• it
  • it
  • en
  • hr
  • el
  • de

1582 Giacomo Soranzo

Relazione|

1582. GIACOMO SORANZO

Relazione

Serenissimo Principe.

Poiché è piacciuto a nostro signor Dio ch’io mi sia condotto alla tanto desiderata presentia della Serenità Vostra, et di questo eccellentissimo Senato, se ben non ancora del tutto libero da così maligna et pericolosa infirmità che mi ha tenuto a letto più di IIII mesi continui, e tanto rinchiuso in una picciola camereta di un misero carvarserà, che per più di III mesi non ho veduto altra luce che di candela; et poiché senza haver aiuto alcuno humano piacque a Sua Divina Maestà di ridurmi in stato che, perduta tutta la virtù et il polso, et tutto trasfigurato con ogni segno di morte, altro non mi restasse che render l’anima al signor Dio, sì come vidde il clarissimo bailo Morosini, che pur all’hora gionto in Sofia benignissimamente mi visitò. Ha voluto la divina sua misericordia all’hora a punto, quando ero del tutto destituto ad ogni aiuto o speranza humana, mutar il male in bene, et a poco a poco, diminuendosi la febre e ritornando la virtù, donarme di novo la vita.

Così cominciando a ricuperarmi, ma molto lentamente, sì per la gravezza et lunghezza del mal passato, come per li estremi freddi che ordinariamente sono in Sofia, et particolarmente sono stati quest’anno, essendo cominciate le nevi grandissime al principio di ottobre, et continuate con tanta abondanza che han superata di gran lunga ogni memoria delle passate, piacque alla Maestà Sua Divina che mi sopravenissero li dolori colici con tanta vehementia che congionti alla fiachezza nella quale mi trovavo, davano ad ogn’uno causa di credere che, non potendo sopportar tanto male, mi facessero finir la vita. Ma, come volse il signor Dio, fatta la pietra mi liberai, et non ancora ricuperato mi ritornarono in capo di giorni otto gli istessi dolori vehementissimi quanto si può credere, quali similmente mi ridussero all’ultimo. Pur fatta la seconda pietra restai di novo libero, ma tanto fiacco et debole che credo che se non mi sopraveniva quella grandissima consolatione che mi diede quella benignissima lettera che piacque alla Serenità Vostra di scrivermi per darmi quel suffragio che all’hora la poteva, non mi sarei mai ricuperato; ma tanto fu il contento che ne ricevei che posso con verità dire che, se ben mi trovavo ancora nel letto afflittissimo, subito chel segretario me la lesse cominciai a sollevarmi, di modo che pochi giorni da poi levatomi cominciai a ricuperarmi, et convengo anco renderle altretante affettuosissime grazie della licentia che la diede a messer Francesco mio nipote, se ben era savio agli ordini, acciò che potesse venir a visitarmi et aiutarmi; ma perché gionto a Ragusi gli venne la febre, fu costretto a ritornare.

Onde se bene nissuna cosa era più desiderata da me che il mettermi in viaggio per venire alla presentia della Serenità Vostra, non è stato modo che mi habbia potuto far portar in letica se non alli V di marzo, non già sano, ma in tal stato che accrescendo le forze, l’animo et il desiderio che havevo di partire, mi messi in viaggio, doppo esser stato in Sofia sei mesi meno quattro giorni; con essermi morto il magniffico messer Andrea Morosini, dignissimo figliolo del clarissimo ser Vincenzo cavalier e procurator, giovane di tanto spirito et valore che ben si può doler la Serenità Vostra et questa Serenissima patria di haver perduto un tanto soggetto. Morì anco il governator Lascari, gran servitor della Serenità Vostra, et molto benemerito, venuto meco solamente per veder Costantinopli, essendo stato conosciuto da me il molto valor suo prima in armata, et poi quando andai alli confini di Dalmatia, dove mi prevalsi assai dell’opera sua; et appresso morì il mio maestro di casa, et altri servitori; così è stata infelice Sofia per noi, ma di tutto ne sia laude a Sua Divina Maestà. Alla quale con tutto ciò non è piacciuto di dar fine alli nostri travagli, perciò che messisi in camino, com’ho predetto, et nel principio havendo trovato grandemente nevi, le quali passassimo non senza qualche pericolo, et sopragionti gagliardi sirochi, se le disfecero con tanto impeto che, allagati li torrenti et li fiumi, rotti li ponti et le stradde, si siamo convenuti fermar in diverse volte intorno ad un mese. Il che ho voluto riverentemente dir alla Serenità Vostra, et perché la intenda particolarmente li molti et gravissimi travagli et acciò che la conosca che se bene io mi sia condotto alla Serenissima sua presenza per continuar l’ordinario instituto delli ambasciatori, non potrò però doppo dieci mesi ch’io son partito da Costantinopoli dirle cosa nuova et che, come penso, non l’habbia intesa dalla relatione del clarissimo et intelligentissimo signor bailo Contarini, perciò che havendo io conosciuto la perfetta intelligentia di sua signoria clarissima delle cose di quella eccelsa Porta, et lei havendomi in lunghissimi ragionamenti communicate molte cose, son sicuro che come ho anco inteso, la sua relatione habbia di modo sodisfatto alla Serenità Vostra, et alle signorie vostre eccellentissime, che nissuna cosa si possa aggiongere; onde a me non può restar altro che replicar quello che sua signoria clarissima ha detto, et senza dubbio molto più imperfettamente, perciò che, essendo doppo la partita mia di Costantinopoli seguita la mutazione di Sinan primo visir et sapendo Vostra Serenità che sopra li pensieri et proceder di quello che tiene quel supremo carrico si appoggiano, si può dire, tutte le deliberationi del Signore, et considerando io appresso che quando ero in Costantinopoli tutti li pensieri di Sua Maestà erano indricciati alla pace con il re di Persia, et intendendo che si attende così gagliardamente alle preparationi per la guerra, et essendosi partito il clarissimo signor bailo doppo di me, doverà sua signoria clarissima haver reso più particolar conto di queste importantissime cose che non potrò far io, oltre che, essendo Sciaus, doppo la predetta mia partita, fatto primo visir, non posso dar quella particolar notitia che bisognerebbe della sua inclinatione et pensieri, con tutto che sia molto ben conosciuto da me non solo in questa legatione, ma nell’altra ancora et quando ero bailo, che essendo all’hora uscito dal Seraglio con grandissimo favore di sultan Selin, non mancai come giovane, che all’hora egli era di honorarlo et portarlo in nome della Serenità Vostra; onde si è sempre dimostrato molto amico mio, et doppo che è primo visir doi volte mi ha mandato a visitar in Sofia, una per un chiaus che passò in Ongaria, et l’altra per il chiaus che fu qui alla Serenità Vostra ultimamente, offerendomi tutto quello che mi potesse bisognare. Per queste cause adonque volentieri mi sarei astenuto di far altra relazione, riportandomi del tutto a quella del clarissimo Contarini; non dimeno, per non mancar di questo debito, mi son contentato di farla, per esser certo che la benignità di Vostra Serenità et di vostre signorie eccellentissime supplirà alla mia imperfettione.

La causa di questa mia legatione fu ch’essendo invitata la Serenità Vostra dal Serenissimo Signor Turco di andar lei ad honorar queste sue feste per il ritaglio del serenissimo sultan Mehemet suo unico figliolo, et sapendosi che lei non poteva andare, la pregava a mandar un suo ambasciatore. Così piacque a Vostra Serenità di elegger me, onde con quella prontezza che ho sempre havuto nelli servitii di lei, quando gli parve d’ispedirmi, sentendomi assai grave et per l’età et per diverse indispositioni contrate in tanti viaggi fatti et per mare et per terra, et perciò diffidandomi di far il viaggio per terra, et massime nella stagione che correva nella quale, come ho provato hora nel ritorno, disfacendosi le nevi si correno molti pericoli, supplicai la Serenità Vostra et questo eccellentissimo Conseglio a farmi grazia di andar per mare, et lei benignamente così contentandosi mi deputò doi galere, che furono sopracomiti di esse li magnifici messer Giovanni Pesaro et messer Lorenzo Priuli, gentil’homeni veramente degni della gratia di Vostra Serenità, perché oltre il loro valore havevano in quel tempo galee tanto ben ad ordene di tutte le cose che non si potria desiderar di più, et dalle loro signorie fui tanto honorato et accarezzato che gli restarò con perpetuo obligo, et particolarmente col magnifico messer Giovanni Pesaro, sopra la galea del quale io feci il viaggio. Così in brevi giorni mi condussero a Borù, et passando per molte isole dell’Arcipelago fossimo tanto ben veduti che è cosa mirabile l’haver conosciuto la tanta affettione che portano al nome della Serenità Vostra. Mi accostai anco a Tine, dove venuto a basso il magnifico messer Valerio Donado, che vi era rettore, insieme col clarissimo messer Giovanni Marco da Molin del clarissimo messer Giulio, che come consiglier in Candia vi era per sinnico, et essendo accompagnati quasi da tutto il popolo di quella terra, così come estollevano tutti fin al cielo le laudi et del clarissimo sinnico et del magnifico loro rettore; così io mi sforzai di dimostrargli la grandissima affetione che le era portata dalla Serenità Vostra, et quanto lei desiderava la sua sicurtà et beneficio.

Gionti et smontati al Borù, porto vicino a Salonichi, senza pur minimo travaglio, poco doppo sopravennero homeni di Uluzzali capitano del Mare con sue lettere con le quali, ramemorando l’amicitia che havevo con lui, mi pregava a non sbarcar in quel luogo, ma che se pur havevo qualche rispetto d’intrar in Costantinopoli con le galee come in nome del Serenissimo Signor m’invitava ad andare, mi contentassi di sbarcar alli Dardanelli, dove già si trovavano doi galee per levarmi, et ordine che fossero accomodate le galee della Serenità Vostra de rinfrescamenti, de biscotti, et di ogni altra cosa che si bisognasse. Io mi escusai con l’esser già sbarcato et partite le galee, rendendogli quelle grazie in nome della Serenità Vostra che furono convenienti.

Così andati in Pera, dove sogliono rissieder et li clarissimi baili et li ambasciatori della Serenità Vostra con quel maggior incontro et splendore che si poteva desiderare, et incontrato particolarmente dal clarissimo signor Paulo Contarini all’hora bailo, che con grande et honorata compagnia venne fino alle Acque Dolci; quando fu tempo, andassimo alle visite delli magnifici bassà da quali, et particolarmente dal magnifico Sinan primo visir, fui tanto ben veduto et honorato, dimostrando egli sodisfattione grandissima di questa ambasceria mandata dalla Serenità Vostra, che non bastasse le parole per esprimerlo. Fossimo poi introdotti a Sua Maestà, dalla quale fussimo raccolti secondo l’ordinario, perché lei non usa mai di risponder ad alcuno, ma ben si vidde dalla faccia che ci accettò molto gratamente.

Non debbo restar di dire che conoscendo io la occasione di rapresentar la Serenità Vostra in occasione di tante feste et di tanto concorso di tutti li maggiori di quel Imperio, mi forzai di honorarla come dovevo et con habiti per la mia persona et con grosso numero de servitori vestiti quanto più honoratamente si convenne. Ma quello che apportò grandissimo et estraordinario splendore all’ambasceria et alla dignità della Serenità Vostra fu XIII gentil’homeni che vennero meco, cinque di questa Serenissima Repubblica et otto forestieri. Li nostri furono il magnifico messer Francesco Ruzini fo del clarissimo messer Domenico, il magnifico messer Andrea Morosini del clarissimo ser Vincenzo kavalier procurator, che sia nelle gloria celeste, il magnifico messer Bernardo Capello del clarissimo messer Giovanni Battista, il magnifico messer Pietro Dolfin del clarissimo messer Iseppo, et il magnifico messer Hieronimo Corner fo del clarissimo messer Zorzi, li quali, et li forestieri insieme, comparvero vestiti tutti con dulimani et ferezè di oro et di argento, et con li loro servitori vestiti come li miei; et quello che compitamente accrebbe ogni splendore fu il clarissimo signor bailo il quale, vestitosi di oro con veste fatta solo a questo effetto et con una numerosissima fameglia tutta vestita honoratissimamente, dimostrò la grandezza dell’animo suo et il desiderio che tiene del servitio di Vostra Serenità. Il che ho voluto dire accioché conoscendo anco in questo le degnissime et honoratissime qualità di sua signoria clarissima, et quanto habbino anco meritato li predetti magnifici gentil’homeni la gratia della Serenità Vostra, possa nelle occasioni mostrargliesi grata, come accorrerà al presente, che desiderando il magnifico messer Bernardo Capello esser savio agli ordini per dar principio a servir Vostra Serenità, et dimostrare quello che ha imparato in Roma, dove è stato tutto il tempo della legatione col clarissimo signor Giovanni Correr cavalier, et quanta pratica habbia fatto in questo viaggio delle cose di Levante; onde io, come quello che son restato, affermo non meno alla sua virtù che alle tante sodisfattioni che mi ha dato, et massime in questa mia infirmità, convengo raccomandarlo alla Serenità Vostra con ogni maggior effetto dell’animo mio.

Haverei occasione di estendermi in rapresentar a vostre signorie eccellentissime le feste che sono state fatte per causa di questo ritaglio, ma per verità sono state così deboli et di poca cosa vista che quando volessi descender ai particolari dubiterei di esser riputato tedioso, pur brevemente ne dirò alcuna cosa. Furono fatte queste feste nella piazza dell’Ippodromo, grande assai più di questa di San Marco, et perché è occupata da una et l’altra parte da doi serragli, uno che fu de Ibrain bassà et l’altro di Acmat, che poco tempo fa morì primo visir, et essendo secondo l’ordinario senza finestre sopra la piazza, fu di necessità far una gran fabrica di legname per dar luogo, come si fece, di sopra alli bassà et di sotto alli ambasciatori; et perché fu dato luogo all’ambasciator della Serenità Vostra vicino a quello dell’Imperator, ed all’altra parte della piazza a quello di Franza, et vicino a lui a quello di Polonia, fu pubblicamente affermato che il luogo più honorato era stato dato alla Serenità Vostra sopra quello di Polonia.

