dell’antichità par che deplorino lo stato presente, e ricordino con dolore il passato.
Il legno e le materie poco durabili che tessono le case aprono spesso gran piazza alla voracità delle fiamme. Il vasto popolo, l’abbandono delle diligenze, il modo del vivere, la qualità del pascersi e le saiche dell’Egitto fomentan troppo frequentemente gl’empiti d’un’altra furia, le stragi di peste, che s’alternano con quelle del foco. Al mio giunger viddi non ancor cessati li spettacoli di una venefica e ben estraordinaria influenza, che in poco più di tre mesi haveva estinto più di 100 mila persone.
Se non fossero profanate dall’empio culto le reggie moschee, sarebbero machine insigni da celebrarsi con profusa lode. Solide, ampie e magnifiche nella struttura; ricche nelle rendite, frequentate per cinque volte al giorno dalla superstiziosa pietà di quegl’infedeli; circondate da 14, 15 colleggi et hospitalli. Questi per soccorrer gli infermi, quelli per erudir i giovani nella rettorica, nella filosofia, nelle matematiche, et in tutte quelle cose che si sapevano già cent’anni, non essendo a Turchi ancor gionta la notitia dell’ultimo sforzo degl’ingegni nelle moderne dottrine.
Sono quasi uniformi nel dissegno, eccetto Santa Sofia. Rimane questa con la sua antica superba architettura, e fa pianger chi la vede, spogliata degl’altari, dedicati al vero nume, deformata in tante sacre figure, sfigurate, se ben non del tutto abollite e deturpate con l’inscrittioni e col nome di quel falso proffeta.
Da questo gran centro stendono i sultani lo scetro alla tant’allargata circonferenza de loro dominii.
Doppo la repubblica di Roma, niun monarca fu padrone di tanta terra, comandò a tanto mondo. Non era mal incaminato il lavoro per fondar la quinta dell’universali monarchie. Ma la provida omnipotenza, doppo haversi servito delle barbare mani per flagelo ai peccati del suo popolo, par che voglia troncato il fillo alla lor tessitura et arrenato il corso di navigatione troppo propitia.
Fu la fortuna, congionta al valore, quella che nel volo d’un secolo e mezo solamente portò il nome ottomano all’apice della grandezza e del terrore.
Tre imperatori furono li architeti dell’alta macchina, Mehemet, Selino e Solimano, col sogiogar Costantinopoli, l’Egitto e l’Ongaria. Doppo non parve più cossì rapido il corso de gran trionfi. Anzi, essendo legge di natura ch’il violente non duri, e che facilmente s’abbassi ciò che celermente s’aggrandi; nei principii del passato secolo del 1600 cominciò a sentir anco quel grande corpo le sue debolezze. Apparvero queste sotto Mehemet 3º, et i successivi monarchi, che furono cinque nel giro breve di 28 anni. All’hora essendo confuso il governo, disordinato il consiglio, povero l’erario, torbide le militie, Dio invitò, ma inutilmente, i principi cristiani a colpire chi principiava a cadere. Nel 1630 fu Amurat 4º che con il suo genio forte e guerriero, e con la felicità della guerra persiana restituì alla sua corona la riputatione e la gloria. Ma un tal vigore di governo e di fortuna non durò doppo la sua morte, se ben trionfarono i Turchi, per disgratia del cristianesimo, sopra Candia. Ella fu acquistata a gran prezzo di tempo, d’oro e di sangue. Perché l’Impero non haveva più cossì fermi i fondamenti o del suo potere, o del suo destino; furono inutili, anzi infelici i tentativi di Carà Mustafà contro Cesare e contro Vienna. Così doppo la serie di tante imprese coronate d’allori han dovuto spuntar i cipressi nelle straggi e nelle perdite dell’ultima guerra e dell’ultima pace.
È però vero che come del colosso di Rhodi fu detto ch’era maraviglioso se ben giacente, cossì può dirsi dell’Impero ottomano, che resti immenso anche doppo la recisione di qualche suo membro. Se vien misurato con la linea di mare, circonda esso con suoi stati la maggior estesa del Mediterraneo, e vi gira quasi per 8 mila miglia dai confini della Dalmazia sin a quelli dello stretto e del oceano. Se vi si confronta l’altra di terra, quanti paesi, quante provincie, quanti regni in tutte le parti del mondo, Affrica, Asia et Europa, gemono sotto il giogo. Ma per ben animar un sì gran corpo, bensì unito e continuato, ma molto diffuso e prolungato, vi vuol l’autthorità d’un gran spirito. È quasi impossibile che le machine grandi non s’aggravino col proprio peso, e che in parti tanto diverse e tanto distanti possa giungervi un calore così efficace, che vi conservi la salute e vi divertisca l’intemperie.
L’Asia è paese povero de popoli e scarso di rendite; copioso de ladri, fecondo de ribelli; sparso di nationi vagabonde, et habitanti sotto le tende; non ben governato da comandanti troppo lontani dall’occhio del sovrano; pregiudicato ancora dai danni, che nelle guerre di Persia le inferirono tutti gl’esserciti, gl’inimici e gl’amici. Il solo Egito dà proventi al regio erario, supplisse alle spese proprie, produce un’opulenta messe al governo de suoi pascià. Non sarebbe però tale se non lo fecondassero l’inondationi del suo Nillo, che a differenza degl’altri fiumi arichisce, non distruge le campagne quando le cuopre.
Per altro, nell’estesa ampia di quei paesi vi cresce spesso la zizania e le ribellioni. Sono varie le sementi da quali nascono. In alcuni popoli che vivono sotto principi particolari, e dalla Porta investiti del comando, come i Turcomanni, i sceriffi della Mecca, discendenti di Mahometto, i Giorgiani, i Mingrelli, et altri, regna no le concordie tra le faccioni di quelli che vorebbero obbedire più ad uno che ad un altro. In altri, che intieramente dipendono, spesso vi sono dei malcontenti contro i pascià che li governano. Spesso anco questi compariscono malcontenti della Porta. Il timore delle frequenti mutationi che sopra di essi si fanno, e la facilità che per la distanza tengono di sotrarsi dall’insidie degl’emoli e dai pericoli della corte, li rende arditi e contumaci. Così o per l’una o per l’altra causa, la quiete e l’obbedienza è sovente turbata. Vi si ricerca l’unione dei pascià fedeli e delle truppe di quei confini, o per componere o per domare.
Ma per la buona sorte di quell’Impero, sono tutti questi per il più fochi di paglia, che celermente s’accendono e si estinguono. La forza o l’inganno con le blanditie, vince o piega i primi autori. Infine il laccio et il ferro tronca ogni orditura, e nell’affare di stato dovendosi dar corpo anco alle più dubbie gelosie, basta esser sospetto per divenir reo, e degno dell’ultimo e più pronto castigo. Cossì se la fiamma nasce, non cresce, né per essa vi è quella materia solida, quell’aderenza interna, quell’appoggio esterno che negl’altri stati rende lunghi e fattali i movimenti de sudditi e l’alienatione de grandi.
Il riguardo della religione rende sopra tutte moleste l’infestationi degl’Arabi. Furono sempre numerosi e veloci. Hora si trovano anco proveduti d’armi da fuoco, di qualche cannone e principiano a conoscer alcun ordine di militia. Puotero già poco tempo impadronirsi della mercantile città di Bassora, e col rompere diversi condotti di acqua far perir molte truppe ottomane, che li cercavano per combatterli. Havevano adesso per capo uno degl’emiri, huomo mal contento, uscito di Gerusalemme, nemico di quel pascià, cercava di vendicarsi anche col danno della città stessa. Si fanno spesso padroni del viaggio a Turchi sacro della Mecca, rendendo mal sicuro il passaggio delle carovane, che numerose di 70 mila e più pellegrini in ogn’anno transitano per quei deserti.
Van questi per il tempo del Bairam picciolo alla Mecca. Ivi sacrificano il carban, cioè amazzano dei castrati nella città stessa d’Abram, che ivi ancora sussiste. Venerano il nome di quel patriarca, e con tall’atto proffano ramemorano il di lui santo sacrifitio. In tanto i serifi, capi della religione e patroni di quel loco, proffitano molto della superstitiosa credenza nel falso proffeta. Distribuiscono in fragmenti, come pretiose reliquie a devoti, che a caro prezzo li comprano, la fassa et una portiera, quali a nome del Gran Signore si mandano annualmente dal Cairo per coprir il sepolcro di Mahometto nella città di Medina.
Se ben grandi, sono minori di quelli di Asia li stati d’Europpa. È però maggior l’importanza del loro possesso, mentre in essi sta quella strada sopra di cui gli Ottomani dissegnarono i più vasti progressi della loro grandezza. Nella spopolatione, et in una tal qual faccia di miseria, mostrano anco questi le cattene della loro schiavitù. Ma tra essi, specialmente la Servia, la Bulgaria, la Bossina, l’Albania tengono ancora assai profonde le ferite ricevute dall’armi cesaree, che vi penetrarono ben avanti col ferro, col fuoco e con le prede. Per i giusti decretti dell’onnopotenza della serie de dominii ottomani, sono abboliti i nomi dell’Ungheria e della Morea, con l’essersi da quella troppo superba corona slegate due gioie delle più pretiose che l’arricchissero.
Nell’Ungheria non han perso Turchi l’oro, ma il ferro. Non ritrahevan rendite, ma truppe, mentre in essa si mantenevano più di 40 mila ben agueriti soldati. Nella Morea eran oppulenti li appannaggi della regina madre; v’era alcuna forza terrestre, e la maritima consisteva nell’armo di cinque galere. Essendo poi, l’uno e l’altro regno, l’ultime linee di terra e di mare che fossero le più avanzate nell’Europa contro il Cristianesimo, il danno delle conseguenze, il pregiuditio agl’oggetti di stato si fa supperiore ad ogn’altro discapito. Messi nella bilancia i dominii, devono ponderarsi i loro sostegni formati dalle massime, dalle forze, dagl’erarii e dalle corrispondenze.
Con ragione il governo politico vien paragonato al corso massimo d’una nave, che non lascia visibili le strade del suo viaggio, esposte a tutti i venti e che per varii et opposti bordi guadagna il destinato porto.
Non ostante però l’incerta e varia flutuatione delle massime, ve ne sono alcune cossì universali e cossì necessarie ch’elle sempre regnano, e sempre sono le basi immutabili degl’imperii.
Cossì l’ottomano dura sopra quelle regole violenti, ma principali, che trassero il loro temperamento dal ferro e dall’armi tra quali nacque. Le leggi martiali fan la miglior parte della scienza politica; le civili non han vigore se non per man della spada. Le leggi, i costumi, la maniera del vivere si conformano ad un governo militare. Tutte le cose s’esequiscono d’un moto violento e precipitoso. L’è regola consueta che una cosa si consideri con i mezi co’ quali nacque; un impero prodotto dall’armi e dalla guerra non può esser nodrito e conservato dalle massime di dolcezza e di pace. Perciò la potestà assoluta e senza limiti, retta dalla sola volontà del monarca, che spesso si converte in violenza et in crudeltà. La cieca obbedienza de sudditi avvezzi e contenti di tutta la servitù. Il credersi schiavi nella vita, negli haveri, negli arbitrii. La fede nel destino e la credenza di morir martiri gloriosi e degni dei premii del cielo, quando muoiono o in guerra, nel regio servitio, o in altro modo per il regio comando. Sono i poli dell’Impero et i vincoli più forti di quel governo. Concorre a renderlo obbedito e temuto anco la religione politica che sacra del mendace et accorto proffetta Mahometto, che nacque e principiò a seminar la sua falsa dottrina in una terra vicina alla sorgente della vera religione, al luogo dove nacque il vero Dio.
La perfetta obedienza ai cenni del principe s’impara da sudditi più come un principio di coscienza che di stato. Le favole et i dogmi dell’Arcorano sono inventati con li oggetti soli del mondo, non del cielo. Perciò si concessero ampii confini all’uso delle donne, acciò crescere il numero de popoli, e con la forza di questi aumentasse il numero delle conquiste e la mole dell’imperio. Si tessè il corpo di tutta quella religione con un lavoro di mosaico, per attirar con allettamenti il concorso all’empia e nuova setta, e si presero molte pietre, cioè vi s’inserirono o per le cerimonie o per la dottrina molti punti ricevuti dalle due legge antecedenti di Moisè e di Cristo nostro Dio e Redentore, a cui in mezo a tante menzogne non sanno negare tutta la verità. Li lasciano grand’attributi non solo di proffetta, ma d’immortale nel Paradiso, di spirito di Dio, nato di vergine e giudice di tutti, anco di Mahometto, al fine del mondo. Li negano però l’essenza principale d’huomo Dio.
In forza dunque d’una tal legge estraordinaria, confusa e violenta, i prencipi si fecero padroni della vita e dei beni di tutti i sudditi. Tutto ciò che si conquistava con il poter della spada era patrimonio della corona, unicamente destinato all’uso et alla proprietà del principe. Questo poi, per atto di sua clemenza, ne diramò ne’ sudditi il godimento dell’usufrutto, senza cedere il diretto e principale dominio. Quasi sole con vicende d’arbitrio sparge e ritira i raggi di sua beneficenza, hor vestendo la luce, hor abbandonando alle tenebre la terra et i popoli sottoposti.
FORZE TERRESTRI DE SPAHI E GIANIZZARI
Le regole d’una tale distributiva, formò il primo piano della militia e l’institutione dei timari, la facile unione degl’eserciti.
Cossì l’abbondanza del numero, la prontezza del raccoglierlo e la facilità del rimetterlo furono le prerogative distinte delle forze terrestri nell’Impero ottomano. Pare adesso che, quella prima e principale conditione della quantità rissenta i pregiuditii del tempo e dell’humane pur troppo facili alterationi.
Com’in ogni principato, cossì anco in quelo de Turchi sono due, com’è noto, gli ordini della militia. In fanteria de giannizzere e cavalleria de spahi, nella quale sta il maggior numero delle truppe et il maggior corpo delli esserciti.
Questi spahi sono mantenuti o col denaro, o col terreno; perciò in due classi sono divisi, di paga e di timaro. Questi poi subdivisi in timaro semplice e ziamet, che unisce al maggior profitto il maggior peso ancora. Il nome di timaro significa l’assegnatione dal paese infeudato, qual con i gradi della rendita obbliga i possessori a servir in guerra con minor o maggior numero di spade, come più volte fu descritto et esposto nell’eccellentissimo Senato. Un tale instituto fu politico insieme e militare. Nello stesso tempo che stabiliva il fondo a soldati, perché fossero sempre pagati e sempre pronti, proteggeva e conservava i popoli, guardati con carità come proprii, più dai possessori dei terreni che dai supremi comandanti delle provincie.