Le feste sono state varie, ma come ho detto debolissime, essendosi consumata la maggior parte delli giorni in veder balli alla moresca da homeni solamente senza donne, et senza né livree né altra cosa degna di pubblico spettacolo; si sentivano suoni alla turchesca, li quali mettono più presto horror che dolcezza; comparvero molti giocatori di mano, che non mostravano altro che destrezza; così comparvero nella piazza tutte le arti che si fanno in Costantinopoli, tanto da Turchi quanto da Greci et Hebrei, ma senza cosa degna di esser veduta, et in questo solo mostrarono gratitudine a Sua Maestà, che tutti gli fecero presenti delle opere che essercitano; si viddero et con meraviglia quelli che giocano su la corda, et veramente con artificii et essercitationi estraordinarie; sono stati maneggiati cavalli con tanta agilità, che il rifferirlo pare come impossibile perché s’è veduto un huomo correr sopra doi cavalli a tutta briglia, tenendo un piede sopra l’uno et l’altro sopra l’altro; comparvero doi sopra un’istessa scela, et correndo il cavallo a tutta corsa uno usciva di scela da una parte, et l’altro dall’altra, et toccata terra con un piede tornavano in scela, et molte altre cose simili, così come altri correndo il cavallo tiravano frezze et dardi, ma nel correr all’incontro et alla quintana non ne sano pur una mica. Ma li fuoghi artificiati che si son fatti ogni notte, et principalmente dal capitano del mare, con consumo di estrema quantità di polvere, hanno superato tutte le altre cose.

Fece fare Sua Maestà ogni terzo giorno banchetto a tutte le sorti di persone graduate, et alli gianizzari ancora, ma ogni sera alle XXIII hore si portavano in piazza III o IIII mila scudelotti di terra pieni di risi coti, con un gran pane di sopra, et si mettevano tutti in terra, et oltre questi sopra alcune stuore portate per questo effetto, et distese per il mezzo della piazza vi si metteva sopra gran quantità di carne di castrato arrostita, et al segno che si dava, il popolo metteva tutto a sacco, et di subito ciascuno tornava al loco suo, et per certo è stata gran cosa veder ogni giorno così gran quantità di popolo star in piedi al sole li mesi di giugno et di luglio senza né solari né luogo da sedere con tanta quiete, che non si sentì mai strepito alcuno, né altri havevano cura di tener le genti a suo segno, che alcuni vagabondi li quali fattesi alcune vesti di coro onte di grasso, et con alcuni udri simili in mano andavano circuendo la piazza et facendo star tutti quieti; et per fine quattro volte il Signor medesimo et il principe hanno gettato da una finestra, dove stavano tutto il giorno, aspri et ducati di oro, con alcune picciole tazzete d’argento, che per quanto s’intese può essere stata la summa di XXV mila ducati.

Li presenti che sono stati fatti al principe per questo suo ritaglio, così dalli bassà che da tutti li grandi dell’Imperio, come da tutte le donne principali, furono fatti non pubblicamente, com’è sta solito altre volte, ma fatti mandar dentro il Seraglio, come feci anco io, et prima fatto estender il presente della Serenità Vostra datomi per questo effetto nel cortil del Seraglio, dove era Sua Maestà, et veduto dalli magnifici bassà fu fatto poi entrar alla Maestà Sua. Et questo è tutto il successo delle feste, le quali hanno durato per cinquanta giorni continui, et poi fu detto che havevano ritagliato il principe, non per mano di ceroico, ma di Mehemet bassà, hora quarto visir; ma in effetto fu circonciso tre anni sono, quando il Serenissimo Signor stava male, et hora hanno voluto far le feste, così per honorar detto principe, com’è costume, come anco per haver li presenti, quali tutti, dicono, si consigneranno a Sua Altezza quando andarà al suo sanzaccato, oltre che all’hora il Signor gli farà un donativo grande de denari, gioie, mobeli, arme, cavalli, schiavi, et altre cose per uso suo. La spesa ch’è stata fatta in questo ritaglio si potria dire che fosse stata grande se quello ch’è stato consumato in mangiar, che in altro assai poco è stato speso, fosse stato comprato; ma essendo stata messa una gravezza alli carazari per molte miglia intorno Costantinopoli, che contribuissero per ogni casa secondo le distribuzioni che fecero li cadì, bovi, castradi, galline et altre cose tali, la spesa è stata pochissima.

Questo sultan Mehemet, solo et unico figliolo maschio di Sua Maestà con doi figliole femine, se ben ha havuto altri quattro figlioli maschi, che son morti, tutti di una istessa madre, è hora in età di XVI in XVII anni, et la prima figliola di XIIII dissegnata, come si crede, a Ibrain bassà, et l’altra più picciola. Sta questo principe ancora in Seraglio col padre, cosa del tutto nova et mai più usata dalli imperatori ottomani, perché fu sempre solito, ritagliati che fossero li figlioli, mandarli in sanzaccato, ma Sua Maestà continua pur di tenerlo appresso di sé, sotto pretesto che havendo questo solo si compiace tanto di vederselo appresso, che non se ne vuol privare, se ben in nome suo ha fatto fabricar un novo Seraglio poco discosto dalla bocca di Mar Maggiore. Ma altri credono che sia perché Sua Maestà non si fida di lui, et si raccontano molte cose et dette et fatte da Sua Altezza, dalle quali si comprende l’animo suo esser inquieto et altiero, et dicono che ha già dati molti degusti a Sua Maestà, e fra li altri ch’essendosi inamorato di una giovane nel Seraglio schiava della sultana madre, la volse haver senza licentia di alcuno, et che volendo una volta uno delli eunuchi prohibir l’entrata alla giovane, lo amazzò col suo pugnale; onde, scoperto il fatto, la sultana madre mandò ad anegar la giovane, qual anco fu detto che era gravida, di che Sua Altezza sentì tal dolore che si disse che volse amazzar essa sultana madre, la qual perciò uscì dal Seraglio, et vi volse gran cura per farla ritornare, pur essendo stato più fiate il Serenissimo Signor a visitarla, la reconciliò, ma si dice che la non si fida punto del nipote. Oltre di ciò sentendo Sua Altezza che l’essercito di Persia dimandava chel Signor andasse in persona alla guerra, et sapendo che Sua Maestà et per le sue indispositioni et per la sua natura non era disposta di andarci, andò lui medesimo alla Maestà Sua, et la pregò che si contentasse che egli andasse all’essercito, il che in quel primo moto fu gratamente udito dal padre, et dicono che gli ne desse qualche intentione; ma doppo, havendo ciò conferito con la sultana sua madre, dicono che lo consigliò a non lo permettere, perché era facile da creder che non così tosto fosse uscito dal Seraglio che li gianizzari lo haveriano gridato per imperatore et loro signore, per ciò che desiderando tutto l’essercito di esser più tosto commandato dal loro principe che da ministri, si perché essendo la sua persona in essercito erano sicuri di haver donativi, come perché vedendo esso presentialmente quelli che si affaticano, et se meteno a maggiori pericoli de gli altri, potevano anco loro sperar maggiore rimuneratione. Onde Sua Maestà levò al figliolo ogni speranza di andare, da che nacque mala sodisfattione fra il padre et il figliolo, et pessima con l’ava. Queste, et altre cose simili, dicono che son causa che Sua Maestà non lo lascia partir da sé, dubitando che come ’l sia in sua libertà, et chel cominci a dar orrecchie ad adulatori et a chi gli mette avanti la propria grandezza, essendo, per dir la verità, il Serenissimo Signor poco amato et stimato, possa succeder qualche motivo di molta conseguenza; et per questa cagione, dicono, che quando la prima volta esso sultan Mehemet uscì solo in pubblico, che fu alli II di giugno dell’anno passato, per dar principio alle feste del ritaglio, commandò Sua Maestà chel non havesse gioie intorno, né che gli fosse menato avanti quel numero de cavalli a mano, che si usa quando il Signor cavalca, commandando appresso alli bassà, et altri grandi, che non fosse alcuno di loro che ardisse di accostarsi al principe, ne meno gli parlasse, di che anco dicono che Sua Altezza restò malissimo satisfatta.

Sultan Amurath, III di questo nome, et XIII imperator de Turchi, è di età di XXXVII anni. Non mi estenderò in dire che è picciolo di persona, né quali siano li suoi lineamenti nella faccia, né altre particolarità della sua persona, per non tediar le signorie vostre eccellentissime, ma basterà che, restringendomi a quelle cose più degne di considerazione, dica che fa professione di grandissimo osservator della sua legge, che vive continentissimo, non usando con altra donna che con quella che si ha eletto, se ben non è sua moglie, né havendo mai voluto ber vino. Non è Sua Maestà molto sana perché ha patito anco più di quello che fa al presente il mal caduco, essendo solito di cadere ogni mese, ma hora sta meglio et dicono che per questa causa Sua Maestà ha fatto natura oltre modo malinconica, et con l’esperientia si vede che non si diletta né di caccia, né di volaria, né di qual si voglia altra recreatione, ma se ne sta in Seraglio uscendo rarissime volte, et si tratiene o con le donne o con li nani o con li muti, et spende anco qualche tempo in legger, principalmente le historie de suoi maggiori, con che dicono che si sia acceso maggiormente al desiderio della gloria; et se bene et perché è timidissimo di natura, et perché anco il sopradetto male, oltre la malinconia, lo ha fatto maggiormente timido, et che per l’una et per l’altra di queste cause si può esser come certi, se non muta natura, che non è per uscir mai alla guerra; non dimeno la desidera, anco se ben non gli n’è data occasione, com’è stato di questa di Persia, come dirò. Ma, si come com’ho detto, desidera la gloria con la guerra, così tutti li suoi affetti sono superati dall’avaritia, la qual lo domina sopra tutte le altre cose, né sente cosa che le sia più grata che modo di haver danari, non per spenderli, ma per accumularli et per salvarli, onde difficillimemente rimunera né dona ad alcuno. Dicono che Sua Maestà è superbissima et che non stima qual si voglia principe, riputandoli tutti et di forze et di ogn’altra cosa inferiori a sé. Non si fida né vuole consiglio di alcuno, ma per grandi che siano, et anco li bassà, li tiene tutti bassi et in timore, et vuole esser conosciuto per solo patrone, et obedito senza replica; è vero che essendo di natura più presto mite che altrimenti, non si diletta di veder sangue, ma si sfoga col cassar li homimi delli suoi officii, et non è alcuno che habbia poter con lui di consigliarlo, né communica li suoi pensieri con alcuno, se non con la sultana sua madre, et con la sua donna ma adherisce mirabilmente alli consegli della madre, et in effetto si vede che lei domina; ma è anco lei avarissima, né bisogna pensare che la faccia piacer ad alcuno, se non con donativi, et quanto sono maggiori tanto chi gli fa può esser sicuro di ottener il suo desiderio. All’incontro spende molto volentieri, et principalmente in fabriche, et fra le altre fatte con eccessiva spesa ha fabricato al Scutari, luogo al di là dal mare, all’incontro del Seraglio di Sua Maestà, una bellissima moschea, et dottatala di grandissime entrate, parte comprate, et parte fabricate da lei, per sostentar le spese di detta moschea, et usa ogni industria senza riguardo di spesa per far case et botteghe per far habitar quel luogo, godendosi di questa sodisfattione che sia tanto habitato et frequentato, che possa esser chiamato città fabricata da lei. Ha anco fabricato un nobilissimo seraglio in Costantinopoli, et ornato et fornito di tutte le cose necessarie di quel modo che conviene alla sua grandezza, et lo ha donato al serenissimo suo figliolo, il quale, et per essere in bellissimo aere, et fabbricato dalla madre, mostra di haverlo gratissimo, et se lo va a goder ogni anno per qualche giorno. Né resterò di dire che, conoscendo lei che tanta sua grandezza dipende dalla grazia che ha con Sua Maestà, cerca per ogni via di conservarsela, et oltra che lo accarezza estremamente fa quanto può che non esca mai da lei cosa che possa dispiacere alla Maestà Sua, et per questa causa favorisce et coaiuva la natura et inclinatione di Sua Maestà di non uscir alla guerra, per non lo metter in pericolo, anco per questi suoi propri interessi. Ha un figliolo adottivo, nominato Mamut, che è capigì bassì del Serenissimo Signor, et datogli da sultan Selin suo marito, et allevato da lei fin da picciolo figliolo, lo qual ama tanto che pare che non habbia pensiero alcuno maggiore che farlo grande, et sopra tutto desidera chel Signor gli dia per moglie una delle sue figliole. Questa signora si tiene per certo che sia discesa da questa nostra nobiltà, se ben se ne parla diversamente, ma per il più si tiene che sia stata da Ca’ Baffo, et fatta schiava con li suoi da Barbarossa, qual la fece metter in Seraglio. Questa piacque tanto a sultan Selin che la fece sua moglie, havendole tagliato chebin, che al modo turchesco è come al nostro sposarla. È stata bellissima et prudentissima, come si conserva ancora, adornandosi con tante gioie et con tante inventioni, che chi l’ha veduta rifferisce cosa mirabile. Quella che Sua Maestà tiene per sua dona, et dalla quale ha havuto tutti li suoi figlioli, è di natione albanese, et Sinan bassà si faceva suo parente, et per tale egli era favorito da lei. È grandemente amata dal Signor, et communica anco con lei, come ho detto, tutte le cose sue, ma, come non è di quell’altezza di spirito che è la suocera, così non è uguale di auttorità a lei, ma si va mettendo sempre più inanzi con l’auttorità che va ogni giorno pigliando maggiormente sultan Mehemet suo figliolo, et per non essere dissimile né dal marito né dalla suocera, non è meno avara di loro, et chi vuole gratie da lei bisogna che gli faccia presenti come gli altri. Non l’ha voluta mai Sua Maestà sposare, se ben lei lo desidera sopra modo, et il figliolo l’ha dimandato in gratia al padre, perché senza dubbio anco appresso Turchi resta, non essendo sposata, meno honorata, et per questa causa non mangia con Sua Maestà, come fa la sultana madre, né siede alla sua presentia, et si dice che fra l’una et l’altra di queste signore vi è poco bona intelligenza.

Domina questo gran principe pacificamente l’Imperio acquistato da suoi maggiori et, per restringermi quanto più è possibile, non parlarò particolarmente delli regni et provincie che possede, perché son certo che et questa et molte altre parti saranno state ottimamente rifferite alla Serenità Vostra dal clarissimo ser bailo, ma basterà che dica che l’imperator de Mussulmani non è solamente padron del suo Imperio nel modo che son tutti li altri principi, li quali si contentano di haver datii, li feudi et altre cose che appartengono al stato, ma il solito di casa ottomana fu sempre che acquistato che ha o regno o provincia scacciare li patroni che possedevano non solo le città e castelli, ma anco li terreni et qual si voglia altra proprietà; onde per conservarsi una militia perpetua et che sia preparata ad ogni cenno del loro imperatore, in luoggo de stipendii, che sogliono dar li altri principi, concessero alli soldati a cavallo, da lor nominati spahi, una portione de terreni, maggiore et minore, come parve all’hora, et queste portioni chiamarono timari, et li diedero in godimento ad essi spahi per tutto il tempo della loro vita, et furono detti spahi de timaro, con obbligo di andar alla guerra a tutte sue spese, sempre che fossero commandati, senz’altro pagamento; et così quella parte di Europa che possiede è stata divisa in 60 mila timari, onde sempre sono in esser 60 mila spahi, con obbligo a quelli che hanno aspri 10 mila de timaro, che sono scudi 200 d’oro, di tener un huomo armato a cavallo appresso di sé, et chi ne ha 15 mila ne tiene doi, et così si accresce per ogni 5 mila aspri; et questi sono altri 20 mila cavalli, et così la cavallaria di Europa è di cavalli 80 mila, et in Asia ne sono altri 50 in 60 mila, ma gente stimata manco buona di quella di Europa. Et perché si danno aspettative, le quali sono in grandissimo numero, non solo del timaro, ma della mutatione da maggior a minore, quando more alcun spahi, quelli delle aspettative si fanno inanzi et subentrano, onde il numero delli spahi è sempre pieno.