Ma se il tempo ha quella mano potente, che fabrica e distrugge, e con perpetuo moto girando tutto fra vicende, non lascia lungamente alcuna cosa stabile sopra lo stesso piede, l’età presente mostra diversità dalle passate nel numero di queste genti. Si dicevano già che ascendessero a più di 150 mila; ma per la desolatione de paesi, per l’appannaggio a molte sultane, per l’usurpatione de ministri e per l’alienatione in molti d’esporsi ai travagli della guerra, hora molti timari, essendo perduti, distrutti et indisposti, s’è scemato il loro numero, e con esso quello delle militie. Se bene non sia facile né sicuro il calcolo, non giungeranno ai 100 mila. Nelle congiunture poi di raccoglierli per le attioni, molte fraudi, molti pretesti e l’obbligo ancora di non spogliar i confini di tutti i pressidii, lascia per gl’esserciti assai inferior l’unione.
Gl’altri spahi di paga, mantenuti con i stipendii del reggio erario, saran circa 30 mila nei rolli, e meno nel tempo del servitio. In ogni paese v’è campo all’inganno, all’interesse et alla malitiosa industria, maneggiata con l’oro e con gli uffitii.
Se il numero della cavalleria è diminuito, è accresciuto quello dell’infanteria. Se però il valore solo è dotte della qualità delle genti, posson dirsi aumentati i giannizzari ma non accresciuta la forza all’Impero et agl’esserciti. Eran nella prima origine soli 12 mila, ma scielti e con lunga et esata disciplina agguerriti. Figli di tributo, che per forza consignati da sudditi cristiani, di tanti in tanti anni si rapivano dalla casa e dalla fede per donarli ai seragli et addestrarli nell’arti della guerra. Adesso saranno 40 mila ne registri, ma anch’essi usando l’arti et i scansi fugono i cimenti della guerra, e negl’esserciti se ne conteranno pochi più di 20 mila. Son perdute poi e neglete tutte quelle regole che li resero famosi e forti; s’occupan in lavori mecanici, vivono vicini alle lor case, sono figli per lo più de turchi. Non apprendono alcun esercitio militare, e sono istromenti pronti a machinar tumulti contro il governo e contro il sovrano.
Sono distribuiti in 166 camere, che significa regimenti, composti di vario numero. Quelli che permangono nella reggia di Costantinopoli passeranno i dieci milla. Han i loro quartieri assai ben regolati e nobili, ma servon questi al solo ricovero, non alla disciplina. Mai maneggiano il moschetto; rari quelli che talvolta si compiacciono di tirar al segno; e l’arma antica, e più delle altre a Turchi grata, se ben tanto dismessa, è lo scocco della freccia con l’arco.
I loro sorvazi, o sian colonelli, arricchiscon la tenuità del loro stipendio con piazze morte, e con altre industrie compensano ciò che tributano al loro agà; così i giannizzari sono rubbati dai sorvazi, et i sorvazi dall’agà, ch’è il suo generale.
Nelle funtioni pubbliche degl’esteri ministri dentr’i corti li del Serraglio, o distesi sotto i portici, o spicati a rapire il loro chiorbà, fan pompa di potere d’intorno la corona del sultano. Quasi come li antichi pretoriani furono introdotti per custodi della quiete pubblica, e della sicurezza al sovrano; ma degenerò il genio, si mutò l’esercito, si corruppe il temperamento. I giannizzari, se ben emoli e tal volta insanguinati nemici de spahi, hora uniti ad essi, et hora soli, balzarono i principi ottomani dal trono. I Turchi divisi son schiavi che volontariamente portano pesantissime catenne; ma uniti et acquistando la gran forza, che sempre è compagna della moltitudine, qual è un potentato de regi più potente, fanno in sé stessi la catastrofe; di servi diventan padroni; dominan le regie e sovrastano alle corone dei loro monarchi.
Fu perciò pensiere d’alcuni sultani, e lo studiava assai Mehemet IV di distruggere una militia che fu spesse volte nemica al loro splendore, et al loro sangue ancora. Ma tra i dissegni caduti con l’infelice impresa di Vienna rovinò anco questo; e così dura una reciproca gelosia di queste principali militie con la corte, della corte con le militie.
Nei rolli delle medesime entrano pure gli 8 mila zebezi, o sian armaroli, li 4 mila topzi, che son bombardieri, e molti arnauti sceimeni, cioè albanesi, che formando le guardie a visiri destinati al campo, servono anch’essi alle fazzioni d’infanteria.
Tutta questa massa unita al seguito di tutte l’arti per soccorrer i bisogni, a tutti i servitori di tanti comandanti, a tutti quelli che aspirano a succedere ne posti degl’estinti, accompagnata dall’ampia estesa dei ricchi e vastissimi padiglioni, espone all’occhio, alla fama et all’universal apprensione, oggetti terrebili d’esserciti immensi di numero, et eccedenti di forza. Tuttavia né il numero, né la forza corrisponde all’apparenza. Si restringono assai, e forse alla quarta parte di tutto il corpo, il numero di quelli che trattano l’armi et agiscono nella guerra. Si suol dire che appena arrivassero a 90 mila i soldati che travagliavano nel memorabile assedio di Vienna. E pure l’unione di quell’essercito grande, e forse il maggiore che da molto tempo fosse uscito dal potere dell’Impero, fu opera di lunghe preventioni, e di tutti li sforzi.
Apunto quei sforzi furon l’ultime cause et i principii di questa qual ella si sia declinatione. Le truppe migliori et agguerrite perirono; le presenti son nuove, non conoscono travaglio, né guerra, né sono ammaestrate d’alcun essercitio. Mancarono pure capi più esperti, et adesso non si saprebbe chi nominare per il più istrutto nell’arte militare, e per il più capace di guidare il destino d’un impegno e d’una guerra.
Il presente agà de giannizzeri non è nemmeno huomo militare. È però grato alle sue militie per la soavità, e per esser da esse uscito, et asceso dai gradi inferiori a quello ch’è il supremo.
Se ben tutto ciò formi grande et essentiale difetto, ad ogni modo non è questo l’argine che solo possa fermar gl’empiti delle rissolutioni, quando il barbaro gabinetto volesse concepirle. I Turchi nascon soldati prima di farsi. Il coraggio insito nel cuore, prodotto dal temperamento e dal costume, e fomentato più che dalla speranza del premio dal timor del castigo, fa che facilmente si scrivano militie nuove, e che nella specie della lor disciplina facilmente imparino e passino alla qualità, come di vecchi soldati. Perciò a momenti negl’istessi esserciti, quando succedono i svantaggi di qualche attione, trovano gli Ottomani il modo di reclutare le truppe facendo passar alle fazioni et assumendo nel rango de soldati li servitori gl’inutili e gl’oziosi. I generali son prodotti et habilitati dal favore, dal fasto e dalle sole prime cognitioni dell’arte: vince o perde poi la sproportione del numero, o il destino dei principati.
FORTEZZE
Quando o maggiori eran li esserciti, o era più propitio l’influsso della loro fortuna, solevano fidar i Turchi la custodia de paesi e delle conquiste al solo valor della spada, senza curarsi d’inalzar in fronte d’essi gli argini delle fortezze. Doppo qualche tempo, pare. che la ragione del buon governo consigli quell’applicatione che prima si negligeva, e che si cerchi di rinforzar le difese degl’huomini con i parapetti delle muraglie. Perciò in diverse piazze si travaglia per accrescerle o restaurarle. I cimenti poi della guerra di Candia, sempre sfortunati in mare, insegnarono a chiuder dupplicatamente il passaggio a Costantinopoli, con aggiunger i nuovi ai vecchi castelli. Ogniuno d’essi però pare più forte per la famma e per l’altrui apprensione che per la propria diffesa. Molti pezzi di grande artiglieria collocata a fior di acqua, e il rapido e contrario corso di quell’acque, custodiscono l’angusto transito di quel canale; ma le torri poco forti di quei pocco grossi e non terrapienati recinti, et i cannoni lasciati senza letto, e per questo non atti a repplicar con celerità la seconda scarica, son svantaggi che uniti a diverse imperfettioni di quei siti, e di quei lavori, possono scemar le difficoltà al coraggio, o di tentar il passo col favore di vento propitio, o d’abbatterne l’ostacolo con i sbarchi e con l’espugnationi.
È questa la sola fortificatione avvanzata per la difesa della reggia, del re, del centro dell’Impero e della insigne città. Son troppo antiche e troppo rovinose le sue torri, e le sue se ben triplici mura dalla parte di terra; nel fianco poi dell’acqua, se ben lungo la riva fuori del seraglio sian preparati senza i loro letti 63 pezzi di varia grandezza, che i migliori stiano all’opposta spiaggia del Topanà, con pochi altri dentro la torre di Leandro, situata in faccia al porto. Ad ogni modo tutto questo non ritarderebbe gl’insulti, che da una forza felice e risoluta fossero fulminati.
Doppo ch’è cresciuta la stima de moscoviti anco nel canale verso il Mar Nero, si sono aumentati i ripari, et oltre i castelli antichi se ne sono eretti de nuovi nelle sborature verso il mare, e si sono muniti con non poca artiglieria.
Credono però i Turchi d’haver alzato la diffesa più valida in siti più avvanzati sopra una punta della Krimea; nel breve spatio di tre anni s’è fabricata una non debole fortezza, pressidiata da molti ranghi di batterie con più di 100 cannoni. Nella spiaggia opposta dell’Asia, da una lingua di terra si stende un molo che curvandosi in arco per lunghezza quasi di 4 miglia stringe la strada alla navigatione, et obligha i legni a passar sotto il fuoco della nuova piazza. Credesi però che un tal lavoro lungamente non possa ressistere contro l’attione della natura e del mare. Tra alcune palificate si gettarono cassoni di pietre, coperti dall’acque, ma alcuni d’essi pare che già si profondino oltre la misura disposta, e rendano otioso et inutile il loro impiego. L’adoperato ingegnere è quel Galopo, che doppo l’abbandono del publico servitio, fu abbandonato da Dio. Cossì col forte, che per Negroponte fu di tanta conseguenza sul Carababà, e con il proffitto d’altri impieghi, porta egli il turbante, e si rende benemerito alla Porta.
FORZE MARITIME
Se la qualità delle piazze, il numero e valore delle truppe forma il braccio delle forze terrestri, dalle marittime l’altro è composto, et è quello da cui principalmente resta maneggiata la spada, quando ella s’impugna contro Vostra Serenità. Importa perciò assai d’esaminarne il suo vigore.
Ne tempi decorsi dicevano i Turchi che Dio, dividendo la fortuna del mondo, ad essi haveva concesso quella della terra, lasciando a Cristiani l’altra del mare. Le loro armate erano ben copiose di legni, massime quando dovevano affrontarsi con quelle della Repubblica, e con l’altre della Spagna, allhora potente. I conflitti però eran sconfitte, e quanti furono i cimenti negl’anni gloriosi di Candia, tanti furono i trofei delle pubbliche temute insegne. Ma non so qual stella habbia cangiato gl’influssi, habbia alterato le virtù e fatto divenir i Turchi non più deboli, imperiti e perdenti, ma forti, esperti e capaci di ben disputar le vittorie nel mare. Forse è nato il genio, o s’è migliorato il destino, doppo che gli ottomani, seguendo gl’essempi dell’altre nationi, han dato nuova figura a loro armamenti et alle loro armate. Anticamente il primo nervo di queste stava nelle galere; eran accessorii le navi. I principi cristiani han creduto proficuo di cambiar l’ordine, facendo diventar l’accessorio principale, et il principale l’accessorio. Hora s’impiega lo sforzo del potere, e si pone la maggior forza nelle navi, se ben nel maneggio d’esse tanto domini la fortuna, con gl’incerti vantaggi o gl’insuperabili pregiuditii del vento, con l’oppositione delle calme, e con la fatalità casuale degl’incendi, ne men tal volta uguali per ambi le parti; più pernitiosi degl’interessi conflitti com’infelicemente lo provò l’armata di Vostra Serenità, che di tal modo nel corso della guerra passata perse il pretioso capitale di nove vascelli.
In tanto, con felicità di fortuna e d’intuito, n’han preso i Turchi l’imitatione. Essi, in altri tempi, appena conoscevano i vascelli; quelli tenevano erano da carico, et ad uso del commercio per Alessandria et Egitto, i Barbareschi soli poco forti e timidi dei discapiti eran chiamati a rinforzo. Quando il signore di Duquesne con la squadra della Corona insultò mal opportunamente la fortezza di Scio, viddero i Turchi le grosse navi di Francia. Le ammirarono. Se ne invaghirono, e fu allhora ch’entrò in capo il pensiero d’armarsi anch’essi con navi.
Cossì principiarono a nascere et a fabbricarsi le sultane. La necessità dell’ultima guerra con Vostra Serenità incalorì l’applicatione. Prima n’uscirono sei, poi nove; indi, trovando l’uso sempre più vantaggioso al potere et all’honore, han i Turchi insistito nei lavori. Adesso in faccia de loro arsenali se ne vede una lunga linea, et ancorato il numero di 27, dalle quali si dice salvata la riputation dell’Imperio nelle passate ultime contingenze.
Queste sono di varia grandezza e di diversa qualità. Tre di vastissima mole dette di tre ponti, di due batterie e di due coperte, con 120 sin 124 pezzi di grosso calibro, tra quali anco alcuni petrieri. Quindeci di primo rango dai 60, sin 70, 76 et 80 pezzi, tutti con le solite degradationi dell’armo, ma di calibro grande e corrispondente al corpo pur grande de legni. Questi però in tempo di pace e di minor bisogno, com’il presente, non portano tutti tutta la forza, né per i cannoni né per gli huomini, uscendo molti d’essi proveduti in figura solo di secondo rango. I rimanenti poi son inferiori nella grandezza, e sempre guarniti di minore artiglieria. Tra essi ve ne sono due con portelli ad uso de remi; sono posti questi tra quelli dei cannoni. Dicesi però che riescono inutili e d’aiuto non sufficiente nella remora delle bonacce.