Vanno, oltre li predetti spahi, alla guerra un’altra sorte d’homini venturieri, da loro chiamati achingi, et questi sogliono far correrie et batter le stradde, et nelle guerre d’Europa sogliono esser almeno 20 mila. Ma in Persia, dove non vi è commodità di rubbare, et per essere il camino tanto lungo non vi vanno; et di questi anco si fanno spahi per rimunerarli, come si costuma anco che quando un schiavo di un spahi si porta valorosamente in guerra et che il padron venga a morte, se gli dà il suo timaro, o se non avviene chel padron mora, se gli provede un altro.

Oltre questi spahi di timaro, ne sono altri 10 mila, che si chiamano spahi della Porta, che sono come la guardia del Signore, et son pagati in danari contanti, secondo le qualità di ciascuno et meriti loro, et di questi li principali sono li muttaferagà, di modo che tutta la militia a cavallo del Signor Turco in Europa et Asia sono di circa 150 mila cavalli.

In Affrica vi è un’altra militia, la qual è di circa 30 mila cavalli, parte de spahi de timaro di quelle parti, et parte di cavalleria de mori et arabi sudditi del Signor, li quali servono con diverse conditioni.

Il stato delli spahi di Europa et Asia sopradetti è afflittissimo per il più, sì perché chiaramente conoscono che quelli che vanno a questa guerra di Persia per il più sono capitati male, in tanto che fino al partir mio di Costantinopoli si diceva per certo che erano morti in questa guerra più di 150 mila persone, ma oltre di ciò provan con la esperientia che essendo il camino tanto lungo com’è, non basta ci mettano insieme tutto quello che hanno a casa et facciano danari, perché prima che giongano all’essercito tutto è consumato, et spetialmente moreno li cavali, non potendo durar a tanto viaggio; onde havendo modo strettissimo di rimettersi a cavallo, restano perduti et il Signor non servito, di modo che è intrato in tutti questi spahi tanto terrore che molti di quelli che non hanno potuto partir dalla guerra sono fuggiti, et hanno rinontiati li timari, et quelli che hora sono costretti andare vanno di così mal animo et così impaurti et così mal a cavallo, che veramente chi li ha veduti, come in bona parte habbiamo fatto noi, convengono restar con molta ammiratione, né si astengono di dire che non bisogna chel Signor speri che possino far frutto alcuno, sì per la loro povertà come per il discontento che universalmente tutti sentono, che Sua Maestà stia a casa et che mandi loro alla guerra, perciò che di questo modo dà pessimo essempio, oltre che sanno che se non vi va non possono haver donativi d’importantia, che se vi andasse, essendo così il solito, sariano sicuri che gli ne darebbe largamente; et se questa guerra continuerà per qualche tempo ancora potrebbe avenire che mancasse il numero delli spahi, non si trovando chi voglia accettare li timari.

La militia da piedi non è altra che delli gianizzari, li quali fino al partir mio erano 18 mila, ma doppo ho inteso che oltre l’haver adempito il detto numero ne hanno fatto ancora degli altri, oltre che in Affrica ve ne sono circa 8 mila altri di quelle genti barbaresche; et in questa guerra di Persia ne sono stati mandati fino 14 mila, et li altri sono dispensati nelle frontiere di Barbaria et altri luoghi, et parte anco stano in Costantinopoli al servitio di Sua Maestà. Ma non sono né di quel valore né di quella obedientia che solevano esser per il passato, perciò che solevano tutti esser cavati dal numero delli azamoglani li quali, figli di cristiani tolti da tutte le provincie per avaris, cioè per contributione, tutti puti et condotti in Costantinopoli vengono crescendo et assuefacendosi ad ogni sorte di fatica sino che sono in età di esser gianizzari; ma perché da qualche tempo in qua si costuma metter in questo numero de gianizzari delli loro figlioli, et altri nati de turchi, allevati morbidamente et senza fatiche che fanno di azamoglani, non riescono né così forti né così atti alle fatiche come solevano, et meno prestano quella obedientia che era già tanto predicata, il che, come in molte cose si conosce, li spessi amutinamenti che fanno ne dano chiaro inditio. Et per non ragionar di cose vecchie, dirò che poco prima che io mi partissi dalla Porta 800 gianizzari partiti da Costantinopoli per andar a Demircapì, come furono alle rive del Mar Maggiore intendendo come divulgarono che dalla parte di Asia non era preparata commodità di viveri per il camino che havevano a passare né meno in Demircapì, si fermarono amutinati, et per questa causa fu mandato in quelle parti il capitano del mare che li acquetò et fece passare sopra le galee che condusse. Ma l’amutinamento che fecero ultimamente in Costantinopoli, in tempo delle feste del ritaglio, fu degno di molta consideratione perché presa occasione dalla licentia che il Signor havea dati alli armaruoli, che per comparer in piazza il giorno deputatoli, come li altri mestieri, come ho già detto, potessero per quel giorno portar la bereta che portano li gianizzari, cominciarono a sollevarsi, et trovati alcuni delli armaruoli con le berete in testa li amazzarono, et per non esser castigati andarono a le camere delli altri gianizzari et si amutinarono tutti insieme, e cominciarono a sparger voce chel Signor donava a muti, a nani, a buffoni et ad altri simili che non havevano merito alcuno, et che a loro che facevano di continuo tante fatiche non si dava recognitione alcuna, et pubblicamente dimandarono donativo et accrescimento di soldo, spargendo anco voce che se il Signor usciva dal Seraglio senza contentarli, lo haveriano fermato; et questa fu la causa che le feste continuarono tanto lungamente, non havendo ardir il Signor di uscire se prima non li accomodava, come fu fatto perché Ferat, hora bassà, et che va general all’impresa di Persia, et era a quel tempo agà de’ gianizzari, in loro gratificatione fu casso, et fatti destramente morir alcuni delli capi dell’amutinamento, et fatto donativo di grossa summa di aspri alli altri, finalmente si acquetarono. Onde chiaramente si conosce che questi amutinamenti et altri mali portamenti che fanno li gianizzari, hanno messo nell’animo del Signor et di chi governa pensieri di molta importantia, mettendosi in consideratione quando si tratta di mandar gianizzari alla guerra, le cose di mal essempio, che hanno fatto, et quelle che potrebbono fare.

Queste sono le forze proprie da terra che ha il Signor Turco, alle quali si aggiunge li aiuti che può haver da suoi tributari, come sono in obligo, perché il principe di Valachia e quello di Bogdania sono obligati a mandar vittuaria al campo et cavalli per somma et altro, secondo che Sua Maestà manda quando è bisogno il commandamento che facciano, le quali doi provincie, com’ho detto, sono tributarie della Maestà Sua, et il Valacco paga ducati 120 mila d’oro de tributo ogn’anno, et perché il Signor lo denomina quando lo misse in stato gli fece pagar ducati 600 mila in tre anni, oltre il tributo, et il Bogdano, che paga de tributo ducati 40 mila, per la investitura pagò ducati 300 mila, oltre li donativi grandissimi fanno alli bassà; onde, se ben per natura quelle provincie sono abondantissime, si vanno nondimeno consumando cavandosi tanta summa di denaro dalli poveri popoli, li quali sono cristiani del rito greco. Ne restarò di dire che quello che venne già qui alla Serenità Vostra, et andò a Costantinopoli con speranza di esser fatto principe di Valacchia col favore del re Christianissimo, et ancora in Costantinopoli in casa dell’ambasciator di Francia, ma con poca speranza di esser sodisfatto perché non ha denari, che se ’l ne havesse in contanti in maggior summa di quello che da chi è in possesso, potrebbe forse sperar più che nelli favori di Sua Maestà Christianissima.

La Transilvania è ancora lei tributaria di Sua Maestà, ma essi proprii transilvani eleggono il proprio principe, o vaivoda, et paga de tributo ducati 30 mila all’anno; et si trova uno di quelli principali all’eccellentissima Porta che dimanda a Sua Maestà che lei lo faccia voivoda di Transilvania, et gli promette di pagar 100 mila ducati di tributo. Ma essendo il presente principe di Transilvania nipote del re di Polonia, et molto favorito da quella Maestà, le cose vanno al lungo.

Ha Sua Maestà lega con Tartari, et gli paga ducati 10 mila all’anno in tanti sali, di che loro si gloriano assai, et all’incontro danno essi gagliardi aiuti alla Maestà Sua di cavalleria; et il Signor se ne serve nelle guerre di Persia, havendo havuto più di 10 mila di loro nella presente, li quali hanno assicurato li soccorsi mandati a Osman bassà in Demircapì, et con il loro aiuto l’essercito turchesco da quella parte è intrato nel regno di Sirvan.

Le forze di mare sono grandissime, et non meno di quelle di terra, perché in Arsenale vi sono volti cento e sedeci, capaci per la maggior parte di doi galee per uno, nelli quali, et parte anco in acqua, fino al partir mio si trovavano galee cento e cinquanta navigabili, la mità delle quali con mediocre acconciamento si potrebbono mandar fuori, et il resto haveria bisogno di molta maggior spesa et tempo per acconciarle. Ma, oltre queste, ne sono fuori a guardia in diverse parti circa 30, et in Mar Maggiore ne furono ordinate altre cinquanta, parte delle quali sono già arrivate in Costantinopoli con tutti li apprestamenti che gli bisognano, et intorno alle altre si va lavorando. Ultimamente fu dato novo ordine che, ispedite le predette, se ne preparino altre cinquanta; et perché tutte si fanno di legnami verdi et mal lavorate, con la isperientia si vede che durano poco, ma la tanta commodità che hanno de legnami et di tutte le altre cose che bisognano, fa che non importi a Sua Maestà quello che importeria molto ad altri; onde, sempre che le piacerà far armata, troverà ad ordine ducento cinquanta galee, et se vorrà far finir quelle che ha ultimamente ordinate in Mar Maggiore arriverà alle trecento.

Sono medesimamente in essere vinti maone et cinquanta palandarie, et se bene hanno molte volte ragionato di far galee grosse, non ne hanno però mai cominciato alcuna. Oltre di ciò ha Sua Maestà gran commodità di far armar in Affrica gran numero di fuste et galeote.

L’Arsenal si trovava al partir mio assai mal ad ordine di sartiami, vele et altri apprestamenti necessarii; ma è stato dato ordine al capitano del mare che ne faccia far preparationi grandissime, le quali si andavano tutta via sollecitando. Si trova in esser quantità grandissima d’artegliaria di tutte le sorti, et polvere et ogn’altra cosa che bisogna per la guerra, et però, se ben se ne consuma senza risparmio, havendo tanta commodità di farne non credono poterne haver bisogno.

Il capitano del mare, che ha l’assoluto governo di esso, et di Pera, et di quasi tutte le isole dell’Arcipelago, ben conosciuto almeno per nome dalle signorie vostre eccellentissime, è Uluzzalì, et solo governa non solo l’armata di fuori, ma et l’Arsenale, come ho predetto, et tutte le cose pertinenti alla militia da mare. Egli è stimato buon marinaro, ma di non molto discorso, et si trova in molta riputatione per la grandissima gratia che ha con Sua Maestà, con tutto che in tempo della guerra attendesse più presto a salvarsi che a combattere. Attende con ogni diligentia alle cose dell’Arsenale et, havendo gran credito, può far molto maggiori provisioni per servitio di esso Arsenale et dell’armata che non facevano li precessori suoi da Barbarossa in qua, et che forse non farà chi gli succederà poiché si soleva dar il carrico di capitano del mare per il più giovani grati al Signor et cavati dal Seraglio, come si fa delli agà de i gianizzari. Ma perché è quasi certo che, non gli avenendo qualche sinistro accidente, il carrico gli durerà mentre gli durerà la vita, si può sperare che doppo lui le cose dell’Arsenal e dell’artigleria possino declinar assai, massimamente non havendo Sua Maestà capo alcuno da mar che sia di riputatione. Egli è di patria calavrese et in età vicina alli 80 anni, gagliardo et robusto quanto più si può dire, et se bene il Signor gli ha voluto dar qual delle sultane vedove che gli fosse piaciuta per moglie, et fattolo anco bassà visir, non ha però mai voluto accettar né uno né l’altra, ma vive alegrissimamente et con quelli piaceri che sogliono haver li giovani. È di natura superbo, ma però molto facile a lasciarsi guadagnare, et principalmente con l’adulatione, la quale lo rende dolce e facile a conceder ogni gratia. È ricchissimo de danari, di gioie, de schiavi et di tutte le commodità, ma spende largamente et dona volentieri, et a me disse un giorno ragionando familiarmente che di doi cose non tiene conto, né di denari né delli suoi anni, et perciò che spende volentieri et vive allegramente. Non fugge diligentia né fatica in servir Sua Maestà in tutte le cose che gli commanda, oltre anco il suo carrico di capitano generale, et per questa causa se qualche volta alcuno ha voluto far qualche mal ufficio contra di lui, Sua Maestà non vuol udire et ne impone silentio. Ma nessuna cosa è più desiderata da lui che l’uscir con l’armata, et se ’l non può haver grosso numero di galee, si contenta di poco pur che l’esca, perciò stando in Costantinopoli fa donativi et spese grandissime, et uscendo et per l’utile che riceve dalle paghe che tira in nome delli suoi schiavi et per altro guadagna grossissimamente; ma in effetto, per quanto ho potuto conoscer fino al tempo che mi son partito da Costantinopoli, il suo desiderio et quello che lui et li suoi più favoriti procuravano è di andar con l’armata in Affrica et far la guerra al re di Spagna, sperando di acquistar molte maggiori ricchezze in quella parte che in qual si voglia altra, come ha fatto altre volte, havendo acquistato in Affrica la maggior parte delle sue richezze, et mettendo avanti quanto danno sia per ricever il Signore, se non impedirà li progressi che potria far quella Maestà in quelle parti, parendogli pur troppo l’augumento che ha fatto del regno di Portogallo et delli paesi che in Affrica sono pervenuti in lei per causa di quella corona; et perché le carezze et le adulatione, com’ho detto, possono tanto in lui, si vede con la isperientia che chi lo tiene ben gratificato può sperar molto beneficio perché come da animo grato non escono facilmente cose che apportino mala sodisfattione, così da chi è essasperato non può uscire se non danni et travagli. Ha fabbricato una moschea al Topanà per mezo il Seraglio del Signore, nella quale dicono che ha speso mezzo million d’oro. Habita nel canal del Mar Maggiore in seraglio fattosi da lui, et in un colle che è sopra esso seraglio va tuttavia fabricando un gran casale, il qual si vede crescere molto, e lo fa chiamar Nova Calavria, nel qual dà habitatione alli suoi schiavi che lo hanno servito et li ha fatti liberi et maritati lasciandoli viver cristiani con un prete che gli ha dato che era schiavo anco lui, et li lascia far qual arte gli piace, et ne ha messo anco alcuni in Arsenal, et gli dona a tutti il pane per suo uso.

Si trovano in Costantinopoli X mila schiavi cristiani, delli quali III mila sono del Signor, senza speranza di potersi mai liberare se non fuggono, III mila del capitano del mare, che è facilissima cosa liberarli con denari, mille di Assan agà et re d’Algeri et nostro venetiano, che se li ha per la maggior parte condotti seco, et 2 mila de diversi particolari, li quali, quando si fa armata, si mettono per galeotti, et potriano in un subito armar quaranta bone galee, le quali sono sempre le migliori dell’armata, et quando non si arma una parte di quelli del capitano lavorano in Arsenale, et la utilità è di esso capitano, et quelli del Signor si mettono a lavorar nelle fabriche publiche, et il resto in fabriche particolari, et in tempo che serveno per galeotti se li dà il medesimo stipendio che si dà alli liberi, che è un donativo di mille aspri per ciascuno, et IIII aspri al giorno, che sono tutti denari che vanno in borsa alli patroni loro, et il solo biscotto resta alli schiavi. Il resto delle galee dell’armata si armano per avaris, cioè per impositione, perché quando il Signor vuol far armata espedisce li commandamenti per quella parte dell’Imperio che vuole che mandi gli huomini da remo, et per il resto dell’Imperio manda altri commandamenti che in luogo d’huomini mandino mille aspri per ciascun huomo che li toccava di mandare, in tanto che la gravezza è sempre commune e generale.

Le intrade del Serenissimo Signor ascendono a X milliona d’oro in circa, et tanto più quando che accorrono morte di generali et più ricchi et di quelli che per non lassar heredi, o per causa di conffiscationi, il Signor ne resta padrone; et gl’infrascritti principi pagano pensione, o tributo, a Sua Maestà: il Valacco ducati 120 mila d’oro; Ragusa 12 mila et 500; il Bogdano 40 mila; l’Imperator per il regno d’Ongaria 30 mila; il Transilvano 30 mila, et la Serenità Vostra per il Zante 1500. Ma sempre che li predetti signori mandano li tributi eccetto che la Serenità Vostra, mandano anco ambasciatori con donativi al Signor et alli bassà, che importano almeno la metà del tributo.

Le spese di Sua Maestà sono ben grandissime, et massime con l’occasione di questa guerra di Persia, potrebbero non dimeno le sue intrade supplire alle spese ma, si come è stato sempre solito di applicare al Casnà di fuori in tanto che per ordinario, quando non era guerra, avanzava Sua Maestà doi in tre millioni d’oro all’anno, li quali poi si mettevano in Casnà di dentro, et in tempo di guerra si cavava da detto Casnà quella summa de denari che bisognava, così ha la Maestà Sua stretto di modo le limitazioni del Casnà di fuori che non basta quello che vi entra per supplir alle spese ordinarie, in tanto che si senteno molti che esclamano, non havendo li pagamenti a suoi tempi debiti, et andando creditori de diverse paghe, et essendo lei durissima in lassar cavar denari dal Casnà di dentro, conviene esso moltiplicar grandemente, et rifferiscono li giovani che stavano nelle camere del Casnà, et che sono usciti in mio tempo, che detto Casnà di dentro è grandissimo, havendo Sua Maestà gran quantità di vasi molto grandi, li quali stanno sotterrati fino alla bocca, pieni di oro, oltre molto ch’è nelli sacchi, et quantità grandissima di argenti, così grezi come lavorati. Rifferiscono anco che vi è grandissima quantità di gioie, le quali per la maggior parte stanno nelle mani delle donne, et per supplir alli bisogni, così ordinarii come estraordinarii, è divenuta Sua Maestà a far molte cose mai più fatte da suoi antecessori; però conoscendo che il primo bassà cavava utilità grandissima dal vender tutti li officii per grandi che siano, così di dentro come di fuori, onde et Rusten et Mehemet principalmente hanno fatto li thesori estremi, che si ragiona in tanto che è opinione che et l’uno et l’altro di loro habbino lasciato intorno a XX milliona d’oro de contanti per uno, ha voluto la Maestà vender lei liberamente tutti li magistrati et tirar li denari in Casnà, et questo hebbe principio in tempo di Acmat bassà, successor di Mehemet, il quale, valendo poco et d’ingegno et di esperienza, et conoscendo quanto li denari piacevano a Sua Maestà, essendo lui ricchissimo, per esser stato genero et herede di Rustam bassà, così come se gli facevano li donativi per la causa preditta, tutti li mandava alla Maestà Sua, onde se gli era fatto gratissimo. Ma, morto lui, il Signor non ha voluto più per III.a mano, ma alla libera vender lui tutti li predetti officii, de’ quali cava grandissima summa d’oro, e tanto maggiore che non facevano li bassà, quanto che il donar a Sua Maestà bisogna che sia più largo che se si donasse ad un suo ministro, in tanto che si trova chi dona per gli beglierbei principali, come il Cairo, Babilonia, Algier, et altri simili, fino a ducati 100 mila, et quello che grandemente importa è che non si costuma più lassar li gradi in mano de chi li ha, come già si soleva per lungo tempo, ma in capo de doi o tre anni si mutano, principalmente per haver novo donativo; onde facilmente può esser conosciuto dalla prudentia di signorie vostre illustrissime come stiano quelli miseri sudditi, perché come va nella sua provincia o begliebei o sanzacco, considera quello che ha donato et il stato nel qual si trova di dover essere presto levato, et in questo più breve spatio ch’è possibile con estraordinaria gravezza alli poveri popoli non solo vuol ricuperare il già dato, ma avanzarsi ancora di più per poter restar lui commodo et maggiormente donar per accrescer di grado et di riputatione, onde li voivoda fanno essecutioni et novi inventivi per haver denari, che rovinano li popoli, et se questa gravezza fosse ancora sola alle poveri genti potrebbero pur passarla, ma ve ne sono tante e tante altre, et ogni dì se ne accresce di nove, che a pena possono viver, per cio che se ha da contribuir alla gravezza ordinaria di dar un figliolo ogni tre anni per farsi azamoglan, se lo vuol liberar lo può far con denari dati alli ministri; se si va a riscuoter il carazo, se gli fa pagar III et IIII volte più di quello che deve, se si va a scuoder la gravezza che si paga per il pascolo degli animali, medesimamente riscuottano III et IIII volte più di quello che pagano, et questo perché quelli ministri che hanno simili carrichi partecipano di queste tiranniche utilità con li sanzachi et cadì, che altrimenti non lo potriano fare; onde se alcuno si volesse aggravare non trova chi li ascolta per questi suoi proprii interessi, et così in tutte le cose che occorreno, tutto si accomoda con danari, onde la miseria et infelicità di quelli poveri popoli li quali, massime in questa parte di Europa, per il più sono cristiani del rito greco, li ha condotti all’ultima disperatione. Oltre di ciò ha voluto la Maestà Sua che tutto l’Imperio paghi l’avaris delli galeotti, che è mille aspri per ciascuno che deve andar in galea, ma se bene doppo che è questa guerra di Persia non ha fatto armata d’importantia, ha non di meno voluto che tutti paghino li mille aspri per uno, di che ha cavato Sua Maestà per quello d’intende intorno a ducati 800 mila all’anno, li quali si vanno riscuottendo con la tirannide et estorsion che ho detto sopra. Ha voluto appresso Sua Maestà, con gravezza mai più sentita, che tutti li timari le paghino la decima, onde appresso le tante ruine che patiscono li soldati per causa di questa guerra di Persia, vedendosi convenir pagar una decima che mai più è stata sentita nell’Imperio del Signor Turco, viene ciò sentito con estrema essasperatione non solo delli spahi, ma di tutto l’Imperio, et così va sempre dando orrecchie Sua Maestà a chi gli raccorda modi di trovar denari per qual si voglia via, non perdonando neanche al suo proprio sangue, perciò che quello che non ha fatto né sultan Suliman né sultan Selin, sapendo molto bene et l’uno et l’altro li gran thesori che haveva lasciato Rusten bassà, genero de sultan Suliman predetto, li hanno sempre lasciati goder alli suoi heredi. Ma sultan Amurath, presente imperatore, sotto diversi modi et prettesti, ha indotto la figliola di esso Rusten, che fu moglie di Acmat primo visir, a donarli, in apparentia spontaneamente ma in effetto per forza, tanto che quella gran ricchezza che lassò Rusten bassà suo padre, et la madre, che fu figliola di sultan Suliman, sono hormai quasi tutte intrate in mano di Sua Maestà, et la moglie, che fu di Mehemet bassà sua sorella, doppo la morte del marito, conoscendo la volontà del fratello, per sostentar sé et il solo figliolo che ha di Mehemet, gli va donando di continuo molto grossamente; onde si va così destramente Sua Maestà impatronendo delli thesori de’ suoi ministri, il che le par di poter fare con bona conscienza, sapendo molto bene che tutto quello che hanno lasciatoli predetti bassà lo hanno rubbato. Ma non così destramente ha fatto con li heredi di Mustaffà bassà, che fu quello che acquistò Cipro, perciocché morto lui Sua Maestà s’impatronì subito di più di quattro millioni d’oro che gli furono trovati sepolti nella sua camera, et fece entrar li figlioli che lasciò in Seraglio sotto pretesto di allevarli, ma quando sarà tempo usciranno sanzacchi, et li denari resteranno in mano a Sua Maestà. In conclusione il Serenissimo Signor si tiene padrone dell’anima, del corpo, delli figlioli et della robba de’ suoi sudditi, et permette che ogn’uno robbi quanto gli piace, perché finalmente tutto il maltolto ritorna in utile di Sua Maestà.

Li bassà al presente sono sei, Sciaus primo visir, Osman, Messih, Mehemet, Ibrain et Ferrath.

Sciaus è ungaro et in età di circa quaranta anni, et fu allevato Seraglio in tempo de sultan Selin, al qual fu tanto caro et grato che lui solo haveva auttorità di parlar col Signor anco quando era guasto dal vino; lo cavò dal Seraglio con grandissima pompa et grandissimi donativi, et subito lo fece agà de’ gianizzari et doppo begliebei della Grecia, et gli diede l’ultima sua figliola per moglie, et lo fece bassà, et se bene non può haver molta esperientia, non havendo mai veduto guerra, non dimeno essendo allevato in Seraglio tanto vicino al Signor, et poi essendosi essercitato nelli predetti carrichi tanto importanti et principali, convien haver qualche cognitione delle cose, et per un anno chel tenne il carico di primo visir in luogo di Sinan bassà, quando l’era in Persia, dicono che si portò benissimo, et con li popoli et con li grandi della Porta et col Signor medesimo, et trattò destrissimamente con tutti li ambasciatori, in tanto che si acquistò nome di imitar Mehemet bassà. Ma quello che per giudicio gli ha fatto haver il sigillo et l’auttorità di primo visir, et che glielo conserverà ancora, è la singolar gratia che ha la sultana sua moglie col Signore, et principalmente con la sultana madre, dalla qual è amata singolarmente, et sempre la chiama figliola, quello che non fa con le altre sue sorelle. La natura di Sciaus bassà, per quello che sin’hora si è potuto conoscere, è più presto piena di dolcezza et di humanità che altrimenti, ma è ben da credere che se vederà la inclinatione del Signor esser di proseguir questa guerra, anderà operando secondo il desiderio di Sua Maestà perché per verità, non havendo lui esperientia né quella riputatione che si sogliono acquistare li homeni dalle cose fatte, non ardirà così facilmente di opponersi alla volontà di Sua Maestà, potendosi massimamente creder chel suo principal obietto sarà di conservarsi nel stato che hora si trova, et massime fino che non verà Sinan, del qual dubitarà sempre, che se Sua Maestà restasse ogni poco mal satisfatto di lui, potesse da novo dar il carico ad esso Sinan di primo bassà, con la sua propria destruttione, ovvero morte. Ma se gli avenisse di poter dar boni consegli a Sua Maestà, il che forse non sarà difficile per la tanta dependentia che ha con le sultane di dentro, potrebbe acquistarsi maggior credito con Sua Maestà, et all’hora seguitar più la sua natura et parlar più liberamente il che, quanto a me, credo che saria più presto di persuader Sua Maestà a pace che a guerra, poiché essendo lui, com’ho detto, senza esperientia et perciò non dovendo mai cercar di andar a far prova di sé, et conseguentemente mettere in pericolo l’altissimo stato nel quale si trova, cercarà quanto più potrà, et con l’aiuto anco della sultana madre, che è ancor lei di questa opinione, di dissuader, pur che possa, il Signor dalla guerra, et di consigliarla starsene in pace; ma perché et le occasioni che possono sopravenire, et l’animo del Signor, che è inclinatissimo a voler la guerra, lo possono persuader a seguitar più presto la volontà di Sua Maestà che la sua inclinatione sopra di ciò, non mi estenderò più. Tuttavia non tacerò che egli è desiderosissimo di haver denari, parendole grandissima vergogna, anco quando era secondo visir, di esser, come dicevan li suoi, povero, però cercava per ogni via di farse ricco. Et dirò che ragionando io con un suo confidentissimo, et dolendosi lui di questa povertà del bassà, gli dimandai quanto l’haveva guadagnato nell’anno che fece l’ufficio di primo visir, mi rispose con giuramento et con una voce che mostra viva afflittione che quel anno che governò l’Imperio non si haveva avanzato più di un million d’oro; dal che la Serenità Vostra può ben comprender quanto sia grande la sete d’oro che ha il bassà et quelli che gli stanno più vicini, et con qual via si possa maggiormente confirmarlo in quella bona dispositione che dimostra verso le cose di questo Serenissimo Dominio, et per verità non si può desiderar dimostratione in un par suo de miglior volontà di quello che ha dimostrato sempre verso la Serenità Vostra con tutti li suoi rappresentanti. Ma bisogna conservarla, et considerar che altro modo bisogna tener con il primo visir di quello si teneva quanto l’era in grado inferiore. Il principal servitor suo, et quello che ha tutta la sua volontà in mano, è il dottor Benveniste hebreo, il quale, se bene fu messo in disgratia dal Signor, parendole che Sciaus Bassà lo stimasse troppo essendo hebreo et non turco, non dimeno il bassà ha prevalso et lo ha ritornato appresso di sé in maggior favor che mai. Questo è stato fatto molto amico della Serenità Vostra dalla singolar industria et diligentia che ha usato il clarissimo signor bailo Contarini, in tanto che, se ben era di questa suprema auttorità col bassà, se lo faceva venir a casa ad ogni suo beneplacito, et quando non poteva haveva un suo confidente nominato il dottor usque hebreo, qual veniva a rifferir tutto quello che occorreva, con ogni maggior confidenza. Questi anco è necessario a quelli che vogliono haver favor dal bassà, di tenersi grati, perché senza dubbio col mezzo del dottor Benveniste si può sperar haver dal bassà quel più che è possibile, et debbo dire che come il clarissimo signor bailo predetto con questo mezzo, posso dire, s’era impatronito dell’animo di Sciaus bassà, quasi prevedendo quello che doveva seguire di Sinan; così haveva tenuto con la sua prudentia modi tali che era fatto confidentissimo delli principali di esso Sinan, li quali procedevano con lui con ogni segno di confidentia, et come Sciaus Bassà era inimicissimo di Sinan, così havendosi il clarissimo signor bailo Contarini con la sua molta diligentia fatti amici li principali di uno et dell’altro, intendeva tutte le cose con molta facilità, di che sua signoria clarissima merita infinita laude et gratia appresso la Serenità Vostra, et alli altri ha dato esempio di ben servire il suo principe.