La qualità pure e la consistenza di tutti questi legni non è uguale. Dei tre maggiori, quello che serve il capitan bassà Mezomorto nei suoi danni, mostra le sostenute battaglie et il suo servitio; è non poco scavezzo, e non sarebbe atto ad un impiego simile al passato. Gli altri due son di fabrica nuova; mai usciti al mare, ma forse poco utili, et in stato peggiore del primo. Furono spalmati nella campagna decorsa, e nel loro fondo vi si trovarono gravi pregiuditii, infracidito il legno in alcuna parte, e li capi maestri dissero che particolarmente uno sarebbe mal sicuro per esporlo alla navigatione et al cimento.
Nelle quindeci di primo rango, sei logorate dal tempo e dalle lunghe e calde occasioni della corsa guerra si dicono assolutamente inhabili. Anzi, si parlò di disfarle e valersi di molte cose per la nuova fabrica d’altre sei. L’uso del legname mal stagionato, o reciso in tempi non opportuni, fu et è l’antico diffetto che mai fu regolato dall’attentione e dalla diligenza. Ad un tale pregiuditio può aggiungersi l’altro del sito a cui stan legate le navi poco utili alla loro lunga conservatione. Sono nel porto attracate alle rive dell’Arsenale, dove arrivando la corrente di alcune acque dolci poco lontane, e mischiandosi con le salse che ivi sono stagnanti, forma un letto et una materia di corruzzione ai legni. Quella situazione sta pur esposta ad altro pericolo; mentr’essendo i vascelli tutti uniti e schierati in una linea, qualche fortuito caso di fuoco produrebbe gran rischio di veder in poche hore consummata l’opra di lunghi anni e di molti tesori.
Quell’Arsenale non è il più nobile, né il più provisto, né il più sicuro. Non è un recinto, ma è un’estesa sopra la spiaggia del porto di molti squeri, o sian volti, coperti alcuni, altri scoperti, et abbandonati. Di molto numero, perché anticamente servivano al deposito delle molte galere che componevano l’armate ottomane. Vi sono dietro d’essi alcuni magazzeni per ricovero degl’armizi e delle provisioni, ma non v’è cosa che spichi con singolarità e con pompa, o di cautella o d’abbondanza.
Vi è il suo nicchio per la fabrica de vascelli. Questi però si costruiscono anco in altra parte, et a Sinop, 500 miglia da Costantinopoli, su le terre dell’Asia, vi sono arsenali, maestranze e boschi. I boschi, e là et altrove, son dalla natura piantati in luoghi commodi ai tagli et agl’imbarchi. Son copiosi di grossi legni, per poter con essi sopra la grossezza delle colombe gettar la destributione degl’altri, co quali s’alza la fabrica di quelle sultane distinte per la loro grandezza. Dallo stesso luogo di Sinop, dall’isole dell’Arcipelago e d’altre parti, facilmente si raccolgono maestranze, anche più di 10 mila s’occorressero.
I capi maestri non abbondano, ma non mancano greci, et assai capaci. Per migliori si nominano due sciotti, et uno da Parisi, chiamati Michel e Janni i primi, Agustin il terzo.
Cossì quando si vuole con celerità si lavora, et all’occhio paiono assai agiustate le proportioni che si danno a quei vascelli. Quando partii niente s’operava, e restava giacente at abbandonato un principio di gran nave, già pronta in cantier, che perfettionata sarebbe supperiore anco alle tre prime.
Nella vastità di tant’Impero, non mancano luochi da dove facilmente possan trarsi l’occorrenze per gl’apprestamenti, per gli armizi e per i pressidii di queste navi. Per gl’armizi, vengono le materie dal Mar Nero, e si lavorano in Galata. Dal Mar Nero pure, da Salonichi et da Varna viene il ferro, e nell’istesso luoco di Galata si battono l’ancore. La ferramenta sottile si prepara da zingari appresso il medesimo Arsenale. Le telle tessute di bombaso e lino legiere, et atte alle gran velle, de quali si servono, si travagliano alli Castelli. Le pegola, catrame e rasa provien dal Mar Bianco. Da Tarso il salnitro, da Natolia e d’altri parti; e la polvere si fabrica a Gallipoli, et anco a Costantinopoli, a Chatanà et alle Sette Torri. Da Castanbolli, 700 miglia discosto, in Natolia, vengono solferi e rame; da Rumelia molto metalo per fonder cannoni, per cui sempre lavora la casa del Topanà in Costantinopoli, e provede quando bisogna agl’esserciti di terra, et all’armate di mare. In Costantinopoli pure, dentro un edifizio prossimo all’Acque Dolci, si gettan quando bisogna bombe e balle. Adesso era chiuso et ozioso.
Quando l’armamento delle navi versava fra i maggiori disordini e l’esperienza de suoi principii, grand’era il consumo degl’apprestamenti. Le velle et il resto quasi si rinovava in ogn’anno. Il mal uso, e la fraude ancora, concorrevano alla distruzzione. Da Barbareschi Turchi han appreso un miglior governo, et hora l’attenzione si mostra più accurata; si cerca il risparmio, né si logora tutto con la passata celerità.
Se ben però in alcune cose vi si sia introdotta la regola, resta tuttavia aperto in molt’altre il campo alla confusione, al maneggio non fedele, et agl’indiretti e ben lucrosi profitti dei comandanti e dei ministri. Dicesi che per tali cause i lavori dell’Arsenale costino annuali tesori al regio erario, e che di questi la maggior parte si rubbi, la minore s’impieghi. Non è meno moderato il dispendio nel mantenimento di quelle navi che hora si trovano armate. In ogni campagna per farle uscire convien senza dilatione pagarle. Il denaro più pronto in esse resta consumato. Cossì tal volta se ne dolgono i giannizzari; per essi spesso ritardan i stipendii, e loro accusano la dispersione nelle navi, che si chiamano predilette e privileggiate sopra le militie.
Tutti gli huomini ch’hora le pressidiano, oltre qualche poco numero de schiavi destinati al maneggio delle vele, servono agl’uffitii di soldati e di marinai, e si chiamano leventi. Sono genti di Natolia, da dove com’anco da Smirne, dall’isole dell’Arcipelago, e da Costantinopoli medesima si potrebbe con facilità haver quel maggior numero che occorresse per un armo pronto di tutti i legni che son disarmati. Il loro soldo è dai 14 sin ai 18 aspri al giorno. Nel principio della campagna, quando escono, se li fa una paga di sei mesi con 26 reali, oltre un’onza, che è libre due e meza, di biscotto al giorno, due misure di riso et altretante di lente per tutto quel tempo.
I capitani poi sono turchi, greci e rinegati. Havran mille reali all’anno di stipendio. Non son sproveduti di peritia nel navigare, et è regionevole che questa non manchi appresso una nazione sparsa per tante spiegge d’intorno il mare, e che da esso naturalmente ricava gli alimenti et i commodi della vita. I comandanti che si distinguono nell’habilità non sono molti. Tre sono le prime insegne delle navi: la Capitana, la Patrona, la Reale. La prima hora è inalzata da Janun Hoggià, nativo di Morea. Ne’ suoi primi anni servì et imparò appresso i Barbareschi. Fu schiavo sopra le pubbliche galere, dove non fu maltrattato. Si riscatò, e nel tempo presente, con industria del suo accorto talento, va avanzando la sua fortuna. Intende sufficientemente il mare. Può esser di qualch’esperientia anco per la guerra. Mostra amicitia con i veneti ministri alla Porta, e spesso chiede d’esser, ma con discretta misura, regalato.
Ibrahim Hoggià comanda la Patrona. Il favor del seraglio lo sollevò, se ben sia senza gran prattica. Maggiore la tiene Soliman Hoggià da Smirne, ch’è sopra la Reale.
Il maiorchino rinagato, che fu ultimamente capitano delle navi, in di lui luoco successe Janus Hoggià, passa per huomo di non poco valore e conoscenza del mestiere; ma essendo stato deposto, e parendo il Gran Signore diffidente di tutti quelli che furono cristiani, non è facile che ritorni al servitio et al commando. Il cenno sopradetto de schiavi m’obbliga d’accompagnare con sensi di dolore l’infelicità del loro destino. Sopra quelle cattene non potè giunger il raggio della pace. Quantunque parlin per la loro libertà gli impegni sacri, et espressi delle capitolationi, ressistono gl’infedeli ad osservar la fede. Da principio v’era un ostacolo; adesso un altro, ed è il maggiore. Pareva già che le navi fossero ben servite dalla pratica di questi infelici, perciò si cercarono pretesti per non privarsene. Ma l’influenza della natura, con le malatie e l’ultima tanto feroce del contaggio, ha rapito ciò che si negò di concedere. La maggior parte è perita, et hora molto pochi sono i schiavi veneti sopra le sultane. Cossì il numero maggiore rimane sopra le beilere, che dai loro bei meglio sono governate e costodite. Essendo i schiavi capitali delle loro ciurme, e patrimonii della loro fortune, non posson esser levati senza risarcimento. Questo porterebbe un non scarso dispendio, che la corte non ama di fare, né si cura di comprar col medesimo il respiro di tanti monsulmani, che anch’essi con la loro vicenda nell’armata di Vostra Serenità sospirano il giorno di veder la libertà e la Patria.
Concorre ad accrescer le difficoltà la presente ristrettezza de schiavi in Costantinopoli, che ne tempi passati era un emporio ripieno de miserabili, rapiti da più mari, e mandati da più paesi a vivere tra le fatiche, et a piangere il loro funesto destino.
L’ultima pace, frenando le scorrerie de Tartari contro Polachi e Moscoviti, ha chiuso i campi, ch’erano i più fecondi della tragica messe. Un’urgenza però ne farebbe con l’oro ritrovar in Costantinopoli dentro le case private, dove tutti i servitori, essendo schiavi comprati, i patroni per tempo limitato non potrebbero negar il noleggio e l’imprestido.
Intanto anche il sultano ne prova la penuria, mentre nell’anno scorso non haveva nel suo bagno, ch’è la sentina della miseria e la conserva degl’infelici, numero che bastasse ad armar la galea bastarda. Molto maggiore sarebbe il bisogno, se fossero, come ancora non sono, rifabricate l’altre due galere, che pur sono pubbliche, terzana chiaià, cioè del provveditore di armata, e idecha, cioè del chiaià del capitan pascià, perdute nell’ultima tempesta al Mar Nero.
Delle galere e dell’armata sottile, molto ne parlavano l’antiche relationi; pocco ne devon discorrer le presenti, mutata la scena e alterate l’applicationi, come s’è detto. Non si vedono più le galere chimate zaccale, ch’eran armate a spese del Gran Signore, e non erano le più leste né le migliori.
Le beilere sono 20. Sono queste, com’è noto, appannaggi, rendite, uffitii destinati a particolari soggetti dell’isole dell’Arcipelago; spesso passando l’impiego dal padre al figlio diventan patrimonii delle case. Al Gran Signore non costano che l’assegnamento annuale di 12 in 15 mila reali, distinato sopra qualche rendita, o di Arcipelago o di altrove. Pochi cannoni, pochi remi si somministrano al bei nel primo armo. Rimane poi a di lui obbligo tutto il dispendio del legno, degl’armizi e d’ogni altra occorrenza, con l’aggravio di raccoglier e mantener la ciurma, e pagar ancora i leventi per custodia della medema.
Il capitan pascià, quando esce in mare, monta sopra la bastarda, col stipendio di 80 borse all’anno, che ritrahe dall’Arcipelago. Ma se in tempi di guerra passate sopra le navi, come fecce Mezomorto il pascià di Rhodi, per privileggio di quell’isola commanderebbe le galere.
Nel numero de legni sotili devono esser registrate anco 22 galeote grandi, da 14 sino ai 18 banchi. La loro fabrica è nuova di pochi anni, e il loro uso pare destinato al serviggio de vascelli nell’occasioni di guerra, par valersi di esse invece delle galere con maggior facilità e minor rischio al rimorchio delle navi nei tempi di calma, e negl’incontri delle battaglie, come fu pratticato nell’ultime campagne.
Se ben questi sian anni di pace, in ogni campagna non si lascia di far sortire l’armata grossa e sotile, composta però di numero moderato di legni. A titolo d’operare nella fortezza della Krimea, di restaurare altra al Boristhene, il capitan pascià con le galere andò negl’anni scorsi in Mar Nero. Dodici sultane tessevano l’acque del Bianco, divise in due squadre; una portava soccorsi nall’Egitto, e da esso riceveva le carovane che introducono il commercio e l’abbondanza a Costantinopoli, l’altra, girando in più lati, cercava di fugar o predar legni corsari, che riescono molto infesti al decoro dell’Imperio, alla sicurezza de sudditi e alla libertà della regia. Nell’anno decorso quattro piccioli legni cristiani caderono nel potere di questa squadra; furono da Turchi convertiti in uso loro, et in questa campagna passarono con le loro galere in Mar Nero.
Anco in quella lontana parte riverbera con danno la fiamma degl’incendi di tanta guerra in Europa. Gli armatori di Francia, d’Inghilterra, d’Olanda s’inoltrano da pertutto per sparger hostilità et insidiar il reciproco commercio. Non van essenti dalle lor corse e rapine l’acque più interne dell’Arcipelago, le più prossime ai stessi castelli. Se sopra i legni nemici s’incontrano persone o robbe de sudditi ottomani, soggiacciono a spogli et a pericoli. La Porta spesso si dolse con li ministri di quelle nazioni; pretese rissarcimenti; voleva prescriver leggi e termini alla loro navigatione, ma gli uffitii e le proteste furono innutili. Obediscono anco i Turchi al comando della necessità, e non sprezzano quel potere ch’è supperiore.
Si rendono molesti i Maltesi, che si van facendo numerosi e forti, tanto i legni corsari quanto quelli della Religione. I primi tra vascelli e tartane saranno undeci, che navigano e infestano con bandiera di Malta. I secondi della Religione sono sin hora tre, munito ognuno con più di 60 pezzi. Sono gelosi i Turchi del loro approdo alle spiaggie della Morea. Scrissi ne dispacii il discorso meco del capitano delle navi; fu molto osservabile nella corsa campagna il di lui passaggio con le sultane, a capo Sant’Angelo, e l’incontro con i nostri vascelli. Si rende perciò e prudente e necessaria ogn’avvertenza per tener lontani quei legni da siti osservabili, per sgombrar dalla Porta i motivi alle querelle et i pretesti a qualche torbida rissolutione.
Chiuderò l’esame delle forze maritime col riflesso che nemeno per la direttione di queste si vede tra Turchi soggetto che sia distinto per l’esperienza e per il valore, onde possa esser giudicato capace di comando sul mare quando si offerissero le congionture. Il presente capitan pascià n’è intieramente ignaro, passato ad una proffessione per lui incognita dagl’uffitii del seraglio, dove haveva il posto di capigilar chiaiassì, o sia camerier maggiore del sultano.
Però ne’ mesi passati, nel tempo d’un casuale incendio noturno dentro un magazeno degl’arsenali Abduraman capitan pascià rinnegato francese perì per l’insidia degl’emoli, per il genio troppo pubblico della sua natione, e per un impetuoso comando del sultano, che lo fece immediatamente strozzare, quasi reo di negligenza e colpevole del successo. Dicesi che doppo il re se ne pentisse, conoscendolo huomo fervido, prattico e per il solo che fosse uguale ad un gran comando. Non ostante tale diffetto, gl’essempi passati mostrano che la fortuna, per gran tempo compagna degl’Ottomani, fece che spesso trionfassero gli huomini senza esser soldati, e che felicemente dirigessero anche i commandanti inesperti.
ERARIO
Se le forze terrestri e maritime sono le braccia del potere, il nervo di queste braccia è il dinaro; anzi, dalle venne dell’erario escono quei spiriti vitali che rendono più o meno animato e robusto il corpo di tutti i principati.
I Casnà, detti di dentro e di fuori, con assegnamenti separati e destianti ad usi diversi, formano il regio erario. La ricchezza però non eguaglia la vastità de dominii, più tosto si proportiona al non abbondante numero de sudditi, quali scarsamente riempiono la terra che li comprende. Tuttavia più divitiose sarebbero le rendite se non fossero distratte quelle dei timari distribuiti alla militia, quali calcolati anco sopra gl’estimi antichi, credesi che vagliano più di 30 millioni all’anno.
Per quanto indaghi la diligenza, fu sempre incerto, confuso et oscuro il computar le precise somme del pubblico patrimonio. Passa per molte cariche, tra sé stesse disgionte. In molti e remoti luoghi si raccoglie, si disperde e s’impiega. Si vuole perciò che nemmeno i tefderdari, o sian tesorieri, sapino il vero computo del tutto, mentre Costantinopoli è centro d’una circonferenza troppo ampia e distacata.
La portione però che giunge alla regia et entra nel doppio erario, può esser solo considerata. Quella che confluisce nel Casnà ch’è di fuori dell’interno seraglio è composta di fiumi che vi concorrono con corso naturale e regolato; et anco di torrenti che si gonfiano e si dissecano con moto violento et in congiunture di tempesta. I primi sono le contributioni de sudditi; i secondi le morti, li spogli e la barbara alchimia di spremer dalle teste recise i fonti dell’oro.
Le contributioni paiono augmentate dalle vecchie somme. Si scrisse già che non oltrepassassero gli otto millioni di reali; adesso si crede arrivino a borse 25 mila, che importa quasi 13 millioni, senza però comprender li assegnamenti della regina madre e del chislar agà, che non poco rillevano. L’avantaggio nasce d’alcuni datii, o instituiti o accresciuti, come sopra il caffè, il tabacco et altro, e dal miglior ordine introdotto nell’essatione del carazo, ch’è la parte principale di tutte le rendite; è quell’aggravio a cui non soccombono i Turchi, ma solo i Greci, Armeni, gl’Ebrei et i Turchi che han stabilito la loro residenza dentro i confini dell’Impero. Si vuole che nel numero delle 25 mila borse, il carazo ne riempia 10 mila, obbligate non più come negli anni caduti le ville, ma sottoposta ogni testa, secondo i gradi della sua fortuna, di pagar dall’uno sin ai quatro cecchini. Ne’ tempi però più remoti di Solimano questo peso, se ben minore, rendeva molto maggior il profitto, mentre quantunque la tassa non potesse ecceder i due cecchini, se ne cavavano con 70 mila borse 35 millioni. Una tal e ben essentiale varietà fa conoscer il gran pregiuditio che da quei tempi a questi il corso del tempo ha prodotto nella popolatione de paesi, e nel numero de sudditi, ch’è la vera sorgente della grandezza e dell’opulenza de principi.
Non mancherebbe però agl’Ottomani il modo d’aprir nuovi fonti, et accrescer all’erario le vene dell’oro, con impor quei datii che non vi sono sopra il sale, oglio, grano e molti dei comestibili. Ma la loro legge, in alcune cose severa et osservata, non permette che s’aggravi quello ch’è necessario per l’uso della vita.
Ben la vita stessa de sudditi, de grandi e de ministri è un capitale del regio patrimonio. O le morti, o ispogli spesso l’arricchiscono. Chi ha sostenuto impieghi per il più non può andar essente da revisioni, e da prigionie, e dalla necessità di placar hora la giustitia, hora la tirana avidità del sovrano col sacrifitio migliore delle sue fortune. Queste si dicono tributi tutti dovuti al principe, mentre si sono ammassate con la mano di quei ministeri che dal principe furono consegnati. Cossì quando si sente l’urgenza di proveder dinaro, dalle depositioni di qualche ministro, come da pronta et aperta maniera si può riaverlo. Fu levato ultimamente il sigilo al passato primo visir Mehemet, e si fecero passar tra le porte il di lui chiaià, et un ebreo sensale dei contratti et altri; si promosse un rendimento de costi, ma in fine con l’esborso di 400 mila reali furono essi astretti a salvar la vita e la libertà.
Di tal modo, per canali retti et obliqui giunge l’oro in questo Casnà di fuori. Egli però non soprabonda; anzia la sua raccolta riesce non poco inferiore al cumulo de dispendii. Cossì quella corte, se ben ripiena di superbia e di ostentatione, sente le sue fiachezze nel calor vitale, e spesso prova grave mancanza di quel dinaro ch’è lo spirito di tutte l’operationi.
Anco là, se ben a fronte di tanti pericoli e degl’ultimi eccidii, non temono d’introdursi le fraudi e la mala fede di chi maneggia. Si dice, se ben può esser senza tutto il fondamento, che delle tre parti delle regie entrate, una sia rubata dal tefterdar, l’altra dai secondi ministri e la terza dagl’inferiori, che da queste tre parti poi se n’estraga una moderata portione per i bisogni dell’Impero.
Le paghe annuali de giannizzeri, spahi et altre militie rillevano più di 4 mila borse, cioè due millioni. Il mantenimento delle navi, il loro armo e la loro fabrica molto vale, per quello costa, per quello si disperde e per quello si rubba. Il Serraglio per il vestito e nutrimento di tanti huomini, e tante donne, consumma somme grandi. Al fin d’ogn’anno riuscendo più ampia la porta dell’uscita che quella dell’entrata, ne rissulta il sbilancio, il difetto e l’impotenza di far tutto quello sarebbe del bisogno, e del desiderio.
Talvolta la forza del bisogno non lascia che si rispettino nemmeno i capitali, se ben sacri, delle moschee. Il presente sultano quando fu assunto, trovando esausto ogni rivo, non risparmiò i depositi delle medesime, che stavano custoditi nel luogo chiuso del Besesten.
Se poi il corso lungo della guerra passata in tante parti sostenuta, habbia molto consunto, non resta però l’erario per tal causa eccedentemente oppresso. Si dice che ne men allhora la spesa passasse le 24 mila borse all’anno, e che al tempo della pace i debiti contrati non importassero più di 12 millioni, che questi al presente o sono estinti, o tanto defalcati, e diramati in molti che non se ne sente, o non se ne vuole sentire, il peso. L’auttorità congionta alla violenza facilmente impone il sillentio alle dimande, et alle querelle ancora. Si destinarono i creditori con assegnamenti in parti lontane; quei passà, doppo haverli stancati con dillationi, negavano di tener ordeni dalla Porta. Cossì retrocedendo a Costantinopoli chi era creditor del pubblico trovava per gran fortuna, s’incontrava il modo d’allienar il suo credito a particolari, vendendo il molto per poco. In tal modo diffalcate le somme, elle restano nelle mani di chi col tempo e col favore ottiene di rissarcirsi con vantaggio.
Quantunque però non abbondi il denaro, le rendite non siano supperiori, anzi inferiori all’ordinario mantenimento di pace, ad ogni modo non mancano alla Porta i mezi di raccoglier con prontezza quanto fosse necessario a provedere i principii d’una nuova guerra. Non sarebbe difficile che i sudditi anticipassero le contributioni d’un anno. L’estraordinaria gravezza, chiamata il sursat, imposta sopra tutto l’Impero, rende quatro millioni, e possono esser esatti con brevità. Si tengono sempre pagate e pronte le militie et alcune navi, onde se ben non vi si fosse tutta la pienezza della facilità, non vi sarebbe nemeno tutta la penuria et impotenza per habilitarsi alla rissolutione di nuovamente impugnar le armi.
Questi sono i proventi, gli obblighi e gl’estraordinarii soccorsi del Casnà di fuori, che passa sotto la direttione de tefderdari. Ma d’altra natura è l’assegnamento, l’impiego et i ministri del Casnà detto di dentro, perché custodito nell’interno della reggia del seraglio, dove habita la persona e la corte più confidente del sultano.
È questo Casnà un deposito risservato per suffragar in casi di necessità i dispendii dell’altro, e per custodir con esso nell’estreme urgenze, la vita e la corona del monarca.
Entra ogn’anno nel medesimo il tributo del Cairo, che non è più composto di 600 mila cecchini, come fu anticamente; hora si riducono a soli 900 mila reali, ch’è la terza parte di quello rende l’Egito, impiegate l’altre due nell’occorrenze di quei paesi, e degl’altri della Mecca e di Medina.
I doni, che sono tributi frequenti e necessarii d’ogni fiume a quel mare; i spogli, che sono sacrifitii di vitime spesso conservate a perder la vita e le fortune, sono altri rivi che di tempo in tempo introducono non poche ricchezze in quel occulte conserve.
Se però vien detto che l’economia sia una grand’entrata, presentemente anco questa abbonda nel genio del sultano, che come si disse ama l’oro e con avido studio lo raccoglie e dispensa. Se tal è l’affetto nell’età sua di gioventù, può credersi che cresca l’inclinatione con l’età matura, che naturalmente suol riuscire più amica del risparmio.
Nel secretto di quei ripostigli, non è facile che l’occhio dell’indagatore giunga con certezza a discernere le vere somme della raccolta. L’antecedenti successive mutationi de più sultani, con esse l’obbligho dei ricchi indispensabili donativi alle militie, gli impegni gravosi e necessarii dell’ultima guerra, lasciarono probabilmente l’erario in una grand’esaustezza. Cossì quanto v’è in denaro non è che ammasso di poco tempo, qual va crescendo con la giornaliera attentione di accumulare. Vien perciò detto, ma incertamente, che sin hora possa il Gran Signore haver unito più di quatro millioni di reali. Le geme antiche della corona e le nuove, che si donano, gl’arnesi gioielati di molti cavalli, e gl’ornamenti de turbanti, de vesti, di sciable, forman gran numero; in molta parte però più distinto per la quantità che per la perfettione e per il valore. Son ostentationi di pompa e di grandezza agl’occhi di chi rimira, non opulenze ai bisogni di chi possiede.
Tutti gli erari però sarebbero dottati di ricchezza maggiore se ai doni, che la natura dispensa alla terra et al cielo di quei vasti paesi, vi fosse aggionta l’arte e l’industria. Con questa ampliarebbero i Turchi a sé stessi il comercio, lo restringerebbero alle nationi forestiere, conservando nel suo possesso il giro del traffico e la propria moneta.
Rami, primo visir, andava meditando idee ecconomiche, che già con celerità messe all’opera pareva promettessero un florido progresso. Fatti venir da Salonichi, et altri luoghi, operai e lane, intendeva piantar fabriche di panina, che se fosse riuscita haverebbe assai ferito il negotio dell’Inghilterra e della Francia.
Si riduce ad essere quasi l’unico comercio de Turchi quello dell’Egitto, da dove tragono con le loro saiche e carovane il riso, poi il caffè et il tabacco, nascendo da queste due nere materie, col vederle e col gustarle, la delitia più frequente di quei barbari costumi.
Tali ristrette sorgenti non possono sparger nell’universale commodi et affluenze, rari essendo anche quelli che sian felici nel tramandar a posteri l’heredità delle lor fortune, che tutte son patrimonii del principe tiranno, non dei sudditi schiavi; né succede per questa et altre cause che vi siano tra Turchi poche ricchezze. Naturalmente erano dediti alla frugalità, all’uso del solo necessario, con poco dispendio per vestiti e per vivere. Hora però con il corso ordinario di tutte le cose humane, si van mutando i genii, va serpendo il lusso, la vaghezza delle vesti, l’ornamento de seragli e delle case, il gusto del mangiare, ch’è frequente e non è moderato. Cossì ampliandosi il campo alle spese, ma non crescendo il fondo alle rendite, si fa sempre maggiore il bisogno, l’avidità del raccogliere, l’insolenza mai sacia del dimandare o del pretendere, e la necessità quasi di sussistere sopra i doni degl’altri, divenuti perciò istromenti indispensabili a qualunque operatione in una città, a cui può appropriarsi il detto d’un antico autore sopra l’antica Roma: urbem venalem si haberet emptorem.
Concorre ad accrescer la ristrettezza la penuria di moneta, che non abbonda. Quando il tefterdar per le paghe delle militie, o d’altro, unisce 2 mila borse, se ne sente il diffetto in Costantinopoli, sin tanto che col moto suo circolare ritorni il dinaro ad uscire da dove entrò. Dei due pretiosi mettali, l’oro suol esser in Persia trasportato; l’argento s’introduce meno che in passato. Sollevano i Francesi dalle rive dell’Asia, dall’Europa e dall’Arcipelago ricever formenti, lasciando pezze sivigliane; anco questa strada è chiusa hora che le guerre tra le nationi spargono dapertuto pericoli et impedimenti.
CHIESE GRECHE, ARMENE, LATINE
Mancando però il comercio nelle cose che sarebbero possibili, e che sarebbero più utili, l’interesse de primari ministri fa che diventi materia di traffico quella che dovrebbe esser solo occasione di rispetto e di culto. Quest’è la nostra adorabile religione, che i Turchi con più modi cercano di render a sé stessi lucrosa. Son d’oro le chiavi che aprono i luoghi sacrosanti di Gerusaleme, perché i Turchi, che ne custodiscono l’ingresso, ne vendono la permissione ai pellegrini.