Il secondo bassà visir è Osman, qual si trova in Demircapì. Ha nome di gran soldato e capitano, et si è acquistato gloria sopra tutti gli altri in questa guerra, et altrettanta gratia appresso il Signor, quel lo ama e stima quanto più si può dire; et per quello ch’io posso rifferir alla Serenità Vostra perché il Signor non l’habbi fatto primo visir, sono state doi cause, l’una perché lui non è stato allevato in Seraglio, et questa è opposizione grandissima perché dicono che rarissime volte sia stato fatto alcuno bassà che non sia uscito dal Seraglio, et massimamente non essendo ne anco lui conosciuto per faccia alla Porta, poiché non vi è mai stato; ma quella che è forse più importante è che lui non ha mai tenuto conto delle sultane, non le havendo forse mai né presentate né estraordinariamente honorate. Onde, concorrendo lui a quel supremo grado con così poca gratia, et all’incontro Sciaus tanto favorito, com’ho detto, prevalse Sciaus. Questo Osman havendo amicitia col signor di Demircapì, essendo ancor lui nato a quelli confini, il qual signor seguiva le parti persiane, et correndo parole di matrimonio tra esso Osman et una figliola di detto signor, intrato Osman in Demircapì con qualche numero di gente quando fuggì dalla rotta che diede il figliolo del Persiano alle genti di Mustaffà Bassà, et fatto il matrimonio, trovando il suocero incauto lo fece prigione et s’impadronì della fortezza a nome di sultan Amurath. Et essendo questa cosa di quella maggior importantia che si potesse desiderar da Turchi per esser quella fortezza la porta per la qual sola li Tartari possono intrar nel paese del regno di Sirvan et di Persia, per il qual luogo passano principalmente essi Tartari per andar alla Mecca, la qual tenendo li Persiani chiusa è stata una delle principali cause della inimicitia che grandissima hanno havuto insieme per molti anni. È Osman inimicissimo di Sinan Bassà, in tanto che ottenne dal Signor, doppo che esso Sinan ritornò alla Porta, di non se indricciar con lui ma con Sciaus Bassà, al qual anco Sua Maestà soleva cometter tutte le cose che appartenevano ad esso Osman.

Messih è il III bassà visir. Questo è eunuco allevato in Seraglio, ma di natura crudele et severissima. È stato bassà al Cairo dove ha fatto grandissime ricchezze, et dicono che fa ogn’opera perché il Signor continui in questa guerra di Persia, con metterli inanzi le cose della loro Legge et la dignità di Sua Maestà, la qual non porta che non havendo fatto più che tanto in questa guerra si retiri o faccia la pace.

Mehemet è il IIII visir, et come fu trovato in Pera in bottega di un barbiere et messo in Seraglio, così fu poi barbier di Sua Maestà. È stato Agà de’ gianizzari et poi begliebei della Grecia, ma senza nissuna esperientia, et con dimostrar anco nella ciera assai poco spirito; ma più presto bel homo et robusto fu dato per marito alla sultana che fu moglie di Piali Bassà, sorella del Signor. Et questo fu quello a chi fu dato carrico che mostrasse di far il ritaglio di sultan Mehemet, non si havendo voluto fidar de’ ceroinchi né de’ barbieri, com’è l’ordinario, perché non palesassero la verità.

Ibrain è il V bassà visir, amato da Sua Maestà sopra tutti gli altri; di età di XXXIIII anni, bello di corpo et di bel animo, se ben si dice che com’è largo nelle promesse così non facilmente osserva la parola. Voleva Sua Maestà nel tempo che Sinan bassà era primo visir et lui begliebei della Grecia, che trattasse molte cose che toccavano al primo visir, et si vedeva chiaramente che quelle cose che passavano per le sue mani erano più presto et più motivamente ispedite che quelle che passavano per mano del primo bassà, con il che era non solo odiato dal primo visir, ma anco li altri bassà stavano sospesi, se bene Sciaus inimicissimo di Sinan mostrava di tener gran amicitia et confidentia con lui, perchiocché se ben odiava a morte Sinan, nondimeno tornandogli a conto di non si scoprire, se non quanto meno poteva, usava questo Ibrain per istrumento di metterlo in disgratia di Sua Maestà, nel che faceva grandissimo servitio alla sultana madre, la quale poco amica de Sinan (se ben lui gli donò in una volta, per farsela benevola, 400 mila ducati) pur havendolo lei in poca gratia, anco perché si faceva parente della donna del Signor, gli ha procurato sempre ogni danno. Et questa gratia che haveva esso Ibrain con Sua Maestà andò tanto inanzi che si teneva per certo che gli fosse per dare la sua primogenita per moglie; ma havendo la sultana madre fisso nell’animo di farla dare a Mamut suo figliolo adottivo, gli è stata sempre contraria. Et finalmente havendo lei fatto far Sciaus bassà primo visir, d’accordo insieme l’hanno mandato bassà del Cairo, sotto pretesto che si vadi a far ricco perché il Signor li possa dar doppo tanto più liberamente la figliola, ma in effetto si tiene per certo che la sultana madre l’habbi fatto allargar dalla Porta acciò che il Signor si vadi scordando di lui, et che lei habbia tanto più la strada aperta a procurar il matrimonio per il detto Mamut suo figliolo adottivo; et così Sciaus bassà ha favorito questa sua andata al Cairo parendogli con la absentia poter meglio trattar col Signor che se Ibrain fosse continuato alla Porta et chel fosse stato fatto genero di Sua Maestà, poteva con ragione dubitare che un giorno lo facesse levare dal carrico suo et che il Signor vi mettesse esso Ibrain.

Il sesto et ultimo bassà visir è Ferrath, fatto bassà con questo fine di mandarlo capitano general dell’impresa di Persia, se ben né per esperientia né per gratia che si conoscesse che l’avesse col Signor, era al partir mio in tal consideratione. Anzi essendo attribuito alla sua poca destrità et prudentia l’amutinamento che fecero li gianizzari nel tempo delle feste del ritaglio, essendo lui loro agà, fu non solo nella pubblica piazza dell’Ippodromo battuto da Sinan bassà alla presentia delli gianizzari et di tutto il popolo, ma di subito privato del suo ufficio, al qual grado essendo pervenuto per il solo favor della sultana madre, dalla qual del tutto lui dipende; lei gli fece subito intender chel stesse di buon animo perché haveria veduto quello sarebbe successo. Così poco doppo il partir mio fu fatto begliebei della Grecia, et poco doppo bassà et capitano general dell’impresa di Persia; ma essendo lui di nissuna auttorità et in disgratia delli gianizzari, et forse non minore delli spahi, si può grandemente dubitare che non habbi quella riputatione nell’essercito che bisognaria.

Con questi consiglieri governa sultan Amurath il suo Imperio, ma per verità non essendo alcuno di loro che habbia quella isperientia che bisognaria, può facilmente esser discorso dalla prudentia della Serenità Vostra, et delle signorie vostre eccellentissime, quanti disordini possino seguire, et massimamente non essendo Sua Maestà né intelligente né versato più che tanto alli negocii di Stato, né di altro, né valendosi del consiglio di alcuno se non della madre et della moglie; onde ben spesse volte si vede che non così presto ha Sua Maestà ordinato una cosa che la revoca, overo la suspende, et ordinando lei ogni cosa a caso, né dominando altro che l’avaritia et li appetiti, bisogna concludere quello che dicono li turchi vecchi et più savi, che la gran potentia sola sostenta quell’Imperio. Et noi potressimo dire che se ’l signor Dio non fosse adirato contra di noi per li peccati nostri, si potria ben presto veder qualche gran mutamento, et massime non vi essendo altro che un solo herede dell’Imperio, il qual se mancasse, et il padre insieme, né si conoscendo chi de iure habbi a succedere, tutto potrebbe facilmente andare in gran precipitio.

Et perché dovendo dir alcuna cosa intorno la presente guerra di Persia, crederò che il parlar di quel re possa apportar satisfattione et maggior lume alla Serenità Vostra. Per ben intendere le cose di quel regno dirò che sciah Mehemet è al presente re di Persia, di età, come dicono, di 60 et più anni, ma poco sano, et fra le altre sue indispositioni, che la carne dove sono le ciglia, et le ciglia istesse, gli sono di modo cresciute et cadute sopra gli occhi che se non le leva con la mano non vede la luce, et poco anco con tutto questo aiuto. Ha un figliolo nominato sciah Ismael, hora di età di anni XXIIII, arditissimo et pieno di valore, et che fa professione di grande inimico de’ Turchi, si come il padre è di origine assai pacifica et quieta, in tanto che si dice che se non fosse il figliolo et la maggior parte de’ principali di quella natione dispostissimi alla guerra, facilmente il re faria la pace. Sono li Persiani mahometani, come Turchi, ma differenti nella interpretation della Legge che lassò Mahometo, seguendo li Turchi la interprettation di Omer sopra l’Alcorano, et Persiani quella di Halli. Onde una parte et l’altra si chiamo heretici, essendo le dette interpretationi diversissime l’una dall’altra quasi in tutte le cose. Portano, come li Turchi, la fessa bianca, ma con un corno in mezo rosso, et perciò si chiamano chiselbas, cioè testa rossa. È il re di Persia patron di sei regni, cioè di Attibecchiar, Chilan, Arac, Corasan, Chirman e Candacar. Ha nervo molto potente di cavalleria, se ben non così numerosa come quella de Turchi, ma non ha fanteria, et sempre corrono; onde quando si crede che siano in un luogo si trovano molto discosti, et per ciò anco non si portano dietro bagaglie di sorte alcuna, et per il loro viver si contentano di portar ogn’uno seco carne secca al sole et un poco di farina, con la quale compongono certo loro mangiare, onde così ispediti, et havendo assuefatti li loro cavalli a sempre correre, fano mirabili effetti. Non usano artigliarie, ma quelle che hanno guadagnate da Turchi le conservano in Tauris. Usano arcobusi, ma non ne hanno molti; et le proprie loro arme sono frezze et dardi da lanciare, li quali maneggiano mirabilmente. Non hanno fortezza alcuna ma, come hanno sospetto di guerra, dalla parte che temono di esser assaliti, dano il guasto al loro proprio paese retirando in dentro per molte giornate li homini, e tutta la robba, con il che parendo loro di ridur il nemico in necessità di tutte le cose, come altre volte si è veduto la esperientia, lo tengono lontano. In questa guerra non si sa che habbino messo insieme più di 60 mila cavalli, ma gente elettissima, et che mette spavento grandissimo alli Turchi, perciò che, seguendo loro il suo antico modo di guerreggiare, non così facilmente si riducono a battaglia ma, come intendono che li Turchi siano in alcun loco accampati, all’improvviso gli sopravengono con le correrie et gli danno gravissime percosse, et li dissipano quanto più il tempo gli serve che Turchi all’incontro, essendo pieni di infinite commodità et bagaglie non così facilmente potendosi sbrigare, ricevono grandissimi danni senza poter offender li Persiani, li quali, come vedono che Turchi sono sbrigati, ritornano nelli boschi, che grandissimi sono in quel paese, et si salvano. Et se alcuna volta li Turchi hanno invitato li Persiani a giornata, li respondono che il loro re nobilissimo et grandissimo non degna di venir a giornata con schiavi, ma che se il loro imperator venirà in campagna all’hora non fuggiranno la giornata, se ben è in ogn’uno opinione che non siano per farlo, et che dicano queste parole a fine di mettere Sua Maestà in disgratia del proprio suo essercito; onde pare che non attendino ad altro che a straccar et consumar li Turchi, parendoli con questo di consumarli et ridurli a migliori conditioni di pace, et se potessero non solamente non dar alcuna cosa del suo, ma ricuperar di quello che per il tempo passato hanno perduto. Et perché conoscono che la causa di questa guerra dipende, come dirò, dal desiderio che il Signor Turco ha d’impatronirsi del regno di Sirvan, il qual se Sua Maestà mettesse in suo dominio sanno che l’entrar nel regno di Persia sarebbe molto facile, questo pericolo delle cose sue li fa tanto più animosi al conbatter, et ad ogni sorte di strattagema per ingannar il Signor Turco. Oltra che sapendo loro che con grandissima difficoltà Sua Maestà può andar in essercito, et conoscendo che senza la sua persona l’essercito non è per far cosa di molta importantia, sì come particolarmente hanno conosciuto in tempo di sultan Suliman, il qual mentre che mandò esserciti con bassà mai puotè far progressi d’importantia, ma come vi andò in persona le guadagnò quasi tutte le frontiere. Si può credere che difficilmente siano per assentir mai al desiderio del Signore di darle Sirvan.

Il governo del re di Persia è del tutto dissimile da quello de’ Turchi perché come il Signor Turco si lascia rarissime volte vedere, così detto re compare ogni giorno in pubblico et dà audientia a qualunque la vuole. Ha anco lui li sui consiglieri, ma huomini liberi, et che hanno terre et molta giurisdittione, et sono chiamati sultani, li quali, come conservano mirabilmente la loro auttorità et dominii, così sono obsequentissimi al re in tutte le cose, et massime in quelle di guerra, et contribuiscono senza repplica alcuna quel numero di cavalleria et altre commodità per essa guerra che sono tenuti. Non vestono così pomposamente come Turchi, ma per il più, et particolare il re, veste sempre di tela gottonina turchina imbottida, et quando vuol far qualche gran favore a uno gli dona una di queste proprie vesti.