In Costantinopoli sopra nationi e riti diversi, si fabrican vanie, si piantono estorsioni e si spremono profitti.
La Chiesa greca e l’elettione di quei patriarchi era in passato più agitata e vilipesa di quello è il presente. Hora, o per la protettione di Mauro Cordato, o per altra industria, le nomine sono più regolate e legitime; i papà eleggono e la Porta conferma. Non è così dei patriarchi armeni che spesso si mutano, e con gravi esborsi appresso i primi visiri e i loro chiaià, s’incalzano e si deprimono vicendevolmente i soggetti delle due fattioni, cattolica et eretica. La cattolica è la men numerosa, ma la più viva, perché abbraccia i soggetti più dovitiosi. Non è tale l’altra, che seguita le false dottrine d’Eucherio e d’Ario, ma ben si è la più popolata e più potente. Prevalse nel promover già alcuni anni quel suo patriarca Avedich, dichiarato non solo patriarca di Costantinopoli ma anco di Gerusaleme, essendo lui scismatico e molto nemico de cattolici. Poi questo superarono nel farlo deponere, sostituendo altro del loro partito. Occorsa poi con la direttione dell’ambasciator di Francia la prigionia strepitosa dell’Avedich, et il suo trasporto in Sicilia, sono insorti quei reclami, quei maneggi e le schiavitù di tanti cattolici, che furono rifferite nei dispatii. Tutto quest’invilupo ad ognuna delle parti costò molt’oro, e formò una pretiosa messe de profitti ai regii ministri. Possono somministrarli gl’Armeni, abondanti nel numero et opulenti nella ricchezza, che tragono dalla Persia e dal giro del loro traffico in molte parti dillatato. È il medesimo supperiore a quello degl’Ebrei, se ben anco questi in Costantinopoli siano copiosi nelle famiglie, dediti al negotio, sensali de contratti, introdotti in ogni porta con l’arti solite di quelli genti raminghe, infedeli e da Dio castigate con flagello che non si sospende. Il poco numero de Franchi, o siano Lattini cattolici romani, non dà largo campo nell’emolumenti né alle vessationi. Queste però tal volta non mancano, e nella guerra scorsa dovè provarle in Galata la chiesa cattadrale di San Francesco, rissorta dagl’incendi con l’impegno della pubblica pietà, fatta perciò ius patronato di Vostra Serenità, hora abolito perché resta essa convertita in uso d’empia moschea; è nominata della validè, o sia della presente regina madre, che l’ha restaurata e dottata.
Se ne parlò al congresso di Carlowitz, e doppo ancora; ma proffanate quelle pietre dal Mahomettismo, non possono più consacrarsi. È insuperabile la ricupera, e solo i Turchi esibiscono la fabrica d’altra chiesa, quando si trovi fondo che altre volte habbia servito a tal uso. Questo però o non si cerca, o non si trova, e resta otioso il zelo de padri minori conventuali, che dentro un ospitio secretto in Pera attendono o mano o congiontura che mova l’affare. Si conservano essi obbedienti, e dedicati alla pubblica protettione.
Non così fecero i padri di San Domenico nella chiesa di San Pietro in Galata, che se ben fosse della pubblica protettione per gl’antichi titoli e ragioni, hanno preteso da una poca pensione sospesa; pochi giorni avanti il mio arrivo alla corte con sollenità e consiglio non lodabile rinunciarono il patrocinio di Vostra Serenità, rassegnandosi a quello della Francia. Affettano gli ambasciatori di quella corona con studio eccedente, e non plausibile di rendersi gli unichi protettori della cattolica religione, non solo in Costantinopoli ma in tutto il Levante, e non volentieri vedono la compagnia del pubblico nome, se ben gl’impegni tanto antichi e fervidi del medesimo fan conoscere il merito acquistato e la ragione di conservarlo.
Nell’altre due chiese però de padri giesuiti e capucini, che forman con l’altra di San Pietro il numero di tre in Galata, e che sono sotto la protettione della Francia, e tutte servite da padri di quella natione. In alcuni giorni festivi soglioni sin hora col seguito delle corti pubblicamente intervenirvi uniti gl’ambasciatori della Francia e di Vostra Serenità, il che fa conoscere al popolo l’unione della pietà, e dell’assistenza ancora.
Nella contrada di Pera si celebrano pubbliche cerimonie solo nell’altra chiesa de capucini francesi, ch’è inclusa dentro la stessa casa dell’ambasciatore. Per altro s’essercita privatamente il sacro uffitio nei tre ospitii cattolici de minori conventuali, come si disse, de padri francescani, detti di Terrasanta, e de padri riformati, che l’ufficiano col titolo di parochia. Questi han pur essi lasciato per causa delle corse guerre la pubblica protettione, ricovrandosi con scandalo sotto quella dell’ambasciator d’Olanda. Roma lo sa, e non lo remedia, come se si rimediasse l’abuso di qualch’altra cosa, servirebbe a mantener più l’essemplarità e quell’edificatione ch’è necessaria a fronte del Mahomettismo, venerato con apparenze di severo culto.
Quanto sin hora resta discorso dall’imperfettione di questi fogli, tutto eccellentissimi signori, spiega la facia, lo stato presente della corte e dell’Impero. Della corte doppo le sue interne rivolte, dell’Impero doppo le sue estreme sconfite, assunti che da principio li proposi per sfera al raconto, e che con atenta indagatione cercai di condurli, et insieme concatenarli.
CORRISPONDENZA CON PRINCIPI
Se però la cognitione de tempi, passato e presente, sono due face che giovano a scoprir qualche strada negl’oscuri giuditii dell’avvenire, parrebbe che hora dovesse l’esame inoltrarsi ad alcun pronostico delle future massime e consigli della Porta ottomana. Tuttavia sarà questo un discorso sempre difficile et incerto, esposto a dubietà et a falacie. Quel barbaro gabinetto, dominato dalle tanto frequenti mutationi de suoi ministri; quell’elevatione de seggetti per lo più inesperti e posseduti da un temperamento superbo e fiero, non può permettere una fondata discussione sopra i loro pensieri. Il valersi della ragione per ponderarli può esser anzi la strada dell’inganno che allontani dalla verità, non solo dalla ragione e dal serviggio della corona, ma anche o dall’empito del genio o dall’amor del particolare interesse possono nascere le rissolutioni di guerra o di pace.
Si rende perciò spesso necessario di meditar più tosto sopra gli affetti e gl’interessi de supremi visiri, che sopra quelli del sultano e della sua monarchia; ma essendo poi i supremi visiri statue che ad ogni soffio di cadono dai loro nichi, riesce cossì ogni giuditio sottoposto all’alterationi et al successivo incontro di dover riformarlo, tra continue perplessità e confusioni.
Ben conosce il governo alcuni principii di massime infalibili, che l’Impero è nato e nodrito tra l’armi, ch’è cresciuto non tanto per la debolezza, quanto per la discordia de principi cristiani; che quest’hora più che mai arde, e più che mai è propitia per redimere la grandezza e la riputatione ecclissata dai passati successi, che coll’orio lungo si perderebbe la disciplina e l’inclinatione alla guerra, e sarebbero feconde le sementi della zizania, dell’inobedienza e delle seditioni.
Tutto questo è ben compreso dal gabinetto ottomano, e non ostante durano sin hora i consigli di pace e di restar immobili spetatori degl’altrui movimenti.
La vera ragione di un tal non sperato contegno può ben esser indagata con più riflessi, ma non è facile che sia stabilita con una sicura cognitione. Cossì piaccia all’alta providenza di Dio, che lungamente si mantenga l’occasione d’un tanto quesito e d’un dubio discorso.
Quanto avanti la meravigliosa vittoria d’Hochstett in Allemagna, l’imperator Leopoldo agitava nuovamente tra sommi pericoli, stretto in un fianco dall’ardire dell’elettore di Baviera, e nell’altro da quello dei ribelli dell’Ongheria, viddero i Turchi aperta una gran scena alla loro fortuna, e non la produssero.
Se ben le circostanze presenti non siano uguali alle passate, ad ogni modo continua ad essere un gagliardo diversivo agl’impegni dell’imperator Giuseppe la stessa ribellione degl’Ungheri, fuoco in cui potentamente vi soffia la Francia, che con l’oro e con l’assistenza d’offitiali va nodrendo la materia alle fiamme.
Il principe Ragozzi, che trahe il suo sangue da vene che furono sempre gonfie di torbidi spiriti, è il capo e l’anima d’un corpo non debole. Fu contumace e molesto il Techeli, ma i seguaci non eran molti, perché era ristretto il confine dell’Ongheria cesarea. Questa adesso, tanto ampliata, comprende maggior numero de popoli, e per conseguenza di nemici all’imperator; è gente naturalemente poco atta all’uso regolato dell’armi, ma il principe li avezza, li essercita et ogni campagna dà occasione di sempre meglio conoscere la faccia della guerra. Non manca il ferro, e per supplire all’oro col tener le truppe pagate e contente, il Ragozzi fa correr e valere monete di rame, che segnate dal suo impronto acquistan prezzo. Si spende più di quello vale, il commercio lo riceve et il soldato vive e si veste.
La Porta vede gl’apparati, sente i progressi; ma o che non li creda costanti, o li aspetti maggiori e più inoltrati a differenza del costume passato mostra scrupolosa indiferenza. Si fa sorda a tutti li eccitamenti che le porta il Ragozzi, assistito dagl’uffitii efficaci dell’ambasciator cristianissimo. Scrissi le risposte che a questo diedero i visiri, passato e presente. Dichiarò ognuno la fede dovuta alla pace con Cesare al trattato di Carlowitz, aggiongendo che più tosto si doverebbero assistenza al principe amico che ai sudditi ribelli; né men indirettamente i pascià confinanti li fiancheggiano, e s’una dalla corte tanta religione di pontualità che due inviati del Ragozzi a Costantinopoli mai puosero esser ammessi, né meno all’audienza del supremo visir.
Lo sforzo e l’importanza delle guerre che si trattano contro la Francia per l’heredità della Spagna è palese, ma la memoria che la corte di Vienna anco nei tempi antecedenti potè haver polso d’impugnar due spade e sostener due guerre, produce riflessi contrarii al coraggio. Non può nemeno giovar al medesimo la rimembranza del valore che coronò le truppe allemane di tante vittorie e la fama del nuovo imperator, capace d’esser fervido negl’anni, nello spirito e nelle massime.
Il czaro di Moscovia è dalla Porta in apparenza sprezzato, in essenza molto temuto. È lungo tempo che rissiede colà il di lui ambasciatore estraordinario, e non ha ancora terminato tutti li affari di confini e di comercio. Li primi però sono quasi conclusi, e la parte più gelosa del Boristene resta decisa, seben non con tutti i vantaggi da Turchi pretesi; rimane l’altra del Tanai, men importante e men difficile.
Cossì proseguisce la pace, ma tra reciproche gelosie, e con linee che ognuna delle parti va accarezzando, o per i dissegni dell’offesa o per gl’altri della difesa. Di sopra dissi della nuova fortezza in poco tempo perfettionata da Turchi in una punta della Crimea per chiuder il passaggio ai legni moscoviti che provenissero dal Tanai, dalla piazza di Asach e dall’altra nuova e non ancor incaminata di Zaganarò. Questa si errige sulle spiaggie della palude Meotile, lontana 18 miglia dal Tanai, commoda per un porto capace di molti legni, che cossì dalla medema resta custodito. Ma la Porta con osservatione più gelosa riguarda la fabrica d’altre due piazze, che nei siti più vicini et importanti va il czar fabricando. Petropoli si chiama l’una, prossima allo stretto di Tartaria; Caminka l’altra, piantata sopra le rive del Boristene, poco lontana dalle sue bocche, et in sito che si dice prohibito dal capitolo 2º e 5º del trattato di pace. Di questa, e Turchi e Tartari ne apprendono, mentre in essa vi si lavoran magazeni per deposito di provisioni; cossì gl’esserciti marchiando in quelle parti non saran obligati di portar, con diligenza quasi impossibile per luochi deserti, sopra la schiera d’animali tutte le necessarie occorrenze.
Poco discosto da questa nuova fortezza v’è quella degl’Ottomani, detta Oczacaù, d’intorno la quale per cause di tal vicinanza il capitan pascià faceva travagliar nell’escavar le fosse, e migliorar i lavori.
Tutte queste estrinseche operationi rendono assai visibile l’interno degl’animi e delle reciproche diffidenze. Temono non senza ragione i Turchi il genio, i dissegni e le forze del czar, copiose in terra et in mare. Lo sanno d’un spirito attivo, che le fissa nel cuore idee vaste, se ben non facili contro la Crimea, e forse doppo contro lo stesso Impero di Costantinopoli. Ciò lo anima a non stancarsi nel preparar i mezi a una tant’opra, col ridur la sua numerosa natione dalla viltà naturale al vigore di disciplina con queste guerre che egli continua, e nelle quali si esercita esso, et i popoli, convertendoli per quanto può in soldati.
Se tale è il presente timor de Turchi, è tale anco la presente distrattione del Moscovita, che con più di 100 mila huomini s’occupa nelle guerre della Polonia, parerebbe che la Porta dovesse usar la preventione et invadere, già che dubita d’esser invasa.
Ma o apprenda di sfidar il cimento, o tema d’attraher solo in sé stessa la guerra, producendo agl’altri la pace, la Porta anche col Moscovita procede tra grandi risserve e con tutta l’attentione di non fornire né men pretesti a rotture.
Le volevano i Tartari più rissoluti, perché più minacciati dagl’oggetti futuri, e più incommodati dalla pace presente di Carlowitz, che fa argine alle loro corse, e li spoglia delle lor prede. Non lo permisero mai i Turchi, e l’eccellentissimo Senato sa quello scrissi delle risposte date dal visir all’ambasciatore cristianissimo, che infiammava i consigli di guerra anco contro la Moscovia.
Sotto le voci di sprezzo, seben si manifestò il timore, si trattò il czar di principe vano et imprudente, che girando qua e là da sé stesso troverebbe l’inciampo e la sua perdita. Non astretti dalla forza dell’armi, ma volontariamente, i Turchi han restituito Kaminiez e quella provincia alla Polonia. Può perciò dirsi ch’hora non habbino interesse d’offendere quella corona, seben ella fluttui e giri sopra più teste, spinta dall’aurea torbida di guerre più che civili.
Ma se contro la Polonia non deve, contra l’imperator e la Moscovia hora non vuole la Porta assumer impegni. Discende la gravità del riflesso a pesar anche la sorte della Serenissima Patria.
Si sa che se ben ella non tenga interessi nella querella de’ principi, partecipa però dei mali effetti delle lor guerre. È noto che la Terraferma e pressidiata, indebolito il Levante, aggravato l’erario, distratte le forze e i sudditi da gravi danni colpiti. Osman, visir di banca, come scrissi con tochi pesati me ne parlò; ma lo tenni persuaso che vostre eccellenze amiche di tutti si trovavano armate, e da tutti considerate.
Se gl’infedeli fossero degni di fede, la recente conferma delle capitulationi di pace, sarebbe un gran segno di sicurezza. Espedì l’authorità dell’eccellentissimo Senato la mia persona a quella corte, con la naturale obbligata rassegnatione intrapresi il difficile viaggio, il sempre contingente impegno. Fui accolto con le dimostrationi più piene d’honore, e al sbarco delle navi sopra le galere ottomane, e in tutto il tempo del soggiorno a Costantinopoli in ognuna di quelle molte funzioni. Fu solenne, estraordinaria e da tutti rimarcata quella in cui il sultano stesso, con formalità mai più stilata verso i ministri di Vostra Serenità, mi accordò il secondo banchetto in Divano, la seconda audienza e la consegna per mano del visir delle sacre capitulationi nella regia stanza, et alla reale presenza. Tutto ciò mostra aspetto d’amicitia, e dovrebbe prolungar le confidenze di quiete. Ma è un mare quella barbara corte che in un momento fa comparir successive alla calma le tempeste, alla sicurezza i naufraggi.
È la Morea la spina che punge il cuore, perch’è un stato importante, vicino, precioso. Era fecondo d’appannaggi alla corte, nella persona della validè e d’alcuni ministri. Era patrimonio di molti, hora poveri, e sparsi in Costantinopoli nel servitio de grandi, attenti et avidi di novità e di nuove guerre. Perciò il loro fiato spesso gonfia le voci dell’universale, che seben con falsi rumori predichi imminenti l’armi, non lascia di tener vivo un pensiere che sarebbe meglio dissipato e svanito. In tutt’i mesi che colà mi trattenni, udii con spiacere un tal strepito, vi contraposi ogni proprio studio per discreditarlo e amutirlo, e spiegate poi le capitulationi di pace alla vista di tutti, han confuso i discorsi et i desiderii ancora.
Qual habbia ad esser l’influsso dell’avvenire, la somma maturità e profonda discussione di Vostra Serenità meglio della mia insuficienza può essaminarlo.
È vero che non abbondano i capi esperti, le militie aguerrite, né soprabbondano i denari all’erario; ma da quanto precedentemente ho esposto vostre eccellenze possono raccogliere che nemeno vi sia un totale diffetto di tutto. La guerra se non trova fa persone esperimentate. Non sono esausti tutti i mezi per unir l’oro necessario, almeno alle prime mosse, massime quando queste fossero rivolte ad una guerra sola, e contro un principe che non fosse nel numero dei più temuti e dei più forti.
Ho detto guerra sola, e in questa voce può starvi il Palladio; può esservi la base della speranza, o della gelosia. È troppo vicina perché resti scordata l’esperienza del potere congiunto alla pubblica generosa costanza. Due lunghe e successive guerre seppero vender a prezzo di sangue e di gloria insieme un regno ed acquistarne un altro; ma l’opportuna e felice risolutione d’una lega, maneggiata con forma e con fortuna diversa dall’antiche, vaga tuttavia nei cuori de Turchi con sensi di dolore per il passato, e con fantasmi di terrore per il venturo. La loro stessa legge prohibisce l’occupatione di più guerre in un sol tempo; se la necessità sforza l’inosservanza, il moto è violento e deve terminar con oppressione, non con sollievo.
Perciò anco il solo timore dell’offensiva perpetua nella sacra lega, e della possibile riunione del Moscovita, che si crede avido della congiontura, sopra tutti gli altri ostacoli potrebbe esser l’argine migliore contro l’inondationi.
Il popolo e le militie ancora paiono persuase che dichiarata la guerra ad uno, ella sia rotta con tutti i principi della passata alleanza. Il ministero se non è posseduto da un tale supposto teme almeno la supposizione degl’altri, da cui possono nascere mali auspizii et avversione all’impresa. Fui perciò attento a coltivar la corrispondenza col ministro cesareo, et ad infiammarlo nell’uso de sentimenti che mostrino a Turchi indissolubile l’unione dell’imperator e della Repubblica; se la arrivassero dalla sua corte ordini conformi, molto gioverebbero a far creder non variate in Vienna le massime et uguale l’animo et il consigio del giovane imperator a quello del padre defunto.
Ad un tal centro devono condursi avertitamente e sottilmente le linee delle pubbliche direttioni, e del maneggio in chi sostienne il difficilissimo ministero appresso la Porta.
Sarà pure molto proficua la prevenzione avanti i tempi della urgenza, acciò nei casi che non possono prevedersi, né penetrarsi di qualche torbida consulta, si trovi il gabinetto informato, impresso et esitante nei suoi giuditii.
Può pure essere assai conferrente l’altro supposto, che passi amichevole intelligenza tra Vostra Serenità e la Moscovia, resa molto capace per le forze che ha messo e può accrescer in mare, a formar poderose diversioni.
È perciò la Moscovia ne tempi presenti una parte e una corte che merita l’occhio attento. Potrebbe giovar non poco che l’eccellentissimo Senato fosse con qualche mezo sovente istrutto delle forze, dei dissegni, del genio di quel principe, che sarebbe utile di tener coltivato e propenso con segni d’amicitia e di stima. Il conoscer quali siano gli affari ch’esso ben spesso tiene con la Porta, l’essaminare se del medesimo sia possibile l’impegno con Turchi, et il disponer le facilità per le di lui assistenze negl’incontri del publico bisogno, sono oggetti tutti gravi, e tutti pressanti, che forse consigliano in alcun modo una più stretta communicatione con quella remota parte.
Cossì quando Turchi credessero rallentato il nodo della lega e della diffensiva perpetua, un tale riflesso darebbe vigore a tutti quei gl’altri che potessero esser prodotti dalla congiuntura de tempi.
Nella presente appresso alcuni pare che sia ragione capace di consigliar quiete, il doversi prima di ogn’altro impegno perfettionar quello di render sicura la corona sopra il capo del sultano. Non esser ancora ben dissipate tutte le sementi della passata raccolta, e trovassi ancor vivo nel cuore di molti tra il popolo e le militie il nome del giovane Ibrahim, che quanto più cresce negli anni si fa sempre oggetto maggiore di gelosia e di pericolo al regnante.
Ma non è nemen questo un fondamento sicuro ai pronostici, quando anzi da molti si sostiene la massima contraria che convenga purificare col mezo e con i cauteri della guerra gli humori torbidi e malsani, allontanandoli dal cuore della regia sede. Che Amurath 4º entrò al regno circondato da sospetti uguali, e seppe vincerli con risoluto consiglio di portar l’armi contro la Persia.
Il miglior e più sicuro discorso però sarà quello di tener con le maggiori possibili forze custodite le pretiose conquiste; sarà bane che Turchi non concepiscano la lusinga di poter con celere et improvviso colpo, e nel periodo di breve impegno, entrar et uscir felicemente da una nuova guerra. Per altro quando la figurino lunga la temeranno universale, e si renderanno più lenti in determinarla.
La serie del racconto insensibilmente ha inoltrato l’esame anco sopra l’altro punto degl’interessi e corrispondenze che passano tra l’Impero ottomano e tanti principi d’Europa e dell’Asia, quelli che sono o amici o sospetti, confinanti o dipendenti, anche contrarii, o pure uniformi nella credenza e nella religione.
Proseguendo la linea principiata nell’Europa, dirò che la Francia, seben sia lontana e non unita per ragion di confine, cerca d’esserlo per quella di stato e per l’altra del comercio.
Anticamente fondossi la base dell’amicitia sopra l’inimicizie che tanto Turchi quanto Francesi dovevano professare contro li Austriaci. Superati dalla politica tutti gl’altri riguardi nei vecchi secoli, si pubblicarono le note leghe e si presentarono armate in socorso. Negl’ultimi tempi giocò reciprocamente il vantaggio della diversione e le discordie di Cristianità, mosse dall’emulazioni delle due case dominanti in Europa, d’Austria e di Borbon, aiutarono l’imprese degl’Ottomani, e questi con le medesime favorirono quelle degl’altri. Cossì dovè la sacra lega pianger il mal destino che nel 1688, facendo scopiar l’ultima guerra, quasi inaridì le palme quando che più fiorivano; è comparsa una scena non attesa, mutarono di voce e di personaggio gl’inviati turchi gionti a Vienna, forse con facoltà di guadagnar ad ogni prezzo la pace, che poi rinacque doppo il giro d’anni, e solo quando s’estinse quella guerra che la fece abortire nel punto di concepirsi.
Hora, se ben alcune volte la Porta ne traga profitti, non si mostra molto attaccata ai consigli della Francia, che vantaggiosamente misura le massime col solo compasso del proprio interesse; verità che col lume di molt’esperienze è ben conosciuta da Turchi, e perciò ascoltano con diffidenza gl’eccitamenti, ricevendoli quasi per inganni.
Per tali cause, l’ambasciator presente in Costantinopoli parla molto, ma poco è atteso, né le sortisce di risvegliar l’instituto, ch’era pur familiare a quel gabinetto, di porger mano ai ribelli dell’Ungheria.
Entrando anzi con acume di riflesso sottile, pare che Turchi non amino di veder la monarchia di Spagna né il regno di Napoli in mano di principe che sia di sangue e di dipendenza francese. Lo temono attivo e intraprendente, e che ancora si possano rinovar i tempi ne quali la Spagna fu a loro potente nemico, seben tanto separata dal mare e rimota di confine.
La cattena lunga del comercio è quella che, estendendosi sin nell’oceano, lega l’intelligenza con l’Inghilterra e l’Ollanda. Pare però che fiorisca il traffico più di quella che di questa natione, e che alla scalla di Smirne, più che nell’altra di Costantinopoli, trovino gl’Inglesi l’esito de lor panni, et il ritratto in molti capi di cose a loro opportune.
È però vero che negl’anni scorsi, quando i porti della Spagna eran dominati da Francesi, il negotio inglese nel Levante era indebolito, e comparivano rari i lor legni mercantili. Ne profitava dell’impedimento il Francese, e viddi nei pochi mesi entrar a Costantinopoli molti vascelli provenienti da Marsiglia con ricchissimi carichi di panni, vistosi ne colori, commodi nella legerezza, non però perfetti nella fabrica, se ben ricercati e con prontezza esitati.
I stati del papa sono d’alcuni turchi a causa del loro traffico conosciuti nel porto d’Ancona; ma la corte conosce nel pontefice il nome solo, non li effetti di capo della Cristianità; quando nei tempi delle crociate e dell’espeditioni di Terrasanta, i prencipi cristiani dipendevano molto più dal di lui zelo e consiglio, di quello faccino al presente.
Nell’occasioni delle guerre con Vostra Serenità, vedono Turchi qualche galera pontificia assistita dal rinforzo de Maltesi, contro l’odio e l’ardire de quali vi sarebbe genio se vi fosse facilità d’operare; ma in terra la fortezza di Malta è troppo valida, et in mare i legni della Religione ben pressidiati e ben commandati, o si temono o non s’incontrano. In tanto però, come fu sempre, il mal effetto delle cose de vascelli ponentini, succede che ciò serve a mantener i Turchi nel genio e nel bisogno d’applicar alle forze di mare, et i deboli morsi invece d’offender i grand’animali, servono ad irritar la rabbia et a svegliar il vigore.
Sotto l’apparenza di libertà e di dominio, portan il peso della servitù e della dipendenza i principi tributarii della Valacchia e della Moldavia. È sempre facile alla Porta d’inviscerar queste due provincie nell’assoluto possesso dell’Impero, convertendole in vassalaggi; ma riescono più proficue nella presente figura che in ogn’altra. Sono messi frequentemente doviziose a quel regio erario, e quelle borse de regii ministri. Quei principi convengono comprar con grandi esborsi il principato, e con gl’istessi mantenerlo, mentre non mancano offerte de competitori greci, e poveri, che con altissimi interessi di 50, 60 per 100 cercano quel denaro che non hanno per tentar con questo la Porta a spogliare della veste del principato che la possiede, per donarla a chi la dimanda.
Il presente di Valacchia però con l’oro e col credito si fa argine contro l’insidie, e da lunghi anni governa quei popoli, o più tosto ne succhia le loro sostanze. Confinante tra due imperii, con sagace politica si regge, et è canale per cui passano le notitie della Turchia alla Cristianità, della Cristianità alla Turchia. È certo che Turchi fanno una gran stima de di lui raguagli, che servono quasi del miglior fondamento alle lor direttioni, et alle loro massime.
Egli con frequenza li trasmette alla Porta, e per raccoglier notizie quanto più si può esatte e sicure, espressamente mantiene persone sue in molti paesi, specialmente in Moscovia, da quali riceve con regolare corrispondenza gli avvisi, et a Costantinopoli con puntualità e con merito li trasmette. Cossì quest’è una mano che può esser ministra di male e di bene, e chi con fina previdenza volesse discorrere, bisognerebbe o haver partiale il cuore di quel principe, o informandosi de suoi agenti tenerli in dovere di scrivere quello possi giovare e non offendere.
Il tributo annuale della Valacchia alla Porta è di 500 borse, con altre 100 per i regali necessarii al tempo del Bairan grande. Queste sono le somme certe, che poi si dilatano secondo l’occasioni, che non mancano, per superar negotii e coltivar ministri.
È ben eguale di titolo, ma differente nella stima, nella fortuna e nelle rendite, il principe di Moldavia, patrone di paese grande, ma molto corso e rovinato dalle guerre. Sopra d’esso le scene sono frequenti delle mutationi, et in essi i ministri della Porta trovano il campo fertile de profitti. Il tributo della provincia è 130 borse, e per il Bairan d’80.