Si dice che non hanno gran copia di oro né di argento, ma però non si sa che in questa così lunga guerra habbino mai havuto bisogno; abbondano di sede finissime, et in grandissima quantità, et di lane tanto fine che sono stimade più delle sede, et delli tapeti persiani, che di bellezza de colori superano tutti gli altri; sono stimati più belli quelli di lana che quelli di seta. Hanno anco spade finissime, armature et altre cose di ferro, et gran quantità di pellami, et massime de zebellini et de lovi, il che essendo quel tanto che ho potuto dire delle cose di Persia, rifferirò alcuna cosa della presente guerra.

La causa di questa guerra di Persia che è fra il Serenissimo Signor et detto sciah Mehemet ebbe principio dall’anno 1578, non perché fosse tra di loro né usurpationi fatte di novo, né causa de odii, se non quanto porta la diversità della loro Legge; ma, il che è degno di esser avvertito diligentemente dalle vostre signorie eccellentissime, perché il Signor Turco, seguendo il suo natural istinto di occupar quel d’altri, intendendo che il regno di Persia era in grandissima discordia et confusione per la morte di sciah Ismael, fratello del re presente, et essendo li grandi di Persia in gran divisione, parendo al Signor Turco bella occasione di guadagnarsi il regno di Sirvan, dominato da Persiani et frontiera delli communi stati; et conoscendo che se si havesse acquistato quella provincia si apriva gran stradda all’acquisto di tutto il regno di Persia, et havendo più volte communicati questi suoi pensieri con il scieh, homo privato ma che entrava in Seraglio, et a Sua Maestà ad ogni suo beneplacito, una mattina costui gli disse che la notte precedente s’haveva sognato di veder la Maestà Sua pacificamente et senza sangue esser fatto re di Persia, onde Sua Maestà, se ben dalli bassà erano mostrati li molti pericoli che soprastavano, volendo da questo sogno pigliar buon augurio senza altro consiglio deliberò di far la guerra di Persia, et eletto Mustaffà bassà per suo capitano generale, mandò con lui un potentissimo essercito di più di 100 mila cavalli et 14 mila gianizzari, col qual essercito si congiunsero poi anche 40 mila cavalli tartari, con uno delli fratelli di quel re; et nel camino prese Tiflis, terra de’ Georgiani, cristiani del rito greco, lassata da loro vacua de habitatori per tema dell’essercito; et poco da poi Osman bassà prese Demircapì, nel modo che ho detto, et Mustaffà fortificò Cars, il che è tutto quello che è stato fatto da Turchi in questa guerra. Ma non restando il Signor satisfatto di Mustaffà bassà per diverse imputationi che gli erano date, mandò per successore Sinan bassà, con havergli dato il luogo di primo visir, se ben di ragione toccava a Mustaffà, il qual poi gionto a Costantinopoli, non potendo di soportar di obedir a Sinan, si venenò lui medesimo, et così andò a render conto della perfidia che usò nell’acquisto di Cipro.

Sinan andato all’essercito, se ben mostrava di voler far gran cose, come haveva promesso, nondimeno molto presto si ridusse in Esdron senza haver fatto alcuna cosa in servitio di Sua Maestà, et voltati tutti li pensieri suoi alla pace, poiché ardendo di desiderio di tornare alla Porta et sentar primo visir, conosceva non lo poter fare senza di essa con li modi che seppe tenere, invitò il re di Persia a mandar ambasciatore per questa trattatione al Signore, promettendo che come primo visir, gionto che fosse stato alla Porta l’havrebbe persuasa a Sua Maestà, et anco conclusa. Onde il re di Persia mandò più volte suo ambasciator ad esso Sinan, et poi alla Porta, ma con l’isperientia si conobbe che questo re mandava astutamente questi ambasciatori non per voler in effetto la pace, quando però non gli fosse data con suo avantaggio, ma per guadagnar tempo et far disarmar l’essercito turchesco, et seppe così ben colorir queste sue ambascerie che Turchi, senz’avedersi dello inganno, se ne stavano sicuri che la pace seguiria con suo utile, credendo che la debolezza facesse far al Persiano questi effetti. Et finalmente, andato un nuovo ambasciatore di Persia a trovar Sinan bassà, concordò con lui li capitoli della pace, et si estese una scrittura, la qual subito Sinan mandò alla Porta, et diede aviso che per concluder la capitolatione andrebbe novo ambasciator a Sua Maestà, la quale empita di queste vane speranze non solo diede licentia a Sinan di venir alla Porta, ma anco di licentiare l’essercito.

Così gionto Sinan alla Porta, senz’haver fatto impresa alcuna, et vedendo il Signor che l’ambasciator promesso di Persia non compariva, et perciò cominciando a dubitar dell’inganno, fu in pensiero di castigare Sinan. Ma essendo finalmente comparso l’ambasciatore a Costantinopoli, et doppo molte repliche disse che se ben non teneva commissione in scrittura, non dimeno il suo re gli haveva detto, a bocca et segretissimamente, che ’l cedesse quella parte di Sirvan che era posseduta dal Signor Turco, la qual non essendo altra che un poco alli confini di Cars, et altretanto alli confini di Demircapì, era cosa di pochissima importantia. Et essendo seguito questo ragionamento alla presentia di tutti li bassà, unitamente loro dissero che l’haveva promesso non quella parte che il Signor possedeva, ma tutto il regno di Sirvan, et negandolo asseveramente l’ambasciator seguirono grandissimi rumori, et finalmente furono ispediti al re di Persia homini del Signor per intender la volontà di quel re; et non solo il Signor Turco dimandava Sirvan, ma Ravan, Naxan et Caradach, tre luoghi di grandissima importantia fuori del regno di Sirvan, et sopra questa speranza si facevano in Costantinopoli bellissimi discorsi, perché come li Turchi credevano fermamente di dover haver Sirvan, così delli altri luoghi mostravano di sperar molto poco, et però divulgarono che havendo da tornar li capigì al tempo delle feste del ritaglio con la cession di Sirvan, le sultane per finir questa guerra, insieme con li bassà et altri grandi, dimanderiano al Signor che si contentasse di far la pace con Sirvan solo, et lasciar le altre dimande. Ma venuti avisi che Persiani havevano dato una rotta alle genti di Osman bassà, li ragionamenti della pace cominciarono a mortificarsi; et in questo stato havendo io lassato le cose al mio partir di Costantinopoli, sono sopragionti poi novi avisi di altre rotte date da Persiani alle genti di Sua Maestà, la quale già fatta certa che ’l proceder di esso Sinan non era stato sincero, et che haveva nascosto molte verità de’ danni seguiti senza lassarle pervenir alle orecchie di Sua Maestà, finalmente lo depose.

Et perché credo che principalmente la Serenità Vostra desideri d’intender alcuna cosa sopra quello che possa succedere, o circa la continuazione della guerra di Persia, per causa della quale si fanno le tante provisioni, che l’ha già inteso, o più se si potesse dubitar di pace, dirò così imperfettamente cosa alcuna, rimettendo il tutto al prudentissimo giuditio della Serenità Vostra, et delle signorie vostre illustrissime, per ciò che il parlarne con fondamento saria cosa molto difficile, dipendendo il tutto dalla volontà della Maestà Sua solo, et non da consiglio alcuno ordinato, per ciò che non è dubbio che il vedere tante et così grandi preparationi per la guerra causate da una offesa che ha sentito Sua Maestà fino nell’animo con l’essergli state date parole di pace col mezo di uno, et più ambasciatori mandati alla Porta per questa causa, et che per questo habbia levato dal suo grado Sinan bassà, riputandosi ingannata anco da lui, possono far credere che l’animo di Sua Maestà sia di proseguir la guerra, aggiontavi, si può dire, la sua natural inclinatione per il desiderio che ha di farsi almeno eguale alla gloria de’ suoi antecessori, et conoscendo quanta diminutione della sua gloria et riputatione, sia l’haver fatto guerra cinque anni continui senza haver guadagnato altro che Tifflis, terra de Georgiani, avanti questa guerra suoi amici, lassata da loro abbandonata, et Demircapì, preso per inganno, et fortificata Cars. Ma all’incontro havendo perduto 150 mila persone, quantità grandissima de’ cavalli, di robbe, delli soldati et speso molto thesoro, si può dubitar che la superbia turchesca non così facilmente si abbasserà a far pace, et massime havendosi mostrato inclinatione ad accettarla con haver la provincia di Sirvan, del che non si ha voluto contentare il Persiano, se ben haveva mandato suo ambasciator in Costantinopoli per questa trattatione, com’è detto. Dall’altra parte se si considererà il mal stato nel quale si trovano li spahi, così di timaro come della Porta, et quanto siano inviliti per la morte de’ tanti, et per la perdita della loro robba, essempi che dano molta afflittione et molto da pensar a questi che gli sono successi nelli timari, poiché essendo homini novi non hanno né quel modo di spendere per prevalersi alli sui bisogni, né quel ardire che havevano li primi che erano soldati veterani; et considerandosi come facilmente li gianizzari si amutinano anco alla presenza di Sua Maestà, et che anco loro sono stracchi et debilitati assai, oltre che non dano quella obedientia, né si mostrano così facili di andar nelli pericoli, come già solevano, et perciò essendo nata quasi aperta diffidenza fra loro et il Signore, et appresso poiché le genti sono ridotte non solo in gran bisogno ma quasi in disperatione, per il che sarebbe necessario che Sua Maestà aprisse li suoi tesori et facesse larghi donativi, il che gli sarà sempre gravosissimo per la sua natural inclinatione, che non solo è di non spendere né donare, ma di accrescer essi tesori. Al che si aggionge il non haver huomo che meriti esser capitano general di tanta guerra, né che apporti riputatione al grado, né che sia grato alli soldati né stimato dalli nemici; oltre che possono sperar poco frutto non uscendo la Maestà Sua in persona in campagna, come hanno fatto li suoi antecessori, et massime a queste guerre di Persia, nelle quali si è comprobato con la isperientia, come ho detto, che se non vi sono andati li Signori in persona, non hanno fatto mai cosa d’importanza. Onde et per queste et per molte altre considerationi può assai largamente conietturare che la Maestà Sua possi inclinare a pacificarsi con il re di Persia, quando anco non se gli desse la provincia di Sirvan, massime non si sentendo bisogno di cosa alcuna dalla parte di esso Persiano; anzi vedendosi che con diverse astutie, com’è già detto, va avanzando tempo per maggior suo beneficio et che, se ben con il mezo delli suoi ambasciatori mostra de desiderar la pace, la vuole più presto con suo avantaggio et superiorità che altrimenti, onde si potria dire che queste preparationi di essercito che fa il Signor Turco con tanta gran voce, sia più presto per cercar avantaggio nella pace che perché in effetto si voglia la guerra. Ma se ben le cose si trovano in questo stato, nondimeno difficilmente si può far sicuro giudicio il quale, com’ho già detto, rimetto alla somma prudenza della Serenità Vostra et di vostre signorie eccellentissime; non restando però di aggiongere che se pur seguisse questa pace, considerata la inclinatione del Signor si può creder come certo che saria con animo di far una nova guerra più facile, come a suo luogo dirò.

Hora havendomi ispedito da tutte quelle parti che ho giudicate degne della Vostra Serenità, mi resta solamente rappresentar brevemente il stato nel quale si trovano li altri principi con il Signor Turco. Et prima dirò che per la inclusione che fece il re di Spagna del nome del pontefice nella conclusione delle tregue col Signor Turco, si può dire che anco la Santità Sua sia in tregua et, se bene le sono state prese quelle doi galee, dicono Turchi, che gli le tolse Morat rais corsaro, et che per questo le tregue non si deveno intender rotte. Ma in effetto Turchi non hanno in consideratione in pontefice, se non che possa esser instrumento di unire li principi christiani, e tanto sempre più lo stimeranno quanto più intenderanno che Sua Santità pensi a questa unione. Ma essendo li principi christiani nelle diffidentie che si mostrano, et non facendo Sua Santità motivo alcuno d’importantia né de riconciliatione, né di altro, la Santità Sua non viene appresso il loro in molta consideratione.

Con l’imperator Sua Maestà ha prolungato le tregue, come la Serenità Vostra ha già inteso. Ma dirò bene che quando il Signor Turco, fatta la pace col Persiano, havesse animo di far nova guerra per terra, si può credere che questa contra l’imperator fosse la prima che venisse in consideratione, perciò che chiaramente si conosce che Turchi non hanno buon animo verso Sua Cesarea Maestà, et non è dubbio che le tante corriere che si fanno in Ongaria, in Croatia et in altri luoghi con tanto grosso numero di gente, fanno sempre più ingrossar gli animi, et massime che o vincano o perdano Turchi, sempre li ministri alli confini dicono che li Ongari sono stati li primi ad assalire; et se gli Turchi guadagnano, se li accresce il sdegno et il sprezzo, poiché le genti cesaree habbino voluto provocar li Turchi, et siano restati inferiori. Ma se perdono gli cresce maggiormente il sdegno et l’odio. Oltre che, dicono Turchi, che da certo tempo in qua le stradde di Ongaria non sono sicure, perché li Ongari sudditi dell’Imperator stanno alla stradda et assassinano mercanti et ogn’altra sorte de mussulmani. Le quali cose congionte con li danni che fanno Uscochi alli mercanti et altri sudditi del Signor Turco, gli accrescono non solo l’odio ma pensieri anco di vendicarsene, essendo certissimi li Turchi che il ricapito che se gli dà in Segna et altri luoghi di Sua Cesarea Maestà, et dell’arciduca Carlo, sono causa delli tanti danni che seguono ogni giorno, se ben anco sono certissimi che li aiuti et intelligentie che hanno con li sudditi della Serenità Vostra, coaiuvano assai la mala volontà degli Uscochi; et questo è quel tanto che ho potuto dire del stato in che si trova il Signor Turco con l’imperatore.

Il re di Franza tiene ancor lui ambasciator ordinario alla Porta; ma se bene per hora non si vede molto stretta intelligentia fra quella Maestà et il Signor Turco, si può ben credere che se apertamente si rompesse la guerra fra Franza et Spagna, si potrebbe Sua Cristianissima Maestà stringer più con il Signor Turco, com’è stato per il passato; se però le tregue che sono fra detto Signor Turco et la Maestà Cattolica non mettessero impedimento, et massime se si ponesse fine alla guerra di Persia, conoscendosi chiaramente che tanta è stata et può essere la congiontione fra Franza et il Signor Turco, quanto che potesse succeder guerra fra Franza et Spagna.