Possono scriversi in questa sfera anco i Ragusei, che havendo pur essi saputo nella passata guerra accortamente regersi tra Cesare e la Porta, da tutti furono assistiti per sciogliersi dai legami, e restituir al loro paese la comunicazione col confine ottomano. Essagerando i danni passati, e la povertà presente, doppo puotero ottener a Costantinopoli una molta diminutione al loro tributo, che non è come fu di 12 mila cecchini all’anno.
Non sono tributarii, bensì sono dipendenti il kam et i Tartari della Krimea. Quello riconosce dalle investiture della Porta il suo dominio, che anco spesso passa da mano in mano nei principi di quella casa. Uniforme nel rito e nel sangue all’Ottomano, da cui anco herediterebbe l’Impero se mancasse la di lei linea.
Gl’interessi però del tempo presente rendono i Tartari nel loro interno poco amici della Porta. Sentono mal volentieri l’authorità che usa la medesima nell’arbitraria depositione e promozione de loro principi; soffrono con gran dolore la violenza, e le leggi dell’ultime paci, che levano a loro le ricchezze con l’impedir le scorrerie e le prede nei confini moscoviti e polachi.
Bramerebbero ardentemente di romperla con la Moscovia, per i dissegni ella cova contro la Tartaria, e per la nuova fortezza eretta alla vista di quel stretto; ma rissoluta la Porta di mantener per hora la fede, negò e nega li assensi.
Tuttociò, unito a secrette e torbide intelligenze del primo visir d’Altaban, che allhora governava, e forse per tali orditure scoperte, precipitò dal posto e dal mondo, fece mover quasi un’aperta guerra tra Turchi e Tartari. Questi uscirono forti in campagna, penetrarono nel paese turchesco e lo danneggiarono con incendii. Se il gelo in quell’inverno havesse favorito, volevano passar il Danubio e accostandosi a Andrianopoli, con la forza ottener la licenza d’impugnar quella guerra che dicono loro necessaria. Sospesa dalla natura una tal irruzzione, potè poi l’hautorità della Porta deponer quel kam, principe giovane et ardente, restituendo lo scetro al di lui padre saggio e decrepito. Così per hora, calmati gli animi, tolerano i Tartari il freno, seben bramino di romperlo e non obbedirlo.
Il giro de paesi mi ha condotto in vista dell’Asia, dove spicca sopra tutti osservabile il Persiano, che fu gran nemico alla Porta, qual contra d’esso spesso rivolse il ferro ritirandolo dalle viscere della Cristianità, che da tal diversione veniva soccorsa e sollevata. Hora è istupidita la mano d’un tanto benefitio. Cerca atentamente il Persiano l’ozio, il lusso, la pace; non sente stimoli dall’antico valore, dalla naturale antipatia, dalla discordia, dalla religione. Lascia a Turchi le chiavi della famosa e tante volte combattuta Babilonia, né si cura di ricuperar il sepolcro del suo Ali, da essi sommamente venerato e creduto vero interprete dell’Alcorano. Cossì non può facilmente sperarsi che si rinovino alla Porta le temute dispendiose e difficili espeditioni dell’Asia. Il czar di Moscovia però tiene alcuna corrispondenza con quella corte, e potrebbe unir le sue forze a quelle del sofì. È probabile che cerchi d’istigarlo e di scuoterlo dal letargo, ma nella mano di Dio Signore
stan i cuori de’ principi et i loro consegli.
Nel mio tempo pervenne a Costantinopoli una solenne ambasciata per li offitii di gioia verso il nuovo sultano. Fu ricevuta con ogni honore, e con trattamenti superiori a quelli che s’usano con altre di Cristianità. Si stima la rappresentanza perché si prezza anco il principe et il suo potere; le nazioni però sono per i dogmi e per antigenio poco amiche; si guardano con odio e disprezzo. L’occasione della guerra di Persia rendeva appresso gli Ottomani considerate l’altre potenze dell’Asia. Hora che cessa il bisogno, manca lo studio. Il tartaro Usbech però, per esser uniforme nel rito, e per esser il braccio che si moveva favorevole ai Turchi sul confine del Persiano quando v’eran le guerre, si conserva in amicitia. Viddi un’ambasciata anche dell’istesso ben accolta e trattata.
Sopra la linea del mare vi sono i Barbareschi d’Algeri, di Tunesi e di Tripoli. In ogn’uno di quei luochi risiedono pascià, che sostentano più la dignità che l’authorità della Porta. Quelle genti nemiche del mare, del comercio e degl’huomini, riconoscono la protezzione ma non l’Impero de Turchi. I comandamenti si ricevono, ma rare volte s’ubidiscono. Ubbediscono però in tempi di guerra, quando sono chiamati in Arcipelago a rinforzo dell’armate ottomane. Posson dirsi l’ali di queste, com’i tartari di quelle di terra. Vi compariscono hor con maggiore, hor con minor numero di vascelli, che però non molto amano il calore dei conflitti, avvezzi a prede non a battaglie. In tutti tre quei porti, potran unirsi circa 16, il più degli algerini, ripartito il resto tra gl’altri due, che sono di minor potere.
Con doni essi guadagnano appoggi nel ministro alla Porta. Cossì superano gli affari anco ingiusti; come i Tripolini puotero ottener la consegna del vascello veneto mercantile, predato in Arcipelago, condotto a Scio, e che per patti tant’espressi delle capitolazioni doveva esser restituito.
Queste non s’osservano né men nella parte che prohibisce severamente a comandanti turchi il riceverle sotto le fortezze da essi custodite. Durazzo e Valona sono i porti del ricovero, della sicurezza. Dalle coste di Barbaria a quelle spiaggie si tirano le linee che traversando le bocche del Golfo, forman reti di pericolo al negotio, et ai legni che lo portano. Non manca alla Porta la voce dei giusti reclami nei ministri di Vostra Serenità; talvolta si ottengono ordini che paion rissoluti, ma l’interesse in cui molti partecipano rende languido quel braccio che deve eseguir il comando. Le squadre temute dalle pubbliche navi tessono e molto assicurano; ma se Dio havesse permesso l’acquisto e la conservatione di que due scandalosi nidi, sarebbero più tranquilli i mari e più ricca la piazza.
COMMERCIO VENETO
Pesate sopra la bilancia del tempo presente le corrispondenze e gl’interessi de principi, sigilerò il debito di questi fogli col rivolgermi nuovamente a quelli dell’eccellentissimo Senato. Toccarò la parte che resta ne’ punti del comercio, dell’occasioni di molesti negotii, delle massime per dirigerli e de ministri per trattarli.
Sebene il breve tempo e la natura dell’impiego sostenuto non habbia dato campo a molte osservazioni, non devo però abbandonar all’intiero silentio ciò che m’occorse di vedere e riflettere.
Ben riflessi nella debolezza del traffico presente, nel maggior concorso e profitto dell’altre nationi, le perdite fatte da questa nostra piazza nel Levante, dove nei vecchi tempi fioriva solo il suo nome e la sua ricchezza, e tanti stati posseduti da Vostra Serenità servivano con porti e con ogn’altro commodo di ricovero all’esito, alla protettione della mercatura, sangue e nervo valido dei principati.
S’uniscono troppo frequentemente a pregiuditii, che nascono dall’altrui industria, quelli che procedono dalla fatalità della guerra, nel corso delle quali se tutto il comercio non si spianta, in molta parte si sfronda et inaridisce. I forastieri si dilatano, e posti in possesso, difficilmente poi si tenta d’escluderli. La beneditione della pace presente va facendo rinascer qualche principio d’affluenza, ma fra tanti contrarii non può sperarsene sicuro e celere l’augumento. Poche, e non eccedono le tre o quatro, le case de veneti che sono piantate a Costantinopoli per ricever da questa città gl’effetti che son ad essi solo in qualche parte diretti, mentre molto partecipano nelle commissioni i mercanti francesi et altri.
Ben chi conta il numero non de mercanti veneti ma delle venete navi, che con successivi e frequenti viaggi entrano nel gran porto di Costantinopoli, potrebbe dire sopra tutti opulente e florido il comercio di Venetia. In sette mesi ne viddi approdar più de dieci, ma ricche di non molto carico di panni d’oro, di seta, lana, lastre et altro. La corte non spende. L’universale è povero. Rare vendite a contanti, pericolose in credito. Appalti con la corte contingenti, e soggetti a revisioni. Inoltre si penuria assai nella materia di caricarsi per il ritorno, scarsi essendo hora i capi dei ritratti che servono al bisogno, et al giro di questa parte. Il più de pagamenti si fa con libretti di cuori, che formano la savorna, con qualche moderata quantità di lana, e non sempre di cera. Manca hora il concorso di gioie che in altri tempi venivano dall’Oriente, onde chi vuol trovar i noli sufficienti, convien vada a cercar l’adempimento del carico in altri porti, specialmente in quello di Smirne. Pare sia quella scala migliore dell’altra di Costantinopoli. I mercanti appresso quei doganieri incontran maggiori agevolezze. convienle talvolta sbarcar colà le merci e pagare i datii con qualche facilità, e trasporle poi a Costantinopoli, dove non sono più soggette ai diritti di quella dogana più rigorosa e pesante dell’altre. Ciò che più rilleva è che i ritratti si ritrovano là più abbondanti di seta, filadi, cottoni, stami, ceneri e molti altri generi, come lo provano anco gl’Inglesi, Olandesi e Francesi. Il consolato di Smirne perciò è fatto impiego di non debole importanza; è posto d’honore, di profitto e d’occupatione, quasi degno d’appoggiarsi a soggetto d’habilità e di sfera.
È notto il maggior aggravio de datii a quali soccombe in Costantinopoli la nation veneta, che paga 5 quando l’altre esborsan tre soli. In tempi opportuni, et a prezzo di non leggieri donativi, superaron esse il vantaggio. Questo cercato in congiuntura propria, e con l’uso di quei mezzi che alla Porta son le vene d’ogni maneggio, potrebbe esser forse conseguito anco per i Veneti, sin che gionga il momento propitio all’affare, un secondo vantaggio potrebbe trarsi dall’osservazione et aggiustamento della tariffa, che forse hora non è nella sua misura tanto conferente quanto fu negl’anni che restò fissata doppo la pace di Candia. Intanto non lasciano i mercanti d’ottener con industria quel alleviamento che possono dalla dogana, in cui talvolta il doganiere fa ad alcuno qualch’onesto dibattimento dal rigore dell’intiero dazio.
Tanto in Costantinopoli che in Smirne, a proporzione del negozio dovrebbe esser l’utile del cottimo, e le rendite alla cassa di Vostra Serenità, con sollievo ai pubblici annuali dispendii, resi però adosso per merito di chi serve molto inferiori agl’aggravii de tempi andati.
NEGOTII MOLESTI
In un corso cossì esteso de confini, in terra et in mare, nei movimenti di tanti sudditi, nella navigazione di tanti legni e bandiere, nell’occasione di tant’impensati accidenti, devono per necessità esser frequenti i casi d’insorgenze moleste. Dan queste un’indeficiente travagliosa materia d’operare alla Porta, et in quel Divano spesso s’alza la voce di querelle e di supplicanti. La qualità del terreno fa che con facilità si semini e cresca la zizania; gl’interessati con i regali trovano appoggi; sopra il vero s’inesta il falso e nasce la vania. Si pressume che i ministri de principi, quello di Vostra Serenità sia pieggio de sudditi, e debba rissarcir i danni che da esse ricevessero li Ottomani. Fan scudo le capitolazioni, la ragione, l’efficacia d’usarla, et infine si unisce e sortisce di far conoscere che non v’è obligo ma solo convenienza d’amicizia d’assister i ricorsi e promover possibilmente le sodisfazioni.
Tutte queste sono sementi capaci di frutti velenosi quando vi fosse congiuntura che ispirasse desiderio di cercar i pretesti. Pare che nelle stesse capitulazioni vi sia l’adito di qualificarli, mentre la promessa perpetuità della pace resta limitata al solo tempo in cui da Vostra Serenità s’osserverà il pattuito. Quest’è una frase e una clausola familiare e continua nelle risposte de ministri, e del primo visir. Ma essendo naturalmente feraci i Turchi di false interpretazioni nell’intelligenza di ciò che resta capitolato, quando vogliano sarà sempre a loro facile di ritrovar in qualunque successo motivi per dirlo infrazzione di pace.
Il porto e la scala di Durazzo è un seno da dove posson sorger tempeste. I Perastini inquieti che vi negoziano; i Barbareschi che v’approdano; quel Polimeno console olandese torbido, e nemico del nome e del veneto comercio, sono apparati di circostanze non buone. Tutte ricercherebbero l’assistenza in quel luogo d’un console veneto di maturità e di destrezza.
Di Maltesi di sopra s’è detto, ma non può dirsi a sufficienza quanto sia necessaria la mira alle lor corse. Possono esser inciampi alla publica quiete.
MASSIME PER TRATTAR I NEGOTII
Il ministero poi sostenuto sempre in quella gran corte da insigni senatori consumati nell’esperienza de maneggi, potrebbe dar il piano delle regole più sicure e felici alla direzzione.
Ma chi non vuole pregiudicar la verità è astretto di confessare che quell’è un mare dove non v’è stella fissa che guidi, né arte certa che basti per ben navigare. Tutt’è sommamente difficile, il negozio e la penetrazione. Per questa, mancando la frequenza del conversare, l’uniformità del costume, quella della lingua, che in altri luoghi sogliono esser le chiavi dei cuori. Mancano gl’istrumenti più atti a spiar il secreto. Questo naturalmente è custodito da Turchi anco per la sobrietà da essi osservata nel parlare.
La curiosità o non è appresso molti dediti al solo affar mercantili impieghi, o v’è senza gran stimolo d’interesse circa le cose di stato et i fini del governo. De ministri forastieri il principal uffizio è la protezzione del comercio; accessorie e rare le materie pubbliche. Ristrette quelle della Francia alla diversion dell’Ungheria. Riesce perciò molto oscura et impedita la penetrazione, molto dubbiose le notizie e necessario il tempo et il confronto per rischiararle.
Per il negotio vi bisogna l’uso di molte massime, e tutte fra sé stesse contrarie, adoprando quella che più serva alla qualità del tempo, del negozio che si tratta, e de ministri con quali si tratta.