Durano ancora le tregue che ha il Signor Turco con la Maestà Cattolica, se ben pochi mesi mancano a finirle, nelle quali fu denominata la Serenità Vostra dall’una et dall’altra parte, et è credibile che se Sua Maestà dimanderà la prolongatione durante questa guerra di Persia, facilmente l’haverà, et già prima ch’io partissi da Costantinopoli, s’era sparsa voce che dovevano andar homini del Marigliani, che fu quello che concluse le tregue, come doppo ch’io partì da Ragusi ho inteso ch’il giorno appresso la mia partita gionsero in quel luogo doi homini di esso Marigliani, quali dissero che andavano a Costantinopoli in diligentia, si può creder per questo effetto; et si può anco credere che facilmente si prolongheranno, con tutto che mi pare di poter dire che il capitano del mare se gli opponerà vivamente, come fece l’altra volta, che essendosegli se ben solo de tutti li grandi della Porta opposto, trovò tante inventioni per impedire la conclusione che più di una volta si pensò che non si concludessero. Così credo che ’l farà anco adesso perché il stato delle cose è tale che fino che non segua la pace col Persiano si può haver per certo che il Signor cercarà pace, overo tregue, con tutti, sì perché assicura almeno in certo modo il suo Imperio, come per la riputatione che gli cresce et con li suoi proprii sudditi, et quello che più importa con li Persiani, poiché vedeno che quanto più Sua Maestà è involta il guerra tanto importante, et lo Imperator et il re di Spagna quando doveriano maggiormente pensare al benefitio universale della Christianità, pur all’hora procurano di conservarsi l’amicitia della Maestà Sua, come fa anco la Serenità Vostra; onde, com’ho detto, si può credere che si prolongheranno queste tregue, se ben non è dubbio che poco ben disposto è l’animo del Signor Turco verso quella Maestà, et quando non sia per altro perché lo stima il principal re della Christianità, et amaramente sente lo acquisto del regno di Portogallo, sì perché duramente gli vedeno aggionte quelle forze, come per il particolar acquisto che ha fatto in Affrica del paese che possedeva la corona

di Portogallo, oltre che le strette trattationi che la Maestà Sua ha havuto col re di Fez, hanno aggionta molta gelosia a Turchi che la voglia non solo conservar quello che possede in Affrica, ma ampliarsi ancora. Et se bene esso re di Fez presentando la mala satisfattione del Signor Turco habbi mandato et suoi ambasciatori espressi con grandissimi presenti per giustificarsi, et che habbia accettato in segno della maggioranza che ’l Signor Turco ha sopra di lui di nominar nelle sue pubbliche orationi prima il Signor Turco et poi sé, et anco di cugnar le sue monede d’oro et di argento col nome di esso Signor Turco, cose tutte stimate di grandissima importantia, et se bene anco quanto all’animo del re di Fez pare che Turchi restino assai ben satisfatti; nondimeno havendo detto re scoperti molti particolari delle sue trattationi col re di Spagna, resta nell’animo di predetto Serenissimo Signor peggior dispositione verso Sua Maestà Cattolica che non era prima. Onde si può credere che quando sarà tempo non si lasceranno le cose d’Affrica in questo stato, et massime com’ho detto, facendo continui officii il capitano del mare che Sua Maestà non lasci quiete le cose del re di Spagna in quelle parti; et so che ragionando sopra questi particolari Assan bassà, ch’è hora vicerè d’Algeri, nostro venetiano, disse ad un suo amico in molta confidentia che se il Signor si risolvesse di mandar cinquanta galee in quelle parti di Affrica, gli bastava l’animo con il grosso numero di fuste et galeotte che de lì egli averebbe d’impedire di modo il transito, ch’è hora così facile al re di Spagna di mandar sue galee di Spagna in Italia, et d’Italia in Spagna, che tenirebbe anco l’armata di Sua Maestà tanto travagliata et impedita, et forse la ridurebbe in tal necessità di starsene nelli porti, che teniria quelli mari et quelle rive di Spagna in tanta strettezza che le cose di quelli regni si metteriano in molta confusione, et che il Signor haverebbe grande occasione con queste diversioni di scacciar il re di Spagna di tutta l’Affrica.

Il re di Polonia si trova in pace col Signor Turco, ma con poca satisfattione dall’una et l’altra parte, perché vorrebbe pur il Signor Turco con l’haversi intromesso et nella elettione del re di Franza, et in questa del re presente, haversi anco acquistato superiorità sopra quel regno; onde vorrebbe che particolarmente il presente re, riuscito con li favori suoi, lo riconoscesse più di quello che fa, dal che quel re si dimostra alienissimo in tutte le occasioni. Oltre di ciò la pace che quella Maestà fece col Moscovito fu malissimo intesa alla Porta, perché se ben non è né è stata guerra fra il Moscovito et il Signor Turco, vi è nondimento mala intelligenza, sì perché alla Porta quel principe è stimato molto potente, come per la gelosia che ’l dà nelle parti della Rossia, dove confina col Signor Turco. Onde stanno li Turchi in sospetto che il re di Polonia con il Moscovito si potessero unir contra la Maestà Sua, et massime al presente che si trova tanto impedito nella guerra di Persia. Appresso facendo Tartari continue correrie in Polonia, come per il più sono mal trattati dalli Polachi, così non cessano Tartari di querellarli alla Porta; ma se avenisse che con questa occasione della guerra di Persia il re di Polonia movesse guerra a Tartari, et che con questo Tartari restassero impediti di non mandar aiuti al Signor Turco, dal che senza dubbio le cose de’ Turchi patirebbero assai, si può credere che siano per aggiongersi molto peggiori satisfattioni. All’incontro il re di Polonia è malissimo satisfatto, non potendo sopportare che se bene il Signor Turco lo ha favorito nella sua elettione a quel regno, lo voglia questo trattar da manco di quello che si è trattato sempre li suoi antecessori, et che alla Porta li suoi ambasciatori siano stati più volte manco honorati di quello solevano. Oltre di ciò, havendogli il Signor Turco richiesto doi fratelli del re de’ Tartari, li quali si ritrovavano priggioni in Polonia appresso doi signori particolari, li quali se ben prima il re negò di dar al Signore, finalmente per molte istantie che gli furono fatte mandò un ambasciator con essi, perché li presentasse a Sua Maestà. Ma, come s’intese alla Porta che l’ambasciator si avvicinava, Sinan bassà gli li mandò a levare per forza, et sono stati trattenuti senza segno alcuno di gratitudine né di ringratiamento verso quel re; et oltre di questo trovandosi uno delli baroni di Transilvania, come ho già detto, che vorrebbe, con accrescer molto grossamente il tributo di quella provincia, farsi investir patrone di essa, et però essendo ribelle del principe di Transilvania, nipote del re di Polonia, dissegnava quel re con il mandar detti doi tartari di permutarli col Transilvano predetto; ma tolti li Tartari, a gran pena l’ambasciator di Polonia è stato udito et licentiato con queste sole parole che ’l predetto Transilvano è alli stipendii del Signore et sotto la sua protettione, et che però non si può dare, onde partì l’ambasciator malissimo satisfatto.

La pace che ha la Serenità Vostra con quel Serenissimo Signor, per quello che ho potuto conoscer nel tempo che son stato alla Porta, et per la relation conforme che mi ha fatto il clarissimo signor bailo Contarini, si può tener per ferma, a tanto almeno che durerà la guerra di Persia, et per qualche tempo anche doppo finita, fino che le forze si siano ridotte in miglior stato, perciocché doppo si può dubitare di quello che potesse succedere per le cause che dirò.

Doi cose ho lasciato alla Porta che dano mala sodisfattione, una è la cosa de’ Uscochi, et l’altra li danni che fanno le galee ponentine; perciocché se bene, come ho detto, conoscono Turchi che il principal fondamento de’ Uscochi sia il ricapito che hanno in Segna et in altri luoghi di Sua Maestà Cesarea et dell’arciduca Carlo, non dimeno essendo loro certi che le intelligentie che hanno con li sudditi della Serenità Vostra coaiuvano assai a far li danni che fanno continuamente, restano con molto mala sodisfatione; et se bene restano satisfatti delle provisioni che si fanno, nondimeno si dogliono che la Serenità Vostra non faccia esseguire quello che la dice di fare. Né in questo proposito repplicarò quello che ho trattato ultimamente col sanzacco di Cherzego, sì come le ne diedi con mie lettere particolar conto, essendo certo che la Serenità Vostra haverà fatto in ciò quelle provisioni che le saranno necessarie; come sono medesimamente sicuro che le provisioni che lei ha fatto per rimediar alli danni che fanno le sopradette galee ponentine haveranno apportato molta satisfattione alla Porta. Ma se seguisse la pace col Persiano, come ho di sopra considerato, si può credere che ben presto seguisse una nova guerra, sì perché come, come più volte ho detto, l’animo del Signor v’inclina, come perché quanto manco honorata facesse questa pace tanto vorrebbe con nova guerra cercar di riffarsi, et nella riputatione et nelli acquisti. Ma perché li spahi et li gianizzari, com’è detto, sono indeboliti assai, et perché il Signor fuggirà volentieri quelle guerre che possono chiamarlo ad andarvi in persona, si può credere che inclinerà più presto alla guerra di mare, dove non si ricerca la sua persona, et minor numero de’ spahi et de’ gianizzari; et se questo si risolvesse doi imprese venirebbero in consideratione, una contra il re di Spagna, per cacciarlo di Affrica, et l’altra contra la Serenità Vostra.

Contra il re di Spagna sarà Sua Maestà sempre stimulata dal capitano del mare che faccia l’impresa d’Affrica, per le cause che ho già dette, al che la potrà far anco inclinare che se ben le forze del re sono stimate da Turchi, quando anche siano sole; non dimeno parendo che non sia così facile a quella Maestà unir la Christianità a sua difesa, viene manco stimata la guerra contra di lei. All’incontro le cose della Serenità Vostra sono per la istessa causa più stimate, tenendosi alla Porta per fermo che sia in libertà sua di far una lega de Christiani, come una et doi volte si è veduto; la qual operatione portando a questo Serenissimo Dominio grandissima riputatione et sicurtà, crederò che sarà sempre beneficio grandissimo non solo il conservarla nelli Turchi, ma anco augumentarla, il che si potrà fare quando si creda alla Porta che la Serenità Vostra si conservi amici tutti li principi christiani, et principalmente il re di Spagna, perciocché se le forze sue sono stimate sole, come ho detto, molto più saranno sempre stimate quando sarà in lega con li altri principi. Et in questo proposito non lasserò di dire quello che mi disse Sinan bassà ragionando meco in materia delle galee Ponentine, che fanno danni, perciocché dicendogli io che la Serenità Vostra dà continui ordini alli sui capi da Mar che le perseguitino et disarmino, sì per levar le male satisfattioni a quella Maestà, come perché impediscono il comercio con grandissimo danno delli datii, disse il bassà, «Et io voglio dirvi, ma non mi date altra risposta, io credo che li danni che fanno vi apportino mala satisfattione, ma non credo già che vogliate proceder di modo con loro, che quando venisse occasione di guerra non possiate facilmente unirle con voi»; al che se ben io volsi rispondere, il bassà si mise a ridere et, senza voler che io parlassi, entrò in altro.

Ma sopra tutto per conservatione della pace sarà molto a proposito non permetter che la capitolatione sia rotta in modo alcuno, anzi sempre che viene qualche occasione, proceder di quel modo con che parerà alla molta prudentia poter dal satisfattione alli Turchi.

Appresso sarà gran beneficio querellar sempre a Costantinopoli ogni danno che venga fatto alle cose nostre, et aggrandir sempre le offese. Anzi, dirò che quando anco il torto fosse dalla parte nostra, sarà sempre a proposito il querellarsi, et farlo subito perché le prime impressioni possono sempre appresso li Turchi, et nell’istesso tempo procurar di accomodar le cose con li sanzachi, acciocché loro non faccino querella, perciò che, se ben la Serenità Vostra havesse fatto querellare et poi desistesse, questo non viene messo in consideratione appresso di loro, perché non viene da essi mai sollecitata espeditione alcuna di cose particolari se da quelli che hanno fatte le querelle non sono provocati; et se pur bisogna donar alcuna cosa si farà sempre con manco con li sanzachi che col primo visir, oltre che la dignità della Serenità Vostra porta che si sentano in Divan manco querelle che si possa.

Ma l’intendersi a Costantinopoli che l’Arsenal sia quanto più si può ben ad ordine, non solo di quel grosso numero di galee che si possa, ma de’ tutti li apprestamenti ancora, et massime de’ 

galeotti, che pur sono molti che credeno che questi principalmente possano mancare, apporterà et beneficio et somma riputatione alle cose della Serenità Vostra. Come sarà anco se intenderanno che le fortezze siano ben definite, non solo di muraglie ma de’ boni soldati et capitani, de viveri, di artegliarie, de monitioni, et di tutte le altre cose che bisognano, perciocché sì come l’haver le fortezze ben finite et munite, come ho detto, dà occasione a chi le volesse offender di molto pensarvi, così l’esser imperfette et mal munite, et peggio guardate, invitano li nemici a pensare a quello che altrimenti non pensariano. Et sia pur certa la Serenità Vostra che Turchi hanno spie per tutto, et vogliono saper ogni particolare, et già si sa che doi renegati, stati lungamente per soldati l’uno in Corfù et l’altro in Candia, non solo resero alla Porta conto particolare del stato di tutte quelle fortezze, ma portarono anco li dissegni, et furono grossamente premiati, cose certo di grandissima importantia, et che meritano di esser molto ben avertite et considerate, et massimamente perché quando pur si divenisse a guerra con la Serenità Vostra, et Candia et Corfù venirebbero principalmente in consideratione, et se bene si ragiona dirò di continuo in Costantinopoli che la prossima guerra che farà quella Maestà con la Serenità Vostra sarà per far l’impresa di Candia, considerando la vicinità di quella grande et molto potente isola, fatta frontiera alli luoghi di Sua Maestà, e tanto vicina all’Arcipelago. Nondimeno quando li ragionamenti si sono più ristretti, ho presentito che li più intelligenti credono che il Signor Turco potria più facilmente risolversi in far l’impresa di Corfù che di Candia, perciocché considerandosi che con la sola armata non si potrebbe far né l’una né l’altra impresa, essendovi bisogno di molto maggior numero de’ soldati per espugnar le fortezze et dell’una et dell’altra isola, che non può portar l’armata; et conoscendosi che il traghettar gente dalla terra ferma fino in Candia è passaggio lungo, et che può apportar molti disordini et impedimenti, et all’incontro, potendosi passar sopra l’isola di Corfù con molta facilità, et senza si può dir impedimento, per questa causa stimano la impresa più facile; oltre che essendo in Candia molte fortezze, et per impatronirsi di tutta l’isola bisognando espugnarle tutte, et a Corfù non ve ne essendo se non una sola, anco per questa causa pare che s’inclini più a questa che a Candia. Et appresso, vedendosi che se ben è stata presa l’isola di Cipro non è però seguita altra conseguenza, come se pur per li peccati nostri si perdesse Candia, potrebbe avvenire il medesimo; ma se si prendesse Corfù, Candia, Cerigo, Tine, il Zante et la Ceffalonia cascherebbono senza dubbio alcuno. Et oltre di ciò, sì come Corfù è stimata la chiave della Christianità, così il Colfo restarebbe assediato, et consequentemente si minaccieria non solo a tutta la Dalmatia, ma si può dubitare che si penseria forse anco più avanti, che ’l Signor Dio non lo permetta mai; oltre che per la vicinità del regno di Napoli et di Sicilia, et con la commodità maggiore che haveria il Signor Turco di unir le forze d’Affrica, si può dubitar di ogni altro travaglioso dissegno, come possono ben considerar le signorie vostre eccellentissime con la somma sua prudentia. Onde se bene Candia è uno delli occhi di questo Serenissimo Stado, così Corfù è non solo l’altro occhio particolarmente di Vostra Serenità, ma di tutta la Cristianità ancora.

Tornerà medesimamente in grandissima riputatione di questo Serenissimo Stado che si creda che la sia benissimo provista de’ denari, come nervo principalissimo delle guerre, et medesimamente de’ capitani, che questo non haver si può dire huomo di auttorità nelle cose di guerra, eccetti il signor Sforza, qual è in grandissima riputatione appresso Turchi, leva per certo molto et della sicurtà et della dignità della Serenità Vostra, poiché fra li grandi si mettono in molta consideratione tutti questi particolari. Ma dirò anco che il vedersi, massime alla Porta, che li panni di seda et di lana che escono di questa inclita città, non sono né di quella bellezza né di quella finezza che solevano esser già; et stimando li Turchi non solo sopra tutti li altri forestieri che vi vanno, ma sopra quelli ancora che in grandissima copia fanno in Costantinopoli, quando non vi si rimedii con trovar modo che et li drapieri et li Toscani ne faccino et di maggior bellezza et in maggior quantità, si potria in breve tempo perder tutto questo traffico. Et questo è quel tanto che per il mio picciolo giudicio ho potuto dir intorno alla sicurtà et conservatione della pace che si ha col Signor Turco, se bene si potrebbero dir molte altre cose. Ma per conclusione convengo dire che siano più le forze di questo Serenissimo Stado ad ordine, et preparate quanto più si può, et conservi pur la Serenità Vostra quanto più la può l’amicitia con tutti li principi christiani, et faccia tutte quelle altre cose che si possono escogitare per la conservatione della pace, nissuna cosa giovarà più che ’l trattar massime col primo visir et col capitano del mare di quel modo che costumano tutti li principi, cioè col donare; il qual se sarà fatto a tempo, et non che par che si faccia sforzatamente, gioverà incredibilmente. Ma convengo anco dire che non solamente è necessario tener questi modi con li predetti, ma con il medesimo Serenissimo Signor, il quale senza dubbio haverà sempre gratissimi li presenti che le saranno fatti in nome della Serenità Vostra, con la gionta de’ navi a Costantinopoli o con quelli altri modi che meglio pareranno, et quando siano anco di cose più presto belle et nove, che di molta valuta. È anco necessario tener la sultana madre gratificata, poiché si vede che per la maggior parte quel governo dipende da lei, et che facendosi venetiana, sì come il tenerla presentata et gratificata medesimamente di cose belle et nove la renderà sempre favorevole alle cose della Serenità Vostra; così il mostrar di non tener conto di lei apporterà sempre molto danno e pregiuditio.

Il che è quanto ho potuto rifferir alla Serenità Vostra, supplicandola a supplir con la sua benignità alle mie imperfettioni, poi-ché una così grave et lunga malatia et li disaggi patiti nel viaggio, sì come hanno ridotte le forze del corpo in molta debolezza, così anco il spirito habbi potuto patir assai, et massime essendo tanto tempo ch’io son partito da Costantinopoli et che, come ho già detto, il clarissimo signor bailo Contarini habbi supplito a tutte le parti tanto singolarmente, quanto ho inteso. Anzi, dirò che havendo in Costantinopoli conosciuto quanto perfettamente intendesse il governo di quella Porta, et come con la prudentia, liberalità et nobilissimo suo animo si havesse non solo guadagnato gratia delli grandi, ma fattosi patrone delli mezzi che potevano con loro; io, per confessar il vero, ho usato manco diligentia di quello che altrimenti haverei fatto, riportandomi alla relatione che doveva far sua signoria clarissima, et convengo anco dire che sua signoria clarissima ha havuto per suo segretario messer Valerio Antelmi, veramente dignissimo soggetto, come in tante esperientie la Serenità Vostra l’ha potuto conoscere, onde merita grandemente la gratia sua. Come fo anco messer Piero Fineti, stato coadiutor di sua signoria clarissima, il qual, se sarà adoperato dalla Serenità Vostra et dalli suoi ambasciatori, o altri rapresentanti, conosceranno il conto che si deve tener della sua virtù.

Haverei anco da dir molto delle particolarissime qualità del clarissimo signor bailo Morosini, et come essendo già divulgato alla eccelsa Porta le molte ambascerie che sua signoria clarissima ha fatto, et con quanta sua gloria et riputatione sia sempre riuscito, et però in quanta stima fosse anco prima che giongesse. Ma perché delle operationi sue haveranno già conosciuto le signorie vostre illustrissime quello che possono sperar delle sue attioni, son certo ch’ogni cosa ch’io potessi aggiongere alle laudi di sua signoria clarissima sarebbe inferiore assai al suo molto merito.

Non mi estenderò a parlar de Marco di Scassi, di Pasqual Naon et di Mateca dragomani, perché son certo chel clarissimo signor bailo Contarini haverà supplito secondo il merito di ciascun di loro; ma dirò solamente che sì come il Scassi et Pasqual sono fedelissimi servi della Serenità Vostra, dalli quali la può aspettar in tutte le occasioni ogni buon servitio, così essendo Mateca ridotto in stato che non può più servire per le molte indispositioni del suo corpo, per non dir dell’animo, et non potendo li doi primi supplir alli tanti bisogni, crederei che Marchiò Spinelli, che già ha imparato la lingua molto bene, et che hora è ritornato col clarissimo signor bailo Morosini, potesse assai ben supplire al luogo di Mateca, quando però non pare alla Serenità Vostra di voler novo dragomanno, lassando ad esso Mateca del suo salario quanto paresse alla benignità della Serenità Vostra.

Non mi estenderò medesimamente nelli giovani che imparano la lingua, li quali, oltre il detto Spinelli, sono Hieronimo Alberto, figliolo di messer Gasparo, dignissimo segretario di questo eccellentissimo Consiglio, et Christofolo Bruti, che fo figliolo del cavalier Bruti di Dolcigno, stato qui ultimamente, perché medesimamente son certo chel clarissimo signor bailo haverà dato conto alle signorie vostre eccellentissime di tutti loro. Pur dirò che l’Alberti venne meco quanto andai in questa ambasceria, et di subito si mise con tanto ardor et diligentia ad imparare, che si può sperare, et ben presto, che sia per far ottima riuscita. Come si può sperar del Bruti, il qual parla già molto bene la lingua turca, et continua ad affaticarsi, onde la Serenità Vostra può esser certa di doverne ricever segnalato servitio, et però merita, oltre quello che si può aspettar da lui per li molti meriti di suo padre, largamente la benigna gratia delle signorie vostre eccellentissime; et convengo anco dire che il mandar questi giovani ad imparar la lingua apportarà sempre grandissimo beneficio et sodisfattione alla Serenità Vostra, quando anco tutti non riuscissero, bastando assai che ne riescano alcuni, per la grandissima strettezza che vi è di trovar homini che et per la loro scientia et per fede possino supplir a carrico di tanta importantia, perciocché chi sarebbe stato de’ forestieri nel quale la Serenità Vostra havesse potuto tanto confidare, come faceva il messer Lodovico Marucini, dragoman grande morto in tempo della guerra; et come potrà sempre fare in messer Mattio Marucini suo fratello, hora con bona licentia della Serenità Vostra ritornato con me, il qual parla così felicemente quella lingua, et con li istessi termini et vocabuli che parlano li più intelligenti alla eccelsa Porta, et ha già fatta tanta pratica de’ tutti li negocii, et ha tanta intratura con tutti li grandi, che ben si ha guadagnato la gratia della Serenità Vostra. Ma oltre di ciò nostro Signor Dio, col mezo delle sue molte et lunghe fatiche, gli ha conceduto gratia non sola d’interpretar a bocca tutto quello che occorre, ma così felicemente traduce tanto de’ italiano in turco, quanto di turco in italiano, che ha superato non solo tutti li altri, ma il maestro medesimo che gli ha insegnato; onde merita grandemente esser accarezzato, et che sia accresciuto di grado et proveduto di viver, essendo poverissimo.

Mi hanno condotto in questa inclita città le doi galee, sopracomiti li magnifici messer Giovanni Pesaro et messer Bernardo Venier, de’ quali, se ben et la loro virtù et li miei obblighi m’invitavano a dir molto, essendo conosciuti ottimamente dalla signorie vostre illustrissime, bastarà che dica che il magnifico Venier ha fatto, dirò, miracoli in così poco tempo quanto è fuori, usando estrema diligentia in haver homini, et ben governarli, onde è incredibilmente amato et stimato; ma se la Serenità Vostra si raccordarà del merito di quelli suoi fratelli che in carrico simile si hanno guadagnato tanto honor et merito, non pigliarà meraviglia delle operationi di detto magnifico messer Bernardo, ma lo stimarà simile alli altri fratelli.

Del magnifico messer Giovanni Pesaro haverei molto et molto che dire, havendomi, come ho già detto, condotto nell’andar sino al Borù, ultima parte quasi dell’Arcipelago, et poi levatomi a Ragusi et condotto qui, essendo io stato l’una et l’altra volta sopra la sua galea; nelli quali tempi ho molto ben potuto conoscer quanto siano grandi le fatiche, et dirò le stente che et de dì et notte fa in quella galea, havendo applicato l’animo del tutto a quel honoratissimo essercitio. Onde scordatosi di tutte le altre cose, si mise tutto a imparar l’arte del marinaro et di ben governar galea; onde hora, se ben ha ottimi marinari, commanda lui con tanta felicità che essi marinari medesimi gli cedono, et usa tanta diligentia in ben governar la sua ciurma, et la tratta così bene, tenuto conto particolarmente di ciascun galeotto, che, se ben ho veduto in tempo della guerra molti honoratissimi sopracomiti et governatori pieni di singolar esperientia, non di meno certissimo lui non ha da ceder ad alcuno, onde merita abondantissimamente la gratia della Serenità Vostra et delle signorie vostre illustrissime, sì per recognitione del suo molto merito, come per dar animo agli altri che s’infiamino a caminar per questa strada; dalle quali cose son astretto a dire che quanto si tarderà a darli un fanò, tanto si prolongherà il merito di lui, et il servitio che ne è per ricever questo Stado.

È stato con me per segretario messer Giacomo Gerardo, il quale in tutto il tempo della mia infirmità tenne tanta cura di me come se gli fossi stato padre, servendomi et consolandomi con ogni cordial dimostratione d’affetto; et vedendomi poi ridotto all’estremo, et sapendo che havevo anco grossa summa di danari et di gioie, statemi date in Costantinopoli per portar qui, et dubitando di quello che ogni dì li Turchi andavano spargendo, che se io morissi metteriano ogni cosa a sacco, consignateli da me le chiavi delli mei forcieri, ridusse con somma mia consolatione in sicurtà tutte le cose. Ma, oltre di ciò, facendosi ogni dì conoscer da me più prudente, et pieno di intelligentia et affetto verso le cose della Serenità Vostra, ho convenuto sempre amarlo et stimarlo più; onde merita di esser riconosciuto dalla Serenità Vostra, et da signorie vostre illustrissime, come lo sogliono fare verso li suoi più benemeriti et principali segretarii. Ma per sodisfare a me medesimo, dirò anco che non è pur hora che conosco questa benemerita fameglia, che ha tanto interessate le vite et le sustantie loro in servitio di Vostra Serenità, poiché, sì come esso messer Giacomo fu in servitio di mio fratello quando era già ambasciator a Roma, così il magnifico messer Francesco, hora segretario dell’illustrissimo Consiglio di Dieci, oltre tanti altri sui viaggi fatti, et inanzi et da poi fu segretario con esso mio fratello in Spagna nella sua legatione ordinaria a quella corte; et venne poi con me quando andai provveditor a Bressa, et per gratia del Signor Dio liberai quella città da tanto numero de’ sicarii, et poi quando fui l’altra volta ambasciator a Costantinopoli fu con me, et conobbi et mentre che stetti alla Porta, et doppo che venni a far l’abboccamento con li sanzacchi in Dalmatia, et che con tanta dignità della Serenità Vostra, et beneficio di quelli sudditi ricuparai tanti paesi, quanto valesse il suo buon consiglio nelli servitii della Serenità Vostra. Et perché, oltre altre fatiche fatte da messer Giulio, terzo loro fratello, si sa quanto egli honoratamente la serve in Napoli, et come per la gran fede et devotione di tutta questa fraterna anco messer Marc’Antonio, loro quarto fratello, bollador ducale, si attrova al suo servitio; tralasciarò di parlar più oltre, supplicando la Serenità Vostra et le signorie vostre illustrissime ad haver con la solita loro benignità per raccomandati questi veri et devotissimi suoi servitori, et esser certe che ogni honore et beneficio che con l’occasione le gli conferiranno, lo reputarò fatto a me medesimo, et alla casa nostra.

Di me non dovarò dir altro, se non dimandar humilissimo perdono alla Serenità Vostra et alle signorie vostre eccellentissime se non le ho servite in XXXVI anni continui, che tanti sono che hebbi la prima ambasceria, di quel modo che sarebbe stato et debito et desiderio mio, perciocché se ben la benignità di questo Serenissimo Stado si è dimostrata tanto larga verso di me, che dodeci volte mi ha eletto per suo ambasciatore, fra le quali tre volte son stato a Costantinopoli, doi volte rettor in doi città, tre provveditor, una da mare, una da terra, et una a Bressa, et finalmente capitano general da Mar, se ben, havendo messo banco per le occasioni correnti all’hora non armai, comprobando anco la sua satisfattione con tante benignissime lettere, et altri segni. Nondimeno tanto è stato sempre l’ardor dell’animo mio in ben servire che, quando anco la gratia di nostro Signor Dio fosse stata tanta sopra di me, che habia potuto satisfar alla mia carissima et Serenissima Patria, nondimeno confesso di non haver satisfatto a me medesimo, perché sempre vorrei haver fatto di più. Et se fosse in piacer di nostro Signor Dio che quasta vita, donatami novamente nella età che mi ritrovo di 66 anni, mi fosse stata conceduta per dover far qualche maggior servitio alla Serenità Vostra, morirei consolatissimo et satisfatissimo. Ma poiché non posso prometter più che tanto di me, con questo fine mi raccomando nella bona gratia della Serenità Vostra et di tutto questo eccellentissimo Consiglio, insieme con mio fratello et miei nipoti, li quali confidati nella benignissima sua gratia, si anderanno incaminando per servirle, come habbiamo fatto noi.

AS Venezia, Collegio, Relazioni b. 5.