Cossì in alcuni affari gravi gioverà la celerità per terminarli. In altri, scansato il primo impeto, il benefitio del tempo valerà a scioglierli e consumarli. Ad alcuni altri sarà utile il tenerli sospesi e pendenti, più tosto che stringendo la risolutione esporsi alla negativa, che una volta da Turchi prodotta difficilmente si ritratta e si converte in assenso. Nel maneggio hora sarà prudente il vigore, hora la destrezza, sempre la dignità nell’agitarlo, come se fosse una palla di vetro, che acciò non si franga con la caduta, o con l’urto, converebbe incontrarla con maniera, e rimandarla con forza proporzionata.
Anco la mano nella dispensa de doni, secondo le varie occasioni rifleterà ai varii tempi, o avanti o doppo, o nell’ato stesso del bisogno. Il molto è negozio sicuro e concluso. Il poco più di gentilezza, che di prezzo, anticipato e frequente per coltivar gli animi, e le corrispondenze, appagandosi i Turchi anche del moderato, ma quasi continuo. Necessario per altro sperger molte sementi infeconde, per ritrovar quella che frutti e compensi tutto il danno dell’altre. Non vi è amicizia o negotio alla Porta che non sia appoggiato all’interesse, o che non debba esser animato dal dono, da cui solo rissulta il gradimento alla voce, e la forza alla ragione. Insomma, la scielta fra tali e molt’altri principii incerti, et oppositi, unicamente ha da dipendere dalla prudenza del ministro e da quel buon senso che suol esser primo parto della natura, poi lavoro dell’esperienza.
Con questo si potrà ritrovar il meglio, preferir il minor male, liberar o scemar i travagli alla Patria, rendendo ad essa profficuo il sacrifitio privato, che ogni cittadino fa di tutto quand’entra in quel grand’impegno.
Perciò quali si siano gl’esiti, è dovuto il premio del sospirato publico gradimento al zelo, alla continua passione, et al cimento, come sono ragionevoli quei proprii motivi che vagliano per animar all’impresa, chi per grado e per talento possa esser habile ad assumerla, et a render anco col credito della persona vantaggio al ministero appresso Turchi, che tal volta misuran l’essenza delle cose con l’etterne apparenze.
AMICITIE
Seben sian difficili le strade per salir all’alto posto della propensione del primo visir, ad ogni modo tutti i sforzi del ministro di Vostra Serenità devon tender ad un tant’oggetto. Vi si ricerca tempo, vigilanza e l’uso di più arti; ma ogni fattica è ben spesa in un lavoro che riuscendo anche in qualche parte, può esser utile e di decoro. Farsi parziale il chiaià, ch’hora suol partecipar dell’authorità e del governo, sarà un primo e non superfluo passo per avanzarsi.
Anco il seraglio interno è centro che merita le sue linee. È opra però da tessersi con non poca delicatezza, e con man molto destra. Per ordinario sono contrarii et emuli i partiti esterni et interni. Se ne offenderebbero i primi visiri se sapessero raccolti gl’incensi ad altri altari. Tuttavia d’ogni cosa il bene sta nella proporzione, et il male negl’estremi. Il sapersi considerato il ministro de quelli di dentro lo renderebbe più stimato appresso gl’altri di fuori; né può esser inutile alle grandi urgenze l’haver modo di tentar anco gl’estraordinarii rimedi. Il chislar agà, come fu di sopra considerato, per lo più domina nell’intimo della regia e nel cuore del sovrano, onde a lui sarebbe da vogliersi l’occhio e la diligenza per quei mezi che li fossero più accetti. Appresso il presente prevale il suo iagigì, o sia segretario, ch’è anco inoltrato nel regio favore.
Nel tempo di mia dimora cercai con questo qualche corrispondenza, qual andava riuscendo non infruttuosa.
Il muftì per la sua rispettata dignità, e per il votto che le vien chiesto nei più gravi affari, non dev’esser trascurato.
Per altro il reis efendi, il cancelier inferiore, il segretario destinato al pubblico registro, essendo quei canali per quali passano i publici negotii, essigono coltura. La merita pure il chiaus bassì, che assiste ai divani. Ha l’orecchio del visir, e spesso s’introduce nella protettione degl’interessi, e degl’interessati.
Il dragomano della Porta fa sempre figura nei negotii, et è mano che talvolta entra nella loro ventillazione. Assiste ad ogni udienza. È instrutto d’ogni affare. A lui pure si deve attenzione, ch’è meritata dal presente, anco per esser figlio d’Alessandro Mauro Cordato, a cui è successo nell’impiego, e procura di farsi herede delle di lui massime et habilità. Seben questo inoltrato nell’età non tenga adesso preciso titolo o ingerenza, ad ogni modo frequentemente vien ricercato del suo parere et informationi. Si sa che può darle con fondamento, per il lungo servitio prestato alla Porta, e per gl’istessi registri che tiene. Perciò talvolta si fa egli necessario, e sarebbe utile il suo appoggio, se volesse renderlo parziale. Il suo destino fu agitato da turbini, ma con l’oro e con l’industria seppe riguadagnar il terreno, rihaver il posto ed esser sempre presente agl’affari dell’Impero; qualità che non può darsi ad alcuno de ministri ottomani, soggetti soggetti a rapidi cambiamenti. Cossì riescono per il più nuovi e poco istrutti nella serie delle cose passate.
Mancherei al debito di pontualità se tacessi all’eccellentissimo Senato che quest’huomo non s’asconde di palesar una specie di scontento verso il publico contegno circa la sua persona, dicendo non haver mai ricevuto in publico nome alcun testimonio di stima e d’honore. S’esprime francamente che doppo la pace di Carlowitz tutt’i principi alleati, eccetto la Serenissima Repubblica, li scrissero lettere d’uffitio e d’honore, che conserva, ne so se voglia far creder che le lettere sian state feconde più che di parole.
Il tenerlo in speranza, e talvolta con alcuna maniera di suo decoro, non lasciar la medesima intieramente delusa, sarebbero passi non forse gettati. Nell’occasione di qualche gran consiglio o v’interverrebbe, o verrebbe ricercato dell’opinione, seben la sua massima non fosse il mobile dell’altre; sarebbe però ascoltata e ponderata, et i semi che prima havesse sparso produrrebbero all’hora il suo frutto più o meno amaro. Sian perdonati questi cenni, esposti per mio impulso di debito e di pontualità.
DRAGOMANI VENETI
Dai ministri della Porta è naturale il passaggio ai publici dragomani, che sono gl’alvei di comunicazione tra quelli et i ministri di Vostra Serenità, quali spesso sono obligati a ricever l’acqua tinta del colore acquistato nel canale per cui passò.
Grande, difficile e pregno è l’uffitio del dragomano: è la lingua che parla, l’orecchio che ascolta, l’occhio che vede, la mano che dona, l’anima che agisce, e da cui può dipender la vita e l’eccidio d’ogni negozio. Può ben l’ambasciatore o il bailo segnar il fondamento del maneggio, ma la fabrica è tutta opra loro. Lo spirito della voce, la forza del significato, l’efficacia della repplica, da cui suol nascer il vincer e non vincer, la volontà, tutt’è lavoro del dragomano. Fa la figura d’interprete solo nell’occasioni non frequenti d’esser col bailo in audienza del visir; ma per lo più agisce da sé stesso, tratta le cause e fa sue funtioni d’avocato e di ministro. Il parlare, lo scrivere, l’intendere le tre difficili lingue greca, turca et araba, ripiene d’equivochi e di parole capaci di più sensi, è il primo impiego a cui pare i dragomani vi spendano il maggior tempo e il maggior studio. Ma l’arte di sostener le ragioni, la prudenza di concepirle, il vigore più del cuore che della voce nel pronunciarle, la maniera d’acquistar e conservar le confidenze; la sollecitudine dell’indagare, l’acume del penetrare sono fra gl’altri requisiti tutti ben importanti e necessarii, ai quali o sempre non s’applica, o vi sono delle remore per applicarvi.
Doppo le diligenze et i dispendii che impiega la publica providenza per render questa sfera di persone illuminata con l’istruzzione della scuola, provveduta con abbondanti stipendii, deve attendersi in esse unito all’habilità, il zelo, l’amore, la pontualità più essata e sincera nel debito del loro esercizio.
La corte barbara, il ministero spesso irragionevole, il timor degl’empiti, il stabilimento in quel paese della casa, della posterità, dell’essere, va alcuna volta circondando di scrupoli e di risserve le azzioni de dragomani, espongono e forse temprano quello che dai baili ricevono in commissione di dire. Non è franca né pronta la repplica; il rispetto lega.
I Turchi li consideran quasi come sudditi, e credendo o fingendo di crederli capaci a guidar il sentimento de baili, mostrano rissentimento e li dicono colpevoli quando gl’affari non girano a lor desiderio.
Da ciò nasce in loro il pensiere di congiongere se si può al publico servizio la compiacenza del ministero. Drizzan a tal scopo le linee nel rifferir alla corte gl’ordini del bailo, et al bailo le risposte della corte; metendo l’aspetto delle cose in quell’aria che credono migliore. Non può il ministro di Vostra Serenità che riceverle nel modo che le son portate. Le audienze appresso il visir non possono esser giornaliere; cossì tra angusti limiti convien agitar, esitar e rissolvere, formar giuditii, avanzar direzzioni et espor all’eccellentissimo Senato le serie degl’affari, come le resta presentata, ma con alcuna gelosia di non caminar sopra il fondamento più sicuro.
È solo stile della casa di Vostra Serenità haver tra i dragomani uno distinto, con assegnamento e con titolo, chiamato col nome di dragoman grande. Dovend’esser prescielta la maggior habilità all’honore et all’impiego, è anche solito che ad esso sia appoggiato il peso de più grandi affari, come lo sostiene con merito in luongo corso d’anni e d’occasioni il dragoman grande Tommaso Tarsia, ch’è il primo nel numero di sei che Vostra Serenità tiene al suo servitio.
Non essendovi però legge ma arbitrio, quando ancora che la varietà de negotii lo ricerchi, potrebbe esser più d’uno in essercizio, per haver molti informati e tutti a gara attenti nel riuscire in ciò le fosse commesso. Né sarebbe discutibile che appresso il bailo vi si trovasse alcuno condotto dalla Dominante, e che non tenesse come gli altri la radice della fortuna e della casa in quelle parti. Cossì staccato da ogni dipendenza in qualch’incontro tra minori riguardi potrebbe servire a giovare ai negotii.
La scuola per erudir i giovani di lingua è aperta et abbondante. Adesso il numero maggiore è de soggetti partiti da questa città, et usciti da famiglie benemerite de cittadini originarii. Sono in tutti nove: tre greci, gl’altri veneti. Se fosse l’applicazione dedita al solo oggetto del profitto, e chi si principasse quella strada col solo fine di prosseguirla et habilitarsi al grado di dragomano, questo sarebbe un seminario molto fecondo di buon servitio. Ma nell’età più florida e non poco avanzata, il genio de giovani non è sempre fermo, e parendo anche che le misure si prendano non per servire in Costantinopoli, ma per agevolarsi l’avanzamento in Venetia, e nei gradi della cancelleria ducale, l’instituto riesce non intieramente conforme all’intenzioni prefisse nel fondarlo.
Qui, eccellentissimi senatori, termina la relatione di Costantinopoli commessa dalle leggi, e prescritta dal commando che mi fu ingionto. Dovendo essa passar in vista di tanti oggetti, e tutti importanti alla Patria, non ha potuto consumar il suo corso con giro più breve e men incommodo alla generosa attenzione dell’eccellentissimo Senato.
All’ultime linee servirà di freggio il nome et il merito grande dell’eccellentissimo signor kavalier bailo Giulio Giustinian. Lo ritrovai occupato nel felice maneggio di quel cospicuo ministero. Riportai dalla sua saggia assistenza e generosa bontà tutt’il vantaggio all’honore del carattere, et alla essecuzione delle mie incombenze. Lo lasciai nella benemerita continuatione delle sue fattiche, e nel maggior credito appresso i ministri della Porta e dei principi forastieri.
Nel soggiorno, et in ambi i viaggi, furono costanti nel favorirmi li nobil homeni ser Zuanne Pisani, ser Domenico Grimani e ser Mattio Zambelli. Han dimostrato essi un animo molto generoso nella rissolutione et un genio molto nobile nell’esseguirla, perfetionando la maturità e la vivezza del loro spirito con le cognitioni di quell’estraordinaria corte, altre tanto curiose da raccogliersi, quanto utili da sapersi. Vedevo con passione i loro incommodi. Applaudivo con piacere le loro direttioni, e si trovava la rappresentanza avvantaggiata dal splendore e saviezza del loro contegno. Cercò con buon zelo d’imitarli anco ser Giovanni Antonio 3º, mio nepote, che si fece compagno delle loro mosse e delle mie fatiche.
Tutta la lode è dovuta al fedelissimo segretario Iseppo Giacomazzi, che mosso dalla sua molta benemerita obbedienza non ricusò di nuovamente passare alle difficoltà di quella corte, seben recentemente havesse in essa servito per tutta l’ambasciata dell’eccellentissimo signor kavalier procurator Soranzo. Si rende perciò intieramente degno degl’atti della pubblica munificenza.
Il fedelissimo Nicolò Tebaldi ha sostenuto il grado di coadiutore con tutte le parti dell’applicazione, della modestia e della habilità.
Di me, Serenissimo Principe, posso e devo dir poco, perché non può prodursi il molto che desidererei d’haver fatto in servitio della mia Patria adorata nel corso del miglior tempo della mia vita, e nell’impiego di cinque ambasciate in congiunture difficili, et in affari sommamente importanti e spinosi. Mi rassegnai a quest’ultima occasione con fervido zelo, trascurando ogni ostacolo del temperamento e incontrando i rischi d’un insolito crudele contaggio, che afligeva quand’arrivai quell’imperiale città. Sopra ogni riguardo mi premeva la celerità dell’obbedienza, e che non si tardasse nel far comparir alla Porta i segni della pubblica amicitia, per esiger in concambio la conferma di quella del sultano.
Una carriera sì lunga, s’ha stancato il vigore del talento e dell’individuo, egualmente ha indebolito quello delle fortune in una casa che da tant’anni non conosce riposo nel glorioso essercitio di servire. Sia balsamo d’ogni piaga e premio illustre d’ogni sacrifitio il compatimento e la gratia pretiosa di Vostra Serenità e dell’eccellentissimo Senato. Grazie.
Lì 15 genaro 1706.
AS Venezia, Collegio, Relazioni b. 7.



